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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 17 Dicembre 2018

I fattori di razza e nazione nella teoria marxista ( Il programma comunista, n°16-20, 1952)

I FATTORI DI RAZZA E NAZIONE NELLA TEORIA MARXISTA

 

INTRODUZIONE

 

Impotenza della banale posizione «negativista»

 

Razze, nazioni o classi?

 

1. Il metodo della Sinistra comunista italiana ed internazionale nulla ha mai avuto di comune con il falso estremismo dogmatico e settario che pretenderebbe con vuote negazioni verbali e letterarie di superare forze presenti nei reali processi della storia.

 

In un recente «filo del tempo» che introduce una serie di trattazioni della questione nazionale-coloniale e della questione agraria - e quindi delle principali contemporanee questioni sociali in cui sono in gioco forze notevoli non limitate al capitale industriale e al proletariato salariato - si è dimostrato con citazioni documentarie che il marxismo rivoluzionario perfettamente ortodosso e radicale riconosce l'importanza presente di tali fattori e la corrispondente necessità di avere in ordine ad essi una pratica di classe e di partito adatta; e ciò non solo citando Marx, Engels e Lenin ma gli stessi documenti base, dal 1920 al 1926, della opposizione di sinistra nell'Internazionale e del Partito Comunista d'Italia che in quel tratto ne faceva parte integrante.

Soltanto nelle vuote insinuazioni degli avversari della Sinistra, incanalati da allora sulla via dell'opportunismo, e oggi naufragati paurosamente nel rinnegamento del marxismo classista e nella politica controrivoluzionaria, la Sinistra sarebbe stata partecipe dell'errore assolutista e metafisico secondo cui il Partito Comunista non deve di altro occuparsi che di un duello tra le forze pure del capitale moderno e degli operai di azienda, dal quale sorgerà la rivoluzione proletaria, negando ed ignorando l'influenza sulla lotta sociale di ogni altra classe e di ogni altro fattore. Nella nostra recente opera di riproposizione dei cardini dell'economia marxista e del programma rivoluzionario marxista abbiamo mostrato con ampiezza come questa «fase» pura nella realtà non esiste neanche oggi e in nessun paese, nemmeno nei più densamente industriali e in quelli di più antica affermazione del dominio politico della borghesia come possono essere Inghilterra, Francia, Stati Uniti; anzi che essa non si verificherà mai in nessun posto, non essendone affatto l'attesa una condizione per la vittoria rivoluzionaria del proletariato.

È dunque una pura scempiaggine dire che essendo il marxismo la teoria della moderna lotta di classe tra capitalisti ed operai, ed il comunismo il movimento che conduce la lotta del proletariato, noi neghiamo effetto storico alle forze sociali di altre classi, ad esempio i contadini, e alle tendenze e pressioni razziali e nazionali, e nello stabilire la nostra azione trascuriamo come superflui tali elementi.

 

2. Il materialismo storico, presentando in modo nuovo ed originale il corso della preistoria, non ha solo considerato, studiato e valutato i processi di formazione di famiglie, gruppi, tribù, razze e popoli fino al formarsi delle nazioni e degli Stati politici, ma appunto ne ha dato la spiegazione come connessi e condizionati allo sviluppo delle forze produttive e come manifestazione e conferma della teoria del determinismo economico.

 

Indubbiamente la famiglia e l'orda sono forme che incontriamo anche presso le specie animali, e si suole dire che anche le più evolute di esse, se cominciano a presentar esempi di organizzazione collettiva a fini di comune difesa e conservazione ed anche di raccolta e provvista di alimenti, non presentano ancora una attività produttiva, che distingue l'uomo anche il più antico. Meglio sarebbe dire che distingue la specie umana non la conoscenza o il pensiero o la particella di divina luce, ma la capacità di produrre non solo oggetti da consumare, ma anche oggetti da dedicare alla ulteriore produzione, come i primi per quanto rudimentali utensili di caccia, di pesca, di raccolta di frutti, e poi di lavoro agricolo e artigiano. Questa prima necessità di organizzare la produzione dell'utensile si innesta, a caratterizzare la specie umana, con quella di dare una disciplina e una normativa al processo riproduttivo, superando la occasionalità del rapporto sessuale con forme assai più complesse di quelle che presentava il mondo animale. Soprattutto nella classica opera di Engels, cui si attingerà largamente, è mostrata la connessione inseparabile, se non la identità, dell'evolvere delle istituzioni familiari e di quelle produttive.

Nella visione marxista del corso storico umano quindi, anche prima che le classi sociali siano presenti - tutta la nostra battaglia teorica sfocia nel mostrare che esse non sono eterne; ebbero principio e avranno fine - è data la sola possibile spiegazione, su basi scientifiche e materiali, della funzione del clan, della tribù e della razza e del loro ordinarsi in forme sempre più complesse per effetto dei caratteri dell'ambiente fisico e dell'incremento delle forze produttive e della tecnica di cui la collettività viene a disporre.

 

3. Il fattore storico delle nazionalità e delle grandi lotte di esse e per esse, variamente presente in tutta la storia, è decisivo all'apparire della forma sociale borghese e capitalista man mano che questa dilaga sulla terra, e Marx al suo tempo dette il massimo dell'attenzione, non minore di quella dedicata ai processi dell'economia sociale, alle lotte e guerre di sistemazione nazionale. Esistendo ormai dal 1848 la dottrina ed il partito del proletariato, Marx non dette solo la teorica spiegazione di quelle lotte secondo il determinismo economico, ma si preoccupò di stabilire i limiti e le condizioni di tempo e di luogo per l'appoggio ad insurrezioni e guerre statali indipendentiste.

 

Sviluppatesi le grandi unità organizzate di popoli e di nazioni, e sovrapposte ad esse ed al loro dinamismo sociale ormai differenziato in caste e classi le forme e gerarchie statali, il fattore razziale e nazionale è seguito nel suo diverso gioco nelle varie epoche storiche: schiavismo, signoria, feudalesimo, capitalismo. La sua importanza è diversa nelle varie forme, come si vedrà nella seconda parte e come tante volte si è esposto. Nella moderna epoca, in cui si è iniziato e si diffonde nel mondo il trapasso dalla forma feudale, di dipendenza personale, scambio limitato e locale, a quella borghese di servitù economica e formazione dei grandi mercati unitari nazionali, verso il mercato mondiale, la sistemazione della nazionalità secondo razza, lingua, tradizioni e cultura e la rivendicazione che Lenin riassumeva nella formula «una nazione, uno Stato» (allorché spiegava che bisognava lottare per essa ma dire che era formula borghese e non proletaria e socialista) è di forza fondamentale nella dinamica della storia. Questo che Lenin constata per il tempo prima del 1917 nell'Europa Orientale fu vero per Marx dal 1848 per tutta l'Europa Occidentale (meno l'Inghilterra) e fino al 1871, come ben noto. Ed è vero oggi fuori d'Europa in parti immense delle terre abitate, per quanto il processo sia eccitato e accelerato dalla potenza degli scambi economici e di ogni genere a scala mondiale. È quindi attuale il problema della posizione da assumere di fronte alle tendenze irresistibili nei popoli «arretrati» a lotte nazionali di indipendenza.

 

Opportunismo nella questione nazionale

 

4. Il nodo dialettico della questione sta non nell'identificare una alleanza nella fisica lotta ai fini rivoluzionari antifeudali tra Stati borghesi e classe e partito operaio con un rinnegamento della dottrina e della politica della lotta di classe, ma nel mostrare che anche nelle condizioni storiche e nelle aree geografiche in cui quella alleanza è necessaria e ineluttabile deve restare integra, ed essere anzi portata al massimo la critica teorica programmatica e politica ai fini e alle ideologie per cui combattono gli elementi borghesi e piccolo-borghesi.

 

Mostreremo nella terza e finale parte come Marx, mentre sostiene con ogni sua forza ad esempio l'indipendenza polacca o irlandese, non cessa non solo dal condannare ma dal demolire a fondo e schiacciare sotto la derisione il bagaglio idealistico dei fautori borghesi e piccolo-borghesi della giustizia democratica e della libertà dei popoli. Mentre per noi il mercato nazionale e lo Stato capitalista nazionale centralizzato sono un ponte di passaggio inevitabile alla economia internazionale che avrà soppresso Stato e mercato, per i santoni che Marx beffa in Mazzini, Garibaldi, Kossuth, Sobietsky, ecc., la sistemazione democratica in Stati nazionali è un punto di arrivo che porrà fine ad ogni lotta sociale, e si vuole lo Stato nazionale omogeneo perché in esso i padroni non appariranno nemici e stranieri ai lavoratori sfruttati. In quel momento storico il fronte ruota, e la classe operaia si getterà nella guerra civile contro lo Stato della propria «patria». Questo momento si avvicina e le sue condizioni si formano nel corso del processo delle rivoluzioni e guerre nazionali borghesi di sistemazione d'Europa (oggi anche di Asia e Africa): ecco il problema senza cessa mutevole e dai variabilissimi indirizzi che va decifrato.

 

5. Opportunismo, tradimento, rinnegamento e azione controrivoluzionaria e filo-capitalista degli attuali falsi comunisti stalinisti, hanno in questo settore (non meno che in quello strettamente economico, sociale, di politica cosiddetta interna) duplice portata. Essi rimettono in auge esigenze e valori democratici nazionali, con aperti e spinti blocchi politici, anche nell'Occidente capitalista avanzatissimo ove la plausibilità di alleanze simili era esclusa dal 1871; ma inoltre diffondono nelle masse il sacro rispetto alla ideologia nazionale patriottica e popolare identificata con quella dei borghesi loro alleati, e corteggiano anzi i campioni di tale politica, che Marx e Lenin ferocemente staffilarono, proseguendo nella estirpazione di ogni senso di classe nei lavoratori che sventuratamente li seguono.

 

Sciocco sarebbe scambiare con una attenuante per l'infamia dei partiti che oggi pretendono rappresentare gli operai, soprattutto in Italia, col falso nome di comunisti e socialisti, il riconoscimento che è metodo marxista ammesso quello di partecipare ad alleanze nazionali rivoluzionarie da parte dei partiti operai, purché ben lontano dai confini del secolo ventesimo e dell'Europa storico-geografica. Quando nel conflitto sorto nel pieno quadro dell'Occidente sviluppato (Francia, Inghilterra, America, Italia, Germania, Austria) si praticano dallo Stato russo e da tutti i partiti della ex Terza Internazionale Comunista alleanze di guerra a turno con tutti gli Stati borghesi, non esistendo più né Napoleoni terzi, né Nicola secondi e simili, si lacera direttamente, da un lato l'Indirizzo di Marx per la Prima Internazionale alla Comune di Parigi del 1871 che chiudeva e denunziava per sempre ogni alleanza con «eserciti nazionali» in quanto «da oggi in poi confederati tutti contro il proletariato insorto», da un altro le tesi di Lenin sulla guerra 1914 e per la fondazione della Terza Internazionale, in cui si stabiliva che, iniziata la fase delle guerre generali imperialiste, nulla più avevano a che vedere con la politica degli Stati le rivendicazioni democratiche e indipendentiste, condannando insieme socialnazionali traditori di qua e di là dal Reno o dalla Vistola.

Una semplice proposta di «riapertura di termini» concessa al capitalismo, spostando il 1871, e il 1917, al 1939 e al 1953, con ulteriore proroga non calcolabile, non saprebbe avere serio ingresso senza la squalifica del metodo marxista di lettura della storia tutto intiero, agli svolti cruciali in cui la sua potenza dottrinale cominciò ad intaccare nel vivo della difesa del passato: il 1848 europeo, il 1905 russo. Di più essa urta con il rinnegamento di tutta l'analisi economica e sociale classica, nel tentativo di assimilare alle superstiti feudali forme di quel tempo i recenti totalitarismi fascisti (e anche non fascisti, al tempo della spartizione polacca!).

Ma la sentenza di tradimento diametrale sta nel secondo aspetto: la obliterazione totale ed integrale di quella critica ai «valori» propri del pensiero borghese, che esaltano, come punto di sistemazione del tremendo cammino della umanità, un mondo aclassista di autonomie popolari, di nazionalità libere, di patrie indipendenti e pacifiche. Ed infatti Marx e Lenin nel momento in cui erano ancora costretti a stringer patti con i fautori di questo marcio bagaglio, portarono alla più alta virulenza la lotta per liberare la classe operaia dai feticci di patria nazione e democrazia agitati dai «santoni» del radicalismo borghese, e seppero allo svolto storico rompere con essi anche nel fatto, e quando il rapporto di forze lo permise senza pietà ne jugularono il movimento. Questi di oggi hanno ereditato la funzione di sacerdoti di quei feticci e di quei miti; non si tratta di un patto storico che romperanno più tardi del previsto, ma si tratta dell'asservimento totale alle rivendicazioni proprie della borghesia capitalista per l'optimum del regime che ne consente privilegi e potere.

La tesi interessa perché collima con la dimostrazione, data tra l'altro nel Dialogato con Stalin e in altre riunioni sul terreno della scienza economica, che la Russia di oggi è uno Stato di compiuta rivoluzione capitalistica, e che sulla sua merce sociale stanno a posto le bandiere di nazionalità e di patria, come il militarismo più esasperato.

 

6. Sarebbe errore gravissimo il non vedere e il negare che nel mondo presente hanno ancora effetto ed influenza grandissima i fattori etnici e nazionali, ed è ancora attuale l'esatto studio dei limiti di tempo e di spazio in cui sommovimenti per l'indipendenza nazionale, legati ad una rivoluzione sociale contro forme precapitalistiche (asiatiche, schiaviste, feudali) hanno ancora il carattere di condizioni necessarie del trapasso al socialismo, con la fondazione di Stati nazionali di tipo moderno (ad esempio in India, Cina, Egitto, Persia, ecc.).

 

La discriminazione tra tali situazioni è resa difficile da un lato dal fattore dell'esterofobia determinata dallo spietato colonialismo capitalista, dall'altro da quello della estrema diffusione mondiale presente di risorse produttive e di apporto di merci ai più remoti mercati; ma alla scala mondiale il problema scottante nel 1920 anche nell'area dell'ex impero russo, di dare appoggio politico ed armato a moti indipendentisti di popoli di Oriente, non è in alcun modo chiuso.

Il dire ad esempio che il rapporto tra capitale industriale e classe degli operai salariati si pone nello stesso modo, putacaso, nel Belgio e nel Siam, e che la prassi della relativa lotta si stabilisce senza tener conto in nessuno dei due casi di fattori di razza o di nazionalità, non significa essere estremisti, ma in effetti significa non aver capito nulla del marxismo.

Non è togliendo al marxismo la sua profondità e vastità ed anche la sua dura ed aspra complessità, che si acquista il diritto di sbugiardarne, ed un giorno di abbatterne, gli spregevoli rinnegati.

 

PARTE PRIMA

Riproduzione della specie ed economia produttiva, inseparabili aspetti della base materiale del processo storico

 

Lavoro e sesso

 

1. Il materialismo storico perde ogni senso, ove si consenta che come fattore estraneo al campo della economia sociale si introduca quello del preteso carattere individuale dell'appetito sessuale, che genererebbe derivazioni e costruzioni di origine extra economica fino alle più evanescenti e spirituali.

 

Occorrerebbe ben più vasta mobilitazione di materiale scientifico, sempre sulla base della massima diffidenza per la decadente e venale scienza ufficiale del periodo attuale, se qui la polemica fosse volta solo contro gli avversari frontali e integrali del marxismo. Come sempre ci preoccupano al massimo grado, quali fattori antirivoluzionari, quelle correnti che mostrano accettare alcuni lati del marxismo, e poi trattano problemi collettivi e umani essenziali pretendendo che siano posti fuori delle sue frontiere.

È chiaro che fideisti ed idealisti, istituendo nella spiegazione della natura gerarchie di valori, tendano a sollevare i problemi del sesso e dell'amore in una sfera e in un grado che di molto sovrasta quello dell'economia, volgarmente intesa come campo della soddisfazione di bisogni alimentari e affini. Se l'elemento che solleva e discrimina la specie homo sapiens dalle altre animali davvero venisse non dal fisico effetto di una lunga evoluzione in un complesso ambiente di fattori materiali, ma scendesse dalla immissione di una particola di uno spirito cosmico non riducibile alla materia, sarebbe chiaro che nella riproduzione di un essere da un altro, di un cervello pensante da un altro, deve occorrere un rapporto più nobile che nel semplice riempimento quotidiano dello stomaco. Se, anche senza dipingere questo spirito-Persona immateriale, si ammette che comunque nella dinamica dell'umano pensiero sia insita una virtù e una potenza che preesiste o extraesiste alla materia, resta anche evidente che si deve sollevare in un campo più arcano il meccanismo che surroga l'io generante all'io generato, con le stesse ineccepibili facoltà, ipoteticamente premesse ad ogni contatto con la natura fisica e ad ogni cognizione.

È al materialista dialettico che è imperdonabile supporre che la sottostruttura economica, nelle forze e nelle leggi della quale si cerca la spiegazione della storia politica dell'umanità, comprenda solo la produzione ed il consumo della più o meno vasta gamma di beni occorrenti a tenere in vita l'individuo; che a tale campo si limitino i rapporti materiali tra individui, e che dal gioco delle forze che legano queste innumeri molecole isolate si compongano le norme, regole e leggi del fatto sociale; mentre tutta una serie di soddisfazioni della vita restano fuori di questa costruzione; e sono per molti dilettanti quelle che vanno dal sex-appeal fino ai godimenti estetici o intellettuali. Tale accezione del marxismo è spaventosamente falsa, è il peggiore degli antimarxismi in circolazione, ed oltre al ricadere implicito ma inesorabile nell'idealismo borghese, piomba non meno crassamente in pieno individualismo, altro non meno essenziale carattere del pensiero reazionario; e ciò tanto se sia posto in prima linea e come grandezza base l'individuo biologico, che quello psichico.

Il fattore materiale non «genera» quello sovrastrutturale (giuridico, politico, filosofico) facendo tutto questo corso entro un individuo, e nemmeno per una generativa catena ereditaria di individui, restando poi da fare le «medie» per la base economica e per il coronamento culturale. La base è un sistema di fattori fisici e palpabili che avvolgono tutti gli individui e li determinano al loro comportamento anche singolo, e che in tanto esiste in quanto quegli individui hanno preso a formare una specie sociale, e la sovrastruttura è un derivato da quelle condizioni di base, determinabile sullo studio di esse e calcolabile su di esse, senza preoccuparsi dei mille svolgimenti particolari e dei piccoli scarti da persona a persona.

L'errore dunque di limitatezza marxista di cui si tratta è un errore di principio che riportando l'esame delle cause dei processi storici da un lato a fattori ideali fuori della natura fisica, dall'altro alla preminenza del risibile cittadino Individuo, non lascia al materialismo dialettico campo alcuno e lo rende impotente a concludere anche a proposito della contabilità del panificio o della salsamenteria.

 

2. La deplorata abdicazione del marxismo dal dominio sul campo sessuale e riproduttivo con tutte le sue ricchissime derivazioni ignora le opposte concezioni, borghese e comunista, della economia, e quindi decade da tutta la possente conquista che Marx realizzò sulla rovina delle scuole capitaliste. Per esse economia è insieme di rapporti che poggiano tutti su scambio tra due individui di oggetti reciprocamente utili alla propria conservazione, sia pure tra essi compresa la forza lavorativa. Ne concludono che non ci furono né saranno economie senza scambio, merce e proprietà. Per noi economia comprende tutto il vasto complesso della attività di specie, di gruppo umano, influente sui rapporti con l'ambiente naturale fisico; e il determinismo economico non regge solo l'epoca della proprietà privata ma tutta la storia della specie.

 

Tutti i marxisti considerano come tesi acquisite quelle che dicono: la proprietà privata non è eterna; vi fu l'epoca del comunismo primitivo che la ignorò, e andiamo verso l'epoca del comunismo sociale; la famiglia non è eterna, e tanto meno la famiglia monogama: apparve molto tardi ed in una più elevata epoca dovrà sparire; non eterno è lo Stato: apparve in uno stadio assai avanzato della «civiltà» e scomparirà con la divisione della società in classi e con queste.

Ora, è chiaro che tutte queste verità non sono conciliabili con una visione della prassi storica che si fondi sulla dinamica degli individui e su una concessione anche minima alla loro autonomia e iniziativa, alla loro libertà, coscienza, volontà e simili gingilli. Esse sono dimostrabili solo in quanto si conchiude che l'elemento determinante è un faticoso adattarsi e ordinarsi delle collettività degli uomini alle difficoltà e ostacoli del luogo e del tempo in cui si trovano, risolvendo non miliardi di problemi di adattamento di singoli uomini, ma quello, sempre più tendente ad essere visto in modo unitario, dell'adattamento prolungato di tutta la specie come insieme alle esigenze che pongono le circostanze esterne. A questo ineluttabilmente conducono l'aumento del numero dei componenti la specie, il cadere delle barriere che li separavano, l'ampliarsi allucinante dei mezzi tecnici a disposizione, la possibilità del maneggio di questi solo per organamenti collettivi di individui innumeri, e così via.

Per un popolo primitivo può pensarsi che sociologia sia alimentazione, da quando anche questo minimum non è più alla portata dello sforzo individuale come nella bestia; ma poi è sociologia la sanità pubblica, la generazione, l'eugenetica, domani il piano annuale delle nascite.

 

Individuo e specie

 

3. La conservazione dell'individuo in cui sempre si cerca il misterioso primo motore degli eventi non è che una manifestazione derivata e secondaria della conservazione e dello sviluppo della specie, indipendentemente dalle tradizionali presentazioni di una provvidenza naturale o sovrannaturale, del gioco dell'istinto o del raziocinio; e ciò è tanto più vero quanto più si tratta di una specie sociale e di una società dagli aspetti sviluppati e complessi.

 

Può sembrare lapalissiano dire che tutto si potrebbe chiudere nella conservazione del singolo individuo, come base e motore di ogni altro fenomeno, se l'individuo fosse immortale. Per essere tale dovrebbe essere immutabile, non invecchiare, e frattanto è proprio l'organismo vivente e quello animale in prima linea che subisce, come sede di una impressionante catena di movimenti, di circolazioni e di metabolismi, la sorte di un inesorabile e inesausto mutarsi fin nell'intimo della minima cellula. È un assurdo in termini l'immagine di un complesso che viva sostituendo di continuo gli elementi perduti e restando uguale a se stesso, come forse sarebbe un cristallo che, immerso nella soluzione della stessa sostanza solida chimicamente pura, diminuisse o crescesse per un ciclico variare di temperature o pressioni esterne. Ma se si è parlato da alcuni di vita del cristallo (e oggi dell'atomo) è perché può nascere, ingrandire, diminuire, sparire e perfino sdoppiarsi e moltiplicarsi.

Questo appare molto banale ma è utile a far riflettere che la convinzione feticistica di molti (anche pretesi marxisti) nella primordialità del fattore individuale biologico non è che un avanzo delle prime grossolane convinzioni sulla immortalità dell'anima personale. In nessuna religione l'egoismo borghese più plateale, e sprezzante ferocemente la vita della specie e la carità per la specie, si è meglio innestato, come in quelle che affermano immortale l'anima, e in questa forma fantastica mettono in primo piano la sorte della persona soggettiva a dispetto di quella di tutte le altre.

Spiace pensare alla transitorietà del dimenarsi della nostra povera carcassa, e il rifugio se non è nella certezza della vita oltretomba trova un buon surrogato in illusioni intellettualistiche - ed oggi esistenzialistiche - sullo stigma inconfondibile che ogni soggetto ha, o crede di avere, anche quando si attaglia nel modo più pecorile sulle falsarighe della moda, e scimmiotta passivo tutte le altre marionette umane. È allora che si sprigiona l'inno alle inenarrabili altezze dell'emotività, della voluttà, della esaltazione artistica, dell'estasi cerebrale, che sarebbero attinte solo nel chiuso della cellula individuale - laddove la verità è l'esattissimo opposto.

Tornando al modo materiale come effettivamente i fatti si svolgono sotto il nostro naso, è ovvio che ogni individuo perfetto, sano ed adulto quando è nel pieno vigore delle forze può provvedere - riferiamoci ad una economia del tutto primordiale - a produrre ogni giorno quanto gli occorre consumare. Ma la instabilità di questa situazione, singolo per singolo, determinerebbe presto la fine dell'individuo (e della specie se fosse una stupida saldatura di individui per le costole un dopo l'altro) se mancasse il flusso della riproduzione, per cui in un corpo organico vi sono rari individui bastevoli a se stessi, i vecchi che più non possono render tanto, i giovanissimi che hanno bisogno di essere alimentati per produrre domani. Ogni ciclo economico è impensabile, e nessuna equazione economica possiamo scrivere, senza introdurre nel calcolo queste essenziali grandezze: età, validità, sanità.

Volendo essere pedestri scriveremmo la formula economica di una umanità partenogenetica, unisessuale. Ma non ci è dato constatarla. Dobbiamo allora introdurre la grandezza sesso, poiché la generazione si fa per due sessi eterogenei, e prevedere anche le pause produttive da gestazione e allattamento...

Solo dopo aver fatto tanto potremo aver detto di avere scritto le equazioni di condizione che descrivono totalmente la «base», la «sottostruttura» economica della società, da cui dedurremo (lasciato ormai per sempre quel fantoccio dell'individuo che non ha saputo né eternarsi né da solo rinnovarsi, e che nel corso del gran cammino ne saprà sempre di meno) tutta la gamma infinita delle manifestazioni di specie che solo così si sono rese possibili fino ai più alti fenomeni di pensiero.

Un articolista recentissimo (Yourgrau di Johannesburg) nell'esporre la teoria del sistema generale di Bertalannfy che vorrebbe sintetizzare i principii dei due famosi sistemi controversi: vitalismo e meccanismo, pur riconoscendo solo a denti stretti che il materialismo in biologia guadagna terreno, ricorda il paradosso di non facile confutazione: un solo coniglio non è un coniglio, due conigli soltanto possono essere un coniglio. Sei, o individuo, espulso dall'ultima trincea, quella di Onan. Follia dunque è trattare economia senza trattare riproduzione della specie. E tanto è noto dai testi classici. Aprendo la prefazione della Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato, in questi termini pone Engels una pietra angolare del marxismo:

«Secondo la concezione materialista il momento determinante della storia [intendete momento non nel senso temporale ma in quello meccanico, di impulso che avvia una rotazione], in ultima istanza, è la produzione e la riproduzione della vita immediata. Ma questa è, a sua volta, di duplice specie. Da un lato la produzione di mezzi di sussistenza, di generi per l'alimentazione, di oggetti di vestiario, di abitazioni e di strumenti necessari per queste cose, dall'altro, la produzione degli uomini stessi, la riproduzione della specie. Le istituzioni sociali entro le quali gli uomini di una determinata epoca storica e di un determinato paese vivono, sono condizionate da entrambe le specie della produzione; dallo stadio di sviluppo del lavoro, da una parte, e della famiglia, dall'altra».

Da quando la teoria è stata fondata, l’interpretazione materialistica della storia abbraccia in tono unico i dati relativi al grado di sviluppo della tecnica e del lavoro produttivo e quelli relativi alla «produzione dei produttori» ossia alla sfera sessuale. La classe lavoratrice è la prima delle forze produttive, dice Marx. Altrettanto e più importante è sapere come si riproduce la classe che lavora, dello studiare come si produce e riproduce la massa delle merci, la ricchezza ed il capitale. Il salariato classico e nullatenente dell'antichità non fu ufficialmente definito a Roma lavoratore, ma proletario. La sua funzione caratteristica era non quella di dare alla società e alle classi dominanti il lavoro delle proprie braccia, ma di generare, senza controlli e limiti, nella propria ruvida alcova, i braccianti di domani.

Il piccolo borghese moderno nella sua vuotaggine pensa che gli sarebbe tanto più dolce il secondo lavoro quanto più amaro il primo. Ma il piccolo borghese è quello che, porco e filisteo quanto il grande borghese, contrappone alla potenza di questo tutte le impotenze.

 

4. Nello stesso modo le prime comunità si ordinano per il lavoro produttivo con la rudimentale tecnica che fa la sua comparsa, e si ordinano ai fini dell'accoppiamento e della riproduzione, dell'allevamento e protezione dei piccoli. Le due forme sono in continua connessione e quindi la famiglia nelle diverse forme è anch'essa un rapporto di produzione e cambia secondo che cambiano le condizioni dell'ambiente e le forze produttive disponibili.

 

Non potremo comprendere in questa esposizione il richiamo dei successivi stadi selvaggi e barbari che le razze umane hanno attraversato, caratterizzati dalle risorse di vita e dagli aggregati familiari, rimandando per questo alla brillante opera di Engels.

Dopo aver vissuto sugli alberi nutrendosi di frutta, l'uomo conobbe prima la pesca e il fuoco, e imparò a percorrere le coste e i fiumi in modo che i vari ceppi cominciarono a incontrarsi. Seguì la caccia con l'uso delle prime armi, e nello stato barbaro apparvero prima l'addomesticamento degli animali e poi l'agricoltura, che segnarono il passaggio dal nomadismo alle sedi stabili. Corrispondentemente le forme sessuali non erano ancora la monogamia e nemmeno la poligamia; questa fu preceduta dal matriarcato in cui la madre aveva la preminenza morale e sociale, e dalla famiglia di gruppo in cui i maschi e femmine della stessa gens si univano tra di loro variamente, come scoprì il Morgan per gli indiani di America che ancora, quando li conobbero i bianchi, benché divenuti monogami chiamavano padre gli zii paterni, pur distinguendo la madre dalle zie. In queste fratrìe ove non vigeva autorità costituita, nemmeno vi era divisione alcuna di proprietà e di suolo.

Può darsi che un embrione di ordinamento per poter seguire e difendere i nati sia proprio degli animali superiori e si debba all'istinto. Solo invece l'animale ragionevole, l'uomo, si darebbe ordinamenti ai fini della tecnica economica, restando l'istinto dominatore della sfera degli affetti di sesso e di famiglia. Se ciò fosse vero l'intelligenza, che comunemente si ammette sostituire l'istinto e renderlo inattivo, dividerebbe con questo il campo a metà. Ma ciò è invece metafisica. Una bella definizione dell'istinto è in uno studio del Thomas, la Trinité-Victor, 1952 (se citiamo qualche studio recente e di cultori di discipline speciali è al solo fine di togliere a non pochi l’impressione che i dati di un Engels o di un Morgan, rivoluzionari e perseguitati nel campo burbanzoso della cultura borghese, siano «non aggiornati» o «superati» dalla ultima letteratura scientifica...): L'istinto è la conoscenza ereditaria di un piano di vita della specie. Nel corso della evoluzione e della selezione naturale - che nel campo animale possiamo ammettere sia derivata da un urto degli individui come tali contro l'ambiente, solo per via fisica, fisiologica - si determina l’obbedienza degli esemplari della stessa specie ad un comportamento comune, soprattutto nel campo riproduttivo. Tale comportamento per ammissione di tutti è automatico «non cosciente» e «non razionale». È comprensibile che questo modo di comportarsi si trasmetta per la via ereditaria, così come i caratteri morfologici e strutturali dell'organismo, e il meccanismo di trasmissione si chiuda nel gioco (alquanto ancora da chiarire per la scienza) dei geni (con una sola i, signori individualisti!) e di altre particole dei liquidi e cellule germinative e fecondative.

Questo meccanismo che ha per veicolo ogni singolo non provvede che ad un rudimentale minimum di norma, di piano di vita, atto a fronteggiare difficoltà ambienti.

Nella specie sociale la collaborazione di lavoro anche primitiva conduce più oltre, e tramanda ben altre consuetudini e normative che servono di regola. Per il borghese e l'idealista la differenza sta nell'elemento raziocinante e cosciente che determina volontà di agire, e sorge il libero arbitrio del fideista, la libertà personale dell'illuminista. Non qui si esaurisce questo punto essenziale. La posizione nostra è che non aggiungiamo una nuova potenza dell'individuo, il pensiero e lo spirito, che di nuovo sposti tutti i dati come il preteso principio vitale rispetto al meccanismo fisico. Aggiungiamo invece una nuova potenza collettiva, tutta derivata dalla necessità della produzione sociale che impone regole ed ordini più complessi e che, come sposta l'istinto atto a guidare singoli dalla pura sfera sessuale a quella tecnica, lo sposta a maggior ragione dalla sfera individuale a quella sociale. Non è l'individuo che ha sviluppata e nobilitata la specie, è la vita di specie che ha sviluppato l'individuo a nuove dinamiche e a più alte sfere.

Ciò che è primordiale e bestiale, sta nell'individuo. Ciò che è sviluppato, complesso, ed ordinato, costituendo un piano di vita non automatico ma organizzato e organizzabile, deriva dalla vita collettiva e nasce dapprima fuori dei cervelli dei singoli, per poi divenirne per difficili vie dotazione. Nel senso che anche noi possiamo dare, fuori di ogni idealismo, alle espressioni di pensiero, conoscenza, scienza, si tratta di prodotti della vita sociale: gli individui, nessuno escluso, non ne sono i donatori, ma i donatari e nella società attuale ancora i parassiti.

Che all'inizio e fin dall'inizio la regolazione economica e quella sessuale siano state intrecciate nell'ordinare la vita associata degli uomini, lo si legge sotto il velame di tutti i miti religiosi, che nella valutazione marxista non sono gratuite fantasie e vuote fandonie a cui basti rifiutare fede, come per il corrente e borghese libero pensatore, ma che occorre decifrare quali prime tramandazioni di sapere collettivo in elaborazione.

Nella Genesi (libro II, versetti 19 e 20) Iddio, prima ancora della creazione di Eva e quindi della espulsione dal paradiso terrestre (in cui Adamo ed Eva sarebbero vissuti soli, eterni anche nel fisico, a condizione di cogliere senza sforzo i frutti del nutrimento, ma non quelli della scienza) forma dal terriccio gli animali di tutte le specie, e li presenta ad Adamo che apprende a chiamarli secondo il loro nome. Di questa pratica il testo dà la spiegazione: Adae vero non inveniebatur adiutor similis eius. Ciò vuol dire che Adamo non aveva allora alcun aiutante (cooperatore) della sua stessa specie. Gli sarà data Eva, ma non per farla lavorare o fecondarla. Sembra previsto che ai due sia dunque lecito adattare al loro servizio gli animali. Fatto il grave errore di cominciare dall'astuto serpente, Iddio muta il destino dell'umanità. Fuori dall'Eden soltanto Eva «conoscerà» il suo compagno, ne avrà figli che partorirà con dolore ed egli guadagnerà la vita col sudore della fronte. Anche dunque nella involuta ma millenaria sapienza del mito nascono collegate produzione e riproduzione. Se addomesticherà gli animali Adamo, sarà con fatica, avendo egli ormai adiutores, lavoratori, della stessa sua specie, similes eius. Assai rapidamente è caduto nel nulla l'Individuo, immutabile, intranseunte, digiuno del pane amaro e grande della sapienza, mostro ed aborto sacro al piacere dell'ozio, vero dannato al digiuno di opera, di amore e di scienza, cui pretesi materialisti del secolo attuale ancora vorrebbero sacrificare stolidi incensi: al suo posto la specie che pensa perché lavora, tra tanti adiutores, vicini, fratelli.

 

Eredità biologica e tradizione sociale

 

5. Fin dalle prime società umane il comportamento dei componenti dei gruppi diviene uniforme attraverso pratiche e funzioni d’insieme che, rese necessarie dalle esigenze della produzione ed anche della riproduzione sessuale, prendono la forma di cerimonie, di feste, di riti a carattere religioso. Questo primo meccanismo di vita collettiva e regola non scritta e nemmeno imposta o violata, diviene possibile non per insufflate o innate idee di società o di morale proprie dell'animale uomo, ma per l'effetto deterministico della evoluzione tecnica lavorativa.

 

La storia degli usi e costumi dei primi popoli, prima delle costituzioni scritte e del diritto coattivo, e il confronto colla vita delle tribù selvagge al primo contatto con l'uomo bianco, si spiegano soltanto con simili criteri di indagine. Ovvia è la ricorrenza stagionale delle feste in quanto stagionalmente ricorrono aratura, semina, raccolto. All'inizio, stagionale è anche per la specie uomo l'epoca dell'amore e della fecondazione, che l'ulteriore evoluzione condurrà ad essere, a differenza di ogni animale, esigenza di ogni tempo. Dei popoli dell'Africa sono descritte da romanzieri che hanno acquisita la cultura dei bianchi le feste a sfondo sessuale. Ogni anno si liberano gli adolescenti venuti a pubertà da legami imposti poco dopo la nascita ai loro organi, e alla cruenta operazione dei sacerdoti segue nella eccitazione del rumore e delle bevande un'orgia sessuale. Ma evidentemente anche una simile tecnica è sorta per preservare la prolificità della razza in condizioni difficili e che conducono a degenerazione ed impotenza ove manchi altro controllo, e forse vi sono cose più schifose nella inchiesta Kinsey sul comportamento dei sessi al tempo del capitale.

Che generazione e produzione vadano garantite insieme è antica tesi marxista e lo prova anche una bellissima citazione di Engels, sul proposito di Carlo Magno di migliorare la cultura agraria decaduta al suo tempo colla fondazione (non di colcos) di ville imperiali. Queste erano gestite da conventi e fallirono, come avvenne in tutto il Medio Evo: il complesso unisessuale e a-generativo non risponde alle esigenze di una attivata produzione. Ad esempio la regola di S. Benedetto può sembrare uno statuto comunista, tanto severamente - imposto il lavoro - è vietata qualunque appropriazione personale del minimo bene o prodotto, e consumo fuori della mensa in comune. Ma un tale ordinamento, per la sua castità e sterilità, incapace a riprodurre i suoi componenti, restò fuori della vita e della storia. Uno studio sugli ordinamenti paralleli di frati e di monache nel loro primo intento potrebbe forse fare molta luce sul problema della scarsa produzione rispetto al consumo del Medio Evo, specie in certe ardue e mirabili concezioni di Francesco e di Chiara, che non miravano alla macerazione per salvare lo spirito ma ad una riforma sociale per meglio nutrire la carne livida delle classi diseredate.

 

6. L'insieme sempre più ricco col passare del tempo delle norme di tecnica lavorativa nei vari campi di pesca, caccia, armentizia, agricoltura, coordinate al comportamento seguito da adulti validi, vecchi, giovani, madri gestanti e allevanti, coppie che si univano ai fini generativi, viene trasmesso da generazione in generazione per una doppia via: quella organica e quella sociale. Per la prima via le impronte ereditarie trasportano le attitudini e gli adattamenti del fisico dall'individuo generatore al generato, e giocano i secondari scarti personali; per la seconda, sempre più grandeggiante, il corpo di risorse del gruppo si tramanda per una via extrafisiologica ma non meno materiale, che è la stessa per tutti, e risiede nella «attrezzatura» ed «utensileria» di tutti i tipi che la collettività è riuscita a darsi.

 

In alcuni «Fili del tempo» fu mostrato che fino alla scoperta di mezzi di trasmissione più comodi come la scrittura, i monumenti, poi la stampa, ecc., si dovette fare leva massima sulla memoria dei singoli, esercitandola con forme collettive comuni. Dal primo monito materno andiamo fino alle conversazioni a temi obbligati fino alla noia dei vecchi, e alle recitazioni collettive: canto e musica sono supporti della memoria e la prima scienza è ammannita in versi e non in prosa, con accompagnamento musicale. Molta moderna sapienza della civiltà capitalista non potrebbe circolare che nella veste di orripilanti cacofonie!

Il seguito di tutto questo corredo impersonale, collettivo, che il gruppo umano si passa traverso il tempo non può certo esporsi senza una trattazione sistematica, ma la legge di essa fu accennata: esso stanca, man mano che il meccanismo si arricchisce, sempre meno la testa del singolo, e tutti sono sempre più portati a raggiungere uno stesso comune livello: il grande uomo, personaggio quasi sempre da leggenda, diviene sempre più inutile, sempre più inutile essendo palleggiare un'arma più grande di quelle degli altri, o fare una moltiplicazione più presto: un robot tra non molto sarà il più intelligente cittadino di questo stupidissimo mondo borghese, e forse al creder dei più il Dittatore su immensi paesi. Comunque la potenza sociale prevale sempre di più su quella organica, che in ogni caso è la piattaforma di quella dello spirito individuale. Anche qui può farsi richiamo ed una interessante sintesi recente:

Wallon, Collège de France, 1953: L'organique et le social chez l'homme. Pure criticando il materialismo meccanicista (del tempo borghese, e quindi agente entro l'individuo) l'autore illustra i sistemi di comunicazione tra gli uomini sociali e cita Marx, come vedremo a proposito del linguaggio in questa stessa parte. Ma registra nella sua rassegna il fallimento dell'idealismo e della moderna forma esistenzialista con una formula appropriata: «L'idealismo non si è contentato di circoscrivere il reale entro i limiti della Immagine (nella nostra mente). Esso ha altresì circoscritta l'immagine di ciò che considera come il reale!». E perviene dopo la rassegna delle varie recentissime vedute alla saggia conclusione: «Tra impressioni organiche ed immagini mentali non cessano di svolgersi azioni e reazioni mutue che mostrano quanto sono vuote le distinzioni di specie che i vari sistemi filosofici fanno tra la materia e il pensiero, l'esistenza e l'intelligenza, il corpo e lo spirito».

Da molti di questi apporti può dedursi che il metodo marxista ha finora dato la possibilità di dare alla scienza senza etichetta (o con etichetta di contrabbando) l'handicap di cento buoni anni di lavoro.

 

Fattori naturali e sviluppo storico

 

7. Con un ben lungo cammino le condizioni di vita delle prime gentes, delle, fratrìe comuniste, si evolvono, e naturalmente il ritmo non è per tutte lo stesso, diverse essendo le condizioni di ambiente fisico: natura del suolo e fenomeni geologici, situazione geografica e altimetria, corsi d'acqua, distanza dal mare, climatologia delle varie zone, flora, fauna e, così via. Con variabili cicli si passa dal nomadismo di orde vaganti alla sede fissa, alla sempre minore disponibilità di terra libera da occupatori, agli incontri e contatti tra tribù di sangue diverso, ed anche ai conflitti, alle invasioni ed in ultimo agli asservimenti, una delle origini della nascente divisione in classi delle antiche società ugualitarie.

 

Nelle prime lotte tra gentes, Engels ricorda, non essendo ammessa né la personale servitù né la commistione del sangue, la vittoria significava lo spietato annientamento della comunità sconfitta in tutti i suoi componenti. Ciò era effetto della necessità di non ammettere troppi lavoratori in terra ristretta e di non disordinare la disciplina sessuale e generativa, binari inseparabili dello sviluppo sociale. In seguito i rapporti furono più complessi e gli incroci e le fusioni frequenti, tanto più facilmente nei paesi temperati e fertili che videro i primi grandi popoli stabili. In questa prima parte non si vuole tuttavia ancora uscire dal campo preistorico. Quanto influiscano i dati geofisici nel più largo senso si vede anche dal confronto fatto da Engels a proposito del grande passo produttivo della sottomissione degli animali all'uomo, come nutrimento non solo ma come forza di lavoro. Mentre l'Eurasia possiede tutte le specie di animali utili all'addomesticamento, l'America non ne aveva in pratica che una sola, il lama, specie di grosso ovino (tutti gli altri vi furono acclimatati in tempi storici). Ne segue che i popoli di quel continente da quel punto si «fermano» nello sviluppo sociale rispetto a quelli del continente antico. I fideisti ne dettero spiegazione affermando nei primi tempi dopo Colombo che la redenzione non si era estesa a quella parte del pianeta, e in quelle teste non era sceso il lume dello spirito eterno. Evidentemente è ben altro ragionare se si spiega tutto non con l'assenza dell'Essere supremo, ma con quella di alcune modestissime specie di bestie.

Ma quel ragionare faceva comodo ai cristianissimi coloni trattandosi di sterminare gli indiani aborigeni come animali feroci, e di trasportare in loco i negri d’Africa riducendoli a schiavitù, e compiendo una rivoluzione etnica di cui il futuro solo potrà tirare le somme.

 

Preistoria e linguaggio

 

8. Il passaggio dal fattore razziale a quello nazionale può molto generalmente essere messo in corrispondenza al passaggio da preistoria a storia. Nazione s'intende un complesso di cui l'etnica non è che uno degli aspetti e in ben pochi casi quello dominante. Prima quindi di entrare nel campo della portata storica del fattore nazionale si presenta il problema degli altri fattori che vengono ad integrare quello della integrità razziale: primissimo quello del linguaggio. Non si può dare altra spiegazione della origine del linguaggio e delle lingue che quella tratta dai caratteri materiali dell'ambiente e dalla organizzazione produttiva. La lingua del gruppo umano è uno dei suoi mezzi di produzione.

 

Quanto sopra stabilito, sulla stretta connessione tra legame di sangue nelle prime tribù e inizio di una produzione sociale con date attrezzature di utensili, e sulla preminenza del rapporto tra gruppo umano e ambiente fisico sulla iniziativa e tendenza dell'individuo, sta nel nocciolo del materialismo storico. Due testi distanti tra loro mezzo secolo lo ribadiscono. Marx nelle Tesi su Feuerbach dice nel 1845: «L'essenza umana non è qualcosa di astratto insita nel singolo individuo. Nella sua realtà essa è l'insieme delle condizioni sociali». Intendiamo, noi marxisti, per condizioni sociali il sangue, la sede fisica, l'utensileria, l'organizzazione del gruppo dato.

Engels in una lettera del 1894 già da noi largamente usata per combattere il pregiudizio della funzione dell'individuo (Grande uomo, Battilocchio) nella storia, risponde al quesito: Quale sia la parte rappresentata dal momento (vedi punto tre) della razza e della individualità storica nella concezione materialistica della storia di Marx e di Engels. Come avemmo di recente a rammentare, Engels, sollecitato a passare all'individualità e a quel Napoleone che era evidentemente nel subcosciente dell'interrogatore per buttarlo giù di scanno senza il minimo esitare, sul punto razza non ci dà che un colpo solo di scalpello: «Ma la razza stessa è un fattore economico».

Le mezzecalzette della pseudocultura borghese possono ridere quando ci si ferma un poco a rilanciare l'arco immenso che va dai primi principii al risultato finale, come fa ad esempio la possente e dura a cedere scuola cattolica nel corso prestigioso dal caos primitivo alla eterna beatitudine delle creature.

I primi gruppi sono di sangue strettamente puro e sono gruppi-famiglia. Sono alla stessa stregua gruppi-lavoro ossia la loro «economia» è una reazione di tutti all'ambiente fisico in cui ciascuno ha lo stesso rapporto: non vi è proprietà personale, non classi sociali, non potere politico e Stato.

Non essendo noi né metafisici né mistici accettiamo, senza cospargerci il capo di cenere o considerare il genere umano insozzato da macchie da lavare, che insorga e proceda in mille sviluppi la commistione del sangue, la divisione del lavoro, la spartizione della società in classi, lo Stato, la guerra civile. Ma alla fine del ciclo con un miscuglio etnico generale e indecifrabile ormai, con una tecnica produttiva di intervento sull'ambiente di una tale complessa potenza che già prevede di occuparsi della regolazione dei fatti del pianeta, vediamo, con la fine di ogni discriminazione razziale e sociale, l’economia di bel nuovo comunista, ossia la fine alla scala terrestre della proprietà individuale, da cui si erano generati i transitori culti dei mostruosi feticci: la persona, la famiglia, la patria.

Tuttavia all'inizio l’economia di ogni popolo e il suo grado di attrezzatura produttiva è sua caratteristica insieme al tipo etnico.

Le ultime ricerche nelle tenebre preistoriche hanno condotto la scienza delle origini umane a riconoscere più punti di partenza nell'apparire dell'animale uomo sulla terra, e dalla evoluzione di altre specie. Non si può più parlare di un «albero genealogico» dell'umanità tutta e nemmeno delle sue sezioni. Uno studio di Etienne Patte (Facoltà di Scienze di Poitiers, 1953) combatté efficacemente la insufficienza di tale immagine tradizionale. Nell'albero ogni biforcazione tra due rami o ramoscelli è per così dire irrevocabile: di norma i due gruppi non vengono più ad «anastomizzarsi». La generazione umana è invece una rete inestricabile i cui tratti si rilegano di continuo tra loro: se non vi fossero stati incroci tra parenti ognuno di noi avrebbe otto bisavoli in tre generazioni, ossia in un secolo, ma già mille anni fa avrebbe oltre un miliardo di antenati, e dando alla specie l'età di seicento millenni, che sembra probabile, il numero di antenati sarebbe indicato da cifre astronomiche con migliaia di zeri. Rete dunque e non albero. Ed infatti nelle statistiche etniche nei popoli moderni i rappresentanti di tipi etnici puri figurano con percentuali bassissime. Di qui la bella definizione della umanità come un sungameion ossia, grecamente, un complesso in cui ci si incrocia in tutti i sensi: il verbo gaméo indica atto sessuale e rito nuziale. E si risale alla regola un po' semplicistica: l'incrocio di specie è sterile, quello di razze fecondo.

Comprensibile è la posizione del Papa che, nel respingere ogni minorità razziale, punto di vista nel senso storico ben avanzato, vuole che di razze si parli per le bestie ma non per gli uomini. Malgrado la sua cura nel seguire i dati ultimi delle scienze e la loro spesso geniale collimazione con quelli del dogma, non gli è dato abbandonare il biblico (sebbene più ebraico che cattolico sul terreno filosofico) albero genealogico che scende da Adamo.

Altro autore di tendenza spiccatamente antimaterialista non può tuttavia non concludere nel respingere la vecchia separazione di metodi tra antropologia e storiografia, in quanto quella i dati positivi se li deve cercare, questa li trova belli e fatti e soprattutto messi in serie cronologica. Nessuno dubita che Cesare visse prima di Napoleone; ma è un grosso quesito la precedenza tra l'uomo di Neanderthal e l'antropomorfo Proconsul...

Invece appunto la potenza del metodo materialista, applicato ai dati che la ricerca ha fornito, stabilisce facilmente la sintesi tra i due stadi, anche se la razza fosse un più decisivo fattore economico nelle gentes preistoriche, e la nazione, entità assai più complessa, nel mondo contemporaneo.

È solo su questa strada che si può dare il suo posto alla funzione del linguaggio, comune all'inizio ad uno stretto gruppo consanguineo e collaborante senza legami con gruppi esterni, o con soli legami di conflitti armati, comune invece oggi a popolazioni che occupano territori estesissimi.

Hanno espressione comune fonetica all'inizio i gruppi che hanno, al tempo stesso, comune la cerchia di riproduzione e l'attrezzatura e capacità produttiva di quanto è necessario alla vita materiale.

Può dirsi che l'uso di suoni per comunicazione tra individui si comincia a riscontrare presso le specie animali. Ma la modulazione del suono che possono emettere gli organi vocali di animali di una stessa specie (ereditarietà puramente fisiologica nella struttura e possibilità funzionale di tali organi) è molto lontana dalla formazione di una lingua con un dato complesso di vocaboli. Il vocabolo non fa la sua comparsa per designare il soggetto che parla o quello cui si dirige il discorso, l'esemplare di sesso opposto o la parte del corpo o la luce, la tenebra, la terra, l'acqua, il cibo o il pericolo. Il linguaggio per vocaboli nasce quando è nato il lavoro a mezzo di utensili, la produzione di oggetti di consumo a mezzo di opera associata di uomini.

 

Lavoro sociale e parola

 

9. Ogni attività umana comune a fini produttivi, nel più largo senso, esige per la utile collaborazione un sistema di comunicazione tra i lavoratori. Partendo dal semplice sforzo per la preda o per la difesa cui bastano gli incitamenti istintivi la spinta o l'urlo animale, allorché invece occorrono scelte di tempo o di luogo di azione, o di mezzo (attrezzo primitivo, arma, ecc.) in una serie lunghissima di tentativi falliti e di rettifiche, sorge la parola. Il procedimento è opposto a quello della illusione idealista: un innovatore immagina nel suo cervello senza mai averlo visto il nuovo metodo «tecnologico», lo spiega parlando agli altri, e ne dirige coi suoi ordini la realizzazione. Non la serie pensiero, parola, azione, ma proprio l'opposta.

 

Una riprova del reale processo naturale a proposito del linguaggio la troviamo ancora nel mito biblico, quello famoso della torre di Babele. Siamo già in presenza di un vero Stato dall'immenso potere con eserciti formidabili e cattura di prigionieri e di lavoratori forzati in numero immenso. Tale potere intraprende opere colossali soprattutto nella sua capitale (è storica la potenza della tecnica dei babilonesi non solo nell'edilizia ma nella idraulica fluviale e in campi affini) e secondo la leggenda vuole erigere una torre di altezza tale che con la cima abbia a toccare il cielo: è il solito mito della presunzione umana che la divinità atterra, come per il fuoco rapito da Prometeo, il volo di Dedalo, e così via. Gli innumerevoli operai, contromastri, architetti sono di diversa e lontana origine, non parlano le stesse lingue, non s'intendono tra di loro, la esecuzione dei progetti e delle disposizioni è caotica e contraddittoria e la costruzione, raggiunta una certa altezza, per gli errori dovuti alla confusione delle lingue non può che rovinare, sicché gli artefici o sono schiacciati o si disperdono atterriti dalla punizione degli dei.

Il significato involuto di tale storia è quello che non si può costruire se non si ha una lingua comune: pietre, braccia, leve, martelli, picconi non bastano se manca l'utensile, lo strumento di produzione, dato da uno stesso linguaggio e uno stesso lessico e formulario a tutti comune e ben noto. Nei selvaggi del centro dell'Africa si trova la stessa leggenda: la torre era fatta di legno e doveva arrivare alla luna. Oggi che tutti parliamo «americano» è un gioco da bambini elevare i grattacieli, stupidi più di assai di quelle torri geniali di barbari e di selvaggi.

Non vi è dunque dubbio alcuno che la definizione marxista del linguaggio sia che esso è uno degli strumenti della produzione. Il già citato articolo recentissimo del Wallon non può fare a meno di rifarsi, nell'esame delle più importanti dottrine, a quella da noi seguita: «Secondo Marx il linguaggio è legato alla produzione da parte degli uomini di istrumenti e di oggetti dotati di definita proprietà». E l'autore sceglie due citazioni magistrali, la prima di Marx (Ideologia tedesca): «Gli uomini si cominciano a distinguere dagli animali dal momento che cominciano a produrre i loro mezzi di sussistenza»; la seconda di Engels: «Dapprima il lavoro, in seguito e in combinazione con esso il linguaggio, ecco i due fattori più essenziali sotto l'influenza dei quali il cervello della scimmia si è trasformato gradualmente in cervello umano». Ed Engels quando scriveva non sapeva quali altri risultati riferiscono, loro malgrado, scrittori di pura filosofia idealista (Saller, Università di Monaco: Cos'è l'antropologia?). Oggi il cervello umano ha il volume di 1.400 centimetri cubici (dei genii e di noi fessi, lo sappiamo, lo sappiamo!). Un tempo lontanissimo, alla fase del sinantropo-pitecantropo con 1.000 centimetri cubici di cervello quel nostro antenato pare avesse già le prime nozioni di magia, seppelliva in certo modo i morti, sebbene fosse anche frequentemente cannibale; ma, oltre a usare da tempo il fuoco, aveva vari utensili: coppe per bere fatte di crani di bestie, armi di pietre, ecc. Ma le scoperte fatte specie nell'Africa del Sud hanno portato ben oltre: seicentomila anni fa (la cifra è del Wallon) un precocissimo nostro antenato, con soli 500 cmc. di cervello, usava già il fuoco, cacciava e mangiava la carne cotta degli animali, procedeva eretto come noi, e sola rettifica ai dati di Engels (1884), pare che già non vivesse sugli alberi come il suo stretto parente «australopiteco» ma si battesse coraggiosamente con le belve a livello del suolo.

Strano che lo scrittore da cui prendiamo queste notizie, smarrito da questi dati che martellano la teoria materialista nei suoi capisaldi, cerchi rifugio all'antropologia nella psicologia, per piangere sulle rovine dell'individuo elevato da un misterioso afflato extraorganico; e che nel tempo moderno della sovrappopolazione e del macchinismo degenererebbe a massa cessando di essere uomo. Ora, chi è più uomo: il simpatico pitecantropo da 500 cmc. (non me lo confondete con una volgare vetturetta utilitaria, di massa!) o lo scienziato, da 1.400, che dà la caccia alle farfalle sotto l'arco di Tito per erigere la pietosa equazione: scienza ufficiale più idealismo uguale disperazione?

 

Base economica e sovrastrutture

 

10. Il concetto di «base economica» di una data società umana si allarga dunque ben oltre i limiti di quella superficiale interpretazione che lo limita ai fatti della remunerazione del lavoro e dello scambio mercantile. Esso abbraccia tutto il campo delle forme di riproduzione della specie, o istituti familiari, e mentre ne formano parte integrante le risorse della tecnica e la dotazione di strumenti ed attrezzi materiali di ogni natura, non ne va limitata la portata a quella di un magazzino campionario, ma vi va incluso ogni meccanismo di cui si dispone per il trapasso di generazione in generazione di tutta la «sapienza tecnologica» sociale. In questo senso e come reti generali di comunicazione e trasmissione, vanno dopo il linguaggio parlato considerati e annoverati tra i mezzi di produzione, la scrittura, il canto, la musica, le arti grafiche, la stampa, in quanto sorgono come mezzi di trasmissione della dotazione produttiva. Nella considerazione marxista anche letteratura, poesia e scienza sono forme superiori e differenziate degli strumenti produttivi e nascono per rispondere alla medesima esigenza della vita mediata ed immediata della società.

 

Sorgono a tale proposito nel campo del movimento proletario questioni di interpretazione del materialismo storico: quali fenomeni sociali costituiscano in effetti la «base produttiva» o le condizioni economiche, cui si chiede la spiegazione delle sovrastrutture ideologiche, politiche, caratteristiche di una determinata società storica.

È noto che al concetto di una lunga graduata evoluzione della società umana il marxismo oppone quello di brusche svolte di passaggio da un'epoca ad un'altra, caratterizzate da diverse forme e rapporti sociali. A questi svolti mutano la base produttiva e le sovrastrutture. Al fine di chiarire questo concetto si è più volte fatto ricorso a testi classici, sia per porre al loro luogo le varie formule e nozioni, sia per ben chiarire che cosa è che bruscamente muta nel momento della crisi rivoluzionaria.

Nelle citate lettere di chiarimento a giovani studiosi del marxismo, Engels insiste sulle reciproche reazioni tra la base e la sovrastruttura: lo Stato politico di una data classe è squisitamente una delle sovrastrutture, ma esso a sua volta agisce con atti come i dazi protettori, le imposte, ecc., sulla base economica, ricorda tra l'altro Engels.

Fu poi al tempo di Lenin particolarmente necessario chiarificare il processo della rivoluzione di classe. Lo Stato, il potere politico, è quella sovrastruttura che più squisitamente si infrange in modo che possiamo dire istantaneo, per cedere il posto ad altra struttura analoga ma opposta. Ma non con la stessa immediatezza si cambiano quei rapporti che vigono nella economia produttiva, pure essendo stato primo motore della rivoluzione il loro contrastare con le sviluppate forze produttive. Così non spariscono in un giorno salariato, mercantilismo, ecc. Quanto agli altri aspetti delle sovrastrutture, ve ne sono di ancora più duri a morire e che sopravviveranno alla stessa base economica primitiva (poniamo il capitalismo), ed essi sono le ideologie tradizionali diffuse, anche nel seno della classe rivoluzionaria vincitrice, dal lungo periodo di precedente servaggio. Così ad esempio la sovrastruttura diritto, come forma scritta e praticamente applicata, sarà mutata rapidamente - invece molto lentamente sparirà l'altra sovrastruttura delle credenze religiose.

In molte occasioni si è fatto ricorso alla lapidaria prefazione di Marx alla sua Critica della economia politica del 1859. Non sarà male fermarvisi prima di proseguire sulla questione della linguistica.

Forze produttive materiali della società. Sono, ai vari momenti dello sviluppo, la forza di lavoro delle braccia dell'uomo, gli utensili e strumenti di cui si dispone per applicarla, la fertilità della terra coltivata, le macchine che aggiungono alla forza dell'uomo le energie meccaniche e fisiche; tutti i procedimenti di applicazione alla terra e ai materiali di quelle forze manuali e meccaniche, procedimenti di cui una data società ha nozione e possesso.

Rapporti di produzione relativi ad un dato tipo di società sono «i necessari rapporti reciproci in cui gli uomini entrano nella produzione sociale della loro vita». Sono rapporti di produzione la libertà o il divieto di occupare terra per lavorarla, di disporre di utensili, macchine, manufatti, di disporre dei prodotti del lavoro per consumarli, spostarli, assegnarli ad altri. Ciò in genere. In particolare sono rapporti di produzione la schiavitù, il servaggio, il salariato, la mercatura, la proprietà terriera, l'impresa industriale. I rapporti di produzione, con espressione che riflette non l'aspetto economico ma quello giuridico, possono parimenti dirsi rapporti di proprietà o anche in altri testi forme di proprietà: sulla terra, sullo schiavo, sul prodotto del lavoro del servo, sulle merci, sulle officine e macchine, ecc. Tale insieme di rapporti costituisce la base o struttura economica della società.

Il concetto dinamico essenziale è il contrasto che si determina tra le forze di produzione, ad un loro grado di evoluzione e sviluppo, e i rapporti di produzione o di proprietà, i rapporti sociali (tutte formule equipollenti).

Sovrastruttura, ossia ciò che deriva, che si sovrappone alla struttura economica di base, è fondamentalmente in Marx la impalcatura giuridica e politica di ogni data società: costituzioni, leggi, magistrature, corpi armati, potere centrale di governo. Questa sovrastruttura ha tuttavia un aspetto materiale, concreto. Ma Marx tiene a distinguere tra la realtà del trapasso nei rapporti di produzione e in quelli di proprietà e di diritto, e in fine di potere, e il trapasso quale si presenta nella «coscienza» del tempo e anche della classe vincente. Questa (fino ad oggi) è una derivazione della derivazione; una sovrastruttura della sovrastruttura, e forma il campo mutevole della opinione comune, della ideologia, della filosofia, dell'arte e sotto un dato aspetto (fino a che non è una normativa pratica) della religione.

Modi di produzione (preferibile a questo concetto non applicare il termine forme, usato per il concetto più ristretto di forme di proprietà) - Produktionsweisen - sono «le epoche successive di formazione economica della società» che Marx richiama a grandi tratti come quelli asiatico, antico, feudale, borghese.

Bisogna concretare in un esempio: la rivoluzione borghese in Francia. Forze produttive: l'agricoltura e i contadini servi - l'artigianato con le sue botteghe cittadine - le grandeggianti manifatture e fabbriche, le loro maestranze. Rapporti di produzione o forme di proprietà tradizionali: la servitù dei contadini alla gleba e la potestà feudale sulla terra e i suoi coltivatori - i legami corporativi ai mestieri artigiani. Sovrastruttura giuridico politica: potere dell'ordine nobiliare e di quello ecclesiastico, monarchia assoluta. Sovrastruttura ideologica: autorità di diritto divino, cattolicesimo, ecc. Modo di produzione: feudalesimo.

Il trapasso rivoluzionario si presenta: in modo immediato come passaggio del potere dai nobili e preti ai borghesi; la nuova sovrastruttura giuridico-politica è la democrazia elettiva parlamentare. I rapporti di produzione infranti sono: la servitù della gleba e la corporazione artigiana; i nuovi che subentrano: il salariato industriale (sopravvivendo artigianato autonomo e piccola proprietà contadina), il libero commercio interno nazionale, anche della terra.

La forza produttiva delle maestranze di fabbrica si svolge enormemente con l'assorbire ex contadini servi e artigiani. Si sviluppa in pari misura la forza del macchinario utensile e motore. La sovrastruttura ideologica subisce una lenta sostituzione cominciata prima della rivoluzione, non finita ancora: al fideismo e legittimismo subentrano il libero pensiero, l'illuminismo, il razionalismo.

Il nuovo modo di produzione, che dilaga sulla Francia e fuori al posto del feudalesimo, è il capitalismo: in esso il potere politico non è del «popolo» come nella coscienza «che quella rivoluzione ha di se stessa» ma della classe dei capitalisti industriali e dei proprietari borghesi di terra.

Per distinguere i due «strati» della sovrastruttura si potrebbero adottare i termini di sovrastrutture di forza (diritto positivo, Stato) e sovrastrutture di coscienza (ideologia, filosofia, religione, ecc.).

Marx dice che la forza materiale, la violenza, è a sua volta un agente economico. Engels nei passi citati e nel Feuerbach dice lo stesso con le parole che lo Stato (che è forza) agisce sulla economia e influenza la base economica.

Lo Stato di una nuova classe è dunque una molla potente perché mutino i rapporti produttivi. Dopo il 1789 quelli feudali in Francia furono rapidamente travolti in ragione dell'avanzato sviluppo delle moderne forze produttive che da tempo premevano. La stessa restaurazione del 1815, se dette il potere di nuovo alla aristocrazia terriera e ripristinò la monarchia legittimista, non pervenne tuttavia a rovesciare di nuovo i rapporti di produzione, le forme di proprietà, non fece regredire le manifatture e risorgere la grande proprietà signorile. Cambio di potere e trapasso di forme produttive possono bene andare storicamente e per limitati periodi in senso inverso.

Quid in Russia nell'Ottobre 1917? Il potere politico, sovrastruttura di forza che nel febbraio era passato dai feudali ai borghesi, passò ai lavoratori delle città sostenuti nella lotta dai contadini poveri. La sovrastruttura statale giuridica prese forme proletarie (dittatura e dispersione dell'assemblea democratica). Le sovrastrutture ideologiche ebbero un potente impulso in larghi strati verso quella propria del proletariato, nel mezzo al disperato resistere delle antiche e delle borghesi o semiborghesi. Le forze produttive in quanto di natura antifeudale presero slancio libero verso l'industria e l'agricoltura libera. Può dirsi che i rapporti di produzione, negli anni dopo l'Ottobre, divennero socialisti? No certamente, e ciò in qualunque caso esigerebbe un tempo non di mesi. Divennero essi semplicemente capitalisti? Non è esatto dire che divennero tutti e totalmente capitalisti perché a lungo sopravvissero forme precapitalistiche, come noto. Ma sarebbe tuttavia poco dire che presero impulso a trasformarsi soltanto in rapporti capitalisti.

A parte infatti le prime misure di comunismo da guerra civile ed antimercantili (case, pane, trasporti), dato che il potere è un agente economico di primo grado, altro è il trapasso dei rapporti di produzione sotto uno Stato borghese democratico altro sotto la dittatura politica proletaria.

Il modo di produzione si definisce da tutto il complesso dei rapporti di produzione e delle forme politiche e giuridiche. Se tutto il ciclo russo nell'arco svolto fino ad oggi ha condotto in pieno nel modo di produzione capitalistico, e oggi in Russia mancano rapporti socialisti di produzione, ciò è in relazione al fatto che dopo il 1917, dopo l'Ottobre, non è avvenuta la rivoluzione proletaria in Occidente, la cui importanza non era solo quella di puntellare il potere politico perché al proletariato russo non sfuggisse, come è poi stato, ma soprattutto di rovesciare nella economia russa forze produttive disponibili all'Ovest in eccesso, tali da determinare lo slancio verso il socialismo dei rapporti russi di produzione.

I rapporti di produzione non si verificano al momento della rivoluzione politica.

Poiché di un tale sviluppo il potere politico in Russia era l'altra condizione di uguale importanza (Lenin), è inesatta una formulazione che dica: solo compito storico del potere bolscevico dopo l'Ottobre è stato il passaggio dai rapporti sociali feudali a quelli borghesi. Fino al disperdersi dell'onda rivoluzionaria succeduta alla guerra mondiale del 1914, ossia circa fino al 1923, il compito del potere di Ottobre è consistito nel lavorare al trapasso dai modi e rapporti sociali feudali a quelli proletari. Tale lavoro si fece sulla sola via storica possibile e quindi sulla via maestra: solo dopo si può dare la formula che siamo in uno Stato che non è socialista né in modo attuale, né in modo potenziale. I rapporti di produzione successivi all'Ottobre sono in modo attuale parte pre-capitalisti parte capitalisti e in parte trascurabile quantitativamente post-capitalisti; la forma storica o meglio il modo di produzione storico non può dirsi capitalista, ma potenzialmente proletario e socialista. Questo è che importa!

Va dunque superata l'impasse della formula: base economica borghese, sovrastrutture proletarie e socialiste. E non certo negando il secondo termine, valido per sei anni almeno dopo la conquista della dittatura.

Stalin e la linguistica

 

11. La tesi staliniana che la lingua non è una sovrastruttura rispetto alla base economica, costituisce una falsa posizione del problema da risolvere, in quanto il risultato al quale Stalin voleva pervenire è un altro: in ogni passaggio da uno dei modi storici di produzione al successivo abbiamo mutamento sia della sovrastruttura che della base o struttura economica, mutamento dei poteri delle classi e della posizione delle classi nella società. Ma la lingua nazionale non segue le sorti né della base né delle sovrastrutture poiché non appartiene ad una classe ma a tutto l'insieme del popolo del dato paese. Quindi per salvare la lingua e la linguistica dagli effetti della rivoluzione sociale, si portano (piano piano insieme alla cultura nazionale e al culto della patria) sulla riva del turbinoso fiume della storia, fuori dal campo della base produttiva, fuori da quello delle derivazioni politiche e ideologiche.

 

Secondo Stalin, negli ultimi anni in Russia «è stata liquidata la vecchia base capitalista e una nuova base socialista è stata costruita. Parallelamente è stata liquidata la sovrastruttura della base capitalistica e creata una nuova sovrastruttura corrispondente alla base socialista [...]. Ma nonostante ciò la lingua russa è rimasta fondamentalmente quella che era prima della rivoluzione di Ottobre».

Il pregio di questi signori (abbia ciò scritto Stalin o chi per lui, segretario x o ufficio y) è di avere imparato a fondo l'arte di paludarsi semplici, chiari, alla portata di tutti, come suol dirsi da un secolo nella propaganda della cultura borghese, e soprattutto disinvoltamente concreti. Ed intanto questo che sembra così immediato ed accessibile non è che trucco, e ricaduta tutto di un pezzo nel modo di pensare borghese più rancido.

Tutto il trapasso sarebbe avvenuto «parallelamente». È tanto semplice! Non solo bisogna rispondere che quel trapasso non è avvenuto un bel corno, ma che se fosse avvenuto e quando avverrà le cose non andranno in quel modo! In questa formula da imbonitore di paesino non resta nulla del materialismo dialettico. La base influenza la struttura ed è attiva? Ed in qual senso la derivata sovrastruttura reagisce a sua volta e non è puramente plastica e passiva? E con quali cicli ed in quale ordine e con quale velocità storica avviene il trapasso e la sostituzione? Chiacchiere bizantine! Basta rimboccare la manica destra e poi la sinistra: Liquidazione! Creazione! Perdìo, fuori il creatore, fuori il liquidatore! Un simile materialismo non funziona senza un demiurgo, tutto è diventato cosciente e volontario, nulla più necessario e determinato.

Comunque l'argomentare si presta ad essere messo al passo sulla realtà: la base economica e la sovrastruttura, attraverso complesse vicende, da feudali che erano sotto lo Zar sono alla fine della vita di Stalin in pieno capitaliste. Siccome la lingua russa fondamentalmente è la stessa, la lingua non fa parte della sovrastruttura e non fa nemmeno parte della base.

Sembra che tutta la polemica sia diretta contro una scuola di linguistica improvvisamente sconfessata dall'alto, e che il capo di tale scuola sia il professore delle università sovietiche N. J. Marr, i cui testi ci sono ignoti. Egli avrebbe detto che la lingua fa parte della sovrastruttura. A sentire chi lo condanna, consideriamo N. J. Marr un buon marxista. Infatti è detto: «Una volta N. J. Marr constatando che la sua formula 'una lingua è una sovrastruttura rispetto alla base' incontrava obiezioni, decise di 'riaggiustare' la sua teoria e annunciò che 'la lingua è uno strumento della produzione'. Aveva ragione N. J. Marr di classificare la lingua tra gli strumenti della produzione? No, egli aveva certamente torto».

E perché? Secondo Stalin vi è una certa analogia tra la lingua e gli strumenti della produzione, perché anche questi possono avere una certa indifferenza verso le classi. Stalin vuol dire qui che ad esempio l'aratro come la zappa possono servire la società feudale e la borghese, e la socialista. Ma poi la differenza che darebbe marcio torto a N. J. Marr (e a Marx, e ad Engels: il lavoro, la produzione di utensili, in combinazione col linguaggio) è questa: gli strumenti di produzione producono beni materiali, la lingua no! Ma anche gli strumenti di produzione non producono beni materiali! I beni li produce l'uomo che li impugna! Gli strumenti sono impiegati dagli uomini nella produzione. Un bimbo per la prima volta afferra la zappa dalla lamina, e il padre gli urla: si prende per il manico. Quell'urlo, che diverrà poi una regolare «istruzione», è, quanto la zappa, impiegato alla produzione.

La spiritosa conclusione di Stalin rivela che il torto è suo: se la lingua, egli dice, producesse beni materiali, i chiacchieroni sarebbero le persone più ricche della terra! Ebbene, non è proprio così? L'operaio lavora con le sue braccia, l'ingegnere con la lingua: chi è pagato di più? Ci pare di aver narrato una volta del proprietario di provincia che, seduto all'ombra e pipando, senza posa incita il giornaliero che ha assunto, il quale suda e tace: mena lu zappone! Per tema che una breve sosta nel colpo gli tolga profitto.

Dialetticamente ci sentiamo di chiarire che Marr non ha riaggiustato nulla malgrado i fulmini a lui destinati: dialetticamente, perché non conosciamo lui, né i suoi libri. Anche noi abbiamo detto ad esempio che la poesia, dall'inizio del canto corale mnemonico, di tipo magico-mistico-tecnologico, primo mezzo di tramandare la dotazione sociale, ha il carattere di un mezzo di produzione. Poi al punto seguente abbiamo posto la poesia tra le sovrastrutture di una data epoca. Così per la lingua. Il linguaggio in generale, e il suo ordinamento in versi in generale, sono strumenti della produzione. Ma una data poesia, una data scuola poetica, relativa ad un paese e ad un secolo, fanno parte, staccandosi dalle precedenti e dalle seguenti, della sovrastruttura ideologica ed artistica di una data forma economica, di un dato modo di produzione. Engels: lo stadio superiore della barbarie «comincia con la fusione del ferro greggio e compie il passaggio alla civiltà con l'invenzione della scrittura alfabetica ed il suo uso per trascrizioni letterarie [...] il suo fiore più alto ci si offre con i poemi omerici, principalmente con l'Iliade».

Così potremmo cercare altri passi e mostrare la Commedia come epicedio del feudalesimo, le tragedie di Shakespeare come prologo al capitalismo.

Per l'ultimo grande pontefice del marxismo passerebbe come mezzo di produzione distintivo di un'epoca il ferro greggio, ma non la scrittura alfabetica, perché questa non produce beni materiali! Ma è l'uso umano della scrittura alfabetica che era indispensabile, tra l'altro, per arrivare agli acciai speciali della moderna siderurgia.

Così la lingua. In tutti i tempi è un mezzo di produzione, ma le singole lingue sono sovrastrutture, come quando l'Alighieri non scrive il suo poema nel latino dei classici o della Chiesa ma nel volgare italiano, o avviene con la Riforma il definitivo abbandono dell'antico sassone per il tedesco letterario moderno.

Così del resto per la zappa e per l'aratro. Se è vero che un dato strumento di produzione si può trovare a cavallo di due grandi epoche sociali separate da una rivoluzione di classe, è vero pure che il complesso della dotazione di utensili di una data società la fa «classificare» e la «costringe» - per l'urto ben noto contro i rapporti di produzione ad assumere la nuova forma che le compete. Troviamo il tornio da vasaio nella barbarie, il moderno tornio a motore di precisione nel capitalismo. Ed ogni tanto uno strumento antico scompare, come il classico arcolaio di Engels, arnese da museo.

Così per la zappa e l'aratro. La società del capitalismo industriale non ha la possibilità di eliminare la piccola ed improba coltura della terra che torce la spina dorsale tanto orgogliosamente drizzata dal pitecantropo. Ma una organizzazione comunista su trama industriale completa conoscerà indubbiamente solo l'aratrice meccanica. E così sconvolgerà la lingua dei capitalisti, e non si sentiranno più le comuni formule usando le quali gli stalinisti affettano di condurre con essi il contraddittorio: morale, libertà, giustizia, legalità - popolare, progressivo, democratico, costituzionale, costruttivo, produttivo, umanitario, ecc., che appunto formano la dotazione grazie alla quale la maggior ricchezza finisce nelle tasche dei fanfaroni: funzione identica a quella di altri materiali utensili: il fischietto del capofabbrica, le manette del questurino.

 

Tesi idealista della lingua nazionale

 

12. Il negare che il linguaggio umano in genere abbia l'origine e la funzione di strumento produttivo, e che le società di classe abbiano tra le loro sovrastrutture (sia pure tra quelle di sostituzione non immediata, ma graduale) la locale e contingente lingua parlata e scritta, vale ricadere in pieno nelle dottrine idealiste, e vale abbracciare politicamente il postulato borghese del passaggio ad una lingua comune agli illetterati di vari dialetti e ai dotti di tutto un paese politicamente unito, vera rivoluzione linguistica che segnò l'avvento dell'epoca capitalistica.

 

Poiché secondo il testo in esame la lingua non è una sovrastruttura della base economica, e nemmeno è uno strumento produttivo, viene fatto di chiedersi quale ne sia la definizione. Ebbene eccola: «La lingua è un mezzo, uno strumento con l'aiuto del quale gli uomini comunicano gli uni con gli altri, scambiano i pensieri e giungono a comprendersi reciprocamente. Essendo direttamente connessa con il pensiero, la lingua registra e cristallizza in parole e in parole coordinate in proposizioni, i risultati del pensiero e i successi del lavoro di ricerca dell'uomo, rendendo così possibile lo scambio di idee nella società umana».

Questa sarebbe dunque la soluzione marxista del quesito. Noi non vediamo quale ideologo ortodosso e tradizionale non possa sottoscrivere questa definizione. È palese che secondo essa l'umanità progredisce attraverso un'opera di ricerca fatta nel pensiero e formulata in idee, passa da questa fase individuale a quella collettiva e di applicazione mediante l'uso del linguaggio che permette al ritrovatore di passare la sua conquista agli altri uomini. È il perfetto rovescio dello sviluppo materialista di cui ci siamo occupati (collimando le abituali citazioni dei nostri testi di base): dall'azione alla parola, dalla parola all'idea, ma ciò inteso non come processo nell'individuo, bensì nella società, e quindi meglio: dal lavoro sociale al linguaggio, dal linguaggio alla scienza, al pensiero collettivo. La funzione di pensare nel singolo è derivata e passiva. La definizione di Stalin è dunque schietto idealismo. Il preteso scambio dei pensieri, è la proiezione nella fantasia del borghese scambio di merci.

Molto strano è che l'accusa di idealismo sia rivolta al disgraziato Marr il quale nel sostenere la tesi della mutazione nelle lingue pare sia giunto fino alla previsione di una decadenza della funzione del linguaggio per far luogo ad altre forme. Si accusa il Marr di avere con ciò ipotizzato un pensiero che si trasmette senza lingua, e sarebbe affondato nel pantano dell'idealismo. Ma in questo pantano fanno più pena quelli che ci sanno stare a galla. Viene trovata la tesi di Marr in contraddizione colla frase di Carlo Marx: «La lingua è la realtà immediata del pensiero [...]. Le idee non esistono separatamente dalla lingua».

Ma non è questa chiara tesi materialista negata in pieno proprio dalla definizione prima riportata di Stalin, secondo cui la lingua è ridotta ad un mezzo per scambiare idee e pensieri?

Ricostruiamo l'audace teoria del Marr a modo nostro (questo dovrebbe permettere il possesso di una teoria di partito al di sopra di generazioni e frontiere). La lingua è, fin qui perfino Stalin, uno strumento col quale gli uomini comunicano. La comunicazione tra gli uomini non avrebbe a che fare con la produzione?! Questo lo afferma la teoria economica borghese secondo cui si finge che ognuno produce da solo e poi conosce l'altro solo sul mercato, per veder di fregarlo. L’espressione marxista giusta non sarebbe: comunicano per aiutarsi nel comprendersi, ma: comunicano per aiutarsi nel produrre. Quindi vi strappiamo di bocca che è giusto il criterio di mezzo di produzione. Quanto al metafisico comprendersi, sono passati seicentomila anni e a quanto pare tra scolari dello stesso maestro non ci capiamo ancora!

Ed allora la lingua è un mezzo tecnologico di comunicazione. È il primo di tali mezzi. Ma è forse esso l'unico? No di certo. Ne appare nel corso dell'evoluzione sociale una serie sempre più ricca, e non è affatto fuori luogo la ricerca di Marr su quelli che potranno soppiantare la lingua parlata in grande misura. Con ciò Marr non dice affatto che il pensiero come elaborazione immateriale di un soggetto individuo passerà agli altri senza prendere la forma naturale del linguaggio. Marr evidentemente indica, con la formula tradotta «processo del pensiero», che si svilupperà in forme che saranno al di sopra della lingua, non la metafisica escogitazione individuale, ma la dotazione di conoscenza tecnologica propria di una società sviluppata. Nulla di escatologico e di magico.

Un esempio molto semplice. Il timoniere dell'imbarcazione a remi comanda «alla voce». Così il nocchiero della nave a vela e dei primi vaporetti. «Go ahead!». Avanti a tutta forza... Mezza forza indietro... La nave diventa troppo grande e il capitano urla in un portavoce che comunica con la sala macchine, ma poi ciò non basta, e prima degli altoparlanti (una vera invenzione retrograda) si fa un telegrafo meccanico, a maniglia, poi elettrico, che sposta le sfere del quadrante di segnali sotto l'occhio del macchinista. Infine il cruscotto di un grande aereo è tutto pieno di strumenti che trasmettono le possibili disposizioni ad ogni organo. La parola va cedendo il passo, ma a mezzi tanto materiali quanto essa, anche se evidentemente sono meno naturali, come gli utensili moderni sono meno naturali del ramo spezzato divenuto arma.

Inutile tracciare tale serie grandiosa. Parola parlata, parola scritta, stampa, e tutti gli infiniti algoritmi, le simboliche matematiche, che già sono divenuti internazionali; come in tutti i campi tecnici e di servizi generali vigono convenzioni ad uso universale per trasmettere comunicazioni precise meteorologiche, elettrotecniche, astronomiche, ecc. Tutte le applicazioni elettroniche, il radar e simili, tutti i tipi di registrazione di segnali arrivanti sono nuovi legami tra gli uomini resi necessari dai complessi sistemi di vita e produzione, che già in cento campi ignorano la parola, la grammatica, la sintassi, per la cui immanenza ed eternità Stalin spezza sul dorso di N. J. Marr formidabili lance.

Può forse il sistema capitalistico non pensare sempiterno il modo di coniugare il verbo avere, il verbo valutare, di declinare l'aggettivo possessivo, e di porre come cardine di ogni enunciazione il pronome personale? Un giorno se ne riderà come del Voi, del Lei, del Loro e del Sua Signoria e del servitor suo umilissimo e del buoni affari che si scambiano i commessi viaggiatori.

 

Riferimenti e deformazioni

 

13. In tutte le trattazioni marxiste è fondamentale la tesi che la rivendicazione di una lingua nazionale è una caratteristica storica di tutte le rivoluzioni antifeudali, essendo essa necessaria al legame e alla comunicazione tra tutte le piazze del sorto mercato nazionale, al trasferimento utile in tutto il territorio dei proletari divelti dalla gleba, alla lotta contro la influenza delle forme tradizionali religiose, scolastiche, culturali poggiate da un lato sull'uso del latino come lingua dotta, e sullo sminuzzamento in dialetti della parlata locale dall'altro.

 

Per sostenere la sua, veramente nuova nel senso del marxismo, teoria della lingua extraclassista, Stalin si preoccupa di superare la contraddizione, evidentemente invocata da varie parti, con testi di Lafargue, Marx, Engels, e perfino... Stalin. Il buon Lafargue viene buttato a mare senz'altro. Egli in un opuscolo, La lingua e la rivoluzione, aveva parlato di una improvvisa rivoluzione linguistica avvenuta in Francia tra il 1789 e il 1794. Periodo troppo breve, dice Stalin, e poi se mai un piccolo gruppo di vocaboli della lingua scomparve e fu sostituito con nuovi. Se mai, sono proprio quei vocaboli che avevano maggiore attinenza con i rapporti della vita sociale. Alcuni furono espulsi con leggi della Convenzione. È noto l'aneddoto satirico controrivoluzionario. «Come vi chiamate, cittadino?». «Marquis de Saint Roiné». «Il n'y a plus de marquis! [non ci sono più marchesi]». «De Saint Roiné!». «Il n'y a plus de 'de'! [particola nobiliare]». «Saint Roiné!». «Il n'y a plus de Saints!». «Roiné!». «Il n'y a plus de rois!». «Je suis né! [io sono nato]», gridò il disgraziato. Stalin aveva ragione: il participio non era cambiato.

In un articolo, Sankt Max, che confessiamo di non conoscere, Carlo Marx aveva detto che i borghesi «hanno una loro lingua, prodotto della borghesia» e che tale lingua è permeata di uno stile di mercantilismo, di compravendita. Ed infatti i mercanti di Anversa si capivano in pieno Medioevo, con quelli di Firenze, e questa è una «gloria» della lingua italiana, lingua madre del capitale. Come nella musica ovunque scrivono andante, allegro, pianissimo e così via, così su qualunque piazza europea valgono le parole firma, sconto, tratta, riporto e dovunque si somiglia il pestifero gergo della corrispondenza commerciale «ad evasione della pregiata vostra a margine notata». Ora quale toppa mette Stalin alla incontrovertibile citazione? Invita a leggere altro passo dell'articolo: «Il concentramento dei dialetti in una unica lingua nazionale, è risultato del concentramento economico e politico». Ma dunque? La sovrastruttura lingua segue qui lo stesso processo della sovrastruttura Stato e della base economica. Ma come non è immanente e definitivo il concentrarsi del capitale, l'unificarsi dello scambio nazionale, il concentramento politico nello Stato capitalista, ma sono risultati storici legati al dominio e al ciclo borghese, così è di questo aderente fenomeno del passaggio dai dialetti locali alla lingua unitaria. Sono nazionali il mercato, lo Stato e il potere in quanto sono borghesi. Nazionale diviene la lingua, in quanto è lingua borghese.

Engels, sempre ricordato da Stalin, nella Situazione della classe lavoratrice in Inghilterra dice: «La classe operaia inglese è diventata un popolo completamente diverso dalla borghesia inglese [...] gli operai parlano un altro dialetto, hanno altre idee e concezioni, altri costumi e principii morali, altra religione e altra politica che la borghesia».

La toppa anche qui è poverissima: Engels non ammette con questo che vi siano lingue di classe, perché parla di dialetto, e il dialetto è un derivato della lingua nazionale. Ma non abbiamo stabilito che è la lingua nazionale una sintesi di dialetti (o l'esito di una lotta tra dialetti) e che questo è un processo di classe, legato alla vittoria di una precisa classe, la borghesia?

Lenin poi deve scusarsi di avere riconosciuto la esistenza di due culture sotto il capitalismo, una borghese e l'altra proletaria, e che la parola d'ordine della cultura nazionale sotto il capitalismo è una parola d'ordine nazionalista. Vada per la illusione di castrare Lafargue, bravomo, ma castrare di seguito Marx, Engels e Lenin è una grossa impresa. La risposta è che altro è lingua e altro è cultura. Ma che cosa viene prima? Per l'idealista che ammette il pensiero astratto la cultura è prima e al di sopra della lingua, ma per il materialista, dato che la parola preesiste all'idea, non può formarsi cultura che in base alla lingua. La posizione di Marx e di Lenin è dunque: la borghesia non ammetterà mai che la sua sia una cultura di classe, ma afferma che sia la cultura nazionale del dato popolo, e quindi la sopravvalutazione della lingua nazionale le serve da potente remora al formarsi di una cultura, meglio di una teoria, di classe, proletaria e rivoluzionaria.

Viene il bello quando Stalin, a guisa di Filippo Argenti, addenta se stesso. Nel XVI Congresso del Partito egli aveva detto che all'epoca del socialismo mondiale tutte le lingue nazionali si fonderanno in una sola. La formula pare veramente la più radicale, e non è facile conciliarla con l'altra data assai dopo della lotta tra due lingue di cui una prevale e assorbe l'altra senza che lasci traccia. L'autore se la cava dicendo che non si è capito trattarsi di due epoche storiche ben diverse: la lotta e l'incrocio delle lingue avviene in pieno tempo capitalista, mentre la formazione della lingua internazionale avverrà in pieno socialismo; ed allora «è assurdo esigere che l'epoca del dominio del socialismo non sia in contraddizione con l'epoca del dominio del capitalismo, che il socialismo e il capitalismo non si escludano a vicenda». Oh bella, qui si resta di stucco. Non si è data tutta la forza della propaganda, da parte stalinista, a sostenere che il dominio del socialismo in Russia non solo non esclude quello del capitalismo in Occidente, ma può con esso pacificamente convivere?

Da tutto questo impiccio non si può dedurre che una sola legittima conclusione. Con le nazioni capitaliste dell'Ovest convive sì il potere russo, in quanto anche esso è un potere nazionale, con la sua lingua nazionale fieramente difesa nella sua integrità, lontano dalla futura lingua internazionale della stessa distanza che ormai separa la sua «cultura» dalla teoria rivoluzionaria del proletariato mondiale.

Eppure, che la formazione nazionale delle lingue rifletta strettamente quella degli Stati nazionali e dei mercati nazionali, e sia fatto proprio e caratteristico del tempo borghese, lo stesso autore è costretto in certi passi a darne atto. «Più tardi, con il sorgere del capitalismo, con la liquidazione dello sminuzzamento feudale e con la formazione del mercato nazionale, le nazionalità si sviluppano in nazioni e le lingue delle nazionalità in lingue nazionali». Questo è ben detto. Ma dopo è mal detto che «la storia ci dice che le lingue nazionali non sono lingue di classe ma lingue di tutto il popolo, comuni ai membri della nazione ed uniche per la nazione». La storia ha detto questo quando si è ricaduti nel capitalismo. Come secoli fa in Italia i signori, i preti e i dotti parlavano latino e il popolo una specie di dialetto toscano; come in Inghilterra i nobili parlavano francese e il popolo inglese; così in Russia la lotta rivoluzionaria aveva condotto a questo: gli aristocratici parlavano francese, i socialisti parlavano tedesco e i contadini parlavano, non diremo russo, ma una dozzina di lingue e un centinaio di dialetti. Se il movimento fosse continuato sulla via rivoluzionaria di Lenin presto avrebbe avuto anche una lingua sua propria: già si parlocchiava tutti un «francese internazionale». Ma Giuseppe Stalin non capiva neanche quello: solo il georgiano e il russo. Era l'uomo per la nuova situazione, per quella in cui una lingua ne inghiotte dieci altre e per farlo usa l'arma della tradizione letteraria; per la situazione di un autentico spietato nazionalismo, che con tutto il resto segue la legge di accentrare anche la lingua e dichiararne intangibile il patrimonio.

È strano - o forse non lo è se questo movimento non rinunzia a sfruttare le simpatie e l'attaccamento del proletariato estero alle tradizioni marxiste - che il testo faccia proprio questo decisivo passo di Lenin: «La lingua è il mezzo più importante di comunicazione umana; l'unità della lingua ed il suo sviluppo senza ostacoli è una delle condizioni più importanti per un commercio realmente libero e vasto, adeguato al capitalismo moderno, per un libero e vasto aggruppamento della popolazione in classi». È dunque ben chiaro che il postulato della lingua nazionale non è immanente ma storico: è legato - utilmente - all'avvento del capitalismo sviluppato.

Ma è chiaro che tutto cambia e si capovolge quando cade il capitalismo, cade il mercantilismo, e cade la divisione della società in classi. Con questi istituti sociali, le lingue nazionali periranno. Alla rivoluzione che contro essi tende, è estranea e nemica la rivendicazione della lingua nazionale, non appena il pieno capitalismo ha vinto.

 

Dipendenza personale ed economica

 

14. Costituisce deviazione radicale dal materialismo storico la sua limitazione alle epoche in cui vi sono rapporti direttamente mercantili e monetari tra detentori sia di prodotti che di strumenti produttivi, terra compresa, mentre la teoria va applicata anche alle epoche precedenti in cui non vi era ancora distinzione tra possessi di privati ma si ponevano le basi delle prime gerarchie nel rapporto sessuale e familiare. Questo errore di abbandonare a dati non deterministi la spiegazione della sfera dei fenomeni generativi e familiari fa ben riscontro all'altro estremo alla avulsione del fatto linguistico dalla dinamica delle classi; trattandosi sempre della tolleranza che decisivi settori della vita sociale possono essere sottratti alle leggi del materialismo dialettico.

 

In uno scritto condotto direttamente al fine di far cadere in difetto la interpretazione marxista della storia, e pretendendo che questa si riduca (come purtroppo nel concetto di alcuni incauti e improvveduti seguaci del movimento comunista) a dedurre gli sviluppi della storia politica dall'urto tra le classi che hanno diversa partecipazione alla ricchezza economica e alla sua spartizione, si assume come prova che Roma antica aveva già un ordinamento a tipo statale completo quando il gioco sociale non si svolgeva tra classi di ricchi patrizi terrieri, poveri e plebei contadini e artigiani, e schiavi, ma era ordinato sulla base della potestà del padre di famiglia.

L'autore dello scritto (De Vinscher, Bruxelles, 1952, Proprietà e potere familiare nell'antica Roma) distingue due fasi nella storia dell'ordinamento giuridico: quella più recente e che instaurò il ben noto diritto civile che la moderna borghesia ha fatto proprio, con la libera permutabilità di ogni oggetto e possesso sia mobile che immobile, e che potremmo dire fase «capitalista», e quella più antica in cui l'ordinamento e la legge civile erano ben diversi vietando in gran parte dei casi il trasferimento e la vendita se non con regole strettamente basate sull'ordine della famiglia, di tipo patriarcale. Sarebbe una fase «feudale», se premettiamo a questo feudalesimo e capitalismo nel mondo antico la caratteristica che in essi era presente una classe sociale che manca nel Medioevo ed Evo moderno, quella degli schiavi. Questi sono esclusi dalla legge e considerati come cose e non persone soggetto di diritto: nei limiti della cerchia degli uomini liberi, dei cittadini, una costituzione basata sulla famiglia e sulla personale dipendenza nel suo seno precede quella successiva fondata sul libero trapasso dei beni, purché consentano venditore e compratore.

Si vuole smentire la «priorità che il materialismo storico ha lungamente fatto riconoscere alle nozioni del diritto patrimoniale nello svolgimento delle istituzioni». Ciò sarebbe vero se la base cui fa riferimento il materialismo storico fosse il puro fenomeno economico, di proprietà, di patrimonio nel senso moderno, e se invece tale base non comprendesse tutta la vita di specie e di gruppo e qualunque disciplina dei rapporti che sorge dalla difficoltà dell'ambiente, e soprattutto la disciplina della generazione e dell'organizzazione familiare.

Come si sa e come vedremo ancora nella seconda parte, non appaiono proprietà private e istituzioni di potere di classe nelle antiche comunità o fratrìe. Bensì è già apparso il lavoro e la produzione e questa è la base materiale assai più vasta di quella strettamente intesa come giuridica ed economica cui il marxismo si riferisce: a tale base mostrammo che si collega la «produzione dei produttori» ossia la generazione dei componenti la tribù che si tramanda con assoluta purezza razziale.

In questa gens pura non vi è altra dipendenza ed autorità che quella del membro sano adulto e vigoroso sui giovani da allevare e preparare alla vita sociale semplice e serena. La prima autorità che sorge quando la promiscuità dei sessi tra gruppo di maschi e gruppo di femmine comincia a essere limitata è il matriarcato, in cui la mater è il capo della comunità: non si determina ancora spartizione delle terre o di altro. A questa pone base il patriarcato prima poligamo e poi monogamo: il maschio capo famiglia è un vero capo amministrativo politico e militare, disciplina la attività dei figli e più in là quella dei prigionieri e dei vinti resi in schiavitù. Siamo sulle soglie della formazione di uno Stato di classe.

A questo punto è possibile nelle grandi linee, intendere il vecchio ordinamento romano, cui si attribuisce la vita di un millennio (Giustiniano ne cancellò definitivamente le ultime tracce), del mancipium. Da questi, pater familias in seguito, dipendono uomini e cose: la donna o le donne, i figli, che sono liberi, gli schiavi e la loro prole, il bestiame tutto dell'azienda, la terra e tutti gli attrezzi prodotti e derrate. Tutte queste cose all'inizio non sono alienabili senza una rara e difficile procedura che si chiama emancipazione, o acquistabili senza l'inversa, che è la mancipatio. Di qui la famosa distinzione in res mancipii, cose inalienabili, e res nec mancipii, cose a piacere commerciabili, che fanno parte del normale patrimonium, suscettibile di estendersi e diminuirsi.

Ora, mentre nel secondo stadio, quando nulla è più res mancipii, e tutto è libero articolo di commercio (tra non schiavi) prevale il valore economico e pare ovvio a tutti che le lotte per il potere politico si incardinino sugli interessi di opposte classi sociali, secondo che è distribuita la terra e la ricchezza; nel primo al valore economico e al diritto patrimoniale da titolo di libero acquisto era sostituito un imperium personale del capo di famiglia, cui l'ordinamento che vige riconosce le tre facoltà del mancipium, della manus, e della patria potestas, che ne fanno il cardine della società del tempo.

Per il marxista è evidentemente un banale equivoco quello che al primo stadio di rapporti non si possa applicare il determinismo economico. L'equivoco si basa sulla tautologia che nell'ordinamento mercantile tutto si svolga tra «eguali» e che le dipendenze personali siano scomparse per cedere il luogo allo scambio tra equivalenti, secondo la famosa legge del valore. Ma il marxismo viene appunto a provare che lo scambio commerciale illimitato e «giustinianeo» dei prodotti e degli strumenti si risolve in una nuova e pesante dipendenza personale, pei componenti le classi sfruttate e lavoratrici.

È dunque più che agevole sfuggire all'insidia che ogni volta che il rapporto sociale gravita sull'ordine familiare, esso non debba spiegarsi con l'economia produttiva ma col gioco di fattori «affettivi», e quindi che rientri a bandiera spiegata l'idealismo. Anche il sistema di rapporti basati sulla generazione e la famiglia è sorto per corrispondere nel modo migliore alla vita del gruppo nel suo ambiente fisico e alla produzione lavorativa necessaria, e la deduzione rientra nelle leggi del materialismo altrettanto bene come quando si è, molto più oltre, nella fase degli scambi unitari tra detentori individuali di prodotti.

Ma è certo di soccombere alla riscossa idealistica quel marxismo che questo non sappia vedere, e conceda per un momento che oltre ai fattori dell'interesse economico concretizzato nel possesso di un patrimonio privato e nello scambio di beni privati (inclusa tra i beni scambiabili la forza umana di lavoro) vivano come fattori separati non trattabili della stessa dinamica materialista quelli del sesso, dell'affetto familiare, dell'amore; e soprattutto cada nella crassa banalità che tali fattori in certi momenti sovrastano e capovolgono quello della base economica con forze superiori.

È invece sulla unica pietra angolare dello sforzo per la vita immediata della specie, che integra inseparabilmente alimentazione e riproduzione, e se necessario subordina la conservazione dell'esemplare a quella della specie, che il materialismo storico poggia la faticosa immensa costruzione che in sé racchiude tutte le manifestazioni della umana attività fino alle ultime e più complesse e grandiose.

Chiuderemo questa parte con Engels ancora, a mostrare la solita fedeltà di scuola, o aborrimento da ogni novità. È sempre l'evolvere degli strumenti produttivi che sta alla base del passaggio dall'imperium patriarcale alla proprietà privata libera. Nello stadio barbaro superiore già appare la divisione sociale del lavoro tra artigiani e agricoltori, la differenza tra città e campagna... La guerra e la schiavitù sono già nate da tempo:

«Accanto alla differenza tra liberi e schiavi appare quella tra ricchi e poveri; con la nuova divisione del lavoro appare una nuova scissione della società in classi. Le differenze dei possessi tra i singoli capifamiglia spezzano l'antica comunità familiare comunistica [...], e con essa la comune coltivazione del suolo a pro' e per conto di questa comunità. La terra coltivabile è assegnata per lo sfruttamento a famiglie singole, dapprima per un periodo di tempo, più tardi per sempre. Il passaggio alla piena proprietà privata si compie gradualmente e parallelamente a quello dal matrimonio di coppia alla monogamia. La famiglia singola comincia a divenire l'unità economica della società».

E una volta ancora la dialettica insegna come la famiglia singola, questo preteso valore sociale fondamentale vantato da fideisti e illuministi borghesi, che affetta le società a proprietà privata, anche essa è un istituto transitorio, e negatale ogni base fuori della materiale determinazione, che si cerchi nel sesso o nell'amore, sarà distrutta dalla vittoria del comunismo ed è già nella sua dinamica tutta studiata e condannata alla fine dalla teoria materialista.


 

PARTE SECONDA

Interpretazione marxista della lotta politica e diverso peso del fattore nazionale nei modi storici di produzione

 

Da razza a nazione

 

1. Il passaggio dal gruppo etnico o «popolo» alla «nazione» non avviene che in relazione alla comparsa dello Stato politico, con le sue caratteristiche fondamentali di circoscrizione territoriale e di organizzazione di forza armata - e quindi dopo la cessazione del primitivo comunismo e la formazione delle classi sociali.

 

Astraendo da ogni movimento letterario e da ogni influenza idealista, riferiamo la categoria razza al fatto biologico, la categoria nazione al fatto geografico. Tuttavia altro è nazione come fatto storico definito, altro è nazionalità, e per nazionalità deve intendersi un aggruppamento che risente dei due fattori, quello razziale, e quello politico.

La razza è fatto biologico, dato che, per classificare un esemplare animale in quanto a razza, non ci domandiamo dove sia avvenuta la sua nascita, ma da quali genitori, e se entrambi (fatto ben raro nel mondo odierno) erano dello stesso tipo etnico, gli esemplari da essi nati appartengono a tale tipo e sono come razza precisamente classificati. Ovunque sono stati diffusi quei bei maiali tutti biancorosei che si chiamano Yorkshire, dalla contea inglese ove ebbe origine l'allevamento, rigorosamente selezionato, il che - ha qui ragione il Papa - può farsi con sicurezza solo per le bestie e non per gli uomini, almeno da quando questi, per i due sessi, non si tengono in gabbia come in talune forme schiaviste. E così per le vacche bretoni, i cani danesi, i gatti siamesi, e via via; il nome geografico non esprime più che un fatto di allevamento.

Tuttavia cose simili avvengono anche per l'uomo ed anche oggi, e negli Stati Uniti d'America (negri a parte, di cui in alcuni Stati della Confederazione è tuttora vietato il matrimonio coi bianchi) vi è un Primo Carnera di babbo e mamma friulani, ma cittadino americano, e tanti, tanti Gennarini Espositi di sangue partenopeo, ma fierissimi di avere conseguito «a carta e' citatino».

La classificazione degli uomini come appartenenti ad una nazione si fa invece con concetto non biologico o etnologico, ma puramente geografico, e dipende dal luogo dove sono nati, in linea generale, salvo i casi sofistici e rari dei nati a bordo di bastimenti in navigazione e via dicendo.

Ma da ogni lato preme il difficile imbroglio delle nazioni che comprendono più nazionalità, ossia non soltanto più razze - le quali sono progressivamente sempre più indefinibili biologicamente come tipi puri - ma più gruppi distinti per lingua e anche per abitudini, costumi, cultura e così via.

Se possiamo ancora definire «popolo» la turba nomade formata dalla unione di tante tribù di razza affine che percorre talvolta interi continenti alla ricerca di suoli che la alimentino e spesso invade sedi di popoli già stabili geograficamente per il saccheggio o per il proprio stesso insediamento, evidentemente non siamo ancora in diritto, prima di tale ultimo evento, di adoperare il termine di nazione, che si riferisce al luogo di nascita, ignoto e indifferente per chi fa parte di una massa che, con i suoi bagagli e carri che fanno da principale tipo di abitazione, dimentica la topografia dei suoi itinerari.

Il concetto di sede fissa di un gruppo umano implica quello di confini a cui limita la sua zona di soggiorno e di lavoro, e si suol dire dal comune storiografo che implica una protezione di tale confine contro altri gruppi, e quindi l'organizzazione fissa di guardie e di eserciti, una gerarchia, un potere. Ma invece l'origine delle gerarchie, dei poteri, dello Stato è precedente all'infittirsi della popolazione umana fino al punto delle contese territoriali, ed è in relazione a processi interni degli agglomerati sociali, in evoluzione dalle prime forme del clan e della tribù, non appena la coltivazione del suolo e la produzione agricola si sono tecnicamente sviluppate al punto di stabilizzare gli interventi con cicli stagionali sugli stessi campi.

 

Apparizione dello Stato

 

2. La premessa dell'origine dello Stato è la formazione di classi sociali, e questa presso tutti i popoli si determina colla spartizione della terra da coltivare tra i singoli e le famiglie e con le parallele fasi della divisione del lavoro sociale e delle funzioni, da cui deriva una diversa posizione dei vari elementi rispetto alla generale attività produttiva, e il profilarsi di gerarchie diverse con funzioni di primo artigianato, di azione militare, di magia-religione, che è la prima forma della scienza tecnica e della scuola, a sua volta staccatasi dalla vita immediata della gens e della famiglia primitiva.

 

Non dobbiamo qui dare svolgimento totale alla teoria marxista dello Stato, ma essa interessa in massimo grado per stabilire quali sono le strutture delle collettività storiche indicate come nazioni, strutture assai più complesse del banale criterio secondo cui ciascun individuo, considerato a sé, si rilega con un diretto vincolo alla terra che gli dette i natali, e la nazione è un insieme di molecole personali simili tra loro - concetto non scientifico ma da identificarsi con la ideologia di classe della moderna borghesia dominante.

La teoria dello Stato non come organo di popolo o nazione o della società, ma come organo di classe e del potere di una data classe, fondamentale in Marx, venne da Lenin restaurata nella sua integrità contro la sistematica dissimulazione teorica e politica cui la assoggettarono i socialisti della II Internazionale, appunto facendo leva sulla sistematica spiegazione dell'origine delle forme statali contenuta nella classica opera engelsiana sull'origine della famiglia e della proprietà, che ci ha guidati nel campo e nel corso della preistoria. In tali epoche agisce l'elemento etnico allo stato ancora puro e diremmo vergine, nella comunione primitiva di lavoro, di fraternità e di amore delle antiche e nobili, nel senso concreto della parola, tribù e gentes, di cui anche i miti di tutti i popoli serbarono traccia nel favoleggiare di un'età dell'oro dei primi uomini che ignoravano il crimine e lo spargimento di sangue.

Riprenderemo quindi da tale luminoso scritto il filo che ci deve condurre alla spiegazione delle lotte di nazionalità, e alla conclusione materialista che ancora una volta non si tratta di un fattore immanente, ma di un prodotto storico che presenta determinati inizi e cicli, e avrà la sua conclusione e scomparsa sotto condizioni già largamente elaborate nel mondo moderno; veduta nostra originale che non si identifica però per nulla con la rinunzia a considerare nella nostra dottrina e soprattutto nella inseparabile da essa nostra azione (nostre, ossia proprie non di uno o molti personali soggetti, ma del nostro movimento ormai secolare e mondiale) l'importantissimo processo della nazionalità, e tanto meno con il marchiano errore storico di dichiararlo liquidato nei suoi rapporti con la proletaria lotta di classe, nella struttura politica internazionale contemporanea.

Il processo per quanto riguarda l'antica Grecia, e quindi la grande forma storica della antichità classica mediterranea che si chiude con la caduta dell'Impero romano, è così sintetizzato da Engels:

«Vediamo dunque nella costituzione greca dell'età eroica l'antica organizzazione gentilizia ancora in pieno vigore, ma anche già all'inizio della sua fine: diritto patriarcale con eredità del patrimonio da parte dei figli, per cui venne favorita l'accumulazione di ricchezza nella famiglia, e la famiglia diventò rispetto alla gens una potenza [si confronti l'altra citazione del testo alla fine della parte prima]; ripercussione della differenza di ricchezza sulla costituzione mediante la formazione dei primi germi di una aristocrazia ereditaria e di una monarchia; schiavitù, limitata all'inizio ai soli prigionieri di guerra, ma che apre la via all'assoggettamento di veri e propri compagni di tribù e persino di gens; l'antica guerra di tribù contro tribù, che già degenera in sistematica rapina per terra e per mare, per conquistare bestiame, schiavi, tesori, quale regolare fonte di guadagno; in breve la ricchezza lodata e apprezzata come bene supremo, l'abuso degli antichi ordinamenti gentilizi per giustificare la violenta rapina di ricchezze. Mancava ancora solo una cosa: un'istituzione che non solo assicurasse le ricchezze degli individui recentemente acquistate contro le tradizioni comunistiche dell'ordinamento gentilizio» (altra volta avvertimmo di leggere questo aggettivo nella traduzione italiana come «pertinente alla gens», evitando la confusione col concetto meno antico di aristocrazia quale classe: nella gens che non conosce classi tutti sono di sangue puro e quindi pari; non adotteremo il termine di democrazia, spurio e contingente, e nemmeno conieremo quello di pancrazia, perché la prima parola indica bene tutti, ma la seconda indica potere, cosa allora ignota: nemmeno era una pananarchia, perché anarchia indica una lotta dell'individuo contro lo Stato, dunque tra due forme transitorie, e in cui è molto spesso la seconda a muovere la ruota in avanti. Si trattava nella gens di un ordinamento di schietto comunismo, ma limitato ad un gruppo razziale puro, ordinamento dunque etnocomunista, mentre il comunismo «nostro», a cui il nostro storico programma tende, non è più etnico o nazionale, ma è il comunismo di specie, reso realizzabile dai cicli di proprietà di potere e di espansione produttiva e mercantile, che la storia ha percorso... ).

Continua la citazione: «Mancava ancora solo una istituzione che non solo consacrasse la proprietà privata, così poco stimata in passato, e dichiarasse questa consacrazione lo scopo più elevato di ogni comunità umana, ma imprimesse anche il marchio del generale riconoscimento sociale alle nuove forme d'acquisto della proprietà, sviluppantisi l'una accanto all'altra, e quindi all'aumento continuamente accelerato della ricchezza. Mancava una istituzione che rendesse eterni non solo la nascente divisione della società in classi, ma anche il diritto della classe dominante allo sfruttamento della classe non abbiente, e il dominio di quella classe su questa. E una tale istituzione venne. Fu inventato lo Stato».

Ed è anche Engels a definire il criterio territoriale. «Nei confronti dell'antica organizzazione per gentes il primo segno distintivo dello Stato è la divisione dei cittadini secondo il territorio. Le antiche unioni e gentes, formate e tenute insieme da vincoli di sangue, erano diventate inadeguate, in gran parte perché presupponevano un legame dei loro membri a un determinato territorio e questo legame aveva da gran tempo cessato di esistere: il territorio era rimasto, ma gli uomini erano divenuti mobili. Si prese quindi come punto di partenza la divisione territoriale e si lasciò che i cittadini esercitassero i loro doveri e i loro diritti pubblici là dove si stabilivano, senza tenere conto né della gens né della tribù».

 

Stati senza nazione

 

3. Negli antichi imperi asiatico-orientali di formazione politica anteriore a quelle elleniche ravvisiamo piene forme di potere statale in relazione alla concentrazione di enormi ricchezze terriere e tesorizzate nelle mani di signori, satrapi, e talvolta teocrati, e al soggiogamento di vaste masse di prigionieri, schiavi, servi e paria della terra, ma non ancora può parlarsi di forma nazionale pure essendo ben presenti le caratteristiche della forma Stato: territorio politico e corpi armati.

 

La ovvia obiezione circa il popolo ebraico ci consente di dare un chiarimento non inutile all'ultimo passo di Engels citato al precedente punto.

Può equivocarsi tra il territorio che in epoca meno antica definisce la forma pienamente statale, e il legame dei membri della gens ad un dato territorio, legame poi rotto pur permanendo quello del vincolo inviolabile di sangue.

Alla gens appartiene un territorio non nel moderno senso politico, e se vogliamo nemmeno nello stretto senso economico produttivo. Engels vuole dire che la gens si distingue dalle altre, anche nel nome, per il suo territorio di origine, non per i vari successivi territori di soggiorno e di lavoro comune. Il legame dell'indiano irochese alla sua terra di origine è rotto da secoli, non solo dacché la civiltà bianca ha ridotto i pochi superstiti in turpi riserve cintate, ma da quando le varie stirpi terribilmente lottavano tra loro, distruggendosi ma guardandosi bene dal confondersi, a costo di spostarsi di migliaia di chilometri nelle foreste immense (molte ridotte poi dalla tecnica capitalistica a deserti, e utilizzate dalla filantropia borghese per allestire le armi atomiche).

Il popolo ebreo è il primo che abbia una storia scritta, ma da quando è scritta lo è come una storia di divisione in classi, presenta proprietari e nullatenenti, ricchi e servi, e salta disinvoltamente il comunismo primitivo, di cui solo ricordo è l'Eden, perché già nella seconda generazione vi fu Caino, il fondatore, inventore della lotta di classe. Il popolo ebreo ebbe dunque uno Stato organizzato, e sapientemente organizzato, con gerarchie precise e costituzioni rigorose. Eppure questo popolo non divenne una nazione, come non lo erano divenuti i suoi barbari nemici Assiri, Medi o Egiziani. E ciò malgrado la enorme differenza tra la purezza razziale degli Ebrei e la indifferenza dei satrapi e dei faraoni a vedere pullulare attorno ai loro troni servi, schiavi e talvolta funzionari e capi militari di altra origine etnica o di altro colore, ad aver nei loro ginecei odalische bianche, nere o gialle, tutto derivato da razzie militari e da soggiogamento di libere tribù primitive o di altri Stati a loro preesistenti nel cuore dell'Asia o dell'Africa.

Gli Ebrei, divisi in dodici tribù, non sono assimilati da altri popoli nemmeno nella sconfitta. Le tribù e le gentes, ormai tradizionalmente trasformate in famiglie patriarcali monogame, non perdono il legame di sangue puro, il nome del paese di origine e la tediosa tradizione genealogica (tuttavia va notato che lo stretto attaccamento alla discendenza paterna degli israeliti tollera largamente la unione coniugale con donne di altra razza) nemmeno con le deportazioni territoriali, come sarebbero state le leggendarie cattività di Babilonia e di Egitto. Il mitico attaccamento alla terra promessa è una forma pre-nazionale, perché anche quando la comunità etnica conservatasi abbastanza pura ritorna al paese d'origine, alla sua culla etnologica, non riesce ad organizzarvisi politicamente con storica stabilità e il territorio seguita ad essere incrociato da eserciti dei più diversi e lontani poteri. Le guerre della Bibbia sono lotte di tribù più che guerre di libertà nazionale o di conquista imperiale, e il territorio rimane teatro di storici scontri in forze tra ben altri popoli aspiranti alla egemonia in quella area strategica del mondo antico e moderno.

Anche i Greci della guerra di Troia non sono ancora una nazione benché, costituiscano una federazione di piccoli Stati aventi prossime sedi ed una molto vaga comunanza etnica, data la ben diversa origine di Joni e Dori e il confluire nella penisola ellenica di antichissime migrazioni da tutti i punti cardinali. Le stesse forme produttive, costituzioni statali, costumi, lingue, tradizioni culturali, sono diversissime per le varie piccole monarchie militari collegate: anche nelle storiche guerre con i Persiani l'unità non è che contingente, e fa luogo alle accanite guerre per il predominio nel Peloponneso e in tutta la Grecia.

 

Nazione ellenica e cultura

 

4. I fattori nazionali sono evidenti nell'antica Grecia anche nell'organizzazione sociale di Atene, Sparta e di altre città, e più evidentemente nello Stato macedone che non solo riduce ad unità il paese ma diviene in un rapido ciclo il centro di una prima conquista imperiale nel mondo antico. La letteratura e la ideologia di questo primo nazionalismo non solo si tradurranno nel mondo romano, ma forniranno la trama alle ebbrezze nazionali delle moderne borghesie.

 

Lo Stato lacedemone come lo Stato ateniese (o quello tebano) non sono soltanto perfetti Stati nel senso politico con un territorio esattamente definito e con istituzioni giuridiche, e con un potere centrale da cui promanano gerarchie civili e militari, ma assurgono alla forma di nazioni in quanto il tessuto sociale, pur conservando la divisione tra classi ricche e povere rispetto alla produzione agricola ed artigiana e al già sviluppato commercio interno ed esterno, ed assicurando il potere politico agli strati economicamente forti, consente un'impalcatura legale ed amministrativa che applica le stesse formali norme a tutti i cittadini, e tra esse la partecipazione con parità di voto alle assemblee popolari deliberative ed elettive. Una tale sovrastruttura giuridica contiene sostanzialmente una funzione analoga a quella che il marxismo denunziò nelle democrazie parlamentari borghesi, ma corre tra i due modi storici di organizzazione sociale una differenza di base: oggi chiunque è cittadino e si afferma che per tutti valga la legge medesima; allora il complesso dei cittadini, che soli assurgevano a formare la vera e propria nazione, escludeva la classe degli schiavi, benché in dati tempi numerosissima, cui la legge negava ogni diritto politico e civile.

Malgrado ciò, e malgrado il contrasto di classe tra aristocratici e plebei, tra ricchi patrizi e mercanti da un lato e semplici lavoratori dall'altro, viventi di mercede, tale forma di organizzazione sociale si accompagnò a grandiosi sviluppi sia nel lavoro e nella tecnologia e quindi nelle scienze applicate, che nella scienza pura: in relazione alla partecipazione al processo produttivo su basi di parità e di libertà, malgrado lo sfruttamento di classe, la lingua prende un posto di primo piano, la letteratura e l'arte raggiungono alti gradi, si ribadisce la tradizione nazionale che fa buon gioco ai dirigenti della società e dello Stato per avvincere i cittadini tutti alle sorti della nazione, e obbligarli al servizio militare, e ad ogni altro sacrificio e contributo in caso di pericolo dell'organismo nazionale e delle sue strutture essenziali.

Letteratura, storiografica e poesia largamente riflettono l'affermazione di tali valori, facendo del patriottismo il motore primo di ogni funzione sociale, ponendo con ogni mezzo di esaltazione innanzi la fraternità tra tutti i cittadini dello Stato, condannando le tuttavia inevitabili e frequenti guerre e lotte civili, presentate abitualmente come congiure contro i detentori del potere, mosse da altri gruppi o persone avide di esso, ma in realtà prorompenti dai contrasti di interessi di classe e dal malcontento della massa popolare dei cittadini nutriti di molte illusioni ma tormentati dal basso tenore di vita anche nei momenti di grande splendore della polis.

Non è tuttavia la solidarietà nazionale una pura illusione ed un miraggio creato dai privilegiati e dai potenti, ma è in data fase storica l'effetto reale determinato dagli interessi economici e dalle esigenze delle materiali forze di produzione. Il trapasso da una primitiva coltura locale del suolo della Grecia, che sotto clima favorevole è in molte parti arido e roccioso, che poteva nutrire una scarsa e poco evoluta popolazione, alla navigazione commerciale più fervida da un capo all'altro del Mediterraneo, recante prodotti di paesi lontani e diffondenti quelli di un sempre più differenziato artigianato e di un vero e proprio tipo antico di industria, che permise specie presso gli approdi l'infittirsi degli abitanti e una grandiosa evoluzione del loro modo di vita, non si sarebbe potuto avere se non con una forma statale non già chiusa e dispotica come nei grandi imperi del continente, ma democratica ed aperta, che non fornisse solo contadini ed iloti, ma artefici adatti alla numerosa marineria ed ai lavoratori delle città, maestranze e stati maggiori di lavoro, sia pure assai meno numerosi dei moderni, necessari a quella prima forma di capitalismo che ebbe indimenticati splendori.

Ogni prevalere e sbocciare di forme di lavoro, sempre sfruttato, ma non più legato a vincoli di immobilizzazione locale e di fossilizzazione in tecniche secolari della lavorazione, determina in fase ascensionale, nella sovrastruttura, un grande sviluppo della scienza, dell'arte e dell'architettura, e si riflette in nuovi orizzonti ideologici che si aprono alle società prima vincolate a dottrine chiuse e tradizionali. Si ritroverà il fenomeno nel Rinascimento, inteso come fatto europeo, al declinare del feudalesimo: molti ritengono insuperato nelle altezze culturali il periodo aureo greco, ma è esercitazione letteraria. Possiamo tuttavia considerare che il «ponte» di «umanità nazionale» gettato sulle disuguaglianze economiche, quando lasciava fuori gli schiavi, quasi animali non computabili alla quota umana, era molto più saldo che allorché, nella sua edizione storica di quindici o venti secoli dopo, pretende valicare l'abisso sociale che divide i signori del capitale dal proletariato diseredato.

Ricorda Engels che nel massimo splendore di Atene non si avevano più di novantamila liberi cittadini contro ben trecentosessantacinquemila schiavi che non solo lavoravano la terra ma fornivano la manovalanza di quelle industrie cui abbiamo accennato, e quarantacinquemila «protetti» ossia ex schiavi e stranieri privi di cittadinanza.

È bene ammissibile che una tale struttura sociale abbia determinato nel vivere di quei novantamila eletti un grado di «civiltà» qualitativamente più alto di quello dato ai moderni popoli «liberi» dal capitalismo attuale, a malgrado delle tanto maggiori risorse di meccanismo.

Ciò non induce certo a partecipare alla estasiata ammirazione per la grandezza greca del pensiero e dell'arte, e ciò non soltanto perché tali fastigi erano eretti sui dorsi sanguinanti di un numero di schiavi venti volte superiore a quello dei liberi uomini: questi d'altronde prima di Solone erano sfruttati dalla plutocrazia terriera fino al punto che l'ipoteca poteva ridurre a schiavo il libero cittadino debitore insolvente, e nella decadenza scesero, non volendo farsi concorrenti dello spregevole schiavo (la fierezza del libero ateniese giunse a tanto che anziché farsi sbirro consentiva che la polizia di Stato fosse costituita con prezzolati schiavi, e uno schiavo avesse la facoltà di manomettere i liberi) fino a costituire un vero Lumpenproletariat, un ceto di straccioni, le cui rivolte contro gli oligarchi dissolsero la gloriosa repubblica.

Engels ha qui un confronto, che dice tutto sulla posizione marxista verso le apologie delle grandi civiltà storiche. Gli Indiani irochesi non potettero assurgere a quelle forme a cui si avviò la gens greca originaria, del tutto analoga a quella studiata nella moderna America dal Morgan (forme simili sono nei giornali di questi giorni descritte da esploratori delle isole Andamane dell'Oceano Indiano, esplorazione fatta da italiani per incarico del nuovo regime indiano, tra gruppi primitivi finora isolati dal resto dell'umanità). Mancavano infatti agli Irochesi una serie di materiali condizioni produttive relative alla geografia, al clima, a quel legame dei popoli dato dai mari specie mediterranei... Tuttavia nella modesta cerchia della loro reale economia i comunisti irochesi «dominavano le loro condizioni di lavoro e i loro prodotti», che erano assegnati secondo gli umani bisogni.

Con lo slancio che invece la produzione greca prese verso la sua gloriosa differenziazione, al vertice della quale stanno le trabeazioni del Partenone, le Veneri fidiache, o i dipinti di Zeusi, e le astrazione platoniche che il moderno pensiero non avrebbe ancora scavalcate, i prodotti dell'uomo presero a divenire merci, circolarono su mercati monetari. Libero o schiavo che l'uomo fosse ai sensi dei canoni delle carte di Licurgo o di Solone, esso cominciò ad essere schiavo dei rapporti produttivi e dominato dal proprio prodotto. Non è ancora prossima la tremenda rivoluzione che lo scioglierà da questa catena, di cui le età «auree» della storia hanno ribadito i più formidabili anelli.

«Gli Irochesi erano molto lontani dal dominare la natura, ma entro i limiti naturali che vigevano per essi, dominavano la propria produzione [...]. Questo era l'enorme vantaggio della produzione barbarica, che andò perduto con l'avvento della Civiltà. Riconquistarlo, ma in base al possente dominio, ora raggiunto, della natura da parte dell'uomo [...], sarà il compito delle prossime generazioni».

Qui sta il nocciolo del marxismo, e qui si vede perché il marxista sorride quando vede taluno, ingenuamente, estasiato nell'ammirare tappe della umana evoluzione, che ascrive all'opera di sommi ricercatori, filosofi, artisti, poeti, l'omaggio ai quali dovrebbe venire da ogni campo, al di sopra delle classi e dei partiti, come la corrente buaggine suole ripetere. Non vogliamo aggiungere alla «civiltà» un suo coronamento, ma dalle sue fondazioni dobbiamo farla saltare.

 

Nazione romana e forza

 

5. Il fattore della nazionalità raggiunge la più alta espressione nella Roma antica della Repubblica, sviluppando il modello dato dalla Grecia per la cultura nel campo positivo dell'organizzazione e del diritto. Sulle basi della nazione romana si eresse l'impero, che tendeva ad essere l'unico Stato organizzato in tutto il mondo umano allora noto, ma che non resse alla pressione dell'aumento delle popolazioni sorte in terre ignote e lontane ed entrate a loro volta nel grande ciclo dello sviluppo produttivo, che dalla piccola gens aveva condotto i popoli mediterranei all'immenso impero, sospintivi a loro volta dalla materiale imperativa esigenza della diffusione di vita della specie.

 

Il processo nazionale in Italia è diverso da quello greco in quanto non vi sono più città capitali di piccoli Stati che con costumi e grado di sviluppo produttivo non grandemente diversi lottano per una egemonia su tutta la penisola. In Italia, dopo il tramonto di precedenti civiltà che, avendo raggiunto avanzati tipi produttivi ed avendo indubbiamente avuto poteri statali, non si può ritenere abbiano vissuto come nazionali nel senso proprio, Roma diviene l'unico centro di una organizzazione statale con forme giuridiche politiche e militari così definite da assorbire in breve tutte le altre di un territorio sempre più ampio, che rapidamente dai limiti del Lazio giunge al Mediterraneo e al Po. Mentre le forze produttive notevolissime di una così vasta zona sono coordinate con quelle della società romana, l'organizzazione sociale e statale di Roma e il sistema di amministrazione e di diritto vengono applicati ovunque ed in modo sempre più uniforme.

Meno rapidamente che nella Grecia la base produttiva agricola viene integrata, con una divisione del lavoro complessa, da quelle artigiane, commerciali, di navigazione e di industria: ma ben presto la stessa conquista militare oltre lo Jonio e l'Adriatico fa rapidamente assorbire i dati dell'organizzazione tecnica e culturale presenti nella vita greca e anche di altri popoli.

La disposizione sociale non è in sostanza dissimile, essendo sempre imponente l'apporto del lavoro schiavista. Ma la diffusione del mercantilismo, più lenta ma più profonda, rende più marcata nel seno della società degli uomini liberi la scala delle differenze sociali: a base della organizzazione e degli stessi diritti viene posto il censimento che classifica i cittadini romani secondo la loro ricchezza.

Il cittadino romano è tenuto al servizio militare, mentre le armi sono assolutamente inibite allo schiavo e al mercenario, fino alla decadenza dell'impero. L'esercito legionario è veramente esercito nazionale quale la Grecia non ebbe e quale non fu certo quello di Alessandro il Macedone, malgrado le travolgenti avanzate fino al limite dell'India, ove la morte fermò il giovanissimo condottiero, ma che in fatto era il massimo limite spaziale consentito alla schiacciante superiorità della forma di Stato occidentale rispetto alle bande dei vari principati d'Asia. Quella tentata organizzazione mondiale si sfasciò rapidamente dopo essersi spezzata in tronconi, non per la mancanza di un Alessandro, ma perché il centralismo statale era ancora bambino.

L'organizzazione romana oltre che statale era nazionale sia per la diretta partecipazione del cittadino alla guerra e alla costruzione in ogni tratto occupato di una stabile rete di strade, di fortificazioni, ma anche per la contemporanea colonizzazione agraria, l'attribuzione di terre ai soldati, e l'insediamento quindi immediato delle forme romane di produzione, di economia e di diritto. Non era una corsa a tesori ignoti e sperati di popoli da leggenda, ma la sistematica diffusione di un dato modo organizzativo di produzione in raggio sempre più vasto, debellando ogni resistenza armata, ma subito accettando la collaborazione produttiva delle genti assoggettate.

Tuttavia non è facile dare a Roma come nazione limiti, che variano nel tempo, e tanto peggio profilo etnografico, essendo ben noto come dal punto di vista delle razze l'Italia preistorica, non meno di quella storica, non aveva alcuna unità, né poteva materialmente averla se è un tanto facile ponte di passaggio tra il Nord e il Sud, l'Est e l'Ovest, delle più fitte sedi umane di tutti i tempi. Ammettiamo che i primi Latini (lasciando andare Troia) fossero una unità razziale, ma già erano dissimili di gran lunga dai vicinissimi Volsci, Sanniti, Sabini, per tacere dei misteriosissimi Etruschi, Liguri, ecc.

Il civis romanus coi suoi diritti e il suo proverbiale orgoglio nazionale ben presto dall'Urbe si estende al Lazio, e gli Italici sono organizzati in municipi, ai quali il criterio statale centralista non può concedere alcuna autonomia, preferendo dopo pochi secoli chiamare ogni uomo libero che in essi vive cittadino romano, con inerenti prerogative ed obblighi.

Il fatto nazione è qui spinto alla sua più potente espressione nel mondo antico, accompagnata dalla maggiore stabilità storica che finora si conosca. Ben lontani dunque dalla comunanza etnica di sangue, i membri della grande comunità, ossia i cittadini liberi, suddivisi in classi sociali, che vanno dal grande patrizio latifondista con ville in ogni angolo dell'Impero al minuto contadino e al proletario dell'Urbe che vive nei periodi difficili con distribuzioni statali di farina, sono tenuti insieme da un generale sistema economico e produttivo e di scambio dei beni e dei prodotti, retto da uno stesso inflessibile codice giuridico che la forza armata dello Stato fa senza eccezioni rispettare in tutto l'immenso territorio.

La storia delle lotte sociali e delle guerre civili nelle stesse mura dell'Urbe è classica, ma i suoi sconvolgimenti non sminuiscono la solidità e l'omogeneità della superba costruzione di amministrazione di tutte le risorse produttive dei più lontani paesi, che li copre di opere stabili a funzione produttiva di ogni natura: strade, acquedotti, terme, mercati, fori, teatri, ecc.

 

Tramonto della nazionalità

 

6. La decadenza e il tramonto dell'impero romano chiudono il periodo della storia antica in cui la nazionalità e l'organizzazione in Stati nazionali si presentarono come fattori decisivi e si svolsero nel senso dell'evoluzione delle forze produttive.

 

La solidarietà nella nazione che non elude i periodi di violente lotte di classe tra i liberi di diversa condizione sociale ed economica, ha una chiara base economica fin quando, a danno delle masse di schiavi, lo sviluppo del sistema di produzione comune ai cittadini della nazione fornisce un continuo apporto di nuove risorse che elevano il tenore generale di vita, come la sostituzione dell'agricoltura fissa e seminativa alla semplice pastorizia, dell'orticoltura irrigua ai sistemi estensivi, della lottizzazione della terra e della sua commerciabilità, insieme a scorte di schiavi ed armenti, al semi-nomadismo primitivo. Anche l'economia agraria e poi urbana romana partì dalla prima economia collettivista delle gentes locali, che doveva cedere non potendo bastare ad alimentare popolazioni aumentate con una rapidità su cui grandemente influisce la dolcezza dei climi. Engels dà di tali origini un'esposizione rapida ma compiuta, dimostrando nelle leggi dei quiriti le derivazioni dei primi ordinamenti gentilizi, e confutando vecchie tesi di storici e del Mommsen (vedi nel capitolo finale della parte precedente la confutazione di un recentissimo autore che nega l'applicabilità del materialismo storico a tale trapasso).

Se il sistema di diritto romano circa la vendibilità della terra e il mercantilismo delle scorte mobili rappresentava la sovrastruttura «di forza» di una nuova economia produttiva di rendimento più alto che il primitivo comunismo di tribù, e tale fatto economico ne spiega l'avvento, sono altri fatti economici che spiegheranno gli eventi politici e storici della sua fine. Con l'aumentare della ricchezza tratta dai commerci in uno spazio immenso e dal cumulo di lavoro schiavista, si va determinando lo scavarsi di un solco di classe profondissimo nel «fronte nazionale», una volta tanto solido. I piccoli coltivatori che avevano combattuto per la patria e faticosamente colonizzate le terre di conquista, si vedono sempre più espropriati e depauperati, e gli schiavi acquistati coi tesori dei ricchi terrieri (nonché allo stesso titolo gli armenti e le greggi) li sostituiscono sui loro fertili campi, che vanno in rovina. Il rapporto tra liberi e schiavi poteva reggere con una media bassa densità di popolazione, assicurando ai secondi la materiale vita e riproduzione, ai primi la ricca gamma di soddisfazioni delle età fiorenti; ma diminuendo la terra da occupare oltre frontiera, ed anzi agitandosi, oltre quelle, nuove popolazioni emigrate e demograficamente dilaganti, e crescendo gli aspiranti, si verifica la crisi ineluttabile e la degenerazione dei metodi di coltura. Questa decade al punto di non potere mantenere né l'animale né lo schiavo, e col proseguire della disorganizzazione lo stesso padrone libera gli schiavi, che vanno ad aumentare la massa dei poveri liberi e privi di lavoro e di terra.

La magnifica costruzione si va allentando nei suoi legami tra regione e regione e non riesce più ad intervenire nelle crisi locali di deficienza. Mentre le carestie verranno a contrastare il fattore demografico, i gruppi umani si riducono in cerchi di miserrime economie locali, in cerchi stretti, che non sono più quelli delle antiche tribù, e la cui situazione non può essere resa diversa dai profondi mutamenti succedutisi e dai nuovi rapporti tra strumenti produttivi, prodotti e bisogni... La nazione che era divenuta un impero si deve spezzare in minime unità, che non hanno più il potente tessuto connettivo del diritto, della magistratura, delle forze armate, emananti da un centro unico, e hanno perduto quello della comune lingua latina, della cultura, della tradizione orgogliosa... Il grande, «naturale», fondamentale fatto nazionale, patriottico, che sarebbe connesso alla famosa «umana essenza», a gran confusione degli idealisti, sta per permettersi un'eclisse storica totale di qualche migliaio di anni...

«Prima eravamo alla culla delle antiche civiltà greche e romane. Qui siamo alla loro tomba. Su tutti i paesi del bacino mediterraneo era passata la pialla livellatrice del dominio mondiale romano, e ciò per secoli. Là dove il greco non aveva opposta resistenza, tutte le lingue nazionali avevano dovuto cedere di fronte ad un corrotto latino; non vi erano più differenze nazionali [...], tutti erano diventati romani. L'amministrazione romana e il diritto romano avevano disciolto dappertutto le antiche unioni gentilizie e insieme gli ultimi residui di autonomia, locale e nazionale [...]. Gli elementi di nuova nazionalità esistevano ovunque [...], in nessun luogo esisteva però una forza capace di unificare tali elementi in nazioni nuove».

Si avvicinano i barbari, con la freschezza del loro ordinamento in gentes, ma non ancora maturi per la costituzione statale e per fondare vere nazioni. Si profila l'ombra del Medioevo feudale: eppure anche qui è una necessità determinista inerente allo svolgersi delle forze produttive: Engels afferma.

 

Ordinamento dei barbari tedeschi

 

7. Anche i popoli che sommersero nelle ondate di invasione l'impero romano ebbero come organizzazione iniziale quella di gentes e del matriarcato, e la coltivazione comunista della terra. Erano, quando vennero a contatto di Roma, al passaggio tra lo stato medio e quello superiore della barbarie, e cominciavano a passare dal nomadismo alle sedi fisse. La loro organizzazione militare cominciava a dar luogo alla formazione di una classe di capi militari che eleggevano il re e che andarono formandosi una proprietà in grande, sottraendo le terre al contadino franco, in cui si era trasformato il libero e uguale membro della gens e della tribù. Cominciò così anche presso tali popoli ad apparire lo Stato e si posero lentamente le basi delle nuove nazionalità che dovevano dopo molti secoli condurre alla rinascita moderna della nazione.

 

Le notizie che si hanno sulle origini dei popoli tedeschi che si spostavano in tutta l'Europa a nord del Danubio e ad est del Reno conducono ad attribuire ad essi una produzione agricola condotta colla comunione in famiglie, genti, e poi marche, e successivamente un tipo di occupazione della terra con periodiche ridistribuzioni di essa e della parte di essa non totalmente comune e lasciata a periodico riposo. Nello stesso tempo artigianato e industria sono del tutto primitivi: non vi è commercio e non circola denaro, se non quello romano ai margini dei limiti imperiali, con una relativa importazione di manufatti.

Tali popoli sono tutti ancora migratori ai tempi di Mario, che ributtò l'orda dei Cimbri e dei Teutoni dalla penisola ove volevano dilagare passando il Po; lo erano in gran parte ai tempi di Cesare, che li vide apparire a sinistra del Reno, e sono descritti come fissi su terra agraria solo in Tacito, centocinquant'anni dopo. Evidentemente fu processo complicato e in relazione soprattutto al rapido aumento numerico, di cui manca ogni documentazione storica originale: alla caduta dell'Impero erano secondo Engels sei milioni, nello spazio dove oggi vivono forse centocinquanta milioni di uomini.

La differenza di classe tra capi militari possessori di terra e di potere e la massa dei contadini-soldati (in quanto non vi sono schiavi e quindi tutti i non portatori di armi o liberi dalla guerra sono lavoratori del suolo) conduce alla formazione di veri e propri Stati, man mano che viene occupato un territorio fisso ed eletto un re o imperatore stabile, sia pure a vita e non ancora ereditario per dinastia. A un tale punto già l'ordinamento delle gentes è caduto, in quanto la tradizione dell'assemblea popolare della comunità è del tutto travisata nell'assemblea dei capi, o principi elettori, che è la base di un aperto potere di classe.

Indubbiamente un tale sviluppo è accelerato dalla conquista dei territori del decadente Impero Romano, ove i popoli invasori si installano. Più che la loro nuova organizzazione, loro compito rivoluzionario è stata la distruzione del corrotto Stato romano; liberarono, dice Engels, i sudditi romani dal loro Stato parassita, di cui ormai cadevano i presupposti economico-sociali, e in compenso si presero due terzi almeno del territorio imperiale.

La nuova organizzazione della produzione agraria su tali terre, dato il relativamente piccolo numero degli occupatori e la loro tradizione di lavoro comunistico, lasciò indivise grandi estensioni, non solo di boschi e di pascoli, ma anche di terre seminative, prevalendo le forme del diritto germanico su quelle romane, o formandosi interferenze di entrambe. Ciò rese possibile un'amministrazione fissa territoriale di quei popoli già migratori, e per quattro o cinque secoli sorsero gli Stati tedeschi con poteri sulle antiche province e sulla stessa Italia. Il più notevole era quello dei Franchi il quale valse di argine contro l'occupazione dell'Europa da parte dei Mori, e pure cedendo alla opposta pressione dei Normanni fece sì che le popolazioni resistessero sui territori in cui si erano fissate, sia pure nella complessa miscela etnica di Tedeschi, di Romani, e, nel regno dei Franchi, degli aborigeni Celti. Tali Stati tedeschi non erano nazioni per questo recente ingorgarsi di ceppi etnici, di tradizioni, di lingua, di istituzioni eterogenee: ma Stati lo erano di fatto per avere finalmente salde frontiere e un'unicità di forza militare.

«E tuttavia, per quanto questi quattro secoli [V, VI, VII, e VIII dopo Cristo] appaiano improduttivi, pure essi lasciarono dietro di sé un prodotto importante: le nazionalità moderne, nuova forma e organizzazione dell'umanità dell'Europa occidentale per la storia futura [leggi secoli XVII, XVIII, XIX]. I Tedeschi avevano in effetti ravvivato l'Europa e perciò la dissoluzione degli Stati del periodo germanico finì non nella sottomissione normanno-saracena, ma nella trasformazione progressiva in feudalesimo».

Prima di chiudere questa parte con il richiamo dei tratti della costituzione medioevale, dalla quale il fattore «nazionale» è sostanzialmente escluso, abbiamo così voluto mostrare che nella classica dottrina marxista non solo è ritenuto un positivo postulato storico l'organizzazione di antiche genti barbare e nomadi in Stati territoriali, in cui i popoli delle penisole mediterranee avevano segnato un vantaggio di oltre un millennio, ma lo è anche la natura nazionale degli Stati, il loro corrispondere alla nazionalità, ossia alla comunanza non solo in certa misura di razza, ma anche di lingua e di tradizione e di costume di tutti gli abitatori di un vasto e stabile territorio geografico. Mentre l'idealista storico vede nella nazionalità un fatto generale e presente sempre ed ovunque vi sia vita civile, noi marxisti le attribuiamo determinati cicli. Un primo ciclo storico lo abbiamo percorso, ed è quello delle grandi democrazie nazionali «sovrapposte» alla massa di schiavi, e tuttavia divise nel complesso di uomini liberi in classi sociali. Il secondo ciclo che vedremo nella terza parte, è quello delle democrazie di uomini liberi, senza più schiavi umani. In questo secondo ciclo storico il fatto nazione accompagna una nuova divisione di classi: quella propria del capitalismo. La nazione e la sua materiale influenza finiranno col capitalismo e con la democrazia borghese, ma non prima, anzi la formazione di Stati nazionali sarà indispensabile, perché l'avvento del moderno capitalismo, nelle varie aree geografiche, si dica compiuto.

 

La società feudale come organizzazione anazionale

 

8. I rapporti economici che definiscono l'ordinamento feudalistico spiegano come il tipo feudale di produzione dia origine a una precisa corrispondente forma storica di Stato politico, ma senza il carattere nazionale.

 

Per spiegare come l'incontro di due tipi di produzione talmente eterogenei, quali la comunione agraria dei popoli barbari e il regime terriero privato dei Romani, abbia condotto al sistema feudale a sua volta fondato sulla produzione agraria, e ribadire la conclusione marxista che gli Stati della classica antichità soprattutto nei periodi migliori ebbero natura nazionale, ignota all'ordinamento medioevale, occorre ricordare i caratteri più notevoli dei rapporti rispettivi di proprietà e di produzione.

Nell'ordinamento barbaro e fino a quando non è apparsa la schiavitù, il libero componente della comunità è lavoratore della terra, ma questa non è suddivisa in lotti singoli né ai fini del lavoro da fornire da ciascuno, né ai fini della disposizione dei frutti da raccogliere e da consumare.

Nell'ordinamento classico antico, essenzialmente il lavoratore bracciante è lo schiavo, e ciò non solo nell'agricoltura ma anche nella produzione ormai sviluppata e separata di oggetti manufatti, sicché è giusto dire che il mondo greco-romano ebbe un proprio industrialismo ed in un certo senso un proprio capitalismo: il capitale invece di essere costituito da terra e strumenti di produzione era oltre che di ciò costituito da uomini vivi come ad esempio oggi in una azienda sono capitale la terra, le macchine e gli animali da lavoro. Tale antico capitalismo non aveva come termine corrispondente il salariato generale, raro essendo che l'uomo libero lavorasse per mercede.

Ma essendo gli schiavi, forza di lavoro sociale fondamentale (forse anche a loro volta in origine comunisticamente posseduti dal gruppo dei liberi), un bene di proprietà, la loro distribuzione era ineguale e ciò significa divisione dei liberi in due classi: cittadini proprietari di schiavi, e cittadini senza schiavi, senza proprietà di uomini. Ci pare che lo stesso saggio Socrate aspirasse, nella sua miseria da filosofo, a potersi comprare almeno uno schiavetto.

Il cittadino senza schiavi non può dunque campare del prodotto delle braccia di un altro, e deve lavorare. Non da schiavo, certo, ma da libero, ossia senza dipendenza dagli ordini del padrone. E a ciò si collega il regime di proprietà privata della terra. Il libero lavoratore è un contadino proprietario e dispone come vuole del suo lotto di terreno, traendone il frutto col lavoro delle proprie braccia. Altri liberi non ricchi e senza schiavi conducono libero lavoro artigiano o professioni liberali (in qualche caso non contese, almeno come intellettuale attività, agli stessi schiavi).

Quando un tale ciclo è perfetto tutta la terra coltivabile è ridotta a bene allodiale. L'allodio è la proprietà privata della terra, con la piena libertà di venderla e di comprarne altra. Ciò significa che la nuova terra conquistata si lottizza subito ai soldati vincitori (Roma) che si trasformano in coloni. Ma perché il diritto allodiale abbia pieno respiro occorre che esista denaro in circolazione con cui si acquistano prodotti vari, e si hanno compravendite di schiavi come di possessi terrieri.

I pochi beni che nel regime antico non sono attribuiti in lotti e restano a disposizione dello Stato o di enti amministrativi locali formano, in opposizione a quelli allodiali, il demanio. La prevalenza del privato allodio sul pubblico demanio esige dunque che vi sia il mezzo circolante, e quindi un mercato generale cui accedono i cittadini liberi di tutto il territorio: questo era pienamente raggiunto in Grecia e in Roma. Il tipo di produzione antico classico quindi presenta per la prima volta, a differenza della barbarie coi suoi cerchi immediati di lavoro-consumo, il mercato interno nazionale (ed anche un inizio di mercato internazionale). Lo Stato territoriale è uno Stato nazionale quando non solo il suo potere raggiunge tutto il territorio con effetto di forza armata (il che era anche per Egiziani, Assiri, e poi Salii, o Borgognoni, ecc.) ma quando il commercio dei prodotti del lavoro e dei beni è praticabile su tutto il territorio e tra punti comunque lontani del territorio. Nella soprastruttura giuridica questo si esprime con l'esercizio degli stessi diritti da parte del cittadino in tutte le circoscrizioni dello Stato. E allora soltanto lo Stato è una nazione. Nel senso del materialismo storico, nazione è dunque una comunità organizzata su un territorio in cui si è formato un mercato interno unitario. Corrispondentemente si ha che questo risultato storico è parallelo ad un certo grado di comunanza di sangue, e più di lingua (non si commercia senza parlare!), di usi e costumi.

L'ambiente economico classico dette luogo al suo fenomeno di accumulazione come il moderno capitalismo: chi moltissimi schiavi, chi nessuno, chi tanta terra, chi appena quella che poteva dissodare con le sue braccia. La concentrazione condusse al disastro e rese antieconomico il lavoro schiavista al posto della feroce lottizzazione giardinata. In questo senso e con questi rapporti Plinio scrisse che «latifundia Italiam perdidere» e nelle sovrastrutture morali divenne infamia lo schiavizzare l'uomo... I compilatori attuali di leggi agrarie sono rimasti lì, quanto a dati dello sviluppo tecnico e sociale, e confondono schiavismo ed esoso sfruttamento capitalistico del lavoro agrario. Ma ora ci occupa il Medioevo.

Col crollo dell'economia terriera romana divenuta retrograda tecnicamente e improduttiva, crolla però anche la trama generale mercantile per cui la ricchezza mobiliare circola in tutto l'impero, e regredisce la gamma di soddisfazione dei bisogni di ogni natura per le popolazioni. Ma i barbari arrivano con la tradizione di minori consumi, e per loro, dopo le brevi parentesi di dilapidazione dei bottini trovati nelle città, che da allora in poi decadranno, la vera ricchezza conquistata è la terra. Troppo tardi è però e già troppo avanzata la divisione sociale del lavoro perché tutta la terra tolta ai Romani privati o anche ai latifondisti possa divenire gestione comune, o anche demanio dei nuovi poteri. Sorge un tipo misto di allodio e di demanio. Parte delle terre verrà goduta in comune dalle comunità (usi civici, fino ad oggi superstiti), parte verrà lottizzata in definitiva forma allodiale, del tutto precaria nel periodo di continuo arrivo di altri conquistatori, e parte verrà spartita con periodiche distribuzioni (ancora oggi tale istituto di ricomposizione fondiaria è superstite nella legislazione catastale ad esempio ex-austriaca).

I contadini franchi gettatisi sull'agognata terra fertile e in clima mediterraneo ne trarranno subito ben maggiore profitto delle greggi di schiavi. Ed in questo senso le forze produttive di tante braccia inoperose e del ricco terreno disprezzato dai cresi romani risorgono potentemente. Ma con la trama della romana amministrazione dei suoi legami e trasporti è stata infranta la trama connettiva del commercio, e si ricade in un tipo di produzione locale e di immediato consumo dei prodotti.

Tale economia senza commercio caratterizza il Medioevo, i cui Stati hanno magistrature ed eserciti territoriali, ma non hanno un mercato territoriale unitario: non sono quindi vere nazioni.

Se i componenti delle antiche gentes avevano già perduta la uguaglianza sociale nel corso delle migrazioni e delle conquiste, presto essi perderanno, nella gestione semi-comune e semi-allodiale della terra occupata, anche la libertà e l'autonomia. Ricomincia il processo di concentrazione del possesso terriero nelle mani di capi militari, funzionari, cortigiani del re, corpi religiosi.

Agli schiavi antichi si è sostituita una nuova classe di servi di coloro che fanno per loro conto il lavoro manuale e più quello di preda ed estorsione dai lavoratori liberi. Il lavoro della terra in lotti presuppone una stabilità dell'ordine, che lo Stato romano centralizzato rendeva sacrosanta coi suoi giudici e i suoi agenti e soldati, ma che è venuta a mancare perché non solo giungono spesso sulle terre opime nuovi popoli armati, ma si svolgono lotte tra i signori e capi di uno stesso potere mal centralizzato.

Più che della libertà il contadino franco aveva bisogno della sicurezza, elemento base dell'ordine giuridico romano, oggi rinnovellato ed esaltato a modello. Cedendo la libertà trovò la sicurezza, ossia la forte probabilità di coltivazione per se stesso e non per altri predatori del totale raccolto e di ogni scorta ed attrezzo.

Questa forma fu l'accomandazione (non raccomandazione come in qualche testo scrivono), che è in fondo un patto tra il lavoratore della terra ed il signore armato e combattente. Il signore feudale garantiva la stabilità nel territorio di lavoro, e il contadino impegnava a lui parte del raccolto (prestazione) o parte del suo tempo di lavoro (comandata). Ma la sicurezza di non essere mandato via divenne obbligo di non lasciare la terra. Non vi era più lo schiavo, alienabile, ma nemmeno il contadino franco: vi era il servo della gleba.

 

Le basi della rivoluzione moderna

 

La difesa di questa forma dinanzi allo schiavismo latifondista fondiario fatta da Engels è pienamente marxista. La nuova forma consente, ad esempio nella Francia dei semi-selvaggi Celti, uno sviluppo enorme della produzione e un aumento enorme di popolazione stabile, tanto che le carestie periodiche (conseguenze dell'abolito commercio tra regioni e province) e le Crociate (tentativo di riaprire le classiche vie commerciali) non valsero due secoli dopo a diminuirla.

La rivoluzione quindi che accompagnò, ad opera dei migratori barbari, la caduta dell'Impero di Roma fu anch'essa svolta nel senso dello sviluppo di forze produttive sociali.

La distruzione del commercio generale e dei mercati ad estensione nazionale ed imperiale condannò la fertilizzata e colonizzata Europa, sede ormai di popoli stabili che gradatamente percorrono l'ascesa tecnica e culturale che comporta l'organizzazione dei paesi stabilmente occupati da sedi umane, a un lunghissimo periodo di vita economica molecolare, sparpagliata, in isole minime, e la classe che formava ormai la grandissima maggioranza della popolazione, la classe serva e legata alla gleba, fu preclusa da qualunque orizzonte.

Ma, come nella geniale intuizione di Fourier, mentre lo schiavo antico non aveva condotto vere vittoriose lotte di affrancamento, per i popoli europei fu posta la base di un lontano ma formidabile sollevamento rivoluzionario contro le classi dominanti e gli istituti del tempo feudale.

Mentre il moderno proletariato urbano si affaccia alla storia, la rivendicazione nazionale è il più alto lievito di questa immensa rivoluzione, atta a sciogliere il cittadino moderno dalle catene del servaggio e a portarlo all'altezza del cittadino antico. Se la rivoluzione moderna borghese usa ed abusa letteralmente di questo riecheggiare delle glorie greco-romane - «qui nous délivrera des Grecs et des Romains?» - è certo che si tratta di un fermento rivoluzionario di forza gigantesca.

Non è la nostra rivoluzione e non è nemmeno la nostra rivendicazione, quella nazionale, e non è nemmeno essa la conquista di un beneficio irrevocabile ed eterno dell'uomo. Ma il marxismo la guarda con interessamento, anzi con ammirazione e passione, e quando la storia la minacci è, nei tempi e nei luoghi decisivi, pronto a scendere nella lotta per essa.

Lo studio necessario è quello del grado di svolgimento dei cicli, e della identificazione dei veri luoghi e dei veri tempi. Se mille anni passarono tra lo sviluppo delle genti primigenie sul Mediterraneo e nell'Europa continentale, il ciclo nazionale moderno dell'Occidente può bene chiudersi e restare per un lungo periodo rivoluzionariamente aperto quello di popoli di altra razza, di altro ciclo e di altro continente.

Ed è soprattutto per questo che importa enormemente mettere a fuoco nel senso marxista e rivoluzionario il gioco del fattore nazionale.

 


 

PARTE TERZA

Il movimento del proletariato moderno e le lotte per la formazione e la libertà delle nazioni

 

Ostacoli feudali al sorgere delle nazioni moderne

 

1. L'organizzazione della società e dello Stato feudale si leva come ostacolo alla spinta borghese per la formazione della nazione unitaria moderna pel suo carattere decentrato in senso orizzontale e verticale. Mentre gli «ordini» riconosciuti hanno ciascuno un proprio diritto e in certo senso non hanno rapporti familiari esterni formando quasi nazioni a sé stanti, i distretti feudali a loro volta avendo un'economia chiusa anche nel senso della forza umana di lavoro, fanno dei gruppi dei lavoratori servi tante piccole nazioni schiave.

 

Riassumendo il punto di arrivo della seconda parte di questo rapporto nel tramonto della nazione classica, succeduto alla caduta dell'Impero Romano, alle invasioni barbariche e al formarsi degli Stati medievali, è bene elencare ancora quali erano gli ingranaggi feudali che impedivano il risorgere storico della nazione. Nazione è dunque un circuito geografico nell'interno del quale il traffico economico è libero, il diritto positivo è comune, e di gran massima vi è un'identità di razza e lingua. Nel senso classico la nazione lascia fuori la massa schiava e accomuna in quei rapporti i soli cittadini liberi; nel senso moderno e borghese la nazione comprende tutti quelli che vi sono nati.

Se abbiamo trovato prima della grande tappa storica greco-romana Stati che non erano nazioni, e se ne ritroviamo dopo questa e prima della tappa borghese, non abbiamo mai una nazione senza Stato. Tutta questa trattazione in senso materialista del fenomeno nazionale, si incardina quindi ad ogni passo sulla teoria marxista dello Stato, ed è qui il divario tra i borghesi e noi. La formazione delle nazioni è un fatto storico reale e fisico quanto altri, ma quando è raggiunta la nazione unitaria statalmente, essa è sempre divisa in classi sociali, e lo Stato non è espressione - come per loro - di tutto l'insieme nazionale come aggregato di persone, o sia pure di comuni e distretti, ma è l'espressione e l'organo degli interessi della classe economicamente dominante.

Due tesi sono quindi contemporaneamente vere: l'unità nazionale è una storica necessità e quindi anche una condizione del futuro avvento del comunismo la raggiunta unità, con il mercato interno unico, l'abolizione degli Ordini, il diritto positivo uguale per tutti i sudditi; lo Stato centrale, non solo non esclude ma porta all'espressione più potente la lotta della classe operaia contro di esso, e l'internazionalità di questa lotta nell'ambito del mondo sociale sviluppato.

L'economia della società feudale è prevalentemente terriera. I componenti l'ordine nobiliare si dividono il possesso di tutta la terra non solo nel senso topografico distrettuale, ma soprattutto nel senso della soggezione personale ad essi di gruppi della popolazione contadina. Per i loro privilegi i nobili formano in certo senso una «nazione»: non hanno scambi di sangue con servi o artigiani o borghesi, hanno un proprio diritto, e giudici dello stesso ordine. Il loro possesso terriero ereditario nella forma pura non è nemmeno alienabile, ma segue un titolo e investitura che viene dalla superiore gerarchia feudale e in ultimo con i dati limiti dal re. L'esercizio delle armi è privilegio di tale ordine quanto ai comandi; quando si formeranno truppe di massa, saranno mercenarie e molto spesso di raccolta extranazionale.

La classe dei servi non forma una nazione, non solo in quanto non ha alcuna rappresentanza od espressione centrale, ma in quanto si riproduce in cerchi chiusi e non comunicanti; è giuridicamente dipendente dal signore e con codici variabili da zona a zona o addirittura al suo arbitrio. Il servo non ha per limite fisico la frontiera statale o per limite giurisdizionale il centro statale, ma trova ambi i limiti nel feudo del signore.

Dobbiamo ora dire dell'ordine ecclesiastico, che nelle varie fasi è vicino al potere poco diversamente dall'ordine nobile. Ma esso non è una nazione e non definisce una nazione, sia perché non può avere continuità genealogica vigendo il celibato dei preti, sia perché il suo limite è extra-nazionale. La Chiesa cattolica, nel suo stesso nome, è internazionale, per meglio dire è nella dottrina e nella organizzazione interstatale come interrazziale. Questa particolare sovrastruttura è il prodotto di una economia a isole chiuse. Il servo è il solo che fornisce forza-lavoro, e ne consuma una parte sotto forma di una frazione dei prodotti della terra: i suoi bisogni sono talmente limitati che ai prodotti manufatti provvede da sé, essendo del tutto embrionale la divisione del lavoro, ed essendo appena tollerati i primi artigiani (quelli famosi che, mentre i contadini abitano sparsi sulla terra, si raccolgono nel borgo ai piedi del castello baronale e diverranno i tremendi, rompiscatole, rivoluzionari borghesi). Il barone e i suoi pochi cagnotti consumano quanto i contadini recano di quota al castello, o producono nei campi signorili con turni di giornate. È chiaro che questa disposizione di larghi prodotti da parte di una piccola privilegiatissima minoranza mano a mano esalta i bisogni e moltiplica la richiesta di articoli manufatti, sebbene le principesse mangino ancora con le mani e cambino la camicia solo nelle grandi occasioni.

Di qui il materiale contrasto, punto di partenza di tutta l'immensa lotta che invocherà i paroloni sonanti come Patria, Libertà, Ragione, Critica, Idealità, tra la barriera distrettuale al movimento di persone e cose, e l'esigenza del libero commercio interno in tutto lo Stato, e poi universale, che permette al signore di godere della sua ricchezza, ma accelera la corsa verso l'audacia dei mercanti che un giorno baratteranno in denaro la sacra avita terra feudale... Perché si dirà agli illusi di avere ottenuta una Patria allorché nei confini dello Stato vi sarà una Moneta, una Borsa, un Fisco unitario, condizioni per l'erompere delle forze produttive capitaliste.

 

Localismo feudale e Chiesa universale

 

2. Nella società medioevale la base produttiva ed economica non è nazionale poiché è sub-nazionale, quanto ad aziende di lavoro e a mercato. La sovrastruttura linguistica, culturale, scolastica, ideologica, non è nazionale in quanto si concentra intorno alla Chiesa cristiana di Roma, con dogma, rito e organizzazione universale. Ma non solo, nella forza della Chiesa non risiede un mezzo per vincere il particolarismo feudale, in quanto essa appoggia strettamente gli interessi e gli ordinamenti della nobiltà terriera.

 

Le nazioni classiche avevano già raggiunta l'unità del diritto personale e commerciale entro le frontiere politiche, perché alla produzione terriera, anche allora fondamentale, si sovrapponeva la possibilità di formazione di ammassi di merci e di moneta grazie alla disposizione del lavoro degli schiavi, e alla clamorosa ineguaglianza, non solo permessa ma tollerata dal diritto romano, del numero di questi posseduto dai vari cittadini liberi, come anche del possesso allodiale della terra.

Dopo la soppressione, che abbiamo già chiarita al lume del determinismo, di questo tipo schiavista di produzione, sarà aperta per altra via - quella borghese - la via al flusso generale delle merci manufatte, e la produzione di esse si leverà di fronte all'agricoltura ancora da pari a pari, per poi sopravanzarla enormemente - ed insensatamente - nel tempo capitalista.

Ma la nazione classica con Roma era divenuta, più che una nazione, una universalità politica territoriale di potere organizzato, su tutto il mondo non barbaro.

La crisi ineluttabile di questo modo di produzione, cui aveva condotto l'accumulazione fantastica, favorita dal centralismo statale e dalla dittatura di esso sulle province, del possesso terriero e schiavista nelle mani di pochi ricchi strapotenti, aveva facilitato ai barbari avanzanti la riduzione in frantumi di quell'organizzazione immensa e unitaria.

Nel tempo del Medioevo tuttavia questa universalità era rimasta sotto una ben diversa forma, nell'organizzazione possente della Chiesa cristiana di Roma. Non ci occuperemo qui del grande processo storico, decifrabile con le stesse direttive sociali, relativo all'Impero d'Oriente che resistette per secoli e secoli più dell'Occidentale, ma se aveva potuto arginare l'ondata tedesca da Nord-Est non poté poi resistere a quella mongola da Sud-Ovest, e cedette per vie essenzialmente analoghe, con la frammentazione di un'unità divenuta sempre più simbolica.

Nell'Europa d'Occidente il premere della esigenza di sviluppo dello scambio mercantile generale contro lo spezzettamento terriero feudale prende le forme di un'esigenza per ricostruire il centralismo, che aveva dato al mondo romano classico potenza, ricchezza e sapienza che sembrano tramontate.

Ma la risposta a tale esigenza non poteva essere quella «guelfa», che ponesse contro gli Imperi tedeschi del tempo di mezzo, e la loro bellicosa classe dirigente, l'influenza internazionale della Chiesa, anche se ciò apparve nel reale rapporto di urto delle forze di classe per le prime cittadelle della nuova classe borghese: i Comuni italiani, retti da maestri, artigiani, banchieri, mercanti, che avevano addentellati in tutta Europa.

La Chiesa infatti costituisce per tutti gli Stati sorti dallo smembramento dell'Impero - dopo i primi secoli di resistenza - una sovrastruttura comune aderente al potere dei baroni feudali e dei loro monarchi. Appunto perché non si tratta di società nazionali, le funzioni di cui parliamo trascendono i limiti delle frontiere politiche. Non vi sono ancora lingue nazionali parlate dal «popolo», ossia «volgari». La lingua dei sacerdoti è ovunque il latino, mentre la massa serva parla dialetti che non si comprendono a poche diecine di chilometri di distanza, fin quando non è lecito viaggiare per trovar lavoro o denaro, ma solo per combattere, al che poco occorre il discorso. Ma il latino non è solo la lingua unica del rito, che sarebbe poco, bensì il solo veicolo della cultura, praticamente la sola lingua che tutti e ovunque possono leggere e scrivere.

Il latino, ed esso solo, viene insegnato ai membri dell'ordine nobile, e ciò vuol dire che la scuola resta, affidata alla Chiesa, una struttura interstatale, anche quando cominciano ad esservi ammessi elementi di altre classi, che oltre ai «giovani signori» e ai preti e frati di domani, comprendono pochi figli di borghesi delle città, con esclusione assoluta (non è superata del tutto nemmeno oggi, in province disgraziate di nazioni tanto nobili quanto... Italia e Jugoslavia!) dei contadini sparsi.

Non solo quindi passa per questo setaccio unitario tutta l'alta cultura, si discutono infatti gli stessi temi e testi a Bologna, Salamanca, Parigi o Londra, ma la stessa cultura pratica, e alla fine ne esce tutto l'elemento burocratico, civile, giudiziario, militare che sia: tutta la classe che ha una cultura, non ha ancora se non molto vagamente una «cultura nazionale», e sorgono solo dopo il Mille le «letterature nazionali».

Gli stessi borghesi che si fanno le ossa pagano il loro tributo a un tale connettivo sociale, che è una sovrastruttura del tipo produttivo dominante, ma allo stesso tempo è un inevitabile mezzo di lavoro, e se da Firenze il banchiere tratta rapporti fitti di affari con Anversa o Rotterdam, lo fa con una corrispondenza commerciale in lingua latina, anche se avrebbe fatto morire di colpo, un tale latino, Cesare e Cicerone redivivi; non meno che quello della Messa.

Tuttavia l'impalcatura ideologica cattolica, malgrado la grandezza di una tale costruzione che va recisamente e senza mezzi termini al di là ed oltre le differenze di sangue, di razza, di lingua tra uomo e uomo, si lega storicamente alla difesa e alla conservazione del tipo feudale di servaggio. La collaborazione comincia alla base tra il curato e il baronetto, che si spartiscono decime e tributi del contadino sfruttato, la cui soggezione è strettamente connessa al suo legame alla terra e al feudo di nascita. D'altra parte le comunità conventuali e i vasti ordini religiosi, non senza lotta col baronato, detengono vasti possessi col rapporto produttivo del tutto identico a quello feudale, ed hanno in comune la rivendicazione che tale possesso di suoli, corpi ed anime sia inalienabilmente legato al titolo, aristocratico da un lato, ecclesiastico-gerarchico dall'altro.

 

Universalismo e centralismo politico

 

3. Benché in Italia le prime lotte dei borghesi, organizzati in piccole repubbliche comunali ma ancora incapaci di assurgere alla visione di un'economia ad organamento interregionale, abbiano trovato con la parte guelfa appoggio nel papato, Dante precorre le forme moderne borghesi invocando nella monarchia la prima forma storicamente possibile di Stato centralizzato, pur non anticipando espressamente la richiesta nazionale, nel suo ghibellino universalismo che teorizzava un potere unico europeo.

 

Quando Dante scrive il suo trattato De Monarchia egli, di famiglia guelfa, sposa la tesi ghibellina. Nella teoria storica che Dante esprime è fondamentale l'esigenza unitaria di un potere centralista, e l'avversione alle sterili contese tra famiglie dei Comuni e piccole Signorie. La nuova esigenza universale si appoggia sulla tradizione formidabile dell'Impero di Roma, e tralascia e combatte l'universalità della Roma cattolica; ed è per questo che Dante depreca il potere e la direzione politica del Papato ed invoca nell'Imperatore tedesco un grande monarca che unifichi in uno Stato centrale l'intera Europa: Germania e Italia, e poi Francia e il resto.

Daremo la dottrina politica di Dante al Medioevo, perché non contiene l'esigenza borghese essenziale delle nazionalità separate, o vedremo in essa un anticipo del moderno tempo borghese? Bisogna evidentemente scegliere la seconda tesi. L'istituto della monarchia assoluta sorge, nel seno del Medioevo, come la sola forma allora compatibile dello Stato centrale in conflitto col federalismo del baronato e con le sue pretese di autogoverno periferico. Dalla parte di questo sta l'oscurantismo del clero e di Roma; dalla parte delle prime corti, di cui un brillante esempio caro all'Alighieri è quello di Federico di Svevia a Palermo, la via si apre alle nuove forze produttive, al commercio, e quindi all'incoraggiamento alle arti e allo scambio delle idee fuori della dittatura scolastica. Non è certo nazionale il re svevo, ma non è tutta leggenda quella che lo descrive ateo, scienziato, artista, ed è certo che fu fondatore delle prime industrie e manifatture, precursore di forme sociali non contenibili nell'ignoranza retrograda delle aristocrazie, esperte solo nelle armi. La prima forma in cui il capitalismo si contrappone al regime antico terriero è la monarchia centrale in una grande capitale, ove artefici e artisti e scienziati aprono alla vita materiale nuovi orizzonti.

Il trattato latino De Monarchia è una prima manifestazione ideologica di questa moderna esigenza ed in questo senso è rivoluzionario, antifeudale e anti-guelfo: il futuro anticlericalismo attingerà ampiamente del resto alle invettive del gran poema contro il Papato. E se l'esigenza chiaramente nazionale non è in Dante esplicita, ed egli vede un'Italia politica unita a spregio dei signorotti locali, ma provincia dell'Impero oltremontano, ciò si deve al fatto che in Italia la borghesia moderna nacque prima, ma con carattere comunale e locale, il che non toglie importanza a questo primo erompere di forze vive dell'avvenire, ma la fece socialmente soccombere, per ragioni inerenti al mutarsi degli itinerari geografici dei nascenti scambi commerciali, prima di assurgere alla visione del potente Stato capitalista unitario a limite nazionale. Ciò non toglie però che nel paese, che doveva essere tra gli ultimi a raggiungere il postulato della nazionalità nella storia moderna, fu Dante stesso ad affermare nella letteratura la lingua volgare italiana, a porre la pietra angolare della diffusione decisiva della parlata toscana contro i cento dialetti che risentivano delle più lontane origini, dalla longobarda alla saracena.

 

Rivendicazioni rivoluzionarie delle borghesie nazionali

 

4. Nella spiegazione marxista della storia ogni periodo di passaggio da uno all'altro dei modi di produzione vede da un lato la classe dominante chiusa a difesa del suo privilegio economico con l'impiego degli apparati di potere e dell'influenza delle sue ideologie tradizionali, dall'altro la classe rivoluzionaria che lotta contro tali interessi, istituti ed ideologie e in modo più o meno deciso e completo agita nel seno della vecchia società nuove ideologie, in cui si racchiude la sua coscienza delle proprie conquiste e del futuro modo sociale di produzione. Le moderne borghesie sviluppano nelle varie nazioni europee sistemi particolarmente interessanti e suggestivi che sono vere armi di lotta, e tutti girano intorno alla grande rivendicazione di unità e di indipendenza nazionale.

 

L'inizio dell'età moderna e la fine del Medioevo nei manuali di storia si pongono a volte al 1492, a volte al 1305. La prima data è quella della scoperta dell'America, ed è significativa nella storia della borghesia - vera epopea nel tracciato che ne ha dato il marxismo, dalla sintesi impareggiabile del Manifesto a tutte le altre classiche descrizioni - in quanto segnò l'apertura delle vie ultra-oceaniche, la formazione della trama del mercato mondiale, il destarsi delle potentissime forze di attrazione che, sotto forma di richiesta di merci manufatte, sollecitò l'avanzata razza bianca alla guerra della superproduzione. Parallelamente a questo svolto poderoso, si spostò il centro del rigoglioso sorgere dell'industrialismo, e precisamente si spostò dall'Italia del centro-nord al cuore dell'Europa atlantica, extra-mediterranea.

Ma il 1305 è la data in cui Dante scrive la Commedia, ed in Italia le rivendicazioni della rivoluzione antifeudale e antichiesastica erano già poste, se pure in funzione di un'area geografica più limitata. Compressa la tradizione di Roma entro i limiti della penisola, e per notevoli che fossero gli apporti di nuovo sangue barbaro, le forme organizzative dei popoli tedeschi trovarono maggiore resistenza ed il regime feudale non ebbe mai vita piena.

Restando gli stessi i vantaggi della ubicazione nel bel mezzo dei mari navigabili, ripresero rapidamente i commerci e gli scambi e si sviluppò su nuove basi la divisione del lavoro. Se il sistema dei Comuni cadde e sorsero piccole Signorie e monarchie autocratiche ereditarie, non per questo prevalse il servaggio terriero, e parte notevole della popolazione restò formata da contadini ed artigiani autonomi, da piccoli e medi commercianti. La borghesia non assurse per tali particolari motivi a classe nazionale, come poté fare solo alcuni secoli più tardi ma in un campo assai più vasto. Mandata indietro dall'Italia, la rivoluzione capitalistica subì un lungo rinvio, ma al XVI, XVII, XVIII secolo poteva guadagnare Inghilterra, Francia e poi Europa centrale.

Così l'avvento di un modo di produzione nuovo, tentato in una stretta cerchia può fallire ed essere costretto dalla sconfitta ad attendere intere generazioni. Ma alla sua ripresa storica esso si affermerà in un circuito molto più vasto. E così può ammettersi che la rivoluzione comunista, schiacciata in Francia nel 1871, abbia dovuto attendere il 1917 per tentare la conquista non della sola Francia ma di tutta l'Europa; e che essendo oggi stata sconfitta e svuotata come era stata la ristretta rivoluzione borghese dei Comuni, possa finalmente dopo un periodo di altre generazioni riproporsi come estesa a tutto il mondo e non solo a quello occupato e controllato dalla razza bianca.

Come nel periodo tra il XII e il XV secolo poterono sembrare illusioni disperse dalla storia le rivendicazioni di uguaglianza giuridica dei cittadini, libertà politica, democrazia parlamentare, repubblica, mentre la loro forza non faceva che aumentare per un'affermazione storica imponente a scala europea che oggi ci appare cosa ovvia; così nel periodo attuale solo in apparenza possono sembrare sopite e dimenticate le rivendicazioni del proletariato moderno per l'abbattimento violento dello Stato democratico capitalista, la dittatura della classe lavoratrice, la distruzione dell'economia salariale e monetaria.

In tutto quel periodo le classi e i gruppi borghesi, resi più influenti dai mutamenti nelle forze e nella tecnica produttiva e dal fervore degli scambi mercantili, non cessano in ogni occasione di porre le nuove rivendicazioni e di lottare per esse, fin quando perverranno a quella totalitaria di infrangere l'ordinamento feudale e insediarsi al potere.

L'artigiano e il mercante rifiutano di considerarsi come il contadino servo sudditi di un locale nobiluccio: essi si spostano, sebbene ciò all'inizio sia anche rischioso, da un distretto all'altro e percorrono tutto il territorio statale chiamati dal loro lavoro e dai loro affari, per facile che sia ai nobili vessarli, e spogliarli di quanto avranno accumulato man mano che masse notevoli di ricchezza si formano nelle mani di individui che sono fuori degli ordini e gerarchie tradizionali. Questi pionieri di un nuovo modo di vivere rivendicano il diritto di essere cittadini dello Stato e non sudditi del nobile: nella prima forma essi si dichiarano sudditi del re, per quanto assoluto. Il monarca e la dinastia sono la prima espressione di un potere centrale riferito all'intero popolo e a tutta la nazione. Il legame, cardine del diritto borghese, tra Stato e suddito, tende a stabilirsi direttamente senza essere trasmesso per le frammentarie gerarchie feudali.

Se vogliamo vedere questo trapasso nel campo della base economica, ricorderemo il romanzo dedicato all'episodio Il Re d'Inghilterra non paga. La grande banca borghese fiorentina dei Bardi anticipò al re in fiorini d'oro una somma colossale per un fondo di guerra: ma il re, perduta la guerra, non pagò gli interessi né restituì il capitale: la banca fallì e l'economia fiorentina ebbe un colpo enorme. Il vecchio banchiere morì di crepacuore non avendo trovata alcuna giurisdizione davanti alla quale tradurre il debitore sfrontatamente moroso. Nel sistema borghese avrebbe potuto citarlo avanti lo stesso magistrato inglese, e farsi pagare.

In una commedia di Lope de Vega, se vogliamo far cenno alla rivendicazione giuridica, il re fa la figura migliore, ma la rivendicazione è sempre borghese. In un paese di provincia un don Rodrigo del posto rapisce una giovane. Il padre, cui si ride sul viso, va a Madrid e si rivolge al re; questi in incognito lo segue al paese, con scarso seguito e senza armi; si siede come giudice, condanna severamente il comparso signore e libera la giovane con i dovuti indennizzi: il concetto che ogni cittadino trova giudice nel re contro il sopruso del potere distrettuale, traduce la rivendicazione centralista borghese.

Famoso è poi il mugnaio di Sans Souci che a Federico di Prussia, che gli voleva espropriare il mulino per ingrandire il parco del suo castello di delizie, oppose rifiuto, e uscì dall'udienza dicendo: «Vi sono dei giudici a Berlino!». Il giudice può condannare il re nel nome del re, e questo pare un capolavoro di stile nella concezione borghese del diritto: ma ben presto la stessa borghesia per esigenze rivoluzionarie sarà più risoluta e condannerà i re al taglio della testa.

Man mano che nell'ambito degli antichi Stati retti dalla nobiltà terriera come nei casi classici di Francia e Inghilterra, cresce rispetto all'economia agricola l'importanza dei commerci e delle manifatture, man mano che sorgono le grandi banche, i debiti di Stato, il sistema protezionista, il sistema fiscale centrale ed unico, le borghesie invocano maggiori privilegi al potere regale ossia all'amministrazione centrale. Nella sovrastruttura ideologica, e nell'agitazione culturale e politica per questi postulati nuovi, tutti questi sistemi unitari sono descritti e magnificati come espressione, non di una dinastia per diritto divino riconosciuta ed investita dai poteri religiosi, ma del popolo tutto, dell'insieme dei cittadini, della nazione, in una parola. Il patriottismo, questo ideale che si era eclissato dopo l'esaltazione nell'antichità classica, ridiventa il tema delle civili esaltazioni e ben presto infiamma (partito com'è dalle esigenze di trafficanti e fabbricanti) gli intellettuali, gli scrittori e i filosofi, che alle nuove prementi forze produttive sovrappongono una meravigliosa architettura di principii supremi e di decorazioni letterarie.

 

Iridescenti sovrastrutture della rivoluzione capitalista

 

5. Come le condizioni per la lotta rivoluzionaria del moderno proletariato si pongono nel pieno espandersi del modo capitalista di produzione, così la dottrina e il programma della rivoluzione comunista internazionale si costruiscono avendo appieno svolta la critica delle ideologie borghesi, che presero diversi caratteri nazionali in quanto appunto ogni rivoluzione borghese è nazionale, e ha suoi peculiari caratteri nella particolare maniera di costruire quella che Marx definisce «la coscienza che ogni epoca ha di se stessa».

 

In Italia, come abbiamo indicato, il contenuto economico della forma borghese si presenta precoce, ma insufficiente ad assumere il controllo della società: il contenuto politico, storicamente di prima importanza, si limita al controllo di piccole libere repubbliche cittadine, artigiane, commercianti o marinare. Queste forme non riusciranno storicamente a passare alla costituzione di un potere nazionale. Ma mentre questa prima società borghese sarà riassorbita da quella feudale europea malgrado le sue vittorie militari contro l'imperatore germanico, i suoi effetti nella «sovrastruttura» ideologica e soprattutto artistica si faranno sentire nei secoli immediatamente successivi. Il richiamo alle forme politiche della romanità e agli istituti classici di libertà fatto dai cittadini delle prime repubbliche, si riflette, più che nell'organizzazione degli Stati e delle nazioni, nella fioritura della nuova tecnologia e nel grande splendore dell'arte del Rinascimento, che ritrova e ravviva i modelli classici.

Parallelamente prendono lo stesso slancio, col ritrovamento e il rinnovato studio dei testi classici, che fornisce materiale ravvivato e reso attuale per le esigenze sociali del tempo, la letteratura e la scienza che si contrappongono al dominio conformista della cultura cattolica e scolastica. Questo moto immenso è dunque il prodotto di un particolare sviluppo dello scontro e del trapasso tra due modi di produzione, la luce dell'esplosione di una nuova società nel seno dell'antica, che tuttavia non ha potuto rompere gli ultimi involucri e li ha solo scossi in un terremoto storico; è tutto questo, o quello che meglio si potrebbe sviluppare ed esporre, piuttosto che il risultato di uno strano congresso nelle alcove di spermatozoi avventurati che avrebbero dato contemporanea nascita ad architetti, pittori, scultori, poeti, musici, pensatori, scienziati, filosofi, e così via, tutti di primissima grandezza.

E artisti, poeti e ideologi con opere memorabili e capolavori famosi non mancarono di esaltare, pure in una situazione di politica e sociale servitù, il concetto di patria e di nazionalità italiana, cui lontani imitatori, in verità spesso di calibro assai misero, fecero incessante e anche stucchevole ricorso.

In Germania, ove deve parlarsi, e tante volte si parla nelle invettive di Marx e di Engels di una serie di aborti nel parto della Nazione, si ebbe altro grandioso fenomeno: la Riforma che del resto si diffuse variamente a tutta l'Europa.

La lotta sociale di nuovi ceti contro l'antica dominazione dei principi feudali sostenuti dalla Chiesa non riuscì a concretarsi in risultati politici, ma nemmeno si limitò in quel primo tempo alla critica di scuole artistiche o filosofiche, bensì si esplicò nello stesso organismo della Chiesa e si trasportò sul terreno dei dogmi religiosi. Vediamo qui una fase del frammentarsi dell'unica Chiesa in diverse chiese nazionali che si sottraggono alla normativa di Roma, non solo variando più o meno gli articoli della dottrina mistica, ma soprattutto spezzando i legami con la gerarchia del clero e sostituendo le nuove gerarchie nazionali. Se uno degli aspetti con cui lo Stato nazionale borghese appare nella storia è la lingua nazionale, altro non meno importante è la religione. La manifestazione tedesca fu più imponente nell'aspetto di religione e di Chiesa nazionale. La sostanza era il fremere delle nuove classi: borghesi e maestri artigiani delle città tedesche, come contadini servi delle campagne tedesche, guardavano a Lutero come a quello che li avrebbe guidati alla lotta contro i principi, baluardo dell'ingranaggio feudale e terriero, ma Lutero non solo sconfessò Münzer che capitanava la vinta gloriosa insurrezione dei contadini contro i piccoli principi, ma non seppe nemmeno condurre questi a vincere i grandi principi.

Se i limiti e i vincoli della società del Medioevo furono rotti in Italia solo nella letteratura e in Germania solo nella religione, espressioni di rivoluzioni o immature o schiacciate, nel primo storico caso puro, che è quello dell'Inghilterra, fu investita in pieno nelle sue profonde strutture l'economia sociale. Ivi mentre la produzione agricola, per motivi climatici e geografici non avrebbe mai potuto condurre ad alimentare una popolazione intensa, prese uno sviluppo dominante la produzione manifatturiera e industriale, ignota fino allora a qualunque paese. Gli stessi affittaiuoli delle tenute fondiarie accumularono forti capitali pecuniari mentre sempre più numerosi contadini venivano privati della terra e proletarizzati: si formarono assai più intensamente che altrove tutte le condizioni della produzione capitalistica e la borghesia manifatturiera prese grandissima importanza. Nobiltà e dinastia furono battute e, malgrado la breve vita della repubblica rivoluzionaria e l'uccisione di Cromwell, ben presto con una nuova rivoluzione la borghesia prese il potere, nella forma che oggi ancora dura della monarchia parlamentare.

Indiscutibilmente le condizioni geografiche non meno di quelle produttive contribuivano a dare al Regno Unito il carattere di nazione bene opposta a tutte le altre, il confine essendo ovunque il mare. Ma bene Engels notava, nella critica al programma di Erfurt (in cui proponeva per la Germania ancora divisa in staterelli federati la rivendicazione della «Repubblica una e indivisibile» che nelle due isole si trattava di almeno tre nazionalità, con suddivisioni sia di lingua che di razza e anche di religione. Col tempo infatti si staccheranno sostanzialmente gli Irlandesi, celti di razza, cattolici, di lingua gaelica, che era quasi scomparsa; e gli Scozzesi si sentono ancora molto diversi dagli Inglesi, a parte altre infiltrazioni e tradizioni razziali, come nel Galles, e tutti gli effetti del sovrapporsi di invasioni e migrazioni da Romani, Normanni ed infine Sassoni. Un misto dunque di razze, di tradizioni, di dialetti e di lingue anche letterarie, di religioni e chiese, ma la prima formazione di quel fatto storico che è lo Stato nazionale unitario, e corrisponde all'avvento pieno del modo sociale capitalistico.

In Francia infine l'ossatura dello Stato nazionale si va costruendo nella lotta civile delle classi fra loro. I limiti geografici sono definiti con precisione, salvo la storica oscillazione della frontiera verso il Reno, da mari e da catene di montagne. Un rapido processo ha condotto alla formazione di una lingua unica e di una letteratura che vi aderisce strettamente assorbendo le prime del Medioevo e cancellandone le differenze: del resto lo sono state man mano anche le non lievi diversità etnologiche. Non va dimenticato che questa nazione per antonomasia prende lo stesso nome dai Franchi, popolo tedesco che venne dall'Est e scacciò o sottomise gli autoctoni Galli, o Celti. Due popoli dunque di origine non latina, il che non impedì che la lingua uscisse dal ceppo latino.

La richiesta dell'unità nazionale non era dunque territoriale ma sociale, e la borghesia ottenne presto di divenire il terzo ordine riconosciuto e di avere rappresentanze negli Stati generali che affiancavano consultivamente il regio potere. Quando questo non bastò, la lotta fu direttamente politica. Non vi era un industrialismo comparabile a quello britannico, e di ciò sono anche espressione le scuole economiche: gli Inglesi ci dettero subito la teoria e l'apologia del capitalismo di produzione, la Francia uscì dall'agraria scuola fisiocratica, e passò a quella mercantile che vedeva il valore non nel lavoro produttivo ma nel commercio dei prodotti.

Politicamente non vi furono esitazioni: la borghesia francese aspirando direttamente al potere costruì la sua dottrina dello Stato: sovranità non derivante da eredità e da diritto divino ma da consultazione dell'opinione dei cittadini; caduta del dogma e trionfo della ragione, distruzione degli Ordini e delle corporazioni, democrazia elettiva, parlamento e repubblica. L'altra forma nazionale squisita del potere della borghesia era stata gettata d'un blocco dalla fucina della storia. Nel trapasso dal modo di produzione feudale a quello moderno, dunque, fondamentale base economica è il contrasto delle forze produttive coi vecchi rapporti, e le sovrastrutture politiche giuridiche e ideologiche erompono da questa palingenesi della base economica. Ma ciò non si riduce ad una formuletta da farmacisti. La borghesia non ha fatto una rivoluzione mondiale ma una gamma, una rosa di rivoluzioni nazionali, e non è detto che le abbiamo già tutte viste.

Dal sommario e scarno scorcio che abbiamo dato potremmo porre in rilievo, ai fini del fondamentale studio delle «aree» geografiche e dei «periodi storici» che facciamo per la rivoluzione borghese, al fine di procedere bene allo studio di quella - non più a colorazioni nazionali, ma ugualmente inserita in limiti di tempo e spazio nella ricchezza della sua dinamica - del proletariato, questa serie di avvicendamento. Italia: arte; Germania: religione; Inghilterra: scienza economica; Francia: politica. L'integrale sovrastruttura della base produttiva capitalista.

Le gesta della borghesia nella storia sono, com'è chiaro, al tempo stesso economiche, politiche, artistiche e religiose. Ma la ricchezza del suo cammino non si può meglio riassumere se non con le parole stesse del Manifesto:

«Ognuno degli stadi della borghesia si accompagnò ad un corrispondente progresso politico. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, associazione armata e autonoma nei Comuni, qui repubblica civica indipendente, là Terzo stato tributario della monarchia; poi, al tempo della manifattura, contrappeso della nobiltà nella monarchia a poteri limitati o in quella assoluta, principale fondamento, in generale, delle grandi monarchie, finisce col conquistare, con lo stabilirsi della grande industria e del mercato mondiale, l'esclusivo dominio politico nei moderni Stati rappresentativi. In questi il potere dello Stato non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese.

«Essa ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria.

«La borghesia lotta senza posa: dapprima contro l'aristocrazia, poi contro quelle parti di essa stessa i cui interessi contrastano coi progressi della produzione industriale, sempre poi con le borghesie di tutti i paesi stranieri».

 

Entrata del proletariato sulla scena storica

 

6. Con la manifattura e l'industria capitalista si forma la nuova classe sociale dei lavoratori salariati. Vi è una coincidenza storica tra il formarsi di tale classe in masse notevoli e il grande sforzo della borghesia per assumere il potere politico e costituirsi in nazioni. Le masse proletarie, dopo una prima caotica fase di reazione al macchinismo in senso feudale-medievale, trovano la loro via al seguito della borghesia rivoluzionaria, ed è alla scala nazionale che il proletariato trova una unione di classe, non ancora un'autonomia di classe.

 

La storia del tempo moderno è piena di questa lotta contro la nobiltà troppo decentrata e la Chiesa troppo universale, per fondare con la vittoria e il potere integrale della borghesia le nazioni moderne. Se il contenuto di classe, e di sovvertimento del vecchio modo produttivo, è - nella spiegazione apportata dal marxismo - uniforme per tutte le borghesie nazionali, non meno chiaro resta nella nostra dottrina che le rivoluzioni borghesi, in quanto nazionali, hanno ognuna una propria originalità e una propria sagoma, con portata maggiore di quella che deriva solo dai successivi tempi storici e dalle diverse località geografiche. E ciò concorre, in pieno accordo col procedere necessario dello sviluppo capitalista, a spiegare come le nazioni così fondate sono solidali tra loro nella lotta contro l'antico regime per ragioni di classe, ma si combattono senza posa come nazioni e Stati.

Con la nuova classe dominante, il Terzo stato borghese, appare intanto, nei primi decenni del secolo decimottavo e anche prima, il nuovo fondamentale elemento sociale: la classe operaia. Le lotte per la conquista del potere contro il feudalesimo e l'alleato clero, e quella per la costituzione delle unità nazionali, sono in pieno sviluppo: gli operai delle città e delle campagne vi partecipano in pieno, anche quando cominciano ad avere organizzazioni di classe e veri e propri partiti politici che vanno anticipando il programma di abbattere il dominio della borghesia.

Al suo apparire il movimento socialista e comunista vero e proprio non solo non ignora l'enorme complessità di questo processo e ne costruisce la critica teorica, ma stabilisce le condizioni, i tempi e i luoghi nei quali i proletari daranno ai moti rivoluzionari borghesi e alle insurrezioni e guerre di nazionalità un totale appoggio.

È bene anche qui per la chiarezza, e per soffocare subito i moti di sorpresa di taluni che mostrano sentire queste cose per la prima volta, rifarsi al Manifesto:

«Il proletariato traversa diversi gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia dal suo nascere». E qui Marx ricorda la prima «reazionaria» forma di lotta: incendio di fabbriche, distruzione di macchine, di prodotti esteri, richiesta di ritornare alla condizione medievale di artigiani, già tramontata.

Questo primo trapasso da solo basterebbe a porre giù la ricetta antistorica dei semplicisti: due classi sono date, borghesia e proletariato; che questo lotti contro quella e tutto è fatto. Ma seguitiamo.

«In tale stadio gli operai formano una massa dispersa per tutto il paese e disgregata dalla concorrenza. I loro aggruppamenti in masse non sono ancora la conseguenza della loro coesione, ma dell'unione della borghesia che, per i suoi scopi politici, deve mettere in moto tutto il proletariato, e lo può fare ancora. In tale stadio i proletari non combattono già i loro nemici [leggi: i borghesi] ma i nemici dei loro nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, la piccola borghesia. Tutto il movimento storico è così concentrato nelle mani della borghesia; ogni vittoria così ottenuta è una vittoria della borghesia».

Riportiamoci al passo sulle incessanti lotte della borghesia e tra le borghesie nazionali. Esso seguita così: «La borghesia in tutto queste lotte si vede costretta a fare appello al proletariato, a chiederne l'aiuto, trascinandolo così nel moto politico, dandogli così quegli elementi della propria educazione [tradurremmo: allenamento], gli dà cioè le armi contro se stessa».

Le condizioni di vita del proletariato moderno, «il moderno soggiogamento al capitale, eguale in Inghilterra come in Francia, in America come in Germania, lo hanno spogliato di ogni carattere nazionale».

Questo passo che precede il famoso del secondo capitolo, che ha sempre fatto comodo, citato a freddo, agli opportunisti di tutti i tempi (e perfino ora al più fesso di tutti, quello che prende a modello il governo di Tito) corrisponde alla esatta tesi storica che abbiamo seguita nell'attuale elaborazione riespositiva della questione nazionale. La borghesia ha ovunque carattere nazionale e il suo programma è di dare alla società carattere nazionale. La sua lotta è nazionale e per condurla essa forma la sua unione, che trasmette allo stesso proletariato fin che lo adopera come alleato: la borghesia inizia la sua lotta politica costituendosi entro ogni Stato moderno in classe nazionale rivoluzionaria. Il proletariato non ha carattere nazionale ma internazionale.

Questo non si traduce nel teorema: il proletariato non partecipa a lotte nazionali, ma nell'altro: la borghesia ha il postulato nazionale nel suo programma rivoluzionario, la sua vittoria distrugge il carattere a-nazionale della società medioevale. Il proletariato non ha nel programma, che attuerà con la sua rivoluzione e con la conquista del potere politico, il postulato nazionale, cui oppone il postulato dell'internazionalismo. L'espressione nazionale borghese ha senso marxista ed è in data tappa storica richiesta rivoluzionaria. L'espressione nazione in generale ha senso idealista e antimarxista. L'espressione nazione proletaria non ha nessun senso, né idealista né marxista.

Questo mette a posto quanto riguarda sia la teoria della storia che il contenuto del programma di ciascuna classe rivoluzionaria che in essa combatte.

 

Lotta proletaria e ambito nazionale

 

7. Antiche e nuove deformazioni polemiche hanno confuso la posizione programmatica internazionalista del proletariato comunista con la natura formalmente nazionale di alcune prime tappe della sua lotta. Storicamente il proletariato non diviene una classe e non perviene ad avere un partito politico di classe se non negli ambiti nazionali, ed anche la lotta per il potere la ingaggia in una forma nazionale in quanto tende ad abbattere lo Stato della propria borghesia. Anche un certo tempo dopo la conquista del potere proletario questo può restare limitato ad ambito nazionale. Ma ciò non toglie la contrapposizione storica essenziale tra la borghesia che mira a costituire nazioni borghesi, presentandole come nazioni «in generale», e il proletariato che nega la nazione «in generale» e la solidarietà patriottica, dovendo costruire una società internazionale, per quanto comprenda che fino ad un certo stadio è rivendicazione utile, ma sempre in quanto borghese, quella della unità nazionale.

 

Quanto alle fasi del passaggio tra la lotta della borghesia per il potere e quella del proletariato, vale il secondo passo cui facevamo cenno:

«Poiché il proletariato deve in primo luogo conquistarsi il potere politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, è anch'esso nazionale, sebbene per nulla affatto nel senso della borghesia».

Questo passo con altri risente in tutte le traduzioni di un certo errato gradualismo nell'uso dei termini: organizzazione politica, forza politica, dominio politico, potere politico, e infine dittatura. Detto passo segue, nella serie di risposte che nel capitolo Proletari e comunisti sono date alle obiezioni borghesi, all'altro non meno famoso: «Si rimprovera inoltre ai comunisti di voler sopprimere la patria e la nazionalità. Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno». Dopo questa affermazione di principio così radicale, il testo non poteva seguitare: gli operai non hanno nazionalità. È un fatto che gli operai sono francesi, italiani, tedeschi, ecc. Non solo per la razza e la lingua (sappiamo quanto vi sarebbe da ridire), ma per la fisica appartenenza a uno dei territori ove governa lo Stato nazionale dei borghesi, che influisce molto sulle vicende della loro lotta di classe, e sulla lotta anche internazionale. Questo è ben chiaro.

Staccare da questo poche frasi per far dire a Marx che gli operai hanno per programma, dopo rovesciata la borghesia, di fondare nazioni proletarie separate come aspetto essenziale della loro rivoluzione, non solo è trucco, ma al solito vale infliggere al proletariato, nell'attuale sviluppatissimo stadio, i programmi propri della borghesia, per tenerlo sotto il dominio della borghesia.

La cosa è ancor più chiara risalendo all'ordine logico e storico, prima della dichiarazione che il proletariato non ha carattere nazionale, nel capitolo precedente: Borghesi e proletari.

Abbiamo riportata la descrizione del primo stadio di lotta del proletariato contro le macchine industriali; e poi dello stadio ulteriore in quanto il proletariato attua una sua prima unione al seguito della borghesia in lotta: dunque di fatto si forma una unione nazionale degli operai, a fine borghese.

Viene poi la descrizione dell'urto tra operai e borghesi in singole aziende e località. Un grande passo è quello che le lotte locali si accentrano «in una lotta nazionale, in una lotta di classe».

Si deve guardare qui non ad uno sciocco isolamento nella nazione proletaria, ma, all'opposto, al radicale superamento del federalismo, localista, autonomista, che sempre viene battuto dal marxismo nei reazionari proudhoniani, e in tante altre ulteriori scuole similari. Non è lotta di classe quella che si svolge nel perimetro di Roccacannuccia, o di Torino. Da quando la borghesia ha condotto alla vittoria la sua rivendicazione di unità nazionale, la nostra lotta di classe apparirà la prima volta quando avrà fisicamente confini nazionali. Qui sono le altre parole essenziali: «Ma ogni lotta di classe è lotta politica»! È la tesi buttata sul volto dei federalisti, degli economisti di tutti i tipi: «Ogni movimento economico è un movimento sociale, ed è un movimento politico»! E se non ci sono più i piccoli poteri decentrati dei nobili, ma quello che la borghesia ha attuato nel suo Stato nazionale centrale, arriviamo alla lotta politica quando abbiamo collegato l'azione dei proletari entro i confini di una nazione. Così in Europa e in Francia i proletari non lottano ancora, e nemmeno come truppa d'assalto dei borghesi, quando in Inghilterra una piena forma industriale già li contrappone come classe al padronato e allo Stato britannico.

Non siamo dunque nel campo del contenuto programmatico della lotta proletaria, ma in quello di descrivere da un lato i suoi stadi successivi nel senso del tempo, e dall'altro gli stadi nel senso dello spazio, del perimetro entro il quale le classi lottano e gareggiano (la parola stadio in origine misura non tempi ma lunghezze). Ora la borghesia nella sua lunga lotta ha raggruppato i piccoli rings feudali in un unico stadio nazionale di lotta, ed è giocoforza in esso lottare.

Il passo che segue lo dice in tutto lettere: «Non per il contenuto, ma per la forma, la lotta del proletariato contro la borghesia è a tutta prima nazionale. Il proletariato di ogni paese deve naturalmente sbarazzarsi prima di tutto della propria borghesia». Ed allora gli stadi, ossia le successive fasi temperali, si seguono con tutta sicurezza.

Lotta dell'operaio contro la sua azienda in forma primitiva locale.

Lotta politica nazionale della borghesia e vittoria di essa, con la partecipazione degli operai uniti a scala nazionale.

Lotte locali e aziendali degli operai contro i borghesi.

Lotta unitaria del proletariato di un dato Stato nazionale contro la borghesia governante. Essa vale costituzione del proletariato in classe nazionale, organizzazione del proletariato in partito politico di classe.

Distruzione del dominio borghese.

Conquista del potere politico da parte del proletariato.

Da questo punto, sotto l'aspetto contingente formale e costituzionale-giuridico il proletariato, come si costituisce in Stato di classe (dittatura), deve costituirsi in Stato nazionale; e tutto ciò con carattere transitorio.

Ma con ciò non avviene che il proletariato, che non aveva carattere nazionale, lo acquisti come una sua caratteristica storica definitiva (così era invece avvenuto per la borghesia). Carattere e programma del proletariato e della sua rivoluzione restano pienamente internazionali, e il proletariato che primo «si sia anzitutto sbarazzato della propria borghesia» non si contrappone a nazioni in cui questo non sia avvenuto, ma si contrappone alle borghesie straniere seguitando la lotta unitaria al fianco dei loro proletari.

Ed ancora si conclude: il movimento proletario in date fasi storiche lotta per la costituzione delle nazioni ossia favorisce la costituzione in nazione delle borghesie. In questa fase e nella successiva in cui più non si parlerà di alleanza, il postulato nazionale è apertamente dichiarato postulato borghese.

 

Strategia proletaria nell'Europa del 1848

 

8. Non già come esposizione di dottrina o come descrizione di processo storico, ma come politica consegna strategica del fondato partito comunista, il Manifesto, nell'ambito dei paesi soggetti alla reazionaria Santa Alleanza, vuole sia dato appoggio insurrezionale ai partiti borghesi che lottano contro l'assolutismo feudale e l'oppressione delle nazionalità, e che, nel caso di vittoria borghese, segua la rottura dell'alleanza e la rivoluzione operaia.

 

Preferiamo parlare di strategia e non di tattica, in quanto le questioni che l'incandescente periodo storico in cui fu pubblicato il Manifesto poneva sul terreno, non comportavano soluzioni particolari, locali, contingenti, che potessero variare da luogo a luogo e consentissero successivi mutamenti e alternative di decisioni. Tattica è (come per il caso di eserciti il giudicare se una compagnia è in tali forze da attaccare, tenere la posizione o ritirarsi) il decidere il momento per iniziare uno sciopero locale, poniamo, o anche per dare il segnale della lotta a un gruppo proletario armato di un rione o villaggio. La strategia riguarda la direttiva generale di una campagna di guerra o di una rivoluzione: o ve ne sono le favorevoli condizioni o poco serve, anzi è disastroso, mutarla e invertirla nel corso dell'azione generale.

Senza strategia non vi è partito rivoluzionario. Da decenni e decenni i commentatori del Manifesto e di altri nostri testi fondamentali si arrabattano a scusare gli errori strategici che Marx avrebbe commesso nella sua prospettiva dell'azione futura dei comunisti. Infatti nel formidabile testo, e con brevità incomparabile, non è soltanto contenuta la teoria interpretativa del processo storico moderno ed il programma generale della società che dovrà succedere a quella capitalista, ma sono dati precisi riferimenti di tempo e di probabile rapidità, nelle varie zone, dello sviluppo delle lotte e guerre di classe.

Non è possibile che da una visione di insieme delle forze sociali e politiche di Europa si potesse prescindere, quando il tratto saliente di quel periodo storico era quello che, mentre ferveva in pieno il processo formativo delle nazioni, tra le liriche esaltazioni dell'ideologia borghese, tuttavia un'assonanza immediata faceva sì che al moto di Parigi facesse eco quello di Vienna, a quello di Varsavia quello di Milano, ecc., malgrado che ben diverse fossero nelle varie parti di Europa le resistenze dell'agonizzante regime pre-borghese. In quell'atmosfera rovente, tutto faceva ritenere che quello fosse l'ultimo decisivo attacco che avrebbe travolto le fortezze monarchiche ed imperiali del regime antico, e tolto ogni freno al dilagare del capitalismo.

Ma la eccezionale potenza di quella nostra proclamazione di base sta nella dichiarazione che, mentre tutto il primo piano della scena è tenuto dalla battaglia per la libertà democratica e nazionale, contro le ultime sopravvivenze del servaggio e dell'oscurantismo medioevale, è da circa dieci anni già in atto, nel tessuto della nuova economia capitalista, l'ondata d'urto delle forze produttive contro i rapporti di produzione propri non più del feudalesimo terriero, ma del lavoro salariato e del mercantilismo industriale ed agrario.

Quelli che ancora oggi fanno la corte al gonfiarsi del ritmo produttivo, e fanno, da pretesi rivoluzionari, perfetto coro agli inviti del capitale ad investire e produrre di più, dovrebbero ricordare la tremenda frase, che già nel 1848 prevede che la borghesia soccomberà perché «la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppe industrie, troppo commercio»!

La tesi centrale del Manifesto non è dunque quella che nella fase allora in atto l'Europa sarebbe divenuta comunista, ma che in ogni periodo di mutamenti violenti può avvenire la frattura del sistema di rapporti produttivi e che già allora era evidente che i rapporti di tipo capitalista non conducevano ad equilibri, ma a maggiore convellersi entro gli argini delle forze di produzione. Dopo un secolo il volume di tali forze è divenuto ben maggiore, ma è divenuto anche ben altro lo spessore delle lamine corazzate che rivestono il ventre mostruoso in cui il capitale mondiale le racchiude. Il piccolo-borghese, che non assurge alla dialettica del confronto tra una previsione scientifica e un fatto, non ha nemmeno digerito l'adagio che del senno di poi son piene le fosse, adora quelli che gli parlano terra terra e piede piede, e inorridisce se sente una tesi come questa: alla rivoluzione proletaria eravamo più vicini nel 1848 che nel 1948, come non capirebbe la tesi che è più vicino al cretinismo con la sua laurea che con la sola licenza elementare.

La strategia europea del 1848 vede dunque la classe operaia, nei vari Stati alle prese con due compiti colossali: aiutare a completare la borghese formazione di Stati nazionali indipendenti; tentare di buttare giù il potere delle borghesie già vittoriose come di quelle ancora in cammino.

La storia con le sue vicende e il raffrontarsi delle materiali forze in urto ha allungato i termini di questo processo, ma non ha incrinato il cardine strategico di allora: non si potrà passare a guadagnare il secondo punto se non è vinto il primo, ossia rovesciati gli ultimi ostacoli alla disposizione della società in Stati nazionali.

Il principale ostacolo sta in piedi dal 1815 e fu eretto dopo la caduta di Napoleone: la Santa Alleanza di Austria, Prussia e Russia. La posizione del Manifesto è che non si avrà una Repubblica sociale d'Europa se non cade la Santa Alleanza, e quindi si dovrà, coi democratici rivoluzionari del tempo, lottare contro il giogo di questa sui popoli del Centro Europa, e nello stesso tempo sbugiardare costoro davanti ai proletari preparandosi all'evento che, assicurata ovunque la borghese liberazione nazionale con le sue democrazie elettive, seguirà la crisi ancora più profonda dei contrasti del modo di produzione capitalista, con gli urti e le esplosioni storiche che esso, al posto della idilliaca uguaglianza dei cittadini nello Stato e nelle nazioni nel mondo, dovrà suscitare.

Se si è solo un poco meno pettegoli e scemi di un politico da stipendio, che sostituisce al corso storico lo spirare del suo mandato elettorale, si vede che una simile veduta di giganti fu confermata integralmente dalla storia, per dura a crepare che fosse la Santa Alleanza, e sebbene più duro ancora, come di assai più infame di essa fosse la vincitrice Civiltà del Capitale.

Il quarto capitolo, quello strategico, passa in rassegna, come è ben noto, il compito del partito comunista nei vari Stati. Un breve cenno basta a stabilire che i comunisti in America, Inghilterra e Francia, ossia in paesi di compiuto sistema capitalistico, non hanno rapporti che con partiti della classe operaia, pur criticandone deficienze teoriche ed illusioni demagogiche. Poi vi è la consegna (il cui sviluppo seguiremo in questa parte finale della nostra esposizione) relativa a Polonia e Germania, ossia a paesi sotto regime di Santa Alleanza: qui si consacra l'appoggio a partiti della borghesia: in Polonia a quello che sostiene l'emancipazione dei servi agrari e il riscatto nazionale; in Germania ai partiti della borghesia purché lottino contro: monarchia, baronato, e (si rifletta ai traditori moderni) piccola borghesia. Ed è non meno noto e ripetuto da altri documenti che questa proposta di azione comune, armi alla mano, non si stacca un attimo dalla spietata critica ai principii borghesi e ai rapporti sociali capitalistici, sulla traccia della rivoluzione borghese immediato preludio della rivoluzione proletaria. La storia non smentì questa trama, ma la lasciò da parte: come tante volte dicemmo, fallirono entrambe.

 

Ripiegamento rivoluzionario e movimento operaio

 

9. Le lotte del 1848 non condussero alla vittoria generale della borghesia europea contro le forze della reazione assolutista; tanto meno poterono condurre a una vittoria del proletariato sulla borghesia, che fu tentata solo in Francia. Nel successivo periodo sfavorevole che durò fino al 1866 la posizione dei marxisti gravitò da un lato sulla spietata critica ai borghesi liberali democratici e umanitari, dall'altro sul necessario impulso alle lotte per l'unità e indipendenza delle nazionalità, svolte con insurrezioni e guerre di Stati (Polonia, Germania, Italia, Irlanda, ecc.).

 

Quando all'indomani delle battaglie del 1848-49 Marx ed Engels fanno il bilancio di quel periodo convulso (apparso così promettente che ancora nell'opinione popolare ha più colore dei successivi anni di incendio e di travaglio che ha traversato l'Europa e il mondo, in questo terribile secolo) si mostrano sicuri che la fase rivoluzionaria ritornerà, non però tanto presto. Teoria prima e poi organizzazione dovranno essere sistemate prima che si possa pensare all'azione generale vittoriosa: e il tempo non mancherà.

In Germania e in tutta l'Europa Centrale come in Italia il bilancio della lotta è stato lo stesso: i borghesi rivoluzionari liberali insorti sono stati dovunque sconfitti; con loro sono stati sulle barricate gli operai in una totale alleanza condividendo il peso della grave sconfitta, e quindi la situazione ulteriore di una contesa tra borghesi ed operai per il conquistato potere non si è neppure aperta. Non dunque la rivoluzione comunista è stata sconfitta, ma la rivoluzione liberale, e gli operai hanno ovunque lottato per cercare di salvarla dalla catastrofe, come era teoricamente previsto e politicamente indicato nel Manifesto.

Fanno eccezione a questa regola storica Inghilterra e Francia. Nella prima la reazione feudale è da un secolo fuori combattimento e sono già avvenuti gli urti di classe tra il proletariato e la borghesia: dove, come nel cartismo, hanno preso una prima forma politica sia pure con programmi vaghi e ingombranti di ideologie democratiche, la borghesia non ha esitato un momento a ricorrere alla repressione più violenta, pur dovendo al tempo stesso imboccare la via delle concessioni legislative e riformistiche mitigando lo sfruttamento inumano da parte dei fabbricanti.

La Francia ha percorso via diversa, di straordinario significato per la teoria e la politica della rivoluzione proletaria. Dopo la sconfitta di Napoleone, che per Marx è una positiva sconfitta della forza rivoluzionaria borghese da parte della reazione assolutista europea, questa è la serie nota (valga il vero, per i soliti che orecchiano le frasi sul Cesare il despota, il dittatore, il soffocatore della libertà ottantunovista e simili storie: lettera 2 dicembre 1856 di Marx ad Engels: «È un fatto storico che tutte le rivoluzioni, dal 1789, misurano con quasi certezza la loro intensità e la loro vitalità dal loro contegno verso la Polonia. Questa è il loro termometro 'esterno'. È ciò che si può dimostrare particolarmente nella storia di Francia. Di tutti i governi rivoluzionari, Napoleone I compresovi, il solo Comitato di salute pubblica fa eccezione, nel senso che rifiutò di intervenire non per debolezza ma per diffidenza, nel 1794…» ). Dal 1815 al 1831 regna il Borbone, rimesso sul trono da Austria, Prussia e Russia dopo Waterloo. Nel 1831 l'insurrezione rivoluzionaria di Parigi rovescia la monarchia assoluta e diviene re l'Orléans, con una costituzione parlamentare. Vittoria dunque della borghesia, appoggiata fin da allora dagli operai.

Ma la monarchia borghese pende troppo dalla parte dei grandi proprietari e finanzieri, e nel febbraio del 1848 Parigi ancora insorta proclama la repubblica. Borghesi, piccoli borghesi ed operai levano, come Marx ricorda entusiasta, pur non conoscendo i tubi al neon, la fiammeggiante insegna del '93: «Liberté, Egalité, Fraternité».

Questa volta la classe operaia, cui il nuovo governo repubblicano denega immediatamente le promesse migliorie sociali, ingaggia la lotta per andare oltre i suoi alleati e traditori. Sono le formidabili battaglie del giugno 1848 che Marx descrive in quel libro che al tempo stesso è scienza ed epopea: Le lotte di classe in Francia, apparso nel 1850 in tre fascicoli della rivista di Amburgo. La disfatta tremenda dei lavoratori stabilì storicamente la capacità della moderna borghesia repubblicana e democratica ad essere nelle repressioni più spietata della aristocrazia feudale e della monarchia dispotica. Da allora possediamo lo schema completo rivoluzionario che è servito contro l'ondata di opportunismo della Prima Guerra Mondiale, e che deve servire contro l'opportunismo della Seconda. È in queste pagine che troviamo la cardinale tesi politica: Distruzione della borghesia! Dittatura della classe operaia! E ancora: La Rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato! Sono le «parole dimenticate del marxismo» che Lenin ristabilì. E vi sono poi le parole dimenticate, da ristabilire oggi contro i rinnegati e del marxismo e del leninismo, che Engels sottolinea nella prefazione nella tesi cardinale economica: «La presa di possesso del capitale [...] e conseguentemente l'abolizione del lavoro salariato, e con essa l'abolizione del capitale e del loro rapporto di scambio».

Se lo Stato, come in Russia, prende possesso del capitale senza abolire il capitale fa quanto può fare uno Stato borghese.

Lo Stato che economicamente abolisce il capitale, il lavoro salariato, e il rapporto di scambio tra capitale e lavoro, quello può essere soltanto lo Stato del proletariato!

In Francia - non in Europa - è dal 1848 che la serie delle gloriose alleanze rivoluzionarie con la borghesia giacobina è dai lavoratori per sempre denunziata, ed è fino da allora, dal 1848, che possediamo il nostro modello - sì, modello, la rivoluzione è la scoperta di un modello della storia - per la rivoluzione di classe comunista. Sono denunzie che non si ricontrattano, quando le segna il sangue di diecine di migliaia di lavoratori caduti sulle barricate, tra cui tremila prigionieri bestialmente fucilati dalla repubblica borghese.

Marx giustifica che nel 1852, al colpo di stato di Luigi Napoleone, che tuttavia era ben altro che un ritorno feudale, alla soccombente democrazia parolaia il proletariato francese, che non si può tacciare di viltà, opponesse gelida indifferenza. Quanto più disgraziato il contegno del proletariato italiano nel banale episodio analogo di Mussolini!

La nazione francese è una conquista ormai assicurata dalla storia. Il proletariato non ha più remore al compito di «sbarazzarsi della sua borghesia nazionale». Dopo il tentativo di Babeuf nel pieno della grande rivoluzione, gli operai di Francia fanno onore a tale compito cogli insorti di giugno, e coi comunardi. Una smentita alla loro tradizione dettero nel 1914 e nel 1939, due gravi crisi per la borghesia. Anche qui valgono parole di Marx: «Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito ad una nuova crisi. Quella è però tanto certa quanto questa».

 

Lotte di formazione delle nazioni dopo il 1848

 

10. Lo sviluppo della rivoluzione in Germania nel 1848 non raggiunge lo stadio della vittoria politica della borghesia e del suo avvento al potere; e quindi il proletariato tedesco, allora non numeroso, non si trovò al punto strategico di attaccare la borghesia dopo averla sospinta innanzi. Da allora la posizione dei comunisti marxisti è quella di favorire u, processo di formazione nazionale tedesca e di rivoluzione liberale contro la dinastia e lo Stato prussiano, come necessario trapasso ad un'aperta lotta di classe tra borghesia e proletariato.

 

Particolarmente complesso storicamente è il processo nazionale tedesco. Oggi ancora non abbiamo uno Stato nazionale tedesco unitario: esso non vi era prima della Prima Guerra Mondiale, e solo Hitler lo realizzò con l'annessione violenta dell'Austria, spogliata dopo la sconfitta di tutto il possesso di popolazioni di altra nazionalità. Oggi dopo la Seconda Guerra, i vincitori hanno diviso i Tedeschi in tre Stati: Germania Est, Germania Ovest, Austria. Ma mentre da opposte sponde parlano di una riunione delle due Germanie, sono tutti impegnati a isolarne la piccola e debole Austria.

Innumeri citazioni potrebbero servire a caratterizzare la posizione del marxismo su tale problema, a partire dal 1848. Lo Stato prussiano è considerato feudale e reazionario, non trasformabile in uno Stato politico borghese entro quel territorio, e non meno avversa alla stessa rivoluzione borghese è ritenuta la monarchia degli Hohenzollern. Dinastia, aristocrazia, esercito, burocrazia, sono tutte considerate non nazionalmente tedesche e affette da influenze e legami a-nazionali, russofili, baltici, filoslavi. Indiscutibilmente nell'analisi della formazione della nazionalità politica con l'avvento del capitalismo, elemento fondamentale è un antagonismo con le grandi nazionalità contermini, e se ciò si ottiene pienamente contro i Francesi, nemici secolari, manca del tutto sulla frontiera di Oriente: particolarmente contraddittorie a tale processo sono considerate le guerre di Federico II che resero forte la Prussia, ma col carattere di uno Stato-gregario.

Quanto alle guerre antinapoleoniche, appunto esse non hanno nemmeno letterariamente data adeguata base alla nazione tedesca, in quanto sono volte contro l'avanguardia della nuova società borghese e nazionale costituita dagli eserciti e della Convenzione e del Consolato e del Primo Impero, e in quanto sono snaturate dall'alleanza con gli oppressori di nazionalità, autocrati di Russia e di Austria. Su tali guerre non può dunque farsi leva per definire un simile sbocco alla Germania.

Tuttavia deve ben capirsi che se Marx ed Engels rifiutano di considerare base di una nazione moderna lo Stato prussiano e il territorio prussiano, tanto meno sono per la conservazione e l'indipendenza degli staterelli e dei principati. La Prussia, senza di essi o con l'egemonia su di essi, non è la nazione tedesca attesa da vari secoli, ma nemmeno si parla di una nazione bavarese o sassone, e lo sminuzzamento dei granducati è puro detrito feudale. Né mai - gli occhi al modello della vicina «repubblica una e indivisibile» - è da Marx ed Engels caldeggiata una sistemazione federale.

Sarebbe per essi un gran passo avanti una centralizzazione statale democratica in cui ogni cittadino fosse giuridicamente tedesco e suddito del potere centrale. Contro questo stato capitalista unitario sarebbe poi indirizzato l'assalto rivoluzionario della grandeggiante classe operaia tedesca.

Fallita ormai al 1850 l'interna insurrezione antifeudale, con una piena capitolazione della debole borghesia davanti al prussianesimo, lo svolto non può attendersi che dalle guerre tra gli Stati, nel cui sfondo stanno le questioni nazionali. Di particolare interesse sono le posizioni di Marx circa la guerra con la Danimarca nel 1849, quella austro-francese del 1859, quella austro-prussiana del 1866 e finalmente quella franco-prussiana del 1871 da cui uscirà l'Impero, sempre però di prussiana e bismarckiana impronta.

In tutte queste guerre, come altre volte rammentato, Marx ed Engels fanno una precisa e motivata opzione per la vittoria di una delle parti, e svolgono in quanto agitatori una corrispondente politica. Naturalmente questo è le mille miglia lontano dalle apologie dei radicali borghesi e dei rivoluzionari indipendentisti di varia nazionalità che incrociano per l'Europa e sono trattati - anche i più illustri come Kossuth, Mazzini, Garibaldi e simili (per non parlare dei francesi dello stesso colore cui manca del tutto ogni giustificazione di patrie borghesi da far partorire alla storia, come i Blanc, Ledru-Rollin e altri sgonfioni) - da buffi e asini santoni. Tale distinguo lo richiamiamo ad ogni passo, perché la nostra ricostruzione storica non possa essere ingenuamente considerata a discarico delle recenti e contemporanee nauseose leccate di suola da parte «proletaria» ai tanti Churchill, Truman, De Gaulle, Orlando, Nitti, e cento altri liberatori e resistenti dei nostri stivali.

Basteranno pochi richiami e una sola citazione, col rinvio ad alcuni fili del tempo su Nazione, Guerra, Rivoluzione (nn. da 9 a 13 del 1950).

Guerra tra Piemonte e Austria nel 1848 e '49. Condanna dell'Austria attaccata, in quanto è guerra per la formazione della nazione italiana.

Guerra tra Austria e Danimarca nel 1849 per la conquista dello Schleswig-Holstein, comunemente condannata come aggressiva: è invece appoggiata perché unisce ai tedeschi un loro territorio.

Guerra di Napoleone III nel 1859 contro l'Austria in alleanza al Piemonte, e successive lotte italiane del 1860. La posizione è nettamente a favore della costituzione dello Stato unitario italiano, e quindi per la sconfitta dell'Austria; Engels dimostra che gli interessi tedeschi non si difendono sul Mincio. Con ciò si appoggia forse il Bonaparte?! Questo è lo scritto che invoca la lotta sul Reno contro di lui «spada alla mano», ed invoca perfino quella, a lungo rimandata, contro la Russia. Il Secondo Impero è anche ingiuriato per aver defraudato la nazione italiana di Nizza, della Savoia e perfino della Corsica. A ciò farà eco Marx nello scritto sulla Comune stigmatizzando fieramente l'intervento a difesa del Papato e contro Roma capitale d'Italia, come a suo tempo lo era stato l'intervento della Seconda Repubblica francese per schiacciare nel 1849 la Repubblica Romana.

Poiché delle guerre del 1866 e 1870 va detto più oltre, daremo la citazione che chiarisce il pensiero di Marx: rivendicazione necessaria della nazione tedesca, per poi strapparla alla borghesia; denunzia del controrivoluzionario Stato di Berlino.

Lettera ad Engels del 24 marzo 1863: «Bismarck rappresenta esattamente il principio statale prussiano, e lo Stato prussiano (creatura ben diversa dalla Germania) non può esistere senza l'antica Russia né con una Polonia indipendente. Tutta la storia prussiana conduce a questa conclusione, che gli Hohenzollern (compreso Federico II) hanno ricavato da gran tempo. Questa coscienza di padri della patria è ben superiore alla ristretta intelligenza da sudditi che è propria dei liberali prussiani. Poiché l'esistenza della Polonia è dunque necessaria alla Germania, ma impossibile a lato dello Stato prussiano [...]. Oppure la questione polacca è soltanto una nuova occasione di provare che è impossibile realizzare gli interessi tedeschi, fin quando esisterà lo Stato dinastico degli Hohenzollern».

Ad ogni passo, dunque, Germania, nazione germanica, interessi tedeschi: chiaramente interessi nazionali tedeschi. Ciò bene esprime nel caso particolare - ma di peso immenso - la tesi che la costituzione unitaria e centrale dello Stato-nazione è un interesse dei borghesi, in quanto forma del loro potere di classe, ma lo è anche dei proletari fino al momento della realizzazione, perché da esso si inizia lo schieramento politico e di classe, con cui a sua volta il proletariato strapperà alla borghesia nazionale il potere.

 

La questione polacca

 

11. La piena solidarietà con la rivendicazione di indipendenza nazionale della Polonia oppressa dallo Zar ha importanza fondamentale poiché si tratta non solo di un'opinione storica espressa in scritti di teoria, ma di un vero e proprio schieramento politico delle forze della Prima Internazionale. Non solo è offerto e dato il più completo appoggio delle forze dei lavoratori europei, ma la rivolta polacca è considerata come un punto d'appoggio per il ritorno di una situazione rivoluzionaria e la lotta generale in tutto il continente.

 

Seguiamo nei testi e documenti della nostra scuola in tutto dettaglio queste manifestazioni, perché tendiamo a dimostrare errata la tesi che si tratta, e si debba trattare nella politica marxista, di valutazioni e deduzioni fatte volta per volta seguendo i suggerimenti delle varie situazioni e sviluppi contingenti, e senza difficoltà ad invertire le rotte; mentre invece le decisioni politiche risultano rigidamente collegate tappa per tappa alla visione unica del corso storico della rivoluzione generale, e nel nostro caso alla definizione materialistico-storica della funzione delle nazionalità secondo il succedersi dei grandi e tipici modi di produzione.

Lo sfruttamento frammentario ed episodico di questi dati si vede infatti da molto più di mezzo secolo tentato dalle varie parti, al fine di giustificare le contorsioni incessanti dell'opportunismo e dell'eclettismo, che pretende di foggiarsi ogni giorno una nuova dottrina e una nuova norma, di fare senza vergogna dei suoi demoni di ieri i suoi angioli di oggi, o viceversa.

Ma la questione polacca è notevole anche sotto altro riflesso. Può sembrare che la decisa simpatia per le lotte di nazionalità abbia portata quasi platonica e limitata a scritti e studi di descrizione storica o anche di teoria sociale, ma non trasporti i propri effetti anche nel campo dei programmi politici e dell'azione di partito, del vero e proprio partito proletario comunista che già nel considerato periodo (1847-71) aveva come suo originale contenuto la lotta tra proletariato e capitalismo e la distruzione di questo modo sociale di produzione. Ed invece non sono Marx ed Engels scrittori che chiameremo a testimoni, ma Marx ed Engels capi internazionali del movimento comunista. Se da giovanili poco profonde letture taluno poté desumere che gli scritti di Engels su Po e Reno e Nizza, Savoia, Reno, fossero studi politico-militari svolti in una pausa della rivoluzione di classe ed astraenti dal metodo economico sociale (scivolando, se non avvertito, nella concezione che è permesso aprire parentesi e «zone franche» qualsiasi nella dottrina marxista del succedersi degli eventi umani, di tutti e di qualunque di tali eventi) sommamente importa mostrare che tutte le deduzioni nascono in aderenza assoluta al troncone della spiegazione materialista della storia e della decifrazione del «viaggio» collettivo umano nel tempo alla luce dell'evolvere delle forze produttive. Nessuna dimenticanza di queste è permessa a nessuno, trattisi di trarre la spada, e per avventura il bisturi, la penna, il pennello, lo scalpello o l'archetto, come la falce e il martello.

Il Marx e l'Engels «occasionalisti» fanno gioco al Cominform e simili congreghe, ma costituiscono quella centrale, delle tante miserabili contraffazioni che circolano.

È in una lettera del 13 febbraio 1863 che Marx interpella l'amico Engels sugli avvenimenti polacchi. Le notizie su quella eroica insurrezione nelle città e nelle campagne, dilagata in una vera guerra civile contro le forze russe fanno esclamare a Marx: «È certo che l'era delle rivoluzioni si è completamente riaperta in Europa. E la situazione generale è buona». Ma il ricordo delle amarezze del 1850 è troppo vivo: «Ma le innocenti illusioni e l'entusiasmo quasi infantile [nacque qui appo noi l'impiego di questo aggettivo caro a Lenin ma sempre con senso non deteriore] con il quale salutavamo prima del 1848 l'era delle rivoluzioni, se ne sono andati al diavolo [...], vecchi compagni sono morti, altri hanno cambiato casacca o tralignato, e non si vedono affatto nuove reclute. Inoltre sappiamo quale parte ha la scioccheria nelle rivoluzioni e come le sappiano sfruttare i filibustieri». Avanti dunque non infantili ma senili lavativi, aggiornate un poco Carlo Marx su questo punto.

La lettera dà con pochi tocchi, che integriamo servendoci delle successive, il quadro dell'atteggiamento di tutte le forze politiche europee verso l'insurrezione polacca. I «nazionalisti» prussiani, che fanno gli autonomisti per togliere all'imperatore di Vienna la figura di capo della Confederazione germanica e ipocritamente si mostrano solidali con Italia e Ungheria chiedenti l'indipendenza, sono colti con le mani nel sacco: sporcamente russofili, si schierano contro i polacchi. I rivoluzionari democratici russi (Herzen) sono messi anche loro alla prova; malgrado la loro predilezione slava devono difendere i polacchi contro la Russia ufficiale (non pretendere che ottenuta una costituzione dallo Zar la Polonia resti provincia russa). Il borghese governo di Londra e quello di Plon-Plon (Napoleone III) ipocritamente mostrano di appoggiare la causa polacca per delle loro rivalità con la Russia, ma entrambi sono sospetti, e del secondo è certo il tradimento; suoi agenti sono in rapporto con l'ala destra dei polacchi che certamente defezionerà, specie in caso di insuccesso.

Poco o nulla vuole e può fare per la Polonia insorta la «democrazia» europea; e subito Marx fa leva per un programma d'azione pratica sull'Associazione Internazionale dei Lavoratori costituitasi a Londra il 28 settembre 1864. Prima del famoso meeting alla Martin's Hall, Marx fa assegnamento sull'Associazione operaia inglese. Il suo piano è subito delineato: Una proclamazione breve agli operai di tutti i paesi da parte degli inglesi - Un opuscolo diffuso sulla questione polacca scritto su determinati temi da lui e da Engels. E subito dopo il settembre 1864 discussioni nel seno del Consiglio Generale, da lui moralmente presieduto pur non avendo voluto la carica, sull'azione da svolgere. Queste dettero luogo a dibattiti del più alto interesse e alla chiarificazione dei problemi politici del momento.

L'azione pro-Polonia è quindi in tutte lettere inclusa in documenti che emanano dal partito, dall'Internazionale operaia; ed è anzi considerata la leva principale per sviluppare al massimo l'agitazione operaia in Europa e affrettare le occasioni di un movimento rivoluzionario. Di tanta maggiore importanza divengono dunque le precisazioni di principio, sul problema storico dell'appoggio del proletariato internazionalista ad una lotta nazionale.

 

L'Internazionale e la questione di nazionalità

 

12. Nel seno del Consiglio Generale della Prima Internazionale e sotto la personale direzione di Marx, interessanti dibattiti forniscono i dati per rettificare gli errori di principio sulla questione delle lotte storiche di nazionalità. La tendenza ad ignorarle anziché spiegarle materialisticamente più che caratterizzare un internazionalismo avanzato tradisce posizioni particolariste e federaliste derivate da teorie utopiste e libertarie da cui il marxismo sgombrò il campo.

 

Lo stesso comizio di fondazione dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori era indetto per solidarietà coi Polacchi (originò da una lettera degli operai inglesi ai francesi per la Polonia) e gli Armeni oppressi dalla Russia, e come Marx riferisce vi partecipavano molti elementi democratici radicali suscitanti la diffidenza di quegli operai. Preoccupato della chiarezza teorica ma anche della forza del movimento, in un momento storico in cui le rivendicazioni di indipendenza avevano sicura portata rivoluzionaria, Marx provvide a far mettere da parte un testo deforme e redasse egli stesso il poderoso Indirizzo inaugurale, nel quale la lotta di classe proletaria in Inghilterra e nel continente tiene il primissimo piano.

La celebre lettera di Marx del 4 novembre 1864 chiarisce come egli stesse ad armi spianate contro ogni ingresso del democraticume teorico nelle file operaie. Ciò interessa per giudicare rettamente le sue ulteriori fiere ribattute a quelle che oggi si direbbero accuse di essere a destra in materia di nazionalità. Un tal maggiore Wolff presentò uno statuto che diceva essere quello delle società operaie italiane: «Sono essenzialmente delle società di mutuo soccorso. Ho visto più oltre la faccenda. Era evidentemente opera di Mazzini, e tu quindi sai già in che spirito e con che fraseologia vi è trattata la vera questione, la questione operaia, e anche come vi si trovino infilate le questioni di nazionalità». Sollecitato da Eccarius ad andare alle riunioni di sottocommissione Marx sente leggere «un preambolo orribilmente pomposo, mal scritto, peggio pensato, con la pretesa di essere una dichiarazione di principii, ove si vedeva ovunque spuntare Mazzini, avvolto in vaghi brindelli di socialismo francese».

Vi era inoltre, tratto dallo statuto italiano, «qualcosa di affatto impossibile, una specie di governo centrale (naturalmente con Mazzini dietro le quinte) delle classi lavoratrici d'Europa [sottolineato nel testo]».

Infine Marx prepara lui l'Indirizzo, riduce lo statuto da 40 a 10 articoli, e legge il testo divenuto poi storico, che viene da tutti accettato. Tuttavia ha dovuto non svolgere palesemente il suo metodo. Molta di quella gente non ci capirebbe niente, egli confida ad Engels, sono tipi che avranno assieme ai liberali dei comizi per il suffragio universale!

È noto che il celebre Indirizzo dopo la parte sociale e classista contiene un paragrafo finale sulla politica internazionale, in cui gli operai reclamano che i rapporti tra gli Stati siano soggetti alle stesse norme morali di quelli tra gli uomini. Sebbene la frase sia ripetuta nel primo Indirizzo sulla guerra del '70, essa non solo esprime un postulato borghese, come tutti quelli della nazionalità, ma lo esprime in una pura forma propagandistica. Marx si scusa di aver dovuto agire fortiter in re, suaviter in modo, fortemente nella sostanza dolcemente nella forma. Ma i falsi marxisti di oggi sono, nella stessa forma, scesi al di sotto delle peggiori pisciate dei democratici ultra-borghesi. Ecco il chiarimento autentico di Marx: «Nella misura in cui nell'Indirizzo interviene la politica internazionale, io parlo di paesi e non di nazionalità, e denunzio la Russia e non i piccoli Stati. Tutte le mie proposte furono dal sottocomitato accettate. Ma fui costretto ad ammettere nel Preambolo taluni passaggi sul dovere, il diritto, la morale e la giustizia: sono però collocati in modo da non nuocere all'insieme».

Il 10 dicembre 1864 Marx espone la discussione svolta sul progetto di Fox di appello per la Polonia. Il buon democratico ha fatto del suo meglio, cercando di arrivare alla «riduzione alle classi». Ma un punto non è andato giù a Marx, una manifestazione di simpatia alla democrazia francese che quasi quasi arriva «fino a Boustrapa [Plon-Plon]». «Mi sono opposto, e, in uno scorcio storico, ho dimostrato in modo irrefutabile che, da Luigi XV a Bonaparte III, i Francesi non avevano mai cessato di tradire i Polacchi. Ho fatto osservare nello stesso tempo l'inopportunità di dare come nocciolo dell'Internazionale l'alleanza anglo-francese sia pure sotto un aspetto democratico». Il progetto passa con la rettifica di Marx, ma vi è il delegato svizzero Jung che per la minoranza vota contro «quel testo assolutamente borghese».

Per dare tuttavia la misura di quanto è spinto l'interesse alla Polonia in rivolta, è bene far presente che il Consiglio Generale non solo tiene contatti diretti coi Polacchi borghesi, ma riceve in una seduta perfino i rappresentanti dell'aristocrazia, in quanto partecipi all'unione nazionale antirussa. Questi assicurano che sono anch'essi democratici, essendo la rivoluzione nazionale in Polonia impossibile senza la sollevazione contadina. Marx si limita a chiedersi se credono a quello che dicono.

Veniamo al 1866: ancora la questione polacca «è il vero nerbo della polemica in seno all'Associazione». Tal Vésinier accusa nientemeno l'Internazionale di trasformarsi in comitato di nazionalità a seguito del bonapartismo. La barba di Carlo si comincia ad arruffare. «Quest'asino» aveva attribuito ai delegati parigini, che invece lo avevano detto inopportuno, un paragrafo per la Polonia inserito nell'ordine del giorno del congresso di Ginevra. E deplorava che si trattassero questioni «al di fuori dello scopo dell'Associazione e contrarie al diritto, alla giustizia, alla libertà, alla fraternità, alla solidarietà dei popoli e delle razze, quali quelle di annientare l'influenza russa in Europa», ecc. La tesi del Vésinier è questa: non è classista né internazionalista eccitare ad una guerra nazionale dei Polacchi contro i Russi e suscitare nemici alla Russia, perché dobbiamo essere per la pace tra i popoli. A giustificazione si mette a ricordare le vergogne del regime di Bonaparte e della borghesia inglese, e l'emancipazione in Russia e Polonia dei servi della gleba, allora recente, per deplorare che «invece di proclamare la solidarietà di tutti i popoli se ne metta uno solo, il russo, al bando dell'Europa». Il Vésinier accusa poi i Polacchi di avere invaso i posti del Consiglio Generale «per occuparsi del ristabilimento della loro nazionalità senza occuparsi dell'emancipazione dei lavoratori». Marx si limita a riferire le risate con cui sono state accolte simili balle e bugie, le chiama «teorie moscovite di Proudhon-Herzen» e dice di Vésinier: «Questo è il tipo che serve ai Russi, senza gran valore letterario, ma molto ingegnaccio, molta forza retorica, grande energia, e al di sopra di tutto... mancanza assoluta di scrupoli».

Il Vésinier sarà messo fuori e «il 23 gennaio, noi festeggeremo la rivoluzione polacca». Siamo totalmente dell'avviso che ogni rivoluzione in armi «contro le condizioni sociali esistenti» vale più di una teoria di spropositato estremismo e di un pacifismo dei popoli che invoca in effetti l'amplesso tra le borghesie di Occidente e lo Zar di tutte le Russie, credendo o fingendo di essere classista.

 

Gli Slavi e la Russia

 

13. Il ciclo storico della formazione degli Stati borghesi nazionali, parallelo alla diffusione dell'industrialismo e alla formazione dei grandi mercati, si estende senz'altro a Inghilterra, Francia, Germania, Italia; altre minori potenze possono considerarsi nazioni stabilite: Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Svezia, Norvegia. La rivendicazione marxista si estende alla Polonia tipicamente, e vale soprattutto come dichiarata lotta alla «Santa Alleanza» di Russia, Austria e Prussia. Ma tale ciclo si chiuderà, nella visione marxista, lasciando insoluto, tra altri, il problema degli Slavi dell'Est e del Sud-Est.

 

Fin dal 1856 interessò Marx un libro del polacco Mieroslawski in quanto apertamente volto contro la Russia, la Germania e il panslavismo, cui l'autore oppone «una confederazione libera di nazioni slave con la Polonia come popolo Archimede», il che vorrebbe dire popolo di avanguardia, di scoperta della libertà. Qualcosa di simile si ebbe dopo la Prima Guerra Mondiale e la dissoluzione dell'Austria (1918) con la nota formazione della Piccola Intesa degli Stati slavi (Bulgaria, Jugoslavia, Cecoslovacchia, con la Polonia in effetti il più importante e omogeneo). Si sa che tale situazione visse solo un ventennio, fino alla nuova spartizione tra Tedeschi e Russi, nel 1939.

Interessa molto la critica di Marx al tentativo di spiegazione sociale del Mieroslawski, a parte il rimprovero a costui di fondare le sue speranze sui governi inglese e francese. L'autore non prevede la forte industrializzazione futura di molte città e distretti polacchi e fonda il suo Stato indipendente sulla «comune agraria democratica». Alle origini in Polonia i contadini erano uniti in libere comuni, università agrarie, alle quali si contrapponeva un dominium, ossia un distretto controllato militarmente e amministrativamente da un barone: i nobili eleggevano poi il re. Ma presto la terra libera dei contadini fu usurpata, parte dalla monarchia, parte dall'aristocrazia, e le comunità finirono nel servaggio. Rimase però una classe quasi libera di contadini medi, con diritto a formare una semi-nobiltà, un ordine equestre: tuttavia i contadini accedevano a un tale ordine solo in caso di partecipazione alla guerra o alla colonizzazione di terre incolte; questo ceto decadde a sua volta in una specie di Lumpenproletariat dell'aristocrazia, di nobiltà stracciona: «Questo modo di sviluppo è interessante - scrive Marx - perché si può così dimostrare l'origine del servaggio per via puramente economica, senza l'intervento della conquista e del dualismo di razza». E infatti, re, alta nobiltà, piccola nobiltà, contadiname, sono tutti di razza e di lingua comune, e la tradizione nazionale è antica quanto potente. La tesi di Marx stabilisce dunque che la soggezione di classe sorge, con lo sviluppo dei mezzi tecnici produttivi, anche nel seno di un complesso etnico uniforme, come in altri casi sorge per scontro di due razze e di due popoli, funzionando allora la razza e la lingua, a loro volta, come «agenti economici» (v. Engels nella Parte Prima).

Evidentemente il democratico polacco non antivedeva la discesa in lotta di una vera borghesia industriale e tanto meno quella di un proletariato potente e glorioso, che nel 1905 tenne in iscacco le armate zariste, e si levò persino dopo la Seconda Guerra Mondiale in un disperato tentativo di prendere il potere nella martoriata capitale contro gli stati maggiori tedesco e russo, facendo la fine dei comunardi di Parigi, caduti insorti tra i due fuochi nemici.

L'attenzione di Marx non si stacca un momento dalla Russia in quanto egli considera l'esercito dello Zar come l'armata di riserva della controrivoluzione europea, pronto a passare le frontiere ovunque si tratti di ristabilire «l'ordine» soffocando ogni nuovo moto che nel centro dell'Europa tenda a rovesciare gli Stati dell'antico regime, tagliando così la via ai vari sbocchi da cui può uscire la rivoluzione del proletariato. Quasi dieci anni dopo Marx si interessa alla dottrina di Duchinsky (un professore russo di Kiev, domiciliato a Parigi). Questi sostiene che «i grandi Russi, i veri Moscoviti, cioè gli abitanti dell'antico granducato di Mosca, sono in gran parte mongoli o finlandesi, come d'altronde sono mongoli gli abitanti delle parti orientali e sud-orientali della Russia europea. Vedo in ogni caso che la questione ha grandemente turbato il gabinetto di Pietroburgo (poiché sarebbe la fine del panslavismo). Tutti i sapienti russi sono stati invitati a redigere delle risposte o delle confutazioni; ma queste sono di una estrema debolezza. La purezza del dialetto grande russo e la sua parentela con lo slavo della Chiesa sembrano, in questo dibattito, testimoniare più in favore della concezione polacca che della concezione moscovita [...]. È stato provato inoltre dalla geologia e dalla idrografia che all'Est del Dnieper si stabilisce una grande differenza 'asiatica' per rapporto ai paesi che restano all'Ovest del fiume, mentre l'Ural, come Marchison ha di già sostenuto, non costituisce affatto una separazione. Il risultato, quale Duchinsky lo, stabilisce, è che i Moscoviti hanno usurpato il nome di Russia. Essi non sono Slavi, non appartengono insomma alla razza indogermanica, e sono degli intrusi che bisogna respingere al di là del Dnieper. Il panslavismo, nel senso russo, è dunque un'invenzione del governo di Pietroburgo. Mi auguro che Duchinsky abbia ragione e che in ogni caso la sua opinione si generalizzi presso gli Slavi. D'altra parte, egli afferma che molti dei popoli della Turchia, fin qui considerati come Slavi, quali i Bulgari, per esempio, non lo sono».

Noi non sappiamo se questo brano sia stato adoperato nella polemica borghese recente contro la rivoluzione russa nella comune accezione che il popolo russo è asiatico e non europeo, e che per questo subisce la dittatura! Certo la tesi, assolutamente inoffensiva per il marxismo vero, è scottante per i Russi di oggi che, sulle orme di Stalin, fanno leva su una tradizione razziale, nazionale, e linguistica più che sul legame di classe del proletariato di tutti i paesi.

Nel senso marxista il fatto che i grandi Russi siano da classificare come mongoli e non come ariani (vecchia frase che Marx ricorda spesso: gratta il Russo e troverai il Tartaro) ha questa fondamentale importanza: per chiudere il ciclo entro il quale le forze della classe lavoratrice europea devono dare se stesse alla causa della formazione delle nazioni, chiusa la quale si imposta la rivoluzione proletaria europea, occorre attendere la formazione di una grandissima nazione capitalista slava che comprenda tutto lo Stato russo, o almeno si estenda fino agli Urali? La risposta di allora era che la sistemazione in moderni Stati nazionali come premessa alla rivoluzione operaia riguarda un'area che finisce ad Est con la Polonia, ed eventualmente con una Ucraina e Piccola Russia che si arrestano al Dnieper. Questa è l'area europea della rivoluzione, la prima che ne deve essere investita, ed il ciclo che prelude al successivo di azione puramente classista, è quello che poi si chiuse al 1871.

Non può dimenticarsi al fine di non considerare come fattore unico determinante l'etnologia che i popoli di schiatta mongola, ossia i Finnici, formano in Europa nazioni (Ungheria e Finlandia, Estonia, Lituania, Lettonia) che essendo socialmente avanzate rientrano nell'area storica europea, ed il marxismo ne vede favorevolmente, nel dato periodo, gli sforzi indipendentisti, contro i tre della Santa Alleanza.

 

Guerre del '66 e del '70

 

14. Marx ed Engels, mentre l'insurrezione polacca declina e si chiude questa via alla ripresa rivoluzionaria, come si era chiusa nel 1848. scorgono che si avvicina la guerra tra Austria e Prussia. In questa entrerà di certo l'Italia per l'acceso problema d'indipendenza delle Venezie, si dubita dell'atteggiamento della Russia e della Francia; è certo che un nuovo periodo convulso si sta preparando. Sedan salderà tutti i conti, ma il solo nemico della rivoluzione ad affondare sarà l'impero francese.

 

Il 10 aprile 1866 Marx pensa che siano i Russi a volere la guerra concentrando truppe alla frontiera austriaca e prussiana ed aspirando a profittare della situazione per occupare le altre due parti della Polonia. Ma ciò sarebbe la fine del regime Hohenzollern, e il vero scopo è di muovere eventualmente su una Berlino in rivoluzione per sostenerveli. Marx ed Engels sperano che alla prima sconfitta militare Berlino si muova.

È molto originale che pure essendo contro l'Austria sulla questione delle Venezie, essi attendano come cosa utile una vittoria austriaca, agli effetti della rivoluzione anti-prussiana.

Quanto a Napoleone III, egli è non meno sospetto per la causa proletaria di Alessandro di Russia, e fino ad allora il suo sogno era stato «essere quarto nella Santa Alleanza», ormai spezzata.

A guerra scoppiata il 19 giugno 1866 il Consiglio dell'Internazionale discute la situazione, ed affronta in principio il problema delle nazionalità.

«I Francesi, venuti in gran numero, dettero libero sfogo all'antipatia cordiale che risentono per gli Italiani». Marx accenna al fatto che incoscientemente i Francesi sono contro la lega italo-prussiana e preferirebbero la vittoria dell'Austria. Ma più che di una scelta di posizione è la questione teorica che in questa seduta viene in luce: «I rappresentanti (non operai) della 'Giovane Francia' dichiararono che ogni nazionalità e le stesse nazioni sono pregiudizi sorpassati». Qui scappa dalle mani a Marx una botta secchissima: «È dello stirnerismo proudhonizzato!» (Stirner è il filosofo dell'estremo individualismo che, esasperando tutto nel soggetto «unico», tocca da un lato la teoria del superdittatore di Nietzsche, dall'altro quella, negante Stato e società, degli anarchici: quintessenza del pensiero borghese entrambi. Proudhon in economia e sociologia esaltò il piccolo autonomo gruppo di produttori trafficante con tutti gli altri). Marx chiarisce questa condanna, come retrogrado, di un preteso atteggiamento radicale. Come già abbiamo notato non si tratta di sorpassare il postulato storicamente borghese, ma attivo, della nazione, ma di restare indietro ad esso.

«Scomporre tutto in piccoli gruppi o comuni che formino a loro volta un'unione, ma niente Stato. E questa individualizzazione dell'umanità, come anche il 'mutualismo' che ci corrisponde si formeranno in questo modo, mentre la storia si fermerà in tutti i paesi e il mondo intero aspetterà che i Francesi siano maturi per fare una rivoluzione sociale. Allora essi faranno per primi l'esperienza e il resto del mondo, trascinato dalla forza del loro esempio [non parrebbe sentir parlare dei Russi di oggi?] farà la stessa cosa. è esattamente quello che Fourier si riprometteva con il suo falansterio moderno [oggi si dice guardare alla patria socialista, nel paese del socialismo]. Sono del resto tutti 'reazionari' quelli che appesantiscono la questione 'sociale' con superstizioni del Vecchio Mondo».

Anche questa volta Marx, tanto restio all'attività pubblica, non può non parlare contro il suo futuro genero Lafargue. Fa scoppiare a ridere gli Inglesi rilevando che questi, avendo soppresso le nazionalità, aveva arringato in francese, lingua ignota a nove decimi dei presenti: «Indicai che Lafargue sembrava intendere per abolizione delle nazionalità il loro assorbimento nella nazione francese, la nazione modello».

Ma qual era allora, in quella guerra, la scelta di Marx? In primo luogo, la disfatta prussiana. Ed egli dice, nella lettera ad Engels, non nel Consiglio (non si dimentichi la natura interna di questi scritti che citiamo): «La situazione è d'altronde difficile in questo momento. Bisogna fare fronte da una parte alla stupida italianofilia inglese e d'altra parte alla falsa polemica francese, ed impedire soprattutto ogni dimostrazione che potrebbe incanalare la nostra Associazione in una direzione esclusivista».

Dunque nella guerra 1866 ufficialmente nessuna presa di posizione per un belligerante, paragonabile a quella presa per i Polacchi nell'insurrezione antirussa.

Dopo i successi dell'Austria in Italia giunge Sadowa col trionfo della Prussia ed interviene Napoleone come mediatore. Il 7 luglio 1866 Marx scrive: «Al di fuori di una grande sconfitta dei Prussiani, che sarebbe forse sboccata in una rivoluzione (ma questi berlinesi!) tutto ciò che di meglio poteva accadere è l'immensa loro vittoria». Marx giudica che il maggiore interesse di Bonaparte sarebbe stato per un ondeggiamento di vittorie e disfatte tra Austriaci e Prussiani, perché non si formasse una Germania troppo forte con una decisa egemonia centrale, il che lo avrebbe reso con l'intatta sua forza militare arbitro dell'Europa. Marx giudica altresì scabrosa la posizione dell'Italia e vantaggiosa quella della Russia. Com'è noto, l'Austria accettando la mediazione della Francia aveva ceduto a questa il Veneto: il Savoia per averlo dovette inchinarsi ancora al suo alleato del '59, che opponeva il famoso «jamais» all'occupazione di Roma.

In questa prospettiva la posizione dell'Internazionale è precisa: la guerra sarà a suo tempo scatenata da Bonaparte che sta introducendo il fucile ad ago nella sua fanteria (e Marx nella lettera del 7 luglio considera un'applicazione del determinismo economico l'evoluzione tecnica dell'armamento, e suggerisce ad Engels di scrivere uno studio su ciò: oggi pare tutto verta sul: chi ha l'atomica?). In secondo luogo in questa guerra occorre che la Francia di Napoleone sia battuta.

Abbiamo dato ampio rilievo alla politica proletaria in riguardo ad una guerra d'indipendenza nazionale interna e rivoluzionaria, come quella polacca del '63 (o italiana del '48 e '60) in cui lo schieramento era pieno e deciso. Non ripeteremo quanto lungamente esposto sulla guerra del 1870 tra Francia e Prussia. Gli Indirizzi dell'Internazionale escludono totalmente un appoggio sia al governo di un Bismarck che a quello di un Bonaparte: su ciò non vi è dubbio. Ma è auspicata decisamente la disfatta del Secondo Impero (come lo sarebbe stata nel 1815 la vittoria del Primo).

Infatti mentre nell'Indirizzo del Consiglio Generale del 23 luglio 1870 si plaude alla coraggiosa opposizione alla guerra delle sezioni francesi, vi è poi la tanto sfruttata frase: dal canto tedesco la guerra è guerra di difesa (chiosata con storica irrevocabilità da Lenin). Ma ad essa segue il deciso attacco alla politica prussiana e l'invito agli operai tedeschi a fraternizzare coi francesi: la stessa vittoria della Germania sarebbe un disastro e riprodurrebbe «tutte le sciagure piombate sulla Germania dopo le cosiddette [sic: vedi avanti] guerre d'indipendenza [quelle contro Napoleone]». Doveva venire un Lenin per dire: il filisteo piccolo-borghese non può capire come si auspichi la disfatta di entrambi i contendenti! Dal 1870 la teoria del disfattismo proletario generale è in piedi.

Quale sia la valutazione storica del marxismo su questa fase del 1866 e 1870, e sul gioco delle forze delle potenze feudali dall'Oriente e di quelle borghesi dittatoriali dall'Occidente, sta in questa frase (non dimenticando che si sconsiglia l'uso del se nella storia al singolo fesso ambiziosetto di essere stampato): «Se la battaglia di Sadowa fosse stata perduta anziché vinta, i battaglioni francesi avrebbero inondata la Germania quali alleati della Prussia».

Guerra di difesa significa guerra nel senso progressivo per la storia, il che accade tra il 1789 e il 1871 come da Lenin stabilito, mai dopo (ciò non sarà mai abbastanza volte sbattuto sulla faccia dei guerragiustisti del 1939-45). Il che vuol dire che se Moltke fosse partito un giorno prima di Bazaine, se le urla dei guerraioli fossero state: a Parigi, a Parigi! - anziché: a Berlino! a Berlino! - la valutazione marxista sarebbe stata la medesima.

 

La Comune e il nuovo ciclo

 

15. La rivoluzione mancata in Germania nel 1848 non è scoppiata nel 1866 e nel 1871 a causa delle clamorose vittorie del militarismo prussiano. Ma la disfatta tremenda di quello francese ha sollevato il proletariato di Parigi, non solo contro il regime abbattuto ma contro tutta la classe borghese anche repubblicana e capitolarda, come contro la forza reazionaria prussiana. La caduta del governo rivoluzionario della Comune non ha tolto nulla all'importanza storica del trapasso, che da quel momento pone ai comunisti in Europa il solo diretto traguardo storico della dittatura proletaria.

 

Il secondo Indirizzo dell'Internazionale del 9 settembre 1870 segue la vittoria di Sedan e la resa dell'esercito francese, la destituzione di Napoleone e la proclamazione della repubblica. Esso è una requisitoria a fondo contro i propositi di annessione dell'Alsazia e della Lorena, contro la pretesa che si tratti di assicurare un confine militare di sicurezza; deride la mancata analoga sensibilità prussiana dal lato russo e prevede «la guerra contro le razze coalizzate degli Slavi e dei Latini». Questo testo dice ancora che la classe operaia tedesca «ha appoggiato energicamente la guerra, per impedire la quale non aveva alcun potere», ma ora chiede la pace e il riconoscimento della repubblica, proclamata a Parigi. Esprime contro questa gravi diffidenze: tuttavia sconsiglia il proletariato parigino dal sollevarsi contro di essa. Ma è il terzo Indirizzo, lavoro personale di Marx, che costituisce non soltanto una manifestazione della politica del proletariato, ma un pilastro storico della teoria e del programma rivoluzionario. Marx lo legge il 30 marzo 1871 - come nella prefazione Engels rammenta - solo due giorni dopo che gli ultimi combattenti della Comune cadevano a Belleville.

Questa classica fonte del comunismo rivoluzionario alla quale incessantemente si attinge, si pone al di là di ogni preoccupazione del tipo di quella che aveva suggerito al Consiglio Generale sei mesi prima il monito a Parigi proletaria di non tentare l'impresa impossibile, nella tema che l'ulteriore catastrofe favorisse altre invasioni ed annessioni prussiane, riaprendo un altro immenso problema di formazione nazionale nel cuore stesso dell'Europa più progredita. L'Internazionale dei lavoratori di tutto il mondo si schiera con tutte le sue forze al fianco del primo governo rivoluzionario della classe operaia e prende in consegna quanto la stessa repressione feroce ha trasmesso alla storia avvenire della rivoluzione proletaria.

La consegna è stata tradita due volte alla scala mondiale, nel 1914 e nel 1939, ma l'obiettivo delle nostre pazienti ricostruzioni e ripetizioni instancabili è di dimostrare che, malgrado questo, essa sarà in un ulteriore svolto storico raccolta, così come fu fissata in quel memorabile patto.

L'unione di Versagliesi e Prussiani per schiacciare la Comune rossa, anzi il fatto che i primi assumono, sotto la pressione dei secondi e gli ordini di Bismarck, per sé il compito di boia della rivoluzione, conduce alla conclusione storica che «il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale [che allora, ossia, avevamo il dovere di sostenere]; e oggi è dimostrato che questa non è altro che una mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta di classe e viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile».

Lenin non inventò la norma: trasformare la guerra nazionale in guerra civile; ma la trovò scritta in tutte lettere. Lenin non disse che questa doveva essere una consegna ai partiti proletari europei dal 1914 al 1915, che in situazioni ulteriori poteva cambiare e riaprire la fase delle alleanze di guerra nazionali, di «pace tra i lavoratori e coloro che si appropriano il loro lavoro» come il testo di cui sopra aggiunge. Marx e Lenin riconobbero la legge storica che dal 1871 fino alla distruzione del capitalismo in Europa esistono due alternative: o i proletari obbediscono al disfattismo di ogni guerra, o, come Engels scrisse profeticamente nella prefazione del 1891, e come oggi vediamo, «penderà quotidianamente sopra il nostro capo la spada di Damocle di una guerra nel cui primo giorno tutte le alleanze ufficiali tra i principi si disperderanno come la polvere [...]; che sottoporrà alla devastazione l'Europa intera, da parte di quindici o venti milioni di armati».

Il marxismo ha sempre preveduto la guerra tra gli Stati borghesi, primo; ha sempre ammesso che in ben determinate fasi storiche non il pacifismo ma le guerre accelerano lo sviluppo sociale generale, come quelle con cui la borghesia ha istituito gli Stati di nazionalità, secondo; dal 1871 ha stabilito che il proletariato rivoluzionario in un solo modo porrà fine alle guerre: con la guerra civile e la distruzione del capitalismo, terzo.

 

Epoca imperialista e residui irredentisti

 

16. Il sopravvivere, alla grande epoca delle guerre di indipendenza e di sistemazione nazionale con carattere borghese rivoluzionario, di gran numero di casi in cui nazionalità minori sono soggette a Stati di altra nazionalità nella stessa Europa, non toglie che l'Internazionale proletaria debba rifiutare ogni giustificazione di guerre di Stati con motivi di irredentismo, e debba smascherare la finalità imperialista di ogni guerra borghese, invitando i lavoratori al sabotaggio di essa da ogni lato. L'incapacità ad attuare questa linea ha determinato la distruzione delle energie rivoluzionarie sotto le ondate di opportunismo di due guerre, e la determinerà in una guerra futura se le masse non abbandoneranno in tempo la direzione opportunista (socialdemocratica o cominformista) col sopravvivere in tutti i casi del capitalismo alle sue violente sanguinose crisi.

 

Lenin appunto fornì per la guerra del 1914 la dimostrazione che essa scoppiò per la contesa economica tra i vari grandi Stati capitalisti nella spartizione delle risorse produttive mondiali e specie delle colonie nei continenti meno progrediti. Con ciò non disconobbe che in vari Stati metropolitani sussistevano questioni nazionali acute; esempio squisito la monarchia austriaca che dominava su Slavi di vari ceppi, su Latini, e su Magiari, senza escludere gruppi perfino ottomani. Altro esempio era la Russia, il cui Stato feudale stava a cavallo tra l'area Europa e l'area Asia. Sicché sulle questioni nazionali russe non può concludersi senza aver presente l'oggetto della presente trattazione e di altra in successiva riunione, in cui sarà riferito circa la dinamica delle lotte di classe e nazionali per i continenti non europei e le razze di colore (questione orientale; questione coloniale).

Come i socialisti della Seconda Internazionale tradirono per i due sofismi dell'appoggio alla nazione nel caso di guerra difensiva, e nel caso di guerra contro un paese «meno sviluppato», così tradirono in base al terzo che la guerra nel 1914 tendesse a risolvere problemi di irredentismo. L'intrico di questi problemi era formidabile: la Francia, per dare un esempio, voleva riavere Alsazia e Lorena, ma non si preoccupava di restituire Corsica o Nizza. L'Inghilterra le dava buona mano, ma si teneva strette Gibilterra e Malta e Cipro. La Polonia poi erano in tre a volerla liberare, per tenerla unita sotto di sé.

è altrettanto noto che esempio lodevole di resistenza alla seduzione irredentista lo dette il partito italiano; esempio ancora più classico fu quello del partito serbo, che agiva in una nazione contornata da connazionali soggetti, attaccata dalla tanto più forte Austria, e che vigorosamente condusse la lotta contro il militarismo di Belgrado e la febbre patriottica. Circa la portata di quelle questioni nazionali, in una serie di fili del tempo del '50 e del '51 abbiamo ricordato le tesi basilari, e ci contentiamo di riassumerle.

1. Giustamente i marxisti radicali nei paesi plurinazionali combatterono la tesi socialdemocratica della semplice autonomia «culturale» di lingua nel seno dello Stato unico, e sostennero l'autonomia totale delle nazionalità minori, ma non come risultato borghese o possibile da parte della borghesia, bensì come risultato dell'abbattimento dello Stato centrale, anche ad opera dei proletari della sua nazionalità.

2. Sono formule borghesi e controrivoluzionarie quelle della liberazione e dell'uguaglianza di tutte le nazionalità, che è impossibile sotto il regime capitalista. Tuttavia sono forze che concorrono alla caduta di esso le resistenze delle nazionalità oppresse, e quelle che le piccole potenze «semi-coloniali» o protette oppongono ai grandi colossi statali del capitalismo.

3. Nel ciclo in cui l'Internazionale proletaria denega ogni appoggio ed apporto delle proprie forze politiche organizzate alle guerre tra gli Stati, e nega che sia motivo per derogare da tale storica posizione internazionale la presenza da uno dei lati del fronte di Stati feudali dispotici, o meno democraticamente organizzati degli altri, e si adopera ovunque al disfattismo interno, ciò non toglie che nell'analisi storica si possa e debba prevedere quali diversi effetti abbiano i diversi scioglimenti delle guerre.

Abbiamo dato molti esempi in altre trattazioni: Marx nella guerra russo-turca del 1877 in cui la democrazia franco-britannica tifa per i russi, simpatizza ardentemente per i turchi. Nella guerra greco-turca di indipendenza 1899 senza arrivare alla partecipazione con volontari come gli anarchici e i repubblicani, i socialisti di sinistra sono per la Grecia, come simpatizzeranno per la rivoluzione giovane-turca, e per la liberazione greca, serba, bulgara di territori soggetti agli Ottomani nelle guerre balcaniche del 1912. Così potrebbe dirsi per i Boeri contro gli Inglesi, guerra - come quella ispano-americana del 1898 - di portata extra-europea e a sfondo imperialista.

Ma questi sono episodi, nel gran periodo calmo dal 1871 al 1914.

Seguono le guerre mondiali: ogni partito proletario che ha aiutato il suo Stato in guerra o i suoi alleati è stato traditore, e dovunque si doveva tenere la tattica disfattista rivoluzionaria. Da questa cristallina conclusione ci corre a dire che era del tutto indifferente allo sviluppo degli eventi in senso rivoluzionario che l'uno o l'altro gruppo vincesse.

è nota la nostra posizione al riguardo. La vittoria delle democrazie occidentali e dell'America nella Prima e nella Seconda Guerra ha allontanato le possibilità di rivoluzione comunista, mentre l'esito opposto le avrebbe accelerate. Lo stesso deve dirsi per una vittoria del mostro capitalista americano in una terza guerra mondiale, che può sopravvenire tra uno o due decenni.

Condizione della rivoluzione comunista è la vittoria del proletariato sulla borghesia: più che condizione, ciò è la rivoluzione stessa. Ma nel campo della guerra tra gli Stati, che fino a prova contraria ha finora storicamente mobilitato fisiche energie maggiori che non le guerre sociali, si ravvisano anche condizioni rivoluzionarie: le due principali sono una catastrofe per la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d'America, giganteschi volani dell'inerzia storica paurosa del sistema e del modo di produzione del capitale.

 

 

Una formula per Trieste offerta ai «contingentisti»

 

17. La posizione dei comunisti marxisti circa l'attuale contesa per Trieste si fissa in questi capisaldi: fin dal 1911 era aperta la posizione del proletariato italiano contro le rivendicazioni di unità nazionale; nella guerra per Trieste e Trento del 1915 i socialisti rifiutarono l'appoggio, e i gruppi che poi formarono a Livorno nel 1921 il Partito Comunista sostennero il sabotaggio della guerra nazionale; dopo il 1918 il proletariato giuliano delle due razze e lingue fu compatto col socialismo rivoluzionario e col partito di Livorno; il proletariato comunista deve spregiare con la stessa decisione la politica nazionalista dei governi di Roma e di Belgrado, e più ancora quella inverosimilmente barattiera dei cominformisti.

 

Per una strana coincidenza questa riunione si svolge mentre improvvisi eventi portano Trieste sulla prima scena della politica internazionale. Che cosa dicono i comunisti per l'affare triestino?

Il Partito Comunista d'Italia costituito a Livorno nel 1921, rivendicava in pieno la più recisa opposizione alla guerra che liberò Trieste e i territori giuliani e tridentini, in quanto esso derivava dai gruppi che, non paghi della negazione all'unione sacra di guerra e del «non aderire né sabotare», sostennero il deciso disfattismo leninista, chiedendo al maggio 1915 lo sciopero generale senza termine contro la mobilitazione, e spingendo il vecchio partito all'azione in tutto il corso della guerra e nel periodo del rovescio di Caporetto.

Non avevamo dunque voluto Trieste. Ma Trieste proletaria e rivoluzionaria fu nostra, e al Partito Comunista vennero la maggioranza delle sezioni politiche, i sindacati, le cooperative, di lingua italiana o slovena poco importava, e il glorioso Lavoratore, che usciva nelle due lingue con le versioni degli stessi articoli di teoria, di propaganda e di agitazione politica e organizzativa. E nelle file comuniste Trieste rossa fu prima nella lotta contro il fascismo, che si impose solo grazie alla scesa in campo dei carabinieri tricolori.

Nulla ciò ha di comune col contegno dei cosiddetti odierni comunisti italiani, che ieri avrebbero sostenuto che Trieste passasse a Tito perché così entrava in una patria socialista, oggi ostentano smaccato nazionalismo e chiamano Tito per antonomasia «il boia».

La rivalità tra lo Stato di Belgrado e quello di Roma nell'agone ributtante della diplomazia mondiale, come la rivalità tra i partiti italiani, a proposito delle soluzioni per Trieste, si avvolge nelle più rancide formule nazionaliste in cui i più sguaiati a fare uso di sofismi etnici linguistici e storici non sono i borghesi autentici, ma i «marxisti» Tito e Togliatti.

Non ci preoccupa di solito, e non solo per la scarsa forza numerica, la domanda: praticamente che sostenete, che proponete? Ma a questi marxisti del concretismo e della politica positiva, regaleremo una formula cui non hanno pensato. Il problema della doppia nazionalità e della doppia lingua è indecifrabile, e non se ne esce facendo ai Veneti e agli Sloveni discorsi inglesi o croati.

In sostanza la situazione è che nelle città, borghesemente organizzate, prevalgono i Latini, gli Slavi invece nei villaggi sparsi all'interno delle campagne e specie lungi dalla costa. Italiani i commercianti, gli industriali, gli operai, i professionisti; Slavi i proprietari di terra e i contadini. Una differenza sociale che si presenta come differenza nazionale, e che sparirebbe se gli operai fregassero gli industriali, i contadini cacciassero i proprietari, ma non può sparire tracciando comunque linee di frontiera.

Nella costituzione dell'URSS, signori delle Botteghe Oscure, una volta copiata in quella della Repubblica popolare jugoslava, signori marxisti di Belgrado, la base dell'alleanza tra operai e contadini era la formula: un rappresentante per cento operai, uno per mille contadini.

Fate il plebiscito che tanto vi esalta (la formula l'avete presa da Mussolini, vostro comune nemico) con la norma che il voto dell'abitante delle città e cittadine (oltre, ad esempio, diecimila abitanti) vale dieci, quello dell'abitante del villaggio e della campagna vale uno. Allora potete estendere la democratica consultazione a tutta l'area tra la frontiera 1866 e quella 1918: mettete dentro Gorizia, metteteci Pola, Fiume e Zara.

Ma, da una parte e dall'altra, sporca democrazia borghese ne hanno tanta ingurgitata che si piegano al sacro dogma, di cui la classe ricca sghignazza, che ovunque e dovunque il voto dell'unità persona ha lo stesso calibrato peso!

Chi sa che con un'aritmetica come quella che suggeriamo noi, la maggioranza non venga fuori per la tesi: andate all'inferno entrambi!

 

Rivoluzione europea

 

18. Nel senso dello sviluppo storico delle forze produttive sociali, Trieste è un nodo di convergenza di fattori economici che si estendono molto oltre le frontiere degli Stati in contesa, e un nodo della perfetta attrezzatura moderna industriale e di comunicazione: qualunque esso sia, ogni taglio alle spalle agisce in senso contrario all'estensione degli scambi che è la sottostruttura del grande moto, chiuso col secolo XIX, per la formazione di unità nazionali. Nel cuore del secolo Ventesimo non può esservi per Trieste che avvenire internazionale, che non può trovarsi utilmente in compromessi politici e mercantili delle forze borghesi, ma solo nella rivoluzione comunista europea, di cui i lavoratori di Trieste e del suo territorio dovranno ridiventare uno dei reparti di assalto.

 

Nel fulgore del primo capitalismo che si ebbe in Italia e di cui uno dei primi Stati politici fu la Serenissima Repubblica di Venezia, è indiscutibile che la dipendenza da questa di Trieste, porto ed emporio dell'Adriatico avanzato nel cuore di un'Europa feudale e semibarbara, è un fatto storico audacemente progressivo.

Quando l'apertura mondiale delle comunicazioni marittime scavalcò il capitalismo mediterraneo, e il mercato mondiale sembrò costruirsi ad opera di Spagna, Portogallo, Olanda, Francia, Inghilterra per le vie atlantiche; sempre da Trieste parte geograficamente la possibilità di una penetrazione del nuovo modo di produzione verso l'interno dell'Europa del Centro e dell'Est, dove la reazione terriera e anti-industriale pare essersi trincerata, e frapporre ostacoli di secoli alla nuova organizzazione umana.

La disposizione dell'Impero mosaico di Austria che collega lo sbocco adriatico ai nascenti centri industriali tedeschi, magiari, boemi, è tuttavia una disposizione progressiva rispetto ai blocchi che Russi e Turchi stendono più oltre, e che il capitalismo va successivamente forzando.

Ai fini di un ritorno dell'industrialismo pieno nella penisola italica e del suo affermarsi nella balcanica, era un'ulteriore situazione utile quella che si delineava in un collegamento con la potente economia germanica e nel tentativo di buttare fuori dal Mediterraneo il predominio economico anglosassone.

Nella situazione succeduta alla disfatta dell'Asse, evidentemente Trieste è sempre in primissimo piano se, per meglio deliberare sulla colonizzazione americana dell'Europa e i suoi piani disgustosi, si è gravata la città e il territorio di un regime di eccezione.

Ogni rivoluzionario comunista saluta il proletariato triestino nel duro succedersi di fasi in cui si sono oscenamente insediati i rappresentanti dei peggiori capitalismi e dei nazionalismi militareschi più feroci, ed hanno celebrate le loro orge di crudeltà, di corruzione e di sfruttamento.

Tesi sulla ristretta area tanti artigli adunchi e tanti apparecchi di sguaiato colonialismo da lenoni, essa non troverà via di uscita nazionale da nessun lato, e in qualunque lingua la invochi.

La soluzione non può essere che internazionale: ma come non può venire dagli attriti e dai conflitti degli Stati, così non verrà dai loro fornicamenti democratici, dalla sordida unità della servitù europea.

Non una bandiera nazionale auguriamo sulla torre di San Giusto, ma l'avvento della dittatura proletaria europea, che tra un proletariato uscito da tali esperienze, e tanto dolorose, non potrà non trovare, quando finalmente l'ora sia giunta, i combattenti più decisi.

 

 

International Press

 

                    

            

 

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