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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 22 Agosto 2019

Quaderno n°3 - Il gramscismo, malattia di ogni età del comunismo. Antonio Gramsci sul filo storico dell'anticomunismo

Quaderno n° 3, dedicato non alla figura umana e politica di A. Gramsci, quanto alle sue idee politiche, al gramscismo, come dicono il titolo (malattia di ogni età del Comunismo)  e il sottotitolo (Antonio Gramsci sul filo storico dell'anticomunismo). 

 


 

Sommario

 

Parte I

Nella fucina della controrivoluzione

  • Introduzione
  • L’idealismo di Gramsci
  • Neutralista attivo ed operante
  • La rivoluzione russa
  • La questione del partito e i Consigli di fabbrica
  • Gramsci alla direzione del PCd’I
  • La nuova tattica del PCd’I dopo il 1923
  • Il carcere. I Quaderni e la riflessione “filosofica”. L'eredità

Parte II

Miseria della filosofia gramsciana

  • Gramscismo tenace e risorgente
  • La “fortuna” di Gramsci
  • Che cosa è la filosofia della prassi
  • Dialogato filosofico postumo
  • Dietro la filosofia della prassi si cela la prassi conservatrice della decadente filosofia borghese
  • Dallo storicismo assoluto alla scomparsa del mondo materiale
  • Di alcuni esecutori testamentari
  • Stalinismo, americanismo, fordismo... e giri di valzer a mo’ di conclusione

Parte III

Dalla filosofia della prassi alla prassi della filosofia gramsciana.

  • Tra passato e futuro
  • Lo stalinismo
  • Il Congresso di Lione e il trionfo della controrivoluzione internazionale
  • L'ultima battaglia nell'Internazionale: dal VI Esecutivo Allargato alle espulsioni e all’emigrazione
  • La disfatta internazionale: dal Comitato anglo-russo alla Rivoluzione cinese e alla teoria del “socialismo in un solo paese”
  • La “svolta a sinistra” e la teoria del socialfascismo
  • Dal fronte unico ai fronti popolari
  • La guerra
  • Cenni sul secondo dopoguerra
  • Conclusioni

 

Il volumetto, di p. 96, è in vendita a euro 5. Lo si può ordinare scrivendo a: Istituto Programma  Comunista - Casella postale 962 - 20101, oppure utilizzando il seguente indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

 

 

 

IL LABORATORIO DELLA CONTRORIVOLUZIONE

Antonio Gramsci sul filo storico dell’anticomunismo

 

 

“Un idealista non è né un marxista radicale né un marxista riformista. È solo uno fuori della nostra via. Storicamente Gramsci ci aiutò a cacciar, con mille ragioni, Turati. Teoricamente però, ed è sempre un male quando lo si tace, ortodossia ne aveva meno Gramsci che Turati”. Struttura economica e sociale della Russia d’oggi. Ed. “il programma comunista, 1976.

 

 

Parte I.

Nella fucina della controrivoluzione

 

 

1. Introduzione.

 

A torto o a ragione, Antonio Gramsci è riconosciuto oggi come uno dei padri spirituali di una vasta schiera di gruppi, associazioni politiche e movimenti che, in tutti i paesi industrializzati, pongono l’emancipazione del proletariato nelle mani del proletariato stesso, per mezzo della conquista diretta dei mezzi di produzione e nei luoghi della produzione. Tutti costoro sostengono che solo nel momento in cui l’operaio pone se stesso come produttore del proprio lavoro, come padrone dei propri strumenti di produzione, vi è la concreta possibilità della vittoria rivoluzionaria.

Questa posizione risolve il problema dell’organizzazione del movimento operaio nell’atto spontaneo di creazione di “Soviet artificiali, questi «fiori di serra»” tuttavia destinati a compromettere l’idea dello Stato rivoluzionario agli occhi del proletariato nel momento in cui su di essi venisse a mancare l’azione del partito[1]. Tale concezione fu definita al momento stesso della sua comparsa dalla Sinistra internazionale come spontaneista ed immediatista. Essa infatti, mentre nega il ruolo insostituibile del partito rivoluzionario quale volontà impersonale e forza collettiva organizzatrice e centralizzatrice, fa dell’organizzazione spontanea - consiglio di fabbrica, Soviet, sindacati d'industria e di categoria, organizzazioni di consumatori - la forma rivoluzionaria per eccellenza, che garantisce di per sè il successo. Questa posizione, antileninista per eccellenza, è riemersa ovunque le tensioni sociali si sono fatte più acute in questo secondo dopoguerra. Essa rappresenta storicamente una delle più gravi deviazioni dal terreno rivoluzionario proprio nel momento in cui si ammanta della frase rivoluzionaria. Essa mina alla base la direzione unitaria delle lotte, mentre cerca di elevare a modello forme di organizzazione spontanee e di carattere locale il cui banco di prova più tremendo, la Germania del 1919-1920, si concluse con una delle disfatte più amare del proletariato europeo.

E tuttavia, il “marxismo imperfetto” o premarxismo di Gramsci nella sua elaborazione originaria appare ben superiore, da un punto di vista del ruolo rivoluzionario della classe, alle interpretazioni che i suoi epigoni ne daranno in seguito, per far passare ovunque le tesi più visceralmente anticomuniste: il socialismo in un solo paese, lo snaturamento completo dei rapporti tra i partiti e l’Internazionale, l'interclassismo più spudorato.

Strumento troppo docile in mano alle forze gigantesche mobilitate dall’ondata controrivoluzionaria che si abbatterà sul movimento operaio internazionale, isolato dai suoi stessi compagni, Gramsci perderà anche l’unica, grande occasione che la storia della sconfitta può concedere ai rivoluzionari: quella di fissare in via definitiva, foss’anche definita “schematica” e "dottrinale" dai suoi detrattori, le tesi invarianti del materialismo dialettico che, sole, possono garantire la ripresa futura e il riarmo teorico del proletariato. Fu questo il grandioso compito che poté pienamente essere assolto solo dalla Sinistra nei lunghi decenni di fascismo, di stalinismo, di democrazia del XX secolo.

Ristudiare le radici di questo movimento che per brevità, non certo per riaprire una polemica contro un individuo, riconduciamo al nome di Gramsci, non è dunque un vezzo storiografico ma, per il partito rivoluzionario, una vitale necessità pratica, in prospettiva della ripresa della lotta di classe e per le sue finalità storiche. La necessità di ribadire, di fronte e contro Gramsci e i suoi epigoni moderni, la priorità del partito di classe su qualsiasi altra forma di organizzazione immediata nel campo della produzione o del consumo; di riaffermare che la rivoluzione si pone il compito non di aumentare la produzione in nessuna fabbrica capitalistica, ma quello di rompere, per sempre, il meccanismo aziendale.

 

 

 

2. L’idealismo di Gramsci

 

 

L’ambiente intellettuale in cui si è formato il giovane Gramsci, da poco trasferitosi a Torino, la grande metropoli industriale del 1911, si divide tra quello decisamente idealistico di Croce[2] e quello socialista riformista di Mondolfo[3] In particolare, la lezione “educazionista” di quest’ultimo resterà bene acquisita a tutto il movimento ordinovista. Tutt’al più, essa si sposterà dal concetto dell’educare il popolo, in generale, come sostenuto da Angelo Tasca, uno dei padri spirituali dell’Ordine Nuovo, fin dal 1912, a quello più genuinamente gramsciano dell’educazione di buoni produttori, elevandone e perfezionandone le capacità tecniche professionali.

Come è noto, la prima battaglia sostenuta dalla Sinistra “italiana” nel 1912 in nome del marxismo fu proprio quella “anti-educazionista”: battaglia che purtroppo non servirà per evitare il manifestarsi di questa stessa patologia “culturale” qualche anno dopo, ma in un contesto ben più incandescente, durante il periodo post-bellico dell’occupazione delle fabbriche. Le seduzioni dell’illuminismo agivano in profondità - ed agiranno in seguito - nei partiti socialisti della II Internazionale, che vedevano nell’educazione del proletariato la strada alla rivoluzione. Si sarebbe trattato, per Angelo Tasca e i suoi sostenitori della corrente di destra, “di ingentilire ed elevare l’anima e la mente della gioventù proletaria, con una istruzione generica, letteraria e scientifica [...] di creare competenti organizzatori e buoni produttori, mediante una opera di elevamento e perfezionamento tecnico professionale, senza il quale non sarà realizzabile la rivoluzione socialista”. A ciò si oppose allora, e lo ripetiamo oggi sulle pagine dell’Ideologia tedesca, che la “cultura” è temibilissimo strumento di conservazione nelle mani delle classi che hanno il potere. Ci rifiutammo di seguire Tasca nei suoi sforzi, che saranno poi quelli del Gramsci dell’Ordine Nuovo, e ponemmo ben chiaramente che “scopo del movimento nostro è contrapporsi ai sistemi di educazione della borghesia, creando dei giovani intellettualmente liberi da ogni forma di pregiudizio, decisi a lavorare alla trasformazione delle basi economiche della società, pronti a sacrificare nell’azione rivoluzionaria ogni interesse individuale [e che] una tale educazione può essere data solo dall’ambiente proletario quando questo viva della lotta di classe intesa come preparazione alle massime conquiste del proletariato, respingendo la definizione scolastica del nostro movimento e ogni discussione sulla sua così detta funzione tecnica”.

E’ inutile, oltre che impossibile, seguire qui il percorso idealistico del giovane Gramsci attraverso i suoi scritti. Non è fuori luogo, tuttavia, ricordare come tutti i suoi scritti giovanili, ma anche e forse più quelli dell’età matura, sono permeati di idealismo sia nell’approccio storico che in quello politico, dove all’azione della classe spesso si sostituisce la volontà dell’intellettuale. Quasi tutte le pagine del Grido del popolo, giornale di cui egli fu redattore dal 1914, risentono di un’ideologia che, rielaborata in anni successivi, apparirà ad alcuni commentatori, non a torto, come marxismo in una sua versionedi idealismo soggettivo[4]. Ad esempio, vi si sostiene l'opinione che “il Risorgimento italiano è stato un movimento politico artificiale, senza basi, senza radici nello spirito del popolo, perché non è stato preceduto da una rivoluzione religiosa” e come non si supera il cattolicesimo ignorandolo, così non si supera l’idealismo trattandolo come semplice questione di cultura. “Nella lotta tra il Sillabo e Hegel, è Hegel che ha vinto, perché Hegel è la vita del pensiero che non conosce limiti e pone se stesso come qualcosa di transeunte, di superabile, di sempre rinnovantesi come e secondo la storia”[5]. Così non sarebbe difficile dimostrare come la sua impostazione filosofica lo abbia trascinato in seguito in una serie di posizioni politiche che hanno gravemente danneggiato il cammino formativo del PCd’I, già nato in ritardo su posizioni che la stessa Sinistra - che ne fu levatrice - non esitò a definire spurie, e finito nell’eclettismo teoretico più completo.

Sono questi, dunque, i presupposti ideologici che conducono Gramsci a giungere sempre in ritardo su tutta una serie di quesiti che la storia, in quegli anni fiammeggianti, poneva alle organizzazioni rivoluzionarie.

 

 

 

3. Neutralista attivo ed operante

 

 

Il primo “ritardo” si manifesta nei confronti della posizione di disfattismo rivoluzionario. In una serie di articoli la Sinistra astensionista, dopo il tradimento di Mussolini, esortava a non “adattarsi ad un socialismo nazionale [poiché] il proletariato dovrà essere domani più apertamente antimilitarista e definire il suo atteggiamento di fronte al patriottismo […] Noi socialisti italiani […] dovremo negare allo Stato anche la nostra solidarietà nella difesa nazionale”[6]. In seguito la medesima posizione era ribadita ancora più esplicitamente: “Noi siamo fautori della violenza. Siamo ammiratori della violenza cosciente di chi insorge contro l’oppressione del più forte, o della violenza anonima della massa che si rivolta per la libertà”.

Al contrario, in un confuso articolo («Neutralità attiva ed operante», Il Grido del Popolo, 31 ottobre 1914) Gramsci esprime una posizione di filointerventismo mussoliniano, in cui l’azione del proletariato è vista tutta in termini di “via italiana”, che non è nemmeno quella del tutto insufficiente della neutralità assoluta, ma dev’essere quella della neutralità attiva ed operante, mediante la quale la classe lavoratrice costringe la borghesia a riconoscere di aver “completamente fallito al suo scopo, poiché ha condotto la nazione […] in un vicolo cieco”. Questo compito va assolto dal partito socialista; e “questo compito immediato, sempre attuale gli conferisce dei caratteri speciali, nazionali, che lo costringono ad assumere nella vita italiana una sua funzione specifica”. Se ciò può apparire diverso da quanto fino ad ora sostenuto dal PSI, prosegue Gramsci, poco importa, poiché “i rivoluzionari [...] concepiscono la storia come creazione del proprio spirito, fatta di una serie ininterrotta di strappi operati sulle altre forze attive e passive della società”.

Per Gramsci, dunque, strategia e tattica del partito vanno scelte, caso per caso (le “vie al socialismo” sono infinite!) sulla base di motivazioni ideali di volontarismo soggettivistico. Ciò non dipende affatto da una malintesa interpretazione del marxismo, che rimane del tutto assente nelle sue valutazioni, e i cui riferimenti sono presenti solo in termini vaghi o negativi. Ciò che costituisce il monolitico ed invariante bagaglio dottrinale comunista, in Gramsci è sostituito da una “ricerca individuale” che passa attraverso la “cultura”, che “è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore... Ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti dalla propria volontà... L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura” («Socialismo e cultura», Il Grido del Popolo, 29 gennaio 1916). E' su queste dissestate basi ideologiche che sta maturando, nella "proletaria" Torino del dopoguerra, la deviazione immediatista e localista che cercherà la sua ragion d'essere nel movimento dei Consigli di fabbrica. Nel frattempo, ma sempre con le stesse cause ideologiche, troviamo il secondo "ritardo" gramsciano, nella incomprensione di ciò che è stato, per il proletariato internazionale, l'Ottobre russo.

 

 

4. La rivoluzione russa

 

 

E’ sulla base di una tale “elaborazione critica” del concetto di lotta di classe e del marxismo (o di ciò che egli considerava tale) che Gramsci perverrà a formulare la sua valutazione sulla rivoluzione russa.

Perfino alcuni degli storici dozzinali, ieri stalinisti ed oggi democratici convinti, che nell’ordinovismo esaltano a ragion veduta le radici di tutti i peggiori opportunismi del secondo dopoguerra, sono costretti ad ammettere che l’articolo «La rivoluzione contro il “Capitale”» (Avanti!, 24 novembre 1917) è totalmente affetto di hegelianesimo e di crocianesimo (Fiori); che è parzialmente idealistico (Livorsi); altri, come F. De Felice, Tamburrano e Spriano, preferiscono vedervi la “fiducia nei fatti”, più forti delle ideologie, e la conferma che la rivoluzione russa è un avvenimento che non può essere preso a modello (del che purtroppo, ottanta anni di “socialismo in un solo paese” e di sbando del movimento internazionale hanno mostrato la tragica realtà). Beninteso, è d’obbligo quasi per tutti costoro tacere di questo articolo, dopo le proprie elucubrazioni “critiche” sul pensiero gramsciano, la cruda realtà delle parole: “La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologie più che di fatti... Essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era in Russia il libro dei borghesi, più che dei proletari”. I bolscevichi non sono marxisti; essi “vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche”.

L'idea gramsciana secondo cui in Russia “i fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Carlo Marx” viene presentata ai socialisti italiani come novità critica. Si tratta in realtà di una questione su cui i comunisti russi, da Plechanov a Lenin, si erano pronunciati circa trent'anni prima, nel corso di aspri dibattiti teorici sul destino rivoluzionario della Russia. In polemica dapprima con i populisti, poi con gli economisti e da ultimo con i menscevichi, per i quali la rivoluzione avrebbe dovuto fermarsi alla sua forma di dittatura borghese, al Febbraio 1917, Lenin aveva dimostrato, maneggiando in modo magistrale i principi fondamentali del marxismo, la necessità di superare la formula della dittatura democratica del proletariato e dei contadini a favore di quella della dittatura del proletariato.

Ma questa non può essere la posizione di Gramsci. Infatti il commento che egli aveva fatto della rivoluzione di febbraio[7] è entusiastico, dimostrando tutta la sua incomprensione sia del fenomeno storico sia della funzione del partito, che quel fenomeno doveva guidare: La sua idea è che la rivoluzione di febbraio deve sfociare necessariamente nel regime socialista, 1) perché è stata antigiacobina[8]; e i rivoluzionari socialisti (opportunamente nell'articolo non si parla mai dei bolscevichi) non hanno per programma l'idea giacobina della dittatura di una minoranza audace e decisa a tutto pur di far trionfare il proprio programma; 2) perché essi hanno sostituito l'autoritarismo zarista con la libertà, alla costituzione hanno sostituito “la libera voce della coscienza universale”; 3) perché i rivoluzionari socialisti russi hanno solo “il compito di controllare che gli organismi borghesi […] non facciano essi del giacobinismo per rendere equivoco il responso del suffragio universale”. Quanto siamo lontani dagli autori delle Tesi di Aprile, di Stato e Rivoluzione, di Terrorismo e Comunismo! Quanto lontani dallo scioglimento dittatoriale di ogni illusoria, controrivoluzionaria Assemblea costituente!

 

 

5. La questione del partito e i Consigli di fabbrica

 

 

Poco ci importerebbe l’evoluzione intellettuale del giovane Gramsci se questa, con tutte le sue indecisioni e incomprensioni della realtà della lotta di classe e dei mezzi indispensabili per dirigerla, non si fosse riflessa nel campo dell’organizzazione politica in un momento probabilmente decisivo del movimento rivoluzionario italiano.

Il lettore poco avvertito delle condizioni in cui nacque il Partito comunista d’Italia sarà probabilmente stupito di apprendere che le fantasticherie ideologiche di cui abbiamo dato un solo pallido esempio, e di cui si ammantò dalla nascita il gramscismo, sono presentate ancora oggi come capacità “di accostarsi più di tutti gli altri osservatori contemporanei alla comprensione reale dei fenomeni del presente”, come “appropriazione articolata del leninismo e conseguentemente con una ridefinizione dell'internazionalismo”[9]. Nella realtà storica l'Ordine Nuovo si presenta fin dal suo nascere, da un punto di vista squisitamente tattico, su posizioni centriste, vale a dire elezioniste e antiscissioniste; al Congresso di Bologna dell'ottobre 1919, in cui la Sinistra pose con la massima chiarezza il problema della scissione, i rappresentanti del movimento torinese (Tasca e Rabezzana) collaboreranno alla stesura di una mozione unitaria con il centro di Serrati.

Il ritardo di Gramsci sulla nascita del partito deriva da ragioni contingenti, che originano dalla medesima matrice volontaristica ed idealistica. Tale ritardo affonda le proprie radici nella visione spontaneista ed immediatista che egli ha del processo rivoluzionario; visione che gli derivò dalle esitazioni - che diventarono poi vero tradimento - del centro massimalista del PSI e soprattutto della CGL quando il proletariato torinese scese in lotta sulle parole del controllo delle fabbriche. Fu solo con le grandi lotte del 1920, infatti, che Gramsci, fino ad allora rimasto allineato alle posizioni del massimalismo centrista[10], riconobbe chiaramente la necessità della separazione dal sindacato e quindi, ma solo in un secondo tempo e sotto la forte pressione della Sinistra “astensionista”, ammise la necessità della rottura anche con il partito.

Tuttavia gli rimase sempre radicata l’idea della rivoluzione “dal basso”, “di tutto il popolo lavoratore”, “dalla fabbrica”, assegnando al partito solo la funzione di organizzatore tecnico. E' solo il Consiglio di fabbrica l'istituto che può dare garanzie di vittoria –egli sostiene - perché partito e sindacati sono organizzazioni di tipo volontario e contrattualista, slegate dalla produzione e cioè dai rapporti reali di produzione[11]. Come si vede, in quegli anni decisivi, fu solo la Sinistra ad affermare con decisione che solo sulla base politica si può andare oltre le differenze di situazioni e di interessi dei gruppi aziendali, di categoria, di industria, dei gruppi locali regionali e nazionali; e che tale base politica era solo il partito di classe.

Nella visione di Gramsci “la via per eliminare i difetti della confederazione sindacale e del partito socialista non era quella di selezionare il secondo e poi lottare alla conquista della prima. Le due strutture dovevano essere svuotate e abbandonate per sostituire loro una nuova, l’ordine nuovo, il sistema dei consigli di fabbrica. La gerarchia di questa elegante utopia è tutta tracciata: dall’operaio al reparto, al commissario di reparto, al comitato dei commissari di fabbrica, al consiglio locale delle fabbriche e via fino alla sommità. Questa nuova struttura prende, fabbrica per fabbrica, prima il diritto di controllo, poi quello di gestione; una specie di espropriazione del capitale per cellule base, una vecchia idea premarxista che nulla ha di storico e rivoluzionario”[12]. In quest’ottica, poco importa il partito di classe, la cui funzione diventa puramente pedagogica. Poco importa anche la teoria dello stato, perché “la trasformazione della società è immaginata come fatta pezzo per pezzo; e i pezzi sono le imprese produttive. Manca del tutto la visione dei caratteri della società comunista opposti a quelli del capitalismo. Resta un pallido «aziendismo »” (Ibid.).

Per due anni, e fino alla scissione di Livorno, Gramsci non cesserà di martellare questi concetti sulle colonne del suo giornale. L'operaio considera se stesso come produttore, in quanto inserito nel processo produttivo e nel complesso delle forze produttive, che sono, si legge di una relazione della sezione torinese del dicembre 1919, “in un certo senso estranee e indipendenti dal modo di appropriazione privata della ricchezza prodotta”: come se esistesse una forma metastorica della produzione per aziende, che possa prescindere dal modo della circolazione e dell'appropriazione del prodotto! E altrove si dichiarava che “la massa operaia deve prepararsi effettivamente all'acquisto della completa padronanza di se stessa, e il primo passo su questa via sta nel suo più saldo disciplinarsi, nell'officina, in modo autonomo, spontaneo e libero. Né si può negare che la disciplina che col nuovo sistema verrà instaurata condurrà a un miglioramento della produzione”[13].

Fu chiaro fin dall’inizio alla Sinistra che le soluzioni proposte dall’Ordine Nuovo si collocavano pericolosamente sul versante proudhoniano, e in una serie di articoli Il Soviet, organo di quella che era allora la Frazione Astensionista del partito socialista, e costituirà in seguito la prima struttura organizzativa del PCd’I, non si stancherà di chiarirlo. Compito del partito è quello di superare i limitati orizzonti delle lotte rivendicative, centralizzando gli obiettivi storici della classe, che non saranno raggiunti con la conquista del potere politico, ma che si porranno allora, e solo allora, anche sulla base economica e sociale. La confusione che l’Ordine Nuovo introdusse nella polemica, considerando i Consigli di fabbrica esattamente equivalenti ai soviet, mostra tutta l’immaturità teorica del movimento torinese.

Questa immaturità porterà Gramsci ad affermare la necessità di costituire i Consigli prima di aver risolto il problema della direzione rivoluzionaria incarnata nel partito, e a stabilirne quasi una forma a priori dell’azione rivoluzionaria: “Il Consiglio tende, per la sua spontaneità rivoluzionaria, a scatenare in ogni momento la guerra delle classi; il sindacato, per la sua forma burocratica, tende a non lasciare che la guerra di classe venga mai scatenata [...]. La forza del Consiglio consiste nel fatto che esso aderisce alla coscienza della massa operaia, è la stessa coscienza della massa operaia che vuole emanciparsi autonomamente, che vuole affermare la sua libertà di iniziativa nella creazione della storia”. Ed è la medesima immaturità, accompagnata da una totale incomprensione del ruolo del partito, della assoluta necessità di giungere ad una chiarificazione con centro e destra del partito socialista prima che si esaurisse la grande e generosa ondata di lotte che scuoteva il Paese, che lo spingerà a queste stupefacenti dichiarazioni: “Abbiamo sempre ritenuto che dovere dei nuclei esistenti nel Partito sia quello di non cadere nelle allucinazioni particolarisitiche (problema dell’astensionismo, problema della costituzione di un partito veramente comunista) ma di lavorare a creare le condizioni di massa in cui sia possibile risolvere tutti i problemi particolari come problemi dello sviluppo organico della rivoluzione comunista”[14]. Ed è veramente difficile, su queste basi, individuare le ragioni che spingono “studiosi” di tutte le parrocchie ad affermare che “nell’azione politica di Gramsci ed in tutti i suoi scritti sarà presente e costante l’esigenza profonda di assimilare e di fare assimilare alle masse l’esperienza e l’insegnamento di Lenin e dei bolscevichi”[15].

Che cosa avranno infatti ancora nel 1922 da rimproverarsi in merito alla scissione di Livorno Gramsci e i suoi compagni dell’ Ordine Nuovo, che la Sinistra criticava per “non essere stati prima con quelli che volevano spezzata l’unità e messe da parte le degenerazioni elettorali e corporativiste” (Il Soviet, 2 maggio 1920)?

“La reazione si è proposta di ricacciare il proletariato nelle condizioni in cui si trovava nel periodo iniziale del capitalismo: disperso, isolato, individui, non classe che sente di essere una unità e aspira al potere. La scissione di Livorno [...] è stata senza dubbio il più grande trionfo della reazione”[16]. Qui si vede che più di una salda dottrina, più di un’intransigente direzione, più di princìpi teorici ed organizzativi i cui criteri sono fissati dal momento in cui il proletariato si è costituito come classe per sé, contava (e conterà sempre più per i partiti “comunisti” oscenamente prostrati all’interclassismo antifascista) per Gramsci l’unità a tutti i costi, quell’unità con i “centristi” che mal si adattò ad abbandonare nel 1920, e che fece solo sulla spinta di violenti moti di classe. Come non ricordare qui il Lenin del 1920, così a torto usato contro la Sinistra? “La scissione è in ogni caso preferibile alla confusione, che intralcia lo sviluppo ideale, teorico, rivoluzionario del partito, che ostacola la maturazione del partito e il suo lavoro pratico, concorde, realmente organizzato, realmente capace di preparare la dittatura del proletariato” (L’“Estremismo” malattia infantile del comunismo, Appendice: La scissione dei comunisti tedeschi).

 

Note


 

[1] Tale era la valutazione di questa concezione che ne dava il II Congresso dell’Internazionale Comunista, Tesi sulle condizioni per la creazione dei Consigli di operai, tesi X.

[2] Lo riconoscerà in seguito egli stesso: “Partecipavamo in tutto o in parte al movimento di riforma morale ed intellettuale promosso in Italia da Benedetto Croce”. Lettera a Tatiana Schucht, 17 agosto 1931. Lettere dal carcere, ed. Einaudi 1965.

[3] “La coscienza di classe... è una affermazione lenta e faticosa, perché si tratta di rimuovere tutto un adattamento tradizionale dei sentimenti e della volontà; ma senza questo rinnovamento psicologico... nessuna trasformazione sociale può avverarsi nella storia”. R. Mondolfo, Il materialismo storico in Federico Engels. Firenze, La nuova Italia 1952, pag. 242.

[4] Si veda ad esempio Ch. Riechers, Gramsci e le ideologie del suo tempo, Ed. Graphos, Genova 1993.

[5] “Il Sillabo ed Hegel”, Il Grido del Popolo, 15 gennaio 1916. Di passata, ricordiamo che il Sillabo fu dettato da Pio IX nel 1864, contro ogni sia pur timida adesione dei cattolici al movimento liberale borghese.

[6] “Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi”, in L’Avanguardia, ottobre-novembre 1914;ora in Storia della Sinistra I, 1964, pag. 250.

[7] “Note sulla rivoluzione russa”, Il Grido del Popolo, 29 aprile 1917.

[8] Il termine giacobino è qui usato non nel senso leninista di partito ferreamente organizzato e diretto, ma nel senso deteriore di sfrenato individualismo, di conventicola, di setta. Il giacobino sarà per Gramsci “l'uomo politico energico, risoluto e fanatico, perché fanaticamente persuaso delle virtù taumaturgiche delle sue idee, qualunque esse fossero” (Quaderni, III).

[9] Questo sostiene F. De Felice nella sua relazione a I comunisti a Torino 1919-1972, a cura di G.C. Pajetta, Ed. Riuniti, 1974, pag. 20

[10] Al Congresso di Bologna, ottobre 1919, l'Ordine Nuovo votò a favore dei “comunisti elezionisti”, cioè dei serratiani.

[11] “Tali organizzazioni nascono entro il regime borghese e come espressione della libertà borghese. Sono organizzazioni che vengono riconosciute dalle masse in quanto loro riflesso e loro embrionale apparato di governo; ma sono organizzazioni che non incarnano il processo rivoluzionario, non superano lo Stato borghese, non abbracciano il pullulare di forze rivoluzionarie mosse dal capitalismo. Il processo rivoluzionario si attua nella produzione, dove non c'è libertà né democrazia”. (Il Consiglio di fabbrica, Ordine Nuovo, 5 giugno 1920). Qui si palesa tutto l'operaismo gramsciano, antipartitico ed antileninista. E si capisce perfettamente perché, in tutti gli svolti precedenti (riunione illegale di Firenze, novembre 1917; Congresso di Bologna, ottobre 1918; e anche Livorno 1921) Gramsci non abbia preso la parola o si sia arroccato, per non compromettersi, sulla critica all'astensionismo della Sinistra.

[12] La sinistra comunista in Italia sulla linea marxista di Lenin, Ed. il programma comunista, 1964, pag. 109.

[13] “Ai Commissari di reparto delle Officine Fiat Centro e Brevetti”, l'Ordine Nuovo, 13 settembre 1919). Sull’entusiasmo tayloristico di Gramsci per l’organizzazione sociale della produzione come si svolge nelle fabbriche andrà ricordato Marx: “La divisione manifatturiera del lavoro ha per effetto che le potenze intellettuali del processo materiale di produzione si contrappongano all’operaio come proprietà altrui e come potere che lodomina. Questo processo di scissione ha inizio nella cooperazione semplice, in cui il capitalista rappresenta di fronte agli operai singoli l’unità e volontà del corpo lavorativo sociale; si sviluppa nella manifattura, che mutila e storpia il lavoratore trasformandolo in operaio parziale; giunge a compimento nella grande industria, che separa la scienza dal lavoro come potenza produttiva indipendente, e la piega al servizio del capitale” (Il Capitale Ed. UTET, Torino 1974, pag. 491).

[14] “Due rivoluzioni”, L’Ordine Nuovo, 3 luglio 1920: due settimane più tardi si riuniva il II Congresso dell’Internazionale!

[15] L. Lombardo Radice e G. Carbone, Vita di Antonio Gramsci, Ed di Cultura Sociale, Roma 1952, pag.119-120.

 


 

 

6. Gramsci alla direzione del PCd’I

 

 

E’ nota la battaglia che la Sinistra “italiana” condusse nei confronti dell’Internazionale[17]. I punti di discussione - discussione che avvenne sempre bene all’interno della riconosciuta comune piattaforma marxista - toccarono via via temi di ampio coinvolgimento teorico: il parlamentarismo rivoluzionario e più in generale il principio democratico; la necessità vitale di porre limiti ben netti nella azione tattica di tutti i partiti aderenti all’Internazionale; gli ibridi maneggi atti a “conquistare una maggioranza” non attraverso l’azione e la lotta a diretto contatto con la classe, ma attraverso blocchi con classi o partiti di provata attitudine antirivoluzionaria.

Contrariamente a quanto scritto da falsificatori di ogni tendenza, il giovane PCd’I fu probabilmente l’unico partito comunista europeo a tradurre nella pratica le direttive tattiche dell’IC. Ciò sia nei riguardi dell’azione sindacale, sia nello stringere i legami con un proletariato che ormai, nel 1921, cominciava a mostrare segni di cedimento dopo quattro anni di guerra e poi due di lotte molto aspre e condotte con grande generosità di classe. Fu organizzata una rete illegale e militare che, in epoca di riflusso, avrebbe comunque potuto consentire un ritiro ancora su posizioni di forza[18]. Fu seriamente organizzato un tentativo di fronte unico delle organizzazioni operaie contro il fascismo. Se esso fallì, ciò dipese esclusivamente dall’atteggiamento indeciso degli altri partiti che avevano séguito nel proletariato. Le Tesi di Roma (1922) e, in generale, tutto l’atteggiamento concreto del partito nei primi due anni della sua esistenza, mostrano come fosse chiaro a tutti che un’azione tesa alla conquista del potere non si poteva più porre, mentre era assolutamente necessario salvare la integrale base dottrinale senza cedere ad eclettismi tattici. Questi tatticismi, anziché portare agli auspicati successi nella conquista delle masse, avrebbero fatto perdere di vista - come naturalmente avvenne - i fini dell’azione e del programma rivoluzionario.

Tuttavia, sotto l’assoluta necessità di rompere l’accerchiamento russo e nello sforzo di generalizzare le lotte in una Europa il cui proletariato, ancora generosamente battagliero, subiva tuttavia le esitazioni e la poca chiarezza della direzione, iniziarono da parte dell’Internazionale pressioni sempre più forti tese a promuovere iniziative di “accordi” o di “alleanze” temporanee con partiti a torto considerati “operai”. E’ l’inizio del ripiegamento sul piano presunto tattico, che anticipa di poco la catastrofe con l’abbandono dei principi fondamentali del comunismo[19]. Dimenticando la lezione dell’Ottobre e quella di segno opposto dei Noske e degli Scheidemann, l’Internazionale si avvierà su un piano inclinato al fondo del quale una intera generazione di militanti verrà inghiottita dallo stalinismo avanzante.

E’ in questo contesto che il centro dirigente del PCd’I viene arrestato all’inizio del 1923. L’attività del partito rimane paralizzata per alcuni mesi, mentre l’Internazionale cercava una soluzione di comodo per ottenere una direzione meglio allineata sulle proprie posizioni. La trovò in Gramsci, a Mosca dal maggio del 1922 come rappresentante del PCd’I presso l’Esecutivo dell’Internazionale. Quando Rakosi, a nome dell’ Esecutivo dell’IC, gli proporrà di prendere la direzione del PCd’I, Gramsci risponde che avrebbe “fatto il possibile per aiutare l’Esecutivo dell’Internazionale a risolvere la questione italiana”[20].

Tuttavia, è chiaro che, con la costituzione del nuovo Centro, il partito non usciva affatto dalla grave crisi che lo stava colpendo. Come perfettamente spiegato in un Appello a tutti i compagni del partito, scritto in carcere nei primi mesi del 1923, A. Bordiga invitava ad una pronta riflessione non tanto “alla crisi di efficienza ed organizzativa che consegue inevitabilmente dalla vittoria delle forze antiproletarie in Italia, crisi che merita anche tutta l’attenzione, ma che potrebbe essere fronteggiata, se altro non vi fosse, con opportune misure dagli organi direttivi fedelmente eseguite. Si tratta di un’altra crisi, che purtroppo aggrava le conseguenze della prima: crisi interna, di direttive generali, che da singole questioni tattiche ormai si è allargata a tutta la impostazione di principio ed alla tradizione della politica di partito. Questa crisi non ha avuto origine da dissensi interni, ma da divergenze tra il partito italiano e l’Internazionale Comunista [...] Tra fatti vanno considerati: 1) Il partito italiano ha avuto opinioni divergenti da quelle dell’Internazionale, circa la tattica “internazionale” comunista; 2) La divergenza per le cose italiane si è manifestata ancora più grave, uscendo dal limite della “tattica” per toccare le stesse basi di costituzione del partito. 3) L’Internazionale è andata e va ancora modificando le sue direttive finora apparentemente in materia di tattica, ma ormai anche in materia di programma e di norme fondamentali organizzative”[21]. Si stanno profilando sul movimento comunista internazionale le ombre lunghe della “bolscevizzazione” (cioè la ricostruzione dei partiti sulla base delle cellule di azienda), degli espedienti tattici del momento, dei fronti unici ai vertici dei partiti, dei governi operai e delle rimozioni in blocco di direzioni di partiti “rei” di non seguire le formulazioni sempre più incerte dell’Internazionale (è il caso dell’Italia) o di non aver saputo dirigere l’assalto rivoluzionario in modo vincente (è il caso dell’autunno del 1923 in Germania, che costerà la decapitazione del KPD).

 

 

7. La nuova tattica del PCd’I dopo il 1923

 

 

Resta il fatto, ben documentato anche dalla stampa centrista di partito di quegli anni, che la base dei militanti rimase fedele all’indirizzo della Sinistra, nonostante tutti gli sforzi che la frazione di centro (con Gramsci si schiereranno rapidamente Togliatti, Terracini e Scoccimarro, mentre Tasca, del vecchio gruppo dell’Ordine Nuovo, si porrà su posizioni di destra) si vedrà costretta a fare per spostare su di sé la fiducia degli iscritti. Nel 1924 la tattica fusionista, così a lungo e tenacemente perseguita dall’IC e dal nuovo centro, “guadagna” al partito un gruppo di socialisti fautori dell’Internazionale (i cosiddetti “terzini”). Il partito allarga le proprie fila mentre l’assassinio del deputato socialista Matteotti sembra far perdere consensi al partito fascista.

E’ in questo quadro di profonda crisi politica ed organizzativa del partito, e in un isolamento quasi completo anche nei confronti dei suoi più fedeli alleati, che il PCd’I aderisce, assieme a tutte le “opposizioni”, ad un fronte unico di partiti antifascisti, nella costituzione di un vero e proprio Antiparlamento (“Aventino”). In un primo tempo la direzione del partito entrò in un fantomatico “Comitato delle opposizioni”, allo scopo di promuovere uno sciopero generale. Fallita il giorno stesso l’iniziativa, l’Esecutivo sosterrà la tattica dell’autonomia, rilanciando da solo la direttiva di uno sciopero che, limitato nelle adesioni e circoscritto a poche città, sostanzialmente fallì.

Poiché regna la massima confusione sul “che cosa fare”, sarà l’Internazionale - per il tramite del suo rappresentante, Humbert-Droz[22] - a correre in soccorso. Essa proporrà alle opposizioni di proseguire il boicottaggio parlamentare, trasformandolo quindi in una assemblea parlamentare delle opposizioni contro e fuori dal parlamento fascista. Si costituiranno milizie popolari, si inviterà il popolo a non pagare le imposte “finché non saranno ristabilite le libertà per la classe operaia [...] In questa situazione non dobbiamo avere scrupoli di procedura, ma dobbiamo rivolgerci tutte le volte che lo riterremo opportuno, direttamente e pubblicamente alle opposizioni per smascherarle”[23]. Sarà questa, almeno tendenzialmente, la tattica antifascista del PC; una tattica interclassista, che pone al centro delle proprie rivendicazioni antifasciste la lotta per le libertà democratiche, anticipando di un ventennio la tattica dei fronti di liberazione. Lo esporrà con chiarezza lo stesso Gramsci: “E allora l’antiparlamentarismo, la costituzione di un organismo cioè rappresentativo e direttivo di tutte le correnti antifasciste, facente appello all’azione diretta del popolo italiano, sarà acclamato. Ma forse sarà tardi. In ogni ora politica vi è un adatto mezzo di lotta. L’antiparlamentarismo sarebbe oggi la parola d’ordine che le masse italiane accetterebbero; domani, aggravandosi la situazione [...] il proletariato italiano - ridotto alla disperazione e alla fame - vorrà ben altro”[24]. E il giorno dopo lo stesso Gramsci chiariva, in un rigurgito ordinovistico, in che modo “la pesante tirannide del fascismo” sarebbe stata abbattuta dai lavoratori, “i quali si sentiranno infine spinti ad organizzare la loro riscossa antifascista e antiborghese nei comitati degli operai e dei contadini che oggi [?] si pongono concretamente come il solo strumento di lotta per abbattere la dittatura fascista”[25].

L’atteggiamento della Sinistra di fronte all’evidente stato confusionale della direzione del partito fu, da una parte, un richiamo severo all’applicazione delle direttive dell’Internazionale in tema di parlamentarismo, dall’altra un monito a non trasformare la vicenda in una “questione morale” di cui sarebbe stato meglio parlare solo con partiti “amici”. L’invito della Sinistra affinché il partito rientrasse nel parlamento, indipendentemente da qualsiasi decisione presa da partiti di opposizione, fu accettato solo in quanto quei partiti si rifiutarono di mobilitarsi attorno ad una qualsiasi delle proposte di azione espresse dalla direzione. E tuttavia l’episodio sta a dimostrare come, anche sulla questione del parlamentarismo rivoluzionario tanto cara ai centristi, solo la Sinistra sapesse difendere posizioni autenticamente marxiste, contro l’ “astensionismo contingente” dei democratici antifascisti, pronti a far la spola fra parlamento e “antiparlamento” al solo fine della conservazione dell’ordine borghese[26].

Appare chiaro, da queste citazioni, come si fronteggino qui due concezioni profondamente diverse del processo rivoluzionario, del ruolo storico del partito, dello sviluppo e dell’evoluzione del capitalismo. La concezione che la Sinistra aveva elaborato sul fascismo venne presentata, oltre che in una lunga serie di articoli sulla stampa “nazionale”, anche al IV e al V Congresso dell’Internazionale. Il fascismo rappresenta un movimento antiproletario più moderno, più raffinato rispetto alla democrazia liberale. Esso unisce gli interessi della grande borghesia terriera, della grande industria e della grande finanza, che hanno saputo mobilitare la piccola borghesia a proprio favore, con l’appoggio pieno dell’apparato statale. Da un punto di vista ideologico, esso non produce nessuna novità; rispetto allo stato liberale del dopoguerra, esso porta invece un poderoso apparato di lotta politica e militare. Da questa analisi, la Sinistra sostiene la necessità di una tattica che difenda il ruolo indipendente del partito, liquidando i gruppi di opposizione antifascista e agendo per l’azione diretta e aperta. “Certo, la lotta è possibile solo con la partecipazione delle masse. La gran massa del proletariato sa molto bene che la questione non può essere risolta con l’offensiva di una avanguardia eroica. Questa è una concezione ingenua, che ogni partito marxista deve respingere. Ma [...] dobbiamo respingere l’illusione che un governo di transizione possa essere tanto ingenuo da permettere, con mezzi legali o manovre parlamentari, con espedienti più o meno abili, l’aggiramento delle posizioni della borghesia, cioè la presa di possesso legale della sua intera macchina tecnica e militare e la pacifica distribuzione della armi ai proletari; e che, fatto ciò, si possa dare tranquillamente il segnale della lotta. Questa è davvero una concezione infantile ed ingenua! Non è così facile fare la rivoluzione”[27].

Il punto di vista centrista sul fascismo fu presentato da Gramsci in una relazione al CC del partito nell’agosto 1924. Secondo lui, il fascismo “è giunto al potere sfruttando e organizzando l’incoscienza e la pecoraggine della piccola borghesia [...] Perché in Italia la crisi delle classi medie ha avuto conseguenze più radicali che negli altri paesi [...]? Perché da noi, dato lo scarso sviluppo dell’industria e dato il carattere regionale dell’industria stessa, non solo la piccola borghesia è molto numerosa, ma essa è anche la sola classe “territorialmente” nazionale”. L’aspetto che caratterizza l’avvento al potere del fascismo è la disgregazione sociale e politica dello stato unitario, conseguenza della crisi del dopoguerra; ciò non avrebbe avuto luogo se la classe operaia, nel 1920, non avesse “fallito al suo compito di creare coi suoi mezzi uno Stato capace di soddisfare anche le esigenze nazionali unitarie della società italiana [...]. Il compito essenziale del nostro partito consiste nella conquista della maggioranza della classe lavoratrice, la fase che attraversiamo non è quella della lotta diretta per il potere, ma una fase preparatoria, di transizione alla lotta per il potere [...] Queste lotte devono essere viste nel quadro della fase di transizione, come elementi di propaganda e di agitazione per la conquista della maggioranza”.

Le tattiche “elastiche” o, per meglio dire, in contraddizione con i principi, hanno una loro logica inesorabile. Se si abbraccia la “causa della nazione”, se si fanno proprie le inquietudini della piccola borghesia e dei contadini, se si fa la corte ai nazionalisti, si finirà necessariamente per considerare la socialdemocrazia non più come ala sinistra della borghesia, ma come una frazione di destra ma pienamente recuperabile del movimento operaio. Le disastrose posizioni di Gramsci sull’intero problema del fascismo, della tattica fusionista, del fronte unico, rappresentano uno scivolamento non solo verso l’antifascismo borghese per rivendicazioni democratiche, ma preludono alla politica dei fronti popolari e della partecipazione a governi borghesi. L’abbandono della politica rivoluzionaria di Livorno non può essere più netto.

 

 

 

8. Il carcere. I Quaderni e la riflessione “filosofica”. L'eredità.

 

 

La funzione storica di Gramsci, quella di allineare il PCd’I alla politica di un’Internazionale ormai ripiegata sui destini dell’Unione sovietica, si conclude con il III Congresso che il partito, messo fuori legge dal fascismo, deve tenere a Lione nel gennaio 1926. Sconfitta la Sinistra, si pone ora il problema della riorganizzazione (all’interno e all’estero) del movimento. E’ un compito che spetterà ad altri. Alla fine dell’anno Gramsci verrà arrestato e resterà in carcere fino alla morte, avvenuta nel 1937.

Durante il lungo periodo detentivo Gramsci si dedicherà allo studio di una serie di problemi sociali, economici, letterari, filosofici, storici. Sarà toccata la questione meridionale, il problema della nazione italiana e degli intellettuali, il proletariato come forza “egemone”, il partito come “intellettuale collettivo”, o “moderno Principe”. Si tratta di quell’elaborazione teorica che tanto piace a intere schiere di “pensatori di sinistra”: vi vedono infatti, e non a torto, una “riassunzione del concetto di “dialettica” nel significato hegeliano-marxistico”; “un’investigazione nella concreta realtà italiana e di elaborazione teorica”; un’analisi di problemi che, se non possono essere tutti risolti, sono almeno “proposti con originalità”.[28]

I “meriti” principali che verranno riconosciuti a Gramsci dagli epigoni stalinisti sono la sua “riflessione” sul Risorgimento italiano, sul suo più o meno esplicito frontismo - che verrà adottato in pieno nei blocchi partigiani della seconda guerra mondiale - sulla sua capacità di adeguare il marxismo alla realtà italiana (espressione che caratterizza ogni opportunismo).

Per Gramsci, dunque. il Risorgimento italiano è consistito in una rivoluzione "passiva", dall'alto. Ad esso è mancato quel contributo popolare che ha reso possibile il completo sviluppo nazionale delle rivoluzioni borghesi in altri Stati europei. Esso è stato dunque la conseguenza di una mancata rivoluzione agraria, di un ruolo non assolto da parte degli intellettuali, che non solo non hanno saputo guidare la rivoluzione, ma non sono neppure riusciti a creare uno Stato moderno.

Le conclusioni che vennero tratte da tali premesse dal PCI stalinizzato furono dunque che l'intreccio di una irrisolta questione nazionale, meridionale e morale (il tradizionale "malgoverno" italico) dovesse spingere una coalizione di partiti e di classi verso il compimento della rivoluzione borghese, facendo rivivere, in funzione antifascista, una sorta di radicalismo borghese. Fu questa una, e non l'ultima, delle giustificazioni teoriche che i dirigenti di un PCI ormai perso alla causa rivoluzionaria vollero accampare per porsi alla guida del "secondo Risorgimento", quello che avrebbe sconfitto l'arretrato fascismo. Si trattava perciò soprattutto, secondo la ricostruzione che ne farà Togliatti, “della funzione nazionale che spettava al proletariato per dare al nostro paese quella interiore costruzione unitaria che le classi capitalistiche non avevano saputo dare, perché avevano considerato il Mezzogiorno come terra di conquista e sfruttamento. E' di questo periodo [1923-1926] lo sviluppo della sua [di Gramsci] intuizione strategica dell'alleanza tra l'operaio delle zone industriali avanzate e la grande massa della popolazione povera e disagiata del Mezzogiorno […] Gramsci ne ricava le più interessanti conseguenze tattiche e politiche, sino a stabilire la solidarietà con i movimenti autonomisti che allora sorgevano nelle regioni meridionali e prevedere una particolare struttura del potere dello Stato operaio e contadino, per dare a questi movimenti la necessaria soddisfazione e fondare su nuove basi democratiche l'unità del paese[29] [nostre sottolineature]. Ed ecco perciò fiorire, anche nel secondo dopoguerra, la teoria e la pratica dei governi di coalizione borghesi per la democrazia progressiva: quelli che, si disse ipocritamente, serviranno sul lungo periodo come transizione ad un socialismo popolare. La causa di questa "via italiana al socialismo", diranno gli eredi del peggior Gramsci, sta proprio nella presunta arretratezza del capitalismo italiano. Di qui la necessità di ripercorrere tutti i gradini dell'opportunismo in nome ,di una fantomatica interpretazione “marxista” della realtà italiana, alla quale si dovrebbero (ancora nel 1945!) adattare tattiche di “doppia rivoluzione” da interrompere, beninteso, alla sua fase democratica kerenskiana.

È opportuno ricordare che la nostra teoria della doppia rivoluzione è esposta a tutta pagina negli studi che Marx ed Engels hanno dedicato alle rivoluzioni europee del 1848-50. In Germania, dove lo sviluppo economico e sociale era nettamente in ritardo rispetto ad Inghilterra e Francia, “la classe operaia prese le armi con la piena coscienza che, per le sue conseguenze immediate, questa lotta non era la sua. Essa seguiva però la sola linea politica giusta, di non permettere a nessuna classe elevatasi sulle sue spalle […] di consolidare il suo dominio di classe senza per lo meno aprire alla classe operaia un libero campo per la lotta per i suoi interessi. In ogni caso, la classe operaia si sforzava di portare le cose a una crisi nella quale o la nazione fosse lanciata in modo aperto e irresistibile sulla via della rivoluzione, oppure fosse restaurata per quanto possibile la situazione di prima della rivoluzione, in modo che una nuova rivoluzione diventasse inevitabile. Nell’uno e nell’altro caso la classe operaia rappresentava gli interessi reali e bene intesi della nazione nel suo complesso, perché accelerava il più possibile quello sviluppo rivoluzionario che per le vecchie società dell’Europa civile era ora diventato una necessità storica, e senza il quale nessuna di esse può di nuovo aspirare a una evoluzione più tranquilla e regolare” (Engels, “Rivoluzione e controrivoluzione in Germania”, Vol. XVIII della Opere complete di Marx ed Engels). Tutto ciò non ha proprio nulla a vedere con una classe operaia che, in un contesto storico completamente diverso come quello del XX secolo, dovrebbe farsi portavoce di “istanze nazionali” a vantaggio di una borghesia che ha addirittura ripudiato le sue origini liberali per imboccare la strada del fascismo – cioè la politica di massima concentrazione materiale ed ideologica su scala planetaria che mai la storia abbia conosciuto. Applicare queste tesi nella Russia arretrata agli albori del Novecento è un conto, è una necessità: di fatto è l’applicazione scientifica di leggi storiche. Applicarle all’evolutissima Europa ha solo un nome: tradimento; e una sola prospettiva: quella anticomunista.

Ed è proprio per l’immaturità economica, sociale, politica della situazione europea di metà Ottocento che l’Indirizzo di Marx ed Engels alla Lega dei Comunisti, del marzo 1851, dopo aver elencato tutta una serie di rivendicazioni democratiche, cioè non comuniste, perché “gli operai tedeschi non [possono] giungere al potere e soddisfare i loro interessi di classe senza attraversare un lungo sviluppo rivoluzionario”, dichiara che “essi stessi debbono fare l’essenziale per la loro vittoria finale chiarendo a se stessi i loro propri interessi di classe [autonomia di classe, non alleanza di classi!] assumendo il più presto possibile una posizione indipendente di partito [nessun “fronte unico” con partiti nemici!] e non lasciando che le frasi ipocrite dei piccoli borghesi democratici li sviino nemmeno per un istante dalla organizzazione indipendente del partito del proletariato. Il loro grido di battaglia deve essere: La rivoluzione in permanenza!”[30]

Rinviamo alle pagine seguenti l'analisi del Gramsci “filosofo”. Basterà qui sottolineare che l'entusiasmo che le sue teorie hanno suscitato tra gli intellettuali di mezzo mondo è strettamente legato ad almeno due elementi.

1) Al suo tentativo di fare una sintesi tra marxismo e idealismo, storpiando il materialismo storico in una visione di volontarismo individualistico. Sarà sufficiente questa citazione: “Con Marx la storia continua ad essere dominio delle idee, dello spirito, dell'attività cosciente degli individui singoli ed associati”[31]. Il biografo di Gramsci[32], da questa frase, ricava un “vigoroso rifiuto dell'idealismo” e una negazione della “separazione dell'uomo dalla materia”. Entrati così a testa alta assieme a Gramsci nel mondo del monismo idealistico, questi stessi biografi “critici” potranno rimproverare a Lenin la contraddizione tra il soggettivismo volontaristico delle Opere politiche e l'oggettivismo gnoseologico delle Opere filosofiche! L’incomprensione totale del rapporto dialettico tra la classe e le condizioni materiali in cui essa vive da una parte – “condizioni oggettive” – e l’organo dirigente di questa, il partito, che ne rappresenta ad un tempo coscienza e destino storico, fa parte integrante del mestiere dello storico piccolo-borghese che non può, per oggettiva limitatezza dei propri orizzonti di classe, ergersi ad una visione completa del processo rivoluzionario.

2) Al suo rifiuto esplicito del determinismo, visto come una limitazione inaccettabile alla libertà dell'individuo: “Si può osservare come l'elemento deterministico, fatalistico [?], meccanicistico [?] sia stato un "aroma" ideologico immediato della filosofia della prassi [cioè il materialismo storico], una forma di religione e di eccitante (ma al modo degli stupefacenti) […] Quando non si ha l'iniziativa nella lotta e la lotta stessa finisce quindi con l'identificarsi con una serie di sconfitte, il determinismo meccanico [?] diventa una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di perseveranza paziente e ostinata […] La volontà reale si traveste in un atto di fede, in una certa razionalità della storia, in una forma empirica e primitiva di finalismo appassionato che appare come un sostituto della predestinazione, della provvidenza ecc. delle religioni confessionali […] è anzi da porre in rilievo come il fatalismo non sia che un rivestimento da deboli […] quando viene assunto a filosofia riflessa e coerente da parte degli intellettuali, diventa causa di passività, di imbecille autosufficienza”[33]. Come non ricordare qui il Gramsci che, alla conferenza di Como (1924), in un vivace contraddittorio con Bordiga, reclamava di “aver fretta”? La fretta di recuperare l'appoggio delle masse attraverso l'azione, la volontaristica resistenza all'ondata controrivoluzionaria, cui ci si opporrebbe non con la più stretta delimitazione dell'area di manovra del partito, nel più rigoroso rispetto dei princìpi per il rilancio dell'azione rivoluzionaria domani; ma con i disinvolti svolazzi tattici, ai quali adattare oggi quei principi che non erano nostri ieri e non lo saranno domani.[34]

Alle storture gramsciane e a quelle dei suoi eredi si rispose che la “base” economica non è solo salario e commercio, ma anche ogni forma riproduttiva della specie, sia biologica sia tecnica (meccanismi di trasmissione culturale inclusi)[35]. Si rispose che determinismo non è passivismo, ma chiarisce che l'azione precede la conoscenza, permettendo tuttavia la previsione del movimento rivoluzionario. “Noi sosteniamo che la fase di ripresa del movimento operaio rivoluzionario non coincide unicamente con le spinte provenienti dalle contraddizioni del materiale svolgimento economico e sociale della società borghese, la quale può attraversare periodi di gravissime crisi, di contrasti violenti, di collassi politici, senza per questo che il movimento operaio si radicalizzi su posizioni estreme, rivoluzionarie. Cioè, non esiste automatismo nel campo dei rapporti tra economia capitalistica e partito proletario rivoluzionario[36]

Non aver mai capito questi elementi dell'abc del marxismo hanno fatto di Gramsci uno dei corifei dell'opportunismo.

E' in questo che consiste lo "strano" destino di Gramsci, e che al tempo stesso è la sua involontaria eredità intellettuale. Egli è passato indenne attraverso le pieghe della storiografia stalinista, in quanto venerato come oppositore della Sinistra; di quella democratica post-stalinista, perché celebrato come precursore delle vie nazionali al socialismo; di quella trotzkista, in quanto acclamato come antistalinista; di quella liberal-resistenziale, osannato qui come l' “uomo di cultura” ingiustamente perseguitato, là come apologeta e precursore dei fronti uniti interclassisti; di quella operaista, che lo riconosce come precursore immediatista o situazionista; e infine, di quella terzomondista, come antesignano delle rivoluzioni contadine e popolari. Per tutti, è evidente, il lascito di Gramsci consiste nel suo antimarxismo di fondo, nella sua disinvoltura sul piano tattico, che si pretende leninista. Nel suo “sminuire l'importanza delle parole d'ordine tattiche strettamente conformi ai principi […] L'elaborazione di decisioni tattiche giuste ha una grandissima importanza per un partito che voglia dirigere il proletariato in uno spirito rigorosamente conforme ai principi del marxismo, e non semplicemente trascinarsi a rimorchio degli avvenimenti.” (Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, Opere complete, 9, Ed. Riuniti).

La lezione della storia, anche con le sue dolorose sconfitte, non potrebbe essere più chiara per chi la vuole intendere.

 


Note

[16] P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924, Editori Riuniti, 1984, pag. 102.

[17] In particolare, Storia della Sinistra comunista, vol. II, III e IV, ed. Il programma comunista, Milano 1972, 1982, 1997 .

[18] Si veda la Storia della Sinistra comunista, vol. IV, ed. Il programma comunista, Milano 1997.

[19] E’ a questo punto che viene avanzata la formula del “governo operaio”; cioè a parole, si dirà, l’equivalente di “dittatura del proletariato” ma, nella pratica, l’alleanza di governo tra comunisti e partiti piccolo-borghesi.

[20] Lettera a Scoccimarro e Togliatti, 1 marzo 1924.

[21] Rivista Storica del Socialismo, numero 23, pag. 515.

[22] Humbert-Droz ha lasciato numerose testimonianze della sua non sempre limpida azione in Italia come rappresentante dell’IC. Per quanto riguarda la Sinistra, egli scrive: “Il mio scopo era di introdurre una differenziazione [notare l'eleganza della formulazione] nella maggioranza estremista del Partito comunista d’Italia e di staccare da Bordiga il gruppo di Gramsci, per affidargli la direzione del partito. Già nel congresso di Roma [del 1922], il gruppo di Gramsci, pur appoggiando Bordiga, aveva manifestato una certa indipendenza e aveva espresso delle sfumature che bisognava usare per isolare la tendenza ultrasinistra di Bordiga” (J. Humbert-Droz, L’Internazionale comunista tra Lenin e Stalin. Ed. Feltrinelli, pag. 197).

[23] J. Humbert-Droz, Il contrasto tra l’Internazionale e il P.C.I. 1922-1928, Ed. Feltrinelli, pag. 186.

[24] “L’Antiparlamento”, l’Unità, 11 novembre 1924.

[25] “Il nullismo dell’Aventino”, l’Unità 12 novembre 1924.

[26] Si veda il nostro O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale, Ed. Il Programma Comunista, 1968.

[27] Rapport de A. Bordiga sur le fascisme au Vme Congrès de l’Internationale Communiste, in Communisme et fascisme, ed. Programme Communiste, 1970, pag. 141-142.

[28] G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Ed. Laterza, 1966.

[29] P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924, Ed. Riuniti.

[30] K. Marx. F. Engels, “Indirizzo del Comitato centrale alla Lega” (marzo 1850), Opere complete, Vol. X, Editori Riuniti 1977, pag. 275-76.

[31] A. Gramsci, Il nostro Marx, Il Grido del Popolo, 4 maggio 1918.

[32] Tra i tanti, menzioniamo G. Tamburrano, Antonio Gramsci. Una biografia critica. Lacaita 1963, tra l'altro perché di estrazione socialista e non "comunista".

[33] Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. Einaudi 1949, pag. 13-14.

[34] Non si può dimenticare, d'altra parte, che neppure Gramsci – purtroppo, ma non per caso! -“ebbe fretta” nel 1919 quando, al Congresso di Bologna, votò con i massimalisti, impedendo di fatto quella chiarificazione tra le file rivoluzionarie che fu possibile attuare solo due anni dopo.

[35] Vedi l'articolo "I fattori di razza e nazione nella teoria marxista", il programma comunista, n. 17, 1953.

[36] "Attivismo", battaglia comunista, n. 7, 1952.

 



Parte II.

Miseria della filosofia gramsciana

“La filosofia e lo studio del mondo reale sono tra loro
in rapporto come l’onanismo e l’amore sessuale”
Marx, Engels, L’Ideologia tedesca.

 


 

 

 

1. Gramscismo tenace e risorgente

 

Per i marxisti nessuna buona strategia e nessuna buona tattica possono scaturire da una “filosofia” eterodossa da un punto di vista del materialismo dialettico. Concepiamo la teoria rivoluzionaria del proletariato come un tutto unico, un unico corpo di dottrina e di prassi che descrive tutto il ciclo storico della società umana e ne anticipa l’inevitabile rottura rivoluzionaria. Dalla dimostrazione che la filosofia di Gramsci è tutto fuorché marxismo, ne consegue per necessità che, nonostante le affermazioni da lui fatte a Lione[1] o successive, secondo le quali il marxismo è «una filosofia che è anche una politica e una politica che è anche una filosofia»[2], la sua politica non fu né poteva essere fusa d’un pezzo solo con il programma autenticamente rivoluzionario che solo la Sinistra, in quel tempo, seppe coerentemente portare avanti sull’arena internazionale, e che nel secondo dopoguerra ha continuato strenuamente a difendere, sia pure in condizioni estremamente difficili di esistenza. Per la nostra scuola il materialismo storico e l’idealismo sono separati da un abisso – che non è solo fatto teorico, di correnti filosofiche; ma è un fatto di classe, meglio ancora, di lotte di classe. E ciò, tanto più è vero, in quanto noi riconosciamo facilmente il materialismo storico pulsare e combattere contro le ideologie idealistiche, anche in quelle antiche lotte di classe che, secoli o millenni prima del marxismo, contrapposero gli schiavi romani ai loro padroni, o i contadini tedeschi del XVI secolo, o i piccolo-borghesi, gli artigiani e i contadini poveri inglesi del XVII , contro i principi e i signori feudali, pur apparentemente sotto le bandiere del cristianesimo primitivo e della teologia riformata.

Perché, dunque, occuparsi oggi del pensiero filosofico di Gramsci? Da quanto si è detto, perché contrastarlo sul suo stesso terreno non è per noi un lusso teorico, ma una necessità vitale sulla quale ristabilire quei principî sulla cui base solamente sarà possibile condurre una battaglia non più criticamente ideologica, ma criticamente armata. Più precisamente, per le seguenti ragioni:

Innanzi tutto, perché Gramsci ha dato una interpretazione del marxismo destinata ad avere un’eco internazionale di gran lunga maggiore delle sue stesse aspettative. Essa è al centro di una vera e propria ondata ideologica che, ben orchestrata, trova facile humus in tutti gli strati sociali, nei paesi avanzati e in quelli in via di sviluppo. Studi su Gramsci e il gramscismo oggi saltano fuori dappertutto come funghi. Si tratti del Gramsci operaista e consiliarista; di quello dell’Internazionale in via di stalinizzazione e della fase detta “bolscevizzazione”; di quello anticipatore dei fronti unici e delle Costituenti nazionali; di quello delle alleanze con i contadini; di quello che corteggia gli intellettuali piccolo-borghesi; del Gramsci filosofo; del Gramsci letterato; del Gramsci anti-scientifico, antimaterialista, antiamericanista (o americanista? Non si è mai ben capito), chiunque ha potuto ritagliarsi su misura “il proprio Gramsci” prendendolo a modello di ogni ideologia controrivoluzionaria, su scala locale, regionale, nazionale ed internazionale.

Si pensava che l’Istituto Gramsci fosse stato sufficiente a spargere i germi del gramscismo in giro per il mondo, ma non è così. L’ultima creatura, in linea con i tempi, è l’International Gramsci Society, costituita a Roma nel 1988, con sede in Italia e negli Usa. Essa dichiara appunto che il pensiero di Gramsci può fornire alle più diverse tipologie di intellettuali, meglio se animati da pruriti cerebrali differenti, un sorprendente terreno di incontro, anzi, di identità.

Nessuna sorpresa, invece, nell’apprendere che a La Habana (e poteva essere altrove?) esiste una cattedra di studi gramsciani (non sappiamo se il concupito posto sia ancora in attesa di assegnazione; baroni nostrani “di sinistra”, fatevi sotto!). Nessuna sorpresa nello scoprire il fiorire di “comitati”, “convegni”, “istituti” da tutte le parti del mondo. Questo non è il segno di una marea rivoluzionaria montante. Questa è piuttosto la voce dell’opportunismo controrivoluzionario, bene avviluppato nel proprio sudario intellettuale socialdemocratico, che oggi parla anche con l’ideologia di Gramsci, domani, come ieri ricorrerà alle fucilate contro il proletariato insorto, come fu in Ungheria, in Germania, in Cina nel primo dopoguerra, nelle comuni di Varsavia e di Berlino nel secondo.

In secondo luogo, perché oggi il ricorso al dettato filosofico di Gramsci, spudoratamente definito da epigoni varicolori come “materialista”, crea ulteriore confusione tra le file del proletariato nel faticoso percorso del ristabilimento dottrinale[3]. Confusione quando si vogliano seguire le concezioni gramsciane sulla funzione storica del proletariato: «La classe operaia – scriveva Antonio - è l’unica forza che rappresenti gli interessi della nazione italiana nel quadro delle libertà e della cooperazione internazionale ... è oggi l’unica forza nazionale che possa salvare l’Italia dall’abisso in cui l’hanno spinta ... i capitalisti avidi solo di arricchimento individuale e di strapotere politico»[4]. O altrove: «Oggi la classe “nazionale” è il proletariato, è la moltitudine degli operai e contadini, dei lavoratori italiani, che non possono permettere il disgregamento della nazione, perché l’unità dello stato è la forma dell’organismo di produzione e di scambio costruito dal lavoro italiano, è il patrimonio di ricchezza sociale che i proletari vogliono portare nell’Internazionale Comunista»[5].

Non è, tutto ciò, fare confusione tra obiettivi della rivoluzione borghese e quelli della rivoluzione proletaria? Non significa in questo modo confondere l’organizzazione capitalistica della produzione (italiana o meno) con l’economia socialista, nella quale ci faremo beffe di qualsiasi inno alla ipertecnologia mirante all’iperproduttività, dal momento che tale economia sarà realizzata solo grazie ad uno sgonfiamento di enormi e pletorici settori della odierna produzione?

In terzo luogo perché, nonostante le precisazioni precedenti e le analisi che verranno esposte in seguito, nel movimento operaio internazionale la rivalutazione della figura di Gramsci ha contagiato un gran numero di militanti che, ignorando o non avendo approfondito le questioni teoriche che si posero nei primi anni della III Internazionale, vedono in lui un coraggioso baluardo contro lo stalinismo[6]. In particolare nei paesi di lingua inglese la “scoperta” di Gramsci è gravitata attorno ai concetti di “egemonia”, “intellettuale organico”, “blocco storico”, che hanno spopolato nelle accademie di ricerca sociologica, letteraria, strutturalista. In Italia ancora oggi, mistificando assai, c’è chi lo presenta come «il principale teorico del movimento operaio italiano» in quanto egli «ha cercato di applicare con rigore il metodo materialistico, di assimilare e arricchire le concezioni marxiste»[7].

Non è certamente buona la polemica che, per vincere, fa dire altrui cose non dette, e noi non ci atterremo ovviamente a questo metodo. E’ per questa ragione che ricorreremo ad estese citazioni dalle opere stesse di Gramsci, per far riferimento al suo pensiero originale. Abbiamo infatti la certezza che il Gramsci del biennio rosso, il Gramsci che, sull’onda del processo rivoluzionario in atto, cominciava pur tra errori ed esitazioni ad aprirsi alle tesi del comunismo rivoluzionario, non intendesse con le sbagliate posizioni di quegli anni anticipare di qualche decennio l’applicazione che delle sue idee verrà fatta dai suoi epigoni nella forma della più smaccata collaborazione di classe. E tuttavia molte delle sue elaborazioni “originali”, che non potrebbero certo uscire neppure per errore dalla penna di un militante della Sinistra, sono rivelatrici di una tendenza, di una incomprensione di fondo della teoria e della prassi della lotta rivoluzionaria, che ne faranno l’alfiere meglio utilizzabile, negli anni e nei decenni seguenti, nelle mani di una Internazionale Comunista ormai inesorabilmente avviata sul piano inclinato del socialismo in un solo paese e dell’alleanza con le mezze classi.

 

 

2. La “fortuna” di Gramsci.

 

La fortuna di Gramsci (e di un cospicuo numero di case editrici in tutte le lingue) sta nel fatto che la sua elaborazione filosofica, dietro la pretesa di migliorare e correggere il marxismo, ha potuto svilupparsi, decenni dopo la morte del suo autore, in un contesto economico e sociale internazionale in cui lo storico programma rivoluzionario è stato sconfitto da forze materiali reali e concrete, operanti nel tessuto vivo dei popoli del pianeta.

Queste forze, nel mondo occidentale, si sono identificate nell’aristocrazia operaia e in ampie frange di intellettuali antifascisti e di “sinistra”, senza partito per definizione e necessità storica, da una parte; dall’altra, in proletari sbandati, vittime del peggiore sfruttamento aziendale; in studenti imberbi che poco e male hanno studiato, in mancanza di lotte vive, le lotte di classe del passato; in no global che, ereditando la prassi senza principî del “movimento”, si illudono di garantirsi il proprio futuro attraverso le più svariate sfumature di pacifismo interclassista; e tutti costoro, anch’essi, rigorosamente senza-partito e anti-partito.

Nel mondo meno sviluppato, le forze che animano il cadavere del gramscismo si riconoscono nei movimenti per le varie “liberazioni nazionali” e per le politiche delle alleanze, nei partiti democratici nazional-popolari fino anche (e non desta sorpresa) a quelli che si richiamano al socialismo cristiano e alla teologia della liberazione[8], oppure anche in quelli che, fucile alla mano, lottano sì, ma per obiettivi dichiaratamente borghesi - il che, oggi, significa solo illudersi di poter dirottare qualche briciola di rendita finanziaria mondiale dagli Stati predatori a quelli predati.

L’attualità del gramscismo non sta dunque nella sua capacità di antivedere uno sviluppo storico che conduce all’abbattimento del capitalismo mondiale. Sta, al contrario, nel fatto di essere stato un sistema eterogeneo di idee, riflessioni e considerazioni il cui filo conduttore fu l’antimaterialismo idealista in filosofia, il volontarismo e lo spontaneismo in politica.

Contrariamente a quanto sostenuto dalla stampa riformista, la “fortuna” di Gramsci (e la sfortuna della rivoluzione internazionale) non è affatto legata all’internazionalismo del suo pensiero. E’ esatto proprio il contrario: gli elementi della politica di Gramsci che hanno riscosso successo sono quelli che derivano dal suo non-internazionalismo, dal suo atteggiamento chiuso su problemi locali e settoriali: l’azienda; il Mezzogiorno; gli intellettuali; il Risorgimento italiano; i contadini; il Vaticano; e via dicendo. Elementi che poi ogni movimento locale sparso per il mondo adatta alle proprie esigenze o velleità opportunistiche locali, trasformando in questo modo l’ideologia gramsciana in uno spurio movimento internazionale, la cui base d’appoggio, ben monolitica ed unitaria nonostante le differenze applicative e puramente formali, resta la classe piccolo-borghese. Da sempre gli esponenti intellettuali di questa classe, reinterpretando a vantaggio di questa la teoria rivoluzionaria del proletariato, ne fanno rimasticature adattate ai propri sfizi del momento, sempre e ovunque solo allo scopo di “avanzare concretamente”, di “meglio sviluppare il processo di ricomposizione unitaria delle forze della sinistra” ecc. In ciò appunto sta la funesta attualità di Gramsci. Nell’aver fornito, sotto la falsa etichetta di marxismo, ricette buone per tutte le salse e a tutte le latitudini, sotto le bandiere del “blocco storico” democratico nazional-popolare evoluto inevitabilmente nel più lurido collaborazionismo di classe; dell’ “egemonia” - non a torto vista dalle schiere opportuniste e traditrici come antitesi del termine e soprattutto del concetto di dittatura del proletariato; dell’antieconomicismo, ciò che cela semplicemente, sotto un brutto vocabolo, tutta l’incomprensione gramsciana del determinismo economico, elemento centrale che i rivoluzionari rivendicano pienamente, del materialismo storico; di una cosiddetta “etica della rivoluzione”, quale riforma sociale e perfino economica. Nelle pagine seguenti affronteremo, anche se per cenni, la “filosofia” di Gramsci quale esposta, principalmente, nei suoi Quaderni del carcere, ma i cui elementi rimangono marchio invariante attraverso tutta la sua produzione letteraria, giovanile o adulta.

E’ probabile che oggi Gramsci, il Gramsci momentaneo “alleato” della Sinistra nei primi anni di vita del PCd’I, il Gramsci dei grandi scioperi del 1919-1920 sarebbe a giusto titolo indignato, di fronte alle applicazioni che i suoi eredi hanno fatto del suo pensiero. Tuttavia, il primo a fare coscientemente enormi deformazioni del marxismo su basi non materialistiche è stato proprio lui, e non solo il Gramsci della galera e dell’isolamento, ma il Gramsci della prim’ora, quello delle grandi battaglie di classe dell’immediato primo dopoguerra. Non è un caso che da espressioni teoricamente confuse e che molto concedono al nemico, emergano vincenti posizioni come quelle di tutti i partiti stalinisti, poi convertiti alla democrazia (e in tanto più spregevoli), che li rendono i suoi legittimi esecutori testamentari.

 

 

3. Che cosa è la filosofia della prassi.

 

L’espressione “filosofia della prassi” non fu utilizzata dal detenuto Gramsci per uccellare la censura fascista, al posto di materialismo storico. Essa fu impiegata invece per evitare quest’ultima troppo impegnativa definizione – come ormai riconoscono anche i critici[9] - proprio perché tale espressione gli suonava «troppo legata ad una concezione deterministica e deteriore del marxismo».

La “filosofia della prassi”, che noi continuiamo ostinatamente a chiamare materialismo storico-dialettico, non è affatto il «lampo di pensiero filosofico» ancora guizzante nel giovane Marx della Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico; ma è invece la consolidata teoria rivoluzionaria del proletariato, che si erge sull’ininterrotta serie delle rivoluzioni del passato e si applica all’ultimo atto della successione di forme di produzione all’interno delle società classiste.

Pertanto è assolutamente falso (concezione taschiana della prima ora) che la filosofia della prassi - il marxismo - serva a condurre le masse «a una concezione superiore della vita». Il contenuto del marxismo non sta in un’espressione ideologica, la cui superiorità su tutte le altre sia sancita da un migliore uso della dialettica e della logica formale da trasmigrare in un proletariato incatenato alla schiavitù salariale. Questo sta nel suo presentarsi come militante grido di guerra contro l’intera organizzazione della società moderna, per rovesciarne completamente i suoi aspetti fondanti materiali e ideologici.

Eppure è proprio sulla base di una tale deformazione volontaristico-intellettualistica del marxismo, quale si presenta l’ideologia gramsciana atta a «costituire un blocco intellettuale di massa», che si è sviluppata, nel secondo dopoguerra, la politica interclassista dei partiti operai detti appunto “di massa”. I suoi cavalli di battaglia sono: cultura operaia-sviluppo della democrazia partecipativa-moralizzazione della vita politica-gradualismo e volontarismo. Meglio se a livello individuale: la conta dei voti non ne verrà compromessa, anche se la classe è morta e sepolta, e i papaveri dei partiti che ne hanno usurpato la storia possono tranquillamente continuare la loro fornicazione col potere borghese.

È patrimonio dell’idealismo “di sinistra”, con tutte le sue sfumature che passano da Gramsci a Tasca a Pannekoek (i nomi qui valgono solo come simboli di correnti non marxiste) ammettere che le condizioni materiali della società creano nella classe proletaria la coscienza necessaria per la critica sociale, per il salto rivoluzionario. È patrimonio del materialismo marxista, al contrario, sostenere e dimostrare con prove storiche a iosa, che, se si lascino agire sulle masse le condizioni materiali, queste ne soffocheranno necessariamente ogni tentativo di indipendenza ideologica. La rivoluzione non è un problema di coscienza, e l’educazione delle masse è impossibile.

 

«In breve, e in parole povere, la legge del determinismo economico dice che in ciascuna epoca l’opinione generalmente prevalente, il pensiero politico filosofico e religioso più accreditato e seguito è quello che corrisponde agli interessi della minoranza dominante che detiene nelle sue mani il privilegio e il potere […] Quando una società è in crisi, una delle caratteristiche della fase che allora si apre è il numero relativamente sempre più ristretto di persone che beneficiano del regime in vigore; tuttavia, l’ideologia rivoluzionaria non prevale nella massa ma in una sua minoranza di avanguardia in cui confluiscono persino elementi della classe dirigente. Per inerzia, e per effetto dei formidabili mezzi di fabbricazione delle opinioni di cui dispone ogni classe dominante, la massa muterà ideologie, filosofie e religioni solo in un lungo periodo successivo al crollo delle antiche impalcature di dominio» (“Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe”, Prometeo, n. 4. 1946).

 

Contro tutte le rivoluzioni culturali - da burletta quelle imbelli strombazzate in Europa, certo ben più serie quelle armate d’Oriente - noi abbiamo risposto che la “cultura” offerta in pasto ai proletari sarà sempre e soltanto quella nazionale e borghese, e non avrà nulla di comunista. Il proletariato mondiale da troppo tempo ha atteso la propria liberazione da altre classi, troppo a lungo si è immolato per rivoluzioni altrui. La teoria e la cultura proletaria stanno tutte nel programma storico del partito di classe, che nessuna Cultura borghese potrà surrogare. La borghesia ha affermato la propria cultura su tutto il pianeta da oltre due secoli. Sta al proletariato armato il compito, a lui fissato dalla storia, di distruggerla. Le basi dell’unica cultura proletaria che noi riconosciamo in questo svolto storico sono quelle che si esprimono con le armi nelle mani della classe, e rivolte prima di tutto contro coloro che porranno la questione del potere in termini di “rivoluzione delle coscienze”, di “conquiste culturali”. Il proletariato al quale noi ci rivolgiamo, e nel quale solo vediamo il progresso della storia, è formato da barbari illetterati che diventeranno uomini solo quando il loro cervello e il loro cuore sarà messo al servizio del Comunismo.

 

Note


 

[1] Secondo Amadeo Bordiga, al Congresso del PCd’I tenuto a Lione nel gennaio 1926 Gramsci si sarebbe pronunciato più o meno con queste parole: «Dò atto alla sinistra di aver finalmente acquisita e condivisa la sua tesi che l’aderire al comunismo marxista non importa solo aderire ad una dottrina economica e storica e ad una azione politica, ma comporta una visione ben definita, e distinta da tutte le altre, dell’intero sistema dell’universo anche materiale». Si veda «Comunismo e conoscenza umana», Prometeo, luglio-settembre 1952, p. 141.

[2] A. Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Einuadi 1949, pag. 87. Questo volume sarà d’ora in poi indicato solo come Ms.

[3] «Una caratteristica saliente (!) dell’analisi gramsciana consiste nel suo rigore materialistico(!!)»: L. Maitan, Attualità di Gramsci e politica comunista, Schwarz 1955, p.9.

[4] «E’ proprio solo stupidaggine?», Avanti!, ediz. piemontese, 10 settembre 1920.

[5] «L’unità nazionale», L’Ordine Nuovo, 4 ottobre 1919.

[6] Secondo statistiche riportate da “Il Contemporaneo” (28 febbraio 1987) esisterebbero a quella data oltre 500 libri scritti in inglese su Gramsci. Ciò, secondo uno storico statunitense, John Cammett, è indicativo «della misura in cui il “gramscismo” è stato accettato negli ambienti scientifici americani, per lo meno quale “criterio di ricerca storica”». Non ne dubitavamo. Il poco di autenticamente marxista e rivoluzionario che si può trovare in Gramsci non viene neppur lontanamente preso in considerazione dalla storiografia accademica.

[7] «Il marxismo rivoluzionario di Antonio Gramsci», Bandiera Rossa 69, 1997, pag. 75. Va osservato che in questo opuscolo, come in altri di matrice trotzkista, l’eredità di Gramsci è totalmente rivendicata come parte integrante di ciò che viene erroneamente indicato come marxismo rivoluzionario. Lo è nell’individuazione gramsciana di strumenti di lotta democratico-rivoluzionari (i Consigli); lo è nella politica delle alleanze con mezze classi. Le manovre di corridoio tese a liquidare, su istruzione dell’Internazionale, la direzione di sinistra del PCd’I, sono presentate come brillante esempio della “riflessione” e dell’ “iniziativa” gramsciana basate sui testi fondamentali dei primi quattro Congressi dell’Internazionale Comunista (nascondendo accuratamente il contributo teorico che la Sinistra “italiana” diede all’elaborazione delle tesi di ammissione all’Internazionale; ci vuole poi una bella faccia tosta ad inserire nella “lista” il Secondo Congresso, in cui il movimento comunista internazionale raggiunse uno dei punti più elevati di elaborazione teorica rigorosamente marxista, tutto il contrario delle pastette interclassiste cui i trotzkisti ci hanno abituato in seguito). Si cela il fatto che Gramsci, dopo aver manovrato per costituire una frazione nel partito a partire dal 1923, si sia poi scatenato contro la Sinistra a partire dal 1924 accusandola di “frazionismo” quando questa era, nella realtà dei numeri e della forza di base, l’effettiva maggioranza. Si afferma che l’acquisizione della tattica frontista, quella stessa che aveva già dato i suoi brillanti frutti in uno spaventoso stillicidio di tragedie proletarie in Germania, e che è alla base del crollo successivo di tutte le organizzazioni politiche proletarie, è vista come riarmo strategico del partito italiano per opera di Gramsci. Si giustifica la bolscevizzazione, di cui Gramsci fu solerte strumento, sostenendo che, in fin dei conti e data l’eterogeneità dell’IC, fosse indispensabile un processo di chiarificazione (fatta coi metodi degni del primo Stalin, e tacendo che una tale esigenza di “chiarezza” non si fece più sentire nelle politiche frontiste d’ogni tipo). Si vuole sottolineare che Gramsci si oppose alla politica dell’Internazionale Comunista e del partito italiano in un periodo cruciale (il 1930), tacendo tutte le esitazioni che la stessa Internazionale Comunista aveva attraversato nella questione tedesca, poi l’indirizzo “fuori rotta” di questa sulla questione russa, ed infine sul dibattito relativo al “socialismo in un solo paese”: tutte questioni sulle quali solo la Sinistra seppe opporsi con forza, mentre Gramsci seguiva con entusiasmo le mutevoli direttive che arrivavano da Mosca.

Dopo queste falsificazioni nella politica gramsciana, l’opuscolo si addentra nella filosofia, e se lo fa, come si è visto, in modo così attento alla “ricostruzione storica”, gli è che in questi casi “gli scrupoli filologici non sono mai eccessivi” (pag. 37). Come unico esempio di simili “scrupoli” citiamo il seguente, relativo al concetto di egemonia. E’ noto il passo gramsciano secondo cui Lenin «avrebbe fatto progredire effettivamente la filosofia come filosofia in quanto fece progredire la dottrina e la pratica politica. La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto di conoscenza, un fatto filosofico» (Ms, pag. 39). E’ altresì ben noto che, in Lenin (Due tattiche del 1905), il concetto di egemonia sta semplicemente ad indicare che, nella rivoluzione democratica, il proletariato urbano avrà un ruolo trainante nei confronti dei contadini. Ma basta questo accenno gramsciano a Lenin per far esclamare di gioia che proprio ciò fa piazza pulita “di tutti i tentativi di contrapporre a questo riguardo Gramsci a Lenin” (pag. 52-53).

[8] Questo mostruoso connubio è particolarmente apprezzato in Brasile. Si veda ad esempio C. N. Coutinho, «Democrazia e socialismo in Gramsci», in G. Baratta e G. Liguori (a cura), Gramsci da un secolo all’altro, Editori Riuniti 1999, pag. 39.

[9] Si veda ad esempio R. Mondolfo, Intorno a Gramsci e alla filosofia della prassi, Ed. Critica Sociale, 1955, pag. 31.

 


 

4. Dialogato filosofico postumo.

 

E’ possibile che Gramsci, nel corso del suo soggiorno a Mosca nel 1922-23, venisse in contatto - sia pure in modo incompleto - con le opere del filosofo menscevico A. Bogdanov. In queste opere, infatti, si incontrano alcune riflessioni riprese in modo puntuale nei Quaderni del carcere, tra l’altro anche quella - vero cavallo di battaglia gramsciano - della “cultura proletaria”. Com’è noto, si tratta proprio del Bogdanov fustigato da Lenin in Materialismo ed Empiriocriticismo a causa del suo continuo scivolamento verso una forma esplicita di idealismo oggettivo.

Ma Gramsci, tutto preso com’è dalla sua riscoperta del marxismo attraverso Croce e, talora, Bergson, si colloca un gradino al disotto dell’empiriomonismo russo, come dimostreremo subito, attraverso i suoi stessi scritti. Egli è piuttosto esponente della scuola soggettivistica ed immanentista, che con qualche gioco di prestigio fa scomparire il mondo naturale per farlo riemergere nella “coscienza” del soggetto, sia questo storico o a-storico. È su questa strada che Gramsci diviene, di fatto, l’araldo di una filosofia che non può che scadere nel volontarismo e fare del partito di classe una parte della classe che, da questa, si distinguerebbe solo perché animato dal sacro fuoco della “conoscenza”. Una filosofia che, ponendo l’opposizione tra volontà e materia, tra soggetto cosciente storicizzato e realtà esterna, diventa esangue dualismo nella misura in cui non rende la seconda un riflesso dell'attività del primo. Rovesciamento della prassi sì, certo: ma si tratta della prassi del marxismo rivoluzionario.

 

«L’esperienza viene così sostituita alla materia, e non minori alterazioni subisce la dialettica, “algebra della rivoluzione” secondo l’espressione di Herzen, già da Hegel frustrata nelle sue conclusioni da un’ultima sintesi metafisica (lo Stato superatore delle contraddizioni della società civile) che consacra l’insuperabilità del mondo capitalistico: essa viene sostituita dalla “innocua evoluzione”, come in quello che Marx chiamava il “merdoso positivismo” di Comte e Spencer, o svilita, come in Proudhon e nel revisionismo da Bernstein in poi, alla bottegaia “partita doppia” dei “lati buoni” e “cattivi” degli eventi, o mortificata e castrata come nel neoidealismo crociano [...] che, in opposizione ad Hegel, nega la dialettica della natura e ripudia il suo svolgersi tra i contrari, od opposti, per postulare una pacifica e asettica dialettica dei “distinti».[10]

 

 

a. La formula trinitaria di Sant’Antonio: empiriomonismo, immanentismo, soggettivismo.

 

Gramsci. «Cosa sono i fenomeni? Sono qualcosa di oggettivo, che esiste in sé e per sé, o sono qualità che l’uomo ha distinto in conseguenza dei suoi interessi pratici ... cioè della necessità di trovare un ordine nel mondo e di scrivere e classificare le cose? ... Posta l’affermazione che ciò che noi conosciamo nelle cose è niente altro che noi stessi, i nostri bisogni e i nostri interessi, cioè che le nostre conoscenze sono sovrastrutture ... è difficile evitare che si pensi a qualcosa di reale al di là di queste conoscenze» (Ms, pag. 40-41). Poco oltre, citando il celebre passo della Critica dell’economia politica secondo cui i rapporti giuridici e le forme dello Stato non possono essere compresi per se stessi né come forma evolutiva dello spirito umano, ma solo in quanto essi affondano le proprie radici nei rapporti materiali dell’esistenza, Gramsci, chiosando a modo suo, si chiede: «Ma tale consapevolezza è limitata al conflitto tra le forze materiali di produzione e i rapporti di produzione ... o si riferisce a ogni conoscenza consapevole? ... Cosa significherà in tal caso il termine di “monismo”? Non certo quello materialista né quello idealista, ma identità dei contrari nell’atto storico concreto, cioè attività umana (storia-spirito) in concreto, connessa indissolubilmente a una certa “materia” organizzata (storicizzata), alla natura trasformata dall’uomo» (Ms, pag. 44).

Tutto ciò non significa altro se non che Gramsci, non avendo mai rinunciato al suo idealismo giovanile, si configura una realtà “esterna” solo in quanto essa è “storicizzata”, cioè è vissuta dall’uomo e filtrata attraverso l’esperienza umana. Significa cioè che, prima dell’uomo e al di fuori d’esso la realtà, intesa come materia che ha una propria storia evolutiva autonoma, ed anche come realtà sociale, semplicemente non esiste. La “consapevolezza”, cioè l’atto conoscitivo, è resa possibile solo in quanto a quell’atto corrisponde un intervento di “trasformazione” da parte dell’uomo sulla natura. Applicando questa filosofia alla lotta di classe, si capirà come Gramsci non possa uscire da una visione spontaneista e volontarista del movimento rivoluzionario. La classe diventa rivoluzionaria solo quando “capisce” quale sia il suo destino storico, e questa consapevolezza essa acquisisce grazie alla “cultura”, al suo ruolo attivo nel processo produttivo.

Al contrario, nella corretta visione marxista, al partito vanno sì attribuite volontà e coscienza, ma anche «deve negarsi che esso si formi dal concorso di coscienza e volontà di individui di un gruppo, e che tale gruppo possa minimamente considerarsi al di fuori delle determinanti fisiche, economiche e sociali in tutta l’estensione della classe»[11]. E altrove: «La questione della coscienza individuale non è la base della formazione del partito: non solo ciascun proletario non può essere cosciente e tanto meno culturalmente padrone della dottrina di classe, ma nemmeno ciascun militante preso a sé, e tale garanzia non è data nemmeno dai capi. Essa consiste solo nella organica unità del partito. Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo, così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti, di illuminati o di coscienti, per essere sostituita da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicare il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi»[12].

Non così può essere per Gramsci, che al partito ha sempre preferito gli organi immediati di classe (i Consigli di fabbrica, tra l’altro confusi con i Soviet), attraverso i quali si raggiunge un controllo operaio (di nuovo la coscienza!) sulla produzione. Non a caso per tutta la vita Gramsci vedrà nell’operaio non il salariato che produce plusvalore per il capitale, ma il produttore che è anche “tecnico”, che produce ricchezza sociale responsabilmente e che all’interno del sistema capitalistico, grazie alle forme di associazionismo operaio di cui era prodiga la II Internazionale, diventava consapevole di sé e della sua forza: «L’associazione ha lo scopo precipuo di educare al disinteresse: l’onestà, il lavoro, l’iniziativa vi diventano fini a se stessi, procurano solo soddisfazione intellettuale, gioia morale negli individui, non privilegi morali. La ricchezza che ognuno può produrre in misura superiore ai bisogni della vita immediata è della collettività, è patrimonio sociale ... Il lavoro è divenuto dovere morale, l’attività è gioia, non battaglia cruenta»[13].

Dalle fantasiose premesse sulla storicizzazione della realtà, modo mascherato per intendere che la realtà è creata dall’uomo in quanto divenire storico, si passa a forme di idealismo - volgare o no poco importa - con le quali Gramsci precisa i contorni della sua speculazione filosofica. «Non solo la filosofia della prassi è connessa all’immanentismo, ma anche alla concezione soggettiva della realtà, in quanto appunto la capovolge, spiegandola come fattore storico, come “soggettività storica di un gruppo sociale”» (Ms 191). In quest’ottica, che collega il materialismo storico all’immanentismo, tutto il divenire storico verrà inquadrato. «Senza l’uomo, cosa significherebbe la realtà dell’universo?», si chiede angosciato (Ms 55). E prosegue: «Senza l’attività dell’uomo, creatrice di tutti i valori, anche scientifici, cosa sarebbe l’ “oggettività”? Un caos, cioè niente, il vuoto... perché realmente, se si immagina che non esiste l’uomo, non si può immaginare la lingua e il pensiero» (che evidentemente consistono nella “realtà” oggettiva secondo Gramsci: non siamo lontani dal cartesiano cogito ergo sum). Ben si intende che qui, come altrove, lo voglia o no, Gramsci ribadisce tutto il suo soggettivismo, identificando l’oggettivismo (cioè l’esistenza di una realtà esterna all’uomo) con un atto creativo divino.

Dati questi presupposti non sorprende l’affermazione che «Est e Ovest sono costruzioni arbitrarie, convenzionali, cioè storiche, poiché fuori della storia reale ogni punto della Terra è Est e Ovest nello stesso tempo» (Ms 144). Con questa logica si dovrebbe ammettere che il polichete Eunice viridis, che da milioni di anni si riproduce nelle acque degli atolli polinesiani con svizzera precisione ad ogni ultimo quarto di luna di ottobre o novembre, non potendo essere neppure considerato un lusus naturae, uno scherzo della natura (dal momento che questa, per il Nostro, non ha vita autonoma) si salva almeno in quanto “costruzione arbitraria e convenzionale, cioè storica”, ma non si sa di chi; d’altra parte questo verme è reale in quanto razionale, cioè pensabile dall’uomo in quanto realtà socializzata: «razionale e reale si identificano» (Ms 144). Ed è chiaro che, su queste “basi” non solo non si andrà lontano in una qualsiasi storia dei modi di produzione, ma neppure in una sia pure orientativa storia della natura.

Ed infine, macinato in un tutto unico struttura e sovrastruttura; o, a seconda dei casi, trasformata quest’ultima nel fattore dominante; negato il principio di causalità ridotto a miserabile e fallimentare espediente logico-retorico del materialismo “volgare”, ne deriva l’impossibilità stessa di una scienza sociale che analizzi il corso storico del modo di produzione attuale, poiché «una fase strutturale [cioè un modo di produzione] può essere concretamente studiata e analizzata solo dopo che essa ha superato tutto il suo processo di sviluppo, non durante il processo stesso, altro che per ipotesi e esplicitamente dichiarando che si tratta di ipotesi» (Ms 97). Quanto lontani siamo dalla definizione del marxismo quale teoria nel suo insieme al tempo stesso economia scientifica, scienza dell’economia capitalistica, interpretazione del corso storico umano, teoria dello sviluppo storico sulla base del materialismo dialettico, programma di azione rivoluzionaria, definizione della società comunista! Quanto distanti siamo dalla affermazione, contenuta nella prefazione alla prima edizione del Capitale, del metodo analitico di studio della economia capitalistica, del suo funzionamento nei rapporti di produzione e di scambio, e «di queste stesse leggi, di queste tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità... fine di quest’opera è appunto di svelare la legge economica di movimento della società moderna»[14]! Quanto remoti dal limpido e noto enunciato della Sinistra: «Ad una svolta decisiva si è affermato che, alla stessa stregua con cui i fenomeni della natura fisica sono stati trattati mediante la ricerca sperimentale e non più coi dati della rivelazione e della speculazione [con i quali l’idealista neokantiano Gramsci continua a trastullarsi], sostituendo alla “filosofia naturale” le scienze, così, a loro volta, i fatti del mondo umano: economia, sociologia, storia, vanno trattati con metodo scientifico, eliminando ogni premessa arbitraria di dettami trascendenti e speculativi»[15]. Quanto vicine siano, invece, le riflessioni gramsciane all’idealismo crociano è rivelato dalla seguente esposizione del concetto di storia in Croce, fatta mezzo secolo fa dalla Sinistra: «Infatti per Croce la storiografia è possibile, ma si riduce ad una registrazione incessante ed indefinita dei concreti, e deve aborrire le leggi causali. La storiografia di Croce è dunque una meteorologia degli eventi umani, a cui è vietato ogni pronostico, ogni bollettino di previsione del tempo. Di qui l’antitesi col marxismo, l’orrore per la pretesa di disegnare sviluppi storici di domani»[16].

 

b. “Il morto idealismo filosofico afferra il vivo marxista” (Lenin)

 

Bogdanov. «La verità è una forma ideologica, una forma organizzatrice dell’esperienza ... Il carattere obiettivo del mondo fisico consiste nel fatto che esso esiste non solo per me individualmente, ma per tutti o che esso, secondo la mia convinzione, ha per tutti lo stesso significato determinato che ha per me ... In generale, il mondo fisico è l’esperienza socialmente coordinata, socialmente armonizzata, in una parola, l’esperienza socialmente organizzata»[17]. «Abbiamo ammesso che la stessa “natura fisica” è un derivato dei complessi immediati (ai quali appartengono anche le coordinazioni “psichiche”), che essa è il riflesso di questi complessi in altri complessi a essi analoghi, ma di tipo più complesso (nell’esperienza socialmente organizzata degli esseri viventi»[18]. Anche Bogdanov analizza criticamente il medesimo passo dalla Critica dell’economia politica che, come abbiamo visto sopra, attirò l’attenzione di Gramsci, affermando che «la vecchia formulazione del monismo storico, senza cessare di essere fondamentalmente giusta, non ci soddisfa più interamente... Nella loro lotta per l’esistenza, gli uomini non possono unirsi se non per mezzo della coscienza; senza la coscienza non esiste vita sociale. Perciò la vita sociale, in tutte le sue manifestazioni, è una vita cosciente, psichica... La sociabilità è indivisibile dalla coscienza. L’essere sociale e la coscienza sociale, nel senso preciso che hanno questi termini, coincidono»[19].

Conseguenza di questa filosofia, secondo la quale la verità è forma organizzatrice dell’esperienza umana, dev’essere necessariamente che non può esistere nessuna realtà al di fuori, all’esterno di ogni esperienza umana, soggettiva o sociale o “storica” à la Gramsci. E poiché la scienza è esperienza organizzata della società umana del lavoro, ne sorge l’esigenza di stabilire le fondamenta di una cultura proletaria. La scienza in quanto organizzatore del lavoro sociale è oggi dominata dalla borghesia; il proletariato deve strapparne il possesso alla borghesia prima della rivoluzione. Non è, questo gramscismo della prim’ora, quello che, trasferito sul piano dell’azione politica di classe, si traduce alla bell’e meglio nel controllo operaio sulla produzione attraverso i consigli di fabbrica? Ecco un bell’esempio di invarianza dell’opportunismo!

 

c. La lezione dei Maestri.

 

Marx, Engels. «Solo a questo punto [i primi quattro presupposti fondamentali di ogni economia sono descritti nelle due pagine precedenti: 1) creazione di mezzi immediati di vita; 2) produzione di nuovi bisogni; 3) riproduzione degli individui; 4) formazione di legami materiali fra gli uomini all’interno di ogni specifico modo di produzione e di scambio] ... troviamo che l’uomo ha anche una “coscienza” ... La coscienza è dunque fin dall’inizio un prodotto sociale ... Naturalmente, la coscienza è innanzi tutto semplice coscienza dell’ambiente sensibile immediato e del limitato legame con altre persone e cose esterne all’individuo che prende coscienza; in pari tempo è coscienza della natura della natura, che inizialmente si erge di contro agli uomini come una potenza assolutamente estranea, onnipotente ed inattaccabile»[20]. Che il “giovane Marx” piaccia ai solerti neokantiani d’oggi e di ieri viene spiegato di solito sulla base della sua “civetteria”[21] nei confronti dell’hegelismo: una civetteria, si badi bene, che gli consente di rovesciare l’intero sistema dell’idealismo tedesco. Come si metterà d’accordo questa “teoria” con le mille e mille pagine “giovanili” nelle quali si legge l’esplicita e definitiva rottura con tutte le filosofie di ieri, oggi e domani? E come con quell’altra pagina di un Marx-non-così-giovane: «La totalità concreta, come totalità del pensiero, come un concreto del pensiero, è in fact un prodotto del pensare, del comprendere; ma mai del concetto che genera se stesso e pensa al di fuori e al di sopra dell’intuizione e della rappresentazione, bensì dell’elaborazione in concetti dell’intuizione e della rappresentazione ... Il soggetto reale rimane, sia prima che dopo, saldo nella sua indipendenza fuori della mente»?[22]

 

Lenin. «La negazione della verità obiettiva da parte di Bogdanov e Gramsci, ndr è agnosticismo e soggettivismo... è una definizione idealistica, radicalmente falsa, e il mondo fisico esiste indipendentemente dagli uomini e dall’esperienza umana»[23]... «Una filosofia la quale insegna che la stessa natura fisica è un derivato, è filosofia clericale pura e semplice... Se la natura è derivata, va da sé che essa non può derivare che da qualcosa di più grande, più ricco, più vasto, più potente della natura, da qualcosa che esiste, poiché per “creare” la natura bisogna esistere indipendentemente da essa. Dunque qualcosa esiste fuori della natura e per di più questo qualcosa crea la natura. Nel linguaggio comune questo qualcosa si chiama Dio. I filosofi idealisti hanno sempre cercato di modificare questo termine, di renderlo più astratto, più nebuloso e al tempo stesso (per renderlo più verosimile) più vicino allo “psichico”, come “complesso immediato”, dato immediato che non ha bisogno di essere provato. L’idea assoluta, lo spirito universale, la volontà universale, “sostituzione universale” dello psichico al fisico, è sempre la stessa idea, presentata in formule differenti. Ogni uomo conosce, e le scienze naturali ne fanno oggetto d’indagine, l’idea, lo spirito, la volontà, lo psichico, come funzioni del cervello umano in attività normale; staccare queste funzioni della materia organizzata in modo determinato, trasformarle in funzioni universali, in una astrazione generale, “sostituire” questa astrazione a tutta la natura fisica, è una stravaganza della filosofia idealistica: significa voler schernire le scienze naturali.»[24]

Inoltre, «questa teoria dell’identità dell’essere sociale e della coscienza sociale in Gramsci si tratta della “realtà storicizzata”, ma la salsa indigesta è la medesima è tutto un assurdo ed è una teoria assolutamente reazionaria»... «L’essere sociale e la coscienza sociale non sono identici, così come non sono identici l’essere in generale e la coscienza in generale. Dal fatto che gli uomini entrino in contatto reciproco nella società, come esseri coscienti, non consegue affatto che la coscienza sociale sia identica all’essere sociale ... Gli uomini che entrano a far parte della società non sono coscienti dei rapporti che si creano in essa, delle leggi secondo le quali questi rapporti si sviluppano ... La coscienza sociale riflette l’essere sociale: ecco in che consiste la dottrina di Marx ... La coscienza in generale riflette l’essere: questa è una tesi generale di tutto il materialismo. Non è possibile non vedere il suo nesso diretto e indissolubile con la tesi del materialismo storico: la coscienza sociale riflette l’essere sociale. »[25]

Frasi limpide, radicate nel cuore stesso del materialismo storico. Ma qui l’allievo Gramsci non ha più diritto di parola.

 

 

Note


 


[10] Storia della Sinistra Comunista, ed. il programma comunista, vol. II, 1972, pag. 189.

[11] Teoria ed azione nella dottrina marxista, in Partito e classe, “I testi del partito comunista internazionale”, n. 4, pag. 121.

[12] Tesi caratteristiche del partito, dicembre 1951. In difesa della continuità del programma comunista, ed. il programma comunista, n. 2, pag. 148.

[13] «Individualismo e collettivismo», Il Grido del Popolo, 9 marzo 1918.

[14] Il Capitale, vol I, Ed. UTET, pag. 75-76.

[15] «Sul metodo dialettico», Prometeo, n. 1, 1950.

[16] «Comunismo e conoscenza umana», Prometeo, n. 4, 1952.

[17] A.A. Bogdanov, Empiriomonismo, citato da Lenin, Materialismo ed Empiriocriticismo, Ed. Riuniti 1963, pag. 119-121.

[18] Ibid., pag. 224.

[19] Ibid., pag. 317.

[20] K. Marx, F. Engels, L’Ideologia tedesca, pag. 26-27.

[21] Non c’è filosofo agnostico sedicente marxista che non sottolinei con compiacimento queste pretese “concessioni” che Marx avrebbe fatto all’idealismo hegeliano. Per chiarire le cose non c’è che lasciare parlare Marx stesso: “Come è accaduto che gli uomini “si mettono in testa” queste illusioni [le illusioni religiose]? Questa domanda apriva per gli stessi teorici tedeschi la strada della concezione materialistica del mondo, che non è priva di presupposti ma osserva i presupposti materiali reali come tali ed è perciò, essa sola, la concezione del mondo realmente critica. Questo passaggio era già stato indicato nei Deutsch-Französiche Jahrbücher, negli scritti Per la critica della filosofia del diritto di Hegel e Sulla questione ebraica. Poiché ciò fu fatto usando ancora la fraseologia filosofica, le espressioni filosofiche tradizionali sfuggite in quegli scritti, come “essenza umana”, “specie”, ecc., offrirono ai teorici tedeschi l’occasione desiderata di fraintendere il corso reale delle idee e di credere che in essi si trattasse soltanto di dare una nuova piega, ancora una volta, alle loro consunte vesti teoriche”. L’Ideologia tedesca, Ed. Riuniti 1958, pag. 228-29.

[22] K. Marx, Appendice, Per la critica dell’economia politica, Ed. Riuniti, 1957, pag. 188-89 (nostra evidenziatura).

[23] Lenin, Materialismo ed Empiriocriticismo, cit., pag. 120.

[24] Id., ibid., pag. 224-25.

[25] Id., ibid., pag. 317-19. E’ certamente per queste ragioni che tutti i commentatori di Gramsci considerano poco più che spazzatura il Materialismo ed Empiriocriticismo di Lenin. Secondo il Gerratana si tratta di opera tra le più disarmoniche nella sua asprezza polemica (V. Gerratana, Presentazione a N. Bucharin, Teoria del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1977, pag. X); secondo il Tamburrano Lenin cade nella divinizzazione della materia (G. Tamburrano, Antonio Gramsci, SugarCo, 1977, pag. 237) o, ad essere caritatevoli, non riesce ad uscire dalla contraddizione tra il soggettivismo volontaristico delle Opere politiche e l’oggettivismo gnoseologico delle Opere filosofiche (Ibid., pag. 244n)

 


 

5. Dietro la filosofia della prassi si cela la prassi conservatrice della decadente filosofia borghese.

 

La “feconda osmosi” tra elucubrazioni gramsciane sulla storia e idealismo crociano al cui arsenale Gramsci attinge a piene mani, porta al ripudio di ogni determinismo e di ogni economicismo. Il materialismo storico è diventato più propriamente filosofia della prassi, il pensiero (!) del proletariato ha assorbito quanto di vitale conteneva ancora l’ideologia della classe dominante, il dialogo si è concluso con la riaffermazione del valore tipico dell’uomo: la libertà. La contrapposizione che Gramsci invoca ad ogni piè sospinto tra “materialismo” e “dialettica” ha un solo significato, che egli stesso più volte cerca di chiarire. Si tratta di invocare la dialettica di fronte e contro al mondo della natura, in modo da concedere al mondo soggettivo, al mondo “umano”, al pensiero, una posizione autonoma e contrapposta.

Ma la liquidazione del materialismo non è così facile. Marx parlò di materialismo volgare, così come di economia volgare, per bollare quei movimenti che, dopo le rivoluzioni borghesi, nacquero ovunque per ragioni di conservazione sociale. E’ il materialismo scientista del positivismo, il materialismo dei Comte, degli Ardigò e degli Spencer. E’ il materialismo fisiologico che tutto riduce all’individuo, che “spiega” la società sulla base della psicologia e la psicologia sulla base della fisiologia. E’ dunque una filosofia tutta ripiegata su se stessa, nella quale non vi è spazio per un’analisi dei rapporti tra l’individuo e la società, tra l’individuo e la classe.

Ma Marx parla anche di materialismo classico, che è quello dell’Enciclopedia. Questo è la filosofia della borghesia rivoluzionaria, e lotta contro ogni fideismo nel mondo materiale e contro ogni spiritualismo nel mondo sociale.

 

«Ma la vittoria della società capitalistica ferma questi sviluppi dottrinali classici, e riduce la scienza economica alla economia volgare, che dissimula la estorsione di plusvalore e pluslavoro come riduce il materialismo classico di Diderot e di d’Alembert ad una filosofia volgare che non intacca la dominazione borghese e apologizza la oppressione economica dopo avere condannata quella culturale e giuridica [...] La differenza tra i due materialismi non sta dunque nel fatto inventato che Marx abbia decampato dal terreno monista per stabilire la vuota parità dignitaria tra natura ed uomo, specie di neodualismo, ma nel criterio fondamentale che noi non passiamo per la inafferrabile determinazione che gioca nel singolo organismo e cervello personale, non cerchiamo la vuota fantasima della “personalità”, ma fondiamo la relazione sulle condizioni materiali di una comunità sociale e tutta la serie delle sue manifestazioni e sviluppi storici. Su questa base noi riteniamo fondatamente e con ricchezza di prove storiche che nulla è l’influenza di una personalità sulla vicenda sociale, e che la storia e la sociologia umana vanno considerate come uno dei campi di descrizione in cui è lecito considerare ripartita la conoscenza della natura, senza che una tale distinzione e separazione abbia valore preminente davanti a tutte le altre: per il che è ben giusto dire che nella dottrina marxista la scienza della società umana è compresa in quella della natura materiale, anzi la seconda nella sua costruzione deve giocoforza precedere la prima»[26].

 

L’argomentazione dell’idealismo gramsciano si avvale dunque della dialettica (ad usum delphini) per eliminare in tronco il materialismo, e in particolare il materialismo storico, come scienza sociale. La “storicizzazione” degli eventi sociali consiste infatti nella loro attuazione storica compiuta dalla società, dall’uomo sociale che è il protagonista della propria storia. Di conseguenza la filosofia della prassi è una filosofia che è anche una politica e una politica che è anche una filosofia. «Fa anzi maraviglia», sostiene Gramsci, «che il nesso tra l’affermazione idealistica che la realtà del mondo è una creazione dello spirito umano e l’affermazione della storicità e caducità di tutte le ideologie da parte della filosofia della prassi [...] non sia stato mai affermato e svolto convenientemente» (Ms 139). E’ infatti stupefacente come tutti gli idealisti mascherati da “marxisti” pretendano di basare le proprie elucubrazioni filosofiche niente meno che sul materialista storico Marx, il Marx delle “tesi su Feuerbach”. E’ nella III tesi che Gramsci vorrebbe vedere la conferma delle proprie idee. Ecco il punto: «Sono proprio gli uomini che modificano l’ambiente e [...] l’educatore stesso deve essere educato. [...] La coincidenza del variare dell’ambiente e dell’attività umana può solo essere concepita e compresa razionalmente come pratica rivoluzionaria».

Quando Marx scriveva le famose tesi era giunto il momento di fare in tutto e per tutto i conti con l’idealismo hegeliano. Si trattava dunque di rovesciare l’impianto filosofico che faceva poggiare il mondo sulle idee, riconducendo materialisticamente queste all’atto concreto della vita, della produzione e della riproduzione, dei rapporti tra gli uomini e le classi sociali. L’insistere sull’attività umana in Marx non ha per nulla il significato di rendere l’uomo artefice di un ambiente da esso separato e da esso dipendente, poiché il marxismo è una concezione monistica della realtà. Esso è invece la proclamazione di guerra rivoluzionaria della quale è artefice una classe storica, e non le idee riflesse da rapporti sociali inconsapevoli. Nessun cedimento all’idealismo, dunque, ma anzi totale suo capovolgimento. La dialettica non servirà in alcun modo per sostituire l’uomo alla natura.

 

«Non si deve intendere che la dialettica consista nel dire: l’economia fa la politica, ma poi la politica [...] rifà a suo modo l’economia. Questa è una inversione di tesi e non la sintesi di una tesi e di una antitesi feconde. Marx ha detto che gli uomini fanno la loro storia, vecchia obiezione di rimasticatori scarsi. E’ certo che la fanno, colle mani coi piedi e con la bocca anche, e con le armi; materialmente la fanno, ma quello che noi neghiamo è che la facciano con la testa, ossia che siano a tanto di “costruirla” [...] su di un modello, o progetto tutto pensato. La fanno sì, ma non come credevano e sapevano di farla, né come prevedevano e desideravano».[27]

 

Dunque la filosofia della prassi è ripudio di ogni determinismo. Essa nega che Marx abbia definito “materialismo” il proprio pensiero; essa è unità di struttura e sovrastruttura; è ricorso alla storia e all’uomo per dimostrare la realtà oggettiva. Da questa premessa, dice giustamente il Tamburrano[28], scaturisce una conclusione assai nuova e originale per la filosofia marxista: «Oggettivo significa sempre ‘umanamente oggettivo’ ciò che può corrispondere esattamente a ‘storicamente oggettivo’, cioè oggettivo significherebbe ‘universale soggettivo’». E il Tamburrano conclude: non si può negare che la sintesi e il superamento del materialismo e dell’idealismo si fa su posizioni molto vicine all’idealismo e si giunge a una concezione soggettivistica che si distacca dal materialismo dialettico sovietico (sic!)[29]. «Dalla critica radicale di ogni determinismo discende l’affermazione della possibilità, e non della necessità, del sorgere di una nuova società. Occorre dichiarare che il socialismo è un evento solo possibile»[30].

D’altra parte, capovolto il rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura su basi idealistiche, la filosofia della prassi giunge alla logica conclusione che la “conoscenza”, l’ “educazione” pongono l’uomo in reazione attiva sulla struttura. In questa azione si afferma “l’unità del processo del reale”, sintesi dinamica dunque di soggetto-oggetto; la rivoluzione avviene al tempo stesso nel modo di produzione e di scambio e nella testa e nella coscienza degli uomini. La classe evapora nei fumi della “filosofia della prassi” e il concetto costruito dal Sorel di “blocco storico”, nel quale «le forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma» (Ms pag. 49) coglieva appunto «questa unità sostenuta dalla filosofia della prassi» (Ms pag. 231).

La critica di Gramsci segue il seguente processo logico: 1) nelle tesi su Feuerbach Marx risolve l’antinomia “cosa in sé” - “cosa per noi” nel senso della storicizzazione della conoscenza, cioè la conoscenza si sviluppa nel corso della storia umana. Da questa esatta considerazione Gramsci, con una inversione di 180 gradi, deriva che 2) l’oggetto della conoscenza è storicizzato anch’esso, cioè è esso stesso il prodotto dell’evoluzione sociale; esso dunque non può esistere al di fuori della storia umana, e quindi al di fuori dell’uomo tout court. 3) Ne deriverebbe il “superamento” del materialismo dialettico, nel senso che oggetto e soggetto vengono a coincidere, e la coincidenza si attua esattamente nella storia.

Si giunge allo stesso risultato - l’idealismo gramsciano - attraverso una dimostrazione a posteriori, cioè partendo dall’affermazione, di Gramsci e di tutti gli immediatisti e volontaristi, secondo cui il socialismo sarà una conquista prima di tutto intellettuale, culturale, da parte del proletariato, nel processo produttivo prima, nel movimento generale della società poi. Sono innumerevoli i passi gramsciani - di evidente derivazione taschiana - in cui è svolto questo pensiero. Ad esempio: «C’è quindi una lotta per l’oggettività (per liberarsi dalle ideologie parziali e fallaci) e questa lotta è la stessa lotta per l’unificazione del genere umano» (Ms pag. 142). Oppure, a proposito della tanto invocata volontà collettiva popolare, opera del demiurgo di turno: «Il moderno Principe [è il partito di classe] deve e non può non essere il banditore e l’organizzatore di una riforma intellettuale e morale, ciò che poi significa creare il terreno per un ulteriore sviluppo della volontà collettiva nazionale popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna»[31]. Ancora una volta si conferma la vocazione taschiana all’educazionismo da parte di Gramsci.

Ma per lui non solo la cultura redimerà l’umanità. Essa potrà compiere questa operazione solo attraverso il partito di classe, tutti i membri del quale debbono essere considerati intellettuali, perché la vera, ultima funzione che Gramsci assegna al partito rivoluzionario è quella «direttiva e organizzativa, cioè educativa, cioè intellettuale»[32]. Ora, un conto è l’esatta considerazione, che il Che fare? riprende da Kautsky, sull’importazione della coscienza socialista nella lotta di classe, e diciamo pure: nel partito, dall’esterno, e precisamente soprattutto per azione di intellettuali borghesi: questa è una stringente argomentazione che Lenin utilizza contro la grave deviazione operaista e spontaneista che si stava delineando nel giovane movimento rivoluzionario russo di fine Ottocento, e che andava stroncata sul nascere. Altro conto è fissare, come obiettivo per il partito di classe, l’esportazione della “cultura” nella classe, concezione idealistica che riflette una erronea analisi nei rapporti partito-classe, e che è diametralmente opposta alla visione leninista (e, in generale, marxista): «Quanto più grande è la spinta spontanea delle masse, quanto più il movimento si estende, tanto più aumenta, in modo incomparabilmente più rapido, il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa della socialdemocrazia»[33]. Le masse si muovono spontaneamente, sotto l’azione della crisi sociale ed economica; il partito è la coscienza delle masse, e sua funzione non è affatto quella didattica, ma quella dirigente. L’impreparazione del partito italiano di allora (1923-1926) - della sua corrente falsamente maggioritaria, gramsciana appunto -, così come quella dei partiti comunisti di tutta Europa, non l’insufficiente coscienza critica delle masse, sta alla base della difficile ripresa odierna dei fili strappati dalla controrivoluzione[34].

Allo stesso modo, e con la medesima obiettività, Gramsci fa dire a Marx il contrario di quanto sta scritto: «L’espressione tradizionale che “l’anatomia” della società è costituita dalla sua “economia” è una semplice metafora (sic!) ricavata dalle discussioni svoltesi intorno alle scienze naturali e alla classificazione delle specie animali ... La metafora era giustificata anche dalla sua “popolarità”, cioè dal fatto che offriva anche a un pubblico non intellettualmente raffinato, uno schema di facile comprensione» (alla faccia! Lasciamo volentieri al “raffinato” Antonio la paternità di questa affermazione su Zur Kritik, un testo che, per complessità di analisi e arditezza concettuale sta pari pari con il suo fratello maggiore Das Kapital!). E Gramsci nota (la sottolineatura è nostra): «di questo fatto non si tiene quasi mai il conto debito: che la filosofia della prassi, proponendosi di riformare intellettualmente e moralmente strati sociali culturalmente arretrati, ricorre a metafore talvolta “grossolane e violente” nella loro popolarità» (Ms pag. 68). Totale liquidazione del materialismo storico, che appare - e non può essere diverso date le premesse - “grossolano e violento” al raffinato e reazionario subidealismo bogdano-kantiano di Gramsci.

Poiché gli apologeti del gramscismo in tutte le salse, ieri ed oggi, celebrano i propri saturnali sulle spoglie del “giovane Marx”, dedichiamo loro queste frasi dall’Ideologia tedesca:

 

«Poiché secondo la loro fantasia le relazioni fra gli uomini, ogni loro fare e agire, i loro vincoli e i loro impedimenti sono prodotti della loro coscienza, i Giovani hegeliani coerentemente chiedono agli uomini, come postulato morale, di sostituire alla loro coscienza attuale la coscienza umana, critica o egoistica, e di sbarazzarsi così dei loro impedimenti. Questa richiesta, di modificare la coscienza, conduce all’altra richiesta, di interpretare diversamente ciò che esiste, ossia di riconoscerlo mediante una diversa interpretazione... I presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari, non sono dogmatici: sono presupposti reali... Essi sono gli individui reali, la loro azione e le loro condizioni materiali di vita, tanto quelle che essi hanno trovato già esistenti quanto quelle prodotte dalla loro stessa azione. Questi presupposti sono dunque constatabili per via puramente empirica. Il primo presupposto di tutta la storia umana è naturalmente l’esistenza di individui umani viventi. Il primo dato di fatto da constatare è dunque l’organizzazione fisica di questi individui e il rapporto, che ne consegue, verso il resto della natura (che evidentemente Marx e Engels, nel loro grossolano materialismo, considerano esterna agli individui). In che cosa consistono le condizioni naturali trovate (trovate dall’uomo come preesistenti ad esso, e per nulla immanenti, o soggettivamente storicizzate, Antonio!) dagli uomini? Esse sono “le condizioni geologiche, oro-idrografiche, climatiche, e così via. Ogni storiografia deve prendere le mosse da queste basi naturali e dalle modifiche da esse subite nel corso della storia per l’azione degli uomini»[35] (tutte le evidenziature sono nostre ndr).

 

Si giri la frittata come si vuole, ma ne emergerà chiaro e tondo che la “filosofia della prassi”, con i suoi sforzi di conciliare l’inconciliabile, l’idealismo col materialismo, il realismo con il soggettivismo, l’eclettismo con il determinismo[36], non può presentarsi come una teoria rivoluzionaria che possa sostituire, come pretenderebbe, il materialismo storico. Al contrario, essa rivela in tutti i punti nodali i propri cedimenti di fronte alle lusinghe ideologiche della classe dominante: l’indeterminazione, l’agnosticismo, il volontarismo; e, in coda e in testa a tutta questa fila, l’idealismo fatto carne. Il fatto poi che Gramsci non voglia considerare se stesso un idealista compiuto non è sufficiente all’analisi marxista. «Pensare che l’idealismo filosofico sparisca perché alla coscienza dell’individuo si sostituisce la coscienza dell’umanità, oppure all’esperienza di una persona l’esperienza socialmente organizzata [in Bogdanov; in Gramsci ciò si legge come “sistema culturale unitario” il cui presupposto è il genere umano storicamente unificato, Ms pag. 142], equivale a pensare che il capitalismo dovrebbe sparire quando una società per azioni si sostituisce a un capitalista»[37], ed è di fatto una teoria reazionaria che, basando i suoi presupposti gnoseologici sull’ “unificazione” del genere umano - unificazione che il capitalismo ha prodotto per la prima volta nella storia della successione delle forme di produzione - trova compiutamente la propria giustificazione proprio nel momento in cui la borghesia diventa urbi et orbi la classe dominante materialmente ed ideologicamente; momento che affonda le proprie radici in un passato glorioso, rivoluzionario sia pure, ma rappresentante esclusivo della rivoluzione borghese.

 

 

6. Dallo storicismo assoluto alla scomparsa del mondo materiale.

 

“Storicismo assoluto” è la chiave di volta dell’idealismo gramsciano, ed è ciò che lo collega con Croce e con Hegel. Per lo storicismo, la realtà - e il marxismo ammette che essa sia quella naturale e quella sociale, poiché non esiste per noi differenza alcuna fra queste due realtà - è storia, è divenire. Nell’esposizione classica dell’idealismo, lo storicismo è la manifestazione dello spirito nel processo in cui questo si realizza nel mondo. Sia Hegel che Croce identificano questo movimento nel tutto. E’ per questa ragione che lo storicismo identifica filosofia e storia; è per questa ragione che Gramsci può giungere all’assurdità idealista di affermare che la filosofia della prassi, cioè lo storicismo assoluto, è la mondanizzazione del pensiero. Lo spirito, o il pensiero, fatti carne, sono scesi nella realtà di noi mortali. Il comunismo è la realizzazione del pensiero, o dello spirito. Tanto varrebbe chiudere baracca, e convertirsi a qualche fondamentalismo religioso.

Una filosofia la quale insegna che la stessa natura fisica è un derivato - si pure “storicizzato” - è filosofia clericale pura e semplice, dirà Lenin[38]. Ma il Gramsci giovane, così come quello vecchio, non se ne cura affatto. L’idealista non è lui, protesta, bensì Marx in persona. Perché «Marx non era un filosofo di professione [dio ce ne scampi], e qualche volta dormicchiava anch’egli [mentre, come è dimostrato, Gramsci e i suoi colleghi filosofi non dormicchiano mai, sempre pronti ad invocare insalate di struttura e sovrastruttura, di spirito e natura]. Il certo è che l’essenziale della sua dottrina è in dipendenza dell’idealismo filosofico [mentre, come è noto, il vero materialista è lui, Gramsci Antonio da Ales, per il quale bisogna combattere strenuamente “la concezione del causalismo meccanico (?), per svuotarla di ogni prestigio scientifico e ridurla a puro mito” (Ms pag. 135); per il quale il materialismo storico sarebbe “mondanizzazione e terrestrità assoluta del pensiero” (Ms, pag. 159)[39]]. Si pensi del resto all’uso grande che i socialisti fanno della parola “coscienza” [...]; è implicita in questo linguaggio la concezione filosofica [di sapore nettamente clerico-spiritualista] che si “è” solo quando “si conosce”, “si ha coscienza” del proprio essere»[40]. E se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul campo di appartenenza di Gramsci, ecco l’ultimo fiore: «Il marxismo si fonda sull’idealismo filosofico...[che] è una dottrina dell’essere e della conoscenza, secondo la quale questi due concetti si identificano e la realtà è ciò che si conosce teoricamente, il nostro io stesso»[41]

Dobbiamo meravigliarci, a fronte di ciò, che furfanti matricolati, suoi più o meno ex compagni di partito, il cui pedigree è pienamente valutato solo sulla base del numero di rivoluzionari lasciati andare a crepare in Siberia, lo esaltino come “un marxista, un leninista, un bolscevico”; come «il primo marxista d’Italia», come «figura socratica», come «uno dei più forti ingegni dell’Italia d’oggi»[42]? Nel campo della “prassi”, costoro non sono certo andati per il sottile.

Ma che cos’è la prassi gramsciana?

Le Tesi su Feuerbach, redatte sotto forma di appunti da Marx durante i suoi studi sulla filosofia hegeliana, contengono, quasi tutte espressamente, l’osservazione che il pensiero e l’intuizione sensibile non sono forme astratte, ma attività pratica; e così pure, la questione sulla conoscenza oggettiva è “puramente scolastica” se non sottoposta al vaglio dell’attività pratica umana.

Questo riferimento all’attività umana, attività rivoluzionaria in primo luogo, “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” e che, in quanto tale, agisce di continuo nelle viscere della società attuale, costituisce il senso della “filosofia della prassi” gramsciana.

Come s’è detto più sopra, è ormai assodato anche da parte di “specialisti” che il termine fu utilizzato da Gramsci per sostituirlo a quello di “marxismo” - che sarebbe stato più coerente - e ciò non solo per evitare la censura. Tale espressione serve infatti ad indicare una filosofia che si stacca in alcuni punti cruciali dal materialismo storico-dialettico, e che Gramsci sottopone a critica serrata.

Se ne stacca sia che si voglia ritenere che nel processo conoscitivo la realtà venga trasformata dall’io pensante - e questo è una delle tante forme di idealismo cui Gramsci, e prima e dopo di lui ampia parte della fisica contemporanea, sono sensibili. Sia quando si vuole ammettere - e questo è un aspetto tipicamente gramsciano - che conoscere ed agire si identificano. La Sinistra comunista, nella sua difesa del marxismo integrale, ha sempre tenuto a chiarire che, nel processo rivoluzionario, azione e conoscenza sono due momenti separati, la cui saldatura può avvenire solo nei rari momenti storici in cui le masse e il loro partito si trovano riuniti nella lotta per la conquista del potere politico.

Dalle sue premesse, non può stupire che Gramsci “spontaneamente” aderisca a quelle nuove tendenze idealistiche che, fin dalla fine dell’Ottocento, si fecero strada anche nella filosofia della natura, e che da più parti saranno benvenute come salutare liberazione dalle «incrostazioni positivistiche e naturalistiche» che, secondo Gramsci, avrebbero «contaminato» Marx.[43] L’ “incrostazione positivistica” che Gramsci rimprovera a Marx non sta solo nella concezione materialistica condivisa e difesa da tutti i marxisti contro ogni deviazione o suggestione neokantiana o idealistica o spiritualistica. Essa è la base su cui si fonda la nostra stessa concezione del divenire umano, dei rapporti tra struttura e sovrastruttura, tra realtà e conoscenza.

Là dove Gramsci vede l’emancipazione del proletariato nella «organizzazione, disciplina del proprio io interiore, che è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore»[44] il marxismo oppone l’impossibilità, per l’individuo e per la classe, di giungere ad alcuna forma di “comprensione” a forza di “opinioni” e di “prese di coscienza”, sempre risolte in “prese” più bassamente anatomiche, e sempre in funzione malcelata di conservazione di classe. La nostra scuola nega, innanzi tutto, che la società sia retta da forme di pensiero che si trasmettono da cervello a cervello in una sorta di scala gerarchica. Inoltre, noi neghiamo che la “coscienza” possa in alcun modo precedere l’azione delle classi - al cui interno gli individui si muovono inconsapevolmente rispetto ai destini storici della classe di appartenenza - a prescindere dal ruolo che a queste la storia ha fissato sulla base dei rapporti materiali di produzione. Ciò è talmente vero che tutti i contrasti di classe, nelle più diverse forme storiche di produzione dei secoli e dei millenni passati, non sono stati affatto risolti da “forme di pensiero” alternative a quelle dominanti, poiché fino all’affermazione della forma capitalistica di produzione nessuna classe è comparsa sulla scena storica, che potesse rivendicare a sé la funzione di negatrice di tutte le classi; e perché le classi dominanti, così come le loro affossatrici, hanno fin qui espresso in modo confuso il proprio ruolo storico. E’ solo il proletariato moderno che è giunto alla coscienza di ciò, e questo non perché incarnazione di qualche “spirito” o “divenire storico” o “nuovo concetto di immanenza”, ma solo in quanto prima e unica e ultima classe della storia umana ad essere deprivata infine di ogni risorsa ed essere costretta dalle forze materiali che reggono l’economia del capitale, e dalle leggi sociali e giuridiche che ne sono il riflesso, a vendere se stessa per riprodursi come classe sociale. E tale coscienza non si attua mai per conoscenza infusa.

 

«Il combattente della massa, anonimo e dimenticato dalla storia, si schiera nella guerra civile per le rivendicazioni della sua classe, muove da un egoismo collettivo, ossia dal bisogno di sollevare utilitaristicamente le sue stesse condizioni economiche, ecc. arriva - prima di avere abbracciato scuole filosofiche con l’esame di laurea e prima di essere stato battezzato nella nuova confessione - a passare oltre l’istinto di conservazione, rifondendo la pelle; non soldato, ma volontario ignoto della rivoluzione. Questo randello o fucile operatore è travolto nella comune azione perfino prima di aver conosciuto regolamenti per la pensione agli orfani dei caduti e per le medaglie alla memoria; dimentica primo se stesso e sarà come persona dimenticato da tutti»[45].

 

Nel suo tentativo di conciliare idealismo e materialismo, e non riuscendo tuttavia a dimostrare in via definitiva che Marx sia collocabile su correnti hegeliane o neokantiane, Gramsci ricorre al solito vecchio trucco: Marx scrisse di filosofia ma non era filosofo; il materialismo storico è arnese buono oggi, ma domani sarà l’idealismo a trionfare (Ms 96); Engels poi, si sa, impregnato com’era di scienze naturali, usa espressioni che si avvicinano, nientemeno, che a quelle del «neoscolastico Casotti» (Ms 143).

Come tirarsi fuori da questo... casotto? E’ chiaro: andando a vedere “i debiti intellettuali” dei maestri fondatori. E si leggerà, come fanno tutti coloro che da Marx si allontanano sdegnati facendosi passare dai gonzi per “superatori aggiornati”, le opere giovanili - proprio quelle che già segnano la sicura ed inequivocabile autonoma strada rivoluzionaria - come filiazioni dirette dell’idealismo filosofico (financo Gramsci, che non le conosceva tutte, avrebbe avuto difficoltà a riconoscervi “incrostazioni positivistiche”) o del criticismo kantiano. E tuttavia, ben prima delle elucubrazioni gramsciane, si poteva leggere nel Poscritto alla seconda edizione del I Libro del Capitale, qualche opinione di ben altro tipo: «A prima vista [Marx riporta un commento critico russo di M. Block] giudicando dalla forma esteriore dell’esposizione, Marx è il più grande dei filosofi idealistici, - per giunta nel senso tedesco, cioè cattivo, del termine. In realtà, è infinitamente più realistico di tutti i suoi predecessori nel campo della critica economica... Non lo si può in nessun modo chiamare un idealista». E più oltre: «Marx considera il movimento sociale come un processo di storia naturale retto da leggi che non solo sono indipendenti dalla volontà, dalla coscienza e dai propositi degli individui, ma al contrario ne determinano la volontà, la coscienza e i propositi... Se nella storia della civiltà l’elemento cosciente occupa un posto così secondario, va da sé che la critica, il cui oggetto è la civiltà medesima, non può avere per base, men che mai, una forma qualsiasi o un risultato qualsivoglia della coscienza. Ciò significa che non l’idea, ma soltanto il dato fenomenico, può servirle da punto di avvio». Commentando questa citazione, Marx stesso chiede: «Illustrando quello che chiama il mio vero metodo in modo così calzante... che cos’altro ha illustrato l’Autore se non il metodo dialettico?».[46]

Il capitalismo è dunque un processo di storia naturale retto da leggi, secondo l’espressione che piacque a Marx. Ma non così è il capitalismo gramsciano, per il quale vi sono sì delle leggi, ma «sono leggi non in senso naturalistico e del determinismo speculativo, ma in senso “storicistico”» (Ms, pag. 91). Il socialismo scientifico è ritornato ai suoi lontani precursori, rivoluzionari sì ma impotenti per l’immaturità delle condizioni materiali. E’ tornato ai Cabet, ai Babeuf, ai Buonarroti, ai socialisti utopisti.

 

 

7. Di alcuni esecutori testamentari.

 

Succede nella Russia di Bogdanov come nell’Italia di Gramsci, con un ritardo di decenni, quanto era avvenuto nella Germania della prima metà dell’Ottocento. Fu in quel periodo che l’idealismo hegeliano, gigantesco sistema filosofico che pone la parola fine alla filosofia nel momento in cui ne riassume in modo grandioso tutto lo sviluppo (secondo l’opinione di Engels, nel L. Feuerbach e il punto d’approdo), impregnò di sé le scienze e le arti, penetrando in modo conscio o inconscio, nelle teste degli intellettuali “critici”. Un uomo come Gramsci, intellettuale dalla testa ai piedi formatosi alla scuola idealista, non riuscirà mai a sbarazzarsi dell’ideologia dominante. Tutte le sue incomprensioni dei decisivi momenti della lotta di classe che si svilupparono nell’arco della sua esistenza derivano in ultima analisi proprio dal suo atteggiamento di fronte alla questione del determinismo dialettico - sempre forzato in una direzione volontarista, soggettivista che si tradurrà politicamente, quando la situazione oggettiva inizierà a rifluire, in un atteggiamento di fronte unico, di acculturazione proletaria, di “subalternità” che diventa dirigente e responsabile dell’attività economica di massa (Ms 14). È, a ben vedere, una tendenza storica che appartiene alla scuola piccolo-borghese, per la quale la rivoluzione non è altro che la “liberazione” innanzi tutto ideologica, intellettuale del lavoratore. Ciò che in Marx è l’urto storico tra inarrestabile sviluppo delle forze produttive e limiti dell’economia di mercato, qui diventa la sterile teoria del piccolo borghese che scopre in sé l’individuo, il soggetto, l’artefice di se stesso.

Ed è stretta conseguenza del medesimo indirizzo “culturista” l’ammirazione che Gramsci manifesterà sempre per l’Illuminismo e l’Enciclopedia, da lui concepiti come una grande riforma intellettuale e morale a livello popolare e addirittura contadino. Riforma che, saldandosi ed anzi ponendosi come fattore dirigente della rivoluzione francese, costituirà quel legame nazionale e patriottico tra le masse e gli intellettuali la cui assenza Gramsci lamenta nella mancata rivoluzione borghese italiana, e che vedrebbe realizzarsi nel suo progetto di Assemblea costituente fin dal 1924. E così, mentre sulla arena internazionale si combatte una lotta decisiva per le sorti del comunismo dei decenni successivi; mentre la Sinistra internazionale vuole che la questione russa sia posta al vaglio dell’Internazionale e non viceversa; mentre si discute sulla questione dei metodi di lavoro dell’Internazionale e all’interno delle singole sezioni di questa, sui tentativi di riorganizzazione del movimento rivoluzionario sotto l’incalzare dell’offensiva fascista; mentre gigantesche lacerazioni attraversano tutte le organizzazioni militanti europee e all’ordine del giorno si pone perentoriamente la difesa ad oltranza del marxismo rivoluzionario internazionalista contro tutte le sue deviazioni sul piano economico, politico e sociale; in questi drammatici frangenti Gramsci non fa altro che ripiegare sulla difesa di “grandi masse dei contadini coltivatori” che, irrompendo nella vita politica italiana, consentiranno “la formazione di volontà collettiva nazionale-popolare”! E, si badi bene, ciò non è affatto la visione di un Gramsci ormai tagliato fuori dalla vita politica militante e isolato nelle galere fasciste; questo è proprio il pensiero del Gramsci rappresentante dell’Internazionale Comunista, del Gramsci che fin dal 1924 sosteneva in diretta polemica con la Sinistra: voi siete per una minoranza internazionale, noi siamo per una maggioranza nazionale.[47]

Non insisteremo qui sul lascito gramsciano al suo stesso partito che, nel tempo, è passato da “sezione dell’Internazionale Comunista” a partito comunista nazionale, fino a scomparire poi del tutto, lasciando orfani inconsolabili tra ex stalinisti riciclati in Verdi o “dissidenti” parlamentari.

Dall’idealismo soggettivo e dal volontarismo spontaneista sono germogliati intellettuali dalla testa confusa. Innanzi tutto ci riferiamo all’operaismo sempre in azione appena le piazze minacciano di riempirsi per movimenti autenticamente di classe. Pensiamo alle “fabbriche come centro di conflitto sociale e di potere” à la Negri; pensiamo allo spontaneismo antipartito, che nasce anch’esso dalla fabbrica (un luogo, se possibile, peggiore della galera, ma dal quale dovrebbero svilupparsi nientemeno che gli embrioni della società comunista) e che vede come la peste qualunque organizzazione politica. Pensiamo all’immediatismo che sempre rifiorisce là dove costantemente si resta ancorati alle prime forme di reazione operaia contro le condizioni bestiali del lavoro, ma che non sa né può porre con chiarezza, perché necessariamente affetto da localismo aziendale, la questione del potere su scala nazionale e internazionale.

Il marxismo, in quanto dottrina teorica, politica e tattica del proletariato rivoluzionario, non poteva che nascere a metà del XIX secolo, come il prodotto della lotta tra le due classi storiche che, da ora in poi, si affronteranno sulla scena internazionale. All’ideologia borghese la classe operaia, scesa sul terreno della lotta per i suoi obiettivi finali, oppone perciò il materialismo storico, determinista e dialettico.

E qual è l’inconscio intento gramsciano? Evidentemente, quello di formulare del marxismo, da lui riveduto e corretto, un sistema di conoscenza (e peggio ancora, dati i presupposti, di azione) capovolta, nel quale l’idealismo dialettico la fa da padrone.

Per la nostra corrente, il marxismo non è nato perché Marx fosse o non fosse “incrostato” di positivismo, perché fosse o non fosse un “buon filosofo” o un “buon economista”. Il marxismo è nato così com’è perché era, è e sarà l’espressione teorica di una classe reale, che ha combattuto e combatterà le sue proprie battaglie per i suoi propri fini, che si riassumono in quello gigantesco dell’abolizione di tutte le classi. La nostra scelta non è tra un Marx “più dialettico” o “meno materialista”, la “scelta” è fra una classe e un’altra. Non vi è spazio “in mezzo”, come non vi è spazio tra salario e capitale, tra lavoro salariato e estorsione di plusvalore. L’idea che vi possa essere un marxismo da rivedere sulla base di presunte novità epistemologiche proviene solo da chi non ha il coraggio di fare una scelta di classe perché non sa, o non può ancora, riconoscere il sicuro cammino che porta all’abbattimento del capitalismo. Essa proviene da una nascosta necessità di evitare le conclusioni rivoluzionarie, di totale rottura rispetto all’ideologia borghese, facendo leva sulla presenza di ibride forme sociali.

Agli intellettuali d’oggi di Gramsci piace, oltre all’impostazione idealistica, anche l’esplicita dichiarazione che la “filosofia” di Marx non è completa; essa deve dunque essere emendata, migliorata, ristudiata ed infine re-inventata[48]. E’ opportuno, in tutto e per tutto - si tratti di storia, d’economia, di politica - fare una teoria più completa del marxismo; fare una teoria della teoria.

Nella sua critica a Bucharin - e in generale ai marxisti - Gramsci lamenta sempre un eccesso di materialismo e un difetto di dialettica. E’ la dialettica, egli sostiene, che opera nella storia, ed è nella dialettica che si deve vedere tutta la forza del marxismo. Il “materialismo” sarebbe solo un pedaggio che il marxismo ha pagato alle rivoluzioni borghesi del XVIII secolo.

Quanto a noi, restando fedeli al binomio “materialismo dialettico”, non troviamo nessuna necessità di dover dare “più forza” all’uno o all’altro dei termini, dal momento che essi rappresentano nella loro unità la sintesi della realtà naturale (e, di conseguenza, sociale). E’ vero semmai che l’accentuare il termine “dialettica”, ma tutto in senso idealistico, è proprio degli indirizzi scientifici del XX secolo; che accettano, costretti dalla forza dell’evidenza, la dialettica della natura (innumerevoli esempi al riguardo, dal concetto di massa-energia, a quello di onda-corpuscolo nel campo della fisica, a quello di individuo-specie e di gene-ambiente in quello dell’evoluzione biologica), ma respingono in via definitiva il materialismo, fino a spingersi sul terreno del fideismo e dello spiritualismo.

 

 

 

8. Stalinismo, americanismo, fordismo... e giri di Walzer a mo’ di conclusione.

 

Così come di fronte all’industria meccanizzata torinese nell’immediato anteguerra Gramsci ha parole di ammirato stupore, così di fronte all’organizzazione altamente automatizzata dell’industria americana (“fordismo”) egli vede una conferma della propria tesi sull’egemonia, «la quale nasce dalla fabbrica e non ha bisogno di esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e della ideologia»[49]. Questo, si intende, è visto come conseguenza della sconfitta del movimento operaio, incapace di opporsi alla penetrazione a vasto raggio dell’ideologia borghese nel modo stesso di vita. «La razionalizzazione ha determinato la necessità di elaborare un nuovo tipo umano, conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo ... E’ ancora la fase dell’adattamento psicofisico alla nuova struttura industriale, ricercata attraverso gli alti salari»[50].

Così intesa, l’ “egemonia” americana trova il suo alter ego nella organizzazione dell’economia russa, dove si è determinata «una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto di conoscenza, un fatto filosofico»[51]. In ciò sta la grandezza di Lenin, che ha «fatto progredire effettivamente la filosofia come filosofia i quanto fece progredire la dottrina e la pratica politica» (ibid.). Secondo questo criterio, dunque, anche Ford, e Taylor prima di lui, hanno fatto “progredire la filosofia come filosofia”. D’altra parte, questo processo di “razionalizzazione” del processo produttivo, che è intrinseco al capitalismo, deve far parte anche dell’organizzazione del lavoro in Unione Sovietica, dove mancano disciplina e ordine, dove “i costumi” non sono ancora adeguati alle necessità del lavoro. Ben si comprende dunque, afferma Gramsci, la forte spinta in senso tayloristico data da Trotzky all’industria sovietica. Per Gramsci, come per tutti gli stalinisti dell’epoca, si trattava infatti di “costruire il socialismo”, e costruirlo precisamente facendo ricorso a tutto l’apparato tecnologico-produttivo e organizzativo-poliziesco di cui le aziende capitalistiche più avanzate facevano sfoggio, nell’America fordista innanzi tutto. Essendo piegata la rivoluzione russa su se stessa dal fallimento della rivoluzione europea, anche l’egemonia gramsciana si affretta ad allinearsi sulla teoria del socialismo in un solo paese: «Il concetto di egemonia è quello in cui si annodano le esigenze di carattere nazionale ... Una classe di carattere internazionale, in quanto guida strati sociali strettamente nazionali (intellettuali), e anzi spesso meno ancora che nazionali, particolaristi e municipalisti (i contadini) deve ‘nazionalizzarsi’, in un certo senso»[52]. Si comprende dunque come un uomo per il quale nel 1916 «il socialismo è problema essenzialmente di produzione intensa»[53], vent’anni dopo possa dichiarare che «il principio della coercizione, diretta e indiretta, nell’ordinamento della produzione e del lavoro è giusto»[54]. Siamo, d’altronde, nel periodo dei piani quinquennali e, pur mutando di longitudine, il capitalismo divorava con crescente voracità le sue vittime anche e soprattutto nei paradisi del “socialismo reale”.

Su queste basi, dell’interesse gramsciano per le forme di sfruttamento del lavoro che gli Usa stanno perfezionando in quei decenni, si spiega prima il risveglio di interesse degli intellettuali statunitensi per Gramsci, che si sviluppa quindi - negli anni Settanta - in una vera e propria esplosione di natura commerciale. Si esaltano di Gramsci la critica all’economicismo - definito “marxista” -; il primato della politica e l’autonomia della società civile; il ruolo degli intellettuali[55]. In questo modo “egemonia”, idealismo, storicismo e soggettivismo di Gramsci trovano, negli ambienti di “sinistra” Usa, la loro definitiva e necessaria consacrazione, assieme ai critici dell’autoritarismo, della repressione sessuale, assieme ai Reich, ai Marcuse e ai filosofi della Scuola di Francoforte.

E’ in questo contesto che M. Walzer pubblica un’analisi “critica” di Gramsci e del marxismo, alla quale si dà molto credito negli ambienti radicali Usa[56]. Giustamente l’autore sottolinea la dubbia ortodossia marxista di Gramsci, osservando che una prima rottura con la tradizione rivoluzionaria si attua proclamando possibile la rivoluzione in Occidente solo dopo la creazione di una cultura proletaria. «Grande scoperta di Gramsci», afferma il Walzer, è l’impossibilità di presa del potere in Occidente da parte del proletariato; è necessaria una «guerra di posizione», cioè «la conquista della società civile ... una lotta culturale lunga e faticosa in cui il nuovo mondo soppianta lentamente, dolorosamente quello vecchio». Ampie frange del popolo di Seattle hanno sottoscritto - forse senza conoscerne l’origine - queste posizioni, dai trotzkisti sempre alla ricerca di fasi di transizione (d’ogni tipo purché non identificabili con la dittatura del proletariato) ai terzomondisti di Porto Alegre. Tutti uniti nella creazione di “nuove volontà popolari” e nell’individuazione di un “senso comune”, per costoro, con Gramsci in testa, resta perfettamente definita la funzione del partito. Non più partito di classe, cioè di una classe, ma coacervo di intellettuali definiti, chissà perché, organici. Non più programma rivoluzionario definito in tutti i suoi aspetti, ma «cultura stessa, dalla filosofia alla religione, fino alle più comuni nozioni della salute e della malattia, dell’amore, del matrimonio, del lavoro, dell’interscambio, dell’onore e della solidarietà». All’interno di questa visione di gradualismo culturale, in cui il proletario si trasforma in un quieto piccolo borghese acculturato alle idee gramsciane che, osserva Walzer, «mirano a sostituire l’economia politica con una sorta di antropologia culturale», il partito rivoluzionario si è finalmente dissolto in un informe aggregato di intellettuali “organicamente” saldati all’ideologia dominante.

La parabola gramsciana si è qui finalmente chiusa. Partendo, nel 1914, da posizioni apertamente idealistiche, tradotte nel suo interventismo alla guerra mondiale, egli è passato al volontarismo intellettualistico delle pagine dell’Ordine Nuovo. In esse lo “storicismo” trovò forma nell’esaltazione codista del movimento torinese dei Consigli di fabbrica, rivendicati come forma autonoma e innovatrice nel processo rivoluzionario. Fin da allora Gramsci non fu in grado di capire quale dovesse essere il ruolo del partito di classe, e questa sua incomprensione fu, almeno in parte, alla base del ritardo con cui il partito stesso poté nascere, ritardo che impedì la sua saldatura con le grandi fiammate che incendiarono l’Italia nel biennio rosso (1919-20). Ma anche il partito di cui Gramsci fu capo, tra il 1924 e il 1926, si risolse nella lotta contro la Sinistra, non sapendo raccogliere, di questa, la possente eredità sul piano della difesa integrale dei programmi, della rivendicazione dell’autonomia di classe, della dura lotta perché teoria e tattica fossero stabiliti in modo definitivo, senza lasciare spazio - come purtroppo avverrà in seguito nelle condizioni peggiori e sotto l’incalzare della repressione fascista - a “scelte” locali, nazionali, affidate a gruppi di pensiero o di tendenza, senza una omogenea linea politica, se non quella in arrivo da Mosca. Il volontarismo che impregna l’ideologia gramsciana fin dagli anni torinesi condurrà dunque il suo autore, e il partito di cui sarà a capo per qualche tempo, a collocarsi nelle masse, il che, in buon linguaggio, significa alla coda delle masse. E quando queste masse, sconfitte dopo anni di eroici sforzi, rallenteranno la propria marcia, l’unica soluzione possibile che si apre all’idealista è quella di ritenere possibile una forzatura della situazione storica mediante la Cultura, il Progresso Intellettuale, la Soggettività Storicizzata. Il “moderno Principe” - inteso da Gramsci come moderno partito - è in realtà la disfatta e la decomposizione totale di esso di fronte all’incalzare della reazione fascista e staliniana.

E mentre al di fuori della cella di Turi si scatenava su una intera generazione di rivoluzionari il terrore controrivoluzionario in Europa, e in Russia lo stalinismo sradicava nel giro di pochi anni il partito della Rivoluzione d’Ottobre, Gramsci, fedele a se stesso, portava a termine la sua silenziosa battaglia contro il materialismo dialettico in nome di filosofie e correnti contro le quali già si era dovuto combattere in decenni precedenti. Ecco come la Sinistra ha riassunto queste posizioni:

 

«Schema volontaristico-immediatistico. Tipico della visione corporativa piccolo-borghese, quindi di forme opportunistiche (proudhonismo, anarcosindacalismo, operaismo, ordinovismo, socialismo dei Consigli) e riformistiche (laburismo ecc.); evidentemente si inserisce entro la concezione liberale di cui rappresenta una variante. Qui l’individuo, sempre alla base del processo, prende coscienza delle spinte fisiche ed economiche che sono sostrato della sua esistenza: tale presa di coscienza condiziona la volontà, e questa a sua volta l’azione. L’organizzazione economica e politica risulta dal confluire delle singole prese di coscienza: la classe è a sua volta risultato dell’assommarsi e connettersi in reti di organizzazioni immediate è quindi nozione avulsa da ogni senso di indirizzo storico - non mai di classe in sé e per sé nel senso marxistico della espressione)»[57].

 

A questo “schema” gramsciano, dunque, noi rivendicammo l’integrale ritorno a Marx.

 

«Il materialismo storico-dialettico, contrapponendosi alle concezioni di stampo illuministico ed idealistico, non vede quindi nell’ideologia, cioè nella rappresentazione mistificata e capovolta dei rapporti reali, il frutto di un errore da correggere per aprire gli occhi ai ciechi, ma la risultanza indispensabile di un processo reale corrispondente a rapporti materiali, quelli stessi che l’ideologia proietta nella sua distorsione. Tale distorsione deriva a sua volta necessariamente dalla situazione storica delle forze sociali che nell’ideologia si esprimono e che la impongono all’insieme sociale, essendo sempre ideologia dominante quella della classe dominante. ... La contrapposizione del marxismo alle ideologie che si sono succedute nel passato e che oggi ancora in varia misura tengono il campo è, quindi, rigorosamente storica e dialettica, il che non esclude, ed al contrario implica, che la scienza globale con cui esso si identifica, possa essa solo ricostruire i reali processi sottostanti all’incastellatura ideologica, svelando come l’ideologia mistifichi la realtà sussistente a prescindere da ogni “conoscenza” individuale e collettiva».[58]

 

Siano, queste, pietre tombali per ogni tentativo futuro di “ritorno” a concezioni del mondo che, movendo dall’individuo, dal pensiero, dal soggetto, rappresentano storicamente il nemico da battere in nome dell’unica fratellanza di classe, quella rivoluzionaria.

Note

[26] «La teoria della funzione primaria del partito politico, sola custodia e salvezza della energia storica del proletariato». il programma comunista, n. 21, 1958).

[27] Ibidem.

[28] G. Tamburrano, op. cit. Si veda in particolare l’esposizione che il T. fa del “gramscismo” tra pag. 228 e 275.

[29] Id. pag. 243.

[30] Id., pag. 252

[31] A. Gramsci, Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno, Einaudi 1949, pag. 8.

[32] A. Gramsci, Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura. Einaudi 1949, pag.13.

[33] Lenin, Che fare?, Ed. Riuniti, 1958, pag. 365. “Della socialdemocrazia”, dice Lenin, e ciò significa molto esplicitamente “del partito di classe”.

[34] Impreparazione non tanto e non solo nella struttura organizzativa, frantumata dal processo di bolscevizzazione imposto a tutte le sezioni dell’Internazionale; ma soprattutto nel sapere impostare l’apparato di difesa programmatico e teorico nei vertici del partito e nella base, mantenendosi saldi ai principi in un periodo che evolveva rapidamente in senso controrivoluzionario. Non, dunque, rincorsa alle masse; non fronti unici con i partiti opportunisti, ma rigorosa conservazione dell’autonomia di classe. E’ quanto sostenne, inascoltata, in una lunga battaglia nell’Internazionale la Sinistra “italiana”.

[35] L’Ideologia tedesca, Ed. Riuniti 1958, pag. 16-17.

[36] Gramsci nega con forza la possibilità di esistenza di una scienza della società, una scienza con le sue leggi e le sue possibilità di previsione del cammino storico: «per uno strano capovolgimento delle prospettive... la metodologia storica è stata concepita “scientificamente” solo se e in quanto abilita astrattamente a “prevedere” l’avvenire della società. Quindi la ricerca delle cause essenziali, anzi della “causa prima” della “causa delle cause”». Ms pag. 135.

[37] Lenin, Materialismo ed Empiriocriticismo, pag. 225-26.

[38] Materialismo ed Empiriocriticismo, cit., pag. 224.

[39] Con buona pace di Althusser, uno dei filosofi maîtres-à-penser che hanno veicolato Gramsci nella Francia pre-sessantottina, questa espressione non ha affatto solo “un significato critico e polemico” (Leggere il Capitale, pag. 135). E’ invece la forma strutturalmente necessaria di cui si riveste, e non può essere diversamente, il volontarismo e l’educazionismo tipico di tutta l’ideologia gramsciana, quella, per intenderci, che trovò la sua genuina espressione nell’immediatismo consiliarista. Non fu forse il movimento dei Consigli torinesi - nel linguaggio di Gramsci - un tentativo non realizzato di creare “un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto di conoscenza, un fatto filosofico”? (Ms 39). Althusser si servì di questa storpia interpretazione del gramscismo per cavalcare l’ondata studentesca ed intellettuale dell’epoca. Non prometteva essa “la fantasia al potere”?

[40] A. Gramsci, «Misteri della cultura e della poesia», Scritti giovanili, Einaudi 1958, pag. 328.

[41] Ibid., pag. 327-28.

[42] P. Togliatti, Gramsci, Ed. Parenti, Firenze 1955. Citazioni a pagina 8-9, 83 e 85.

[43] A. Gramsci, «La rivoluzione contro il “Capitale”», Avanti!, ed. milanese, 24 novembre 1917.

[44] A. Gramsci, «Socialismo e cultura», in Scritti giovanili, cit., pag. 24

[45] «Fantasime carlailiane», il programma comunista, n. 9, 1953.

[46] Il Capitale, libro I, UTET 1974, pag. 84 e 86.

[47] Nella lettera che Gramsci scrive da Vienna il 9 febbraio 1924 a Togliatti, Terracini e altri, da cui citiamo, si trova una sorta di “analisi” della situazione italiana ed internazionale assai rivelatrice dello stato di marasma in cui si trovava il partito dopo la sostituzione della Sinistra nel CC. Vi sono anche alcune osservazioni di Gramsci che meriterebbero un commento più approfondito. Ad esempio, si sostiene che, nel 1917, Lenin e la maggioranza del partito bolscevico sia passato “alla concezione di Trotzky”. La rivoluzione d’Ottobre è descritta come un “colpo di Stato”. La supremazia del partito russo nell’Internazionale, contro cui la Sinistra si battè inutilmente, è giustificata “da una base materiale che noi non potremo avere se non dopo una rivoluzione e ciò dà alla loro supremazia un carattere permanente e difficilmente intaccabile”. Un servilismo anti-internazionalista prontamente sposato dai ceffi italiani che presto andranno a popolare l’Hotel Lux di Mosca.

[48] Si consideri per esempio le seguenti affermazioni di L. Althusser: «La filosofia marxista, di cui Marx aveva gettato le basi nell’atto stesso in cui aveva fondato la sua teoria della storia, è in gran parte ancora da costruire ... le difficoltà teoriche in cui nella notte del dogmatismo ci eravamo dibattuti ... dipendevano anche in gran parte dallo stato di mancata elaborazione della filosofia marxista» (Per Marx, Ed. Riuniti 1967, pag. 14). Non ricorda da vicino, tutto ciò, il gramsciano “Marx non era un filosofo”?

[49] Machiavelli, cit., pag. 317.

[50] Ibid., pag. 317.

[51] Ms pag. 39.

[52] Machiavelli, cit., pag. 115

[53] A. Gramsci, Sotto la Mole, Einaudi 1960, pag. 93.

[54] Machiavelli, cit., pag. 329-330.

[55] Si veda N. Urbinati, «La sua fortuna americana», l’Unità (suppl.), 15 gennaio 1991.

[56] The Company of Critics, Basic Books 1988.

[57] Partito e classe. I testi del partito comunista internazionale, 4, ed. il programma comunista (1974), pag. 128.

[58] Id, pag. 127.



 

Parte III

Dalla filosofia della prassi alla prassi della filosofia gramsciana.

 

 

 

“Dati i caratteri del gruppo ordinovista, il suo particolarismo e conccretismo figliati in realtà da posizioni ideologiche idealistiche borghesi, […] deve ritenersi che, a parte le clamorose dichiarazioni di ortodossia, l’adesione teorica […] degli ordinovisti al leninismo non valga molto di più della loro adesione di una volta alle Tesi di Roma”. Progetto di tesi per il III Congresso del PCd’I, presentato dalla Sinistra – Lione 1926. In difesa della continuità del programma comunista, ed. “Il programma comunista”, 1989.

 

 

1. Tra passato e futuro

 

Così come si è fatto più sopra, nell’analisi del pensiero di Gramsci, così ribadiamo che il ripercorrere le tappe della storia delle vittorie e delle sconfitte del movimento operaio non è per noi un vezzo storiografico o un contributo alla «scienza», ma una necessità per il lavoro pratico rivoluzionario, di collegare il presente e il futuro con le lotte passate.

Il marxismo descrive l’intero arco storico dell’umanità come il procedere da un modo di produzione all’altro. Un modo di produzione è definito sulla base dei rapporti che gli individui hanno all’interno del processo produttivo e di scambio, tra di loro e con i mezzi di produzione. Quando le forme di produzione si svilupparono all’interno delle vecchie, si resero necessari nuovi ordinamenti giuridici, etici, religiosi, politici, ideologici ecc., che codificano e registrano l’ormai avvenuto cambiamento nel sottosuolo sociale. La rivoluzione politica seguirà, per sancire il nuovo assetto delle classi sociali.

Un modo di produzione, dunque, si qualifica sulla base dei rapporti di classe così come essi sono generati nel corso reale del processo economico. Esso non è rivedibile, migliorabile, aggiustabile nella propria struttura interna da nessuna forza sociale. Può essere solo distrutto nel momento in cui esso diventa un ostacolo all’ulteriore espansione delle forze produttive. È precisamente per questa ragione che il marxismo viene considerato dal nostro movimento come l’unica e completa descrizione della società borghese: non rivedibile questa, come non migliorabile quello, da nessuno degli innumerevoli candidati al suo aggiornamento che si sono proposti, sempre in funzione antirivoluzionaria, nel corso del secolare processo rivoluzionario.

Gramsci, ne fosse o meno consapevole, si inserisce esattamente all’interno di questo filone di “revisori”. Dagli altri, traditori tout court, forse se ne differenziò in vita perché ebbe il privilegio di vivere in una fase storica ribollente di lotte e fu trascinato, suo malgrado, su posizioni rivoluzionarie. Vedremo, nelle pagine seguenti, come da queste si staccò rapidamente, in coerenza con il proprio dettame filosofico sopra analizzato. Come per necessità storica da gravissimi errori sul piano teorico siano derivate le catastrofi sul piano dell’organizzazione e dell’azione, fino alle peggiori forme di degenerazione che caratterizzano questi ultimi decenni. E infine come, da morto, egli stesso sia stato travolto nel turbine controrivoluzionario di cui fu inconsapevole pedina.

L'intera nostra dottrina è scolpita immutabilmente nel materialismo dialettico. Essa è nata completa 150 anni fa, al fuoco delle prime e gigantesche battaglie che il proletariato seppe muovere contro una borghesia ancora giovane ed attraversata da uno slancio progressivo nella società e nell'economia. Non abbiamo dunque nulla da scoprire o da cambiare oggi, alla luce di presunte novità della storia, rispetto a quanto il marxismo ha stabilito, dalla nascita, sull'intero arco della lotta tra le classi nella società moderna.

Ma la storia del passato è stata, per i comunisti, ricca di lezioni che dobbiamo fissare bene nella nostra mente e nella nostra azione. Il 1848, sulle cui barricate è nato il Manifesto del partito comunista, la bandiera che innalzeremo sulle rovine della società attuale. Il 1871, che ha chiarito come sia finita, da allora e per sempre, l'epoca delle alleanze tra proletariato e borghesia. Il 1917 che, distruggendo il mito della socialdemocrazia europea di una conquista graduale del potere dall'interno della società borghese, ha riportato il movimento operaio sulla strada della rivoluzione e della dittatura che il proletariato esercita da solo, sotto la direzione del proprio partito e su scala internazionale, al di fuori e contro ogni soluzione democratica e parlamentare.

In questa gigantesca opera, che fu possibile nella pratica solo perché guidata da una completa restaurazione del marxismo, i bolscevichi si trovarono però la strada sbarrata ad Ovest da un nemico ben peggiore dei Cavaignac e dei Thiers, dei Kornilov e dei Kolciak, di coloro cioè, che vollero o almeno tentarono di opporsi ai tentativi proletari di “raggiungere il cielo”. Si erse allora, dalle macerie di una guerra mondiale cui tanti «socialisti» avevano dato entusiastico appoggio in nome della «difesa della patria», una pletora di sfumature pseudomarxiste. Spesso, a parole, queste si presentavano rivoluzionarie, impedendo di fatto quel processo di chiarificazione teorica che solo avrebbe potuto garantiere i presupposti per la vittoria. In realtà, esse erano tutte ben radicate nella democrazia parlamentare, nel gradualismo nonviolento, nell'immediatismo e nell'economicismo più vile che, ai primi tentativi seriamente rivoluzionari, non ebbero la minima esitazione a farsi carico della difesa, armata fino ai denti, dell'apparato statale e produttivo capitalistico.

In Germania, in Ungheria, in Italia il proletariato subì una grave sconfitta sul piano militare, proprio mentre ovunque, ma troppo tardi, si cercava di compiere l'indispensabile processo di chiarificazione abbandonando il pantano della II Internazionale con la fondazione dei partiti comunisti. Questa sconfitta internazionale ebbe, come contraccolpo, il graduale ripiegamento della spinta rivoluzionaria in Russia, il suo isolamento e il sacrificio del suo eroico proletariato agli orrori dell'accumulazione capitalistica, tutta condensata nei piani quinquennali staliniani; e certo nessun marxista degno di questo nome avrebbe detto, in quegli anni, che laggiù si stava «costruendo il socialismo».

La sconfitta delle armi fu dolorosa, e avrebbe comunque segnato una battuta d'arresto a livello internazionale per anni. Tuttavia, di gran lunga peggiore nella prospettiva della futura ripresa, fu l'abbandono delle finalità massime in tutti i partiti europei. A ciò si giunse per gradi, attraverso sbandamenti sul piano tattico con la politica dei fronti unici, nella vana speranza di mantenere forzatamente vivo un contatto con la classe che, al contrario, era stato stroncato nel corso delle tragiche sconfitte degli anni 1918-1923. In realtà questo significò un completo cedimento sul piano dei programmi, ciò di cui si farà carico l'autorità di una III Internazionale ormai completamente russificata («socialismo in un solo paese»).

Pochi furono gli occhi che seppero vedere, fin dal 1921, i pericolosi segni di rinculo che percorrevano il movimento internazionale. Tra questi, la Sinistra comunista «italiana», che guidava il Partito dall'anno della sua fondazione (1921), fu la sola a muoversi su una ferma e coerente base marxista, portando la polemica contro le nuove parole d'ordine (della bolscevizzazione, del governo operaio, del fronte unico politico) fino al IV (1922) e al V (1924) Congresso dell'Internazionale.

Ma ormai il processo controrivoluzionario stava prendendo ovunque lo slancio. Sostituito con un colpo di mano il CC del Partito su iniziativa dell'Internazionale nel giugno 1923, la direzione è affidata a Gramsci alla condizione che venga affrettata l'alleanza con quei socialisti «di sinistra» che nel frattempo hanno dato la loro piena adesione (a parole) alle direttive dell'Internazionale. Per quest'ultima si trattava dunque di «ricucire» la scissione di Livorno, che aveva finalmente fatto chiarezza nelle fila del movimento operaio; e ciò, per l'assurdo scopo di recuperare quegli «operai rivoluzionari» che, per equivoco, ancora popolavano le fila socialiste[1]. Già nel 1921 il CC del partito aveva spiegato pazientemente all'Esecutivo dell'Internazionale (Zinoviev) che il rischio era di perdere a sinistra, tra i proletari che simpatizzavano per le posizioni di intransigenza rivoluzionaria del Partito, una parte degli effettivi guadagnati a destra. Ma la gravissima sconfitta del proletariato tedesco nel 1923 rendeva inutile ogni pur fermo richiamo ai nostri principi.

Si introduceva così, nella prassi dell'azione rivoluzionaria, quel gravissimo elemento spurio che, da allora, sarà la «caccia all'iscritto» così come in seguito, nell'Italia «liberata», si darà la caccia al voto, sempre in nome di un presunto rafforzamento del partito. Ma ormai le ombre minacciose dello stalinismo, il peggior prodotto della controrivoluzione internazionale, si stendevano ovunque rovesciando un corso storico di grandi lotte che, dopo oltre 70 anni, rappresenta ancora l'unico e sicuro punto di riferimento per la ripresa rivoluzionaria.

 

 

2. Lo stalinismo.

 

Nella nostra interpretazione della storia del movimento rivoluzionario si descrivono tre fasi degenerative, contro le quali i marxisti hanno sempre vigorosamente lottato.

1. La degenerazione anarchica, che intersecò la storia della I Internazionale. Contro ad essa, sono fondamentali insegnamenti pratici e teorici gli scritti di Marx e di Engels. Sulla base delle esperienze delle rivoluzioni europee del 1848 e della Comune di Parigi (1871) essi dimostrano che una direzione unitaria delle lotte non è solo indispensabile al successo, ma che essa diventa essenziale dopo la presa del potere, per esercitare una dittatura ferrea, in nome del proletariato, contro tutte le classi nemiche.

2. La degenerazione della II Internazionale che, partendo dall'idea che la lotta di classe consista in piccoli miglioramenti economici, eventualmente contrattati attraverso i parlamenti portando il partito operaio al governo o a coalizioni governative con i partiti borghesi, giunse al completo tradimento nell'adesione alla guerra imperialistica del 1914-18. Contro questa degenerazione, che in forme anche peggiori si ripresenterà nel 1939 e poi nel secondo dopoguerra, il punto di riferimento è la restaurazione del marxismo rivoluzionario attuata da Lenin, dal partito bolscevico e dalla Sinistra comunista "italiana" sul piano teorico, dalla rivoluzione russa su quello pratico.

3. La degenerazione che accompagna la fase di accumulazione capitalistica del primo dopoguerra nei paesi industrializzati, la fase di industrializzazione forzata in Russia. Nei paesi occidentali questa degenerazione opportunistica si tradusse innanzi tutto nella politica delle alleanze ("blocchi", “fronti unici", "governi operai") tra partiti che rappresentavano classi dagli interessi opposti, in nome di una "ricostruzione" che venne comunque operata in modo coercitivo e fortemente centralizzato, tanto negli Stati "fascisti" che in quelli "democratici". In Russial'ondata degenerativa dovette risolvere il problema di annientare il partito operaio al potere e, quindi, di inoculare nel proletariato internazionale la doppia mostruosa menzogna che a) la Russia fosse diventata il "paese-guida" della rivoluzione internazionale, e che, anche in assenza di una rivoluzione comunista internazionale, avrebbe saputo "costruire il socialismo" all'interno delle proprie frontiere; b) attraverso una serie di misure eccezionali nell'industria e nelle campagne, la produzione sarebbe aumentata a ritmi incomparabilmente superiori a quelli dei paesi capitalistici, dimostrando in questo modo l'avvenuto passaggio ad un'economia compiutamente socialista. Veicolo di questa teoria sarebbe stata l'Internazionale comunista, attraverso le singole sezioni nazionali.

Questi due aspetti dell'opportunismo degli anni Venti e Trenta, cioè l'acquisizione di tattiche elastiche (fusione tra partiti) per "conquistare le masse" e la teoria del "socialismo in un solo paese" confluiscono in quell'eterogeneo insieme di elementi di dottrina (abbandono dell'internazionalismo proletario in primo luogo) e di pratica (inizialmente, manovre di corridoio, sostituzione di vecchi centri direttivi poco disposti ad accettare direttive da parte di un'Internazionale sempre più "russificata", isolamento di compagni di provata fedeltà; successivamente, calunnie ed eliminazione fisica degli oppositori) che noi chiamiamo stalinismo.

 

Questa gravissima deformazione, contro la quale la Sinistra si trovò a combattere in nome del marxismo rivoluzionario inizialmente, a partire dal 1923, assieme all'Opposizione di sinistra russa (Trotzky) e poi, a partire dagli anni Trenta, da sola, ha avuto come conseguenza lo spostamento degli obiettivi di lotta dalla organizzazione di partiti forse piccoli ma temprati all'assalto per la conquista del potere, a quella di difesa degli "interessi superiori" dello Stato sovietico, fino all'ammissione, da parte dello stesso Stalin, che l'esistenza della produzione di merci in URSS non contraddice in alcun modo il carattere socialista del modo di produzione russo, e che la legge del valore è pienamente compatibile con una economia comunista[2]. Conseguenza ulteriore, di cui oggi misuriamo tutta la tragicità, è la rottura con le lotte rivoluzionarie del passato e con l'incomprensione delle finalità supreme di queste lotte. Finalità che, è bene ribadirlo, non può stare nella difesa delle patrie, nella restaurazione di istituti democratici e parlamentari minacciati da questo o quel regime "fascista", nella rivendicazione di "migliori" condizioni cui vendere la propria forza-lavoro al capitale; ma sta, oggi come in passato, solo nella distruzione violenta di tutte le istituzioni dello Stato borghese, di qualsiasi forma esse si ammantino, e la loro sostituzione con la dittatura proletaria. Solo questa potrà consentire la realizzazione di un'economia in cui, accanto ad una diminuzione dello sforzo di lavoro e all'aumento di tempo libero, farà riscontro "un piano per crescere i costi di produzione, ridurre la giornata di lavoro, disinvestire capitale, livellare quantitativamente e soprattutto qualitativamente il consumo"[3]: necessario preludio ad una società senza classi, senza merci, senza denaro, senza legge del valore.

Infine, per non generare malintesi, sottolineiamo che lo stalinismo non fu il prodotto della "malvagità" o dalla "volontà" di questo o quell'uomo più o meno potente. Si trattò di un fenomeno degenerativo del movimento comunista internazionale le cui origini si trovano tanto nella Russia post-rivoluzionaria, ormai ripiegata su se stessa e sulle necessità di creare un mercato interno per la propria sopravvivenza, quanto nell'Europa post-bellica, incapace di trovare uno sbocco rivoluzionario alle lotte che la sconvolsero tra 1918 e 1923. Lo stalinismo dunque fu la conseguenza della pressione di forze sociali obiettive, prodotto di agenti del sottosuolo di economie rovinate dalla guerra e a caccia dei massimi tassi di profitto, contro cui si spezzarono le pur eroiche resistenze delle ultime lotte, e che potè vincere solo attraverso la distruzione fisica di un'intera generazione di rivoluzionari[4].

 

 

3. Il Congresso di Lione e il trionfo della controrivoluzione internazionale.

 

Dopo il Congresso di Livorno del 1921, da cui nacque il Partito Comunista d'Italia, il II Congresso, l'anno successivo, fissò il corpo di tesi nel campo della tattica ("Tesi di Roma") che si vollero perfettamente aderenti al programma rivoluzionario internazionale. Il partito giunse così al suo III Congresso, tenuto clandestinamente a Lione nel gennaio 1926, in condizioni di grande difficoltà al suo interno e nelle sue relazioni con la classe all'esterno per l'incalzare della repressione fascista.

Fu Mosca ad imporre, nel 1923, la sostituzione del vecchio centro dirigente (Amadeo Bordiga, che ne era l'ispiratore indiscusso; assieme a Fortichiari, Repossi, Grieco e Terracini) con un gruppo di dirigenti più docili di fronte alle direttive russe. Leader del nuovo C.E. sarà Gramsci, coadiuvato da Togliatti, Ravera, Scoccimarro, Leonetti e Terracini, in quale ultimo passerà disinvoltamente da uno schieramento all'altro. Si tratta, in breve, di tutto il gruppo torinese dell'"Ordine Nuovo" che, durante il periodo dell'occupazione delle fabbriche (1919-20) aveva sostenuto a gran voce non la necessità di fondare il partito comunista, ma di creare i Consigli di fabbrica quali organi di presa diretta del potere. Contemporaneamente si sviluppò il processo di bolscevizzazione avviato in tutte le sezioni (anch'esso voluto da una Internazionale ormai sempre più legata ai destini dello Stato sovietico). La svolta politica che seguì non risparmiò nessuno degli aspetti teorici ed organizzativi che avevano caratterizzato gli anni precedenti, rappresentando un vero e proprio spartiacque nella teoria e nella tattica del partito.

Tuttavia non fu semplice, per la nuova Centrale, fare approvare ai militanti le novità della "conquista della maggioranza", del "fronte unico dall'alto", cioè innanzi tutto la fusione con la parte del PSI che si voleva "più avanzata", poi con i partiti genericamente antifascisti; del governo operaio; della conquista a tutti i costi delle masse, con la riorganizzazione del partito sulla base delle cellule di officina anziché su base territoriale.

 

Le tappe attraverso cui l'Internazionale potè giungere al completo rovesciamento della politica seguita fino ad allora dal partito furono le seguenti:

a) la trasformazione del partito da organizzazione di classe a partito di massa, attraverso processi di fusione con raggruppamenti politici di altra natura e attraverso un blocco con diversi strati sociali (mezzadri, cattolici, piccola borghesia, antifascisti);

b) la bolscevizzazione, cioè la trasformazione del tessuto organizzativo dei partiti, sulla base delle cellule di azienda, secondo il modello del partito bolscevico pre-rivoluzionario; formula che, se adatta alle specifiche condizioni dello sviluppo storico e sociale della Russia dell'inizio del secolo, non aveva alcuna giustificazione per i partiti dell'Europa occidentale, per tradizione legati ad un'organizzazione territoriale. Non solo, la generalizzazione di tale formula introdusse una grave deformazione del postulato marxista per il quale la rivoluzione non è una questione di formule di organizzazione, e che d'altra parte una soluzione organizzativa non può essere valida per tutti i tempi e tutti i paesi. Inoltre, legando l'organizzazione del partito alle diverse categorie della produzione, veniva di fatto ostacolato il vitale processo di unificazione delle lotte che solo un partito al di sopra delle divisioni create nella classe può operare.

c) la lotta contro ogni forma di opposizione alle direttive del centro staliniano. In Russia questa lotta si concretizzò, a partire dalla fine del 1924, in una serie di attacchi contro Trotzky; nei partiti occidentali ogni forma di opposizione di sinistra fu equiparata al trotzkismo e bollata, col nome di "bordighismo", come deviazione anti-bolscevica, ed una feroce lotta (sulla stampa, nei congressi internazionali e nazionali, nelle singole sezioni) fu intrapresa per impedire qualsiasi forma di collegamento internazionale tra gli opposizioni alla politica centrista.

d) azioni di tipo amministrativo, per cui chi non si attiene rigidamente alle disposizioni del centro, cioè al rispetto dell'apparato burocratico del partito, viene minacciato di espulsione. Agitando lo spettro del frazionismo di sinistra, il Centro gramsciano farà ricorso alla più ampia opera di persuasione: "Si tratta di mobilitare politicamente i compagni, condurre un'opera esauriente di chiarificazione, ma si tratta anche di attuare un lavoro di polizia di partito.”[5]

 

Nonostante questo pauroso sbandamento, che il PC d'Italia conosce a partire dal 1923, la base del partito non diede facilmente il proprio appoggio alle nuove parole d'ordine, dietro alle quali si scorgevano gravi cedimenti sul piano teorico. Al Congresso clandestino di Como (1924) la grande maggioranza dei delegati si schierò ancora con la vecchia direzione di sinistra; al Congresso di Lione la vittoria dei centristi all'interno dell'organizzazione fu resa possibile grazie all’impossibilità - a causa delle persecuzioni fasciste - di una consultazione ampia della base e a una autentica frode nel conteggio dei voti. Le forze reali dei due schieramenti - i centristi e i destri da una parte, la sinistra dall'altra - erano infatti all'incirca pari. I dirigenti della nuova Centrale decisero, per evitare sorprese a loro sfavorevoli, di considerare a proprio favore il numero degli iscritti al partito nel 1925 (cioè l'anno prima) che non avessero votato per nessuno (molti di essi, evidentemente, non poterono farlo o perché impediti a raggiungere i luoghi in cui dovevano svolgersi i congressi delle delegazioni federali o perché chiusi nelle galere fasciste). Ottenuta così la maggioranza, la Centrale di Gramsci pensò di "accontentare" la Sinistra introducendo nella direzione due esponenti di quest'ultima - manovra che bene illustra la fragilità del principio di centralismo democratico.[6]

La battaglia che si svolse a Lione, benché dall'esito scontato, costituisce per le generazioni rivoluzionarie di oggi in tutto il mondo, uno dei momenti alti nella storia del marxismo, da cui ripartire per la ricostituzione del partito comunista mondiale. Per questa ragione, dobbiamo esaminare le tesi opposte che si scontrarono.

La piattaforma presentata della Centrale gramsciana[7], che rovescia l'impostazione data nelle “Tesi di Roma” di quattro anni prima, è che il partito non è un organo della classe, ma una sua parte, sostituendo così un concetto fondamentale e politico con una considerazione puramente statistica. Inoltre, si afferma che le questioni organizzative verranno risolte attraverso la formula, imposta dall'Internazionale comunista, della bolscevizzazione, cioè della riorganizzazione del partito attraverso le cellule di officina. Si ammette che il partito russo debba avere una funzione dominante nell'Internazionale Comunista; si ribadisce la validità della tattica del fronte unico e si giustifica il ricorso a formulazioni ambigue, come quella dell'Antiparlamento o dell'Assemblea repubblicana, pur riconoscendo che si tratta di forme di lotta da usare contro i partiti democratici.

Le tesi della Sinistra[8] erano le seguenti: 1. Alla base della formazione dei partiti comunisti deve trovarsi una piattaforma teorico-programmatica definita una volta per tutte, che consiste nella rinuncia a filosofie estranee al materialismo storico, come l'idealismo, il positivismo, il pacifismo, il sindacalismo, l'anarchismo, l'operaismo. 2. In conseguenza di ciò, vanno poste direttive tattiche indissolubilmente legate ai principi e alle previsioni, secondo un criterio perfettamente ispirato al Lenin delle Due tattiche ("L'elaborazione di decisioni tattiche giuste ha una grandissima importanza per un partito che voglia dirigere il proletariato in uno spirito rigorosamente conforme ai principi del marxismo, e non semplicemente trascinarsi a rimorchio degli avvenimenti"). 3. E infine, è indispensabile mantenersi stretti a principi di organizzazione sicuri, che la Sinistra vedeva compiutamente indicati nei Ventun punti di ammissione, discussi ed approvati al II Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1920.

Un elemento fondamentale di contrasto fu l'interpretazione della natura del partito. Per la Sinistra "l'organo che conduce la lotta di classe alla sua vittoria finale è il partito politico di classe, unico possibile strumento prima di insurrezione rivoluzionaria e poi di governo". Solo attraverso il partito la classe giunge a conoscere il proprio ruolo nella storia, "e quindi nelle successive fasi della lotta il partito rappresenta storicamente la classe pur avendone nelle proprie file solo una parte più o meno grande". La Sinistra rifiutava dunque del partito e della sua azione sia un'idea fatalista (poggiante su una mal compresa applicazione del determinismo), sia un'idea volontarista (nel senso che sia possibile forzare, grazie a formule organizzative genialmente scoperte od inventate da un capo brillante, le situazioni storiche in direzione rivoluzionaria). E affermò che "deve considerarsi erronea la formulazione tattica che dice: ogni vero partito comunista deve saper essere in ogni situazione un partito di massa; ossia avere una organizzazione numerosissima ed una influenza politica larghissima sul proletariato, per lo meno tali da superare quelle degli altri partiti sedicenti operai."

L'abbandono di queste prospettive da parte della direzione gramsciana del partito fu al centro del grande dibattito a Lione. I dirigenti vittoriosi non rinunciarono alle minacce per isolare la Sinistra secondo un sistema (sarà bene ricordarlo) già pienamente avviato nei confronti dell'Opposizione trotzkista in Russia; in ciò essi furono bene appoggiati da Humbert-Droz, rappresentante di Mosca in Italia fin dal 1921 e sempre pronto a schierarsi su posizioni di destra su tutte le principali questioni teoriche e tattiche del movimento internazionale.

Le tesi approvate dal III Congresso del PCI, redatte da Gramsci e Togliatti, si muovono su un piano opposto alla politica seguita dal partito negli anni della sua formazione. Come scriveva Gramsci:

 

"La lotta ideologica contro l'estremismo di sinistra deve essere condotta contrapponendogli la concezione marxista e leninista del partito del proletariato come partito di massa e dimostrando la necessità che esso adatti la sua tattica alle situazioni per poterle modificare, per non perdere il contatto con le masse e per acquistare sempre nuove zone di influenza" [9]

 

Già un anno prima Scoccimarro, membro del Comitato Centrale, scriveva su l'Unità, organo della nuova direzione (28 giugno 1925), che la concezione della Sinistra è legata

 

"alla situazione politica internazionale e al rallentamento dello sviluppo della rivoluzione mondiale. [Essa è fondata] sulla previsione di una degenerazione opportunistica del partito e dell'Internazionale… Ma le nostre [della direzione gramsciana, ndr] previsioni sull'avvenire dell'Internazionale comunista sono completamente diverse. Noi non condividiamo in nulla questo pessimismo".

 

Come si vede, le distanze che si vanno approfondendo sul piano teorico comportano ormai valutazioni e previsioni divergenti sul ruolo dei partiti, della loro azione interna ed internazionale. Pochi anni dopo ciò condurrà inevitabilmente all’espulsione della Sinistra e alla formazione della Frazione di Sinistra in Francia; mentre il Centro si piegherà all'asservimento totale di una Internazionale comunista ormai stalinizzata. E' così che si cercano "margini di manovra" nell'ambito delle "particolarità nazionali", invocate a gran voce proprio nel momento in cui vengono imposte direttive mondiali in una direzione precisamente opposta alle classiche tesi dei primi due Congressi dell'Internazionale Comunista. E' così che ancora una volta, per bocca di Humbert-Droz, viene ribadita la necessità che

 

"il nostro partito deve proseguire nell'avvicinamento degli operai massimalisti [frazione del PSI, ndr] alla base, applicando quelle formule opportune non solo dal basso, ma quando occorra anche dall'alto, la tattica del fronte unico". [10]

 

E' questa, d'altronde, la tesi invariante dell'opportunismo latente relativamente alle questioni di organizzazione: si disse fin dal 1921 che bisognava, anziché separarsi, stare assieme ai partiti socialdemocratici per trascinarli alla conquista del potere, perché la situazione era rivoluzionaria e le grandi masse erano con noi; ci si dirà ora e in seguito, che bisogna fondersi sempre e comunque con i socialdemocratici appunto perché la situazione è controrivoluzionaria, e le masse non sono con noi.

E' dunque su queste basi che a Lione i centristi sviluppano il concetto di rivoluzione popolare antifascista. Il PCI dovrà d'ora in poi condurre un’azione politica per conquistare al proletariato un’egemonia nella lotta contro il fascismo. Tale azione non può limitarsi a rivendicazioni economiche, ma deve avere connotazioni politiche parziali che saranno necessariamente democratiche, come rivendicazione di libertà soppresse nell'ambito politico e in quello sindacale:

 

“la lotta per le rivendicazioni democratiche è, nella situazione italiana, parte integrante della lotta di classe del proletariato” [11].

 

Ciò si riassume bene nella parola d’ordine “Assemblea repubblicana sulla base dei comitati operai e contadini”, adottata dal partito nel 1925[12]: la “rivoluzione popolare” che ormai si vuole democratica ed antifascista si trasformerà, chissà come, in “rivoluzione proletaria”.

 

 

 

4. L'ultima battaglia nell'Internazionale: dal VI Esecutivo Allargato alle espulsioni e all’emigrazione.

 

Per comprendere le vicende interne del Partito comunista nella seconda metà degli anni Venti è indispensabile passare in rapida rassegna la situazione internazionale che in larga misura ne condizionerà l'attività teorica e pratica.

Mentre l’Internazionale Comunista sviluppa ferreamente la propria politica di graduale asservimento delle singole sezioni nazionali agli interessi del nascente Stato sovietico, frantumando l’unità internazionalista del proletariato europeo che aveva guidato i primi Congressi dell’Internazionale, l’opposizione alle nuove direttive si fa acuta su molteplici aspetti, creando gruppi e frazioni che iniziano a muoversi su piani e secondo prospettive diverse. Sorgono così le “opposizioni operaie”, che reclamano maggiore democrazia all’interno dei partiti, e le opposizioni a tendenza anarco-sindacalista, che escono dai propri partiti accusati di metodi dittatoriali. Seguiranno, di lì a breve, movimenti decisamente operaisti, oppure tendenze che rifiutano esplicitamente il partito come organizzatore e guida delle lotte di classe.

L’unica opposizione alla politica dell’Internazionale basata su principi rigorosamente marxisti si sviluppa in Italia attorno al gruppo dirigente dei primi anni del PCd’I. Estromesso dalla direzione del partito nel 1923, e tuttavia mantenendo un largo seguito tra gli iscritti, questo gruppo non si stancò di fare sentire la propria voce in tutti i momenti di progressivo abbandono della linea ortodossa: sulla questione del fronte unico, sulla questione del governo operaio, su quella della bolscevizzazione.

L’ultimo, vigoroso intervento, pochi giorni dopo la conclusione del Congresso di Lione, si svolse dalla tribuna dell’Internazionale Comunista, al VI Esecutivo Allargato (febbraio-marzo 1926). Ora, si disse in quell’occasione, l’Internazionale Comunista deve restituire al partito bolscevico quanto esso ha dato negli anni precedenti, in termini di teoria e di azione, ai partiti europei. La “questione russa” va posta al centro del dibattito internazionale. La piramide va rovesciata.[13]

La realtà in campo internazionale e nelle singole sezioni, tuttavia, aveva ormai assunto un indirizzo ostile alla lotta rivoluzionaria. Da anni, le direttive dell’Internazionale Comunista erano per un recupero delle masse attraverso la tattica del noyautage, cioè degli accordi politici tra i centri direttivi dei partiti e con i sindacati. In questo modo veniva sacrificata l’autonomia dei princìpi in nome di una tattica disinvolta, che si pretendeva “leninista”, per riallacciare i rapporti con le masse travolte dalle prime violente ondate del riflusso controrivoluzionario. La "ragion di stato" russa ormai aveva il sopravvento sull'internazionalismo operaio perfino nella voce di Bucharin (Esecutivo dell'Internazionale Comunista, maggio 1927) che giustificherà la sciagurata tattica dell'Internazionale Comunista nei confronti dei grandi scioperi inglesi del 1926 invocando gli "interessi diplomatici dell'Unione Sovietica" che ormai prevalgono su qualsiasi prospettiva di ripresa di lotta di classe. [14].

Coerentemente a ciò, l’Internazionale Comunista non potrà far altro che accettare come un dato di fatto, all’interno di un “Comitato Anglo-Russo” costruito ad hoc, l’accordo tra gli ultrariformisti capi delle Trade Unions e i dirigenti sindacali sovietici, che sancirà la sconfitta del gigantesco sciopero dei minatori inglesi del 1926. L'Esecutivo dell'Internazionale sosterrà in pieno questo accordo, che prevede tra l’altro l’impegno a “non occuparsi degli affari interni inglesi”: come se le questioni di lotta del proletariato potessero lasciare indifferenti i proletari di altri paesi! Ma ormai la ragion di stato sovietica prevale ormai su qualsiasi politica internazionalista.

In Russia, i gruppi di opposizione, spesso divisi tra loro su questioni teoriche ed organizzative (questione dell’industrializzazione, della democrazia nel partito, dei rapporti con la classe) e tattiche (alleanze con la destra di Bucharin contro Stalin; mobilitazione delle masse) non riusciranno a tessere un’efficace rete organizzativa, e verranno facilmente distrutti al momento opportuno. Gradualmente prevale nell’Internazionale Comunista la tesi secondo la quale la salvezza della Russia non dipende dalle vittorie rivoluzionarie in Europa, ma dalla capacità del movimento operaio internazionale di difendere i successi economici e sociali in atto in Russia. Al VII Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista e al successivo XV Congresso del Partito russo (dicembre 1927) ormai si sosterrà apertamente che non può appartenere al partito e all’Internazionale Comunista chi neghi la possibilità della “costruzione del socialismo in un solo paese”.

 

Note

[1] Sulla nascita del PCd’I, cf. Storia della Sinistra comunista, cit., voll. I-III.

[2] I. V. Stalin, "Problemi economici del socialismo nell'URSS", Rinascita (suppl.), n. 9, 1952. La critica marxista a queste falsificazioni si trova nel nostro Dialogato con Stalin, in "il programma comunista", n. 1-4, ottobre-dicembre 1952.

[3] Dialogato con Stalin, in "il programma comunista", cit.

[4] Sulla teoria del "socialismo in un solo paese", vera e propria bestemmia nel vocabolario marxista, si pronunciarono con estrema chiarezza Marx ed Engels in decine di pagine di fuoco. Già nel 1874 Engels, analizzando il particolare momento storico del movimento operaio tedesco, poteva indicare il dovere dei rivoluzionari nel "mantenere puro il senso puramente internazionalistico, che non lascia adito a nessun sciovinismo patriottico e che saluta con gioia ogni nuovo passo in avanti del movimento proletario, senza nessuna differenza, quale che sia la nazione da cui esso provenga. Se gli operai tedeschi così andranno avanti, non perciò marceranno alla testa del movimento - anzi non è affatto nell'interesse del movimento che gli operai di una singola nazione, quale che essa sia, marcino alla testa del movimento - ma tuttavia occuperanno un posto degno di onore nella linea del combattimento". Prefazione (1874) a La guerra dei contadini in Germania. Edizioni Rinascita, Roma 1949, pag. 26.

[5] P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Vol. I. Da Bordiga a Gramsci. Ed. Einaudi, Torino 1967, pag. 455.

[6] Le manovre attuate in questa occasione, e successivamente a Mosca, dalla direzione centrista, sono vividamente illustrate nell'articolo “La verifica marxista della odierna decomposizione del capitale nell'occidente classico come nella degenerante struttura russa. Guerra spietata dal 1914 al 1961 all'enfiantesi bubbone opportunista”, il programma comunista, n. 12, 1961.

[7] Le Tesi, in larga parte redatte da Gramsci e da Togliatti, sono state pubblicate in Trent'anni di vita e di lotte del PCI, Quaderno di Rinascita n. 2, 1951.

[8] Le Tesi che la Sinistra presentò a Lione si possono leggere nel fascicolo In difesa della continuità del programma comunista, Ed. il programma comunista, 1989.

[9] “La situazione italiana e i compiti del PCI”, ora in A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista (1923-1926), Einaudi 1971, pag. 503.

[10] Cit. in P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. II, Einaudi, pag. 509.

[11] Cfr. A. Agosti, Togliatti, UTET 1996, pag. 106.

[12] Secondo G. Berti (I primi dieci anni di vita del PCI, Annali Feltrinelli, Anno Ottavo, 1966) questa parola, "che suscitò infiniti dibattiti interni per ben quattro anni", rispondeva alle due esigenze di impostare una lotta antifascista di contenuto democratico e quella di tenere in vita la prospettiva "di una soluzione soviettista della crisi italiana" (ibid., pag. 159).

[13] Il problema della "disciplina" e delle forme di organizzazione era già stato posto altre volte, su articoli nei periodici comunisti in Italia e a precedenti Congressi dell'Internazionale. L'intervento del 1926 può essere letto nell'articolo “La crise de 1926 dans le P.C. russe et l'Internationale: le Ve Exécutif Elargi de l'I.C.”, in Programme Communiste, n. 69-70, maggio 1976.

[14] L'analisi del ripiegamento dell'Internazionale in questo biennio (1926-27) cruciale per i rapporti con l'URSS è contenuta nel lavoro prodotto dal nostro partito subito dopo la Seconda guerra mondiale e in particolare in Vercesi, La tattica del Comintern dal 1926 al 1940, pubblicato in quella che allora era la nostra rivista teorica Prometeo, n. 2-3-4-6-7-8.


 

 

5. La disfatta internazionale: dal Comitato anglo-russo alla Rivoluzione cinese e alla teoria del “socialismo in un solo paese”.

 

 

La disfatta in campo teorico e la rovina sul piano tattico si incontrarono drammaticamente, tra 1926 e 1927, nella “questione cinese” e nel fallimento del grande Sciopero generale in Inghilterra. Coerentemente con quanto da anni l’Internazionale Comunista andava predicando sui rapporti tra partiti e tra partiti e masse, la politica del noyautage portò, in Inghilterra, a un vergognoso accordo internazionale tra spinte rivoluzionarie di base e direzione sindacale ultra-riformista. E condusse all’unico ovvio e scontato risultato: l’affossamento di un movimento di lotta che aveva visto scendere in sciopero alcuni milioni di lavoratori inglesi contro i quali il governo di Sua Maestà non poté far altro che dichiarare lo stato di emergenza, mobilitare l’esercito e la marina da guerra, organizzando squadre di sabotaggio e di crumiri[15].

La Sinistra “italiana” si batteva da anni contro questo modo di intendere la lotta da parte dell’Internazionale Comunista. E lo faceva, anche e soprattutto sullo scenario internazionale, in nome del “fronte unico” dal basso: un fronte, cioè, che raccogliesse le spinte elementari di difesa economica, a prescindere dall’appartenenza a questo o a quel sindacato, ma sempre sotto la guida del partito di classe. Nonostante ciò, la prassi dell’Internazionale Comunista trovò un’ulteriore, terribile applicazione nella tragedia cinese, quando milioni di proletari furono consegnati totalmente disarmati dalla politica di alleanza interclassista (il “blocco delle quattro classi”: borghesia, contadiname, piccola borghesia e proletariato) imposta dall’Internazionale Comunista stalinizzata, in una delle più terribili carneficine della storia moderna della lotta di classe.

Nel 1926, si imponeva dunque il rafforzamento teorico e il radicale cambiamento di rotta nei metodi dell’Internazionale Comunista e delle sue singole sezioni, come già indicato a chiare lettere nel 1925.[16] Per nessuna ragione si sarebbe dovuto cercare una “conquista delle masse” a tutti i costi e attraverso contorsioni tattiche, che erano perdenti nel momento stesso in cui rinunciavano ad ogni autonomia da parte del partito di classe ma venivano considerate, chissà perché, “leniniste”.

Di fronte alla gravissima serie di sbandamenti sul piano internazionale e alla distruzione dell’organizzazione del partito in Italia operata dal fascismo, che è ormai al governo da quattro anni, i dirigenti centristi del PCd’I dirigono tutta la loro attenzione sulle prospettive di una impossibile azione politica tesa a conquistare al proletariato un’egemonia nella lotta contro il fascismo. Tale azione non può limitarsi a rivendicazioni economiche, ma dovrà avere connotazioni politiche parziali che saranno necessariamente democratiche, come la rivendicazione di libertà soppresse in campo politico e sindacale. Nel suo discorso al VII Plenum dell’Internazionale Comunista (novembre-dicembre 1926), in piena lotta tra la coalizione Stalin-Bucharin da una parte e l’opposizione Trotsky-Kamenev-Zinoviev dall’altra, Togliatti non ha esitazioni nel prendere posizione contro l’opposizione internazionale confermando il pieno appoggio della direzione del PCd’I al Centro del partito russo, alla tesi della “costruzione del socialismo” in Russia e, di fatto, all’abbandono definitivo dell’internazionalismo operaio in nome della “difesa della patria del socialismo”:

 

"Il problema [del socialismo in un solo paese] dev'essere posto dal punto di vista dell'influenza esercitata dalla rivoluzione russa e dall'azione del partito comunista russo sulle forze rivoluzionarie mondiali… Nella classe operaia mondiale [è attiva] la convinzione che in Russia, dopo la presa del potere, il proletariato può costruire il socialismo e oggi costruisce il socialismo"[17].

 

E’ infatti su questa linea che, all’inizio del 1928, dunque pochi mesi dopo il massacro di proletari a Shanghai e a Canton, Togliatti avanzerà “la parola d’ordine della lotta per la pace” secondo la chiara prospettiva frontista che, da allora, rappresenterà di fatto l’indirizzo antifascista del PCI. Per questa stessa ragione, di ritorno dall’VIII Plenum moscovita, egli potrà scrivere, a difesa della politica di Stalin sulla Cina, che

 

“se ci fossimo isolati dal fronte nazionale rivoluzionario [proprio quello il cui tradimento segnò la disfatta della rivoluzione e le stragi conseguenti di proletari, NdR] ci saremmo tagliati completamente dalle masse e il movimento non si sarebbe sviluppato [evidentemente lo “sviluppo” della controrivoluzione] sotto la nostra prevalente influenza [nel senso che la direzione dell’intero movimento fu lasciata al generale Chang-Kai-Shek]”. [18]

 

Fa parte di questo aperto tradimento delle posizioni di classe l’affermazione secondo la quale l’azione del PCI, non esaurendosi sul piano rivendicativo ed economico, deve muoversi su obiettivi politici limitati, di contenuto antifascista democratico. D’altra parte, lo stesso contenuto sociale delle lotte è visto, in una Europa che nulla ha che vedere con la situazione economica e sociale della Russia d’inizio secolo e con la Germania e la Francia del 1848, secondo l’ottica della “doppia rivoluzione”, nel corso della quale, sotto l’incalzare dell’oppressione fascista, avverrà

 

“una radicalizzazione delle masse contadine arretrate, e creerà, in sostanza, condizioni oggettive più favorevoli alla formazione di un blocco operaio-contadino rivoluzionario”[19]

 

Parallelamente all’esplicito riconoscimento del “socialismo in un solo paese”, di fronte al quale nessuna falsificazione è di troppo (“Tolta la possibilità di progresso della Russia verso il socialismo, negata la possibilità di costruzione vittoriosa del socialismo in Russia, è tutta la concezione storica e politica che fu posta alla base della costruzione dell’Internazionale comunista che crolla”)[20], si scatena la persecuzione internazionale contro gli oppositori, sulla falsariga di quanto avviene nel “paese-guida”.

 

 

6. La “svolta a sinistra” e la teoria del socialfascismo

 

Mentre infuria la persecuzione fascista e le organizzazioni operaie sono preda della rete spionistica della polizia segreta[21] si procede nei fatti alla liquidazione del marxismo rivoluzionario internazionale ed internazionalista, attraverso la teoria e la pratica del “socialismo in un solo paese”, il blocco dei partiti, la lotta democratica contro il fascismo. Mentre si dichiara ai quattro venti che il fascismo è il nemico da battere, e per ottenere ciò non si dovrà esitare a schierarsi con l’ala “sinistra” dei partiti riformisti ed opportunisti, mentre di tutto ciò si fa uso, anche in Italia da parte della direzione gramsciana contro la sinistra, tra il VI Congresso dell'Internazionale Comunista (luglio 1928) e il X Plenum dell’Internazionale Comunista (luglio 1929) esplode d’improvviso la “teoria del socialfascismo”.

“Le masse si radicalizzano in modo uniforme in tutti i paesi capitalistici”, si dirà: dunque è necessaria ovunque una politica d’assalto. Secondo la “teoria del socialfascismo”, la socialdemocrazia riformista a base piccolo-borghese e appoggiata dall’aristocrazia operaia è un nemico altrettanto pericoloso del fascismo, e come quello va combattuta. Questa formula riecheggia le posizioni tanto criticate in precedenza della Sinistra, la quale sosteneva che la borghesia alterna a suo favore e nel suo interesse di classe il metodo fascista e quello democratico. Tuttavia, nella improvvisa formulazione dell’Internazionale Comunista, che capovolgeva anni di pratica bloccarda e di corteggiamento di organizzazioni opportuniste, la Sinistra “italiana” vide non un ritorno alle posizioni corrette, ma un ulteriore elemento di confusione che s’andava ad aggiungere a quelli già imposti in precedenza a tutti i partiti dell’Internazionale. Bisogna però ribadire che il punto di vista della Sinistra – e in particolare della Frazione comunista che negli anni Trenta ne difese le posizioni in sede internazionale – non si identificavano affatto con la teoria staliniana del socialfascismo. La Sinistra riconosceva che fascismo e socialdemocrazia convergono nel puntellare il capitalismo contro il proletariato, ma ciò avviene in fasi storiche e in condizioni economiche e politiche ben determinate e non necessariamente coincidenti. Essa sostenne esplicitamente che fascismo e socialdemocrazia non si identificano affatto, e che quindi non possono essere combattuti sempre con le medesime tattiche. In particolare, essa ritenne criminale la politica dell’Internazionale, che creò delle scissioni artificiali nei sindacati procedendo ove possibile alla costituzione di fantasmi di “sindacati rossi” incapaci di incidere in alcun modo sulle lotte rivendicative del proletariato. Questa frattura a livello operaio ebbe conseguenze così nefaste in Germania da accelerare la conquista del potere da parte del partito nazista.

D’altra parte, la stessa centrale del partito entrò in crisi di fronte alle nuove direttive. Togliatti, non nuovo ai voltafaccia, si adeguava rapidamente al “rovesciamento delle posizioni su tutti i punti essenziali che avevano caratterizzato la sua posizione negli anni passati”, allineandosi “senza riserve alle tesi del X Plenum” [22]. Altri invece (Leonetti, Ravazzoli, Tresso, Silone) ritengono che la situazione italiana sia ben lontana dalla realtà preinsurrezionale descritta dalla maggioranza del CC. Essi sostengono che la “svolta a sinistra” è una conseguenza dei compiti nuovi che si delineano (la crisi del fascismo, l’impossibilità di una coalizione antifascista borghese, la scomparsa delle posizioni intermedie). Scrivono che “[l]’elemento dominante sarà dato dalla rivolta, dalla insurrezione, dalla guerra civile delle masse lavoratrici guidate dal proletariato contro le classi dirigenti capitaliste”. E così facendo offrono al CC l’occasione di espellerli dal partito (giugno 1930), dopo una rapida e violenta “resa dei conti”.

Minacce di espulsione e misure di polizia sotto l’accusa di frazionismo erano già state rivolte da Gramsci ai militanti della Sinistra durante il processo di “bolscevizzazione” del partito [23]. Ma ora, con la lotta scatenata in Russia contro il “trotskismo”, e ovunque in Europa contro gli oppositori di sinistra e di destra, anche il centro italiano recita in pieno la sua parte:

 

“Contro chi è giunto a questo punto non è possibile che una cosa, la lotta, la lotta aperta, senza quartiere, la mobilitazione di tutte le forze del partito e della classe operaia come contro dei traditori del partito e della classe operaia”[24]

 

Del CC dei primi anni, viene “processato” prima il destro Tasca, reo di non essersi allineato con Stalin durante il periodo trascorso a Mosca in qualità di delegato del PCI presso l'Internazionale Comunista. Nel gennaio 1930, seguirà l’espulsione di Bordiga, mentre migliaia di militanti dovranno riparare all’estero (Francia, Belgio) per sfuggire alla polizia fascista. Alcuni di questi, fedeli al programma di Livorno, costituiranno in una riunione segreta nel 1928, a Pantin, nei pressi di Parigi, la Frazione all’estero della Sinistra comunista. Anche il centro dirigente del PCI, decimato dal fascismo fin dal 1926 (sono in carcere Gramsci, Terracini…) si potrà ricostituire solo in Francia attorno a poche decine di militanti, i cui contatti con l'Italia si fanno via via più deboli fino allo scoppio della guerra [25].

Nonostante l’adesione formale alla “teoria del socialfascismo”, l’inizio degli anni Trenta è caratterizzato da una serie di iniziative della direzione stalinizzata del PCI per reclutare adesioni all’interno dei partiti e dei gruppi socialdemocratici, tra i quali il movimento “Giustizia e Libertà” (GL), che si è formato attorno ad un gruppo di intellettuali antifascisti. Al 1931 risale la nascita di una sezione del CC del partito (“Sezione alleati del proletariato”) che valuta le possibilità di azioni comuni nell’ambito di un più largo fronte unico. E’ lo stesso Togliatti a teorizzare queste possibilità, partendo dal presupposto che il proletariato non rappresenti più l’unica classe autenticamente rivoluzionaria.

 

“Il socialismo italiano non è stato solamente proletario. E’ stato anche artigiano e piccolo-borghese, è stato contadino, anti-feudale e anticlericale. E’ stato il risveglio, la rivolta di un popolo intiero contro tutto ciò che lo opprimeva, che lo sfruttava, che gli impediva di vivere: contro il carabiniere e contro l’agente delle imposte, contro il padrone, contro la ipocrisia dei preti e delle monache, contro lo Stato.” [26]

 

Nessuna meraviglia dunque che, nel marzo del 1933, l’Ufficio politico del PCI decida di avanzare al PSI, al PS massimalista e al Partito repubblicano la proposta di creare un fronte unico antifascista. Il PSI non accetta e le trattative proseguono solo col PSI massimalista sulla base di rivendicazioni di carattere immediato (salario, ore di lavoro ecc.).

Il VII Congresso dell’Internazionale Comunista (1934) sancisce la fine ufficiale della “teoria del socialfascismo” e dà inizio (ma, nella realtà sotterranea del PCI, prosegue) alla tattica del “fronte unico antifascista”. I presupposti di questa tattica sono: imminenza della guerra imperialista - guidata dagli angloamericani - contro l'URSS; radicalizzazione della lotta di classe; trasformazione della socialdemocrazia in socialfascismo. Non uno di questi si verificò: la guerra non era poi così imminente e, quando scoppiò, l'imperialismo anglosassone si schierò dalla stessa parte dell'URSS; l’offensiva non fu operaia, ma borghese (piani economici, militarizzazione, distruzione delle organizzazioni operaie); non il socialfascismo, ma il fascismo entrerà negli apparati statali in tutti i paesi sviluppati; esso riesumerà la socialdemocrazia solo a guerra scatenata, o a guerra finita.

 

 

 

7. Dal fronte unico ai fronti popolari

 

Sul fronte interno, tutto il periodo che va dal 1930 allo scoppio della guerra è occupato da una incessante lotta per isolare con le calunnie, e con la forza se necessario, la Sinistra che, nel 1928, si era costituita come Frazione di sinistra del PCd’I.

La nefasta teoria che porterà ai blocchi partigiani e alla totale perdita di autonomia del partito di classe scaturisce dalle indicazioni del III Congresso dell’Internazionale Comunista, che i centristi vollero vedere come un invito a creare alleanze tra partiti “operai” per creare un fronte proletario antiborghese, e dall’interpretazione del fascismo come una parentesi di barbarie contro cui anche la borghesia “progressista” avrebbe lottato all’interno di una coalizione con i partiti operai.

In senso chiaramente antitetico, Prometeo, organo della Frazione all’estero, riportava i seguenti due punti dello statuto del PCd’I di Livorno:

 

“Gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalista.

“ Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione, da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese” [27]

 

E li contrappone ai nuovi programmi del CC del Partito (“La lotta per le rivendicazioni parziali, la lotta per le rivendicazioni democratiche, la lotta per la libertà, si identifica con la lotta per l’abbattimento del fascismo e del regime capitalistico”): un indirizzo, come si vede, che coincide con il programma di transizione di matrice trotzkista, che mescolava parole d’ordine democratiche (definite di “democrazia proletaria”) con altre di colore decisamente premarxista e totalmente erronee nelle realtà di capitalismo avanzato quale era presente nei paesi dell'Europa occidentale e in America (indipendenza nazionale, assemblea costituente rivoluzionaria, separazione della Chiesa dallo Stato ecc.) e che sarà alla base della definitiva separazione tra la Frazione e i movimenti trotzkisti nell’analisi sulla questione della guerra di Spagna.

Il 1933 non è solo l’anno in cui Hitler è nominato cancelliere. E’ l’anno del New Deal, della rimilitarizzazione di Germania e Unione Sovietica, delle misure internazionali (fascistizzazione) atte a uscire dalla crisi del capitale industriale e finanziario con l’unico mezzo noto al capitalismo: il massacro mondiale. La “questione spagnola” venne a risolvere definitivamente anche gli equivoci sorti all'interno dei movimenti all'opposizione, relegando definitivamente nella loro funzione di traditori i partiti stalinizzati e pronti a qualsiasi genuflessione di fronte alla ragion di stato sovietica.[28]

La caduta del lungo governo de Rivera (1923-1930, dittatoriale fin che si vuole, ma appoggiato dai socialisti di Largo Caballero), la conseguente abdicazione di Alfonso XIII e la nascita della repubblica avevano trovato un Partito comunista (stalinizzato) completamente sbandato e perfettamente allineato sulle posizioni dell'Internazionale Comunista (parola d'ordine del “governo operaio e contadino”).

La neonata repubblica, ben decisa a difendere con i denti le proprie posizioni di classe, represse in modo ferreo e sanguinoso gli scioperi che, per tutto il 1931, la fecero tremare. Ciò nonostante, l’Opposizione trotzkista non cessò di esortare il proletariato a sostenere il nuovo parlamento e, ben lungi dal dichiarare guerra spietata al nemico, predicò il sostegno della repubblica, a condizione di liberare una volta per sempre “tutta la società dalle immondizie del feudalesimo”, ed agitando nel modo più vigoroso rivendicazioni di carattere transitorio [29]. Proprio su queste direttive avvenne la rottura tra la Sinistra “italiana” e il trotzkismo, sancita definitivamente dalla “politica dell’entrismo” (compito dei rivoluzionari espulsi dai partiti stalinizzati sarebbe stato quello di entrare nei partiti socialisti, allo scopo di recuperare un contatto con le masse). La polemica, tuttavia, doveva farsi ancora più aspra nel corso degli avvenimenti del 1936 e a proposito dell’interpretazione della natura dell’Unione Sovietica.[30]

La ripresa delle lotte operaie in Belgio, Francia e Spagna nel corso di quell'anno condusse i partiti comunisti a cercare a tutti i costi un’alleanza con i socialisti, in nome dell'unità antifascista, della “riconciliazione nazionale”, della difesa delle istituzioni democratiche: chi non aderirà a questi principi sarà considerato servo dei padroni, agente di Hitler, e trattato di conseguenza. Il grande corteo che nel luglio 1936 sfilò a Parigi con i capi del PCF, della SFIO (Partito Socialista , sezione francese dell’Internazionale operaia), della CGT (il sindacato “comunista”), chiudendo l'ultimo grande movimento spontaneo di lotta di classe, sancì la vittoria della socialdemocrazia internazionale, che si portava a rimorchio gli entristi trotzkisti convinti ad aderire alla SFIO per “trascinarla in una direzione rivoluzionaria”. Dirà Thorez, segretario del PC francese:

 

"Bisogna saper terminare uno sciopero quando sono state raggiunte le rivendicazioni essenziali. Bisogna anche saper giungere ad un compromesso, per non perdere la propria forza e soprattutto per non favorire la campagna di panico da parte della reazione".[31]

 

E' così che quando, nel luglio del 1936, inizia in Spagna la rivolta dei generali, tutte le forze frontiste internazionali si trovano ideologicamente schierate sul principio della difesa dei “diritti”, della libertà democratica, dell’unità della “sinistra” contro la barbarie fascista. In quell'occasione, si dirà, le masse salvarono la repubblica spagnola: tacendo il fatto che - scrivevamo - questa repubblica non solo nulla aveva di socialista, ma, nonostante “le ardite iniziative periferiche nel campo economico e sociale”, non poteva che “incastrarsi in un’evoluzione controrivoluzionaria perché in nessun momento era stato posto il problema della creazione di una dittatura rivoluzionaria”[32].

Il PCI e in generale tutti i partiti comunisti europei diretti da Mosca spinsero follemente in avanti la causa antifascista, proiettando migliaia di proletari militanti nella guerra per la difesa della “democrazia” contro il fascismo. Invece, la Sinistra, ultima forza rimasta in Europa a difendere la bandiera del marxismo, chiese che fosse posto all'ordine del giorno, non il massacro dei lavoratori che combattevano nell'esercito franchista, ma la fraternizzazione operaia per la lotta contro entrambi gli schieramenti, quello fascista e quello democratico, in nome della rivoluzione comunista. Ma ormai l’ondata della controrivoluzione è inarrestabile. Eppure sono passati solamente vent’anni da Zimmerwald!

In questo frangente, il PCI, perfettamente allineato alla causa della “difesa dell'Urss”, sostiene una volta di più la tesi antifascista della “difesa delle libertà”. In questi termini, l’intervento nelle Brigate Internazionali fu solo la conferma che, per questo partito, ogni rivendicazione di classe era tramontata e che il suo ruolo storico stava ormai solo nell'impedire ogni forma di riarmo teorico e militare del proletariato. Così, mentre in Russia si celebrano i processi che eliminano fisicamente la generazione della Rivoluzione d'Ottobre, prosegue accanita per tutti gli anni Trenta la lotta contro la Frazione, considerata un tutt’uno con l’opposizione trotzkista. Secondo Togliatti, ad esempio,

 

“Bordiga vive oggi tranquillo in Italia come una canaglia trotskista, protetto dalla polizia e dai fascisti, odiato dagli operai come deve essere odiato un traditore”[33]

 

Mentre i quadri dirigenti e gli organi di stampa si affannano a escogitare gli insulti e le calunnie peggiori nei confronti di ex compagni di partito [34], i principali dirigenti del partito varano nel 1935 quella che appare una “politica di riconciliazione nazionale” [35]. Mentre alcuni si dichiarano disponibili alla partecipazione ad un governo atto a difendere le “libertà popolari”, a “reprimere ogni ritorno offensivo del fascismo” [36], Togliatti spiega ciò che bisogna intendere per “fronte popolare”: l’unione di tutte le correnti di opposizione al fascismo, esterne od interne ad esso. Il ruolo della classe operaia sarà d’ora innanzi quello di “guida della rivoluzione popolare antifascista” (Longo), facendo leva, soprattutto, sulla capacità dei dirigenti di “saldare l’opposizione antifascista all’opposizione fascista” (Grieco). Coerentemente con questo programma, nel maggio 1936, al termine della campagna d’Etiopia, si può affermare:

 

“I nostri soldati, le camicie nere, si sono battuti con coraggio, hanno affrontato sacrifici grandissimi... hanno compiuto uno sforzo che dimostra l’alta capacità di abnegazione e di resistenza del nostro popolo magnifico... Hanno combattuto per una causa ingiusta. Sono stati ingannati [...] dal fascismo. Essi hanno creduto di combattere per fare grande, forte e felice il loro paese: e dietro a questo mirabile ideale [!!!], per il quale val bene la pena di spendere anche la vita, migliaia di nostri fratelli sono morti e migliaia sono rimasti storpiati e ammalati per sempre”[37]

 

Non essendoci più limite al tradimento, in nome dell’unità popolare, i quadri dirigenti del PCI decidono di appropriarsi anche dei programmi fascisti della prima ora (definiti “programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori”):

 

“Noi tendiamo la mano ai fascisti nostri fratelli di lavoro e di sofferenze... Noi comunisti vogliamo fare l’Italia forte, libera, felice. La nostra aspirazione è pure la vostra o fascisti, cattolici, uomini italiani di ogni opinione politica, di ogni fede religiosa”[38]

 

Infine, in questo crescendo senza vergogna, nell’agosto del 1936, “Lo Stato Operaio” pubblica l’articolo “Per la salvezza dell’Italia, riconciliazione del popolo italiano!”, tristemente noto come “Appello ai fascisti”. Vi si legge:

 

“Diamoci la mano, figli della Nazione italiana! Diamoci la mano, fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le opinioni. Diamoci la mano, e marciamo fianco a fianco per strappare il diritto di essere dei cittadini di un paese civile quale è il nostro... Unità di tutto il popolo, per la libertà, per la realizzazione del programma fascista del 1919. A te, lavoratore fascista! Noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l’Italia del lavoro e della pace... siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici. A te, lavoratore cattolico! Noi ti diamo la mano perché assieme a te vogliamo lottare per una giustizia più grande, per la pace tra gli uomini, per la libertà”.

 

Come si è visto, la politica del PCI - o, per meglio dire, la politica dei pochi dirigenti che all'estero hanno ricostruito il CC di origine gramsciana - si è tutta fedelmente orientata in base alle decisioni dell'Internazionale Comunista moscovita, sia per quanto riguarda la lotta contro le opposizioni di sinistra, sia per quanto riguarda la teoria del socialfascismo e la successiva svolta ispirata ai fronti popolari, alla difesa delle forme democratiche dello Stato borghese [39] e infine, esplicitamente, all’eventuale uso di tutte le forme legali offerte dallo stato fascista allo scopo di mobilitare anche i “fratelli in camicia nera”. In questo senso il PCI, privo di contatti con la base comunista completamente all'oscuro di quanto avviene sull'asse stalinista Parigi (CC del PCI)-Mosca (Togliatti), potrà firmare nel 1937 la tanto auspicata Carta di unità d'azione con il PSI, con l’obiettivo di suscitare una lotta di popolo che possa utilizzare “a tal fine anche tutte le possibilità legali del regime fascista”.

Le successive capriole della direzione, che dovrà allinearsi alle strategie politico-militari del paese-guida (con la firma, nell’agosto del 1939, del patto di non aggressione con Hitler), [40] non meritano di essere ulteriormente commentate. Semplicemente, tutto ciò dimostra come da lungo tempo il PCI avesse perso il diritto di presentarsi come guida rivoluzionaria. E come, anzi, abbia usurpato il titolo di “comunista” avendo tradito, del comunismo e dell'azione rivoluzionaria, le fondamenta teoriche sul piano dei principi e dei fini, schierandosi apertamente nelle coalizioni antifasciste socialdemocratiche e diventando, di fatto, il puntello di cui si servirà la borghesia italiana, nel dopoguerra, per far fronte all'inevitabile crescita del movimento di classe.

In questo senso, noi vediamo un medesimo filo che unisce la tattica del “fronte unico antifascista” quale si manifesta chiaramente già nella prima metà degli anni Venti, e quella delle coalizioni con partiti borghesi o piccolo-borghesi in Cina, Germania, Francia, Spagna, che sfocerà più tardi necessariamente nella costituzione dei blocchi partigiani e, quindi, nella aperta e dichiarata difesa di uno dei due schieramenti imperialisti (e, dal punto di vista di una futura ripresa della lotta di classe, il peggiore[41]) nel secondo massacro mondiale.

Questa tattica, che nulla ha da spartire con il cammino della rivoluzione comunista, sta ben calata all'interno della disastrosa teoria del “socialismo in un solo paese” e della difesa del “paese-guida”. L'aver piegato il proletariato europeo agli interessi militari e diplomatici di una Unione Sovietica nella quale i piani quinquennali celebravano i saturnali dell'accumulazione capitalistica a suon di record di tassi di incremento industriale, sottoponendo alla sferza di massacranti ritmi di lavoro il proletariato protagonista della più grande rivoluzione dei tempi moderni: questo fu il risultato della politica dei partiti stalinizzati di tutta Europa.

Per queste stesse ragioni, la Sinistra “italiana” non poté che rifiutare ogni forma di rimescolamento con i gruppi che, fin dall'inizio degli anni Trenta, un militante della statura di Trotzky cercava di far convergere in uno sforzo di volontarismo organizzativo destinato, come la storia già aveva insegnato, al più amaro fallimento. Anche con questi gruppi, che si arrogheranno il titolo di IV Internazionale nel momento in cui predicheranno ai quattro venti la politica entrista del noyautage con i socialisti, nel disperato tentativo di non perdere il contatto con le masse, la Sinistra “italiana” non potrà che tagliare ogni legame. E peggio sarà, per questi gruppi, la prospettiva della guerra incombente quando, invece di esprimere alle masse operaie un programma chiaro e definito, costoro esorteranno alla difesa incondizionata dell’URSS, venendosi di fatto a schierare con il fronte delle democrazie alleate e abbandonando la grande tradizione zimmerwaldiana del disfattismo rivoluzionario.[42]

 

 

8. La guerra.

 

Quando, il 23 agosto 1939, fu firmato il trattato di non-aggressione tra Urss e Germania, nel piccolo gruppo di dirigenti del PCI all'estero la reazione fu inizialmente di sorpresa. Poi, però, seguì rapidamente un allineamento totale [43]. D’improvviso si passa dalla lotta per la difesa della democrazia contro il fascismo alla teoria dell'equidistanza tra blocchi imperialisti in lotta tra loro; e tuttavia, i dirigenti del PCI continuano a mantenere un atteggiamento di denuncia del fascismo come principale nemico. Scrive per esempio Togliatti da Basilea, il 29 agosto 1939:

 

Se, malgrado tutto, vi sarà la guerra, combatteremo con tutti i mezzi e con tutte le forze… perché dalla guerra esca la disfatta del fascismo […] Per raggiungere questo scopo approfitteremo di tutte le possibilità che ci saranno offerte, entrando, se occorre, nell'esercito francese, per combattere contro i fascisti e aiutare a sconfiggerli. [44]

 

Vi è dunque una coerente linearità di fondo nella politica del PCI da quando - a partire dal 1926 - i dirigenti del partito si schierano sul fronte antifascista. La posizione chiaramente espressa, gabellata come “disfattismo rivoluzionario”, è ribadita da Togliatti l'anno dopo, quando ormai anche l’Italia è entrata in guerra:

 

I comunisti si rivolgono agli operai […] sotto le armi e dicono loro: “tenete salde le armi nelle vostre mani, non le abbandonate fino a quando non avrete cacciato la plutocrazia fascista, fino a quando non avrete ridato al Paese la pace e la libertà”.[45]

 

Non fa qui conto di tracciare in dettaglio i tentativi di riorganizzazione dei quadri del partito in Italia. Nei primi due anni di guerra, alcuni dirigenti cercheranno di rimpatriare clandestinamente dalla Francia, altri nuclei si formeranno nelle prigioni e al confino, costituendo gruppi di potere spietatamente ostili nei confronti di tutti i comunisti imprigionati ma fedeli ancora, a distanza di quasi vent'anni, ai programmi e alle direttive del partito di Livorno.

Resta l’amaro bilancio di un partito che cerca di riorganizzarsi di fronte al massacro della guerra sulle traditrici formule della difesa della patria, della lotta per l’indipendenza nazionale, per le libertà democratiche, per l’antifascismo. Sul piano tattico, tutto ciò non potrà che tradursi nella costituzione dei blocchi partigiani e nel definitivo abbandono dell’internazionalismo proletario, del disfattismo e della ripresa della autonoma lotta di classe per il rovesciamento del capitalismo internazionale.

Quando, il 25 luglio 1943[46], il grande capitale italiano decide che è venuto il momento di liquidare il fascismo per tradire gli alleati del giorno prima, non lo farà in nome della pace e della neutralità, ma per proseguire la guerra alle condizioni più vantaggiose sotto la bandiera della democrazia. Tuttavia, prima di operare il voltafaccia, è necessario dimostrare al proletariato che il padrone è sempre lo stesso, sotto la veste fascista o democratica poco importa. Per sedare ogni sintomo di istintiva rivolta operaia alla caduta del regime, il democratico governo Badoglio, chiamato a sostituire il Gran Consiglio Fascista, si rende responsabile di un centinaio di morti proletari nei 45 giorni che intercorrono tra il suo inizio e la firma dell’armistizio con gli anglo-americani. Posizione dei centri dirigenti del PCI sarà comunque l’appoggio al governo nella misura in cui romperà ogni accordo militare con la Germania schierandosi con il capitale occidentale: “La guerra contro i paesi democratici, contro l'Inghilterra, gli USA, la Russia, è la guerra del fascismo ed esclusivamente del fascismo. Essa non è mai stata e non potrà mai essere una guerra dell’Italia, una guerra della nazione”.[47] E quando infine, dopo l’8 settembre, la firma dell’armistizio e la fuga di re e governo creeranno condizioni favorevoli per il rilancio di direttive rivoluzionarie, il PCI, conseguentemente alla decennale attività di falsificazione del marxismo, esigerà invece una pronta adesione alla lotta militare di stato contro stato, fianco a fianco con piccola, media e grande borghesia locale e sotto le bandiere alleate. “La dichiarazione di guerra alla Germania […] permetterà di regolare e stabilire su una base di lealtà e di reciproca fiducia i rapporti tra l’Italia e gli altri paesi che conducono la lotta per debellare l'imperialismo tedesco […] Per questo il nostro governo non deve più esitare. Dichiari la guerra ai tedeschi, prenda nelle sue mani con energia e audacia la sacra bandiera della guerra per l’indipendenza nazionale, e tutta l’Italia, consapevole del suo dovere, marcerà al combattimento”.[48] In condizioni analoghe, alla vigilia dell'intervento italiano nel primo conflitto mondiale, la Sinistra non ebbe esitazione alcuna a ribadire la propria fedeltà al programma rivoluzionario: “Noi non eravamo né neutralisti né pacifisti, né credevamo possibile come punto di arrivo programmatico la pace permanente fra gli Stati. Noi deploravamo il disarmo della lotta di classe, della guerra di classe, per far largo alla guerra nazionale. La nostra alternativa non era: non sospendere la lotta di classe legalitaria, ma: combattere nella direzione della guerra rivoluzionaria proletaria che sola avrebbe un giorno ucciso le radici delle guerre tra i popoli. Noi eravamo i veri interventisti di classe, interventisti della rivoluzione”. [49]

La II Guerra Mondiale costò al proletariato italiano alcuni milioni di morti. Mandati al macello in Africa, in Russia, nei Balcani, questi operai e contadini in divisa, senza alcuna direttiva classista da parte del PCI, non poterono opporre il disfattismo rivoluzionario alla propria borghesia. L’unica voce coerentemente marxista [50] che si levò in piena guerra fu quella del Partito Comunista Internazionalista che, costituitosi nell’Italia settentrionale nel 1942 come centro di raccordo tra la Frazione all'estero e i gruppi sopravvissuti in Italia al ventennio fascista, additava fin dal primo numero del suo periodico Prometeo (1 novembre 1943) l'invariata via rivoluzionaria alla guerra imperialista, invitando il proletariato di ogni nazione

 

a porre sul piano ideologico e quindi politico la definizione di entrambi i belligeranti come facce diverse di una stessa realtà borghese, da combattere entrambi perché intimamente legati, ad onta delle apparenze, alla stessa ferrea legge della conservazione del privilegio capitalista.

 

La storiografia del PCI si compiace di definire il ritorno di Togliatti in Italia, nel marzo del 1944, come l'evento (la “svolta di Salerno”) destinato a modificare e indirizzare verso nuove e originali strategie la politica del partito. Nel frattempo, l’Urss ha ristabilito le relazioni diplomatiche con il governo Badoglio, ed è chiaro che l’arrivo del dirigente stalinista (salutato come “il solo veggente tra coloro che vanno alla cieca”, o come “un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo”, perfino da vecchi arnesi socialisti) è stato concordato con i plenipotenziari politici e militari alleati, che riconoscono perfettamente nel PCI il partito che, nel difficile dopoguerra, potrà guidare l’Italia, monarchica o repubblicana poco importa [51], alla ricostruzione dell’economia sulla pelle operaia.

Quest’individuo, interventista della prima ora nel 1915, alleato dopo la scissione di Livorno ora con la Sinistra ora con i centristi a seconda delle proprie convenienze, falsificatore di documenti del proprio partito e di suoi compagni incarcerati, pronto a piegarsi a qualunque compromesso con i suoi superiori che gli dettano ordini (Stalin in persona o, in alternativa, Dimitrov o Manuilskij), probabilmente responsabile diretto o indiretto della morte di centinaia di comunisti italiani esuli in Russia e finiti nel Gulag sovietico, è lo specchio fedele della controrivoluzione internazionale, nella sua versione italiana. A scanso di equivoci, sarà bene ricordare che Togliatti non era quel “capo illuminato” che dipingono i suoi dipendenti servili nel PCI. Le sue “teorie” politiche non formano affatto “un discorso continuo, serrato, coerente che è rivolto […] ad illuminare e ad approfondire, a difensere e ad affermare la nostra linea di avanzata democratica al socialismo” che sarebbe poi, sul piano internazionale, la strategia della coesistenza pacifica, della liberazione nazionale e dell’unità “del movimento operaio e rivoluzionario sulla diversità delle vie di lotta e sull’autonomia delle scelte politiche”[52]. La realtà ben nota è che il 4 marzo 1944 costui era ricevuto da Stalin, che gli impartiva la lezione; e il giorno dopo era a rapporto da Dimitrov, al quale esponeva i concetti del Capo: “L’esistenza di due campi (Badoglio – il re e i partiti antifascisti) indebolisce il popolo italiano. Questo è vantaggioso per gli inglesi, che vorrebbero un’Italia debole nel mare Mediterraneo. Se anche nel futuro si protrarrà la lotta tra questi due campi, ciò porterà alla rovina del popolo italiano. Gli interessi del popolo italiano impongono che l’Italia sia forte e abbia un esercito forte”.[53] Qualche giorno dopo il suo sbarco a Napoli, questo traditore del proletariato internazionale tenne un discorso osannato, nell'immediato, dai suoi compagni di partito e, in seguito, da tutti gli storici democratici di qualsiasi tendenza politica. Dopo aver sdegnosamente respinto l’accusa che i comunisti siano nemici della proprietà, fautori della violenza, nemici della famiglia, o disfattisti, costui proseguiva:

 

Io sfido chiunque [...] a trovare un solo atto del nostro partito [NdR: evidentemente parla del suo partito, che non ha nulla da spartire con quello fondato a Livorno nel 1921!] il quale sia stato in contrasto o abbia nuociuto agli interessi della nazione [...] La bandiera degli interessi nazionali, che il fascismo ha trascinato nel fango e tradito, noi la raccogliamo e la facciamo nostra. [54]

 

Non poteva mancare (coscienza poco tranquilla?) il solito richiamo di circostanza ai Maestri (fondatori - si tenga bene a mente! - della I, della II e della III Internazionale). Ma ecco in che termini:

 

Siamo nella linea della dottrina e delle tradizioni di Marx e di Engels, i quali mai rinnegarono gli interessi della loro nazione [!!], sempre li difesero [!!], tanto contro l’aggressore e invasore straniero, quanto contro i gruppi reazionari che li calpestavano. Siamo nella linea del grande Lenin, il quale affermava di sentire in sé l’orgoglio del russo [!!!], rivendicava al proprio partito di continuare tutte le tradizioni del pensiero liberale [!!!] e democratico [!!!] russo.

 

E comunque, a scanso di equivoci (poiché di teste calde ce n’è sempre troppe...) sentenziava che

 

oggi non si pone agli operai italiani il problema di fare ciò [NdR: si osservi la delicatezza: il termine “rivoluzione” non va neppure pronunciato!] che è stato fatto in Russia [...] Guai se la classe operaia, oggi, non adempisse a questa sua funzione nazionale [...] L’obiettivo che noi proporremo al popolo italiano di realizzare, finita la guerra, sarà quello di creare in Italia un regime democratico e progressivo [...] Convocata, domani, un’assemblea nazionale costituente [come si ricorderà, in questa formula è concentrato il programma del partito di Gramsci già nel 1925, ndr], proporremo al popolo di fare dell’Italia una repubblica democratica, con una Costituzione la quale garantisca a tutti gli italiani tutte le libertà: la libertà di pensiero e quella di parola; la libertà di stampa, di associazione e di riunione; la libertà di religione e di culto; e la libertà della piccola e della media proprietà di svilupparsi senza essere schiacciata dai gruppi avidi ed egoisti della plutocrazia, cioè del grande capitalismo monopolistico.

 

Se tuttavia, infine, qualcuno non avesse ancora capito e si chiedesse che cosa ne è del programma storico del marxismo, allora contro costui non si potrà transigere:

 

Il nostro partito può adempiere ai propri compiti soltanto nella misura in cui esso è unito e disciplinato [...] Siate vigilanti. Siate disciplinati [...] Abbiate sempre gli occhi aperti per scoprire e cacciare colui che vuole intrufolarsi nelle nostre file per gettarvi la discordia, per disgregarle. Quasi sempre vi accorgerete che egli è un agente del nemico. Smascherate senza pietà il provocatore, il disgregatore, il corruttore [55].

 

Mentre i proletari italiani erano invitati a schierarsi sotto la bandiera anglosassone nei reparti partigiani contro i tedeschi, la caccia all’oppositore dava i suoi frutti, con l’assassinio di valorosi compagni presentati nella stampa “comunista” come “agenti del nemico truccati con berretto estremista [...] tenitori di tabarins e di bische clandestine [...] setta di rivoluzionari da strapazzo e visionari dogmatici [trasformati] in agenzia criminale e senza scrupoli di nemici della rivoluzione [...] agenti dell'OVRA e della Gestapo [...] accolita di avventurieri che hanno fatto dell'anticomunismo il proprio cavallo di battaglia”[56]. Liquidando ogni opposizione operaia, accordandosi con i partiti cattolici e spegnendo sul nascere ogni tentativo spontaneo di rivolta, il PCI si apprestava a diventare partito di governo, partecipando alla stesura della Costituzione italiana[57] e mandando il suo uomo più rappresentativo, Palmiro Togliatti, a fare il Ministro di Grazia e Giustizia due volte sotto il re, la terza con un presidente della Repubblica. In tal veste, nel giugno del 1946, egli firmerà un decreto di amnistia per reati politici in termini tali “che” scrive un noto giornalista biografo di Togliatti “tutti i boia della repubblica di Salò, tutti i torturatori di partigiani, vengono messi in libertà”. [58]

 

9. Cenni sul secondo dopoguerra.

 

Nel 1947, PCI e PSI realizzano finalmente ciò che non erano riusciti a concretizzare sotto il fascismo, cioè il patto di unità di azione. Questa “alleanza” ha lo scopo di impedire la rinascita di un movimento autonomo di classe in una situazione post-bellica potenzialmente pericolosa da un punto di vista sociale per la nuova organizzazione politica che si dà la borghesia italiana. Essa durerà fino al XX Congresso del PCUS quando, con le “rivelazioni” del famoso “rapporto segreto” di Krusciov, gli ex-alleati socialisti, fiutando l'aria sfavorevole per le manovre elettorali, preferiranno girare la schiena al partito di Togliatti per formare una coalizione di centro-sinistra. In questa occasione, il PCI esporrà la tesi della “via italiana al socialismo”, già formulata nel 1947 ma ora meglio accreditata per tamponare le perdite di quadri e di voti sotto l’incalzare di clamorose rivolte antisovietiche (nel giugno del 1956 l’insurrezione a Poznan, in Polonia; nell’ottobre dello stesso anno, i fatti di Ungheria). In questo contesto si realizza quella che sembrò allora una sterzata nella direzione: l'accantonamento (iniziato nel 1955) della cosiddetta “sinistra” del partito (vecchi partigiani stalinisti cui piaceva esibire il fucile, ma in nome della lotta antifascista interclassista) a favore di una “destra” democratica sufficientemente abile da consentire nel modo più indolore possibile il processo di destalinizzazione. Ben si intende che l’elemento comune di questi schieramenti, al di là della prosa fiorita e talora truculenta di cui si ammantarono le polemiche tra i loro rappresentanti, è l’atteggiamento completamente interclassista che animò sinceramente i primi nell’alleanza antifascista, i secondi nell’alleanza con la democrazia cristiana e che, a tempi lunghi, finirà per portarli all’agognato governo.

Gli anni Sessanta sono quelli del “miracolo economico” e della teoria kruscioviana, prontamente adottata dal PCI, della coesistenza pacifica. Si tratta dell’inizio del ciclo di accumulazione postbellico e quindi della crescita di forme rivendicative sempre più violente e frequenti a causa dei bassi salari e della disoccupazione di massa. Quel periodo vede nascere all’interno del PCI ma su posizioni critiche numerosi movimenti che rivendicano un ritorno al marxismo. Tuttavia essi o non sfuggono allo spontaneismo e all’immediatismo operaista, rifacendosi anche al consiliarismo degli anni Venti (Quaderni rossi), o rivelano un atteggiamento intellettualistico ed idealistico di “liberazione culturale” come preliminare a una futura azione politica (Quaderni piacentini); mentre vecchi arnesi stalinisti scelgono opportunamente il silenzio.[59] La reazione del centro dirigente del PCI, nei confronti di questi ed altri gruppi dissidenti, sarà inizialmente di cautela e di permissività, mentre diventerà di intransigenza nel momento in cui si manifesteranno, dopo il Sessantotto, le prime forme di terrorismo. Di fronte a questo tipo di lotta, il PCI non esiterà a procedere a centinaia di denunce ai servizi di sicurezza dello Stato a carico di propri iscritti [60] ed utilizzando appieno le proprie reti informative all'interno delle fabbriche. Nel frattempo, Berlinguer, segretario del partito dal 1972 al 1984, elabora la teoria del “compromesso storico”. Questa sancisce l’alleanza non più con i socialisti ma direttamente con la Democrazia Cristiana, al potere dal dopoguerra. In questo modo spalancherà le porte alla coalizione governativa dopo aver finalmente rinunciato al nome, usurpato per decenni, di Partito Comunista (si chiamerà infatti, dal 1991, Partito Democratico della Sinistra).

Seguire passo dopo passo le contorsioni teoriche del PCI nell’ultimo ventennio della sua vita non può essere oggetto di analisi in questa sede. Basti dire che la strategia di questo partito, impostata sul “compromesso storico”, verrà parzialmente modificata tra gli anni '76 e '79, quando si formeranno governi di coalizione senza “comunisti”, ma con il loro appoggio esterno, nel concetto di “governo di solidarietà democratica” che infine, all’inizio degli anni ‘80, si trasforma in “alternativa democratica”. Al di là di questi sofismi lessicali, come si è visto, tutta la politica del PCI nel secondo dopoguerra è stata improntata alla solidarietà nazionale, secondo una prassi assolutamente invariante che risale, nell’immediato, a Salerno, ma affonda le proprie radici nelle deviazioni gramsciane del 1924 (“assemblea costituente”). La strategia del partito di Berlinguer, in particolare, fu dettata da quelle che la borghesia italiana ha considerato condizioni di emergenza: la recessione internazionale prima, con le dure condizioni poste dal FMI per la concessione di prestiti; poi, e in conseguenza di ciò, l’esaurimento delle riserve monetarie (inizi 1976). Il PCI scende in campo con il peso dei suoi elettori, allo scopo dichiarato di rilanciare l’economia facendosi garante dell'ordine pubblico e sociale a fronte della “politica di sacrifici” imposti al proletariato in condizioni di “emergenza”. Sarà, in Italia come in tutta Europa, la politica economica del deficit spending, appoggiata e sostenuta dai nazionalcomunisti schierati a difesa dell’economia nazionale. La scomparsa anche formale di questo partito, che abbandona, oltre al nome, anche il proprio ruolo di agente antiproletario ai due partiti che se ne contendono i voti, quello stalinista nostalgico (il PC d’Italia di Cossutta) e quello democratico pluralista (Rifondazione comunista di Bertinotti) non è che la legittima conclusione di un processo di decomposizione durato quanto la borghesia italiana ha ritenuto necessario ai propri fini di stabilizzazione sociale.

 

10. Conclusioni.

 

Nel ripercorrere la storia del PCI, sono presenti dunque una prima fase di sistemazione teorica ed organizzativa in regola con le tradizioni del marxismo rivoluzionario internazionale e un momento di rottura, che poniamo al 1923 non tanto per il fatto che la direzione che l’aveva guidato dal momento della fondazione venga sostituita in blocco dall’Internazionale Comunista, quanto perché da allora iniziò a svilupparsi, sotto pretesti tattici, la strategia delle alleanze e dei contorcimenti organizzativi su scala internazionale e non solo italiana. Tale strategia avrebbe dovuto recuperare in maniera volontaristica una forza attrattiva sulle masse che ormai, dopo anni di guerra, dopo la sconfitta dolorosa del “biennio rosso” 1919-20 e dopo l’avanzata controrivoluzionaria della borghesia in veste fascista, aveva perso lo slancio generoso e classista. La battaglia che la Sinistra condusse in difesa della dottrina rivoluzionaria fino al periodo (1928-30) delle espulsioni non poté e non volle prospettarsi se non sul piano internazionale e non solo su quello meschinamente italiano. Questa battaglia non poteva sperare di salvare la struttura organizzativa, nel momento in cui sul movimento operaio si abbattevano l’ondata degenerativa nell’Unione Sovietica e quella repressiva fascista in Germania e in Italia, trascinando nel vortice opportunista, in nome della difesa nazionale, ciò che restava delle vecchie organizzazioni operaie e dei loro militanti. Ed infatti fu ribadito fin dal 1926 che ogni tentativo di opporsi alla bufera per mezzo di espedienti organizzativi (fusioni temporanee di piccole organizzazioni di opposizione, manovre frazionistiche) era destinato all’insuccesso, e che si doveva al contrario e urgentemente metter mano a “un lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti traversate dal Comintern” [61].

Coloro che da allora e fino allo scoppio della guerra - e furono la maggioranza - preferirono inabissarsi nei vortici del “socialismo in un solo paese”, della lotta antifascista, del blocco delle classi, dei “patti di azione”, finiranno necessariamente col predicare al proletariato la difesa della patria, fino a cercare alleanze con cattolici e fascisti, con contadini e piccola borghesia. A guerra finita, saranno costoro ad orchestrare la “ricostruzione”, a ribadire la propria vocazione patriottica, ben collegata al liberalismo e all’idealismo risorgimentale, “in difesa della pace e dello sviluppo”.

E finalmente, che tutto ciò non abbia da lungo pezzo più nulla da spartire con il marxismo verrà riconosciuto dai successori di Togliatti, dai Longo e dai Berlinguer degli anni ‘70 e ‘80, quando la concezione del marxismo come “storicismo assoluto”, vale a dire come forma storicamente transitoria e oggi largamente superata dalla realtà, ricongiungerà costoro anche formalmente alla Filosofia dello Spirito di Benedetto Croce e all'idealismo mascherato di Antonio Gramsci [62], senza che peraltro essi siano in grado di farne una applicazione in qualche modo coerente come fu – bisogna dargliene atto - quella del fondatore dell'ordinovismo.

 

Note


 

[15] Se ne veda un esauriente commento nell'articolo “Lo sciopero generale inglese del 1926”, il programma comunista, n. 11, 1996.

[16] Ci riferiamo in particolare ai due fondamentali articoli di A. Bordiga: “Il pericolo opportunista e l'Internazionale”, l'Unità, 30 settembre 1925; e “La politica dell'Internazionale”, l'Unità, 15 ottobre 1925.

[17] Cit. in G. Berti, I primi dieci anni di vita del PCI, Annali, anno Ottavo, Feltrinelli, 1966, pag. 325.

[18] "Sulla tattica comunista nella rivoluzione cinese", Lo Stato operaio, n. 5, luglio 1927. Si noti che i massacri sono avvenuti nell’aprile di quello stesso anno!

[19] Così scrive Togliatti in una lettera indirizzata a Germanetto, un dirigente del PCI in esilio a Parigi, cit. in A. Agosti, Palmiro Togliatti, UTET, Torino, pag. 125.

[20] P.Togliatti, “Rottura necessaria”, in Lo Stato operaio, 14 novembre 1928.

[21] Al riguardo si potrà consultare il volume di M. Franzinelli, I tentacoli dell'Ovra, Ed. Bollati-Boringhieri, Torino 1999.

[22] A. Agosti, Togliatti, cit, pag. 136.

[23] Cfr. P. Spriano, Storia del PCI, vol. I, pag. 455: “perquisizione immediata [...] abbattere senz’altro coloro che indeboliscono la nostra compagine”.

[24] “Verbale CC PCI”, 9 giugno 1930, cit. in P. Spriano, Storia del PCI, II, pag. 259, nota 3.

[25] Sui gruppi di fuorusciti in Belgio durante il fascismo, cfr. A. Morelli, Fascismo e antifascismo nell'emigrazione italiana in Belgio (1922-1940), ed. Bonacci, Roma.

[26] P. Togliatti (Ercoli), Prefazione a G. Germanetto, Memorie di un barbiere, Ed. E.GI.TI., Roma, 1931.

[27] Prometeo, n. 8, 15 ottobre 1928.

[28] Sulla guerra tra franchisti e repubblicani in Spagna, oltre al già citato Vercesi (“La tattica del Comintern dal 1926 al 1940”, Prometeo, n. 2-3-4-6-7-8), si può consultare A. Guillamón Iborra, I bordighisti nella guerra civile spagnola, Quaderni del Centro Studi “Pietro Tresso”, n. 27.

[29] Cfr. Trotzky, La rivoluzione spagnola e i pericoli che la minacciano, maggio 1931.

[30] Una serrata analisi della politica dell'Internazionale e una quanto meno embrionale analisi critica delle forme economiche e sociali in atto nell'Unione Sovietica (analisi totalmente divergente da quelle compiute alla stessa epoca da altri gruppi di opposizione) vengono elaborate dalla Frazione di sinistra fin dal 1934 e pubblicate su Bilan, che era l'organo in lingua francese della Frazione. Si veda l'articolo “Partito Internazionale Stato” in A. Giasanti (a cura di), Rivoluzione e reazione, ed. Giuffrè, Milano 1983.

[31] La citazione, con una piccola modifica, è ripresa da Vercesi, “La tattica del Comintern”, Prometeo, n. 8, 1947.

[32] Vercesi, “La tattica del Comintern”, Prometeo, n. 7, pag.317-18, 1947. Il PCF assolse perfettamente alla sua funzione di pacificatore sociale, tra l'altro definendo “hitleriani” i pochi operai che in quell'occasione si schierarono apertamente su una posizione di lotta rivoluzionaria.

[33] Lo Stato Operaio, n. 5-6, maggio-giugno 1937. Invece, per Sereni, Bordiga “divenendo una spia e un agente al servizio del fascismo […] non ha fatto altro che seguire l'onorata carriera del guappo, del camorrista”: Lo Stato Operaio n. 11, 15 giugno 1938.

[34] Alcuni esempi: in Italia vi è solo “qualche criccarella che sotto l’etichetta trotzkista o bordighiana, spesso in legame con elementi sospetti, cerca di disgregare il partito” (l’Unità n.3, febbraio 1933); “è urgente che gli operai d’avanguardia liquidino definitivamente il colpevole liberalismo che ancora permette agli agenti bordighisti e trotzkisti del fascismo di infiltrarsi tra gli operai” (Lo Stato Operaio, n. 11, 15 giugno 1938). Esiste poi una documentazione abbastanza ampia, anche se certamente incompleta, sulle persecuzioni degli oppositori italiani di sinistra in Unione Sovietica negli anni Trenta: dalle prime timide ammissioni da parte PCI successive al XX Congresso del PCUS (cfr. R. Mieli, Togliatti 1937, Rizzoli 1964), si passa, tra gli altri, a R. Caccavale, La speranza Stalin (Ed. Valerio Levi, Roma 1989), a F. Bigazzi e G. Lehner (a cura di), Dialoghi del terrore (Ed.. Ponte alle Grazie, Firenze 1991) e infine a E. Dundovich, Tra esilio e castigo (Carocci, Roma 1998).

[35] A.Agosti, Palmiro Togliatti, cit., pag. 202.

[36] Ibid., 203.

[37] In “Lo Stato Operaio”, n.5, maggio 1936.

[38] Ibid., n. 6, giugno 1936.

[39] In Spagna, ciò avveniva con il pretesto della difesa dello stato repubblicano; in Italia, accantonando per certi periodi - in polemica con GL - l'idea della repubblica democratica solo per accogliere quella gramsciana dell'Assemblea costituente che, con le parole di Di Vittorio, “non preclude la strada ad elementi cattolici e monarchici”.

[40] Queste capriole porteranno all'espulsione di alcuni dirigenti (Terracini, Ravera), all'allontanamento di altri (Valiani) e alla rottura del fronte con socialisti e liberali.

[41] La storia dell’ultimo mezzo secolo ha dimostrato l’esattezza delle nostre analisi di allora: da un punto di vista di una ripresa della lotta di classe il campo vincitore è stato il peggiore.

I rapporti di forza che si sono formati sul piano internazionale dopo la seconda guerra mondiale, con la vittoria delle democrazie occidentali, ci sono stati estremamente sfavorevoli. La politica delle potenze vincitrici, dietro l’ipocrisia di libere elezioni, di liberi parlamenti, di liberi dibattiti di opinioni, cela ovunque la realtà della vittoria del fascismo. Il fascismo è nato in regimi totalitari (Italia, Germania) e, con la sconfitta militare di questi, è penetrato nella gestione dell’apparato economico, giuridico, amministrativo delle borghesie “democratiche”. Esso è lo scheletro del moderno imperialismo, caratterizzato dalla concentrazione monopolistica dell’economia, dalla apparenze, dunque, l’epoca del liberalismo e della democrazia è chiusa e tutte le rivendicazioni pianificazione a grande scala e diretta dai centri statali. Lo stato politico, che nell’accezione marxista era il comitato di interessi della classe borghese e li tutelava come organo di governo e di polizia, diviene sempre più un organo di controllo e infine di gestione diretta dell’economia.

Basandosi su un consenso strappato alle masse con la forza persuasiva dell’opportunismo sindacale, delle istituzioni ideologiche onnipresenti e onnipotenti (giornali, scuole, istituti di cultura ecc.), questo sistema conduce alle più spietate forme di oppressione e controllo sociale. Nonostante le democratiche, che due secoli fa furono autenticamente rivoluzionarie, ma contro la società feudale, hanno oggi un contenuto reazionario e conservatore, contro la futura società comunista.

[42] Sui rapporti tra la Frazione di sinistra in esilio, Trotzky e il trotzkismo, si vedano tra gli altri “Trotsky et la Gauche italienne”, Programme Communiste, n. 51-52, aprile-settembre 1971; e “Trotsky, la Fraction de Gauche du PC d'Italie et les ‘mots d'ordre démocratiques’”, Programme Communiste, n. 84-85, ottobre 1980-marzo 1981.

[43] A. Peregalli, Il patto Hitler-Stalin e la spartizione della Polonia. Ed. erre emme, Roma 1989, pag. 145.

[44] Cit. in P. Spriano, Storia del Pci, cit., vol. IV, pag. 16.

[45] “Lettere di Spartaco”, sett. 1940, cit. in ... .

[46] La caduta di Mussolini fu concordata da ampi settori della borghesia “fascista” e dell'esercito, e votata democraticamente dal Gran Consiglio Fascista il 24 luglio 1943. Proposte di rimuovere Mussolini erano state discusse anche con gli ex-nemici e neo-alleati anglo-francesi. Con l'arresto del Duce, furono sciolti il Partito nazionale fascista, il Tribunale speciale, lo stesso Gran Consiglio, cioè le strutture più appariscenti del regime. Ma le alte cariche politiche, amministrative, economiche rimasero al loro posto trasformando il rozzo fascismo “plebeo” d'anteguerra in un regime autoritario altrettanto spietato nella repressione antioperaia, come dimostrerà la storia dei mesi successivi.

[47] P. Togliatti, “Alla lotta, alle armi, per la formazione di un governo nazionale provvisorio di pace”, 3 agosto 1943. Da Radio Milano-Libertà, Ed. Rinascita 1974.

[48] P. Togliatti, “La nazione chiede al nostro governo una vera e formale dichiarazione di guerra alla Germania”, 15 settembre 1943, ibid..

[49] Storia della sinistra comunista, vol. I, Ed. Il programma comunista, Milano 1964, p. 97.

[50] Sulle posizioni teoriche espresse da diversi gruppi di opposizione, organizzati in Italia durante le II Guerra Mondiale, si veda ad es. A. Peregalli, L'altra Resistenza. Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-1945. Ed. Graphos, Genova 1991.

[51] “Il partito comunista aveva sempre detto, dall’inizio della guerra, che la questione della monarchia poteva essere lasciata in disparte, se ciò fosse stato necessario per salvare l’Italia da una catastrofe attraverso una larga unione di cittadini di tutte le opinioni politiche”. M. e M. Ferrara, Conversando con Togliatti, Ed. Cultura Sociale, Roma 1953, pag. 318.

[52] A. Natta, “Introduzione” a Togliatti editorialista 1962-1964, Editori Riuniti, 1971, pag. XVI.

[53] G. Dimitrov, Diario. Einaudi, 2002, pag. 693.

[54] Questa citazione (e la seguente) è tratta da P. Togliatti, La politica di unità nazionale dei comunisti, Ed. Robin, Roma, 1999, pag. 24.

[55] Ibidem, pag. 74.

[56] F. Platone, “Vecchie e nuove vie della provocazione trotzkista”, Rinascita, aprile 1945. L'autore di questo linguaggio, oltre ad essere personalità del PCI, era anche cognato di Mario Acquaviva, noto esponente internazionalista che, tre mesi dopo questo articolo, fu ucciso da sicari “comunisti”.

[57] Umberto Terracini, che nel 1921 espose (in modo peraltro piuttosto scorretto) le posizioni della Sinistra davanti a Lenin al III Congresso dell'Internazionale Comunista, venticinque anni dopo era presidente dell'Assemblea costituente e cofirmatario della Costituzione assieme all'ex-fascista Enrico De Nicola e al democristiano Alcide De Gasperi. Vedi U. Terracini, Come nacque la costituzione, a cura di Pasquale Balsamo, Editori Riuniti, Roma 1978.

[58] Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Ed. Laterza, Bari, pag. 458. La cosa, sia detto esplicitamente, non ci scandalizza. Togliatti fa il mestiere per il quale è pagato, ed è quello di assicurare la continuità nell’apparato dello Stato al passaggio di consegne tra fascismo e democrazia. Per inciso, l’amnistia Togliatti del 22 giugno 1946 sarà estesa anche ai giudici del Tribunale speciale fascista, proprio quello che aveva messo in galera vent’anni prima Antonio Gramsci e poi migliaia non di antifascisti, ma di proletari rivoluzionari che tenevano ben stretta nelle mani la bandiera della lotta di classe. L’altro arnese dell’antifascismo italico, Pietro Nenni, è nominato il 4 luglio 1945 Alto Commissario per la punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo, ed ha in consegna gli archivi dei confidenti – le spie – dell’OVRA, la polizia politica fascista. Questi archivi passeranno poi di mano al governo De Gasperi, non prima che alcune voci accusino il Nenni di aver fatto sparire il fascicolo a lui intestato. Una lista viene infine pubblicata il 2 luglio 1946. Dei circa 900 nominativi originali, un terzo è depennato, il resto rimane “negli archivi, al riparo da occhi indiscreti” (M. Franzinelli, I tentacoli dell’OVRA, Bollati Boringhieri 1999, pag. 439).

[59] Fra le tante “confessioni” del periodo, suona ben alta per la cinica motivazione quella di Pietro Secchia, uno dei massimi dirigenti del PC stalinizzato, facile al linguaggio truculento contro i compagni dell’opposizione, che considera a più riprese sulla stampa del proprio partito alla stregua di agenti della Gestapo: “Un po’ di opportunismo c’è in tutti. Non si può sempre gridare la verità o quello che si crede la verità ad alta voce […] Dire al proprio partito quel che si pensa della sua politica significherebbe andarsene ben presto. Certe cose occorre dirle, bisogna dirle, ma con discrezione, al momento opportuno e spesso ovattate […] Tra le due esigenze: dire sempre ad alta voce la verità oppure ovattarla, talvolta tacere, occorre arrivare ad un compromesso”. Cit. in E. Collotti (a cura di), Archivio Pietro Secchia 1945-1973. Annali, anno XIX, Ed. Feltrinelli 1978, pag. 591.

[60] Cfr. Luigi Cortesi, Le origini del PCI, Franco Angeli, Milano 1999.

[61] In questi termini, che non sono di pessimismo rivoluzionario, ma che invece discendono da una lucida analisi marxista della fase storica di riflusso che si era aperta su scala mondiale e che imponeva la resistenza sui programmi invarianti del marxismo, si espresse Amadeo Bordiga in una lettera inviata nell'autunno al comunista di opposizione Karl Korsch, fattosi promotore di un tentativo di riorganizzazione dei gruppi rivoluzionari che non si riconoscevano nella direzione dell'Internazionale Comunista. Questa lettera si può leggere sul n.4 dei “Quaderni del Programma Comunista” (La crisi del 1926 nel partito e nell'Internazionale), Ed. Il Programma Comunista, Milano, aprile 1980, pag. 5-8.

[62] Per una collocazione ideologica di Gramsci nell'ambito dell'idealismo, si veda Christian Riechers, Gramsci e le ideologie del suo tempo, ed. Graphos, Genova 1993. Per una critica marxista alle formule volontaristiche gramsciane, si veda il nostro testo “I fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista nella dottrina e nella storia della lotta proletaria internazionale”, il programma comunista n. 15, 1957 (ora in Tracciato d’impostazione. I fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista nella dottrina e nella storia della lotta proletaria internazionale, Ed. Il Programma Comunista, Milano 1974.

 

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