Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
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Mercoledì, 19 Giugno 2019

Mondo del lavoro

  • Nel tardo pomeriggio di sabato 15 luglio 2017, si è tenuta a Milano la “Deliverance strike mass”, organizzata da un comitato sorto all’interno della società di consegne a domicilio Deliveroo. Erano presenti non più di duecento persone, di cui una cinquantina circa dipendenti di Deliveroo e i restanti un variegato insieme di colleghi di altre società analoghe (Foodora, Just Eat, Glovo, Ubereats, ecc.), giornalisti e curiosi. Il programma prevedeva un iniziale presidio in Piazza XXIV Maggio, all’interno di un’area oggi moderna e piuttosto benestante della città, ma che rappresenta anche un punto di ritrovo dei riders (i ciclisti) durante il turno lavorativo e per quest’ultima ragione scelto come luogo di incontro.

    Oggi un rider (chiamato “fornitore indipendente”!) può guadagnare circa 8 euro all’ora di cui 5,60 fissi e il resto a cottimo in base al numero di consegne: per lavorare, ha bisogno di uno smartphone attraverso il quale, servendosi delle applicazioni a supporto, prenotare una fascia oraria di giorno in giorno e, quando il sistema la accetta, presentarsi al proprio punto di ritrovo. Lì riceverà, sempre via telefono, gli ordini da eseguire, si recherà a prendere la consegna dove richiesto e la porterà al cliente. Mediamente una consegna richiede 20-30 minuti, in quanto ogni rider lavora solo su una zona della città. Naturalmente, in caso di infortunio sembra non esserci una concreta copertura assicurativa e in caso di malattia non si è retribuiti. Inoltre e come se non bastasse, esiste un sistema informatico che traccia le prestazioni di ognuno e fa sì che un rider veloce ed efficiente salga nella classifica di produttività e quindi riceva più ordini, mentre un rider che ha fatto una settimana di malattia, oltre a non essere pagato, si ritroverà in fondo alla stessa classifica e dovrà scalarla di nuovo, in un’incessante e orrenda concorrenza tra colleghi.

    Alcuni compagni hanno partecipato al presidio, che si è rivelato però piuttosto deludente. Se fin da subito i numeri non promettevano niente di significativo, si è poi svelato il senso reale del nome dato all’iniziativa: nonostante si parlasse di “Strike mass” (più o meno “massa che sciopera”), è stata una manifestazione di sensibilizzazione culturale rispetto a questo nuovo tipo di lavoro, con tutta la retorica e ideologia dominante che ne consegue. Uno degli organizzatori spiegava infatti che non era possibile organizzare uno sciopero perché i riders, non essendo dipendenti ma collaboratori dell’azienda, non hanno diritto allo sciopero, accettando il concetto legalista e quindi borghese dello sciopero e non accennando minimamente allo sciopero come uno strumento volto a creare solidarietà fra i lavoratori e disagio economico immediato all’azienda e di conseguenza non regolamentato. Da materialisti, non intendiamo attribuire le colpe ai manifestanti: si tratta invece di un’ulteriore conferma della (momentanea) vittoria della classe borghese, che da sempre ingabbia le rivendicazioni proletarie all’interno del quadro della legalità, della regolamentazione e dei diritti, frammentando la classe e scongiurando, per il momento, una maggior radicalizzazione della lotta in senso classista.

    Del resto, ciò che non è stato detto, ma che è risultato subito lampante ai compagni presenti, era il fatto che uno sciopero non era possibile tecnicamente: non c’erano i numeri sufficienti, visto che Deliveroo conta al suo interno più di 600 riders nella sola città di Milano e gli aderenti all’iniziativa non superavano i 50; inoltre, alcuni di essi avevano già informato l’azienda che sarebbero stati assenti, dando ad essa la possibilità di trovare comodamente dei sostituti e di evitare ogni danno economico o disservizio.
    Quanto ai ragazzi (la maggior parte dei collaboratori ha un’età compresa tra i 25 e i 30 anni), si è notato uno scarso livello di disagio e di rabbia reali e un’ancor inferiore preparazione organizzativa e conoscenza della propria condizione: le rivendicazioni presentate erano innanzitutto il rispetto del regolamento da parte di Deliveroo; i fattorini sono spesso costretti ad uscire dalla loro zona di competenza, allungando i tempi di consegna. Inoltre, gli intervistati hanno richiesto assicurazione, ferie e malattia e, come è stato detto, “se vogliamo sognare in grande, anche la tredicesima.”, ma non appena è stato chiesto loro come intendessero raggiungere questi obiettivi, la risposta è stata vaga e svicolante.

    “Se siamo risorse per la nostra azienda, per quale ragione non abbiamo copertura assicurativa integrativa in caso di incidente o un bonus in caso di pioggia, materiale di lavoro adeguato o rimborsi spesa per la manutenzione?”. Così si legge nel volantino che è stato distribuito al presidio e che riassume le rivendicazioni e spiega il senso della manifestazione. Non possiamo che rispondere come sempre rispondiamo: è il meccanismo dell’estrazione di plusvalore dal lavoro umano, su cui si fonda il modo di produzione capitalistico; nello specifico, le spese elencate rappresentano una fetta di costi improduttivi per l’azienda, non in grado cioè di valorizzare il capitale e quindi, soprattutto nei periodi di crisi, vengono eliminati.

    Insomma, da quanto visto è chiaro che la situazione della lotta di classe è in evidente ritardo, ma d’altra parte sappiamo che non esiste volontà del singolo che muova il corso della storia e sappiamo anche che all’orizzonte non ci sono che nuvole. Quello della cosiddetta “Gig economy” non è un fenomeno isolato: stando a un articolo uscito il 29/5/17 sul settimanale “pagina99”, l’economia degli autonomi muove 28 miliardi di euro nella sola Europa e coinvolge oggi 162 milioni di lavoratori (tra il 25% e il 30% della popolazione attiva) tra Europa e Stati uniti (dati del McKinsey Global Institute). In Inghilterra, come riportato dal Corriere della Sera, è un fenomeno che dura da diversi anni, occupa 14 milioni di indipendenti, per la metà dei quali rappresenta fonte di reddito primaria, e ha già attirato l’attenzione di alcuni sindacati. Ma torneremo sull’argomento nei prossimi numeri del giornale con un articolo più ampio e dettagliato.

    Prima o poi, quindi, i riders, sia coloro che lo fanno per pagarsi le vacanze durante l’università, sia coloro che portano avanti la propria famiglia lavorando a tempo pieno, saranno costretti a ricorrere all’arma dello sciopero,. È già stato fatto dai fattorini di Foodora lo scorso ottobre a Torino e, stando alle dichiarazioni più recenti, è in discussione uno sciopero dei lavoratori di Deliveroo a Milano per il mese di Settembre.
    A chiosa del volantino si legge: “Pretendiamo risposte concrete e ci stiamo organizzando per farci valere!” Non possiamo che essere solidali con questo movimento che, seppur immaturo, minoritario e impotente, potrebbe evolversi e ingrandirsi: allora, saranno costretti a scioperare e non ci sarà retorica buonista in grado di farli arretrare di fronte alla parola “sciopero” e far loro dire solamente “manifestazione pacifica”; saranno costretti e dovranno organizzarsi, radicalizzandosi nella propria classe e uscendo dalle logiche della singola azienda e della categoria. Saranno costretti.

     

    Partito comunista internazionale

                                                                               (il programma comunista)

  • A fine giugno, il “Piccolo”, quotidiano di Trieste, dava notizia dell'inizio di uno sciopero alla Fiat Chrysler Automobile (Fca) di Kragujevac (Serbia), dove si produce la nuova 500 L. Da quel momento in poi, l'informazione in Italia avrebbe parlato poco o nulla di uno degli scioperi più lunghi e combattivi della storia recente, almeno in Europa. Lo stabilimento, per il 33% a partecipazione statale, è la prima realtà produttiva della Serbia, impiega 2400 lavoratori e coinvolge un indotto di 6000 addetti, rappresenta il 3% del Pil e l'8% dell'export del Paese. Lo sciopero generale, proclamato il 27 giugno, era stato preceduto da alcuni scioperi dimostrativi di un'ora. All'origine della protesta operaia, i bassi salari e l'intensificazione dello sfruttamento, con l'aggravante della calura estiva a rendere ancor più insopportabile la vita all'interno degli stabilimenti.

    Samostalnj Sindicat (sindacato indipendente) e Nezaviznost (unione sindacale autonoma), le sigle protagoniste dell'iniziativa, chiedevano aumenti del salario base da 38mila a 45mila dinari (da 316 a 375 euro lordi; secondo altre fonti, la richiesta sarebbe stata di 50mila dinari, pari a 416 euro), più rimborsi per i trasporti e bonus di produzione per il 2016 e il 2017. In primo luogo, si chiedeva una riduzione dei carichi derivanti dalle sostituzioni dei colleghi assenti e in generale da un organico ridotto all'osso, nel più classico stile Fiat/Fca. L'anno scorso, la fabbrica ha sfornato 85mila veicoli, tanti quanti ne sono previsti quest'anno, nonostante il licenziamento di ben 882 operai nel 2016 e un calo complessivo di organico di oltre mille addetti. La pretesa di mantenere i livelli produttivi e contemporaneamente ridurre in modo drastico i costi del capitale variabile aumentando il tasso di sfruttamento è indicativo delle crescenti difficoltà di fare profitti e del rapido esaurirsi delle condizioni differenziali di redditività del capitale tra Paesi diversi. Le agevolazioni concesse dallo Stato per indurre otto anni fa la multinazionale a produrre in Serbia sono addirittura protette dal segreto di Stato, ma i bilanci annuali dell'azienda ne hanno svelato le dimensioni: 30 milioni di euro di finanziamento pubblico, dispensa dal versamento dei contributi per dieci anni, esenzione delle imposte locali, sconti sulle forniture energetiche e altro ancora. E nonostante tutta questa manna e i salari inferiori alle già basse retribuzioni medie nazionali, la fabbrica non è in grado di generare adeguati profitti.

    Da questo punto di vista, la vicenda è emblematica della deriva parassitaria in cui è incanalato il capitale, incapace di funzionare come tale senza attingere abbondantemente dalle tasche di Pantalone e, tramite esso, dai proletari e dalle mezze classi. Il completo asservimento dello Stato non basta: è necessario spremere la forza lavoro fino all'osso, toccare livelli intollerabili di sfruttamento per ricavare margini accettabili di profitto e assecondare gli appetiti del capitale finanziario. Le ragioni dello sciopero derivano dall'incalzare folle delle dinamiche del capitalismo mondiale, che ormai produce meno valore nuovo di quanto ne assorba il moloch parassitario della finanza, e deve pertanto imporre le proprie leggi in modo sempre più stringente. La situazione di Fca Serbia è l'emblema del fallimento tanto dell'impresa industrial-finanziaria quanto della politica borghese che si mette al suo servizio, predisponendo il terreno più adatto allo sfruttamento della forza lavoro.

     

    Questo dal lato del capitale. Dal lato della classe che ha il compito storico di affossarlo, lo sciopero di Kragujevac ha mandato in cortocircuito la sinergia tra finanza, impresa e Stato, propria della fase imperialista. Per adesioni (oltre il 90%), durata e combattività operaia, è stato un esempio di vera lotta, che ha bloccato la produzione costringendo i sindacati e il governo a muoversi per convincere la direzione Fca a trattare. Il motto operaio “lavoro decente, paghe decenti”, suona molto “classico”, come un po' tutta questa vicenda di contrapposizione tra capitale e lavoro.

    La durezza dello scontro e l'importanza economica della fabbrica hanno indotto il governo a intervenire ordinando l'avvio dei negoziati, ma la direzione Fca ha posto da subito la condizione dell'interruzione dello sciopero e della ripresa della produzione. Su tutta la vicenda ha cominciato ad aleggiare la minaccia di un allontanamento della Fca e degli investitori esteri, a causa dell'immagine conflittuale che le maestranze dal Paese davano di sé. Il governo si è proposto come mediatore, invitando gli operai a interrompere lo sciopero: ma la determinazione operaia spingeva per una lotta ad oltranza. Tant'è che quando, a metà luglio, il sindacato Salmostalni ha avuto la malaugurata idea di farsi portavoce della richiesta del governo davanti agli operai, se l'è vista brutta: “La reazione dei lavoratori alla nostra proposta non è stata favorevole. Abbiamo affrontato questo rischio, perché la posizione di leader dei lavoratori significa anche prendere decisioni difficili” (adattamento della traduzione Google dal serbo). A quel punto, a oltre due settimane dall'inizio dello sciopero, non apparivano segnali di cedimento né da una parte né dall'altra.

     

    I siti dei sindacati riportavano notizie sull'estensione del conflitto in diverse realtà produttive, la lotta alla Fiat sembrava “aver risvegliato il malcontento in sospeso dei lavoratori in tutte le parti della Serbia”.La stampa nazionale dava ampio spazio a commenti sulle lotte operaie e sulle condizioni dei lavoratori, descritti da un autorevole sociologo serbo come “vittime del concetto neoliberista di sviluppo economico in cui i paesi competono per attrarre grandi capitali abbassando il costo del lavoro e riducendo i diritti legali.” Una realtà che evidentemente era stata oscurata dai tempi della dissoluzione della Jugoslavia, se è vero che lo stesso sociologo nei giorni cruciali dello sciopero si è lanciato in questa sorprendente rivelazione: “la gente deve capire che questo è un paese capitalista”! Sarebbe inutile avvertire il luminare che lo era anche prima, quando c'era Tito, anche se forse non si toccavano gli attuali livelli di sfruttamento. La lotta, comunque, ha aperto uno squarcio sulla condizione operaia e costretto tutti a mostrare la faccia, perfino a ragionare sul capitalismo e le sue magagne!

     

    Per tornare agli sviluppi dello sciopero, il 19 luglio sul sito di Samostalni sindikat compariva la notizia dell'avvio delle trattative per il giorno seguente, con la partecipazione del governo e dei manager Fca. Il comunicato sindacale suonava come una resa e insieme un avvertimento a quanti intendessero opporsi alla decisione di interrompere lo sciopero e tornare al lavoro:

    Vorremmo ringraziare tutti gli scioperanti e l'Unione [Nezaviznost, ndr]. Intendiamo dire che questa unità deve mantenersi. Inoltre, vogliamo dirvi che non c'è spazio per i dissensi tra voi, perché in questi sedici giorni avete dimostrato la vostra forza e la fede di combattere per i diritti dei lavoratori. Domani, quando riprenderà il lavoro, tutti sono tenuti a lavorare in accordo con le norme e le regole che si applicano in azienda, senza eccezione, con il più alto livello di professionalità e dignità dei lavoratori.” (adattamento dalla traduzione Google).

    Possiamo solo intuire cosa sia successo nel periodo tra il 14 luglio, quando era ancora altissima la determinazione operaia a continuare lo sciopero, e la sua sospensione: il comitato di sciopero - controllato dal sindacato Samostalni, il solo riconosciuto dall'azienda – e le controparti si accordavano per mettere gli operai di fronte al fatto compiuto dell'apertura delle trattative. Il governo dichiarava che avrebbe fatto il possibile affinché le richieste operaie venissero accolte, pur senza poter garantire nulla, e che nell'incontro con l'azienda i manager erano sembrati “comprensivi e pazienti” (bontà loro!).

     

    La diffusa insoddisfazione tra gli operai trapela da questa dichiarazione del capoccia sindacale Marcovic: “Attraverso i mezzi di comunicazione, voglio informare tutti i nostri cari colleghi che questa non è una sconfitta, come affermano in molti e quanti hanno chiesto di andare fino alla fine. Il nostro scopo non è allontanare la 'Fiat', ma renderla un luogo dove migliorare le condizioni di lavoro, i nostri guadagni, le nostre quattro richieste ". (adattamento della traduzione Google).

     

    Nei giorni successivi la base operaia si è trovata esclusa da ogni possibilità di influenzare le trattative, sui cui sviluppi nulla trapelava. Il 25 luglio veniva comunicata la firma dell'accordo: aumento del salario base da 38.000 a 42.250 dinari (352 €), per un incremento totale, erogato in due scaglioni, del 9,5%, un rimborso ai pendolari che non possono usufruire dei trasporti pubblici nei turni di notte e, a partire da agosto, l'adeguamento dei salari all'inflazione attesa. A condire il magro boccone, qualche promessa: l'istituzione di una commissione per verificare il rispetto dell'accordo e controllare i carichi di lavoro e un bonus annuale sul modello di quello già previsto in altri stabilimenti del gruppo. La Fiat, bontà sua, ha garantito la propria permanenza in Serbia per tre anni. Bisogna aggiungere che ancora a fine luglio i termini precisi dell'accordo non erano stati ufficializzati, tant'è che risultavano non poche discrepanze tra la versione del sindacato Samostalni - più generosa - e quella governativa. L'altra organizzazione promotrice dello sciopero, Nezavistnost, ha invece definito senza mezzi termini l'accordo “un inganno”.

     

    In risposta alla delusione degli operai, un membro del governo si è sentito in dovere di prendere le difese di Samostalni: “I rappresentanti dei lavoratori sono esposti a critiche su un accordo che sarebbe potuto essere diverso e migliore. Credo che fosse gravosa la posizione dei rappresentanti dei lavoratori, costretti da entrambi i lati a un compromesso serio. Se alla base degli operai della Fiat ci sono persone scontente, non ho alcun problema ad andare a Kragujevac e parlare di nuovo con loro". Il capoccia Marcovic ha invece dichiarato di non aver alcuna intenzione di presentarsi davanti all'assemblea operaia: dovrebbe infatti rispondere, oltre che del resto, dell'aspetto più odioso dell'accordo, con il quale "i rappresentanti sindacali hanno accettato di astenersi da qualsiasi sciopero per tutta la durata del nuovo contratto collettivo"! Alle contestazioni su questo punto, il sindacato firmatario ha risposto che non ci saranno scioperi solo se la Fiat rispetterà i termini dell'accordo. Il ragionamento potrebbe filare se si trattasse di un buon accordo, ma la Fiat non ha alcun interesse a non rispettarlo, mentre la base operaia, dopo aver subito un vero e proprio colpo di mano, si è trovata anche priva dell'unica arma di difesa.

    Per chiudere con le dichiarazioni: “Il Governo della Repubblica di Serbia ritiene che l'accordo è un ottimo indicatore che la Serbia è un buon posto per gli investitori nazionali ed esteri, contribuendo ad una ulteriore crescita economica e lo sviluppo del paese.”Questa è la sintesi della vicenda nell'ottica degli interessi del capitale nazionale e internazionale. E' certo che questo accordo non rende la Serbia meno attraente per il grande capitale. Alla fin fine, i modesti aumenti riducono di poco la distanza tra la retribuzione di un operaio della Fca serbo e quella dei sui omologhi turco e polacco. Se le richieste economiche sono state accolte solo parzialmente, non sono state toccate le questioni principali: l'organizzazione del lavoro, l'intensità dello sfruttamento, l'organico sottodimensionato rispetto agli obiettivi di produzione. Su questo terreno, c'è stata la (provocatoria) rassicurazione Fca che non vi saranno ulteriori licenziamenti e poco altro. La materia – come si dice in sindacalese – è stata “ rinviata alla contrattazione”.

    Alla fine, gli operai, ancora una volta schiacciati nella morsa corporativa Stato-azienda-sindacato, hanno ottenuto poco in rapporto alla forza e alla determinazione messe in campo. Il timore che il prolungarsi della lotta portasse a una generalizzazione e internazionalizzazione dello scontro spiega la fretta di Governo e sindacato di giungere a una soluzione e mettere la base operaia di fronte all'aut aut:sospensione immediata dello sciopero oppure nessun accordo, col rischio di chiusura della fabbrica.

     

    La vicenda si presta a una valutazione di carattere generale sull'assetto internazionale del capitalismo e la situazione della classe operaia. Al capitalismo che agisce internazionalmente per cogliere, ovunque si presentino, le migliori condizioni di profittabilità, deve corrispondere una prospettiva altrettanto internazionale del proletariato se questo non vuole farsi schiacciare dal sistema delle articolazioni nazionali che agiscono in reciproca competizione per aggiogarlo al carro del capitale a condizioni via via più umilianti. Sotto questo aspetto, gli operai serbi hanno avuto poco più che una solidarietà formale dalle organizzazioni sindacali di altri paesi, fatta eccezione, per quanto ne sappiamo, per una vivace mobilitazione in Grecia e uno sciopero di due ore indetto dalla Usb a Melfi. La scarsa circolazione di notizie, anche in Italia, considerata l'importanza che il gruppo Fca ha nel Paese, rivela l'intento di isolare e circoscrivere la lotta proletaria entro i confini nazionali, non senza la collaborazione delle forze sindacali e politiche serbe, le cui reazioni hanno assunto spesso toni fortemente nazionalistici.

     

    Le dichiarazioni di Samostalni Sindikat invocavano il blocco col governo per contrastare il “datore di lavoro straniero” non rispettoso della legge serba. Esponenti sindacali hanno proposto di sostituire i cartelloni Fiat posti sulle vie d'accesso alla città con quelli del vecchio marchio Zastava, in polemica con la multinazionale esosa e con un governo troppo prodigo, evocando un improbabile ritorno a produzioni nazionali: un tentativo di accattivarsi consensi tra gli operai, magari nostalgici di Tito e della grande Jugoslavia “socialista”, e per oscurare la natura internazionale della lotta operaia e il suo potenziale internazionalismo.

     

    Una delegazione Fiom si è recata a Kragujevac per portare “la solidarietà” del maggior sindacato metalmeccanico d'Italia. Dietro la facciata solidaristica, lo scopo pratico della missione era con ogni probabilità di affinare le già notevoli capacità Fiom nel contenimento delle spinte della base operaia, e magari dare qualche buona dritta ai sindacati locali in difficoltà nel guidare la vertenza. Ad allontanare ogni fraintendimento sulla natura dell'interessamento Fiom per le vicende serbe è l'evidente contraddizione tra un sano atteggiamento di solidarietà internazionale e l'invocazione a ogni piè sospinto di una “politica industriale” che rilanci la produzione nazionale, accompagnata inevitabilmente dalla condanna aperta della delocalizzazione. Questi della Fiom non ragionano molto diversamente dai loro omologhi nostalgici della gloriosa Zastava: ma, se si vuole rilanciare la produzione nazionale, a risentirne sarà la produzione altrui, e con essa i presunti interessi degli operai di altri Paesi. Senza contare che se si vuole effettivamente mantenere o attrarre investimenti, si deve accettare la logica della competizione al ribasso sui cosiddetti “diritti” dei lavoratori, tanto più evocati quanto più calpestati nei fatti. Si può mostrare la faccia cattiva in TV come il sempre accigliato Landini: ma in questa logica la difesa dei “diritti” operai passa per l'intensificazione dello sfruttamento.

    Il capitale conduce internazionalmente una guerra a tutto campo contro il proletariato, piegando gli Stati a strumento dei propri interessi. Le aziende proiettate sui mercati mondiali premono per modificare le norme vigenti del diritto del lavoro, ovviamente in senso peggiorativo. E' il caso della acciaieria cinese Hestia, che chiede al governo serbo maggiore libertà di imporre carichi di lavoro aggiuntivi ed eventualmente di licenziare quelli che si rifiutano di accollarseli. La Serbia si è già dotata di una nuova legislazione del lavoro nel 2014, disegnata sulle esigenze del capitale interno e internazionale. La Fca, a quanto pare, non ha avuto bisogno di chiedere il permesso al governo serbo per poter licenziare e aumentare i carichi di lavoro.

     

    La realtà è che il capitalismo ha surclassato la dimensione nazionale: non può essere costretto entro i confini nazionali, sia che si tratti di un grande centro imperialista la cui potenza internazionale poggia su forti basi economiche, sia che si tratti di capitalismi come quello serbo, non in grado di reggere il confronto e pertanto destinati alla colonizzazione. Se le maggiori potenze imperialiste si possono ancora permettere, in virtù della loro concentrazione industriale e finanziaria, di concedere qualcosa a una parte privilegiata della propria classe operaia, lo possono fare sulla pelle degli operai che lavorano nelle fabbriche inserite nella catena internazionale del valore di cui costituiscono il perno. La moderna struttura dell'imperialismo propone in effetti le sue gerarchie nazionali, e condizioni diverse tra i rispettivi proletariati nel contesto di un comune sfruttamento, ma essa è funzionale all'asservimento dell'intera classe alla legge capitalistica, e cadere nella trappola della nazione significa, oggi come e più di sempre, fare il gioco del capitale, servirne gli interessi vitali.

     

    Da sempre, la nazione non costituisce un fattore di protezione delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato, ma è la gabbia entro la quale esse vengono aggredite in nome degli stessi interessi nazionali. Non stupisce che di questi tempi sia lasciato spazio a sproloqui contro “la mondializzazione” che, liberato il vorace capitale finanziario, avrebbe portato allo smantellamento dei diritti sociali e del lavoro faticosamente conquistati. In questa visione reazionaria, la “riconquista” della sovranità nazionale sarebbe condizione per la riconquista dei diritti perduti, e non manca chi ha il coraggio di condire di fraseologia “marxista” questa farsesca riedizione del roboante proclama: unità della Nazione contro le potenze plutocratiche che la vogliono asservire! Se si trattasse di utili idioti e non di predicatori prezzolati, potremmo cassarli con una risata, ma questi come altri segnali indicano una convergenza di forze per compattare il proletariato attorno alla Nazione, alla Patria, allo Stato. Dal sindacalista “responsabile” all'arruffapopolo leghista, dal devoto alla Costituzione al fascista dichiarato (senza trascurare i fans di Maduro) c'è concordia nel ridare valore alla sovranità nazionale contro le oscure forze della mondializzazione, al grido di “Patria o muerte”! Da qui il passo verso l'Union sacrée è davvero breve, e si accorda con la preparazione alla guerra implicita in ogni soluzione nazionale alle crisi generate dalle dinamiche del capitale.

     

    Ma nel bilancio dello sciopero di Kragujevac non mancano le voci positive. La lotta coraggiosa degli operai di Serbia ha rimesso gli interessi di classe sopra ogni altra valutazione di carattere economico o nazionale; ha costretto l'arrogante direzione Fca a scendere a patti; ma soprattutto ha dimostrato nei fatti la forza dell'organizzazione operaia. La ritrovata consapevolezza di questa forza potrà tornare utile al proletariato europeo e mondiale nel prossimo futuro. “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”: solo così potrà essere spezzata la catena che lega internazionalmente i proletari al giogo de capitale.

     

    Principali fonti:

    “Il Piccolo” del 27 giugno 2017

    www.eastjournal.net

    www.sindikat.rs/aktuelno.html

     

    Partito comunista internazionale

                                                                               (il programma comunista)

     

  • Tre operai morti, uno in fin di vita, due salvi per un soffio, in una piccola fabbrica metalmeccanica alle porte di Milano. L'ennesimo bollettino di una guerra quotidiana, di un massacro quotidiano: miniere e ponti in costruzione che crollano, roghi in fabbrica, petroliere e piattaforme petrolifere in fiamme, impalcature di cantieri che si afflosciano, amianto che uccide giorno dopo giorno, malattie “professionali” che fiaccano i corpi... Sindacati e forze politiche esprimono il loro cordoglio, si costituiscono parte civile, promettono indagini a tappeto, forse anche (bontà loro!) proclameranno un qualche scioperuccio con relativo corteo funebre e discorso di circostanza... Palle: il loro compito da tempo immemorabile non è più quello di organizzare la difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, ma di seppellire pure il ricordo di coloro che sono stati calpestati e uccisi in nome del profitto.

  • “Rivoluzione in corso. Lo smartwork (o lavoro agile) ormai è diventato uno slogan. Qualcosa che tutti stanno facendo o vogliono fare. Una medaglia da appuntare sul petto per le aziende. Una boccata di ossigeno per i dipendenti che continuano a fare acrobazie per tenere insieme compiti familiari e lavoro. Dove sta la fregatura?”. Così scrive Rita Quarzé in un articolo del Corriere della Seradel 23/05/2017, a proposito del cosiddetto “Smartworking”, neologismo inglese che indica quelle nuove tendenze secondo cui il dipendente può scegliere “liberamente” quanto, quando e dove lavorare. Ahinoi, non può però scegliere in alcun modo quanto e quando essere pagato...

    L’articolo prosegue segnalando il successo che simili misure stanno riscuotendo: “Sono numerosi i gruppi che hanno attivato progetti di smartwork nell’ultimo anno. Da Cnh Industrial a General Electric, da Ferrero a Pirelli e Enel. Compresa Fiat che lo scorso novembre ha introdotto lo Smartworking nelle aree finanza e information technology. E anche Generali”.

    Gli utili si assottigliano sempre più per tutti: non si può che cercare di stare a galla aggrappandosi ai nuovi sistemi – non ancora chiaramente regolamentati – di stordimento ideologico e conseguente sfruttamento più intenso e più subdolo dei lavoratori.

    “Chiaro che più si lavora anche da casa meno le città sono trafficate. L’ha capito il comune di Milano che da anni dedica una giornata al lavoro agile”.

    Perbacco, mancava soltanto l’impegno verso l’ambiente, o forse sarebbe meglio dire “Green Economy”. Allora non c’è da perdere tempo: tutti a casa a lavorare, per passare più tempo con la propria famiglia e insegnare meglio ai propri figli come diventare dei bravi lavoratori flessibili.

    Verso la fine, un’ingenua e tragicomica constatazione dell’ovvio: “il fatto che le aziende smart siano aumentate prima ancora dell’entrata in vigore della legge vuol dire che l’impresa ci guadagna”.

    Il lavoro agile si sta quindi estendendo sia nelle imprese che nel pubblico impiego (Comune di Torino, Provincia di Trento, Ministero dell’Economia, ecc.) e, stando ad alcuni progetti in corso, potrebbe invadere anche le catene di montaggio.

    Un esercito di singoli imprenditori di se stessi che, ubriachi di Smartworking, finiscono per scambiare la mancanza di garanzie per “libertà” e la mancanza di un posto fisso per “opportunità”. Verrà il giorno in cui, a forza di non aprir gli occhi, dovranno scambiare la mancanza di cibo per… dieta!

     

    Partito comunista internazionale

                                                                               (il programma comunista)

  • Scrivevamo appena otto anni fa: “La rivoluzione proletaria non fila più il suo tessuto all’interno di una sola nazione, non si apre più il suo percorso dentro un unico paese, ma in un intreccio internazionale, perché internazionale è la lotta di classe per uscire dal sistema capitalista (“Iran, la piovra del riformismo”, Il programma comunista, n.1/2010). Negli anni che ci stanno dietro le spalle, una nuova guerra si è abbattuta in Medioriente, una guerra micidiale che ha sconvolto l’intero territorio siriano, causando la morte di centinaia di migliaia di civili, donne e bambini, e la fuga di milioni di disperati. Il Medioriente, da Damasco ad Aleppo, da Mossul a Baghdad e San’a’ è un cimitero! L’alleanza tra macellai imperialisti a guida americana – super-armati, amici-nemici, il vero e proprio califfato imperialista – ha messo a tacere una banda di islamisti imbecilli. Le colombe della cosiddetta pace si sono posate sulle sponde dei fiumi Tigri ed Eufrate, tubando alla vittoria del fronte russo-iraniano-siriano. Agli altri paesi (Turchia, Iraq, Kurdistan) sono rimaste appena le spoglie. Partecipando alla guerra e ponendosi al centro degli avvenimenti, l’Iran ha giocato il proprio ruolo imperialista insieme agli altri eserciti, alle altre bande e ai saccheggiatori. La borghesia imperialista ha richiamato i mostri del nazionalismo,gettando il proletariato (la nostra classe) nella paura e nella disperazione.

    L’Iran è un paese industriale con una numerosa e combattiva classe operaia, capace di lottare anche nelle condizioni più difficili. La guerra “ha fatto bene” all’Iran, scrivono i giornali: nel primo semestre di quest’anno, il Pil è cresciuto del 5,6% e anche la crescita economica del 2018 sarà ampiamente positiva, mentre la produzione petrolifera è raddoppiata. Al tempo stesso, l’intervento militare ha avuto un costo pesante e il debito pubblico pretende che sia stretta la cinghia ai proletari. La disoccupazione ha superato il 12%, ma il tasso reale è molto più alto e quella giovanile arriva al 25% (metà della popolazione ha meno di 30 anni e 750 mila giovani ogni anno entrano nel mondo del lavoro). Patrimoni e assets sono concentrati nelle mani di pochi, la corruzione ha alimentato la guerra e questa la corruzione. Contro questo massacro esploda dunque la rabbia dei senza riserve! il proletariato entri in lotta richiamando dalla memoria la parola d’ordine del disfattismo rivoluzionario: il nemico è nel nostro paese!!

    Molta acqua è passata sotto i ponti dal 1979, dalla cacciata dello Scià all’arrivo della Repubblica islamica, dalla guerra contro l’Iraq degli anni 1982-88 alle lotte operaie del nuovo secolo (2009). L’ostacolo che si frappone al cammino della nostra classe, in Iran come in tutta Europa e nel mondo intero, è la piovra del riformismo che continua il suo percorso di menzogne. A partire dal 28 dicembre 2017, da Mashad (la seconda città più popolosa dell’Iran), le manifestazioni si sono estese: a migliaia, in tutto il paese, le masse urbane si sono messe spontaneamente in moto. Contro l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, contro la corruzione e la miseria crescente, la rabbia si è levata nei confronti della borghesia. I manifestanti hanno attaccato le effigi e la funzione reazionaria e riformista del clero; hanno bruciato centinaia di moto dei miliziani del regime, i Basij. Nella città industriale di Isfahan, gli operai sono entrati in sciopero. A tutto ciò ha risposto una dura repressione che ha causato centinaia di arresti e una ventina di morti per le strade di Teheran e in decine di altre città iraniane. E questo non sarà dimenticato.

    L’oggi ripropone per l’ennesima volta, non più il riformismo del campione progressista Moussavi del 2009 né quello dell’attuale leader riformista Rouhani che ha cercato di calmare i manifestanti invitandoli alla calma e alla “non violenza”. Le manifestazioni, a quanto sappiamo, non hanno avuto per guida alcun leader politico del clero o della società civile, né alcuna autorità sindacale. La rabbia, sorta spontaneamente dalle situazioni di miseria, ha attaccato i centri religiosi, le banche, le sedi della milizia islamica, i tribunali, le caserme, le prefetture, ovvero i palazzi del potere. Dopo ogni crisi economica e sociale, dopo ogni guerra, dopo ogni lotta dura, le illusioni di pacificazione sociale da una parte e le false promesse del potere dall’altra stendono i loro tentacoli per frenare le lotte, magari prospettando quell’elemosina coranica che in occidente si chiama “carità e welfare”, la forma miserabile in cui viene umiliata la condizione di classe. Le masse iraniane in questi anni di guerra non hanno agitato il disfattismo di classe e neppure lo hanno fatto i proletari delle metropoli industriali. Non potevano: il ritardo della nostra classe alla scala storica, come il ritardo del partito rivoluzionario, ha bisogno di una rinnovata fiducia nelle proprie forze, di una nuova capacità organizzativa, ma soprattutto di una teoria e di una tattica rivoluzionarie. Abbiamo spesso indicato la necessità della lotta come forma di allenamento preventivo alla guerra di classe, senza di cui sarà impossibile spingere in avanti la lotta stessa, e abbiamo indicato nella nascita di “organismi territoriali indipendenti di classe” gli strumenti necessari a esprimere gli obiettivi di classe. Durante le proteste a Teheran non sono mancate le grida: “abbasso la guerra!”, “fuori dalla Siria!”. Per le strade si è gridato “per il pane, per il lavoro, per la libertà!”. Le manganellate e i lacrimogeni hanno rilanciato le proteste, gli spari hanno tentato di fermare la lotta. L’incendio di classe non c’è stato: solo una fiammata durata pochi giorni. E tuttavia verrà l’incendio di classe che aspettiamo.

    8/1/2018

    Partito comunista internazionale

                                                                               (il programma comunista)

  • Quello deiRiders, i lavoratori autonomi che per pochi euro all’ora consegnano a domicilio i pasti, in bicicletta o in motorino, è un movimento ancora minoritario ma inevoluzione. Nello scorso numero di questo giornale, era stata ricordata una manifestazione organizzata per il 15 luglio2017 da un collettivo nato tra questi lavoratori, che aveva l’obiettivo – a detta loro – di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema e provare a stabilire un tavolo di trattative con le imprese (lo sciopero, o anche una giornata di “no delivery” che si è avuta in altre situazioni analoghe nel mondo, appariva loro troppo radicale e difficile).

    Nei mesi successivi le cose sono cambiate; o meglio, non sono cambiate affatto da parte delle società (Deliveroo, Foodora, Just Eat, Glovo ecc.), che continuano portare avanti il loro business, sfruttando masse sempre più grandi di giovani con paghe miserevoli, quasi tutte fatte di una componente oraria e di una componente a cottimo.Di contro, le mobilitazioni sono cresciute sia in Italia che all’estero (in particolare in Germania, in Francia e in Belgio) e i lavoratori di tutte le suddette società, che ormai sono uscite dai confini nazionali, portano avanti, sempre più a gran voce, le stesse rivendicazioni.

    Pubblichiamo di seguitostralci di una lettera che i lavoratori di Deliveroo Italy di Milano e Bologna hanno indirizzato alla società, in seguito all’evidente riluttanza da parte del caporalato ad ascoltare i propri “fornitori indipendenti”.

    Con la presente i lavoratori di Deliveroo Italy di Milano e Bologna in mobilitazione chiedono, come già avvenuto a più riprese e in diverse occasioni, di essere ascoltati dall’azienda, dopo aver domandato ripetutamente udienza: più volte ci siamo rivolti agli uffici, singolarmente o in piccolo gruppo, cercando spiegazioni o di aprire uno spazio di confronto con la società. […]

    Al fine di poter raggiungere gli scopi comuni e condivisi dai lavoratori ed affrontare collettivamente la questione della tutela dei nostri diritti, chiediamo: l’introduzione di un contratto di categoria con l’applicazione del CCNL Trasporti e Logistica; l’abolizione delle false partite iva e la sostituzione con un contratto adeguato; il rinnovo di tutti i contratti in scadenza; il pagamento di 7,50 € netti all’ora di salario garantito per tutti; un monte ore garantito di almeno 20 ore a settimana per tutti; un’indennità atmosferica in caso di pioggia o neve pari ad una maggiorazione del 30% sul pagamento orario; un indennizzo di lavoro straordinario nel caso in cui le consegne vengano effettuate oltre il turno di lavoro assegnato, con il riconoscimento di una maggiorazione pari al 50% del pagamento orario; un’indennità malarica dovuta all’inquinamento da smog dell’aria pari al 30% del pagamento orario; il riconoscimento di un indennità chilometrica oltre i 3,5 km su strada, dal punto di partenza al punto di consegna; la copertura assicurativa totale a carico dell’azienda per ogni singolo lavoratore; un rimborso spese per oneri di mantenimento di bici o moto e per il cellulare; la fornitura di un’attrezzatura funzionante (tuta impermeabile, caschetto a norma).

    Nell’attesa di ricevere una risposta concreta da parte della società […] ci riserbiamo il diritto di organizzare iniziative di denuncia e di fare tutto il possibile perché le nostre richieste non cadano ancora inascoltate, nel silenzio che fino ad ora ha seguito i nostri ripetuti tentativi di confronto con Deliveroo Italy.”

    In sintesi, iRiders chiedono di essere inquadrati come dipendenti e non come collaboratori con partita IVA, rivendicano i diritti della condizione di lavoratore salariato e reclamano un aumento del salario. Di fronte, hanno però un capitalismo che, nella fase estrema imperialistica e nella condizione attuale di crisi acuta, riconduce il proletario alla condizione di senza riserve e senza diritti. Diritti che, se li si vuole ottenere, bisogna strappare con la forza alla classe borghese.

    Pur salutando con interesse questo nuovo movimento che nasce fra le maglie della gig economy (ovvero, l’applicazione delle nuove tecnologie informatiche a condizioni salariali e ambientali di fine ‘700) è nostro dovere ricordare a questi lavoratori e a tutti i proletari che nonesistono dialogo con l’azienda, tavoli di trattativa, sensibilizzazione dell’opinione pubblica, campagne mediatiche o raccolte di firme, in grado di sostituirsi allo sciopero, all’organizzazione, alla lotta.

    Nessuna propaganda borghese, nessuna ostentazione di potenza della classe dominante, può scalfire la nostra certezza che il proletariato – e qui annoveriamosoprattutto anche la nuova generazione di giovani in via di proletarizzazione – si riorganizzerà per lottare, partendo appunto dalle lotte per il salario e per le condizioni di vita e di lavoro.

    Nel solo 2017, la tendenza a sostituire il salario orario con il salario a cottimo (già in vigore in Belgio) ha provocato in Europa 40 scioperi, come sottolinea un coordinatore del collettivo di lavoratori di Deliveroo (società che conta oggi circa 40 mila salariati) in Francia.

    Non c’è niente di nuovo sottoil sole, dunque: iRiderssono però per la maggior parte giovani, immersi in un limbo esistenziale chein generale non gli permette di riconoscersi come proletari;in altri casi, sono figli di una piccola e media borghesia in via di proletarizzazione con tutte le illusioni della classe d'origine, ai quali il capitale ha però tagliato ogni mezzo per costruirsi quel posto da borghese o piccolo-borghese cui vorrebbero ambire.

    Quel che solamente conta è la sostanza del rapporto di lavoro che, seppur manifestatasi sotto diverse forme, è rimasta immutata lungo tutta la storia del modo di produzione capitalistico: è proprio per questo che iRiderscominciano a scendere per le strade e, pur fra mille ostacoli ideologici e materiali che la dittatura della democrazia oppone loro, si organizzano nelle prime, minoritariee deboli, ma inevitabili, forme di lotta.

    Continueremo a seguire le loro vicende, sia a livello nazionale che (e questo è molto importante!) a livello internazionale.

     

    Partito comunista internazionale

                                                                               (il programma comunista)

  • Scrivevamo (Il programma comunista, n°2 del 2011), mentre infuriavano le proteste e gli scontri che misero a soqquadro tutta l’area del Nordadfrica – una stagione di lotte straordinarie, quella delle cosiddette “Primavere arabe”: “Non è stata una rivoluzione. Una rivoluzione mette in discussione non un regime (foss’anche quello più becero), ma un intero modo di produzione. In Algeria, Tunisia, Egitto, Libia e altrove, c’è stato un possente ed esteso moto di ribellione, partito dalle masse proletarie e proletarizzate che hanno detto basta! […] Siamo in presenza di un movimento nato nel profondo del sottosuolo sociale e scatenato dal progredire della crisi economica, che continua il suo cammino inesorabile, distruggendo presunte stabilità e certezze e al tempo stesso abbattendo muri e steccati ideologici e fondendo insieme, all’insegna dell’urgenza di sopravvivere, settori diversi di un proletariato mondiale sofferente e abbandonato a se stesso”.

    Torniamo ora al presente, carico di tensioni sociali nella stessa area che non si sono spente per quanto siano passati sette anni da quegli avvenimenti. La Tunisia – c’informano i mezzi di comunicazione borghesi – ha realizzato una credibile transizione democratica, meritandosi così d’esser menzionata dall’Economist nel 2014 come “Paese dell’anno”. Ma, cacciato un dittatore rimasto al potere 21 anni, il fertile terreno democratico ha generato una nuova dittatura: come volevasi dimostrare!

    “Rientrata” (almeno per il momento) la protesta in Iran, ecco dunque che essa si è riaccesa in Tunisia. Sette anni dopo la “Rivolta dei gelsomini” e le cosiddette “Primavere arabe”, i “senza riserve” sono nuovamente tornati al centro della lotta contro il carovita, la precarietà e la miseria, contro la marginalizzazione e la disoccupazione. Andiamo allora al cuore della dinamica dei fatti e cerchiamo di mettere a fuoco le prospettive di quanto è successo e sta succedendo.

    Con intensità ed estensione diverse, le masse proletarie e proletarizzate dei due paesi (Iran e Tunisia) sono scese in piazza, fregandosene altamente degli appelli alla moderazione: dopo quasi un decennio di oppressione e repressione, il tappo sta nuovamente saltando. Si conferma ancora una volta che le due aree, quella mediorientale e quella nordafricana, sono socialmente connesse: i proletari, i senza riserve arabi o persiani, sono e continuano a essere la stessa classe, perché gli stessi sono i loro bisogni. Al tempo stesso, le concezioni e le divisioni religiose sono ancora illusioni e droghe ideologiche,che essi sitrascinano dietro come catene, imposte loro dalla classe dominante al potere. Così come la rabbia giovanile in Iran ha la sua causa nelle condizioni di vita miserabili, aggravate dall’enorme peso di anni e anni di spese di guerra, allo stesso modo in Tunisia l’innesco per le rivolte è dato dall’ondata di aumenti dei prezzi prodotta dall’entrata in vigore, a dicembre scorso, della Legge finanziaria 2018, approvata dal Parlamento tunisino (e richiesta dal FMI). Essa prevede l’aumento del prezzo dei carburanti, delle tasse sulle auto, delle assicurazioni, dei servizi, delle auto, dei cellulari, dell’IVA (dell’1%) e, non ultimo, dei beni di prima necessità, tra cui il pane. Obiettivi dell’Esecutivo erano dunque, da una parte, il contenimento della spesa pubblica e dall’altra il piano di austerity richiesto dal Fondo monetario internazionale per “riformare” l’economia, che richiede il pagamento nell’arco di tre anni del prestito di 2,8 miliardi di dollari. In cambio, che cosa richiede l’usuraio internazionale? Semplice: l’eliminazione di 20mila impiegati pubblici e la cancellazione del sistema pensionistico, il cui deficit è aumentato in due anni del 65%, Dove trovare il denaro? Attraverso un irrealistico aumento del Pil del 2%, la diminuzione dei salari con l’innalzamento dell’inflazione al 6% e la svalutazione del dinaro tunisino. A fronte di questo vero e proprio attacco, in una decina di città è scoppiata la rivolta, con proteste di piazza e scontri di strada. Per tre giorni, il paese è stato scosso dalla lotta contro la disoccupazione e la povertà, in particolare della massa giovanile.

    Gli scontri con la polizia, le centinaia di arresti, i feriti, la morte di un uomo investito da un mezzo dell’esercito, il saccheggio di un supermercato mostrano il grado di violenza sviluppatasi spontaneamente. Anche a Tunisi e in periferia centinaia di giovani sono scesi in piazza: pietre, molotov, incendio dei cassonetti e di auto della polizia... A Citè Zouhour, nel governatorato di Kasserine i reparti dell’esercito schierati hanno “riportato l’ordine” dopo una giornata di scontri e tensioni. Le autorità sono costrette a confermare la presenza di grandi manifestazioni ovunque nel paese, durante le quali – riferiscono le cronache – sono stati assaliti posti di polizia, caserme, uffici, depositi, sedi comunali, banche.

    Il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, non può che scrivere: “le riforme impopolari colpiscono le fasce più deboli, ma sono un passaggio obbligato, per quanto dolorose esse siano, per raggiungere l’obiettivo di un’economia sostenibile”. “Economia sostenibile”? Ma dove, ma quando? Quel che sta accadendo nella fascia che va dalla Tunisia all’Iran mostra al contrario l’insostenibilitàdi quest’economia, l’insostenibilitàdel modo di produzione capitalistico. I proletari di tutta quell’area la vivono, quell’insostenibilità, sulla propria pelle e cercano, pur nell’isolamento, di reagirvi: che i proletari dell’Occidente “garantito” ne traggano le dovute lezioni!

    12/1/2018

     

    Partito comunista internazionale

                                                                               (il programma comunista)

  • Era il 14 novembre del 2012 quando i ministri Passera e Barca, arrivati nel Sulcis per riportare l’ottimismo fra gli operai e domare la protesta con segni concreti di buona volontà, furono costretti a una trafelata e caotica fuga per prendere l'elicottero dei carabinieri. Gli operai sardi di Carbonia e Iglesias, alla fine di una mattinata di scontri con la polizia, avevano tentato di dare l’assalto all’auditorium in cui si trovavano i ministri, dopo aver bloccato le strade con barricate e fiamme lingueggianti. In quell’occasione, l’accoglienza non fu delle più calorose per i due emissari dell’allora governo Monti, così come per i politici locali e i sindacalisti intervenuti all'incontro, i quali rimasero bloccati nel centro convegni per interminabili ore, mentre all’esterno ruggiva rabbiosa la protesta dei proletari sardi che sfidarono, addirittura, le cariche della polizia con manganelli e lacrimogeni.

    Sono passati poco più di cinque anni da quella giornata campale, ma la situazione economica e lavorativa è perfino peggiorata. Ad oggi gli impianti industriali dell’Alcoa e dell’Euralluminia sono ancora fermi e l’obiettivo della società americana di cedere lo stabilimento di Portovesme sembra sempre più complicato. Tuttavia, il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, nella giornata del 22 dicembre è stato accolto festosamente proprio nello stabilimento Alcoa di Portovesme, annunciando che entro il 15 febbraio del 2018 la trattativa sarà chiusa positivamente e gli impianti saranno rimessi in produzione.

    Nonostante l’ennesimo annuncio, solo l’ultimo dei tanti che si sono susseguiti fino ad oggi come i grani di un rosario, la situazione del Sulcis-Iglesiente permane disastrosa: tassi di disoccupazione giovanile oltre il 74% – nel 2008 il grafico si fermava ad appena il 39% – povertà relativa in crescita e più che raddoppiata rispetto al 2014, aumento dell’emigrazione e del malessere sociale. Invero, quest'area rappresenta bene la crisi in cui è sprofondata l'Italia, dove le fabbriche e le miniere sono ormai chiuse, dove le case rimangono al freddo e dove, come riporta L'Espresso secondo una analisi fatta da Unioncamere già nel gennaio del 2012, oltre la metà della popolazione è letteralmente alla fame.

    Fino al 2009, Euralluminia e Alcoa, impianti strategici per la metallurgia italiana, garantivano circa 7000 buste paga tra occupati diretti e indotto, ma queste cifre sono state via via erose da una crisi a cui il capitale non riesce a sottrarsi e dagli effetti della delocalizzazione, che altro non è se non un modo nuovo per indicare il processo di industrializzazione. Non si dimentichi che Euralluminia si occupava della produzione di ossido di alluminio ricavato dalla bauxite, e il polo sardo era l'unico in tutta l'area del Mediterraneo, con una capacità produttiva annua di 1.1 milioni di tonnellate. Alcoa, da canto suo, disponeva di due unità produttive a Fusina (VE) e di una di alluminio primario a Portovesme, oggi entrambe chiuse. Nell'impianto del sudovest dell'isola, gli ammortizzatori sociali sono stati garantiti per un altro anno proprio il 21 dicembre scorso ad almeno 600 lavoratori.

    Con tutto ciò, in questa occasione i combattivi proletari di una delle zone più povere d’Italia si sono mantenuti calmi, forse ammansiti dall’atmosfera natalizia imminente o illusi dall’ulteriore promessa del ministro di turno, il quale – conscio del fatto che riavviare l’industria pesante in una regione già investita dal processo di delocalizzazione richiede un notevole sforzo di fantasia – ha egli stesso affermato: «La mia visita qui non è per festeggiare, questo lo faremo quando tutto sarà finito».

    Di fatto, Calenda ha solo potuto metterci una pezza temporanea per tenere a bada i proletari sulcitani, i quali già da tempo mostravano segni di belligeranza crescente, per poi invitare tutti a mangiare una pizza da lui offerta, come aveva anticipato con un tweet.

    Di fatto l’11 gennaio verrà reso noto il piano industriale e allora si saprà quanti lavoratori otterranno un posto d lavoro e quanti finiranno nelle fila dei disoccupati. Per il momento si sa che fra i circa 100 mila (!!) cassaintegrati sardi, quelli dell'Alcoa sono 500 operai, la Carbosulcis ne conta 463, mentre Eurallumina ha riproposto la cassaintegrazione in deroga per ben 400 operai, molti dei quali impegnati in corsi di riqualificazione, altro segno evidente del fatto che nemmeno fra gli esponenti politici si crede seriamente a possibili riprese della produzione.

    Noi comunisti sappiamo bene che per il proletariato non esistono scorciatoie, nonostante che ministro, sindacato e politici destri e sinistri di volta in volta ripropongano iniziative conciliatorie di orientamento democratico. Sarà necessario riprendere la via della lotta aperta contro il capitale per l’abolizione dei rapporti di produzione esistenti e per la creazione di una società senza più classi.

     

    Partito comunista internazionale

                                                                               (il programma comunista)

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