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Domenica, 25 Agosto 2019

Il New Deal, o l'interventismo statale in difesa del grande capitale

L’analisi della politica economica del New Deal roosveltiano ha oggi un particolare interesse perché consente di riaffermare, sulla scorta di dati estremamente limpidi, due criteri di interpretazione dei fatti sociali più volte ribaditi dalla critica marxista di fronte all’assalto convergente del revisionismo e delle ideologie democratiche ufficiali, e perciò di veder chiaro anche negli sviluppi che quella politica ha avuto in questo dopoguerra, sia sul piano economico sia nella sovrastruttura politica.

Il primo è che, nonostante le diversità di forma politica, il regime capitalista reagisce alle proprie crisi interne in modo unitario, con metodi di politica economica che accomunano democrazia e fascismo. Interventismo, dirigismo, gestione statale – queste che sono d’altra parte le classiche ricette di “risanamento economico e sociale” del riformismo – sono aspetti comuni di ogni regime politico borghese nella fase di massima esasperazione dei suoi contrasti interni, espressioni convergenti sul piano internazionale della politica di conservazione capitalistica.

Il secondo è che l’intervento statale nell’economia, lungi dal significare un assoggettamento del Capitale all’imperio di un preteso ente collettivo, rappresentante gli “interessi generali“ di quell’altro ente collettivo astratto che è il “popolo”, costituisce la forma più acuta e spietata della manovra del “pubblici poteri” a difesa del Capitale, e perciò del suo dominio ad opera di una cerchia sempre più ristretta di interessi privati. In linea subordinata, il New Deal è l’aperta dimostrazione dell’inconsistenza della tesi secondo cui il “capitalismo di Stato” tradurrebbe sul piano economico e politico l’avvento storico di una terza classe, quella dei “tecnici” o “direttori” (i managers) o dei “burocrati”.

Ne risulta che l’attribuzione dell’etichetta “progressista” al New Deal roosveltiano’ come a qualunque forma di dirigismo o di gestione statale dell’economia – etichetta che non si vede per quale ragione l’ideologia democratica non estenda al fascismo, che è storicamente il progenitore non dell’interventismo coevo col regime capitalista, ma della sua pianificazione e codificazione organizzata – può avere per la critica marxista un significato solo: il riconoscimento che quelle forme segnano un passo avanti nella spietata dominazione di classe della borghesia, un’esaltazione dello sfruttamento della forza-lavoro ad opera del Capitale. Se progresso c’è, o teorici dell’intermedismo, è solo nelle armi di difesa del capitalismo, nella teoria e nella pratica della controrivoluzione.

Quanto alle diversità di sovrastruttura politica, che danno una parvenza di giustificazione all’antitesi democrazia-fascismo con tutte le sue conseguenze sul terreno politico e militare, esse hanno radice unicamente in diversi rapporti di forza fra le classi. Il fascismo è nato, in Italia come in Germania, come risposta ad una minaccia rivoluzionaria diretta del proletariato: la sua estrinsecazione fu dunque essenzialmente politica e si tradusse nel pacifico abbandono delle forme democratiche e nel violento e aperto esercizio della dittatura di classe, che, partendo dall’obbiettivo primo di liquidare con la forza le organizzazioni di classe del proletariato, doveva concludersi per logica conseguenza – per la necessità cioè di opporre alla minaccia unitaria del proletariato un fronte altrettanto e più compatto – nella soppressione del pluripartitismo e del parlamentarismo borghesi.

Il rooseveltismo nasce come risposta non ad una pressione rivoluzionaria diretta del proletariato, ma all’immediato cataclisma di una crisi economica senza precedenti: ai fini della risoluzione di questa crisi, mentre la terapia economica si svolgerà sul binario classico dell’interventismo fascista, il mantenimento delle forme politiche democratiche e la conservazione degli organismi sindacali operai non solo non costituiva una rémora, ma permetteva manovre di conservazione più elastiche e ramificate, che sventavano i possibili contraccolpi sociali e politici della crisi con metodi, anziché di coazione, di corruzione, la classica corruzione democratica. Non stupisce perciò che il fascismo abbia trovato la sua “via economica” solo al termine di una lunga esperienza di dominio politico, conseguente e privo di esitazioni questo come incerta e contradditoria quella (il primo fascismo mussoliniano è perfino ortodosso in campo economico, e con movenze liberiste), mentre il New Deal si presenta di colpo come strumento di difesa economica e, in un certo senso, serve di paradigma mondiale alle nuove esperienze di interventismo statale nell’economia, proprie dei regimi totalitari nel decennio 1930-40, come alle più consumate tecniche di sfruttamento delle forme politiche democratiche ai fini della difesa sociale proprie delle democrazie di oggi.

 

Misure d’ordine finanziario

Non importa qui esaminare le cause della Grande Crisi che, dal 1929 al 1933, infuriò negli Stati Uniti parallelamente alla crisi economica mondiale. Importa constatare che quest’ultima crisi ebbe negli Stati Uniti ripercussioni tanto più catastrofiche in quanto essi erano usciti dalla prima guerra mondiale come massimo Paese creditore e quanto più – altra faccia della stessa evoluzione – il loro organismo economico si era dilatato durante e dopo il conflitto. La gravità di questa crisi appare, più che nelle cifre brute e sensazionali dei crolli finanziari immediati e della paralisi produttiva, nel ritmo estremamente lento della ripresa americana, che si inizierà più tardi che in qualunque altro Paese, toccherà quindi più tardi in tutti i campi i livelli antecrisi, presenterà maggiori oscillazioni ad onta dei controlli e degli interventi statali, potrà dirsi sanata solo allo scoppio della guerra europea – con la trasformazione degli Stati Uniti in “arsenale delle democrazie” – e si spiegherà con ritmo vertiginoso con la loro entrata nella guerra. L’indice della produzione industriale (compilato dalla Lega delle Nazioni su base 1929) scendeva infatti nel 1933 a 52,8 (83,5 in Inghilterra, 53,5 in Germania) con la punta più bassa nel Marzo di quell’anno (49,6 e, nell’industria dei beni di produzione, 28), risaliva lentamente a 75,6 nel 1935 quando in Inghilterra era già a 105,7, e in Germania a 94; nel 1936, era ancora inferiore di 13 punti al livello 1929 e appena di 35 superiore al livello 1932; subirà nell’anno successivo una nuova flessione, e ricomincerà a risalire nel 1939. I disoccupati, che nel 1929 erano 1,8 milioni, crescevano nel 1933 a 13,2 milioni e, calcolando anche i disoccupati parziali, erano ancora 11,4 milioni nel 1935. Infine i prezzi in grosso (1929=100) scendevano nel marzo 1933 a 63,2 ed erano ancora nel giugno 1935 a 83,1. Nato dalla Grande Crisi, il New Deal avrà come risultante la vertiginosa ascesa economica degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale e la loro capacità di assurgere senza squilibri alla attuale posizione di dominio mondiale: altra prova del carattere di conservazione del rooseveltismo.

Non è nelle misure immediate di emergenza prese dall’amministrazione Roosevelt – portata al potere da un’ondata plebiscitaria in nome del ritorno attraverso metodi di intervento e di dinamismo statale contrapposti alla polita del “laissez faire” di Hoover, alla “prosperità” antecrisi, -- che si rivela il volto tipico del New Deal. Quelle misure sono di puro ordine finanziario classico. Ciò non stupisce: l’aspetto immediato e più sensazionale della crisi era stato il crollo degli istituti finanziari, la chiusura degli sportelli, la dislocazione della rete del credito ch’era stata insieme la manifestazione e l’arma della grande espansione postbellica. Ma, già allora, la finalità perseguita dall’amministrazione è chiara: si tratta di liquidare la situazione bancaria ereditata dalla crisi del ’29, ricostruire il sistema del credito commerciale e d’investimento, aiutare istituzioni e gruppi economici direttamente colpiti dalla crisi, “risanare” il debito pubblico. Rientrano in questo programma i provvedimenti del marzo 1933, nella fase più critica dell’economia americana: sospensione dei pagamenti delle banche, acquisto da parte dello Stato delle azioni privilegiate nel portafoglio degli istituti bancari, riapertura delle banche in ragione della loro solidità. I provvedimenti non salveranno evidentemente nè i piccoli risparmiatori nè le piccole banche; salveranno i grandi istituti di credito e faciliteranno la concentrazione del sistema bancario e creditizio. Parallelamente, una serie di provvedimenti istituiscono un controllo diretto dello Stato sugli investimenti delle banche federali e sulle operazioni con le banche estere, mentre la Reconstruction Finance Corporation, già creata da Hoover durante l’anno precedente orienterà la sua politica nel senso di “socializzare le perdite” dell’intero complesso economico a garanzia della salvezza delle grandi società industriali. L’intervento statale si traduce insomma immediatamente nel salvataggio, coi poteri e col danaro “pubblici”, degli organismi finanziari e industriali in crisi.

Ma il New Deal dovrà ben presto rivelare in modo ancor più esplicito il suo volto di strumento diretto della grande industria capitalistica. “ Trust dei cervelli”, l’amministrazione Roosevelt è il trust degli interessi di conservazione della classe dominante: la sua ideologia è analoga a quella della “Carta del lavoro” fascista, -- collaborazione fra capitale e lavoro sotto l’egida dello Stato per i fini generali della Nazione”, stimolazione del meccanismo economico mediante una mobilitazione generale delle risorse “collettive” Il New Deal è fortemente nazionalista e autarchico: prima ancora delle sue famose leggi di regolamentazione interna, esso darà l’esempio internazionale dell’abbandono del “gold standard” e silurando la Conferenza economica mondiale convocata da Hoover, accelererà la tendenza internazionale a chiudere in barriere monetarie e doganali le economie nazionali. Il suo nemico sono i prezzi in declino – quei famosi prezzi in declino che l’economia borghese classica presentava come una delle virtù della libera concorrenza e, in genere, della produzione capitalistica. La svalutazione del dollaro, la sospensione di trattati commerciali, l’elevazione di terminati dazi, sono i primi provvedimenti a favore del rialzo dei prezzi interni la politica di intervento nei settori industriale ed agricolo si ispirerà allo stesso principio: dopo aver pagato il risanamento di istituti finanziari e industriali in crisi, la “nazione”, il “popolo” pagherà coi prezzi più cari e con la distribuzione forzata di prodotti agricoli – con una politica di “scarsità nei beni di consumo” – la politica di generosità e di larghezza dello Stato (abbasso la ” parsimonia” di Hoover!) verso le grandi “Corporations”.

 

Politica industriale ed agraria

Mentre il sistema dei sussidi alle industrie pericolanti – caro a tutte le esperienze di capitalismo di Stato, e ben noto all’Italia fascista e postfascista – provvedeva al salvataggio dei più grandi (e perciò più vulnerabili alla crisi) complessi industriali e favoriva la loro concentrazione, l’Industrial Reconstruction Act, e l’organizzazione da esso creata della N.I.R.A., metteva in mano all’industria un’altra arma di difesa: l’elaborazione dei famosi “codici” industriali. Ufficialmente, questi miravano ad eliminare le forma di concorrenza sleale e ad introdurre contratti collettivi di lavoro con salari ed ore di lavoro stabiliti d’imperio: in realtà l’obiettivo fondamentale era la limitazione della concorrenza attraverso i metodi classici dei cartelli industriali: la fissazione di prezzi minimi (superiori a quelli di partenza del mercato) e il contingentamento della produzione, sia mediante la assegnazione pianificata di “quote” di produzione alle industrie aderenti, sia mediante la limitazione di nuovi impianti e di nuove attrezzature produttive. I “codici industriali” del progressista Roosvelt eliminavano anche quella parvenza di protezione contro lo strapotere dei magnati industriali ch’era la legislazione antitrust: la cartellizazione veniva promossa per incoraggiamento governativo, e l’amministrazione pubblica non aveva neppur bisogno di ricorrere al macchinoso armamentario delle corporazioni fasciste e dell’autorità suprema dello Stato, ma invitava gli stessi rappresentanti industriali ad “autoregolarsi” provvedendo per parte sua a dare sanzione agli accordi conclusi e a legalizzare, col marchio N.I.R.A. ai prodotti delle imprese cartellizzate, il boicottaggio dei recalcitranti. Sia l’autorità dalla quale emanavano i codici, sia quella investita del compito di controllarne l’applicazione, erano di stretta filiazione industriale, ed è inutile dire che, nei relativi comitati, il peso determinante era assicurato ai grandi potentati economici. Il governo Roosevelt, professantesi tutore dell’americano medio contro lo strapotere del “big business” si dimostrava così il docile strumento della concentrazione capitalistica. 

E’ vero che i codici contemplavano nel frattempo la stipulazione di contratti collettivi per la riduzione delle ore di lavoro e l’introduzione di salari minimi; ma queste misure, che del resto si ritrovano in fasi diverse della legislazione corporativa, avevano un chiaro compito di conservazione di classe: lo Stato strappava ai sindacati operai, proprio in quegli anni ripresisi dalla lunga crisi del decennio 1920-30, l’arma della rivendicazione salariale, permetteva con l’assorbimento di masse di disoccupati (in realtà, con la generalizzazione della figura del disoccupato parziale) di allontanare la minaccia di un esercito permanente di senza lavoro e, stimolando coi salari minimi la produttività, consentiva agli industriali di realizzare una riduzione dei costi in regime di prezzi stabilizzati ed anzi tendenzialmente crescenti. D’altra parte, il riflesso immediato sul tenore di vita della classe operaia era minimo: il riassorbimento della disoccupazione fu molto modesto, anche tenendo conto degli operai parzialmente riassorbiti attraverso il meccanismo dell’orario di lavoro ridotto (d’altronde molto spesso non rispettato); nel 1935 il salario medio a tenore di contratto risultava superiore al 1929, ma pochissimi operai lavoravano a tempo pieno e i disoccupati erano comunque enormemente aumentati (una fonte certo non sospetta come lo studio del Brookings Institute, The Recovery Problem in the United States, 1936, calcolava che, se distribuito uniformemente sulla stessa massa di operai, il salario 1935 avrebbe rappresentato appena il 67% del livello 1929); esistevano inoltre forti differenziazioni salariali fra lavoro maschile e femminile, fra mano d’opera bianca e mano d’opera negra. Infine, il riconoscimento dei sindacati e l’istituzione di organi paritetici di consultazione (come il National Board, nel quale per altro, ai due rappresentanti dei datori e dei prestatori d’opera si affiancava con funzioni presidenziali il rappresentante…. Imparziale del governo) consentivano di legare all’amministrazione federale le organizzazioni operaie, che fungeranno infatti, in tutte le elezioni presidenziali, da massima pedina di appoggio a Roosevelt.

I provvedimenti N.I.R.A., come quelli di cui parleremo fra poco in campo agricolo, saranno dichiarati incostituzionali dalla Corte Suprema nel 1936. L’effetto immediato per la classe dominante era raggiunto, i grandi sindacati industriali si sentivano abbastanza consolidati per riprendere la loro marcia senza “autocontrolli”; ma è caratteristico che saranno proprio gli industriali a sollecitare, con l’inizio dell’economia di guerra nel 1939, i controlli e gli interventi che tre anni prima, attraverso la Suprema Corte, avevano smantellati. Il risultato netto di questo periodo di moderato intervento statale era comunque chiarissimo: uno sviluppo intensivo della concentrazione industriale e finanziaria, un’assicurazione a spese pubbliche di prezzi alti, una stabilizzazione del conflitti sociali.

In uno dei periodi di broncio elettorale, Roosevelt doveva, nel 1938, montare una demagogica campagna contro il big business e il lancio di una “Investigation of Concentration of Economic Power”, ed egli stesso doveva annunciare pubblicamente: “si sta verificando una concentrazione della potenza privata senza precedenti nella storia… Lo 0,1% di tutte le società anonime che pubblicano un bilancio….. possiedono il 52% dell’attivo totale di queste società. Meno del 5% possiedono l’87% di questo attivo. Lo 0’1%... assorbono il 50% del profitto netto complessivo: meno del 4% incassano l’84% dei profitti totali… il 47% di tutte le famiglie americane e di tutti i cittadini che vivono soli dispongono… di redditi inferiori a 1000 dollari; all’altra estremità della scala, un po’ meno dell’ 1,5% delle famiglie americane godono di un reddito che assomma al reddito globale del 47% delle famiglie citate”. E, più oltre, osservava che, su un numero di azionisti di grandi società anonime di 8-9 milioni, l’80% non incassava che il 10% dei dividendi e non possedeva più del 10% delle azioni, mentre la metà del totale di queste erano in pugno all’1% degli azionisti. La concentrazione si manifestava particolarmente sviluppata in alcuni rami: una sola società aveva il monopolio di fatto della produzione dell’alluminio grezzo; tre trusts producevano il 61% dell’acciaio americano; tre società l’86% di tutte le automobili prodotte negli Stati Uniti, e via discorrendo. Naturalmente, Roosevelt (come Truman) posava allora a difensore del cittadino americano medio, anzi del lavoratore, contro il prepotere dei “baroni”: in realtà, aveva fatto loro il letto con tutta la sua politica economica e, al massimo, rivendicava allo Stato, per le sue capacità di visione integrale dei problemi e degli interessi della classe, il potere di tutelare la stabilità del sistema meglio che le categorie, chiuse nel loro ristretto, immediato e miope orizzonte. La politica della N.I.R.A. troverà sotto a questo aspetto il suo più smagliante sviluppo, durante il secondo conflitto mondiale, non soltanto nella perfetta collaborazione fra industriali e governo, ma nella pratica squisitamente progressista per cui il potere esecutivo, non contento di passare favolose ordinazioni di guerra alla industria privata e di affidarle ricerche “scientifiche” lucrative, si incaricherà di costruire a sue spese nuovi stabilimenti che rivenderà a prezzo di favore dopo il conflitto ai grandi trusts, o provvederà, sempre coi “suoi” soldi, a rinnovare l’attrezzatura di imprese private che, o per miopia o per insufficienza di capitali, non avrebbero potuto provvedervi per proprio conto.

Del resto, la stessa politica agraria del New Deal, per tanti aspetti simile alla fascista, risponde agli interessi di conservazione del capitalismo industriale e dei grandi proprietari terrieri. La famosa A.A.A. (Agricultural Adjustement Act) inaugurava una politica diretta a favorire la riduzione delle aree coltivate ai fini di arginare la caduta dei prezzi di alcune derrate fondamentali (grano, cotone, tabacco, ecc…) e possibilmente di aumentarli. La teorizzazione di questa politica di scarsità, in una fase in cui la gente moriva di fame, era: “ristabilire i prezzi dei prodotti fondamentali delle aziende agricole ad un livello che riporti il loro potere d’acquisto ad un livello pari al potere d’acquisto dei prodotti agricoli nel periodo-base 1909-14”. I metodi erano sostanzialmente i seguenti: restrizione della produzione di determinate derrate agricole mediante sussidi agli agricoltori; distruzione di prodotti invenduti; acquisto da parte dello Stato delle eccedenze di questi prodotti gravanti sul mercato e comprimenti i prezzi; accordi fra cooperative di produttori e i distributori per mantenere e aumentare i prezzi; il tutto combinato con prestiti all’esportazione e dazi all’importazione.

E’ ovvio che una politica di questo genere tendeva a mantenere un mercato ai prodotti industriali a spese sia del consumatore sia del contribuente; ma i suoi effetti sociali nel campo agricolo furono anche più radicali.

Anzitutto, è notorio – e sono tra i primi a riconoscerlo gli scrittori ufficiali americani – che l’intero sistema di distribuzione dei sussidi agli agricoltori per ridurre determinate produzioni fu accentrato nelle mani dei grandi farmers i quali poterono completare il vantaggio netto di una stabilizzazione e spesso di un aumento dei loro prezzi con quello supplementare dell’incameramento delle fette più grosse dei sussidi governativi (il Myrdal, nella sua famosa e ortodossa inchiesta sui negri in America nota che, secondo uno studio parziale su 246 piantagioni del Sud, il reddito liquido medio dei piantatori per piantagione fu nel 1937 di 3590 dollari, di cui 883 provenienti da versamenti A.A.A.; il reddito liquido medio degli affittuari sulle stesse piantagioni fu invece di 300 dollari, di cui 27 di provenienza A.A.A.; e pochi grandi proprietari ottennero fino a 10.000 dollari in sussidi). Inoltre, riducendo l’acreaggio delle grandi culture estensive (cotone, grano, tabacco), favorendo la meccanizzazione dell’agricoltura e, più tardi, il passaggio a culture più specializzate, la politica agraria del New Deal precipitò masse sempre maggiori di affittuari nel bracciantato semplice e nella disoccupazione totale, processo favorito anche dalle disposizioni secondo le quali i sussidi avrebbero dovuto essere in parte ceduti dal proprietario al fittavolo, e che favorirono perciò la denuncia dei contratti di locazione. In realtà, la contraddittorietà di questa politica agraria, che da una parte esigeva di ridurre il terreno coltivato e dall’altro favoriva la diffusione delle macchine agricole, aveva per conseguenza che la produzione non diminuiva se non in misura insensibile: dopo la dichiarazione di incostituzionalità dell’ A.A.A. nel 1936 l’amministrazione Roosevelt passava perciò all’applicazione di nuove norme, una delle quali comportava sussidi ai coltivatori diretti che accettavano di sostituire alle vecchie coltivazioni culture più specializzate e redditizie e di introdurre pratiche di “conservazione del suolo”, e l’altra provvedeva ad acquistare le eccedenze di grano e di cotone a titolo di assicurazione contro le annate di crisi, garantendo perciò ai piantatori un reddito costante ed una possibilità di sviluppo della produzione e dell’esportazione negli anni delle vacche grasse, quelli della guerra.

 

Dall’intervento indiretto all’intervento diretto

Fino a questo punto, grosso modo fino al 1936, il New Deal si presenta come un sistema di intervento disciplinatore elastico dell’economia a favore degli interessi generali di conservazione della classe capitalista e quindi, in concreto, delle grandi e sempre più concentrate oligarchie economiche. I sistemi di finanziamento di questo gigantesco apparato disciplinatore sono ancora “classici”: rimane il principio del “bilancio in equilibrio”, delle spese finanziarie con corrispondenti entrate. Ma l’ultima fase del New Deal, dopo i decreti di “incostituzionalità”, presenta un nuovo volto: gli economisti classici si intingono di keynesismo. Il problema dell’equilibrio del bilancio svanisce: non ci saranno più limiti all’aumento del debito pubblico. Lo Stato, d’altra parte, non si limita più a difendere e incoraggiare l’iniziativa autonoma delle categorie industriali, finanziarie, agricole (notiamo, “en passant”, come l’era rooseveltiana abbia segnato anche il periodo di massima penetrazione capitalistica nel Sud, sia con l’impianto di industrie favorite dallo Stato, sia con la presa di possesso della terra da parte di istituti finanziari settentrionali, sia con la enorme rete del credito ipotecario e della gestione delle diverse forme di sussidio): lo Stato interviene a creare industrie nuove e a promuovere opere pubbliche; lo Stato investe nella misura in cui il privato non è in grado di farlo, o non ha l’attrezzatura per riuscirvi. E’ il periodo in cui, per tenera pietà verso gli slums delle grandi città industriali e delle piccole comunità agricole, lo Stato provvede a costruire case rianimando la più duramente colpita delle branche economiche – l’edilizia – e aprendo col regime degli appalti e delle concessioni la fase delle orge dei “capitalisti senza capitale”: è anche il periodo in cui lo Stato, che per la prima volta nella democraticissima e progressista America aveva iniziato un’opera di assistenza economica ai disoccupati con sussidi diretti, si convince che “rende” di più l’assistenza indiretta, quella che consiste nel “creare occupazioni”. 

L’amministrazione federale cessa di erogare quattrini agli Stati per l’assistenza diretta ai senza lavoro e, con l’Emergency Relief Appropriation Act del 1935, inaugura una politica di lavori pubblici per gli operai validi e di limitazione dei sussidi diretti agli invalidi, e un altro autore non sospetto, il Mitchell, nota che, con questo sistema, lo Stato otteneva il doppio vantaggio di “pagare salari (di sicurezza) più alti dei sussidi, ma in genere più bassi di quelli correnti nell’impiego privato”, e costruiva strade, bonificava, creava centrali ed impianti elettrici, con uno sfruttamento intensificato della forza-lavoro da mettersi in conto… beneficenza; apriva ”campi di emigranti” per le famiglie contadine sradicate dalle grandi piantagioni del Sud e trapiantate in nuove aree di dissodamento, col vantaggio che l’intero programma di “migrazione interna” costava appena 75 dollari all’anno per ogni famiglia contro 350 di assistenza diretta, e permetteva di aprire all’attività economica zone “vergini” e, una volta dissodate, aggiudicarle agli avvoltoi della speculazione sui terreni e agli industriali della trasformazione agraria; con la Farm Security Administration (1937) provvedeva, more fascista, a fissare alla terra gli ex-fittavoli proletarizzati concedendo prestiti di “riabilitazione”, destinati alla creazione di piccole aziende autosufficienti su terre acquistate dallo Stato; organizzando i Civilian Conservation Corps, convogliava la gioventù spostata, senza lavoro e potenzialmente ribelle, in “ servizi di lavoro” di hitleriana memoria; e infine, con la sua più gigantesca opera, la Tennessee Valley Autority, trasformava mediante ciclopici investimenti una vallata di piccoli coltivatori e pastori nel più grande serbatoio di energia elettrica degli Stati Uniti, dove centrali di costruzione e proprietà governativa ma a gestione capitalistica ( cioè cedute a privati che non dispongono di capitale proprio, e pagano allo Stato interessi e ammortamenti per l’uso del capitale fisso, trattenendosi il prodotto e perciò il profitto), producono energia a buon mercato per le piccole aziende contadine ma, soprattutto, per le grandi industrie di trasformazione industriale sorte nella zona (fra l’altro, l’energia del Tennessee, questa “comunità” che manda in brodo di giuggiole i nostri riformisti e socializzatori, si dimostrò in seguito elemento essenziale dell’espansione degli stabilimenti atomici di Oak Ridge e delle fabbriche di alluminio dell’Alcoa). Col suo intervento, lo Stato agisce insomma da stimolatore di tutto il ciclo economico, “crea occupazioni”, cioè moltiplica le possibilità di estorsione del plusvalore.

Tiriamo le somme di questa rapida sintesi dei provvedimenti rooseveltiani? Lo Stato interviene al doppio fine di operare una stabilizzazione economica e stabilizzazione sociale: provvede al salvataggio delle industrie pericolanti, al finanziamento della loro espansione, al mantenimento dei loro prezzi; per consolidare ulteriormente questa politica di conservazione, le forza a controllarsi e disciplinarsi; quando la terapia ha raggiunto il suo effetto, e le grandi aziende concentrate mostrano di poter camminare da sè, lo Stato, non senza preparare propagandisticamente il terreno con una campagna… antimonopolistica, va più oltre – diventa imprenditore e, parzialmente gestore, cioè crea industrie, inaugura iniziative economiche, suscita possibilità nuove di lavoro, che, o attraverso il regime degli appalti, o attraverso quello della vendita a buon prezzo, o attraverso l’apertura di “zone vergini” e di “aree depresse”, ritorneranno per un giro tutt’altro che complicato nella ristretta cerchia degli “appropriatori dei prodotti del lavoro umano” (che, come nel caso della T.V.A. o come nel caso delle imprese nazionalizzate di tutti i Paesi e, in genere, in tutte le forme di capitalismo di Stato, non sono necessariamente “ proprietari degli strumenti di produzione”); nel campo agricolo, sostiene i prezzi e il “potere d’acquisto del coltivatore diretto”, in realtà proletarizza i ceti intermedi a vantaggio della grande proprietà borghese e, immagazzinando prodotti agricoli eccedenti, costituisce quel gigantesco” granaio” che permetterà all’America, dopo di aver stabilizzato i suoi prezzi e mantenuto artificialmente alti quelli del mercato mondiale, di rivendere i cascami della propria sovrapproduzione agli alleati di guerra e di comprare coi suoi “doni generosi” i servi del dopoguerra; nel campo sociale, non elimina la disoccupazione ma la “redistribuisce”; non aumenta il salario medio per testa, ma assicura un minimo di salario alla riserva di disoccupati ( o dei lavoratori) parziali; riconosce legalmente i sindacati per legarli alla politica generale della classe sfruttatrice.

Chi ha pagato e paga questa organizzazione multilaterale di difesa dell’oligarchia dominante americana? L’ha pagata e la paga tutto il mondo; l’hanno pagata e la pagheranno le generazioni contemporanee e venture dei contribuenti americani. Il debito pubblico federale, dall’anno finanziario 1929-1930 al 1941 – vigilia di Pearl Harbour – era salito da 16 a 58 miliardi di dollari. Il debito internazionale verso gli Stai Uniti chi può calcolarlo? Il New Deal, progressista e interventista, democratico nelle forme politiche come fascista nella politica economica, è stata la premessa necessaria della più grande macchina di sfruttamento della forza-lavoro (americana e mondiale) che la storia del capitalismo abbia mai conosciuta: l’impero ”non colonialista” di Wall Street.

 

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