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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 22 Agosto 2019

Chiudendo la "Questione Italiana" ( Rassegna comunista, 15 novembre 1921)

Nel N. 5 della nostra Rassegna, alla vigilia del congresso di Mosca scrivevamo sulla questione italiana un articolo inteso a dimostrare che la scissione verificatasi al congresso di Livorno non era dovuta all'intervento dell'Esecutivo dell'Internazionale, ma era stata il logico scioglimento dello sviluppo delle tendenze nel partito socialista italiano, quale si era determinato nel corso di molti anni.

Ci auguravamo in quell'articolo che il III Congresso della Internazionale Comunista, chiamato a giudicare, da una parte sulla condotta dell'Esecutivo a Livorno, dall'altra su di un sedicente appello del partito socialista italiano contro la decisione del primo di escluderlo dalla Internazionale, si rendesse conto di questo valore definitivo della scissione avvenuta nel partito socialista.

Le tesi che a parer nostro il Congresso avrebbe dovuto evitare di far sue erano le seguenti: a Livorno erano in presenza due frazioni di comunisti ed una di socialdemocratici; delle due prime l'una esigeva la espulsione della terza, poggiandosi sulle ventuno condizioni d'ammissione del Secondo congresso mondiale; l'altra si rifiutava di porsi su questo terreno nella speranza che l'Internazionale non avrebbe fatto della esclusione dei riformisti un "casus belli". L'Esecutivo fece bene a porre l'ultimatum nel senso della esclusione immediata di questi ultimi, ora la conferma di questo ultimatum da parte del congresso farà sì che, se non tutti, una gran parte dei comunisti "unitari" comprenderanno che si deve scegliere definitivamente tra Mosca e la destra del partito, e si staccheranno da questa.

Invece proprio da questo punto di vista si è posto il Terzo congresso. Esso ha scartato le obiezioni dei Levi secondo cui era preferibile non imporre in modo tanto crudo a Livorno la esclusione dei riformisti, e in ogni caso non fare uscire dal partito i comunisti, ma restarvi per continuare la campagna contro la destra. Ma in fondo questo punto di vista di destra non mancava di logica: esso veniva a dire che il compito dei comunisti nella situazione italiana era ancora compito di frazione e non di partito, tesi errata, ma da cui usciva una tattica conseguenziale - mentre se all'opposto si riconosce che a Livorno cominciava la funzione di partito del comunismo in Italia, occorre rassegnarsi a concludere che dopo Livorno nessuna frazione comunista era rimasta nel partito socialista.

In realtà il terzo congresso ha gravitato intorno al problema dibattuto a Livorno: dimostrare che la frazione di concentrazione socialista, di cui a Livorno la mozione comunista e le dichiarazioni di Kabaceff intimavano la espulsione, non era e non è una frazione comunista e non può stare nella Terza Internazionale, come i serratiani unitari sostenevano.

Ribadire questa affermazione era poco, e voleva dire non applicare le ventuno condizioni del Terzo congresso nel loro valore, che non è nella lettera del formulario, ma è nel loro contenuto marxisticamente dialettico. La esclusione dei turatiani che noi chiedemmo a Livorno, non era solo il mezzo di processare e giudicare i turatiani, ma era il saggio, l' "experimentum crucis" di tutto il partito italiano. Il problema non era tanto nel liberarsi dai riformisti, ma esso si esplicava in un gioco molto più complesso, traducendo il valore delle ventuno condizioni di ammissione, per la prima volta applicate al partito italiano, nella indicazione che "chiunque non è per l'espulsione dei turatiani, chiunque non capisce che bisogna romperla con Turati, è fuori e deve essere escluso dalla Internazionale comunista". E dicendo chiunque non intendiamo fare casi di singole persone, nè contestare che vi possano essere numerosissimi membri del partito che si pronunziano sotto l'influenza dell'abile opportunismo dei capi, ma indicare che la frazione, il gruppo organizzato, che fa sua la piattaforma: "i riformisti possono stare nell'Internazionale", da avvocato si trasforma in imputato, e, se l'applicazione dei deliberati del secondo congresso ha veramente un valore reale, ossia si viene ad incontrare con quelle crisi dei partiti che la evoluzione storica ha maturate, deve esso stesso, questo gruppo unitario, essere giudicato incompatibile, essere escluso non perchè sia in gioco un ripicco da una parte e dall'altra, ma perchè quel suo atteggiamento smentisce tutte le altre sue dichiarazioni esteriormente comuniste, lo dimostra non comunista, malgrado che esso dichiari di non voler rompere coll'Internazionale, e si dia all'ipocrisia degli "appelli".

 

 

La questione italiana deve invece avere il suo punto centrale nell'esame della frazione unitaria serratiana e della sua compatibilità o meno colla Internazionale comunista, e noi vogliamo assumere che lo svolgimento dei fatti posteriori al congresso di Livorno, e soprattutto il congresso di Milano che li ha suggellati nel modo che noi con sicurezza matematica ci attendevamo, dimostrano che questa frazione "in sè stessa" non è comunista e doveva essere eliminata dal seno dell'Internazionale.

Questa dimostrazione noi l'avevamo già data in tutta la nostra polemica tra il Congresso di Mosca e quello di Livorno, e sulla base dei fatti che metteva a nostra disposizione tutta la storia del partito italiano durante la guerra e dopo la guerra. La nostra relazione al congresso di Livorno, consisteva nel processo alla frazione "comunista o massimalista unitaria": il processo alla frazione Turati lo ritenevamo fatto da tempo, prima della guerra, durante la guerra, e al Congresso di Bologna. Ma la vittoria del massimalismo a questo congresso, che adottava a grande maggioranza il programma comunista, e aderiva alla Internazionale di Mosca, questa vittoria era il colosso dai piedi d'argilla di cui fin dal primo momento gli elementi comunisti intesero e denunziarono le deficienze. L'indice esteriore più evidente, il sintomo più specifico della malattia era la mancata esclusione dei socialdemocratici, ma la malattia era ben più complessa: il massimalismo elettoralesco di Bologna non era il comunismo, da esso si discostava sul terreno della dottrina e dell'azione, in tutti i campi. E' certo che se il massimalismo serratiano fosse stato il comunismo, il problema della destra riformista sarebbe caduto, perchè i turatiani se ne sarebbero andati da sè. La loro permanenza era in ragione del fatto che il partito - lasciando da parte il valore della democrazia congressuale delle sue maggioranze - nella sua struttura organizzativa e nella sua funzione nella vita politica e sociale  non era comunista, malgrado il fiammeggiare delle sue etichette di occasione.

L'argomento di non aver escluso i riformisti non era che una delle prove che non si aveva a che fare con un partito comunista, come tante altre prove si avevano nelle dichiarazioni programmatiche, nella propaganda, nella azione parlamentare, sindacale, nella preparazione, o non preparazione, alla lotta rivoluzionaria. Questa reale situazione italiana, e la via per trarne efficacemente lo sviluppo di un movimento effettivamente comunista, si rispecchiarono benissimo nelle tesi sulle condizioni di ammissione del secondo congresso mondiale. E' giusto dire che queste si riducono a una sola; essere comunisti; ma che cosa vuol dire questo se non che chi non accetta uno degli aspetti dell'azione comunista, ossia anche uno solo dei calunniati ventun punti, non ne accetta in realtà nessuno, e rivela che la sua adesione agli altri è falsa ed opportunistica? In realtà il secondo congresso costrusse per la Internazionale un ottimo apparato per il suo stesso processo di formazione, o piuttosto esso ebbe la visione esatta della forza storica di questo processo di formazione, e ne fissò in modo mirabile i termini fondamentali.

Abbiamo detto come al momento del congresso di Livorno la nostra critica della composizione e della funzione del partito socialista italiano conduceva a giudicare non comunista la sua maggioranza, ossia quella sua parte che numericamente nei congressi costituiva la base delle frazioni di destra e del centro. Questa concezione non concordava con quella di molti compagni esteri, che invece ritenevano che il partito italiano non avesse che dei difetti secondari, che le ventuno condizioni ne avrebbero determinata una utile "riforma" e non la condanna. Su di essi influiva la nozione dei precedenti del partito, e della sua lotta contro il riformismo collaborazionista prima della guerra, e contro il socialpatriottismo durante questa; mentre in realtà la più interessante esperienza che la storia del movimento italiano pone a disposizione dell'Internazionale è che quelle condizioni sono state tutt'altro che favorevoli alla formazione di un movimento comunista che innestasse alla situazione del dopoguerra il ritorno alle potenti tesi rivoluzionarie del marxismo tratte dalla rivoluzione di Russia sulla scena della storia.

Ma siccome la nostra critica che concludeva in quel modo così pessimista in riguardo al partito italiano poteva allora sembrare dettata da eccessivo dottrinarismo, è ora interessante trarne dagli avvenimenti successivi, e soprattutto dall'andamento del congresso di Milano, una incontrovertibile conferma "a posteriori".

 

 

L'esame della funzione della frazione di destra è interessante per il riflesso che ne viene sull'attitudine del centro serratiano. La destra di Bologna (Turati e Lazzari) mostrava di porsi (ed era per Lazzari posizione sincera, per gli altri manovra politica) su quel terreno su cui era già venuta prima della guerra la maggioranza del partito: ossia sulla "punta" sinistra della dottrina e della pratica socialdemocratica.

La destra di Bologna non sosteneva la collaborazione politica colla borghesia, e rivendicava tutta l'intransigenza parlamentare e soprattutto la tradizione della condanna al socialpatriottismo. Essa si rifiutava però di seguire la maggioranza "massimalista" nella modificazione del programma vecchio del partito, nella accettazione teorica della dittatura del proletariato e dell'uso della violenza.

Noi dicemmo allora in pochi, e ripetemmo in maggior numero a Mosca e a Livorno, che bastava quell'atteggiamento per essere esclusi dalla Internazionale, per la lapalissiana pecca di "non-comunismo".

A Bologna e a Livorno la frazione di centro ci contrappose una tesi speciosa, la cui inconsistenza è tale, da far risaltare la inconsistenza teorica e pratica della frazione stessa dal punto di vista comunista. Si pretese che i socialdemocratici che costituiscono l'antitesi del comunismo e della Terza Internazionale sono i socialpatrioti e i collaborazionisti ministeriali di cui la guerra aveva moltiplicati i saggi nei partiti esteri, e che quindi essi non erano rappresentati nel seno del partito socialista italiano, che in materia poteva dare lezioni all'estero poichè fin dal 1912 aveva espulsi i Bissolati, fin dal 1914 i Mussolini.

La frazione di centro del congresso di Bologna e di quello di Livorno non aveva la sensazione di quello che fosse il "centrismo" o socialdemocrazia di sinistra - il nemico più pericoloso del movimento comunista, quanto più accumula pretesi attestati di benemerenza sinistreggiante - e non lo intendeva non perchè dovesse ricevere le ultime lezioni di comunismo e bastasse l'ammonimento di Mosca o la disciplina internazionale a farla convinta di quella elementare distinzione: non lo comprendeva per una ragione ben più grave: perchè questa frazione era essa stessa il centrismo, in uno dei più schifosi esemplari da porre nel museo della storia.

A Livorno si ripetettero le dichiarazioni comuniste, si promise di accettare tutte le condizioni di ammissione, si disse non che si respingeva il punto settimo per la rottura coi centristi, ma che in Italia non vi era luogo ad applicarlo perchè in Italia non vi erano "riformisti". Queste sconclusionate affermazioni celavano in realtà una sempre più profonda ostilità alle posizioni di dottrina e di tattica del comunismo.

Non vogliamo, abbiamo detto, ripetere la dimostrazione "a priori" di questa affermazione, servendoci di scritti, di deliberati, di discorsi e  quel che più conta di atti  per dimostrare come i serratiani non fossero comunisti ma socialdemocratici della specie più pericolosa, perchè più dissimulata sotto paludamenti estremisti. Basterebbe per questo - rimandiamo il lettore che si interessi alla questione alle paginette della nostra relazione di Livorno - passare in rassegna i loro ridicoli argomenti contro la scissione e per la cosiddetta "unità del partito".

L'argomento fondamentale, quello "i nostri destri non sono riformisti; la frazione di concentrazione di Reggio non è riformista" era maneggiato in modo tale da dimostrare la sua artificialità, la sua funzione di maschera del vero argomento; "siamo troppo vicini ai destri per separarci da loro, sentiamo di potere e volere agire sul loro stesso piano". Se così non fosse, il fatto che i riformisti italiani hanno dimostrato di essere collaborazionisti aperti, nel periodo posteriore a Livorno, avrebbe dovuto indurre i serratiano ad accettarne la espulsione senza ulteriormente discutere, ravvisando in essi quei socialdemocratici di destra che indiscutibilmente sono l'antitesi del comunismo. Ma questo non è avvenuto, perchè la semplicissima verità - messa fin che si vuole in forma schematica - era un'altra: il centro serratiano è sempre stato una frazione socialdemocratica di sinistra che non ha nessuna ragione di romperla con la frazione socialdemocratica di destra, per la fondamentale affinità di programma e di tradizionale funzione storica.

Basti ricordare il discorso del "teorico" centrista Baratono a Livorno, vuota, inconcludente chiacchierata saltellante senza criterio tra le più curiose affermazioni (colpa forse anche un pochino di una tempestosissima accoglienza comunista) ma da cui è dato cogliere questa esplicita dichiarazione: "Di fronte a questa domanda: esiste il collaborazionismo come frazione nel partito italiano? -, noi avremo errato, la storia dirà poi la sua sentenza ultima da qui a qualche anno, nessuno è profeta nel mondo, ma insomma noi non crediamo di poter definire i nostri destri come frazione collaborazionista, la quale porti ciò come suo programma e cerchi di attuare nella sua attività di partito questa tendenza a collaborare con la borghesia".

Non è tanto grave il fatto di non prevedere o di fingere di non prevedere che la frazione Turati si volgerà all'aperto collaborazionismo, quanto quello di non capire che la condizione negativa, la condizione che basta ad essere incompatibili colla Internazionale, non è il collaborazionismo, ma una attitudine che sta più a sinistra del collaborazionismo. Perchè Baratono non capiva questo? Perchè non sentiva dove veramente passa la frontiera politica di demarcazione tra chi è e chi non è comunista? Per il fatto elementare che egli stesso era a destra di questa linea, che egli stesso è l'esemplare di quella tendenza che sta tra il collaborazionismo socialdemocratico e il comunismo; ma che quando la rottura programmatica avviene logicamente rimane col collaborazionismo e non col comunismo.

 

 

Infatti dopo il congresso di Livorno, sebbene il partito socialista resti diretto da questa tendenza di sinistra rispetto ai turatiani, la sua politica, che in queste pagine abbiamo fedelmente seguita, si dimostra palesemente socialdemocratica e antirivoluzionaria nel campo sindacale, parlamentare, nell'azione verso il fascismo, etc. E nemmeno su questo ritorneremo.

Nel campo internazionale il Terzo congresso fa propria quella posizione da noi indicata in principio, di ribadire la incompatibilità della destra turatiana, della frazione di concentrazione di Reggio Emilia, e confermare che essa deve essere ultimativamente allontanata da un partito che vuole stare nella Internazionale comunista. Ma il Terzo congresso non giunge a constatare che la scissione di Livorno non è stata dovuta all'incidentale dissenso su questo punto del trattamento da fare ai turatiani, bensì dall'antitesi inconciliabile tra i comunisti e i non comunisti di ogni sfumatura. Il Terzo congresso si mostra convinto che purchè si faccia presente al grosso della frazione serratiana che il sacrificio dei turatiani non era una pretesa personale di Kabaceff o di Bordiga, ma la effettiva richiesta in cui tutti i comunisti non possono non essere solidali, la linea di frattura tra movimento socialdemocratico e comunista in Italia si modificherà attraverso una nuova scissione del partito socialista, ed unificazione della sinistra col partito comunista.

Questa visione della situazione e il programma che ne è scaturito sono risultati errati, sebbene l'ultimatum del Terzo congresso abbia ricevuto il potente appoggio della aperta conversione dei destri sulla richiesta di collaborare al governo borghese.

Quale situazione più propizia se le premesse fossero state esatte? Il centro si stacca dal comunismo solo perchè è vittima di una illusione unitaria, perchè crede che per aversi la incompatibilità coll'Internazionale occorra il peccato collaborazionista: i destri del partito italiano si palesano tali, la rottura si determinerà. Ma disgraziatamente la premessa è inesatta: il centro, coi suoi baratoni, non è su una piattaforma comunista. Chi non intende che bisogna romperla col socialdemocratico "che non collabora" non la romperà neppure con quello che collabora; poichè, ripetiamo il "socialdemocratico che non collabora" è proprio lui, questo centrista serratiano o baratoniano destinato alle funzioni di complice della collaborazione attraverso gli imbrogli della demagogia.

Ed infatti i baratoni di Milano non si sono affatto commossi del crollo della loro fondamentale ipotesi di Livorno e hanno dimostrato che non erano disposti a sacrificare alla Internazionale Comunista la loro unione colla destra, non perchè questa avesse speciali meriti di sinistra, come avevano su tutti i toni ripetuto per i gonzi, ma perchè il loro posto è più con quella destra che con il comunismo, perchè essi sono per loro propria intrinseca virtù al di fuori delle frontiere che al movimento della Internazionale tracciavano le ventun condizioni, e prima di esse lo sviluppo storico del movimento del proletariato, in Italia come nell'Internazionale.

 

 

Al congresso milanese vi è stata una timida formulazione della abbandonata tesi baratoniana livornese da parte della esigua sinistra Lazzari-Maffi-Riboldi. In essa la tradizionale intransigenza di Lazzari è perfettamente a posto. Il cardine della posizione di questo gruppo non è il riconoscimento che sia stato un errore non romperla coi riformisti a Livorno; allora si è fatto bene perchè "non erano collaborazionisti". Ora sì che bisogna espellerli perchè essi sono collaborazionisti. Si tratta di una riesumazione non riuscita delle direttive dell'anteguerra in cui la incompatibilità si tracciava, tra destri e sinistri, sul problema della collaborazione, mentre oggi non questo è l'indice decisivo, bensì quello della accettazione del metodo comunista e della lotta rivoluzionaria per la dittatura del proletariato.

A poco a poco schiere sempre più estese del partito socialista, specie tra i gregari e i lavoratori, intenderanno questo, per la pratica esperienza della azione del partito, e comprendendo la inanità di ogni opera di frazione contro la fatale marcia a destra di quel partito, passeranno alle file dell'Internazionale, nel solo modo utile, che è oggi l'unico possibile: l'adesione al partito comunista.

Questa nostra classificazione delle varie categorie di opportunisti parrà schematica, e lo è senza contrasto, poichè senza schemi non vi sarebbero classificazioni, e non vi sarebbero criteri generali di critica e perciò stesso di azione. Ma noi ci atteniamo a tale metodo con fiducia, non solo perchè lo abbiamo saggiato al confronto di una mole enorme di fatti e di esperienze concrete della nostra milizia di partito, ma perchè finora ne abbiamo tratta una chiara visione della via che si percorreva, ed esso ci ha condotti a felici conferme dei nostri atteggiamenti da parte degli avvenimenti.

Il Partito Comunista d'Italia procede con slancio, con decisione e, fino a prova del contrario, con razionale chiaroveggenza sulla via che ha presa nella battaglia che ha condotto alla scissione di Livorno, e la sua piattaforma saldissima è la affermazione che il divenire dell'urto tra le frazioni nel vecchio partito socialista ha condotto alla costituzione del partito comunista, segnandone felicemente il momento decisivo nella violenta rottura colla quale la pericolosa falsificazione del massimalismo opportunista veniva smascherata come una delle molteplici manifestazioni della tabe controrivoluzionaria, la più temibile perchè la meno evidente.

Il bisturi di Livorno non ha tagliato troppo poichè Milano ha dimostrato che esso ci ha divisi da un cadavere putrescente. Russi, bulgari o italiani, quelli che a Livorno collaborarono a questa soluzione non hanno nulla da rimproverarsi, e non domandano nemmeno speciali attestati di benemerenza, sapendo troppo bene di non essere stati che gli assistenti di un operatore che non fallisce: la storia.

 

 

 

 

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