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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 22 Agosto 2019

Grandiosa, non commestibile civiltà ( Il Programma Comunista, n°5, 1954),

 

 

 

Imbandigione e convitati terrestri

 

Nell'opinione volgare il capitale non è originato dal lavoro accumulato dei morti, impiegato ad investire e saccheggiare lavoro di una massa di viventi, ma tutto è capitale; la terra agraria, la terra incolta, l'acqua, i giacimenti del sottosuolo, gli animali e i vegetali allo stato di natura. A Manila nelle Filippine riferiscono si sia tenuto l'ottavo congresso scientifico internazionale del Pacifico, ove ecologi, botanici, faunologi, idrologi, pedologi (non sono costoro né i pedanti né i pedestri né i pediatri - o i pedicuri - ma gli studiosi del terreno, del suolo) si sarebbero occupati del fatto che l'umanità moderna si avvia alla «dilapidazione del globo» non badando che esso è un «capitale vistoso sì ma non eterno».

 

Quanto alla eternità, lasciamo stare il fatto che non è eterno nel senso cosmico sicuramente, e non è eterna nessuna delle specie che su di esso allignano e neppure la umana. Si tratta di vedere se il ciclo degli scambi tra l'ambiente naturale con le sue riserve di materia-energia e la specie vivente tende a raggiungere un'armonia di equilibrio dinamico (teoricamente indefinita), o tende a cadere in un progressivo sbilancio e quindi a divenire insostenibile, in tempo storico, determinando regressione e fine della specie.

 

Questa è una grande questione a cui i dati effettivi di quelle discipline possono indubbiamente recare tributi, ma poco si caverà da congressi tanto «scientifici» da cadere in abbagli di calibro e tipo superstizioso, come può essere in economia quello di trattare il globo come «capitale», o anche come bene fondiario della società Humanitas,anonima per azioni - in filosofia quello di attendere il rimedio dalla via morale e conoscitiva, ossia dalla esortazione agli uomini «a pensarci», come se si trattasse del classico figliolo dedito a mangiarsi gli ultimi avanzi del patrimonio di papà.

 

Un biologo francese, che naturalmente non abbiamo mai conosciuto e che ci limitiamo al solito ad immaginarci, a tale filantropico scopo descrive una tragedia della specie per poter concludere: pensi l'uomo al destino delle cavallette! Che dunque accade alle folli cavallette? Un'onda di caldo in una zona di savana, o palude tropicale, provoca ad un tempo un pullulare di cavallette ed una fioritura di piante effimere (di pronta crescita e vita breve). Che sarà di questo inaspettato potenziale di vita, o trasformazione di energia irradiata dal sole in energia organica? Le innumeri cavallette divorano rapidamente tutte le piante e poi muoiono di fame sul posto. E che devono riflettere, su questo, gli uomini? Grati alla divinità, che li dotò di scienza e coscienza, dovrebbero pensare che se le cavallette avessero ragionato avrebbero stabilito un razionamento delle piante effimere, ed avrebbero inoltre inventata la sensata risorsa di mangiarsi tra di loro.

 

Abbiamo ricordato questo problema spesso ammannito agli uomini cosiddetti di mezza cultura, per riconoscere importanza alla questione di una immaginaria mensa estesa a tutto il pianeta attorno alla quale siedano i formicolanti convitati uomini-cavallette, e del rapporto tra il numero delle bocche e le pietanze imbandite, e dire, riprendendo, che lo studio non sempre agevole della questione della produzione agraria in tempo capitalista, colle sue analisi ragionate, poste in quadri numerici, ridotte in formule algebriche, non deve essere preso per un lusso dell'intelletto, ma per una esigenza imprescindibile del ventricolo di specie.

 

Nello stesso tempo quelle banali presentazioni sono utili per mostrare quanto se ne distacchi in semplicità e allo stesso tempo in potenza e ricchezza di sviluppi, l'impostazione marxista. Il ciclo non si svolge fino ad un tornante in cui gli uomini, percossi da rivelazione o investiti di sapienza, si diano da fare per non avere la fine delle cavallette, coltivando meglio piante effimere o tenendo i cavalletti lontani dalla coniugale alcova. Per lunghe fasi del ciclo, gruppi contro gruppi della specie (essendo il numero di individui già alto, ma lontanissimo da quello odierno, in rapporto alla terra nota e percorsa) imparano a distruggersi, depredarsi e opprimersi: lo studio delle grandi tappe di queste inevitabili lotte deve stabilire se come e dopo quali stadi la specie perverrà ad un utile bilancio stabile dei suoi rapporti con la natura fisica, tale che sola via per ottenere alimenti non sia la guerra e la servitù di classe. In questo studio l'oggetto sono le forze produttive e i loro rapporti e non le loro caricature sotto forma di moniti amministrativi o predicozzi moralistici.

 

 

 

 

Il capitalismo, pessimo vivandiere

 

Tutta la fondamentale dimostrazione di Marx, che occupa la parte finale di quanto del terzo libro del Capitale ciè stato trasmesso, tende alla tesi nettamente rivoluzionaria: il modo di produzione capitalistico, grandissimo propulsore del crescere assoluto e relativo delle forze di produzione, tappa indispensabile e decisiva di un tale accrescimento, non può far tenere il passo all'aumento di numero e di potenza tecnica delle collettività umane colla produzione di alimenti. Da questo noi non concludiamo al calcolo del tempo entro il quale si morrà tutti di fame, ma a quello del cammino che ci separa dalla catastrofe, in cui questa inevitabile contraddizione farà saltare in aria la struttura capitalista. Ed infatti il pigro lettore che salta le pagine ove gli sembra si allinei un freddo dedurre economico, una serie poco divertente di dati numerici, un intrico di simboli e formulette (oggi direbbero che tutto questo fa venir la barba, non fa fumetto, non fa rotocalco, soprattutto non fa cassetta) non si avvede dei tratti del duro cammino in cui il traguardo dello scontro rivoluzionario appare in tutta la sua suggestione e si lascia imbonire facilmente alla corrente conclusione: eh, quel vecchio Marx, se non avesse lasciato di fare l'agitatore per mettersi a fare il teorico dipingitore dell'economia capitalista...! Si era ormai disinteressato della politica rivoluzionaria, la sola che conti; altro che teoria della rendita fondiaria...

 

Marx ricorda che già i primi economisti moderni rilevano il contrasto tra il progresso tecnico in agricoltura e le forme sociali. La produzione di un terreno può essere accresciuta con buoni drenaggi, concimazioni abbondanti, buona lavorazione, estirpazione delle erbe dannose e pulizia del terreno, ecc.: «Ma tutto ciò richiede spese considerevoli e gli affittuari sanno altrettanto bene che, per quanto essi possano migliorare la terra o accrescerne il valore, sarà sempre il proprietario della terra che, alla lunga, ne trarrà il vantaggio principale con l'aumento delle rendite e con l'accresciuto valore del terreno». «Tutti gli sforzi [di miglioramento] (...) non possono portare risultati molto considerevoli (...), fino a che tali miglioramenti continueranno a far aumentare molto più il valore della proprietà fondiaria (...) di quanto non migliorino la posizione dell'affittuario o del lavoratore agricolo».

 

L'ingranaggio del sistema capitalistico è tale che tanto il capitale quanto il lavoro umano sono incessantemente sospinti verso l'industria e non verso l'agricoltura, cosicché alle incredibili velocità di trasformazione dei procedimenti della prima, corrisponde una enorme lentezza di evoluzione nella seconda: nei campi anche dei paesi più sviluppati si adottano oggi per la maggior parte gli stessi procedimenti agrari che si usavano da secoli e da millenni.

 

Marx rapporta questa riluttanza del capitale alla terra, alla composizione tecnologica ed organica di esso, che è più favorevole nell'industria che non nell'agricoltura. Ricordiamo ancora un tale concetto: «La parte di valore del capitale [anticipato nella produzione]che consta di macchinario, ecc., e materia prima, viene solo semplicemente riprodotta nel prodotto, appare nuovamente, resta immutata. Il capitalista deve pagare questa componente del capitale al suo valore (...). Solo il lavoro impiegato dal capitalista entra per intero nel valore del prodotto e viene comprato per intero da lui, benché egli lo paghi solo in parte [col salario].Supposto il suddetto saggio di sfruttamento del lavoro [qui supposto da Marx del 50%:ossia l'operaio lavora 8 ore su 12 producendo valore per sé, e altre 4 per il capitalista], la grandezza del plusvalore per un capitale della stessa grandezzadipenderà dunque [si guardi: a pari saggio del plusvalore] dalla sua composizione organica».

 

Se il capitale si compone di 80 di capitale costante e 20 di capitale salari (di massima, per il suo tempo e l'industria, Marx ritiene di 4 questo grado tecnologico: l'operaio in media trasforma materie di costo quadruplo del salario), altri 10 si aggiungeranno di sopravalore (ossia il 50 per cento del 20 di salario) il valore del prodotto sarà 80+20+10=110; il profitto sarà 10, il suo saggio 10 per cento. Ma se avessimo invece all'opposto 60 di capitale costante e 40 di salari (Marx suppone che ciò fosse, un secolo fa, lagrossa media nell'agricoltura: e in questa non siamo oggi probabilmente molto più oltre), allora il sopralavoro sarà metà di 40 e quindi 20, il prodotto 120, il saggio di profitto non più 10 come prima, ma 20 per cento. «Noi supponiamo che quella [la composizione] del capitale agricolo sia = 60c + 40v, ossia che nella sua composizione venga speso in salario - immediate labour - più che nella somma complessiva del capitale speso nelle restanti branche d'industria. Ciò indica uno sviluppo relativamente più basso della produttività del lavoro in questa branca».

 

 

 

 

Grano e capitalismo

 

Non occorre confondere la questione che fa Marx per spiegare la lentezza dell'aumento di produttività nell'agricoltura rispetto all'industria, ostacolo alla riduzione del tempo di lavoro a parità di prodotti e di consumi medi, ostacolo insormontabile per le classi i cui consumi sono soprattutto alimentari, colla preferenza del capitale per gli altri prodotti, confusione fatta (vedi Dialogato) da Stalin teorico.Ilcapitale «sa» che raggiunge una sempre più alta massa di profitto seguendo la legge della discesa del saggio medio e preferisce produrre ad alto grado tecnologico (molte tonnellate-anno di acciaio per operaio impiegato), grado circa 15 o 20 invece del 4 di Marx; preferisce come dice il dott. Costa avere molti operai ad alto salario e pagare alto salario, ma avere moltissimo prodotto. Con l'acciaio è facile «all'offerta forzare la domanda» facendo armi e guerre, anche diminuendo il numero di bocche che domandano inutilmente grano.

 

Le tonnellate-anno di grano che produce ogni operaio agricolo nel corso di un secolo non sono probabilmente cresciute del 50 per cento, mentre quelle di acciaio divenivano decine di volte di più, dal puddellaggio a mano al Martin-Siemens... Continuando in quel passo Marx aggiunge: «Del resto in alcuni tipi di agricoltura, per esempio l'allevamento di bestiame, la composizione può essere 90 costante e 10 variabile, quindi il rapporto v/c può essere minore che nel capitale complessivo industriale» (qui nota a pie' di pagina su un punto «chiodato»: va da sé che quando parliamo di composizione del capitale agricolo, il valore del suolo, o il prezzo del suolo, non viè compreso. Quest'ultimo non è che rendita fondiaria capitalizzata). «Ma non è questa branca a determinare la rendita, bensì l'agricoltura vera e propria, e precisamente la parte di essa che produce i principali mezzi di sussistenza,come frumento ecc. Nelle altre branche la rendita non è determinata dalla composizione del capitale in esse stesse investito, ma dalla composizione del capitale che viene impiegato nella produzione dei mezzi di sussistenza principali». E qui una recisa assertiva: «La semplice esistenza della produzione capitalistica presuppone come elemento principale dei mezzi di sussistenza l'alimento vegetale anziché l'alimento animale».

 

Qui potrebbero saltare su gli aggiornatori a considerare superata una tale posizione in quanto il proletariato ormai non si nutre più di solo pane. La statistica di oggi ci dice che ogni abitante del globo dispone di 77 kg di pane all'anno. È curioso che dispone dello stesso peso di acciaio! E di più di 568 chili di carbone e 215 di petrolio e già 75 mc. di metano. Si intende che oltre al frumento vi sono altri cereali e altre derrate: 55 chili di riso (citato da Marx più volte), 55 di granoturco, 93 di patate. Il resto dei prodotti agricoli è trascurabile, come quantità se non come valori. Non certo trascurabile per i paesi sviluppati il quantitativo di zucchero, carne, latte e grassi. Queste ultime cifre sono derisorie per l'Asia, notevoli per l'Europa centro-occidentale, forti per l'America, mentre pareggiano per Canada, Stati Uniti e superano per l'Australia-Nuova Zelanda, quelle del consumo dei cereali. Nella stessa Inghilterra non si hanno che 51 di carne contro 103 di cereali. In Italia 17 contro 153! In Italia la somma di alimenti darebbe 2.370 calorie per abitante al giorno, in Inghilterra e Stati Uniti oltre 3 mila. Il minimo è in India con 1.620. Dubbi dati per Russia e Cina.

 

Secondo altri dati la terra produrrebbe un miliardo e mezzo di quintali di frumento per due miliardi e quattrocento milioni di abitanti: 60 kg. a testa. Manca del tutto l'URSS e quindi vi è concordanza col dato di prima. Il riso un poco di più, il granoturco poco meno, le patate più del riso. Le statistiche degli animali allevati darebbero per ogni uomo, grosso modo, un terzo di bovino, un terzo di ovino, un ottavo di suino (a molti sarebbe il caso di dare del porco per intero). Non è facile calcolare da questi dati di consistenza quelli di accrescimento annuo e dedurne la parte di bestie da carne. Ad esempio gli Stati Uniti, con 150 milioni di uomini, 84 di bovini, 33 di ovini, 24 di suini (ehi, McCarthy!) producono 10milioni di tonnellate di carne. Sarebbero 66 kg. per abitante e va d'accordo coi dati prima usati sul consumo di 70 kg. per abitante. Dall'elaborazione a braccio di questi dati l'allevamento statunitense sarebbe un decimo di quello della terra intera, e questa disporrebbe di 100 milioni di tonnellate di carne da alimentazione all'anno. La conclusione sarebbe che ogni terrestre, mentre mangia 270 kg. di cereali e patate all'anno, ne mangia di carne solo 4 o 5 (i minimi sono per Giappone e India: 2).

 

Non abbiamo dunque sgarrato da Marx. Ma i paesi più sviluppati? Non bisogna farsi corbellare dalle medie. In questi il rapporto carni-cereali varia enormemente da classe a classe e da regione a regione. Ad esempio in Italia la macellazione in kg. per abitante è in media 14,2 (terza fonte che collima quasi coi 17 dati sopra). Ma va da 27 in Emilia a 5,3 in Sicilia. Il siciliano è tanto carnivoro quanto il terrestre medio. E con ciò non abbiamo ancora confrontato Mario Scelba col caruso della zolfara. Il capitalismo è dunque l'epoca dell'alimentazione cerealicola, come la «barbarie superiore» (guerra di Troia) era il tempo dell'alimentazione esclusivamente carnea. Comunque Marx ha sempre ragione di calcolare quella parte di profitto che va a rendita sulla produzione granaria. In America quella del porco (honny soit...) è industria: sapete delle grandi fabbriche di Chicago in cui entra in macchina il maiale vivo ed esce la salsiccia e di quel giorno in cui le macchine girarono all'incontrario ed entrarono salsiccia uscendo maiali vivi. Qui non meno alta è la composizione tecnologica: un bravo lavoratore per dieci maiali borghesi.

 

 

 

 

Rubriche sulla rendita

 

Sono ben undici capitoli del terzo libro che Marx dedica alla rendita fondiaria, cui direttamente poi si riferisce nei cinque successivi capitoli; gli ultimi che possediamo. Neppure l'ordine di ricomposizione è forse sicuro. Ad un certo punto l'autore sembra sostare e ricapitolare la dottrina che sta svolgendo.

 

«Le voci, sotto cui la rendita deve essere analizzata, sono le seguenti:

A) Rendita differenziale.

1) Concetto della rendita differenziale. Illustrazione sull'energia idrica. Passaggio alla rendita agricola vera e propria.

2) Rendita differenziale I, derivante dalla diversa fertilità dei diversi appezzamenti di terreno.

3) Rendita differenziale II, derivante da successivi investimenti di capitale nel medesimo terreno. La rendita differenziale II deve essere analizzata:

a)con un prezzo di produzione stazionario;

b) con un prezzo di produzione in diminuzione;

c) con un prezzo di produzione crescente.[ricordare: prezzo di produzione uguale capitale costante, più capitale variabile, più profitto al saggio medio generale dell'industria - rendita fondiaria data dal premio del prezzo medio di mercato sul prezzo di produzione così stabilito].

E ancora:

d) trasformazione del plusprofitto in rendita.

4) Influenza di questa rendita sul saggio del profitto.

B) Rendita assoluta.

C) Il prezzo della terra.

D) Considerazioni finali sulla rendita fondiaria».

 

A nostra volta diamo questa chiara sinopsi dopo avere anticipato parte della materia con vari commenti e sviluppi. Ma occorre pure ritornare sulla deduzione quantitativa, per ribadire le conclusioni. La complessa deduzione sulla rendita differenziale perviene a questa tesi: «Dal punto di vista del modo di produzione capitalistico vi è sempre un relativo rincaro dei prodotti se per ottenere lo stesso prodotto si deve fare una spesa».

 

Questo vale dire che se la terra da porre a coltura è stata tutta occupata e intanto per aumento ad esempio della popolazione occorre più prodotto (più grano) investendo nello stesso terreno già coltivato altra spesa in concimi e impianti vari di miglioramento agrario, si aumenta il prodotto (sarà vero che in cinque anni l'Italia arriverà a 90 milioni di quintali di grano, da 79 nel 1952), ma inevitabilmente il prezzo unitario deve crescere. Una faccia della verità generale che con l'aumento di produttività del lavoro dovuto al capitalismo sono disponibili a minor prezzo i prodotti manufatti, ma raggiungono prezzi più alti i prodotti alimentari. Questa corsa non va a sboccare in altra soluzione che nella rivoluzione, che distrugga il modo capitalista di produzione, ovvero, che è lo stesso, la distribuzione di mercato: unico dato necessario a costruire tutta la deduzione di Marx.

 

 

 

 

 

Rivoluzione antitrinitaria

 

Allorché, alla fine della dottrina sulla rendita, Marx affronta il problema d’insieme delle tre fonti di entrata economica e delle tre classi, egli sembra allineare gli eserciti per una giornata decisiva di cui lo spezzato capitolo Le classi non potrà dare la descrizione. Egli potrà allora trattare a fondo la critica della formula trinitaria: capitale-profitto (o meglio come egli mostra capitale-interesse); terra-rendita; lavoro-salario.Nella mentalità sovrastrutturale che si forma nell'ambiente borghese, sembrano queste tre effettive autonome fonti di tre frazioni in cui si spartisce la ricchezza prodotta, l'aggiunta di valore in ogni campagna di lavorazione. Nella critica rivoluzionaria il solo fattore reale del valore è il lavoro: è solo ad aggiungere; sono in tre a sottrarre. «(...) in questa trinità economica collegante le parti costitutive del valore e della ricchezza in generale con le suefonti, la mistificazione del modo di produzione capitalistico, la materializzazione dei rapporti sociali, ladirettafusione dei rapporti di produzione materiali con la loro forma storico-sociale è completa [ il testo vuol dire che non sono fonti di valore, ma rapporti di forza tra uomini: diritto di possesso per la Terra, appropriazione di merciper il Capitale]: il mondo stregato, deformato e capovolto in cui si aggirano i fantasmi di Monsieur le Capital e Madame la Terre, come caratteri sociali e insieme direttamente come puree semplici cose».

 

L'economia classica sgombrò tali fantasmagorie e mise in evidenza che il solo Lavoro - senza prefissi signorili - generava il Valore. Ma la moderna economia ricade in quella insulsa personificazione e come vedemmo in partenza fa del Globo stesso un Capitale limitato. Quella formula «corrisponde al tempo stessoall'interessedelleclassidominanti, in quanto essa proclama la necessità naturale e l'eterna giustezza delle loro fonti di entrata e la eleva a dogma».

 

E qui, ancora una volta, per i tanti, anche grandi, che non hanno voluto intendere il rapporto tra il capitalismo descritto daMarx e le mille accidentalità della corsa storica e per i curiosi di testi moderni di economia, un passo esauriente: In tutta questa discussione «non indaghiamo il modo in cui le connessioni per mezzo del mercato mondiale, le sue congiunture, il movimento dei prezzi di mercato, i periodi del credito, i cicli dell'industria e del commercio, l'alternarsi di prosperità e crisi, appaiono a questi agenti come leggi naturali onnipotenti che li dominano riducendoli all'impotenza e che operano nei loro confronti come cieca necessità. E ciò perché il movimento effettivo della concorrenza non rientra nel nostro piano,e dobbiamo esaminare soltanto l'organizzazione interna del modo di produzione capitalistico,per così dire nella sua MEDIA IDEALE».

 

Segue uno scorcio storico che prova che quelle relazioni: terra-rendita e soprattutto denaro-interesse (capitale-profitto), lungi dall'essere naturali ed eterne, erano estranee ad antichi modi di produzione: produzione diretta di beni d'uso - schiavitù e servaggio - sistema corporativo medievale: «Nelle comunità primitive, in cui predomina il comunismo naturale, e perfino nelle antiche comunità cittadine è la comunità stessa con le sue condizioni che si presenta come base della produzione,così come la sua riproduzione si presenta come suo fine ultimo».

 

Come sempre il metodo coerente: confronto del passato per dimostrare transeunti e non immanenti le leggi economiche del capitalismo e soprattutto la legge del valore (che vorrebbero porre come cappa comune su capitalismo e comunismo, Stalin e i risibili aggiornatori di Marx, che gli vogliono apprendere come tutto cambia nel suo piano, dato che cambia il gioco della concorrenza, allora che questo non rientrava affatto nel piano;spassosi topolini seriamente intenti a mettere «'o campaniello ncanna 'a gatta»). E dopo questo confronto un lancio nel futuro e uno scorcio della grande comunità, che riunendo tutti i «terrestri» si porrà come scopo finale «la sua stessa riproduzione» e non un corno la rendita, non un corno l'interesse, ed in primis ed ante omnia,non un corno il salario, fosse quello del presidente Ike, recordman mondiale degli affittati a tempo.

 

Anche per la fine di questo capitolo qualche stupido incidente spezzò la penna tra le mani del gigante: «soltanto nel modo di produzione capitalista...». E noi leggeremo il resto senza esitare: è soltanto in esso e non già era prima di esso e non sarà dopo che sarà travolto, che tutto si misura col vostro lurido, puzzolente denaro, col calcolo del reddito personale e del bilancio di azienda, con la schiavitù della natura umana alle lancette dell'orologio di fabbrica e di ufficio.

 

 

 

 

 

Scarto dei casi impuri

 

Ritornando dunque alla lettera A della rubrica sulla rendita differenziale sarà certo bene ribadire ancora che tutto lo studio è impostato sui dati di una media ideale,che non solo (come Marx dice mille volte) non sono quelli di nessun paese del suo tempo (e nemmeno di oggi) ma differiscono di assai dalle condizioni della stessa Inghilterra. Le condizioni ideali (dopo tanto discorrere si saprà prendere questo termine cum grano salis e non confonderlo con immaginarie, fantasticate;sono le condizioni limite che ogni scienza pone in ipotesi come condizioni reali: il campo gravitazionale costante e vuoto di mezzo materiale, mentre in natura è sempre variabile e occupato da qualcosa anche tenue, ecc.), le condizioni ideali, dunque, corrispondono all'ipotesi che il lavoratore della terra sia salariato, il suo salario sia a livello medio di tutta l'industria, che tra lui e il proprietario giuridico, che ha per ordine della polizia la «chiave» del fondo, sia interposto ovunque un fittavolo imprenditore e che il guadagno di questo sia al livello medio sociale del profitto di tutti gli imprenditori industriali.

 

Appena troviamo contadini proprietari diretti coltivatori o anche fittavoli diretti coltivatori usciamo di netto da queste ipotesi. «Non parliamo qui di certe condizioni in cui esiste formalmente la rendita fondiaria, la forma della proprietà fondiaria corrispondente al modo di produzione capitalistico, senza che vi sia il modo di produzione capitalistico stesso, senza che l'affittuario stesso sia un capitalista industriale oppure sia capitalistico il tipo della sua gestione. Questo caso si verifica ad es. in Irlanda.In questo paese l'affittuario è in genere un piccolo contadino. Ciò che egli paga come affitto [fermage, uguale canone, estaglio] al proprietario fondiario assorbe spesso non soltanto una parte del suo profitto,ossia del suo proprio pluslavoro,sul quale egli ha dei diritti [borghesi],quale proprietario dei suoi strumenti di lavoro, ma anche una parte del normale salario, che egli in altre condizioni [bracciantato]riceverebbe per la stessa quantità [tempo]di lavoro. Inoltre il proprietario fondiario, che qui non fa assolutamente nulla per il miglioramento del suolo, lo espropria del suo piccolo capitale, che egli ha per la massima parte incorporato nel suolo con il suo proprio lavoro [dissodamento, livellamento, piantagione, ecc.](...). Questa spoliazione continua costituisce l'oggetto della disputa sulla legislazione agraria irlandese, essenzialmente rivolta ad ottenere che il proprietario fondiario, che dà la disdetta all'affittuario, sia obbligato ad indennizzarlo per i miglioramenti da lui apportati al suolo o per il capitale incorporato nel suolo. Palmerston era solito rispondere a questo proposito cinicamente: 'La Camera dei Comuni è una Camera di proprietari fondiari'».

 

In altra sede ricordammo che quando Marx, all'epoca 1860-70, si batteva, e questa volta non come scrittore soltanto ma come capo politico della Prima Internazionale, per la rivoluzione indipendentista irlandese, dichiarava necessaria per l'Irlanda una rivoluzione agraria.Questa rivoluzione agraria, non meno che la sua forma nazionale, erano rivoluzioni capitaliste,borghesi. Ma rivoluzioni: come quella che Lenin diresse nelle steppe di Russia, ponendo alla sua testa il proletariato industriale ed agrario del mondo.

 

Ma è cosa pietosa la disperata difesa che fanno i comunisti d'Italia del colono e mezzadro (esso è il più gonzo degli elettori: il cinismo vale quanto quello di Palmerston: il corpo elettorale è fatto a milioni di contadini e coloni) che essi sfacciatamente proclamano estesa alla difesa del grande affittaiuolo capitalista contro il proprietario fondiario, e ciò quando la disciplina dei prezzi e dei fitti ha reso poco velenosa la rendita dominicale, scandaloso il sopraprofitto delle imprese agrarie. È questa una decisa, aperta posizione da partito borghese, in un paese in cui esiste un bracciantato agrario, un proletariato della terra a connotati inconfondibili, meno appestato di quello delle industrie urbane, che, in potenza statistica, pareggia un passato semplicemente glorioso di guerre di classe contro gli agrari fondiari e imprenditori, contro i gialli della losca borghesia fittatrice e mezzadrie, non meno che contro le sbirraglie dello Stato capitalista. Lenin a una simile massa avrebbe consegnata la repubblica dando nel Soviet una delega a cento braccianti, una a diecimila coloni.

 

Non meno fuori del calcolo che segue, Marx mette i fenomeni ibridi della storica lotta inglese fra le tre forze: proprietà fondiaria borghese (landlords),capitalisti agrari (farmers)e lavoratori agricoli. Traverso questa lotta, che culminò nei dazi protettivi sul grano, quando i prezzi dello stesso scendevano con sollievo di tutto il proletariato, i proprietari fondiari tendevano a impinguare le proprie rendite aumentando gli affitti ai capitalisti agrari e quindi abbassando i loro profitti; a loro volta i capitalisti reagivano al diminuito profitto comprimendo i salari del lavoratore delle campagne. A questa fase storica ed economica, da lui studiata profondamente, Marx dà l’interpretazione rigorosa e limpida di una aggiunta alla rendita, per fattore politico e di forza, di una frazione del profitto di impresa e del salario, che arrotonda artificialmente la rendita vera e propria, la rendita media ideale.

 

Il punto cruciale infatti si porta a sua volta dalla scienza pura sul terreno della lotta sociale e politica. Trattasi di ribattere ricardiani ed economisti volgari dimostrando che anche contenendo la rendita nei suoi limiti teorici, ed anche eventualmente destinandola allo stato come copertura delle spese, ossia liberando da imposte l'impresa capitalista dell'industria e della terra, non si raggiunge l'illusoria armonia nella ricchezza della nazione e nel trinitario benessere a tutte le classi, ma si ribadisce la prospettiva degli antagonismi rivoluzionari. Nulla ha del resto a che fare con rivoluzioni nemmeno borghesi il convertire le rendite della terra peggiore in interessi di titoli di Stato; il che salva il privilegio redditiero e aggrava il bilancio pubblico per miglioramenti fondiari fasulli, in cui la tecnica agraria diviene asinità, l'amministrazione statale ladreria aperta alla trionfante speculazione imprenditrice.

 

 

 

 

 

 

 

Il salto idraulico

 

Sfogliamo tranquillamente la nostra rubrica (direbbero oggi agenda)e veniamo all'immagine (ci sfottereste poco parlando di parabola sul tipo delle sacre scritture: se vi mettete ad aggiornare quelle, ne ridurrete il testo storicamente grandioso al livello di una delle tante vostre tipografiche diarree, o rimodernatori: il vostro posto è «Shanghai», ossia il mercato in cui si appioppano al consumatore italiano i rimasugli ridipinti degli indumenti americani ai margini delle nostre città sventrate dalle bombe) del salto idraulico,che preferiremo a quella della miniera (trattata nella Storia delle dottrine).

 

Supporremo che le fabbriche di un paese siano nella grande maggioranza azionate da motrici a vapore (elettriche? vada; nucleari magari: bravi, bravissimi!) e che solo poche fabbriche dispongano invece di una caduta di acqua che loro fornisce la necessaria forza motrice. Questa non costi per il momento nulla, come se vi fosse ancora in qualche angolo «acqua libera» non accaparrata da proprietari giuridici, non dallo Stato. Per chiarezza delle idee supporremo ora che la sola economia sia il carbone annualmente consumato, pareggiando per i due tipi di motrice il personale occorrente e l'incidenza di manutenzione e logorio.

 

Avverrà che per le poche fabbriche privilegiate il costo di produzione ed il prezzo di produzione scendono di un tanto, che è la spesa carbone, ossia una parte di quello che noi marxisti chiamiamo capitale costante. Passiamo dunque a poche cifre e siano quelle stesse di Marx in questo caso. Ammettiamo con lui che per le fabbriche che usano motrici a vapore il capitale sia 100 e se volete consti di 80 di materie prime e 20 di salari (capitale variabile) il che per questa trattazione non è di prima importanza. Sia il profitto, trascurando al solito tutte le fluttuazioni contingenti di tempo e luogo, del 15 per cento. La merce prodotta avrà il costo di produzione o prezzo di costo (prix de revient)di100. Come prezzo di produzione (prix de production)Marx intende il complesso del capitale anticipato, o spesa viva e del margine di profitto al saggio medio: dunque il prezzo di produzione è 115. Questo prezzo determina il prezzo di vendita del prodotto; il prezzo di mercato, a parte i soliti scarti: quindi il prodotto di quelle fabbriche (poniamo sia la carta) si vende a 115.

 

Non vi è ragione che il compratore domandi se la motrice era vapore o idraulica: quindi anche la cartiera ad acqua venderà 115: questo è chiaro. Ora in che cosa il conteggio per questa sola o queste poche cartiere ad acqua varia da quello generale? Questo era: capitale costante 80, capitale salario 20, costo o spesa di produzione 100, profitto 15, prezzo di produzione 115, prezzo di vendita 115. Profitto col saggio del 15 per cento. Plusvalore col saggio del 15 su 20 ovvero 75 per cento.

 

Marx non dà qui tale rapporto: ma notate che in tutta la trattazione è supposto che il saggio medio sociale del plusvalore industriale sia unico, almeno per un ramo d'industria con la stessa composizione organica, con la stessa produttività del lavoro. Proseguiamo passando alla cartiera ad acqua. Sia 10 la risparmiata spesa carbone. Il capitale costante scenderà da 80 a 70, il capitale salari resta 20, il costo di produzione diviene 90 soltanto. Ma abbiamo visto che il prezzo di vendita è 115. Resta un margine di 25 e non più di 15. Questo «sovraprofitto» di 10 come lo mettiamo, come lo definiamo?

 

Come non vi è ragione che un compratore domandi se la carta viene da questa o da quella fabbrica, non ve ne è perché il capitale da investire domandi altro che il grado della sua remunerazione: si troverà dunque chi è disposto ad anticipare 90 al saggio sociale del 15 per cento che ricavano gli altri (dopo tutte le oscillazioni di adeguamento concorrenziali che sono fuori del nostro piano).Allora il prezzo di produzione sarà 90 più il 15 per cento, ossia 90 più 13 e mezzo e quindi 103 e mezzo.

 

Resta fuori un ulteriore guadagno di 11 e mezzo per arrivare a 115 ricavati al mercato della carta. Ora è questo sopraprofitto chesi denomina rendita differenziale,in quanto deriva, a parità di soddisfazione del consumatore nel suo valore d'uso e quindi di valore di scambio del prodotto, da una situazione differente nel meccanismo produttivo dovuta alla presenza del naturale elemento della caduta di acqua. Ma quel margine di 11 e mezzo non lo ha prodotto la caduta, alla quale si può attingere un bicchiere d'acqua, ma non un solo foglio di carta; lo ha sempre prodotto il lavoro del personale della cartiera. Essendo rimasto lo stesso il salario di 20,il sopralavoro è salito da 15 a 25, che si ripartiscono in 13 e mezzo di profitto industriale e 11 e mezzo di rendita differenziale di tipo fondiario.

 

Ora noi abbiamo voluto supporre che il saggio di plusvalore fosse costante. Allora non diremo che il saggio è salito dal 75 per cento del primo caso a ben 125 per cento del secondo (25 di guadagno su 20 di salario) ma più rigorosamente dovremmo dire che 15 ossia il 75 per cento sono plusvalore normale e 10 ossia il 50 per cento sopravalore eccezionale, che diviene sovraprofitto e rendita.

 

La differenza apparente tra 10 e 11 e mezzo Marx la elimina supponendo che la produttività del lavoro e la composizione organica sia nei due casi la stessa: ad esempio alla diminuzione di spesa per carbone corrisponda una certa economia nel salario (quello del fuochista alla caldaia). Allora chi anticipa 90 di capitale avrà dato 72 di capitale costante e solo 18 di salario (il quarto di 72). Si avranno come profitto normale al 15 per cento i detti 13 e mezzo e il sovraprofitto volto a rendita sarà di 11 e mezzo come già stabilito prima.

 

Con tale ipotesi sulla composizione del capitale il saggio del plusvalore totale sarà maggiore: 25 contro 18 e quindi 139 per cento, di cui se 75 è normale, 64 e non 50 come prima è sopravalore eccezionale.

 

 

 

 

 

 

 

Le persone in campo

 

 

 

 

 

 

 

Ciò stabilito, «supponiamo, ora, che le cascate, unitamente al terreno del quale fanno parte, siano in mano di individui che vengono considerati possessori di queste parti del globo terrestre, proprietari fondiari, cosicché essi impediscono l'investimento del capitale nella cascata e la sua utilizzazione mediante il capitale. Essi possono concedere o negare tale sfruttamento. Ma il capitale non può di per se stesso creare la cascata. Il plusprofitto che deriva dalla utilizzazione della cascata d'acqua non dipende quindi dal capitale [come non deriva da antico umano lavoro],ma dalla utilizzazione per mezzo del capitale di una forza naturale che può essere soggetta a monopolio ed è stata monopolizzata

 

(...).Sel'industrialepagaalproprietario10Lst.all'annoperlosfruttamentodellasuacascata,ilsuoprofittoammontaa 15 Lst.; 15 per cento sulle 100 Lst. a cui ammontano i suoi costi di produzione». «(...) La proprietà fondiaria comprendente la cascata non ha nulla a che vedere in sé e per sé con la creazione di quella parte del plusvalore (profitto) e quindi del prezzo della merce in generale che viene prodotta con l'aiuto della cascata. Questo plusprofitto esisterebbe anche qualora non esistesse la proprietà fondiaria, qualora, ad esempio, il terreno in cui si trova la cascata fosse sfruttato dall'industriale come terra libera. La proprietà fondiaria non crea quindi la parte di valore che si trasforma in plusprofitto, ma semplicemente permette al proprietario fondiario, al proprietario della cascata, di trasferire [con mezzi legali]questo plusprofitto dalle tasche dell'industriale nelle sue. Essa [la proprietà fondiaria, fatto giuridico di potere]non è la causa della creazione di questo plusprofitto, ma della sua conversione nella forma della rendita fondiaria, quindi della appropriazione di questa parte del profitto o del prezzo della merce, da parte del proprietario del terreno o del proprietario della cascata».

 

Il fabbricante può aver comprato dal proprietario la caduta. Allora questi chiederà tanto denaro quanto gliene darebbe, messo a frutto in banca, la stessa rendita. Per Marx questa espressione di prezzo o valore della caduta o della terra in generale è «irrazionale». Solo le merci, i prodotti del lavoro umano, il capitale in cui si possono trasformare, hanno valori e prezzi. Quello che si pagherà per la caduta, non è che rendita capitalizzata: se il saggio non del profitto in senso marxista, ma dell'interesse in senso volgare, è il 5 per cento, il proprietario chiederà per la perduta rendita di 10 ad esempio la somma 200, per la rendita di 11 e mezzo la somma 215.

 

Come fare entrare in dure teste di letterati che usano formule (vedi «Socialisme ou Barbarie», titolo di per sé retorico e non marxista), come sia solo in esse e mai in Marx, la confusione tra capitale «patrimoniale» e «capitale spesa»? Mai nel calcolo del capitale totale, della parte costante e di quella variabile, in nessuna pagina, vedrete Marx far conto, ai fini del saggio del plusvalore e del profitto e di quello tecnologico, del valore di patrimonio della caduta, della terra agraria, del fabbricato, dell'officina. E nemmeno della motrice,sia a vapore o idraulica o altra, della quale non entrerà mai in conto altro che la quota di logorio che si determina nella produzione di un determinato stock di merce prodotta.

 

Capitale investito, anticipato o impiegato nella produzione è per Marx sempre la stessa cosa: è sempre una parte del prodotto,dellamerce fabbricata venduta e del famosissimo fatturato dei ragionieri e dei professori di università.

Possiamo per oggi chiudere la rubrica: «Dopo avere in tal modo stabilito il concetto generale della rendita differenziale, passiamo a considerare la rendita stessa nell'agricoltura propriamente detta. Quanto si dirà in questo campo avrà valore nell'insieme anche per le miniere».

 

S.O.S. Le cifre saranno un poco più numerose. Ci salvi la Trinità dagli errori di stampa, almeno, se non dagli sbadigli del lettore... intellettuale di mestiere.

 

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