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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 22 Agosto 2019

Nel dramma della terra parti di fianco (Il programma comunista n° 10, 1954)

La rendita, fatto di classe

Tutta la dottrina della rendita perviene a stabilire che il godimento di una classe parassitaria, che consumi e non lavori, non dipende dal fatto che questa abbia monopolizzato un prodotto che danno forze naturali senza umano lavoro, e non è quindi privilegio sulla natura, ma è "privilegio sull'uomo". Il diritto di proprietà, ossia quello di tenere altri gruppi di uomini fuori di certi spazi della superficie terrestre, non darebbe a nessuno e a nessun gruppo sociale modo di vivere senza lavoro, se non si trasformasse - per effetto degli istituti sociali, politici e di forza - in obbligo per i "chiusi fuori" ad entrare, sgobbare e lasciare parte del frutto del loro lavoro al gruppo redditiero.

Tutto lo studio sulla formazione del prezzo delle derrate agricole e la sua scomposizione in salario, profitto e rendita, vale a riportare l'origine del fenomeno alla dominazione di classe su classe, alle condizioni e ai rapporti di produzione. Solo così si viene ad intendere in profondità, che il diritto di proprietà sulla terra è diritto di prelievo sul lavoro di uomini e quindi non si scioglie il laccio stretto nel "sistema puro" in cui sono, sulle spalle del vangatore salariato, fittavolo e proprietario fondiario, per nessuna delle due illusorie vie di liberazione sociale, di cui Marx ha disperso l'inganno.

Prima illusione: sfruttamento ed oppressione cessano, se la terra, pezzetto per pezzetto, viene in proprietà di ciascun bracciante rurale.

Seconda illusione: sfruttamento ed oppressione cessano, se la terra tutta viene in proprietà della nazione-Stato.

Nel passare alla storia della rendita fondiaria e della sua lontana genesi, Marx insiste ancora sulla necessità di intendere questo.

"Dovunque le forze naturali possano essere monopolizzate e garantiscano all'industriale che le utilizza un plusprofitto, si tratti di cascate o di ricche miniere o di acque da pesca, oppure di terreni fabbricabili in buona posizione, colui che, godendo di un titolo che gli dà diritto a una porzione del globo, ha il marchio di proprietario di questi beni naturali, sottrae al capitale operante questo plusprofitto sotto forma di rendita".

In questa citazione campeggia la persona del titolare di proprietà e di rendita. Ma man mano la rendita resta, il rentier sbiadisce:

"Una parte della società pretende qui dall'altra un tributo per il diritto di poter abitare la terra, come in generale nella proprietà fondiaria è incluso il diritto del proprietario di sfruttare la terra, le viscere della terra, l'aria e quindi la conservazione e lo sviluppo della vita".

E la rendita sale per tutto quello sforzo della vita sociale, cui nulla hanno dato le classi redditiere (tra cui Marx non mette la prima borghesia mercantile fittatrice e manifatturiera, ma tra cui a lettere di fuoco prevede di inserire la classe del capitalismo sviluppato e parassitario, della tracciata, profetizzata accumulazione progressiva):

"(...) l'incremento della popolazione [non il ricco, ma bene il proletario figlia a tutta forza] (...), lo sviluppo del capitale fisso, che si incorpora [a forza di braccia] alla terra o mette radici in essa, ha la sua base su di essa, come tutti gli edifici industriali, le ferrovie, i magazzini, le fabbriche, i docks ecc. (...)".

"Due elementi dovrebbero essere qui considerati; da un lato lo sfruttamento della terra al fine della riproduzione o dell'estrazione [si dice coltivare un campo e coltivare una miniera], dall'altro lato lo spazio richiesto come elemento di ogni produzione e di ogni attività umana".

Da questi due lati lo sviluppo della forza lavorativa e della genialità di specie autorizza il Moloch della potenza fondiaria, ossia del potere di classe su classe, a prelevare tributo.

"La domanda di aree fabbricabili accresce il valore del suolo in quanto spazio e fondamento [di manufatti], mentre al tempo stesso si accresce con ciò la domanda per gli elementi contenuti nella terra, che servono come materiali da costruzione".

Disse il grande Smith:

"La pavimentazione delle strade di Londra ha permesso ai proprietari di alcune nude rocce sulla costa scozzese, di ricavare una rendita da terreni pietrosi prima assolutamente inutilizzabili".

Non avevano mosso dito, né azionato cellula nervosa.

Colpo, di mano michelangiolesca, alla presuntuosa, obbrobriosa civiltà dilagante a mezzo Novecento:

"Si può, è vero, - e lo fa la grande industria - concentrare in uno spazio ristretto, (...) un grande complesso produttivo".

Si può, coi mezzi della fanatizzata scienza e tecnica di oggi, concentrare, con pioggia dall'alto, masse folli di "capitale distruttivo" nell'angusta cerchia di un misero villaggio asiatico, lanciato dalla oscurità più assoluta alla pubblicità intermondiale.

"Ma a un dato grado di sviluppo della forza produttiva E' PUR SEMPRE NECESSARIO UN DETERMINATO SPAZIO, E IL COSTRUIRE IN ALTEZZA HA PURE I SUOI DETERMINATI LIMITI PRATICI".

Comunismo è la rivincita dello spazio contro l'altezza.

In questo senso bene ha spazzato l'ondata gialla il morboso tecnicismo dei necrofori bianchi a Dien Bien Phu.

Rendono il giogo e la sferza

"Bisogna distinguere se la rendita deriva da un prezzo di monopolio perché esiste un prezzo di monopolio dei prodotti o del suolo indipendentemente da essa, o se i prodotti vengono venduti a un prezzo di monopolio perché esiste una rendita".

Non è un gioco di parole da civettamento hegeliano, se si legge al posto del termine rendita, quello di "presa per la gola di classe contro classe".

Può verificarsi il caso, poco interessante, di un monopolio puramente "mercantile" che crei rendita. Marx lo spiega: uno specialissimo vino ambito da certi consumatori, è prodotto da pochi vigneti; ne segue alto prezzo, sopraprofitto del vignaiolo, rendita al proprietario fortunato. Ma se

"il grano [o il vinello sfessato] venisse venduto non solo al di sopra del suo prezzo di produzione [ricordare: spesa effettiva di produzione più profitto normale] ma anche al di sopra del suo valore [spesa di produzione nel peggiore terreno più profitto normale]",

allora è il fatto della rendita che ha creato il prezzo di monopolio

"in conseguenza della barriera che la proprietà fondiaria oppone all'investimento di capitale in terreno non coltivato senza pagamento di rendita".

"Il fatto che solo il titolo alla proprietà del globo terrestre permetta a un certo numero di persone di appropriarsi come tributo una parte del pluslavoro della società, e di appropriarsela in una quantità che cresce di pari passo con lo sviluppo della produzione, [questo fatto, questo rapporto di pura forza] è celato dalla circostanza che la rendita capitalizzata, (...) appare come il prezzo della terra, la quale può essere venduta come qualsiasi altro articolo del commercio".

(Marx vuol dire che la falsa teoria che la rendita è godimento su prodotti che non costano lavoro non pagato, è avvalorata dall'equivoco che il "compratore di terra" sembra abbia comprato con moneta, che per la teoria degli equivalenti è lavoro cristallizzato, i futuri prodotti, o parte di essi).

"Il compratore di conseguenza non ha l'impressione che il suo diritto alla rendita sia stato ottenuto gratuitamente e senza il lavoro, il rischio e lo spirito di intrapresa del capitale (...)".

E qui ancora la tesi che lo slancio in avanti della produttività del lavoro umano, nella fase storica dell'accumulazione primitiva, si dovette sì alla fame di potere e ricchezza della borghesia giovane, ma anche al suo coraggioso rischio e iniziativa; tuttavia nella dottrina, da noi fino da allora perfezionata, questo non era vero per sempre, per una durata indefinita: o il capitalismo - dopo un dato ciclo - con la via sua propria di creare sopralavoro sociale sul lavoro salariato in masse, precipita, o esso diviene una forma di produzione tanto parassita quanto lo schiavismo, il feudalismo, e il "fondiarismo" da Ricardo odiato e matematicamente studiato come prelievo a vuoto.

Come dal guadagno del manifatturiero sorge una "giuridica" ed "etica" spiegazione dell'interesse del capitale dormiente, che la filosofia medioevale staffilava come usura e delitto, così

"al compratore (...) la rendita appare semplicemente come interesse del capitale, con cui egli ha acquistato la terra e quindi il suo diritto alla rendita".

Essa non deriva invece da "tardo godimento" di accumulato lavoro, ma da sopraffazione di classe, da violenza fisica sancita dalla legge e dallo Stato. Questo concetto è reso cristallino da Marx con uno dei potenti paragoni storici, senza i quali mai si sarebbe trovato che il salariato (verso il privato o lo Stato) non è forma necessaria ed eterna, ma transitoria e destinata a cadere, lasciando ricordo che, sia pure agli ingenui, sarà di stupore e di vergogna.

Salariato, servo, schiavo

"Allo stesso modo, a un padrone di schiavi che ha comperato un negro, la sua proprietà sul negro non appare acquisita in virtù dell'istituzione della schiavitù in quanto tale, ma in virtù della compravendita di merce. Ma il titolo stesso è solamente trasferito, non creato dalla vendita. Il titolo deve esistere prima di potere essere venduto e, al pari di una singola vendita, così neppure una serie di vendite, la loro continua ripetizione, può creare questo titolo. Questo titolo è stato creato in realtà dai rapporti di produzione [assoggettamento di uomini alla schiavitù, legale costrizione a essa]. Non appena questi sono giunti a un punto in cui devono mutar volto, la fonte materiale del titolo e di tutte le operazioni fondate su di esso, giustificata economicamente e storicamente e derivante dal processo di creazione sociale della vita, viene meno".

E come sempre, mentre qui pare si parli a freddo della rendita dei terreni per costruzione, delle miniere, del suolo e taluno poco ferrato è spinto a dire: a che trascrivere capitoli di Marx noi abbiamo bisogno di sapere che dobbiamo fare (!? non certo coelum terramque movere...), viene data una volta di più la poderosa determinazione del programma rivoluzionario.

"Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo".

"Anche un'intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive".

Per stabilire il concetto che comunismo vuol ben dire sostituire alla privata organizzazione e gestione della produzione un'organizzazione e gestione collettiva e sociale unitaria, ma non deve dirsi che consiste nella sostituzione alla proprietà privata di una proprietà sociale - poiché chi dice proprietà dice esistenza di proprietari e di non proprietari, divisione in classi, dominazione di classe su classe - Marx parafrasa una formula che si trova in tutte le legislazioni moderne, copiata dal diritto romano. Il fittuario nel coltivare il fondo che il proprietario gli locò, non deve esaurirlo e nemmeno lasciarlo tal quale, ma condurre la gestione "quale buon padre di famiglia", ossia non come se lo dovesse, finito il contratto, restituire a persona estranea, ma lasciare in successione ai suoi figli ed eredi.

Se il paragone è preso dall'istituto familiare proprio della presente società, non certo lo è nel senso che nella futura si trasportino famiglia ed eredità. Messo fuori causa l'individuo, il suo diritto e il suo dovere, la sua genealogia e la sua figliolanza, il patrimonio e la successione, a prendere il posto non è nemmeno quella specie di anonima per azioni che sarebbe la comunità dei viventi, elencata nelle liste elettorali, ma qualche cosa che sta ancora al di là; la specie definita da una vita senza morte, che coltiva, gestisce e trasmette a se stessa la natura organizzata, l'attrezzata scorza del pianeta, senza soluzioni di tempo, senza annotare trapassi a pidocchiosi uffici del registro.

Perciò ripetiamo quanto dicemmo: la formula agraria del comunismo non è certo "la terra alla nazione". Questa, come fu già una forma del giacobinismo più spinto nella politica rivoluzionaria francese e una teoria della più avanzata scuola economica del classico capitalismo inglese, ha potuto solo essere, in quanto non transitoria ma definitiva, la formula di una recente moderna rivoluzione in Russia, consolidata ormai in rivoluzione borghese, combattuta e vinta come rivoluzione popolare; perduta, alla scala europea, come rivoluzione proletaria e di classe.

A ritroso nella storia

Sia dunque chiaro che il piccolo possessore di terra, il piccolo colono lavoratore, col loro corteggio di dotazioni individuali, di limitatezza familiare, di tradizionalismo produttivo, di timori superstiziosi, non li troveremo sul nostro cammino, se - dalla società capitalista classica e trinitaria, coi neghittosi proprietari fondiari, gli esosi capitalisti della terra e quei magnifici combattenti rivoluzionari che (a dispetto delle influenze piccolo borghesi e di tutto l'armamentario della propaganda borghese conservatrice, in ragione tante volte della stessa poca necessità di cognizioni professionali) sono i manuali della terra, nudi, puri, nullatenenti proletari, modelli della classe che nulla assolutamente ha da perdere, tutto un mondo da conquistare - procediamo verso la società comunista. E per questo - heri dicebamus ci imbarcheremo nel batiscafo che discende nelle profondità della storia, se di quei ceti mai protagonisti vogliamo scrivere il romanzo.

La genesi della rendita fondiaria moderna ha in Marx radici nel mondo feudale. In esso la produzione agraria è a carattere "naturale": il suo noto primo carattere è l'immediato legame del lavoro col consumo, chiusi nel giro di un villaggio e poi di un limitato territorio cui il signore presiede. E tante volte fu detto che se presiede non è per la necessità di una complessa organizzazione sociale, ma solo per la necessità della sicurezza nella coltura, non più garantita da potenti Stati armati come nell'antichità schiavista, ed esposta al saccheggio di invasori guerrieri non ancora fissati ad un suolo stabile.

Anche degli altri caratteri di tale agricoltura ci siamo più volte occupati.

Più che in ogni altro sistema manca la circolazione sul mercato, la trasformazione del prodotto in moneta. Questa avveniva in maggior misura nella agricoltura classica, a manodopera schiavista, in cui nel latifondo si venivano a formare notevoli masse di derrate, come avviene nel sistema moderno delle piantagioni nelle colonie d'oltremare, con impiego di masse di manodopera schiava o semischiava.

Come tipi di produzione agraria antecedenti quella feudale va ricordato anche quello tuttora vigente nelle signorie asiatiche. I contadini lavorano in comune in piccoli villaggi-tribù, che pagano un tributo al signore. Il tributo è dato in prodotti e talvolta in oro, come quando si pesa l'Aga Khan. Il proprietario finisce con l'identificarsi con lo Stato politico: rendita ed imposta finiscono con essere la medesima cosa. Questo è uno degli esempi che servono a Marx per dimostrare come storicamente non sia il mercantilismo l'unico possibile tessuto connettivo che lega produzione e consumo.

Ma torniamo al medioevo europeo e alla sua economia naturale, ossia fondata su rapporti non di mercato. Questo sistema assicura che tanto si produca quanto è richiesto, con buona corrispondenza, dal consumo dei lavoratori da un lato, del signore dall'altro colla sua corte. Cade solo in difetto grave nelle annate di cattivo raccolto e di carestia, o nel caso di invasioni nemiche.

La classe dei lavoratori della campagna è qui costituita da servi: essa non ci interessa più, non essendo tale tipo sociale presente nella società moderna borghese. Il servo ha un campo che può coltivare destinandone i prodotti alla sua famiglia e insieme a tale campo dispone di una modesta dotazione di attrezzi di cui si serve. Il suo obbligo, nella prima forma chiamata "rendita in lavoro", consiste nel dovere in dati tempi, ad esempio per due giornate lavorative ogni settimana, recarsi a lavorare nel terreno riservato al signore, che alla fine della coltura ne fa proprio il prodotto. Si tratta dunque di una servitù personale ed il contadino non può abbandonare la sua sede, non può uscire fuori del territorio controllato dal feudatario. La ricchezza di questo non dipende dalla estensione delle terre, che gli viene assegnata, e anche variata, da feudatari superiori o dal monarca, ma dal numero di famiglie a lui soggette in servitù, che seguono la terra nei vari trapassi.

Lo strato fondamentale della popolazione di campagna non cessa di essere costituito da servi della gleba quando l'obbligo servile anziché essere di tempo di lavoro nel terreno padronale, è invece di consegna di aliquote del prodotto della terra direttamente coltivata. Passiamo dalla forma primitiva di rendita in lavoro alla rendita in natura: la prima forma è la corvée, comandata; la seconda è la decima, sia essa dovuta al signore, allo Stato, alla chiesa.

Dal servo al contadino autonomo

Eppure nel ristretto ambiente sociale di queste forme primitive, il contadino lavoratore può in dati casi cominciare a conquistare una indipendenza economica, ma non ancora sociale. Gli economisti si sono stupiti come questo potesse avvenire. Ma la cosa è chiara ove si interpreti il rapporto, di per se stesso chiarissimo nella distinzione tra lavoro per sé, e sopralavoro, rivelati in modo immediato come frazioni di tempo di lavoro, o frazioni di prodotto, sulla traccia delle analisi istituite per il complesso rapporto del tempo capitalista.

In un terreno sterile, sarà sempre necessario, per l'adempimento degli obblighi feudali, che il lavoro del contadino renda qualche cosa di più di quanto egli deve consumare per tenersi in vita: ossia più di quello che modernamente è misurato dal "salario". Questo concetto è comune a tutte le produzioni.

"Che il prodotto del lavoratore a corvée debba essere qui sufficiente a sostituire oltre la sua sussistenza le sue condizioni di lavoro, è un fatto che rimane invariato in tutti i modi di produzione (...)". Qui "(...) questa eccedenza oltre i mezzi necessari di sussistenza (...), è dunque completamente determinata dalla entità della rendita fondiaria".

Ma se il terreno è un poco più fertile può avvenire che il produttore immediato, dopo aver fornito, sia in lavoro suo e dei membri della famiglia, sia in prodotti in natura, quanto gli è prescritto dal signore e dagli altri enti, consumi di meno di quanto gli è rimasto e possa accantonare una certa riserva, prima di derrate poi di attrezzi, e mano mano che si evolve il diritto rurale anche di terra da coltivare, di modeste abitazioni, di bestiame e così via.

Anche prima della abolizione per fatto rivoluzionario e politico delle relazioni feudali, si vedono già dei servi più ricchi assoggettare a loro volta altri servi minori.

Ma l'uscita dall'economia di tipo naturale e il diffondersi del sistema mercantile non solo per i prodotti manifatturati (cui in primo tempo provvedeva in larga parte un'industria domestica e campagnola) ma anche per le derrate agrarie, si verifica mano mano che la rendita in natura cede il posto a quella in moneta.

Siamo al punto di partenza di una grandiosa evoluzione. Nella sua forma più pura essa conduce all'agricoltura capitalista integrale: tutti i prodotti tendono a divenire merci e ad entrare nel raggio di una grande circolazione prima nazionale e poi anche extranazionale. Si forma la classe dei fittavoli capitalisti e da un lato opposto quella dei contadini salariati, destituiti di possesso di terra come di denaro. La terra svincolata dai diritti feudali diviene commerciabile senza limiti, e con capitali accumulati nelle città si formano nuovi proprietari fondiari, che in parte gestiscono le terre comprate, in parte le affidano a fittavoli. Tutta una rivoluzione è introdotta nel rapporto tra città e campagna e lo sconvolgimento è più radicale di quello dato dal sostituirsi al mestiere artigiano della grande manifattura: questo ci fece scrivere la definizione del capitalismo come rivoluzione agraria.

Si inverte la dipendenza tra città e campagna, non si assoggetta più la produzione al consumo naturale, ma il consumo alla produzione artificiale. Comincia la discesa dei prezzi dei manufatti e la salita dei prezzi degli alimenti.

In Italia meno che altrove la campagna era stata tiranna della città, come nella Francia dei Luigi, in cui una corte di campagnoli maltrattava le magistrature, i parlamenti di Parigi. Viene la rivoluzione liberale ad assoggettare politicamente signori e contadini e anche ad affamare gli strati popolari urbani, ubriacati di giuridica sovranità.

"L'elevato saggio del profitto nel Medioevo non è dovuto solo alla composizione inferiore del capitale, in cui predomina il capitale variabile, investito in salari. E' dovuto anche alla truffa esercitata ai danni della campagna, all'appropriazione di una parte della rendita del proprietario e del reddito dei suoi sudditi. Mentre la campagna nel Medioevo sfrutta politicamente la città, là dove il feudalesimo non è stato spezzato da un eccezionale sviluppo delle città, come in Italia, la città d'altro lato, dappertutto e senza eccezione, sfrutta la campagna economicamente, con i suoi prezzi di monopolio, il suo sistema fiscale, la sua organizzazione corporativa, la sua frode commerciale diretta e la sua usura".

Ma non tutta l'evoluzione si è svolta nel senso di produrre, ove erano servi della gleba e signori, soltanto affittaioli, salariati e proprietari borghesi. I servi agiati e i piccoli gestori di terra si sono, a seconda delle regioni, trasformati in masse più o meno fitte di proprietari autonomi lavoratori e di piccoli coloni, tributari non più del signore feudale ma del borghese proprietario di terra.

La colonia parziaria

Colono è quello che coltiva colla sua forza di lavoro (e della famiglia) terra non di sua proprietà. Egli deve dunque pagare la rendita al proprietario giuridico titolare. Può anche farlo in denaro, e abbiamo il piccolo affitto. Ma se lo fa con un quota di derrate in natura, che il proprietario è poi libero o di consumare o di realizzare in denaro al mercato, si suole correntemente chiamarlo mezzadro, in quanto per mezzadria si intendeva la suddivisione del raccolto in due quote pari: metà al proprietario, metà al coltivatore.

Siccome nei tempi e nei luoghi questa partizione varia di molto, ed in uno stesso contratto di colonia può essere (ed è nella generalità dei casi) diversa per i prodotti del suolo, del soprasuolo, per la frutta, il vino, ecc., che talvolta vanno per intero ad una sola delle parti, è più esatto usare il termine non di mezzadro, ma di "colono parziario".

Come dal colono che paga un piccolo affitto in denaro passiamo insensibilmente al fittavolo capitalista, in quanto l'affittuario non potendo più col solo lavoro suo e dei familiari coltivare il fondo locato, assolda braccianti a salario, così abbiamo modernamente, specie in Italia (Romagna), ricchi coloni parziari, e per antonomasia mezzadri, che gestiscono la terra avuta dal proprietario con numero spesso imponente di giornalieri a salario.

Come si sa, in tale situazione si determina una doppia antitesi di interessi: quella tra mezzadro e proprietario che verte sul quanto del canone di fitto rappresentato dalla aliquota di derrate (rendita padronale) e quella tra bracciante e mezzadro che verte sull'altezza del salario. Storicamente il mezzadro si staccò sempre più dal contadino per avvicinarsi al fittavolo capitalista (prevalente ad esempio in Lombardia) e questa lotta a tre aveva nell'Italia di anteguerra questo schieramento politico: proprietari (agrari) clericali o liberali - mezzadri repubblicani, con le camere del lavoro "gialle" - braccianti socialisti con le camere del lavoro "rosse" (e nel Veneto anche cattolici con le leghe "bianche").

Per il momento guardiamo al metayer, al mezzadro che di fatto zappa la terra e al rapporto economico che definisce questo tipo, non capitalista puro, di produzione rurale.

"Come forma di transizione dalla forma originaria della rendita alla rendita capitalistica possiamo considerare il sistema mezzadrile, o parziario, in cui il conduttore del fondo (affittuario) oltre al suo lavoro (proprio od altrui) fornisce una parte del capitale di esercizio, mentre il proprietario fondiario, oltre alla terra fornisce un'altra parte del capitale di esercizio (ad es. il bestiame), e il profitto è diviso in determinate proporzioni, che differiscono nei vari paesi, fra il mezzadro e il proprietario fondiario".

Quanto il proprietario ritira, spiega Marx, può costituire non solo la rendita fondiaria nel senso completo moderno, ma anche una parte di profitto di capitale. Quanto dal canto suo realizza il mezzadro, può costituire non solo il salario corrispondente alla sua forza lavoro, ma inoltre una parte di profitto di impresa, in quanto egli è possessore di almeno una parte dei mezzi di lavoro. La rendita, il profitto e il salario non sono dunque nettamente isolabili, come nel caso di esercizio a mezzo del fittavolo capitalista.

Ciò che tuttavia interessa porre in rilievo, specie quando non trattiamo di piccolo fittuario lavoratore, ma di colono parziario che paga la rendita in derrate, è la "sottrazione di gran parte del valore prodotto alla circolazione".

La rivoluzione capitalista non è completa se non quando tutto il prodotto del lavoro sotto forma di merce e poi di moneta entra in un circolo unico, sempre più geograficamente vasto, nel quale la produzione versa ed il consumo attinge. Il superamento del mercantilismo non sarà possibile se non facendo leva sulla fusione, in questo immenso magma, delle antiche isole di produzione e consumo.

Ora nella mezzadria il prodotto, per la parte che resta al mezzadro, va a suo consumo (riferiamoci al puro mezzadro lavoratore della terra) senza entrare nel circolo generale delle merci. Dunque le aliquote che corrispondono al salario e a parte del profitto, non prendono forma di merce né di moneta. Lo stesso avviene almeno in parte di quanto versato al proprietario terriero come rendita e parte di profitto, col tributo in natura: in parte infatti esso verrà consumato dal padrone e dai suoi familiari, solo in altra parte convertito mercantilmente in altri necessari consumi, o investito in capitali.

Basta tale criterio a stabilire come ogni colonia del genere sia forma retrograda, soprattutto ai fini del passaggio al comunismo, rispetto alla azienda rurale con lavoro a salario, ed a parte le considerazioni sulla ampiezza dell'azienda stessa, formanti altro e non meno importante argomento.

Le sottrazioni al circolo

Il formarsi e l'estendersi dei mercati è il fatto centrale del sorgere dell'economia moderna, ed è il capitolo centrale del romanzo storico della borghesia, che rivoluzionariamente condusse le genti dei più lontani paesi a consumare i prodotti di diversissime origini e a scambiare, coi prodotti stessi, i più svariati tributi a nuove forme di vita e di attività.

Col mercantilismo capitalistico già l'economia non è più un sistema di rapporti tra privati ma un fatto sociale, tuttavia chiuso nei limiti di una forma classica di produzione, in forza soprattutto del sistema mercantile e della legge del valore di scambio, solo veicolo per stabilire l'equilibrio tra sforzi di lavoro e bisogni.

Lo svolgersi del capitalismo rende ineluttabili nuove soluzioni per questo rapporto: tale il centro delle nostre dottrine e dei nostri programmi. Tali soluzioni, liberandosi dalla legge mercantile, si svolgeranno nel senso che abbandona per sempre le compensazioni entro cerchi locali. Resterà il risultato che, per il maggior rendimento del lavoro generale, conviene che si disponga di tutti i prodotti per tutti i consumi, senza compartimenti stagni, ma si abbandonerà l'espediente della equivalenza monetaria, che fornisce solo la illusione di un simile risultato, ma lascia ogni isola di lavoro condannata a non poter andare nel soddisfare il suo bisogno oltre i limiti dati dalla sua materiale locale produttività.

Ancora una volta non è socialismo il poter consumare, da parte dell'individuo o del gruppo, o dell'azienda considerata come organismo di produttori, tutto il valore che ha prodotto senza sottrazioni (nel che è anzi un assurdo), ma il poter organizzare la produzione in un piano unitario, in relazione ad un piano unitario dei bisogni sociali, come nelle tante citazioni da noi date di potenti scorci dei nostri testi classici.

Non sarà necessario - anzi è proprio questo il punto da sorpassare - che la fabbrica tale o il terreno tale consumi per i suoi lavoratori l'equivalente di quanto ha prodotto, e tanto meno che simili bilanci si chiudano in pari per le nazioni, le province, le città o i villaggi. In tali tipi di utopistici abbozzi possiamo avere dei sindacalismi, comunalismi o aziendismo, ma nulla di lontanamente simile al programma proprio al comunismo marxista.

Il capitalismo industriale ha potuto far fare alla umanità un balzo innanzi gigante nel rendimento dello sforzo di lavoro - tuttavia non lasciandone godere la classe stessa che lavora - perché per i prodotti manufatti il gioco di confronto della concorrenza-equivalenza mercantile ha condotto alla generale sostituzione dei mezzi più potenti e redditizi di produzione a quelli antiquati e i vecchi sistemi sono pressoché scomparsi davanti all'avanzata dei nuovi, conducendo enormemente più oltre la soddisfazione dei bisogni di questo tipo, quale che possa essere una fondata critica dei loro processi di complicazione.

Ne è seguito che dovunque le aziende che producono più vastamente, rapidamente e in masse maggiori (e sia pure in difficili processi di onde e contronde interrotte anche da crisi paurose), hanno finito con l'espellere e lo spazzare via le aziende meno attrezzate ed efficaci, in questo campo più tecnologico, in cui tra l'altro la dimensione maggiore dell'organizzazione aziendale è elemento di prepotente decisione.

Dovunque, con una limitazione. Sempre, con una limitazione. Dove non vi è naturalmente una rendita, fino a quando il corso calcolato e ineluttabile del ciclo capitalista di concentrazione-accumulazione non genera artificialmente il fenomeno rendita!

Ed ecco perché da questo innegabile progresso quantitativo - non certo nella stessa misura qualitativo - nell'adeguamento di lavoro a bisogni realizzato da un paio di secoli di capitalismo nella sfera dei manufatti, non ha corrisposto un risultato lontanamente paragonabile nel campo agrario, ed ecco perché è certo che, oltre questo odierno tempo, il ciclo capitalista sarà regressivo su tutto il fronte, pur seguitando a giganteggiare la mole della produzione.

Ove vi è rendita, ossia monopolio - dovuto a forza politica di classe organizzata nei pubblici poteri -, il processo che la più utile forma produttiva scaccia la meno utile, si capovolge, fino a quando l'involucro capitalistico non sarà infranto.

Ivi vige la legge che tutto è regolato dal sistema peggiore, dal terreno più sterile, ivi la tecnologia dorme sogni di cinque, di dieci secoli, con strano contrasto alla febbre che fa cambiare attrezzatura in altri campi con brevissimi cicli di "ammortamento" - e soprattutto nel campo della tecnica mortifera, sicché il termine degli economisti non potrebbe meglio calzare.

Flebile arcadia

Sullo sbarramento del progresso agricolo si deve pur piangere perché tra gli altri fenomeni che il capitalismo ha scatenato vi è il crescere delle popolazioni con ritmo che la storia di altre epoche ignorava del tutto, e questi miliardi di bocche urlano di non trovar da mangiare, di avere meno pane dei membri delle comunità primigenie e poco lor frega se hanno acciaio, petrolio, uranio e cobalto cento e mille volte di più.

Ma la produzione agraria ha qualche contropartita, poiché tutta la patologia del capitalismo, che ossessiona le grandi agglomerazioni, meno fieramente appesta tuttavia le campagne e vi suscita minori bisogni soprattutto nella sfera di quelli distorti e morbosi. Ed il lavoro all'aperto, se non merita le apologie letterarie di cui fu sempre circondato, se ha i suoi terribili estremi di miseria e di degenerazione umana - e soprattutto ove la piccola agricoltura, ipocriticamente ammirata, ha il suo dominio - tuttavia non presenta certe punte disumane di soffocamento dell'uomo lavoratore e non lo costringe, di massima, a condizioni spietate di ambiente e di sforzo, se non muscolare, nervoso.

Vi sono altri settori in cui il particolare disagio delle condizioni in cui si svolge la vita del proletario e nel luogo di lavoro e nel luogo di soggiorno, ha avuto correttivi tratti appunto dall'alto rendimento produttivo che la tecnica ha realizzato e approntando compensi svariatissimi alle prestazioni di intensità maggiore, consentendo di condannare alla fine coattivamente, oltre che per effetto di spontanea legge economica, sempre nell'interesse dello stesso sistema capitalistico, i più controproducenti dispositivi di fatica umana.

Quindi l'agricoltura fermata dalla barriera della rendita è rimasta primitiva, ma non intollerabile allo sforzo umano; l'industria in generale, fino ad ora libera dalla barriera della rendita, ha ammassato troppi lavoratori in troppo soffocanti spazi, ma non ha avuto il limite del "tutti come nel peggiore caso possibile", riuscendo a portare sensibilmente tutti alle condizioni del caso meno primitivo e più perfezionato.

Vi sono altri settori oltre l'agricolo ove il fenomeno rendita imperversa.

Non parleremo ora del campo delle abitazioni urbane, spinte dal monopolio dei suoli edificatori ad un costo di costruzione e di uso che incide in modo decuplicato sul tenore di vita proletario, per quanto nei limiti del capitalismo siano escogitabili contromisure. E' di feroce attualità - e non è soddisfazione il rispondere così a coloro che trovano astratte queste trattazioni e non dettate dall'impulso dell'ora che urge - un altro campo ove la rendita impera: l'industria estrattiva.

Ribolla - La morte differenziale

Con le prime notizie della sciagura che ha ucciso 42 lavoratori nella tenebra, nel soffoco e nel fango del lavoro estrattivo, si sono diffuse le descrizioni della miniera di lignite toscana. Nelle prime notizie, nelle primissime date senza ancora pensare ad effetti spregevoli di partito, tutti lo hanno detto: la vecchia miniera male attrezzata e ormai prossima ad esaurirsi e tale da non meritare la spesa di un modernamento di installazioni doveva andare in disarmo. Ma sarebbe stata la disoccupazione e la fame per il piccolo paese di Ribolla, che non aveva alcuna altra risorsa economica.

Quindi la miniera è rimasta aperta e la soluzione è degna dei principii che reggono il sistema capitalistico: è un fatto che i morti non mangiano.

Un'altra fabbrica, ad esempio, che facesse per ogni unità lavorativa cento di prodotto invece di mille sarebbe stata chiusa da decenni, ma la miniera era aperta. I procedimenti erano quelli di secoli fa, e quelli che le descrizioni dell'ottocento attribuiscono alle miniere inglesi e francesi di combustibili fossili. Mentre queste si vanno liberando di tali procedimenti grazie a moderni impianti di sicurezza, i nostri impianti italiani invece peggiorano.

Ma ciò è conseguenza diretta delle leggi economiche del capitalismo. Altri e più industriali paesi sono anzitutto ricchi nel sottosuolo di minerali di qualità e di potenza calorifica molto più alta noi siamo ridotti alla lignite e alla torba perfino e ad adoperare miniere di fertilità deteriore.

Esse regolano bene il prezzo internazionale e tengono su quello dell'antracite, che ci farà profumatamente pagare il pool del carbone, il rentier della coltivazione europea dei combustibili e dei minerali, nido caldo del sopraprofitto capitalista sulle materie prime della morte militare e civile.

I combustibili che si scavano dalle viscere della terra derivano dalla digestione geologica di vegetali, di savane e foreste. Sono più o meno ricchi di carbonio e di varia potenza calorifica. Si classificano all'ingrosso in torbe, ligniti, litantraci ed antraciti. Gli ultimi sono i ricchi carboni fossili che in gran parte vengono da Inghilterra, Stati Uniti, Sud Africa, ecc. In Italia ve n'è poca dotazione: il fabbisogno totale è tra 12 e 15 milioni annui di tonnellate, la produzione oggi, di appena 2 milioni. Mussolini nei piani autarchici la volle portare dai 3 milioni del '39 a 4, pari a un terzo del fabbisogno. Nel 1942, anno di guerra, la famosa Azienda Statale Carboni Italiani, fondatrice di nuove città, raggiunse infatti i 5 milioni di tonnellate.

La poca antracite si estrae in Val d'Aosta e nella sarda Barbagia. Quantità ancora minori di litantrace nel Friuli e nell'Iglesiente. L'antracite delle ottime miniere istriane dell'Arsia è perduta dopo la guerra. Il grosso è lignite sarda, umbra, del Valdarno e del grossetano; dei vari tipi dai più ricchi (picea, xíloide) ai più magri (torbosa) il carbone "Sulcis" si classificava già come una lignite ed è di basso valore.

L'antracite migliore arriva al potere calorifico di oltre 9.000 calorie per chilogrammo, il litantrace sta sulle 8.000, le varie ligniti tra 7.000-7.500 e meno, la torba che va prima essiccata, verso i 3.000.

I prezzi internazionali di questi combustibili vanno da 24 mila lire per tonnellata del carbone sudafricano, a 18 mila dell'antracite inglese, 14 mila del litantrace, 8 mila circa delle ligniti nazionali; e le migliori anche 10 e 11 mila. Il prezzo dunque varia colla efficienza calorifica, in ragione di un duemila lire per ogni migliaio di calorie-chilogrammo. Lo stesso vale dire che il minerale più spregevole e quindi la meno fertile miniera, regola il mercato generale.

Politica economica!

Si dice che la spesa di estrazione del carbone Sulcis, scadentissimo rispetto ai carboni fossili di importazione (in effetti, di massima, la spesa di estrazione dipende dalla massa di materiale e non dal suo potere calorifico e deve sensibilmente essere la stessa: le difficoltà tecniche si compensano e le miniere di combustibili più ricchi sono logicamente meglio attrezzate negli impianti di taglio, elevazione, sicurezza, e quindi a lavorazione più produttiva) sia sulle 11.700 lire nette per tonnellata. Secondo le gazzette commerciali lo si esita solo a prezzi inferiori al listino e con una perdita di 4 mila lire alla tonnellata: una rendita al rovescio. Ma non vi è dubbio che alla spesa netta di capitale costante e salari (le maestranze minacciano continui scioperi vantando crediti verso le aziende) si aggiunge il profitto delle società esercenti ed anche una rendita "assoluta". E' Pantalone che la sborsa: il gioco costa allo Stato italiano 4 miliardi annui. In queste assurde condizioni la produzione aumenta, l'azienda tiene scorte di montagne di questo pessimo carbone, come pare che altrettante se ne ammonticchino nei docks di Genova di buon carbone importato in eccesso, pagato in valuta pregiata all'estero.

Poiché non vi sono ragioni che il prezzo individuale di produzione del Cardiff o dei carboni extraeuropei sia molto diverso dalle 11-12 mila lire italiane, la differenza tra tale prezzo e il valore di mercato, per circa uno scarto da sei a dodicimila, costituisce rendita differenziale per quelle miniere. Esse pagheranno, si dirà più alti salari, ma grazie ai macchinari migliori è certissimo che le tonnellate-anno per ogni unità lavorativa sono molte di più.

In tutto questo quale è la bestialità potente, la demagogia economica più imbecille? Non il denunziare la rendita, il sopraprofitto, il profitto delle società capitalistiche, che si combattono solo sul terreno dell'organizzazione sociale e politica dell'intera Europa e non con manovre mercantili e legislative, ma il reclamare che le miniere da disarmare siano tenute aperte; chiedere, pur sapendo bene che si tratta di un assurdo, che siano dotate, mentre stanno per esaurirsi, di costosi impianti di sicurezza.

Questo lo chiedono i partiti "estremi" che devono fabbricare voti locali nelle elezioni, e non altro, col pagliaccesco merito della lotta contro "anche un licenziato solo".

Questo lo chiedono a coro insultandosi con i primi solo per l'effetto sulla balorda platea, i capitalisti, lieti che al saldo passivo provveda a proprio carico lo Stato e naturalmente la classe lavoratrice italiana.

In tutti questi movimenti balordi il mondo degli affaristi mangia soldi a palate e il mondo dei chiacchieroni parlamentari giustifica la coltivazione della più idiota delle miniere: quella della fessaggine umana.

Quando il logico sviluppo delle leggi economiche del capitalismo aziendale - che sono anche in Russia matematicamente le stesse e con gli stessi fatali effetti - sbocca nella strage, non se ne trae l'occasione per svegliare nella classe proletaria il possesso della rivoluzionaria dottrina di classe, ma si cerca, con la mentalità più crassamente borghese, la "responsabilità", la colpa di questo dirigente capitalista meglio che di quello o di tutti, lo scandalo, ossigeno supremo di questa smidollata Italia postdonghiana, che nella sua sciagurata opera di amministrazione, comune nelle direttive a governi e opposizioni, ricalca dell'uomo di Dongo le istruzioni, colla sola differenza di ottenere risultati di gran lunga più coglioni.

Se il capitale italiano, povera sottosezione del capitale mondiale, ma ricca di esperienza e di espedienti per storica eredità, ponesse a concorso il modo migliore per tenere la classe operaia lontana dal ritorno ad un potenziale rivoluzionario, vincerebbe da lontano il primissimo premio lo stalinismo locale, coi capolavoro delle sue manovre e del suo linguaggio, in ogni successiva occasione più platealmente, cafonescamente ruffiano.

Deve credersi che glielo paghino già. E se questa fosse insinuazione, andrebbero disprezzati un poco di più.

International Press

 

                    

            

 

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