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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 25 Agosto 2019

La rivoluzione russa(L'Avanguardia, 21/10; 4/11; 11/11/1917;2/2/1918)

 

 

(«L’Avanguardia» n. 509, 510, 511, 513, del 21-10, 4-11, 11-11 e 2-12-1917)

 

Come le date dimostrano, questa serie di articoli fu scritta parallelamente allo svolgersi degli avvenimenti, le cui notizie in tempo di guerra giungevano deformate e contraddittorie.

Solo l'ultimo di questi articoli si può considerare redatto dopo la rivoluzione bolscevica del 7 novembre.

Il lettore vorrà tenerne conto per quanto si tratta della descrizione della diversità di programma fra i diversi partiti specialmente nel campo operaio.

Ad esempio, mentre è sostenuta la fallacia della posizione borghese e della pretesa adesione di una nuova Russia alla ripresa della guerra, è forse sopravvalutata la politica del Partito Socialista Rivoluzionario, non essendo all’epoca chiaro che era scisso in due partiti, di cui quello di sinistra si era coalizzato can i bolscevichi di Lenin.

La conclusione dell’articolo é decisa nel senso di spiegare la rivoluzione di novembre non solo come attuazione politica del pieno programma rivoluzionario marxista, ma come decisa liquidazione della guerra contro i tedeschi, sebbene questa questione non dovesse chiudersi che nel successivo anno 1918 a Brest-Litowsk, nella quale emergenza, come documenteremo, i socialisti italiani di sinistra condivisero, sia pure a tanta distanza, la netta tesi di Lenin per la cessazione della guerra a qualunque costo, e l'attesa della rivoluzione in Europa.

 

 

 

PREMESSA

 

Intendere la Rivoluzione Russa! Quale difficoltà maggiore, se in ogni tempo fu coronato da scarso successo il tentativo di comprendere i caratteri e le cause di avvenimenti contemporanei?

Quale più arduo compito, se si pensa che oggi ogni informazione lascia nelle maglie successive di diverse censure tutto quanto contiene verità? Eppure è in questo che la concezione socialista consegue una riprova trionfale, sebbene tanto si sia gridato al suo fallimento.

L'impudenza dei nostri avversari, ignorando ogni limite, non ha esitato anche in questo caso ad esporre e spiegare i fatti secondo la convenienza. Tutto si può sostenere, quando la menzogna e il sofisma divengono consuetudine anzi professione.

[Censura]

Noi dunque ricostruiamo per conto nostro, con le risorse della critica socialista, che rappresenta il più felice e sicuro metodo d'impiego della ragione umana, poiché solo allora questa è libera da tutte le influenze del potere, e da tutte le suggestioni del pregiudizio, quando s'identifica con la causa dei nullatenenti e dei dominati fuori e contro i regni del dogma e dell’autorità.

 

IL COLOSSO MOSCOVITA

 

Nell’Europa moderna pulsante di vita industriale e governata dalle élites del capitalismo attraverso il sistema democratico delle rappresentanze elettive, ottima maschera liberale dell’esoso sfruttamento delle masse lavoratrici, un immenso paese aderente al continente asiatico aveva serbato forme sociali e politiche di altri tempi, la Santa Russia. Un'economia prevalentemente agraria, in cui la classe lavoratrice era quasi allo stato di schiavitù, un'industria nello stato embrionale, e limitata alle poche zone più progredite, una rete di scambi primordiale e tarda, un regime amministrativo imperfetto, ed infine il sistema politico ferocemente dispotico basato sull’autocrazia dello Czar, capo al tempo stesso della Chiesa, poneva la Russia in antitesi col resto dell’Europa.

Quando la guerra scoppiò, la Russia vi partecipava, considerata come una forza di prim'ordine. I suoi 120 milioni di abitanti, la fama della bellicosa gente cosacca, facevano credere al «rullo compressore russo», che avrebbe lentamente ma sicuramente avanzato verso occidente, schiacciando inesorabilmente la resistenza tedesca. La delusione fu clamorosa.

Mentre le truppe della Francia democratica tenevano testa alle armate germaniche e l'improvvisato esercito inglese entrava in azione con rapidità sorprendente, il mostruoso meccanismo di guerra russo rinculava di disfatta in disfatta, intermezzate da qualche parziale effimero successo.

 

MILITARISMO E DEMOCRAZIA

 

Fu una delusione - e secondo noi una decisiva sconfitta per i fautori della tesi che dipinge il militarismo come un fenomeno tedesco imposto al rimanente d'Europa dal sopravvivere di forme politiche arretrate negli imperi centrali contro le tendenze degli Stati occidentali democratici e desiderosi di pace. Si lasciava intendere che, nel duello tra la civiltà e la barbarie, la prima poteva fortunatamente contare sull’alleanza di un paese ancora più barbaro, da cui fiumi di uomini sarebbero calati a travolgere e prostrare la tracotanza teutonica sotto il tallone di un militarismo ancora più feroce.

Ma la verità é il rovescio. La guerra moderna si basa su tali coefficienti ed ha tali caratteri, che lo Stato militarmente più moderno è quello in cui le risorse dell’industria, del commercio, dell’amministrazione, della finanza, sono maggiori, ed in cui le forme politiche si sono evolute fino alla «democrazia». Ciò è vero per la correlazione, cioè per la contemporaneità dello sviluppo di tutte queste attività; ed è vero anche perché solo una politica di atteggiamenti liberali e magari socialriformistici può fare conseguire allo Stato quella «concordia nazionale» che è pure presupposto del successo bellico. Per cui, tra militarismo e democrazia non c'è antitesi ma convergenza storica. L'efficienza militare della Germania sta in relazione a ciò che essa ha di moderno e borghese, non a quanto vi sopravvive di medioevale e feudale.

Basta pensare al militarismo di quelle epoche, per convincersi che esso non regge al confronto, anzi è addirittura un fenomeno di altra specie dal militarismo odierno, quale grandiosamente si manifesta negli Stati civili.

In Russia l'industria era impari al compito della guerra attuale, le comunicazioni erano scarse, le ferrovie rade, l'amministrazione dello Stato antiquata e corrotta. L'equipaggiamento dell’esercito fu insufficiente, e la preponderanza numerica non poté essere utilizzata. I miliardi della Francia capitalistica, prestati con l'intenzione di fornire l'esercito russo di cannoni, di proiettili, di tutti gli altri moderni mezzi bellici, furono mangiati dai granduchi russi con le mondane parigine. Una frase dice, a volte, più di un trattato.

 

GUERRA E RIVOLUZIONE

 

L'unione sacra dei partiti erasi realizzata più o meno negli altri Stati, ove tutti i partiti consideravano il potere statale coincidente con la difesa di un comune interesse di tutti i sudditi, riassunto nell’astrazione «Patria», e poiché il partito socialista era stato deviato dal riformismo fino al punto di ammettere la possibilità di una simile coincidenza, sostanzialmente inconciliabile col fatto e colla nozione della lotta dà classe.

In Russia i partiti di opposizione erano separati dal governo da ben altro abisso. Lo knut, la Siberia, il carnefice stavano fra loro! Non c'era l'illusione di una eguaglianza politica dei cittadini, non la parvenza di una libertà, non la ostentazione di una fraternità che, nei paesi capitalistici, distraggono le masse dal sentire troppo il peso del giogo economico. Non si poteva pensare, non si poteva parlare, non si poteva stampare, non si poteva associarsi. La parte vera, vitale, dell’opposizione al dispotismo era generosamente imbevuta di dottrina socialista - benché divisa nel valutare la tattica derivante al socialismo dall’incompiuta trasformazione capitalistica. Fu impossibile far credere ai tenaci avversari dello czarismo che lo Stato dispotico e tiranno scendeva in lotta nell’interesse di tutti i russi, minacciati dall’oppressione straniera.

I rivoluzionari non accordarono tregue interne nel periodo di guerra. Il pericolo esterno, che ha indotto altrove alcuni partiti socialisti a dar la mano ai governi del capitalismo, indusse i partiti liberali borghesi della Russia a promettere la loro solidarietà all’autocrazia; ma non impressionò i socialisti, unici veri rivoluzionari. Anzi la parte più audace di questi non esitò ad augurare la disfatta del proprio paese come coefficiente dl un possibile abbattimento dell’odiato regime.

L'esperienza del 1905 dimostrava che in una Russia sconfitta il moto rivoluzionario aveva probabilità di divampare più possente.

Così fu. La guerra produsse la rivoluzione, perché la guerra fu la sconfitta del regime che la intraprese, e perché la guerra non poteva essere né fu accettata dal movimento rivoluzionario. I falsificatori del socialismo si provino a dire: la Rivoluzione è un'idea che ha trovato delle baionette! - e si provino poi a negare la conseguenza che la rivoluzione russa ha trovato... le baionette del Kaiser.

 

II.

GLI ASPETTI DELL’ENIGMA

 

Il regime moderno e capitalistico determina le condizioni della guerra moderna. Lo Stato borghese è una compagine tale da resistere ai cimenti di una crisi così acuta e prolungata come l'attuale. Lo Stato pre-borghese russo si è spezzato nella prova: troppo poco moderno, troppo poco «civile», esso era inadatto alla guerra.

Le forze che lo minavano, anziché attenuarsi come é avvenuto per il proletariato rivoluzionario negli Stati capitalistici, furono dalla guerra agevolate nel compito che da decenni perseguivano, e la Rivoluzione vinse. Alcuni giorni di battaglia nelle vie della capitala, e il mostro abbeverato di sangue è finalmente prostrato. I partiti che ne invocarono l'abbattimento saltano dalla loro opera di demolizione in quella di ricostruzione. E la guerra che ha determinato il loro trionfo, intanto continua. È la crisi terribile di forze sociali e di programmi che si apre dinanzi agli occhi del mondo.

Gli spettatori del dramma attraverso il cupo velario della guerra, sten­tano a seguirne le fasi ed a prevederne gli scioglimenti. Il fatto guerra che per noi giganteggia fa dimenticare che la rivoluzione russa é un feno­meno di politica interna e di lotta fra le classi che dura da più di cinquanta anni, e che la guerra scoppiata tre anni fa é stata per essa l’occasione, non la causa. E la chiave dell’enigma viene cercata nell’intreccio della tragedia bellica. Siccome questa per le masse che bevono grosso non agisce che in due sensi opposti sulla stessa linea, per i tedeschi o per l’Intesa, l’opinione pubblica é facilmente condotta dai suoi abituali manipolatori a trovare la spiegazione che a loro conviene. L’antitesi Czarismo-Rivoluzione deve essere adagiata sulla antitesi di guerra. Ed allora: lo czarismo si era messo d’ac­cordo con i tedeschi e tramava la pace, la rivoluzione si é fatta per intensi­ficare la guerra a lato dell’Intesa. Ma questa spiegazione troppo chimerica dopo breve tempo non regge più, e poiché il fatto guerra non ha che quei tali due aspetti inversi suggestivi, ecco che bisogna dire e stampare il rovescio: la rivoluzione vuole la pace, e si é fatta per uso e consumo dei tedeschi; speriamo, per il bene dell’Intesa e della democrazia, che ritorni lo Czar!

 

INDAGINE OBIETTIVA

 

Ma la nostra indagine segue ben altre vie, immune come é da daltonismo bellico.

Tre principali gruppi di forze sociali e politiche sono in giuoco nel periodo che precede la rivoluzione: l’assolutismo sostenuto dall’alta burocrazia, dalla casta militare, dal clero, dalla nobiltà terriera; la borghesia costituita dalla industria nascente e dai ceti del mondo degli affari e della cultura che con­vergono intorno ad essa: il socialismo, seguito dal proletariato industriale - ove esiste - e dalle masse agrarie secondo un processo sui generis, e capeggiato da molti intellettuali idealisti. Quale il giuoco di queste tre forze nella politica interna del paese? Quale l’atteggiamento di ciascuna di esse nella politica estera e dinanzi alla guerra?

 

LA POLITICA DELLO CZARISMO

 

Lo czarismo poggiava su un conglomerato di istituti tradizionali non suscettibili di adattamento alle nuove esigenze dei tempi.

Come le forme medioevali del potere, che affermavano di detenere da Dio il diritto di dominare una massa di esseri inferiori, fatti per servire, la autocrazia moscovita non ammetteva transazioni all’esercizio illimitato del suo potere. Sono soltanto i governi del regime capitalistico, non secondi forse a quelli del regime feudale nella effettiva onnipotenza e certo superiori ad essi nel controllo delle più svariate attività dei gruppi sociali e degli individui, che possono intendere ed esercitare la politica a doppia faccia della libertà apparente e dell’intensificato sfruttamento delle classi dominate. La bor­ghesia, sebbene schiava di tremende contraddizioni interne che esasperan­dosi ne avvicinano il tramonto, ha una grande elasticità ed infinite risorse che valgono a fronteggiare l’avanzata delle rivendicazioni proletarie e a difendere efficacemente l’ossatura ancora salda delle sue istituzioni essenziali.

Il regime rappresentativo e una certa larghezza lasciata alle forme pla­toniche di protesta contro le nequizie del suo dominare, costituiscono, per essa, una valvola di sicurezza, e nello scaricarla e caricarla secondo le esi­genze del momento politico sta la abilità dei suoi uomini di Stato.

Lo czarismo non poteva intendere questa dinamica di governo, ed era un assurdo storico pretendere che la adottasse.

La sua via era tracciata inesorabilmente nel conato di comprimere e soffocare le valvole fino a che l’eccesso della pressione non avesse infranto le pareti che tentavano di contenere le espansioni irresistibili delle energie sovvertitrici. La concessione di un regime pseudo-rappresentativo dopo i di­sastri ed i moti del 1905 ebbe un valore episodico, perché fu seguita da un rapido ritorno al dispotismo autentico con le sue successive modifiche ai metodi di suffragio, mentre la reazione più feroce imperversava moltiplican­do fatalmente le sue vittime ed i suoi avversari.

É noto (ed osserveremo qui in parentesi che non é nostro intendimento rifare la storia dei precedenti della rivoluzione russa, nota ai nostri lettori per altre fonti ad essi familiari, come l’opuscolo di «Junior» ed altre pub­blicazioni del Partito), è noto come la politica estera dello Stato russo, pur così minato dai contrasti interni, si era orientata negli ultimi anni verso un temerario imperialismo.

Le ambizioni espansionistiche della Russia nell’Asia Minore e in Persia trassero l’Europa sull’orlo del conflitto per la rivalità fra lo Stato moscovita e l’Inghilterra; e le mire sull’Estremo Oriente scatenarono la guerra con il Giappone, amico e poi alleato della Gran Bretagna, guerra il cui esito ro­vinoso costrinse l’impero dello Czar a un periodo di raccoglimento.

Ma dopo il 1905 la Russia intensificò la sua politica panslavista nella Penisola Balcanica, politica della quale le ragioni etniche e nazionali erano un trasparente pretesto, perché sotto lo scettro dello czar gemevano in una identica oppressione, non certo preferibile a quella austriaca od ottomana, cento diverse nazionalità. La politica estera russa contribuì notevolmente allo scatenarsi delle guerre balcaniche, creando all’Austria ed alla Germania quella situazione in cui era il germe non soffocabile della guerra mondiale.

 

 

III

L’OPPOSIZIONE BORGHESE

 

La nascente borghesia russa nel campo della politica interna militava alla opposizione contro i governi della autocrazia, perché sentiva troppi ostacoli al proprio sviluppo economico e sociale nelle pastoie del regime czarista. Il mondo degli affari ha bisogno di quella atmosfera di libertà superficiale che é caratteristica dell’Europa Occidentale, ha bisogno di una certa libertà di pensiero negli istituti di cultura che preparano i tecnici e i professionisti al servigio del capitale. Inoltre la borghesia russa, per la sua stessa natura ed anche per la maggior cultura ed i più frequenti rapporti con il capita­lismo europeo, antivedeva il risultato della politica di repressione, che esasperando le masse le spingeva verso il socialismo negatore della proprietà pri­vata e dello sfruttamento capitalistico, e prevedeva molto bene che la sua vita storica di classe sarebbe stata troppo aspra e breve, fra le potenti stret­toie del vecchio regime e il precoce formarsi di valide energie rivoluzionarie nelle classi lavoratrici.

La borghesia spingeva dunque lo czarismo sulla via delle riforme poli­tiche, anche se non arrivava a vagheggiare una repubblica capitalistica. Nel campo dei rapporti internazionali, la borghesia russa non poteva però non essere solidale con lo czarismo nella politica panslavista degli ultimi anni conciliandosi tale politica assai bene con i propri interessi, con i bisogni dello sviluppo industriale, con la naturale tendenza del giovane capitalismo russo a portarsi, sul terreno della concorrenza commerciale, al livello delle borghesie più progredite dei paesi produttori, esportatori, coloniali dell’Ovest.

 

[Censura].

 

IL MOVIMENTO PROLETARIO

 

Ben altro valore ed altra efficienza aveva l’opposizione socialista. Sulla natura e sulle tendenze del movimento proletario in Russia è stato sufficien­temente illuminato negli ultimi tempi il pubblico socialista italiano, e noi ci richiamiamo alle ampie notizie date dalla stampa del nostro Partito a tale proposito. Mentre potrebbe sembrare che nella loro applicazione più rigorosa le linee del sistema marxistico male potessero applicarsi ad un paese ove ancora il capitalismo non aveva compiuto la sua rivoluzione politica, se pure erasi iniziato il rivolgimento economico che suole accompagnare l’apparire della grande industria, pure un forte Partito Socialista marxista - forse il più ortodosso del mondo - si formò in Russia negli ultimi decenni.         Vi militavano gli operai dei grandi centri urbani ostacolati nella formazione di as­sociazioni sindacali, e numerosissimi intellettuali e studenti insofferenti del regime antiliberale e particolarmente avidi della luce delle nuove idee sov­versive.

Ma il problema più interessante per le condizioni delle masse era quello agrario, e male si applicavano alla situazione russa la dottrina e i metodi socialisti prevalentemente dominati dalla energetica della classe operaia indu­striale. Si formò così il Partito Socialista rivoluzionario, con un proprio audace programma di rivoluzione agraria culminante nella socializzazione della terra. Le divergenze fra questo partito e l’altro (Partito socialista democratico) erano dunque più che altro d'indole teorica e riguardavano la dinamica avvenire della rivoluzione sociale, mentre i due partiti erano uniti nella stessa profonda avversione al regime dominante e nel tenace proposito di rovesciarlo con l’azione insurrezionale delle masse. Gli ele­menti più avanzati e risoluti di entrambi, insieme agli anarchici, risponde­vano alla reazione governativa col metodo terroristico degli attentati, e una possente organizzazione segreta di propaganda e di lotta sosteneva indomita il duello a morte con la terribile e sanguinaria polizia degli czar. Per l’at­tuazione del moto rivoluzionario i socialisti russi si proponevano di accetta­re l’alleanza con la borghesia anti-dispotica, ma nello stesso tempo di porre sul tappeto, insieme con la questione politica, anche quella economica e so­ciale, attuando così la tattica mirabilmente delineata nel Manifesto dei Comunisti.

Però i socialisti non cessavano dal fustigare l’ignavia delle correnti bor­ghesi e dal preparare il proletariato alla coscienza ed all’esercizio della lotta di classe contro lo sfruttamento padronale.

Nel campo della politica estera i socialisti russi furono sempre tenaci oppositori dell’imperialismo e della corsa agli armamenti, affermando il principio della solidarietà internazionale nelle classi operaie. Tale loro atteg­giamento li differenziò nettamente dalla opposizione borghese, specialmente negli ultimi anni successivi alla guerra col Giappone.

 

[Censura]

 

 

ALLO SCOPPIO DELLA GUERRA

 

[Censura]

 

IV

LE DUE ANIME DELLA RIVOLUZIONE

 

Abbiamo messa in rilievo la differenza fondamentale nel contegno delle due opposizioni al governo czaristico, la borghese e la socialista, durante la guerra. Mentre la prima accettava la concordia nazionale rimandando a tempi migliori le sue aspirazioni democratiche, la seconda restava all’oppo­sizione, pronta, nella sua parte più estrema, ad agire rivoluzionariamente, pro­fittando delle conseguenze rovinose della guerra per assicurarsi il successo secondo la tattica definita «disfattista».

Per le cause che abbiamo esaminato, lo Stato russo fu battuto sui campi di battaglia mentre non riusciva ad evitare all’interno le più aspre riper­cussioni economiche della guerra. I moti generati dal malcontento e dalla carestia trovarono nel programma dei socialisti il loro naturale sbocco politico e si indirizzarono al rovesciamento del potere governativo.

L’opposizione costituzionale, resasi edotta del precipitare degli eventi, cercò di scongiurarne le estreme conseguenze.

Si trattava di evitare una rivoluzione sociale andandole incontro con larghissime concessioni nel campo politico, e la borghesia fece ogni sforzo perché il vecchio regime comprendesse questa necessità. Sono noti i passi fatti all’ultimo momento dal Presidente della Duma presso l’imperatore perché concedesse la costituzione salvando così li principio dinastico; com­promesso questo per la naturale riluttanza dello Czar a cedere le sue prero­gative. E poiché i moti rivoluzionari si intensificavano e si estendevano, i partiti della sinistra borghese cercarono di assumere la garanzia della situa­zione, obbligarono l’imperatore ad abdicare per conservare 1a monarchia nella persona di uno dei granduchi, e finalmente rinunziarono anche a que­sto, accettando l’assemblea costituente purché due capisaldi restassero in­tatti: la continuazione della guerra e l’organizzazione della proprietà.

Le correnti socialiste tendevano invece al risultato opposto. Contrari alla guerra per ragioni di principio, fedeli all’internazionalismo riaffermato a Zimmerwald, i socialisti russi si rendevano anche conto esatto dei termini pratici del problema: l’esercito russo, battuto militarmente per la sua intrin­seca deficienza di organizzazione, conseguenza del regime autocratico, an­dava addirittura sfasciandosi dopo la rivoluzione politica per il repentino infrangersi dei freni di una disciplina bestiale e tirannica.

Anche una rivoluzione borghese ed intesista avrebbe avuto bisogno di molti anni di tregua per formare un nuovo organismo bellico a tipo occi­dentale, nell’atmosfera della democrazia capitalistica. Durante la crisi rivo­luzionaria, la prosecuzione dell’attività guerresca era cosa assurda ed im­possibile. D’altra parte, i socialisti non intendevano che l’opera della rivo­luzione si limitasse alla formazione di una Russia democratica, ma avevano sempre nutrito il proposito di integrare il rivolgimento politico con quello sociale e di rovesciare il potere autocratico per instaurare non già quello della borghesia, ma quello del proletariato che avrebbe proceduto all’aboli­zione della proprietà privata della terra e dell’industria.

 

LA COALIZIONE TRANSITORIA

 

La chiave della situazione russa sta nel gioco di queste due grandi cor­renti suddivise in molte sfumature, che, alleate di fatto finché il comune nemico era in piedi, si rivelano all’indomani del trionfo sul vecchio re­gime opposte ed antitetiche, storicamente inconciliabili. Prevale nei primi tempi il concetto di formare un governo di coalizione, che regga il potere e convochi al più presto un’assemblea costituente per decidere sul nuovo assetto da dare al paese. Ma la preparazione di una tale assemblea, che deve rappresentare ed esprimere la volontà di 150 milioni di uomini, non può farsi in breve tempo, e intanto il problema della guerra esige una soluzione immediata. Né è possibile questa tregua sociale di lunghi mesi, in un popolo che, avendo acquistata di colpo la sua libertà, ne respira a pieni polmoni l’ossigeno vivificatore e freme per risolvere le ardenti questioni che la storia ha poste sul tappeto. Le correnti borghesi che si poggiano sull’influenza dei governi alleati vogliono la continuazione della guerra contro i tedeschi in nome dell’onore nazionale e della fedeltà agli impegni diplomatici: tentano di trasferire il potere alla Duma, nella quale i socialisti sono in minoranza, di formare un Governo col predominio dei loro Partiti, e di rinviare sine die le questioni sociali. Il proletariato costituisce invece i Consigli dei Delegati Operai e Soldati e dei contadini, in cui sono diversamente rappresentate le varie correnti socialiste. L’estrema è la più genuina fra queste; vuole la pace, rifiuta la collaborazione anche transitoria di classe, e invoca la presa del potere per attuare il Programma Comunista.

Il principio di coalizione riesce ad affermarsi nel governo presieduto da Kerenski, socialista temperato.

[Censura].

La guerra é ripresa contro i tedeschi rimasti fino allora spettatori inattivi dinanzi alle trincee russe dove ferveva la crisi delle discussioni e del rivolgi­mento disciplinare. Il generale Brusilof, riorganizzate alcune divisioni, inizia l’avanzata in Galizia a cui arride dapprima il successo. È in questo momento che in tutta Europa trionfa la colossale menzogna della rivoluzione guerraiola, contornata di tutte le romantiche informazioni sulla pace separata già sta­bilita fra lo Czar e la Germania! Il Popolo russo, si afferma, ha rovesciato lo czar perché tedescofilo, e muove, stretto in nuove falangi di sanculotti, verso strepitose vittorie.

Ma ciò che era prevedibile non tarda ad avvenire: la Germania, che non aveva alcun interesse ad inoltrarsi in un paese in rivoluzione, dichiaratosi estraneo alle competizioni fra gl'imperialismi dei grandi Stati borghesi, rispon­de all’offensiva di Brusilof sbaragliandone le forze e riportando la linea del fronte sulla linea di confine austro-russa, in Galizia e in Bucovina. Qualche mese dopo i tedeschi occupano altresì Riga e le isole baltiche.

 

IL TRIONFO MASSIMALISTA

 

Il proletariato russo ha intanto compreso quali pericoli contenga la po­litica borghese e riformistica di Kerenski, e i socialisti massimalisti guada­gnano terreno. Il Governo provvisorio si trova in continua crisi fra i tentativi controrivoluzionari di Kornilof e la propaganda dei «leninisti» per la presa del potere. Finalmente il Governo é rovesciato, ed il Soviet in cui gli estre­misti sono divenuti l’enorme maggioranza assume il potere. Mentre scrivia­mo, fra la ridda di notizie contraddittorie e tendenziose che giungono a noi, si comprende che i socialisti lavorano all’attuazione di un programma dalle linee semplici e grandiose - quello stesso del Manifesto dei Comunisti -, cioè la espropriazione dei privati detentori dei mezzi di produzione, mentre procedono logicamente e conseguentemente a liquidare la guerra.

 

[Censura]

 

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