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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 16 Gennaio 2019

Per una discussione esauriente (Avanti!, 13/10/1917)

 

(«Avanti!» del 13-10-1917)

 

Come risulta anche dalla circolare della Frazione Intransigente Rivolu­zionaria, si contava di tenere in fine del 1917 il Congresso Nazionale, che fu poi trasportato di un anno. In questo articolo si combatte la posizione di molti compagni i quali deprecavano che il congresso dovesse dedicarsi a que­stioni troppo teoriche ed astratte. L’articolo mostra come questa posizione non solo trovi logico credito tra i socialisti della destra, che temono di dovere essere squalificati, ma tragga anche in inganno buoni compagni della Si­nistra i quali sono impazienti di arrivare a decisioni pratiche di azione.

All’articolo il giornale fa seguire una nota con la quale mostra l’allar­me (che potremmo definire di marca... centrista) per una discussione di prin­cipio che condurrebbe a una scissione dell’unità del Partito. Il commento in verità dice solo che il Congresso oltre a segnare le direttive teoriche deve fissare anche decisioni pratiche; ma il senso della preoccupazione é evidente.

 

 

 

Da parecchie parti si esprime la preoccupazione che il prossimo Congres­so Nazionale dia luogo ad una interminabile accademia e si avanza il desi­derio che si mettano da banda le questioni teoriche. Da opposte rive viene questo ostracismo alle detestate teorie: poiché mentre i fautori dell’attuale indirizzo del Partito, o di un indirizzo più destro, vogliono evitare la discus­sione, come volevano evitare il Congresso, per tema di dissensi che, secondo loro, comprometterebbero l’unità del Partito, o per tema di un successo de­gli estremisti; alcuni poi di questi ultimi, e specialmente quelli che si reclu­tano nella genuina massa proletaria, mostrano di avere anch’essi un fatto personale con la teoria. Questi ottimi compagni vogliono andare per le spicce a tagliare corto a certi scrupoli e pigliare senza troppe chiacchiere decisioni energiche: talché noi non sappiamo se in definitiva non saranno proprio gli elementi più temperati ad invocare un po’ di discussione di principio, prima di addivenire alle radicali determinazioni pratiche da loro deprecate.

Questa ingiustificata ma spiegabile avversione di alcuni elementi pro­letari alle questioni teoriche, deriva dal fatto che essi attribuiscono le deviazioni dalla sana direttiva socialista e i conseguenti urti di tendenze alla smania di discussioni teoriche, che affliggerebbe gli intellettuali; e non ve­dono invece che la vera colpevole è propria la signora pratica col suo quo­tidiano meretricio...

Noi siamo sicuri che questi compagni comprenderanno facilmente come sa­rebbe poco soddisfacente, dal punto di vista rivoluzionario, una decisione, sia pure quali essi la desiderano, basata solo su apprezzamenti pratici della situa­zione e non sulla affermazione di massima di principi e di metodi che il Partito dovrà definitivamente acquisire a sé.

Spenderemo, quindi, qualche parola per replicare a quegli altri avver­sari della teoria, agli svuotatori del Congresso, a coloro che propongono di evitare i problemi dottrinali, chiudendo gli occhi per non vedere, e di pro­clamare al di sopra di tutto l’unità del Partito, adottando per l’avvenire la tattica praticona del vivere alla giornata.

Costoro mostrano di credere che le divergenze in seno al Partito sorgano solo da questioni astratte, che qualcuno si è compiaciuto di trasportare in mezzo a noi dai limbi della metafisica.

A che pro discutere del concetto di patria?... Ma, o egregi compagni, la impostazione del dibattito è tutt’altra. é proprio sul terreno della pratica che esso si delinea chiaramente, sia riguardo all’azione da svolgersi nel paese, sia circa i metodi da seguire nell’azione e nei rapporti internazionali. Dato il dissenso pratico, che eufemisticamente indicheremo con le tendenze: anda­re a destra o andare a sinistra, il modo migliore di perpetrarlo, inasprirlo e renderlo esiziale per la vera unità del Partito, è quello di lasciarlo sospeso affidandone la risoluzione al Caso, ai signori Avvenimenti, alle eccel1entissime signore Situazioni e al criterio della S.S. Opportunità.

Il modo sincero, onesto e virile di risolvere la posizione è, invece, quello di decidere se l’una o l’altra delle tendenze è nella linea del programma del Partito e corrisponde alle finalità che esso si propone. Ed ecco venire fuori, non solo il problema della patria, ma quelli che si riferiscono alle nazionalità, ai concetti di responsabilità dei Governi, di diverso sviluppo borghese dei vari Stati, alla interpretazione socialista, insomma, del fatto guerra, rientrando a vele spiegate nell’antica divergenza tra le due scuole, le due anime, le due tendenze del socialismo.

Siamo in piena questione teorica.

Bisogna convincersi che è ora di affrontarla e risolverla, per poter poi procedere con sicurezza nel campo dell’azione. Ne è proprio ora, dopo decine di convegni ed adunanze di organi direttivi risoltesi da tre anni in deliberati unitari, sì, ma troppo concilianti tendenze opposte in un risultato a mosaico, incerto e privo di lineamenti sicuri.

Si obietta che viviamo in un periodo terribile e tragico, in cui tutte le ideologie sono tormentate dalle grandiose manifestazioni della realtà, che im­pongono raccoglimento ed attesa. Impossibile oggi fissare direttive teoriche che sorprese imprevedibili dei fatti potrebbero sconvolgere. Di qui la conclusione che occorre ispirare l’azione del Partito non ai principi ma ai suggerimenti della situazione.

Il riformismo non aveva atteso la guerra per proclamare questa abdicazione del socialismo a quanto esso ha di proprio, alle sue formidabili pregiudiziali critiche, che sono i suoi fari di direzione per inoltrarsi a lumi spenti nella mezza luce della vita borghese, interpretandone gli aspetti secondo i morbidi suggerimenti del senso comune, per adattarsi alle necessità delle sue trasformazioni. Non c’é da meravigliarsi che esso conti di attra­versare così le tenebre della guerra, procedendo a tentoni dietro il rombo della battaglia o seguendo i lampi degli scoppi che squarciano a tratti la oscurità.

E questo metodo, che ha dato al proletariato amare delusioni in tempo di pace, ne ha date altresì in tempo di guerra, e più gravi ne darebbe se si continuasse a servirsene. È il metodo più indicato per dare nelle cantonate che si chiamano Giolitti, Quirinale, blocchismo, e si chiamano anche 4 agosto, «union sacrée» o... messaggio Wilson. per dirne una di casa nostra.

Sì, la guerra é stata rivelatrice di grandi verità e di nuovi aspetti delle cose. Ma, delibando appena l’argomento, oseremo dire che la luce che la guerra ha portato tra le genti, rispetto a quella che proietta il metodo critico socialista nelle tenebre dei pregiudizi e delle menzogne della vita borghese, ha l’effetto dei riflessi sinistri di un incendio, in confronto della vivida luce solare.

Il socialismo deve sempre seguire la guida dei suoi principi. Questi non sono dogmi aprioristici, ma risultati di uno speciale metodo di indagine, divenuti ormai per noi materia assodata. Né ciò vuol dire che il socialismo non abbia più nulla da apprendere dai fatti, e dai fatti di guerra in ispecie, ché anzi essi costituiscono un controllo continuo della sua giustezza e val­gono alla ininterrotta elaborazione dei suoi corollari.

Un partito d’avanguardia deve «sorvegliare i fatti», ma non può dire: attendo dagli avvenimenti il mio programma. Gli avvenimenti possono sol­tanto suggerirgli la possibilità di agire più o meno intensamente alla realiz­zazione del programma, che è la sua stessa ragion d’essere.

Se il prossimo Congresso si chiudesse col lasciare alla nuova Direzione libertà di andare a destra o a sinistra secondo le situazioni che si presente­ranno, esso costituirebbe un passo indietro nella storia del Partito Socialista italiano, un piede in fallo nelle trappole del riformismo. Il Congresso detterà, invece, una netta direttiva e dirà soprattutto la sua parola su certi limiti che si vogliono tracciare alla azione del Partito non desumendoli dalla pratica, ma proprio da considerazioni teoriche, per noi errate ed arbitrarie, nel puro campo della interpretazione del programma e del metodo socialista.

Alla Direzione il Congresso dovrà assegnare un compito preciso, lasciando ad essa il valutare, in rapporto agli avvenimenti, le forze del partito... [2 righe censurate]...

E tutto ciò non potrà farsi senza un completo esauriente dibattito, scevro da ampollosità retoriche, ma anche da timorose reticenze.

 

NOTA REDAZIONALE DELL’«AVANTI!»

 

 

Concordiamo nella necessità, ormai impostasi, per le ragioni che questo articolo chiaramente espone, di discutere al Congresso anche la questione teorica, la quale è la indispensabile premessa di quell’atteggiamento pratico del partito che noi dobbiamo fissare. Dissentiamo invece da esso circa il mandato da affidarsi alla Direzione che il Partito si sceglierà nel Congresso.

Un Congresso non può segnare soltanto delle direttive teoriche: deve anche fissare la pratica che da queste direttive consegue... [6 righe censurate]...

Ma non basta sapere per fare, e per fare quanto è desiderabile e quanto è possibile. Le critiche mosse alla attuale Direzione - critiche che l'articolo teorizza - sono state invece dettate, nella più grande parte dei casi, da naturali e spiegabilissime impazienze. Onde il demandare alla nuova Direzione il compito di valutare le forze ed agire sugli avvenimenti secondo i principi di massima, che saranno per trionfare, equivarrebbe semplicemente a mettere i nuovi dirigenti del Partito nella stessa condizione in cui si sono trovati gli attuali, ai quali non è mancata la visione teorica; ha fatto invece difetto la possibilità pratica, date la situazione del Partito e le circostanze interne ed internazionali.

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