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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 16 Gennaio 2019

Le insidie degli "Indipendenti"(Avanti!, 10/4/1916)

 

(«Avanti!» del 10-4-1916)

 

In questo articolo il termine «indipendenti» é usato col valore che aveva nell’immediato anteguerra, e non con quello che venne ad assumere dopo la fine della guerra e nel campo internazionale. Ciò chiarito, deve però no­tarsi che i due fenomeni sono perfettamente identici e conducono allo stesso conclusione: che l’opportunista, più si dice vicino ai rivoluzionari, più è mefitico e pericoloso.

Nelle elezioni italiane del 1913, non senza le nostre vive proteste, il Partito aveva considerato come ausiliari del gruppo parlamentare alcuni de­putati che, essendo usciti dal Partito per il dissenso su questioni della più grande importanza, nel nostro testo ben ricordate, si fregiavano dell’epiteto di «socialisti indipendenti».

La violenta crisi della guerra aveva mostrato che questi nostri pretesi vicini si erano comportati come i più feroci avversari del Partito. Tento era stato rilevato da un articolo del riformista, ma buon militante del Partito, Giovanni Zibordi, il quale sosteneva, sia pure non per le stesse ragioni dot­trinali invocate dalla Sinistra, che bisognava trattare come avversari tutti quelli che non militano nelle nostre file.

Lo Zibordi, nello sconfessare così con coraggio molti suoi amici di ieri, proponeva che lo stesso «chi non é con noi é contro di noi» si applicasse anche e quelle correnti sindacaliste ed anarchiche che si mantenevano con­trarie alla guerra (non tutte lo avevano fatto).

L’articolo che riportiamo si associa a Zibordi rifacendo la storia di alcune eccezioni fatte nel 1913 del Partito e ricorda i nomi che furono poi tutti di accesissimi interventisti. Le eccezioni riguardavano un appoggio elettorale a primo scrutinio e nel ballottaggio. L’articolo tende e stabilire che i pretesi affini e i farisaici indipendenti (indipendenza significa strafottenza massima rispetto al prestigio del Partito) sono le specie più luride dei nostri nemici.

Il         commento dell’«Avanti!» mostra dolersi che i sinistri ragionassero come Zibordi nell’elevare la stessa frontiera verso gli anarcoidi e fa un accenno al problema, che in altri punti e nel seguito del nostro testo sarà trattato a fondo, della famosa «unità proletaria» che sembra venir messa al di sopra del Partito rivoluzionario.

Prendiamo occasione da questa noterella non tanto per confutarla quanto per la prova storica che la Sinistra italiana non ha mai avuto debolezze per le posizioni sindacaliste ed anarchiche, e soprattutto non ha avuto mai la più grave delle debolezze, ossia quella di considerare i bakuniniani ed i soreliani come più a sinistra di noi.

 

 

 

Recentissimi episodi della vita politica italiana hanno messo in risalto un fatto, che merita tutta l'attenzione dei socialisti: l’accanimento che mo­strano contro il nostro Partito i cosiddetti indipendenti, che noi siamo soliti chiamare, con un espressione più propria, rinnegati.

La grande armata dei partiti borghesi, nei suoi assalti in massa contro il Partito socialista, che unico é rimasto ed intende restare fuori dalla sacra concordia nazionale, si serve come avanguardia di tutti gli ex socialisti che abbondano nel paese, nella stampa, nel Parlamento, affidando al loro zelo il compito dell’attacco più violento e l'impiego dei mezzi più velenosi... o asfissianti. Gli «indipendenti» pongono nella bisogna il massimo impegno.

La borghesia, che li ha corrotti moralmente o finanziariamente, li aizza compiaciuta, e li compensa con l’untuosa elogio della loro indipendenza.

Le ultime loro pose sovversive sono tollerate negli ambienti dell’ordine con un sorriso di compatimento, si accettano come un giustificato sfogo dell’esuberante intelligenza - che non li rende pericolosi come gli idioti che seguono tenacemente il proprio Partito. Qualche volta sono abbandonati a se stessi nel momenti brutti, come i bravi che il padrone lasciava impiccare dopo esserne stato il mandante.

Le ultime gesta degli ex sono state così nauseanti che anche quelli di noi propensi per principio o per temperamento ad un certo relativismo nella disciplina del Partito ed a qualche indulgenza per gli irregolari, cominciano a toccare con mano che la più netta e recisa intransigenza é necessaria al socialismo come l’ossigeno alla vita animale. E della diffusione in seno al Partito di questa preziosa convinzione abbiamo avuto ultimamente molti indizi, anche dalle colonne dell’«Avanti!», specialmente in due articoli del compagno Zibordi, l’una sulla... igiene del Gruppo parlamentare socialista, e l’altro sull’atteggiamento che il Partito deve tenere dinanzi ai pretesi af­fini d’ogni riva. Per quanto in questo ultimo articolo l’ottimo nostro com­pagno voglia conservare la netta distinzione tra il nostro criterio, intransi­gente per ragioni di principio, ed il criterio dei compagni riformisti, intransi­genti oggi per evidentissime ragioni di fatto, pure é importante che egli riconosca in fondo come il nostro apriorismo teorico sia stato una guida sicura per la pratica azione del partito, nonostante le riserve e i timori dei suoi amici fautori di una tattica meno assoluta.

E poiché l’«Avanti!» si é occupato di rispondere al compagno Zibordi secondo un altro aspetto della questione, sarà bene prendere atto adesso di una affermazione, che costituisce una concessione alla tesi dell’assoluta intran­sigenza. Accenna lo Zibordi che, sebbene il fatto più saliente e attuale - l’atteggiamento dinanzi alla guerra - ci possa avvicinare a certe correnti sindacaliste e anarchiche, non vanno per ciò dimenticati gli altri fatti della vita politica ed economica che devono dividerci. E noi rileviamo, rallegran­docene, che questa osservazione non é che un enunciato della teoria intran­sigente, secondo cui la tattica del partito non deve dipendere da finalità particolari e temporanee - le quali possono portarci oggi al fianco dei cat­tolici, come ieri a quello dei democratici - ma dal complesso delle finalità politiche e sociali perseguite dal socialismo, le quali non consentono colla­borazioni con i partiti che gran parte ne avversano. Ci preme notare - a parte la questione specifica che ha mosso lo Zibordi a scrivere - questo riconoscimento della bontà della intransigenza assoluta, anche da parte di quelli che in altri tempi la trovavano per la meno eccessiva.

I più fieri nemici del Partito socialista sono oggi quelli che ne sono usciti o che erano ad esso politicamente «vicini».

La guerra ha sconvolto, con le alleanze degli Stati, anche quelle dei partiti; e chi ammette per principio la tattica degli accordi dovrebbe oggi - avendo digerito in passato i blocchi anticlericali - ingoiare il rospo, forse meno velenoso, del blocco neutralista coi cattolici e i giolittiani.

Da tutto ciò risulta la necessità assoluta per il partito di non lasciare indifesa nessuna delle sue frontiere politiche (come sottrarci alla termino­logia guerresca?) e di proclamare sempre più risolutamente la massima «chi non é con noi é contro di noi».

L'indirizzo intransigente dato al Partito dagli ultimi congressi, tanto diffamato dagli avversari e con tante preoccupazioni accettato da taluni com­pagni, non solo non é stato eccessivo, ma avrebbe dovuto essere ancora più rigorosamente osservato, come risulta chiarissimo se per un momento ri­cordiamo quali furono i pochi e lievi strappi fatti ad esso. Non abbiamo certo l'intento di fare recriminazioni ormai oltrepassate, ma anzi di portare un argomento di più in sostegno di tutto il complesso dell’opera svolta negli ultimi anni dai compagni che hanno la direzione del partito. Né si trovi di cattivo gusto la nostra... esumazione, perché molto di cattivo gusto é invece proprio la moda tutta italiana del rapido e comodo oblio dei fatti politici appena escono dall’immediato orizzonte del momento.

Nell’ottobre 1913 la Direzione del P.S.I., comunicando l’elenco delle 300 e più candidature del Partito per le elezioni generali politiche, e riaffer­mando che tutte le altre sarebbero state considerate avversarie e conside­rate alla stessa stregua, faceva due sole timide eccezioni. Nelle successive ele­zioni di ballottaggio la Direzione decideva poi l'appoggio a 10 candidature non di Partito. Agli effetti del nostro assunto ci basterà ricordare alcuni nomi: le due eccezioni del primo scrutinio erano per i prof. Gaetano Salvemini ed Ettore Ciccotti: tra quelle del ballottaggio a cui arrise la sorte delle urne, si trovavano questi nomi: Canepa, Nofri, Cabrini, Cappa, Labriola! Nomi ai quali... nullum par elogium.

Il postumo raffronto ha una strano sapore di ironia. Chi oserebbe ancora sostenere, dopo tali esempi, le ragioni della imbelle pratica del «caso per caso»? Sì, bisogna che il Partito si chiuda sempre più nella corazza ada­mantina dell’intransigenza. Le transazioni più pericolose sono quelle che appaiono meno spinte a prima vista; le compromissioni più rischiose quelle che si fanno con gli uomini momentaneamente meno lontani dall’intonazio­ne politica del Partito. A tutti bisogna dire: O dentro o contro, senza mezzi termini!

Uno degli ultimi rinnegati ha potuto rendere un altro servizio alla causa dell’antisocialismo ricordando che si era offerta a lui, non tesserato da anni, una carica importantissima di partito.

Non sarà dunque mai abbastanza messa in rilievo la necessità di pre­cisare e delineare sempre più la fisionomia del partito, integrazione di tutti i caposaldi del socialismo senza lasciarsi trarre in inganno dall’illusione ot­tica che conduce a sopravvalutare alcune questioni - perché viste attra­verso la lente d'ingrandimento dell’attualità - rispetto ad altre, non meno vitali per l’avvenire del movimento. Dagli affini e dagli indipendenti é bene quindi guardarsi qualunque sia il motivo e il terreno del loro dissenso; riguardi esso il presente, il passato o l’avvenire; e s'intende che un tale cri­terio va anche applicato a eventuali contatti, nell’ora presente, con quelli che pensano come noi intorno alla guerra ma per altri riguardi rimangono fuori e contro il partito. Questo deve apprendere a contare sulle sue sole forze, diffidando dei franchi tiratori della politica che gli offrono appoggio - come potranno offrirlo domani ai suoi nemici.

Ciò non per voler pretendere che gli uomini nostri siano di una stoffa speciale e tutti migliori e più coscienti degli altri, ma perché appunto agli individui deve essere superiore il partito; perché l’ambiente con le sue irresistibili influenze può deviare e corrompere gli uomini, mentre malgrado le deviazioni e le diserzioni deve restare intatta e salda la compagine del mo­vimento socialista, forza collettiva che tende ad immancabili destini. Né vale l’obiezione che anche individui regolarmente iscritti e tesserati abbiano tralignato, ché contro costoro si é provveduto e si provvederà in modo atto a garantire la dignità del partito. Mentre dinnanzi ai voltafaccia degli ausi­liari irregolari altro non ci resta che rimpiangere tardivamente le nostre debolezze passate.

Ai dondoloni di ogni risma, che in malafede ogni tanto si riavvicinano a noi, si rifiuti dunque la sanatoria dell’oblio. Gli avversari, che insultano la nostra intransigenza politica e ci chiamano «preti» trovino un paragone più efficace. I preti di ogni tipo assolvono troppo facilmente.

L’esperienza e la realtà - preteso monopolio dei nostri detrattori - ci hanno dato ragione. Se il partito socialista italiano non é oggi prono, come quelli di altre nazioni belligeranti, alle insidie scioviniste, ciò si deve in gran parte alle coraggiose delibere intransigenti degli ultimi congressi. alla cac­ciata dei monarchici, degli imperialisti, dei bloccardi e dei massoni. Noi ab­biamo oggi il diritto di affermare che l'intransigenza dinanzi a tutte le correnti avversarie non é mai troppa; e di constatare che nei riguardi dei disertori l'intransigenza più feroce é ancora troppo poco.

 

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