Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
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Mercoledì, 16 Gennaio 2019

Discorso del delegato della Frazione comunista astensionista del PSI sulle condizioni di ammissione

 

(Protokoll, pagg. 282-286)

 

Vorrei sottoporvi alcune considerazioni, che propongo di utilizzare nella pre­messa alle tesi presentate dalla commissione, ed una proposta di modifica al punto 16 [15 nel testo definitivo], che dice: «I Partiti che finora hanno con­servato il vecchio programma socialdemocratico, hanno l'obbligo di modificarlo nel più breve tempo possibile, e di elaborare, in corrispondenza alle particolari condizioni del loro paese, un nuovo programma comunista nel senso dei deliberati dell’Internazionale comunista. Di regola, il programma di ogni partito apparte­nente all’Internazionale comunista deve essere convalidato dal congresso ordinario dell’Internazionale comunista e dal suo Comitato esecutivo. In caso di mancata convalida ad opera del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista, il Par­tito in questione ha diritto di appellarsi al congresso dell’Internazionale comunista».

Questo Congresso ha un'importanza capitale: esso deve difendere e assicu­rare i princìpi fondamentali della III Internazionale. Quando, credo nell’aprile 1917, il compagno Lenin tornò in Russia e tracciò le grandi linee del nuovo programma del Partito comunista, parlò anche di ricostituzione dell’Internazionale. Disse che quest'opera doveva poggiare su due basi essenziali: bisognava da un lato eliminare i socialpatrioti, dall’altro eliminare i socialdemocratici, quei socia­listi della II Internazionale che ammettevano la possibilità dell’emancipazione del proletariato senza una lotta di classe spinta fino al ricorso alle armi, senza la necessità di realizzare la dittatura del proletariato dopo la vittoria nel periodo insurrezionale.

La realizzazione rivoluzionaria in Russia ci riconduceva sul terreno del mar­xismo, e il movimento rivoluzionario comunista salvatosi dalle rovine della II Internazionale si orientò in base a questo programma. Il lavoro così iniziato portò alla costituzione ufficiale di un nuovo organismo mondiale. E io credo che, nella situazione attuale - che non ha nulla di fortuito, ma è il prodotto del corso stesso della storia -, corriamo il pericolo di vedere insinuarsi nelle nostre file elementi tanto della prima quanto della seconda categoria, di destra e di centro. Da quando la parola d'ordine «potere dei soviet» è stata lanciata dal proletariato russo e internazionale, dopo la guerra l'onda rivoluzionaria si è dapprima levata, e il proletariato di tutto il mondo si è messo in movimento. Abbiamo visto nei vecchi partiti socialisti di tutti i paesi prodursi una selezione naturale e nascere dei partiti comunisti che hanno subito ingaggiato una lotta ri­voluzionaria contro la borghesia.

Purtroppo, il periodo successivo ha segnato una battuta d'arresto, perché la borghesia ha schiacciato la rivoluzione in Germania, Ungheria, Baviera.

La guerra ora è lontana nel passato; il problema della guerra e della difesa nazionale non si pone più in forma immediata, ed è molto semplice venirci a dire che in una nuova guerra non si ricadrà nei vecchi errori, gli errori dell’unione sacra e della difesa nazionale. La rivoluzione è di là da venire soster­ranno i centristi, non è un problema del momento; e dichiareranno di accettare i cardini della III Internazionale: il potere dei soviet, la dittatura del proletariato, il terrore rosso. Sarebbe un grave pericolo, per noi, se commettessimo l'errore di accogliere questa gente nelle nostre file.

La III Internazionale non può affrettare il corso della storia, non può né creare né suscitare con la forza la rivoluzione. In nostro potere è soltanto di pre­parare il proletariato. Ma è necessario che il nostro movimento conservi il van­taggio che gli offrono le esperienze della guerra e della rivoluzione russa. É a questo, penso, che dobbiamo rivolgere la massima attenzione.

Gli elementi di destra accettano le nostre tesi, ma in modo incompleto, con mille reticenze. Noi comunisti dobbiamo esigere che questa accettazione sia totale e senza riserve, nel campo della teoria come nel campo dell’azione.

Abbiamo visto la prima grande applicazione del metodo e della teoria mar­xista in Russia, cioè in un paese in cui il grado di sviluppo delle classi non era alto. Nell’Europa occidentale, dove il capitalismo è più sviluppato, questo metodo dev'essere applicato con ancor più nettezza e rigore.

Si è fatta qui una distinzione fra «riformisti» e «rivoluzionari». É un linguaggio superato. Non ci possono più essere riformisti, perché la crisi borghe­se impedisce ogni lavoro di riforma. I socialisti di destra lo sanno e si dichiarano per una crisi di regime, si proclamano «rivoluzionari», ma sperano che il corso della lotta sia diverso che in Russia. Io penso, compagni, che l'Internazionale co­munista debba essere intransigente e mantenere con fermezza il suo carattere politico rivoluzionario.

Contro i socialdemocratici bisogna erigere insuperabili barricate.

Bisogna costringere questi partiti ad una chiara e netta dichiarazione di princìpi. Ci dovrebb'essere un programma comune a tutti i partiti comunisti del mon­do, cosa che purtroppo oggi non è ancora possibile. L'internazionale non possiede alcun mezzo pratico per assicurarsi che costoro seguano il programma comunista. Propongo tuttavia di aggiungere la seguente condizione:

Quando, alla tesi 16 [15], si dice: «I Partiti che finora hanno conservato il loro vecchio programma socialdemocratico hanno l'obbligo di modificarlo nel più breve tempo possibile e di elaborare, in corrispondenza alle particolari con­dizioni del loro paese, un nuovo programma comunista nel senso dei deliberati dell’Internazionale», le parole «in corrispondenza alle particolari condizioni del loro paese» e «nel senso dei deliberati dell’Internazionale comunista» dovrebbero essere soppresse e sostituite col brano che segue: «elaborare un nuovo programma nel quale i princìpi della III Internazionale siano contenuti in modo non equivoco, pienamente collimante con le risoluzioni dei congressi mondiali. La minoranza che voterà contro il nuovo programma dovrà in forza dello stesso voto essere esclusa dal Partito. I Partiti che hanno già aderito alla III Internazionale senza aver adempiuto tale condizione, dovranno convocare al più presto un con­gresso straordinario per uniformarvisi».

La questione delle minoranze di destra, sulla quale non ho sentito pronun­ciarsi i rappresentanti del Partito socialista francese, e nemmeno dire che cacceran­no dalle loro file Renaudel e compagni, deve essere posta con estrema chiarezza. Tutti coloro che votano contro il nuovo programma, devono uscire dal partito. In merito al programma non esiste disciplina: o lo si accetta o non lo si accetta, e nel secondo caso si abbandona il partito. Il programma è una cosa comune a tutti, non una cosa stabilita dalla maggioranza dei militanti. É ciò che viene e deve venire imposto ai partiti che vogliono essere ammessi nell’Internazionale co­munista. É oggi la prima volta, infine, che si stabilisce una differenza fra il de­siderio di aderire all’Internazionale e il fatto di esservi accettati.

Ritengo che, dopo questo Congresso, si debba lasciare al Comitato esecu­tivo il tempo di vegliare affinché tutti gli obblighi imposti dall’Internazionale co­munista siano eseguiti. Dopo questo periodo, per così dire, di organizzazione, la porta dovrebb'essere chiusa e non ci dovrebbe essere altra via di ammissione che quella dell’adesione individuale al Partito comunista del rispettivo paese.

Propongo che la mozione del compagno Lenin, che era stata ritirata, venga reintrodotta, cioè che i partiti i quali chiedono di essere ammessi abbiano una certa proporzione di comunisti nei loro organi direttivi. Preferirei che fossero tutti comunisti.

Bisogna combattere l'opportunismo dovunque. Ma questo compito sarà reso estremamente difficile se, nell’atto in cui si prendono provvedimenti per epurare la III Internazionale, si aprono le porte per far entrare quelli che ne sono rima­sti fuori.

A nome della sinistra del Partito socialista italiano, dichiaro che ci impe­gniamo a combattere e scacciare gli opportunisti in Italia. Ma non vorremmo che, se escono dalle nostre file, rientrino nell’Internazionale per altra via. Vi diciamo: avendo qui lavorato insieme, dobbiamo tornare nei nostri paesi e formare un fron­te mondiale unico contro i socialtraditori, contro i sabotatori della Rivoluzione Comunista.

 

(1) Teniamo pure conto del più completo e qua e li più esatto resoconto francese.

 

 

 

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