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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 25 Agosto 2019

Il pensiero del Partito indipendente tedesco (Il Soviet, 25/4/1920)

Il Soviet», anno III, nr. 12 del 25.IV.1920)

 

Gli indipendenti tedeschi godono presso i dirigenti del nostro partito di speciali simpatie. Quando infatti quelli misero fuori il loro programma, che fu da noi aspramente criticato per le sue manchevolezze e le sue reticenze, i nostri lo esaltarono e lo accolsero come documento di alto valore e degno di meritare concorde plauso da parte dei massimalisti.

Si spiega tale stato d’animo per il fatto che sia dal punto di vista teorico che, conseguentemente, da quello tattico i nostri compagni sono con quelli nel più perfetto accordo, tranne nella condizione puramente occasionale che, mentre quelli sono fuori, i nostri sono nel seno della III Internazionale. Una pura formalità, questa, che consente evidentemente al compagno Serrati di alludere ad essi, quando accenna alla possibilità di riavvicinamento con elementi che sono fuori della III Internazionale ma che si sono mantenuti sul terreno della lotta di classe, e con i quali, non ancora convinti di entrare nella III Internazionale, egli non è contrario ad andare a parlare.

Per lo stesso stato d'animo si spiega come trovandosi a Berlino durante gli ultimi moti il compagno Bombacci, e volendo assumere su di essi informazioni, si sia recato di filato ad attingerle alle fonti degli indipendenti come l'unica fonte cui naturalmente dovesse egli attingerle. E l'Avanti!, che non ha trovato modo di commentare gli avvenimenti di Germania e che non ha creduto di mettere in rilievo la triste parte che ancora una volta hanno sostenuto gli indipendenti in essi col loro solito equivoco atteggiamento, ha pubblicato l'intervista di Bombacci con Fabian, membro della direzione del partito indipendente, con una semplice nota per far sapere che la lettera è giunta con ritardo e quindi quasi totalmente sorpassata dagli avvenimenti.

Se il pensiero e la tattica degli indipendenti tedeschi non fossero già abbastanza noti per indurci ad avere verso di essi la massima diffidenza, basterebbe a tanto questa intervista.

Gli indipendenti, che pure hanno ormai nel loro programma accettato il con­certo della dittatura del proletariato, intervenendo, dopo il solito periodo di indeci­sione da essi stessi riconosciuto, al sesto giorno in uno sciopero generale politico nel quale il proletariato è sorto in piedi in modo gigantesco ed impressionante, come riconosce il Fabian, stabiliscono di chiedere un governo... costituito d’accordo coi sindacati. Sempre indecisi, gli indipendenti diventano decisi solo quando si tratta di limitare le pretese, di circoscrivere l'azione, di fissare termini assai pros­simi. Proprio come certi nostri compagni... altrettanto indipendenti tipo tede­sco, di cui vi è grande copia in tutti i partiti socialisti, i quali vogliono fare il finimondo e impegnare il proletariato con tutte le forze e con tutta la violenza per un determinato scopo contingente magari modestissimo, ma che scagliano i loro fulmini contro coloro che vorrebbero spingerlo a fare uso della stessa violenza per una azione diretta all’abbattimento del governo borghese!

Per gli indipendenti tedeschi, il proletariato doveva fare lo sciopero ad oltranza per essere alla fine di esso pago di avere ottenuto un governo di coalizione borghese coi maggioritari, del quale né i comunisti né gli indipendenti stessi dovevano poi fare parte. Sulla partecipazione degli indipendenti al governo, il Fabian ci dà un saggio della mentalità... da struzzo degli indipendenti e dei suoi personali concetti sulla disciplina di partito, interessanti a conoscersi tenendo conto che egli non è un modesto gregario ma un componente della direzione.

Il partito indipendente tedesco, sempre schifiltoso ed in ciò assai dissimile da certi altri indipendenti, ha deciso di non voler partecipare al governo; ma il Fabian non è di questo parere.

Egli vorrebbe invece che il leader del partito, il vecchio Kautsky, il rinnegato come lo chiama Lenin, e con lui altri partecipassero al governo, ma, beninteso, egli aggiunge: «essi dovrebbero abbandonare il partito».

Si può immaginare proposta più balorda?

Noi abbiamo assistito non poche volte alla partecipazione al governo da parte di alcuni iscritti al partito contro il volere della maggioranza, ma costoro sono usciti dal partito per fellonia. Che un componente la direzione faccia una tale proposta, che uno dei capi del partito ne esca per fare parte del governo e ciò non per disaccordi di vedute tra l'individuo e la massa, ma per conciliare il rispetto al volere di questa e non perdere nel contempo un posto che si potrebbe sfruttare, questa sì che è abbastanza nuova.

Con gli indipendenti non vi è però molto da sorprendersi; quello che potrebbe invece sorprendere è che essi avrebbero agito, sempre almeno per quanto afferma il Fabian, in perfetto accordo col comitato centrale dei comunisti, quello che fà capo a Mosca, e non con le organizzazioni comuniste di Amburgo e Berlino.

Senza entrare nel merito delle direttive di queste singole organizzazioni, di cui non sempre si riesce ad avere precise notizie, questo episodio di una azione comune da parte degli indipendenti coi comunisti aderenti a Mosca ci riconferma nella convinzione, cui altra volta abbiamo già accennato, della possibilità di un dissidio circa l'azione da svolgere nel seno della III internazionale.

La Russia dei Soviet, dopo tante eroiche lotte sostenute, dopo tanti mera­vigliosi sacrifici, sente la necessità imperiosa di un periodo di riposo, sente l'urgente bisogno di rilasciare quella tensione cui è obbligata dalla possibilità di dovere ad ogni momento essere costretta a sostenere un novello attacco dei suoi nemici esterni.

Ciò essa tende a realizzare stabilendo rapporti pacifici con le varie nazioni, non essendosi ancora potuti in esse determinare dei vittoriosi moti insurrezionali; questi rapporti pacifici potranno permettere quegli scambi di prodotti, di cui sente la privazione.

Essa è pertanto indotta ad adottare la tattica di ottenere il riconoscimento ufficiale da parte delle potenze della Intesa sulla base del reciproco impegno di non ingerirsi nelle faccende interne, a mettersi quindi in rapporto a queste come uno stato non diverso se non per il suo ordinamento interno. Essa cerca quindi di spingere i vari partiti aderenti alla III Internazionale perché premano indiretta­mente sui governi borghesi mediante la influenza che essi possono esercitare nelle assemblee legislative. Perciò consiglia l'uso dei mezzi legali, soprattutto lo sfruttamento dell’azione parlamentare.

Questo indirizzo tattico, giustificato dalla necessità della conservazione, urta con l'indirizzo che i partiti comunisti debbono seguire là dove essi debbono prepa­rarsi alla loro specifica funzione, all’abbattimento violento cioè del regime borghese.

Su questo dissidio per ora in embrione dovrà decidere la III Internazionale per non incorrere nel pericolo di valorizzare i metodi degli indipendenti tedeschi o tipo tedesco, che non sono atti se non a compiere azioni di arresto nei moti che le masse proletarie vanno compiendo per la loro liberazione.

 

 

 

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