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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 17 Dicembre 2018

Saluto di Lenin ai comunisti italiani, francesi e tedeschi

(Lenin, Opere, Ed. Riuniti, vol. XXX, pagg. 40-49)

 

Sono ben magre le notizie che riceviamo dall’estero. Il blocco delle belve imperialistiche agisce in pieno, la violenza delle più grandi potenze del mondo si abbatte su di noi per ristabilire il potere degli sfruttatori. E tutto quest'odio bestiale dei capitalisti della Russia e di tutto il mondo si maschera naturalmente di belle frasi sull’alto valore della «democrazia»! Il campo degli sfruttatori è fedele a se stesso: fa passare la democrazia borghese per «democrazia in generale» e tutti i filistei, tutti i piccoli borghesi gli fanno coro; tutti, compresi i signori Friedrich Adler, Karl Kautsky e la maggior parte dei dirigenti del Partito socialdemocratico «indipendente» tedesco (cioè del partito che non dipende dal proletariato rivolu­zionario, ma dai pregiudizi piccolo-borghesi).

Ma quanto più rare sono le notizie che riceviamo dall’estero, tanto più grande è la nostra gioia nel constatare i progressi giganteschi, generali, del comu­nismo fra gli operai di tutti i paesi del mondo, l'approfondimento della rottura di queste masse con i capi putridi e traditori che, da Scheidemann a Kautsky, sono passati dalla parte della borghesia.

Del partito italiano abbiamo saputo soltanto che nel suo congresso ha votato a stragrande maggioranza l'adesione alla III Internazionale e il programma della dittatura del proletariato. Il Partito socialista italiano si è così unito di fatto al comunismo benché mantenga ancora, purtroppo, il suo vecchio nome. Un caloroso saluto agli operai italiani e al loro partito.

Della Francia sappiamo soltanto che nella sola Parigi vi sono già due giornali comunisti: L'Internationale, diretta da Raymond Péricat e Titre censuré diretto da Georges Anquetil. Molte organizzazioni proletarie hanno già aderito alla III Inter­nazionale. Le simpatie delle masse operaie sono indubbiamente dalla parte del comunismo e del potere sovietico.

Dei comunisti tedeschi sappiamo soltanto che in parecchie città esiste la stampa comunista. Questi giornali si chiamano spesso Bandiera Rossa. La Bandiera Rossa di Berlino esce illegalmente e conduce una lotta eroica contro i carnefici Schei­demann-Noske, i quali, con i loro atti, si prosternano davanti alla borghesia, come fanno gli «indipendenti» con le loro parole e con la loro propaganda «ideologica» (dell’ideologia piccolo-borghese).

La lotta eroica del giornale di Berlino, Bandiera Rossa, suscita un grande entusiasmo. Finalmente ci sono in Germania socialisti onesti e sinceri, rimasti fermi e inflessibili nonostante tutte le persecuzioni, nonostante i vili assassinii dei capi migliori! Finalmente in Germania ci sono degli operai comunisti che conducono una lotta eroica, che merita effettivamente di essere chiamata «rivoluzionaria»! Finalmente, dal profondo delle masse proletarie, è sorta in Germania una forza per la quale le parole di «rivoluzione proletaria» sono diventate una verità!

Un saluto ai comunisti tedeschi!

Gli Scheidemann e i Kautsky, i Renner e i Friedrich Adler, per quanto grande possa essere la differenza fra questi signori circa la loro onestà personale, si sono rivelati in egual misura dei piccoli borghesi, dei vergognosi traditori del socialismo, dei sostenitori della borghesia, perché nel 1912 redassero e sottoscrissero tutti il manifesto di Basilea sulla guerra imperialistica imminente, parlarono tutti, allora, di «rivoluzione proletaria», e nei fatti si sono rivelati tutti dei democratici piccolo-borghesi, paladini delle illusioni piccolo-borghesi repubblicane e democratiche bor­ghesi, complici della borghesia controrivoluzionaria.

Le persecuzioni accanite che si sono abbattute sul capo dei comunisti tedeschi li hanno temprati. Se ora essi sono in una certa misura disuniti, ciò sta a testimoniare l'ampiezza e il carattere di massa del loro movimento, la forza dello sviluppo del comunismo che sorge dal profondo delle masse operaie. La dispersione è inevi­tabile per un movimento così furiosamente perseguitato dai borghesi controrivolu­zionari e dai loro servi, gli Scheidemann-Noske, e costretto a organizzarsi illegalmente.

È d'altronde naturale che in un movimento che cresce così rapidamente, che subisce persecuzioni così accanite, sorgano dissensi abbastanza aspri. In ciò non vi è nulla di terribile. È una malattia di crescenza.

Esultino pure gli Scheidemann e i Kautsky nei loro giornali, il Vorwärts e il Freiheit, per i dissensi sorti tra i comunisti. A questi eroi del putrido filisteismo non rimane altro che coprire la loro putredine con insinuazioni nei confronti dei comunisti. Ma se parliamo della sostanza della questione, soltanto i ciechi possono oggi non vedere la verità. E la verità è che gli scheidemanniani e i kautskiani hanno tradito nel modo più vergognoso la rivoluzione proletaria in Germania, l'hanno tradita, si sono trovati di fatto dalla parte della borghesia controrivolu­zionaria. Heinrich Laufenberg, nel suo ottimo opuscolo Tra la prima e la seconda rivoluzione, lo ha mostrato e dimostrato con un'energia, una precisione, una chiarezza, una forza di persuasione ammirevoli. Le divergenze tra gli scheidemanniani e i kautskiani sono divergenze di partiti in decomposizione, in agonia, nei quali i capi restano senza masse, i generali senza esercito. La massa abbandona gli scheideman­niani e passa ai kautskiani perché tra questi esiste un'ala sinistra (lo si vede da qualsiasi resoconto di una riunione di massa); ma quest'ala sinistra riunisce, senza alcuna base ideale, pavidamente, i vecchi pregiudizi della piccola borghesia sulla democrazia parlamentare e il riconoscimento della rivoluzione proletaria, della dittatura del proletariato, del potere sovietico.

I putridi capi degli «indipendenti», sotto la pressione delle masse, a parole riconoscono tutto questo, ma nei fatti restano dei democratici piccolo-borghesi, dei socialisti» del tipo di Louis Blanc e altri stolti del 1848, così spietatamente derisi e bollati da Marx.

E queste divergenze sono effettivamente inconciliabili. Tra i piccoli borghesi che, come quelli del 1848, hanno il culto della «democrazia» borghese, senza capirne il carattere borghese, e i rivoluzionari proletari, non può esservi pace. Essi non possono lavorare insieme. Haase e Kautsky, Friedrich Adler e Otto Bauer possono barcamenarsi quanto vogliono e scrivere montagne di carta, pronunziare discorsi senza fine; non riusciranno a eludere il fatto che in realtà essi si rivelano assolutamente incapaci di comprendere la dittatura del proletariato e il potere sovietico; che essi sono in realtà dei democratici piccolo-borghesi, dei «socialisti» del tipo di Louis Blanc e di Ledru-Rollin, che in realtà sono, nel migliore dei casi, un trastullo nelle mani della borghesia, e, nel peggiore, ne sono apertamente i servi.

Gli «indipendenti», i kautskiani, i socialdemocratici austriaci, sembrano un partito unico: in realtà, la massa dei membri del loro partito non è solidale coi capi sulla questione principale, essenziale, vitale. La massa condurrà la lotta rivolu­zionaria proletaria per il potere sovietico non appena verrà il momento di una nuova crisi, mentre i «capi» resteranno, allora come oggi, dei controrivoluzionari. Star seduti tra due sedie non è difficile a parole, e Hilferding in Germania, Friedrich Adler in Austria, danno altri esempi di questa nobile arte.

Ma nel fuoco della lotta rivoluzionaria, gli uomini la cui occupazione è quella di conciliare l'inconciliabile si riveleranno bolle di sapone. Lo hanno mostrato tutti gli eroi «socialisti» del 1848, lo hanno mostrato i loro fratelli carnali, i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari in Russia nel 1917-1919, lo dimostrano tutti i paladini della II Internazionale di Berna, o Internazionale gialla.

Le divergenze tra i comunisti sono di un altro carattere. Solo coloro che non lo vogliono possono non vedere questa differenza radicale. Sono divergenze fra i rappresentanti di un movimento di massa cresciuto con incredibile rapidità. Sono divergenze, ma la base essenziale è comune, salda come una roccia; la base del riconoscimento della rivoluzione proletaria, della lotta contro le illusioni demo­cratiche borghesi e contro il parlamentarismo democratico-borghese, del riconoscimento della dittatura del proletariato e del potere sovietico.

Con una tale base le divergenze non fanno paura: sono una malattia di crescenza, e non decrepitezza senile. Anche il bolscevismo ha avuto più volte simili divergenze e ha subito anche piccole scissioni a causa di dissensi analoghi, ma al momento decisivo, al momento della conquista del potere e della creazione della repubblica sovietica, si è mostrato unito, ha attratto quanto vi era di meglio nelle correnti del pensiero socialista che gli erano vicine, ha unito intorno a sé tutta l'avanguardia del proletariato e l'immensa maggioranza dei lavoratori.

Così sarà anche per i comunisti tedeschi.

Gli scheidemanniani e i kautskiani continuano a parlare della «democrazia» in generale, vivono ancora nelle idee del 1848; sono dei marxisti a parole e dei Louis Blanc nei fatti. Dissertano sulla «maggioranza», pensando che l'eguaglianza delle schede elettorali significhi eguaglianza tra sfruttatori e sfruttati, tra operaio e capitalista, tra povero e ricco, tra affamato e sazio.

Secondo gli scheidemanniani e i kautskiani le cose stanno così: i buoni, onesti, nobili, pacifici capitalisti, non hanno mai impiegato la forza della ricchezza, la forza del denaro, il potere del capitale, il giogo della burocrazia e della dittatura militare; ma hanno risolto gli affari veramente secondo la maggioranza!

Gli scheidemanniani e i kautskiani (in parte per ipocrisia, in parte per estrema ottusità, acquisita in decenni di lavoro riformista) adornano la democrazia borghese, il parlamentarismo borghese, la repubblica borghese, presentando le cose in modo da far credere che i capitalisti decidono gli affari dello stato secondo la volontà della maggioranza e non secondo la volontà del capitale, con i mezzi dell’inganno, dell’oppressione, della violenza dei ricchi sui poveri.

Gli scheidemanniani e i kautskiani sono pronti a «riconoscere» la rivoluzione proletaria, ma solo in questo modo: prima, pur mantenendo la forza, il potere, l'oppressione, i privilegi del capitale e della ricchezza, bisogna ottenere il voto della maggioranza (quando l'apparato borghese del potere statale organizza le elezioni) «per la rivoluzione».! È difficile immaginarsi l'abisso di stupidità piccolo-borghese che si rivela in questo modo di pensare, l'abisso di credulità piccolo-borghese (Vertrauensduselei) nei confronti dei capitalisti, della borghesia, dei generali, dell’apparato borghese del potere statale.

In realtà, proprio la borghesia si è sempre dimostrata ipocrita chiamando «democrazia» l'eguaglianza formale, mentre in realtà esercitava la violenza sui poveri, i lavoratori, i piccoli contadini e gli operai con innumerevoli mezzi d'in­ganno, d'oppressione, ecc. La guerra imperialistica (che gli Scheidemann e i Kautsky hanno vergognosamente imbellettata) lo ha rivelato a milioni di uomini. La dittatura del proletariato è l'unico mezzo per difendere i lavoratori dal giogo del capitale, dalla violenza della dittatura militare della borghesia, dalle guerre imperialistiche.

La dittatura del proletariato è l'unica tappa che porta all’eguaglianza e alla democrazia reali, non sulla carta ma nella vita, non nelle belle frasi politiche, ma nella realtà economica.

Non avendolo compreso, gli Scheidemann e i Kautsky si sono rivelati degli spregevoli traditori del socialismo e dei difensori delle idee della borghesia.

Il partito «kautskiano» (o «indipendente») sta morendo, presto e inevitabilmente perirà, si disgregherà per i dissensi tra i suoi membri, rivoluzionari nella loro massa, e i «capi» controrivoluzionari.

Il partito comunista si rafforzerà e si temprerà superando proprio divergenze simili (in sostanza) a quelle che hanno superato i bolscevichi.

Le divergenze fra i comunisti tedeschi si riducono, per quanto posso giudi­care io, al problema dell’«utilIzzazione delle possibilità legali» (come dicevano i bolscevichi negli anni 1910-1913), dell’utilizzazione del parlamento borghese, dei sindacati reazionari, della «legge sui consigli» (Betriebsrätegesetz) snaturati dagli scheidemanniani e dai kautskiani, della partecipazione a queste istituzioni o del loro boicottaggio.

Noi bolscevichi russi abbiamo conosciuto proprio questo tipo di divergenze nel 1906 e nel 1910-1912. E vediamo chiaramente che molti giovani comunisti tedeschi mancano semplicemente di esperienza rivoluzionaria. Se avessero vissuto un paio di rivoluzioni borghesi (1905 e 1917), essi non predicherebbero così categoricamente il boicottaggio, non cadrebbero di tanto in tanto negli errori del sindacalismo.

È una malattia di crescenza. Passerà man mano che il movimento si svilupperà; ed esso si sviluppa meravigliosamente. Contro questi errori evidenti bisogna lottare apertamente, cercando di non esagerare le divergenze perché a ciascuno dev'essere chiaro che in un futuro non lontano la lotta per la dittatura del prole­tariato, per il potere sovietico, ne eliminerà la maggior parte.

Sia dal punto di vista della teoria marxista, sia dal punto di vista dell’espe­rienza di tre rivoluzioni (1905, febbraio 1917, ottobre 1917), ritengo assolutamente errato il rifiuto di partecipare al parlamento borghese, ai sindacati reazionari (di Legien, Gompers, ecc.), ai «consigli» operai ultrareazionari, snaturati dagli schei­demanniani, ecc.

Talvolta, in un caso singolo, in un singolo paese, il boicottaggio è giusto, come per esempio è stato giusto il boicottaggio della Duma zarista fatto dai bol­scevichi nel 1905. Ma gli stessi bolscevichi hanno partecipato alla Duma del 1907, assai più reazionaria e addirittura controrivoluzionaria; hanno partecipato anche alle elezioni dell’Assemblea costituente borghese nel 1917, ma nel 1918 la sciolsero, suscitando orrore nei democratici piccolo-borghesi, nei Kautsky e negli altri traditori del socialismo.

Abbiamo partecipato ai sindacati più reazionari, puramente menscevichi, per niente inferiori (quanto a spirito controrivoluzionario) ai sindacati di Legien, i sin­dacati più infami e più reazionari della Germania. Persino oggi, due anni dopo la conquista del potere statale, non abbiamo ancora finito di lottare contro le vestigia dei sindacati menscevichi (cioè scheidemanniani, kautskiani, gompersiani, ecc.); a tal punto è lungo questo processo! Tanto è grande, in certi luoghi o in certe categorie professionali, l'influenza delle idee piccolo-borghesi!

Prima eravamo in minoranza nei soviet, in minoranza nei sindacati, nelle cooperative. Con un lungo lavoro, con una lunga lotta - prima della conquista del potere politico e dopo la sua conquista - abbiamo conquistato la maggioranza in tutte le organizzazioni operaie, poi anche in quelle non operaie, poi anche in quelle dei piccoli contadini.

Soltanto dei mascalzoni o dei semplicioni possono credere che il proletariato debba prima conquistare la maggioranza alle elezioni effettuate sotto il giogo delta borghesia, sotto il giogo della schiavitù salariata, e poi conquistare il potere. È il colmo della stupidità o dell’ipocrisia; ciò vuol dire sostituire alla lotta di classe e alla rivoluzione le elezioni fatte sotto il vecchio regime, sotto il vecchio potere.

Il proletariato conduce la sua lotta di classe senza aspettare le elezioni per incominciare uno sciopero, benché per il completo successo dello sciopero occorra la simpatia della maggioranza dei lavoratori (e di conseguenza anche della maggioranza della popolazione). Il proletariato conduce la sua lotta di classe abbattendo la borghesia senza aspettare nessuna votazione preliminare (organizzata dalla borghesia e che si svolge sotto la sua oppressione) e nel farlo sa benissimo che per il successo della sua rivoluzione, per l'abbattimento della borghesia, è assolutamente necessaria la simpatia della maggioranza dei lavoratori (e di conseguenza della maggioranza della popolazione).

I cretini parlamentari e i moderni Louis Blanc «esigono» assolutamente delle elezioni, e assolutamente organizzate dalla borghesia, per determinare la simpatia della maggioranza dei lavoratori. Ma questo è un punto di vista da pedanti, da cadaveri o da abili ingannatori.

La realtà viva, la storia delle vere rivoluzioni mostra che assai spesso la «simpatia della maggioranza dei lavoratori» non può essere dimostrata da nessuna votazione (per non parlare delle elezioni organizzate dagli sfruttatori, con l'«eguaglianza» tra sfruttatore e sfruttato!). Assai spesso la «simpatia della mag­gioranza dei lavoratori» è dimostrata non da votazioni, ma dallo sviluppo di un partito, o dall’aumento del numero dei suoi membri nei soviet, o dal successo di uno sciopero che, per un qualche motivo, abbia acquistato grandissima impor­tanza, o dal successo nella guerra civile, ecc. (1).

La storia della nostra rivoluzione, per esempio, ha mostrato che le simpatie della maggioranza dei lavoratori per la dittatura del proletariato, nelle distese sconfinate degli Urali e della Siberia, non erano state rivelate da votazioni, ma dall’esperienza di un anno di potere del generale zarista Kolciak sugli Urali e sulla Siberia. Inoltre il potere di Kolciak era incominciato col potere di una «coalizione» di scheidemanniani e di kautskiani (in russo: di «menscevichi» e di «socialisti-rivoluzionari», sostenitori dell’Assemblea costituente), come oggi in Germania i signori Haase e Scheidemann, con la loro «coalizione», aprono la strada al potere di von Goltz o di Ludendorff e coprono, mascherano questo potere. Osserviamo tra parentesi che la coalizione governativa di Haase e di Scheidemann è finita, ma la coalizione politica di questi traditori del socialismo è rimasta. Ne sono una prova i libri di Kautsky, gli articoli di Stampfer sul Vorwärts, gli articoli dei kautskiani e degli scheidemanniani sulla loro «unione», ecc.

La rivoluzione proletaria è impossibile senza la simpatia e l'appoggio della immensa maggioranza dei lavoratori per la loro avanguardia, per il proletariato. Ma questa simpatia, questo appoggio non si ottengono di colpo, non sono le elezioni a deciderli, ma si conquistano con una lunga, difficile, dura lotta di classe. La lotta di classe del proletariato per la simpatia, per l'appoggio della maggioranza dei lavoratori, non si esaurisce con la conquista del potere politico da parte del proletariato. Dopo la conquista del potere questa lotta continua, ma in altre forme. Nella rivoluzione russa le circostanze sono state eccezionalmente favorevoli per il proletariato (nella lotta per la sua dittatura), perché la rivoluzione proletaria è avvenuta quando tutto il popolo era armato e quando tutti i contadini volevano l'abbattimento del potere dei grandi proprietari fondiari, quando tutti i contadini erano sdegnati per la politica «kautskiana» dei socialtraditori, dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari.

Ma anche in Russia, dove al momento della rivoluzione proletaria la situa­zione era eccezionalmente favorevole, dove si ebbe subito una straordinaria unione di tutto il proletariato, di tutto l'esercito, di tutti i contadini, persino in Russia la lotta del proletariato che realizzava la sua dittatura, la lotta del proletariato per la simpatia, per l'appoggio della maggioranza dei lavoratori, richiese mesi ed anni.

In due anni questa lotta è quasi finita, ma non ancora completamente a favore del proletariato. In due anni abbiamo soltanto conquistato definitivamente la simpatia e l'appoggio della stragrande maggioranza degli operai e dei contadini lavoratori della Grande Russia, compresi gli Urali e la Siberia; ma non abbiamo ancora finito di conquistare la simpatia e l'appoggio della maggioranza dei contadini lavoratori (da non confondere coi contadini sfruttatori) dell’Ucraina. La potenza militare dell’Intesa ci può schiacciare e tuttavia non ci schiaccerà; ma all’interno della Russia godiamo ora della salda simpatia di una grande maggioranza dei lavoratori, tale che il mondo non ha ancora visto nemmeno nello stato più democratico.

Se si pensa a questa storia della lotta del proletariato per il potere, lotta complessa, difficile, lunga, ricca di forme straordinariamente varie, piena di cam­biamenti bruschi, di svolte, di passaggi da una forma di lotta all’altra, diventa chiaro l'errore di coloro che vogliono «proibire» la partecipazione al parlamento borghese, ai sindacati reazionari, ai comitati scheidemanniani o zaristi dei delegati operai, o ai consigli di officina, ecc. ecc. Questo errore è dovuto all’inesperienza dei rivoluzionari più sinceri, più convinti, eroici, della classe operaia. Perciò Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg avevano mille volte ragione quando, nel gennaio 1919, videro questo errore, lo segnalarono, ma preferirono restare con i rivolu­zionari proletari che sbagliavano in una questione di non grande importanza, piuttosto che con i traditori del socialismo, gli scheidemanniani e i kautskiani, che non sbagliavano nella questione della partecipazione al parlamento borghese, ma avevano cessato di essere dei socialisti per diventare dei democratici piccolo-borghesi, dei complici della borghesia.

Tuttavia un errore è un errore, e bisogna criticarlo, bisogna lottare per correggerlo.

La lotta contro i traditori del socialismo, gli scheidemanniani e i kautskiani, dev'essere implacabile, ma non deve seguire la linea della lotta per la partecipa­zione o contro la partecipazione ai parlamenti borghesi, ai sindacati reazionari, ecc. Sarebbe indubbiamente un errore; e un errore ancora più grave sarebbe abbandonare le idee del marxismo e la sua linea pratica (partito politico saldo, centralizzato) per le idee e la pratica del sindacalismo. Bisogna fare in modo che il partito partecipi ai parlamenti borghesi, e ai sindacati reazionari, e ai «consigli di officina» mutilati e castrati dagli Scheidemann, sia presente dovunque vi sono operai, dovunque si può parlare agli operai, influire sulla massa operaia. Bisogna a qualunque costo combinare il lavoro illegale con quello legale, attuando sistema­ticamente e incessantemente un rigido controllo del partito illegale, delle sue organizzazioni operaie, sull’attività legale. Non è facile, ma nella rivoluzione prole­taria non ci sono né possono esserci compiti «facili», «facili» mezzi di lotta.

Questo difficile compito deve essere adempiuto a qualunque costo. Ci diffe­renziamo dagli scheidemanniani e dai kautskiani non soltanto (e non principal­mente) perché essi non ammettono l'insurrezione armata, mentre noi l'ammettiamo. La differenza principale, essenziale, è che essi seguono in tutti i campi d'attività (nei parlamenti borghesi, nei sindacati, nelle cooperative, sulla stampa, ecc.) una politica incoerente, opportunista, o addirittura di aperto tradimento.

Contro i socialtraditori, contro il riformismo e l'opportunismo: questa linea si può e si deve condurre in tutti i campi di lotta senza eccezione. E allora con­quisteremo la massa operaia. E, con la massa operaia, l'avanguardia del proleta­riato, il partito politico marxista centralizzato condurrà il popolo, lungo una via sicura, alla vittoriosa dittatura del proletariato, alla democrazia proletaria anziché a quella borghese, alla repubblica sovietica, al regime socialista.

La III Internazionale ha riportato in alcuni mesi vittorie brillanti, senza precedenti. Essa si sviluppa con una rapidità sorprendente. Gli errori parziali e le malattie di crescenza non ci fanno paura. Pur criticando direttamente, apertamente, faremo in modo che la massa operaia di tutti i paesi civili, educata dal marxismo, scacci ben presto dalle sue file gli scheidemanniani e i kautskiani, traditori del socialismo, di tutte le nazioni (e questi tipi esistono in tutte le nazioni).

La vittoria del comunismo è ineluttabile. La vittoria sarà sua.

 

10 ottobre 1919

 

(1) Si tenga presente, anche in vista di successive polemiche, che cosa Lenin intende per «conquista della maggioranza della classe operaia»: è la conquista della sua «simpatia», di un'influenza reale su di essa!.

 

 

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