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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 16 Gennaio 2019

La crisi del partito («Il Soviet», anno III, nr. 11 dell’11.IV.1920)

Il Soviet», anno III, nr. 11 dell’11.IV.1920)

 

Della grave crisi che travaglia in questa ora il partito e sulla quale noi con ogni sforzo cerchiamo di richiamare la attenzione dei compagni si occupa, come rileviamo da alcuni brani di un articolo riportato nella Riscossa di Trieste, il compagno Niccolini colla abituale serenità ed assennatezza. Egli consente in fondo con noi nel rilievo di tante deficienze di indirizzo teorico e pratico, come consente con noi per quanto riguarda la fondamentale questione dei «soviet». Su di essa anzi può dirsi sia stato l'unico che abbia scritto sull’Avanti! e su Comunismo osservazioni veramente serie col degno proposito di correggere gli errori, di snebbiare i confusionismi, di mettere in evidenza i profondi difetti dei vari progetti compilati per la costituzione di quelli, specialmente il loro contenuto essenzialmente riformistico.

Non consente però nella conclusione cui giungiamo noi, ossia nella necessità di una epurazione del partito, o meglio di una scissione del partito per giungere alla formazione di un vero partito comunista. Non consente con noi partendo da una inesatta valutazione del contenuto preciso della nostra tendenza, la quale non stabilisce affatto l'antitesi tra riformismo e comunismo sulla base dell’elezionismo, come si rileva anche da quanto è detto nello stesso numero di questo giornale nelle tesi sulla costituzione dei soviet e nell’articolo sul parlamentarismo e la Terza Inter­nazionale [cfr. cap. VIII], in cui abbiamo riassunto le ragioni del nostro anti-parla­mentarismo e la funzione che secondo noi dovrebbe avere il partito comunista.

La questione teorica generale sulla possibilità di un'azione parlamentare da parte dei comunisti nei rapporti della crisi del nostro partito ha un valore assai relativo per il carattere che il partito ha. Il Congresso di Bologna avrebbe avuto l'importanza che il compagno Niccolini vorrebbe attribuirgli se avesse condotto a serie conclusioni, quelle cui naturalmente si doveva giungere di distaccare i riformisti.

Si è cambiato sì il programma, da quello antico socialdemocratico al nuovo con tendenze al comunismo, ma è stato un cambiamento di parole.

Gli uomini non sono mutati e quindi non è mutata l'azione. Il partito che aveva subito delle scissioni per la massoneria, per l'eliminazione dei bloccardi ecc., e rimasto intatto dopo il capovolgimento di tutto il programma, programma che un forte gruppo ha avversato nel momento della sua compilazione e tuttora avversa palesemente col pensiero e coll’opera.

Il compagno Niccolini vuole che si faccia dell’azione comunista per eliminare i vari Turati, secondo la sua espressione.

Ma non si accorge che l'azione non si fa, non si può fare e non si farà mai appunto perché vi sono i vari Turati sinceri, chiari e manifesti e perché vi sono moltissimi altri incerti, indecisi, magari insinceri, i quali sono assai più riformisti di quelli, ma con assai minore rispettabilità personale si truccano da rivoluzionari verbali nei comizi specie elettorali, a volte per pura speculazione demagogica, spesso anche in perfetta buona fede. Quella sufficiente libertà, che ci consente la democrazia borghese che governa, permette facilmente quell’estremismo verbale o di gesti appa­riscenti che ha buon gioco presso le masse... specie in periodo elettorale.

Di tutta questa enorme massa riformista in seno al partito, che non può essere suscettibile di trasformazioni, di questo morto che tiene il vivo, i comunisti dovreb­bero, a tenor di logica, avere tutto l'interesse di sbarazzarsi; invece sono i massimalisti elezionisti che hanno tutta la premura di trattenerla. Saprebbe dirci il perché, il com­pagno Niccolini, che fa suo questo modo di vedere?

Noi glielo diciamo subito: perché tra i massimalisti elezionisti, che sarebbero comunisti, e i riformisti, vi è un legame saldissimo che li unisce, ed è quello di vincere insieme le... battaglie elettorali. Questo legame tattico, per quanto a parole secondario e di poca importanza, è tanto forte che i detti comunisti si sentono più legati a quelli che a noi della tendenza astensionista, con cui dovrebbero avere in comune il pro­gramma meno questo dissenso tattico, come vediamo in ogni manifestazione. È ba­stato che il compagno Misiano avanzasse una proposta di epurazione dei riformisti perché insorgesse Serrati colla sua polemica scampoleggiata e fiorita a combattere questa tesi, unicamente perché si preoccupa di perdere i voti dei riformisti. Le due correnti che vivono nel seno del partito si urtano e si paralizzano, ma non si distac­cano per la preoccupazione della ripercussione elettorale. Il partito così come è oggi costituito e per l'azione che svolge resta, malgrado il suo programma, un partito socialdemocratico.

Il compagno Niccolini vuole si faccia un'azione comunista per eliminare i riformisti e concentrare tutte le forze comuniste. A noi pare che non sia l'azione che possa creare la forza, ma che sia questa che dovrà fare l'azione. Per concentrare le forze è indispensabile prima di tutto eliminare le contrarie ed avverse, che ne atte­nuano l'efficacia. Ciò è pregiudiziale. Se queste forze comuniste sono miste nel partito alle riformiste e socialdemocratiche, quale mezzo abbiamo per isolarle e concentrarle? Non ve ne ha che uno solo: spezzare il legame che le unisce, che è l'elezionismo. Pei comunisti, veramente comunisti, elezionisti, non sarà enorme il sacrificio di perdere qualche deputato rinunciando al metodo elettorale, se esso sarà compensato da una chiarificazione e concentrazione delle forze. Le quali noi vogliamo riunire in un fascio, in un partito organico, ma che non abbia un'etichetta soltanto sotto cui si nasconde il marcio. O la maggioranza avrà la forza di compiere questa sua rinnovazione attraverso una coraggiosa amputazione, o il partito sarà destinato ad affogare nel pantano della socialdemocrazia da cui non sa venire fuori, ed il partito comunista si formerà fuori di esso.

La crisi non ha altra soluzione. Gli accomodamenti, le soluzioni intermedie non sono più consentiti dall’incalzare degli avvenimenti. È l'ora delle decisioni nette, rettilinee, sicure ed audaci.

 

 

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