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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 17 Gennaio 2019

Avanti, Barbari (Battaglia Comunista, n°22, 1951)

  

Due grandi concezioni della storia si contrappongono: la prima è grande in quanto antica, diffusa e dura da morire: essa vede il «momento determinan­te»della storia nella gloria di dominare, nella voluttà del po­tere, nella iniziativa, volontà e slancio di eroi, di capi, di grup­pi, che si lanciano nella contesa per poter portare alle loro avide labbra la coppa che spegne que­sta inesausta sete del comando; e da questi urti e guerre si trac­ciano le vie dell’umanità.
 
La seconda è la nostra, di noi marxisti. Scegliamo da Engels una delle formulazioni più dense e chiare. «Secondo la concezione materialistica, il momento deter­minante della storia è, in ultima istanza, la produzione e la ripro­duzione della vita immediata». Nel 1884 così Engels introduce quella splendente trattazione che è «L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato». Dalla prima all’ultima pa­rola di questa operetta, come dalla prima all’ultima parola della dottrina rivoluzionaria del proletariato formulata da Marx, in una linea ininterrotta corre la tesi: famiglia, proprietà, potere, non sono istituti nati colla specie umana e senza dei quali questa non può vivere. Da tempo gli uomini erano una società, quan­do questi tre istituti fecero la loro apparizione. Dimostrato questo, in via di scienza dei fatti, noi dimostriamo che un giorno tutti e tre cadranno. Nel nostro programma scriviamo non la mo­difica, la riforma, la trasformazione, ma la distruzione di queste tre basi della civiltà: famiglia, proprietà e Stato.
 
Della famiglia, del problema del sesso, ci occuperemo a suo tempo a partito. Anche qui cade per noi la spiegazione individualista, dell’aspirazione al piacere dell’io, con tutte le sue ab­normi costruzioni e corruzioni, e viene in luce una spiegazione non volontarista, ma determinista e sociale.
 
Basti ora riportare le parole che spiegano, in quel passo, che cosa sia «la produzione e la ri­produzione della vita immedia­ta». Eccole: «Ma questa a sua volta è di duplice specie. Da un lato, la produzione di mezzi, di sussistenza, di generi di alimen­tazione; di oggetti di vestiario, di abitazioni, e di strumenti neces­sari per queste cose; dall’altro, la produzione degli uomini stes­si; la riproduzione della specie».
 
Come Pio XII, a differenza del borghese esistenzialista e cac­ciatore di nuovi fremiti alla sua epidermide di prossima carogna, noi vediamo nell’amore un mez­zo per produrre uomini; ma, non guidati da presupposto mi­stico o etico, comprendiamo che, come il bambino gioca per poter un giorno correre dietro la fie­ra delle foreste... o il filobus della giungla di asfalto, come il motore dell’automobile si «ro­da» per milioni di giri al banco prima di rendere energia utile sulla strada, così anche la fun­zione sessuale ha un campo di esercizio più vasto del momento di incontro utile delle due cellu­le germinative.
 
Le istituzioni relative alla ge­nerazione precedono quelle relative alla produzione di manu­fatti, ma sempre: «le istituzioni sociali entro le quali gli uomini di una determinata epoca e di un determinato paese vivono, sono condizionate da entrambe le specie della produzione: dallo stadio di sviluppo del lavoro, da una parte, da quello della famiglia, dall’altro».
 
Nello stadio selvaggio e di barbarie la specie umana vive del prodotto della natura senza molto apporto di sforzi lavorativi; in tale stadio prevalgono come elementi determinanti i sistemi di parentado e di famiglia — nello stadio ulteriore di «civiltà», cresciuto il numero degli uomini e l’apporto dell’opera umana nel produrre sussi­stenze, hanno importanza preva­lente i sistemi di produzione. Forme familiari e forme sociali sono transitorie e spariscono dopo avere opposto con una loro potente inerzia lunghe resisten­ze. Il Morgan, dalle cui ricerche Engels attinge sulla scorta di note di Marx stesso all’opera del primo (La società antica, 1877), trovò nei «sistemi di parentela» di tutti i popoli le tracce di tipi scomparsi di famiglia, e pur non partendo da un dichiarato siste­ma materialista osservò che mentre la realtà del fatto sessua­le e riproduttivo (famiglia) varia, sopravvivono le denomina­zioni di parentela antiche colle loro conseguenze anche sociali e giuridiche: tali sistemi, disse, sono passivi. Ed è a questo punto che Marx nota in margine: «lo stesso vale per i sistemi politi­ci, giuridici, religiosi, filosofici in generale».
 
E’ appunto da quando conosciamo la caducità e la passività di tutti questi sistemi che siamo potuti andare al di là della bor­ghese e forcaiola filosofia del «Candido» di Voltaire. La bor­ghesia, come nacque e morrà venale, non poteva che nascere e morire scettica. Per essa è defini­tivo il dialogo filisteo.
-          Candido: credete voi che gli uomini si siano sempre macella­ti a vicenda, come fanno ai nostri giorni? Che siano stati sempre bugiardi, imbroglioni, perfidi, ingrati, ecc. ecc.?
-          Martino: credete voi che gli sparvieri si siano sempre mangiati i piccioni quando li hanno potuti acchiap­pare?
-          Candido: senza dubbio.
-          Martino: e allora, se gli spar­vieri hanno avuto sempre il medesimo naturale, perché volete che quello degli uomini sia mu­tato?».
 
Candido depone le armi, farfu­gliando che tuttavia fa differen­za il libero arbitrio... Noi non crediamo al libero arbitrio come Candido, ma sappiamo con Engels chi ha «messo in moto e sviluppato le passioni ed istinti più sordidi degli uomini», igno­ti all’età barbara: la «civiltà»; delle quali appunto la più alta è quella che voi annunziavate, signor Arrouet de Voltaire.
 
Ed è perché noi siamo per questa tra le due concezioni della storia, che butta tra i ferrivecchi, col genio del bene, il ge­nio del male, e la «natura» belluina dell’essere umano, che abbiamo potuto dire, nel 1914, idiota la ricerca dell’aggressore in guerra tra i despoti coronati di Pietrogrado, Berlino o Vienna; nel 1939 la cinica, unanime identificazione del criminale di guer­ra nei capi di Stato di Berlino, Roma e Tokio.
 
E secondo la stessa coerente linea solo una piccola minoran­za è ancora oggi in grado di ca­pire la parallela vacuità delle ac­cuse che, con ostentato omaggio ad una stessa e passatista dot­trina della storia, si scambiano nelle riunioni dell’O.N.U. gli Acheson ed i Viscinsky. Entram­bi fanno risalire la causa dello scoppio di una nuova e più tremenda guerra (tra i fratelli di ieri nel punire aggressori e processare criminali), al desiderio dell’opposto gruppo dirigente di avere più potere, più territorio, più controllo di masse umane. Ognuno dei due dichiara di pensare che un universale catacli­sma storico possa nascere da quella brama di sadico potere in una limitata gerarchia di capi, ed altra causa non abbia: entrambi infatti dicono possibile e da loro voluta la pace, sol che il gruppo avverso possa essere «disintossicato»!
 
Ora, se tra i pochi nostri gruppi marxisti rivoluzionari, lontani dalle bande e dalle greg­gi all’uno e all’altro «vicegran­de» assoldate, è chiaro che cade ogni marxismo quando la causa di guerra, come di oppressione, si attribuisce alla premeditata mala volontà di uomini, poiché tanto equivale a saltare la bar­ricata ed applicare l’altra ed op­posta visione della storia - e se invece ci è chiaro che il «mo­mento determinante» deve trovarsi nella sfera economica e nella lotta delle classi sociali - se tutto questo è palmare, come mai alcuni singoli, in tali gruppi al tempo stesso antitrumaniani e antistaliniani, non vedono che si fa lo stesso errore, quan­do per «spiegare la Russia di oggi» si cerca la terza classe in una gerarchia di Stato che, af­ferrato il potere, e assaporan­done le voluttà sempre più a fondo, ha tagliata la nostra stra­da (quella del libretto di Engels) dallo stato selvaggio alla società comunista, con un ostacolo tanto gigante, quanto imprevisto?
 
Ma voi avevate chiusa tutta la storia in un libercolo!? Un momento. Nessuno, che come noi sia un modesto divulgatore di vecchi temi di propaganda, che appunto non essendo mai stato assoldato vive da lavoratore quo­tidiano, e non dispone neppure di una enciclopedia (forse per odio a Voltaire), può contestare la possibilità che sorga un contradditore ferrato, informato, che abbia potuto elaborare materiali scientifici immensi attin­ti a tutto l’orizzonte. Il solo Mor­gan, cui Engels si fermò, lotto quarant’anni a studiare il problema ed ottenere qualche ap­poggio dal governo federale americano, poi, non essendo in odore di santità (si danno ancora scienziati ingenui?), fu messo nel dimenticatoio. Siamo quindi sempre pronti a pesare la nostra dilettantesca ignoranza.
 
Avanziamo una sola pretesa. Da tutte le parti si dichiara di parlare in nome di Marx; e dun­que non lo si considera «poco aggiornato», sebbene dalla sua opera ci dividano circa ottanta anni. Beria nel sostituire Stalin alla commemorazione dell’Otto­bre chiude nell’inno ai grandi insegnamenti di Marx, Engels, Lenin e Stalin. I fogli di Ache­son diffondono per la propagan­da americana il testo di sir David Kelly, già ambasciatore dei laburisti a Mosca, ed il titolo ne è: «Carlo Marx battuto dalla tirannia di Stalin».
 
Noi quindi ci fermeremo ad imparare da un contradditore se questi avrà il fegato di porre al sommo della sua trattazione que­sta semplice e breve epigrafe: quanto era fesso Marx! Perché solo allora costui avrebbe il diritto di spiegarci che, per altri e solidi apporti della ri­cerca positiva, risulta ormai che non e più vera la visione della storia, di cui siamo catecumeni. Tutti gli altri sono troppo preoccupati di passare per mar­xisti, per non essere agli occhi nostri tanto somari, quanto fetenti.
 
 
 
IERI
 
Seguiamo qualche travalico della scorsa engelsiana per mo­strare che «se ne scende»tutta, se diamo credito alla balia dei soggetti vigorosi e audaci in fre­gola di regnare, edelle cricche burocratiche che hanno colloca­to sovrano il loro rond de cuir, il loro cuscino a cerchio, sul cratere dei grandi vulcani della storia, spegnendone l’incendio eruttivo colla potenza del flatus a tergo.
 
Tralasciamo ora, abbiam detto, il problema del sesso e la spiegazione delle forme primitive di famiglia. Ci interessa citare un solo passo, di natura fondamen­tale perché vale per tutti i problemi relativi alla società futura, da quando la nostra scuola ro­vesciò quella utopista. La mono­gamia non è uno stato «naturale», dato che una volta non esi­steva, e che si dimostra come ivari popoli hanno traversato stadii, non solo di poligamia e di poliandria, ma di matrimonio di gruppo. Nel seso della primitiva tribù vi sono più gentes: i mem­bri di una stessa gens non possono sposarsi tra loro: i maschi di una gens, o un gruppo di essi, sono i «polimariti» di un gruppo di «polimogli»dell’altra gens. Abbiamo coniato i due termini per volgarizzare il concetto del matrimonio di gruppo, che pre­cedette la monogamia, ma è co­sa ben diversa dalla indistinta promiscuità sessuale o dalle bal­le sul libero amore: ridere è tanto cretino quanto scandaliz­zarsi. Comunque l’odierna forma familiare è recente e contingen­te. E quindi cederà a sua volta a forme nuove. Quali? Ecco il grido dal cuore del piccolo bor­ghese. Qui Engels conchiude: «Quello che noi possiamo oggi presumere circa l’ordinamento dei rapporti sessuali, dopo che sarà spazzata via la produzione capitalistica, il che accadrà tra non molto, è principalmente di carattere negativo (abbiamo scritta tale tesi cento volte, sicuri di copiarla, ma non ricor­diamo il luogo... ) e si limita per lo più a quello che viene sop­presso. Ma che cosa si aggiungerà? Questo si deciderà dopo che una nuova generazione si maturi».
 
Lasciamo dunque Vischinsky ed Acheson, da degni compari, a rinfacciarsi a vicenda, con le offese alla sacra personalità u­mana, quelle alla santità della famiglia, come in generale alla salvezza della presente e comu­ne «civiltà». Non i violatori, ma i difensori degli attuali istituti della personalità, della fa­miglia e della civiltà, andrebbero messi al muro.
 
Saltiamo allo sbocco dalla barbarie nella civiltà. La chiave dei trapassi è nelle successive forme di divisione del lavoro. Fino al primo stadio della bar­barie, si ha la sola divisione naturale del lavoro, quella tra i due sessi. E ne sorge la società delle gentes, limitate comunità di uomini. Engels leva un vero inno a questo barbaro sistema. Questa semplice organizzazione risolve tutti i problemi interni senza contrasti. All’esterno è la guerra, sì, che accomoda ogni cosa: non siamo in una Arcadia... o in un mondo in cui la Orga­nizzazione delle Nazioni Unite funzionasse come basta ai Nen­ni: secondo i principi della sua carta costitutiva (pezzo d’Ache­son!). Forbitevi la cavità auri­colare: dalla voce di Nenni torno a quella di Engels: «La guerra può finire con l’annientamento di una tribù, mai col suo soggiogamento. La grandiosità, ma an­che il limite (riflettere!) della costituzione delle gentes consiste nel fatto che non vi è posto, in essa, per il dominio e per il ser­vaggio!». Alla naturale divisione del lavoro tra i sessi si vengono sovrapponendo quelle dovute al progredire della tecnica. Prima grande divisione sociale del lavoro: gli allevatori di bestiame addomesticato si separano dai semplici cacciatori e pescatori: i primi già producono più che consumino, imparano nuovi consu­mi (latte, pelli, filati, tessuti...). La proprietà privata è nata: io, povero animale uomo, non pote­vo che filosofare: dio l’ha creata. E posso oggi soltanto filoso­fare: il diavolo se la porti. Imparare che si può produrre di più significa imparare a procurarsi forza di lavoro: il gruppo vincitore non stermina più il vinto. Ha incominciato ad inci­vilire: rende schiavo il prigionie­ro. E’ sorta la prima divisione in classi; schiavi e padroni.
 
La seconda grande divisione sociale del lavoro si ebbe col distinguersi dell’artigiano dall’agricoltura. La produzione schia­vistica è integrata da quella per servi. Una nuova divisione in classi della società: tra ricchi e poveri. «Con ciò siamo giunti alle soglie della civiltà». E con ciò anche alle soglie della buro­crazia: raccontatelo, Federico, el’ombra vostra ci perdoni il gio­co dei puntini. «... Diviene necessaria la fusione dei territori separati delle tribù in un territo­rio comune del popolo. Il capo militare basiléus, rex diviene un funzionario permanente indispensabile... Compare l’as­semblea popolare…la guerra condotta prima di estendere il territorio (spegnendo i vinti occupatori) viene condotta a scopo di rapina, diviene mezzo di produzione…Mura si ergono minac­ciose intorno alle città. Nei loro fossati sta la tomba aperta della costituzione delle gentes; le loro torri proiettano già la luce della civiltà... Le guerre di rapina ac­crescono la potenza sia dei supremi capi militari che lei sot­tocapi (e dire che Eisenhower e Rokossowsky erano in mente dei, e con essi Franco e Peron, DeGaulle e Tito... ) ... l’elezione dei successori passa per usurpazione in eredità, nascono le mo­narchie, la nobiltà».
      
La civiltà è ormai in fiore, e conuna terza divisione sociale del lavoro il Medio Evo ci porta i mercanti, classe che non si oc­cupa della produzione ma dello scambio dei prodotti. Siamo alla fase monetaria: essa incoraggia il formarsi di più grandi ricchezze e possessi; accentua la divisione in classi; qui sorge (e ciò dimo­stra che lui pure, come famiglia e proprietà, una volta non c’era) lo Stato. Engels mostra come avvenne tale nascita in Atene, in Roma e presso i Tedeschi. E qui vengono i passi fondamentali che Lenin citò nel suo Stato e Rivo­luzione.
 
Primo punto, e chiodo da noi ben battuto: unità di territorio. Secondo punto : l’istituzione di una forza pubblica. «Può essere questa insignificante e pressoché inesistente (1884) in società con antagonismi di classe ancora po­co sviluppati e su territori remoti come talvolta, e in qualche luogo, negli Stati Uniti di Ame­rica. Però si rafforza nella misura in cui gli antagonismi di clas­se all’interno si acuiscono e gli Stati tra loro confinanti diven­tano più grandi e potenti. Basti guardare la nostra Europa in cui la lotta di classe e la rivalità nelle conquiste ha portato il potere esecutivo ad un’altezza da cui minaccia di inghiottire l’intera società e perfino lo Stato». Og­gi, 1950, è chiaro che con la marina e l’aviazione e la radio mo­derne tutti i grandi Stati sono «confinanti». Ma solo ai ciechi non è chiaro che la polizia e la burocrazia nella nostra visione marxista tradizionale dovevano andare verso l’inesorabile infla­zione.
 
Engels parla poi delle imposte. E dice: «in possesso della forza pubblica (fattore politico) e del diritto di riscuotere imposte (fattore economico!) i funzionari appaiono ora (ragazzi, il gallo dell’alba del primo gennaio 1901 non aveva ancora cantato!) come organi della società al di sopra della società... Essi devono farsi rispettare con leggi eccezio­nali in forza delle quali godono di uno speciale carattere sacro e inviolabile».
 
Ridiamo, ridiamo pure alla Vischinsky (ma non così verde). Hanno scoperto, gli Chaulieu e aggregati, l’onnipotenza, all’am­mezzar del secolo, della buro­crazia staliniana! Stabilita a questo punto su ba­si di granito la dottrina della morte dello Stato, dedotta dalla storia della sua nascita, Engels conclude sulla civiltà: «La civil­tà è dunque, secondo quanto abbiamo detto, lo stadio di svi­luppo della società, nel quale la divisione del lavoro, lo scambio tra individui da essa generato, e la produzione che li allaccia en­trambi, giungono al completo dispiegamento, e rivoluzionano tutta quanta la precedente società. E poco oltre: «La società civilizzata si riassume nello Stato che, in tutti i periodi tipici, è, senza eccezione, lo Stato della classe dominante ed in ogni caso rimane essenzialmente una macchina per tenere sottomessa la classe oppressa e sfrut­tata».
 
Questa civiltà di cui abbiamo mostrato l'avvento deve vedere la sua apocalisse prima di noi. Socialismo e comunismo, sono oltre e dopo la civiltà, come la civiltà fu oltre e dopo la barbarie. Essi non sono una nuova forma di civiltà. «Poiché la base della civiltà è lo sfruttamento di una classe da parte di un’altra, l’intero sviluppo della civiltà si muove in una contraddizione permanente».
 
Se quindi possono stare sotto uno stesso parapioggia antibar­baro Truman Stalin e Churchill, e se vi vuole stare Chaulieu e qualche altro relitto; con Marx Engels e Lenin, noi ultimi ne stiamo fuori. Può essere conturbante che dalla caduta della civiltà non sia ancora sgorgato il comunismo, ma è ridicolo voler contur­bare la soddisfazione capitalistica con la minaccia di alternative barbare. Torneremo un poco indietro per dedicare ai barbari una pa­gina ancora più ammirativa. Si tratta del nascere del grande Stato tedesco dei Franchi, dell’impero di Carlomagno dalle ro­vine dell’impero di Roma. Furono le giovani forze barbare ad uccidere una marcia burocrazia. «Lo Stato romano era diventato una macchina gigantesca e com­plicata, esclusivamente per lo sfruttamento dei sudditi. Al di là dei limiti della sopportazione fu spinta l’oppressione con le estorsioni di governatori, di esattori di imposte, di soldati. Lo Stato romano fondava il suo di­ritto ad esistere sulla difesa dell’ordine all’interno, sulla difesa contro i barbari dall’esterno. Ma il suo ordine era peggiore del peggiore disordine, e i barbari, da cui pretendeva difendere i cittadini, erano da questi consi­derati come salvatori!». Sembrò con le vittoriose invasioni che, per quattro secoli, ordinandosi l’Europa strappata a Roma nelle forme della teutonica costitu­zione di gentes, la storia si fosse fermata, e con essa la civiltà e la cultura. Ma così non fu. Il giovane sangue barbaro assimi­lò tutto quanto di vivo e vitale trovò nella tradizione classica. Come sempre, quanto il vinto aveva elaborato di tecnica, di sapere, di progresso effettivo non perì, ma conquistò il vincitore. Tante volte abbiamo citato l’esempio delle vittoriose invasioni barbariche, come quello delle vittoriose coalizioni antigiacobine e antinapoleoniche, contro la deformazione difesista. Ecco il passo, qu’il nous faut. «Le clas­si sociali del Nono secolo si erano formate non nella putrefazione di una società in decadenza, ma nelle doglie del parto di una civiltà nuova. La nuova generazione, sia padroni che servi, era una generazione di uomini, parago­nata a quella dei suoi predeces­sori romani».
 
«Ma che cosa fu quel misterioso incanto con cui i Tedeschi infusero nuova vita all’Europa morente? Era forse un potere miracoloso innato nella stirpe tedesca, come ci vengono predicando i nostri storici sciovinisti? In nessun modo. Non furo­no le specifiche qualità nazionali dei Tedeschi a ringiovanire l’Eu­ropa, ma semplicemente la loro costituzione delle gentes, LA LORO BARBARIE».
 
«Tutto ciò che di forte e vitale i tedeschi innestarono nel mondo romano fu la BARBARIE. Solo dei BARBARI sono in gra­do di ringiovanire un mondo, che soffre di civiltà morente».
 
 
OGGI 
 
Errore, errore dunque banalis­simo emiserevole di marxismo, tentare di spiegare l’arresto dell’antagonismo di classe e della rivoluzione anticapitalista con fattori volontari e malevoli di cricche poliziesche.
 
Errore enorme collocare, dopo lo stadio della civiltà capitalista, che proclamammo l’ultima, e peggiore, della civiltà una nuova imprevista civiltà di classe. Non senso, cercare una terza classe, per stabilire che lo Stato èquello di questa classe dominante, diversa dalla borghesia, allorché la classe stessa altro non sarebbe che il personale dello Stato, personale che non è nuovo...personaggio, che sempre vedemmo e analizzammo per tutti i duelli di classe e tutte le susseguentesi forme di Stato.
 
Errore, come vedemmo e an­cora vedremo, la scaletta: capitalismo privato, capitalismo statale, socialismo. Se questo ter­zetto dovesse tenere la scena, come nella pochade e nel vau­deville, non si sfuggirebbe alla conclusione del Bollettino della sinistra francese: non ostracismo e scandalo, ma alleanza ed appoggio, per questo personaggio numero due, e perché il capitalismo di Stato, sia Hitler o Stalin il suo ministro, faccia presto a restare solo davanti a noi.
 
Dall’immediato dopoguerra, ed anzi al primo apparire del fascismo in Italia, nel 1919, abbiamo sciolto il problema storico-strategico: niente blocco demo­cratico liberale contro il fascismo, ma anche niente blocco col fascismo contro la borghesia liberale. Dicemmo subito: perché non sono due società di classe, ma una medesima.
 
L’avere esperito la strategia bloccarda, e perfino in ambo i sensi, ci basta a spiegare il ripiegamento della nostra rivoluzione. La costruzione più vuota è quella che vuole porre davanti al mondo infame, ma ad altissimo potenziale, della civiltà capitalista (e anche davanti alle mag­gioranze ad esso aggiogate oramai, in virtù dei grandi errori storici, dei proletari) una alter­nativa contenuta nel fantasma della barbarie. Voi non avrete la rivoluzione creatrice di un mon­do nuovo, voi forse la soffoche­rete, ma avrete lo stesso la crisi di disfacimento della società at­tuale: riuscirete a non passare nel socialismo, ma dalla civiltà ricadrete nella barbarie? La minaccia, di calibro puramente cerebrale, non spaventerà alcun borghese e non solleverà alla lotta nessun proletario. Nessuna società decade per le sue leggi interne, per le sue interne necessi­tà, se queste leggi e queste necessità non conducono - e noi lo sappiamo e attendiamo - a far levare una moltitudine di uo­mini, organizzata con armi in pu­gno. Non vi è per nessuna «civiltà di classe», per corrotta e schifosa che essa sia, morte senza traumi.
 
Quanto alla barbarie, che a ta­le morte del capitalismo per dis­soluzione spontanea andrebbe a succedere, se la sua scomparsa fu da noi considerata una necessa­ria premessa dell’ulteriore sviluppo, che inevitabilmente doveva passare per gli errori delle successive civiltà, i suoi caratteri come forma umana di convi­venza non hanno nulla di orribi­le, che ne faccia temere un im­pensabile ritorno.
 
Come occorrevano a Roma, perché non si disperdesse il con­tributo di tanti e tanto grandi ap­porti alla organizzazione degli uomini e delle cose, le orde selvagge che calassero apportatrici inconscie di una lontana e più grande rivoluzione, così vorrem­mo che alle porte di questo mon­do borghese di profittatori op­pressori e sterminatori urgesse poderosa un’onda barbarica ca­pace di travolgerla.
 
Ma in esso, se vi sono frontie­re muraglie e cortine, tutte le forze, che pure si convellono e contrappongono, si schierano sot­to la tradizione della stessa ci­viltà. Quando possa il movimento ri­voluzionario della classe operaia ridarsi forza inquadramento ed armi, e quando possano sorgere formazioni che non stiano ai cen­ni né della civiltà di Acheson né di quella di Maliko, allora que­ste saranno le forze barbare, che non disdegneranno il frutto ma­turo della potenza industriale moderna, ma lo strapperanno dalle fauci degli sfruttatori, spez­zando i loro denti feroci, che mordono ancora.
 
Ben venga dunque, per il so­cialismo, una nuova e feconda barbarie, come quella che calò per le Alpi e rinnovò l’Europa, e non distrusse ma esaltò il portato dei secoli di sapienza e di ar­te, custodito nel seno del formi­dabile impero.
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