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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 25 Agosto 2019

Socialismo da "coupons" (Battaglia Comunista, n°11, 1951)

 

L'ultima grande notizia dal «paese del socialismo», e con ciò l'ultima grande conquista del «socialismo in un solo paese», è la emissione del sesto grande prestito della Russia sovietica, per trenta miliardi di rubli. Si tratta naturalmente di un prestito fruttifero di interessi per i sottoscrittori che ne acquistano i titoli, versando denaro nelle casse dello Stato. E la versione ufficiale è che l'ammontare del prestito sarà coperto con piccole sottoscrizioni dei lavoratori «che parteciperanno alla potenza della patria non soltanto con il lavoro stakhanovista, ma anche con i loro risparmi».
 
Nel paese ove sarebbe in costruzione l'economia socialista non solo dunque esistono i rubli, coi quali il salario dei lavoratori viene pagato, ma esiste anche il risparmio sul salario, il deposito di esso nelle casse statali o nelle banche, la possibilità di investire l'accumulato risparmio in titoli fruttifero, da cui ogni sei mesi la salda mano dell'operaio, come quella delle vecchie signore che si affollano nei saloni delle banche, taglierà esitante la «cedola» dell'interesse, il borghesissimo «coupon». E con tutto ciò esiste del pari il pieno diritto di negoziare i titoli, venderli e comprarli, accumulare in quantità illimitata, e passare da stakhanovista a fannullonissimo «rentier».
 
Nella presenza di tali fenomeni economici, in fondo, nulla vi sarebbe di strano, salvo la loro entità e misura, e salvo il senso del loro sviluppo nel tempo, e di per se stessi essi non dimostrerebbero che in un simile paese la dittatura del proletariato non esiste più, come non dimostrano ai milioni di imbecilli del mondo borghese che il «comunismo è fallito» poiché, avendo tentata la prova di organizzarlo, si è dovuto ricadere nelle forme capitalistiche. Ciò che butta giù tutto, e che prova come la «potenza dello Stato» cui la classe lavoratrice deve dedicare non solo il suo sopralavoro ma anche il margine del suo risparmio sull'immediato consumo della remunerazione salariale nulla ha di diverso dalla potenza degli stati di classe del capitalismo (che esattamente si fonda sullo sforzo di produzione e sulla depressione del consumo dei lavoratori) è proprio la politica dominante da oltre venti anni, la cui bandiera formale è «edificazione del socialismo all'interno», mentre la sostanza è invece «rinuncia alla distruzione del capitalismo all'estero» ed anche, inesorabilmente, rinascita del capitalismo in Russia.
 
Ogni comunista non nato da affitto e prestito ha, dal 1917 in poi, alla domanda pacchiana «come stanno in Russia?», saputo rispondere, mettendo bene in chiaro le posizioni marxiste sui compiti politici ed economici della rivoluzione mondiale, che non avevamo istituito in Russia un campo pubblicitario perché si andasse a vedere come funzionava il comunismo, convincendosi quindi di applicarlo anche altrove... Ma da allora in poi, essendosi reclutati nel mondo a centinaia di migliaia i pidocchi piccolo-borghesi, bisogna dare loro l'offa delle buone notizie e della salita delle azioni in bottega, e queste sono cercate nelle cifre della esasperata produttività, dei depositi nelle casse di risparmio, e dei prestiti di Stato... Propaganda degna appunto del lavoro di bottega; quanto ai marxisti, hanno sempre pensato che i borghesi, e con essi gli aggiogati alle borghesi ideologie, non si convincano agitando loro dinanzi agli occhi schermi pubblicitari, ma colla vigorosa somministrazione di calci nel tergo.
 
 
 
IERI
 
Quando Lenin disse il classico discorso sulla Nuova Politica Economica e l'Imposta in Natura, dovette rispondere alla obiezione: che razza di rivoluzione siete se, dopo avere tanto parlato di dittatura totalitaria dei lavoratori, tollerate e legiferate forme sociali nettamente private e quindi borghesi? Si trattava infatti di riammettere legalmente il commercio libero come forma fondamentale di distribuzione dei prodotti consistenti nel fatto che gli operai dell'industria urbana ricevessero il pane non da prelievi coattivi fatti in campagna da forze dello Stato operaio, ma pagandolo in rubli, mentre i coltivatori avrebbero avuto il diritto di portare liberamente il grano al mercato (cosa che avevano sempre fatto di nascosto) salvo a darne una quota allo Stato come imposta; massa che lo Stato a sua volta avrebbe negoziato all'interno e all'estero. Parliamo solo di pane e grano per semplificare, s'intende. In pratica mentre per Mosca si potevano prima comprare solo delle mele, vendute da donnette come quelle che vendono tra noi le sigarette americane, e si andava in tram in treno o al cinema senza pagare, si cominciò a pagare tutto e sorsero le grandi botteghe, tanto che oggi ben si può dire che la potenza della «patria» sovietica non è seconda a nessuno, dato che lo sfarzo degli empori nella Lubianka pareggia quello di Piccadilly o di Rue Vaugirard.
 
Al solito, Vladimiro Ilitch, dipinto dai borghesi come intollerante despota, sorrise amabilmente, e colla incommensurabile pazienza di cui era dotato si accinse a grattare la millesima rogna. Vi sono in Russia settori di economia capitalistica, alla data 1920, ossia dopo tre anni dalla rivoluzione politica? Magari vi fossero solo quelli (strizzata d'occhio ineffabile verso i marxisti che sobbalzavano). I tipi di economia che si incrociano nel nostro paese sterminato, egli spiegò con calma, sono tutti quelli che la storia umana ha presentato finora: dal comunismo tribale primitivo, al satrapismo asiatico, al feudalismo, al capitalismo. Abbiamo degli elementi socialisti come la statizzazione dell'industria pesante, ad esempio, o il monopolio statale del commercio con l'estero. Una società economica, dunque, ibrida e mista: ma il fatto è che tutto il mondo e l'intera storia non ci presentano mai tipi «puri». Nei paesi industrialmente e tecnicamente più avanzati come Inghilterra o Germania, ancora la «economia sociale non è tutta classicamente borghese, sebbene la borghesia sia solidamente da lunghissimo tempo al potere, in forme statali ben cristallizzate».
 
Il fatto è che i marxisti pellegrinanti a Mosca non avevano ancora digerito la questione del passaggio dal capitalismo al socialismo; il che val dire che poco o nulla avevano assimilato di quanto babbo Marx aveva loro porto, fin da quando nel 1847 confutò Proudhon e nel 1871 Bakunin, e per quanto la balia Engels avesse fatto ricorso diuturno al biberon.
 
Ancora in Italia nel 1919 gli occhi di molti - estremissimi - non si erano aperti nemmeno coi fasci di luce abbagliante dell'Ottobre 1917 e delle formidabili tesi leniniste. Perfino la lunga polemica di inizio del secolo tra sindacalisti rivoluzionari e anarcheggianti, e accorti riformistoni indigeni non fessi, i Bonomi, Cabrini, Bissolati, Turati, Treves, non aveva chiarificato le cose. Quegli uomini di allora della destra, non asini né prezzolati alla borghesia, avevano avuto buon gioco contro le tamburate dello «sciopero generale espropriatore» usando gli argomenti scarnificatori di Marx sulla liquidazione generale di Bakunin, e dimostrando agevolmente che le basi della società di classe non si sopprimono né in un giorno né in un anno.
 
In riunioni di socialisti «massimalisti» ruzzolati poi verso destra e in tutte le direzioni, si dovettero sudare le classiche sette camicie per stabilire che altro è la conquista del potere politico, sbocco di una rapida battaglia civile, altro la lunga laboriosa distruzione delle forme di economia privata, che è graduale; di qui appunto la dittatura di Marx e di Lenin, solo di qui la condanna del collaborazionismo dei «gradualisti» politici.
 
Quindi nulla di strano che dopo la conquista del potere operaio sopravvivano borghesi, e tipi, settori di economia borghese; anzi solo per questo inevitabile fatto è spiegato e preveduto che quello proletario sarà un potere di classe, e per un lungo periodo. In Russia, nella Russia di Lenin, vi era dunque solo «una certa dose» di forme socialiste, in attesa di aumentarla: e per quale via? quella maestra; quella di prendere il potere in Germania, Inghilterra, Francia e via...Di qui, la inevitabile ammissione - a quello svolto - non solo del commercio privato e monetario e della piccola e media gestione privata terriera, ma anche delle «concessioni» di terre, miniere ed industrie, spiegate da Lenin come necessarie se fatte in certi casi a società capitaliste straniere.
 
Come in principio non è strano che nella piena fase di potere proletario vivano parziali forme economiche capitalistiche, così in pieno regime e potere capitalistico abbiamo forme economiche «socialiste». Daremo come definizione di una forma compiutamente socialista questa: che gli strumenti produttivi non siano proprietà privata, e che i prodotti o servizi non siano scambiati contro moneta. Quindi la semplice nazionalizzazione di un servizio o di una produzione (ferrovie, tabacchi) non è socialista, come cento volte detto da Marx ed Engels, in quanto il biglietto e i sigari si comprano; oltre che per il motivo che lo Stato è quello borghese di classe. Questo motivo cadeva nel caso dell'industria pesante russa; ma essa non è ancora socialista se i suoi manufatti sono venduti al mercato monetario. Sarà integralmente socialista se fabbrica armi, di proprietà dello Stato? Sì, se manca la possibilità storica di usare queste armi in alleanza con Stati borghesi; sì, se andiamo sicuramente verso l’esclusione dal mercato non solo delle armi con cui il soldato spara o dei panni che veste, ma anche del pane e degli indumenti per il lavoratore, e di tutto il resto.
 
Ed allora, alcuni paesi capitalistici ci danno esempio di forme socialiste; ad esempio il servizio dei pompieri. L'opera dei vigili non è pagata da chi se ne avvale, nessuno brucia la sua casa perché allettato dal fatto che lo spegnimento è gratis. Se nessuna casa brucia, non per questo il corpo si scioglie per la morte da fame.
 
In alcuni paesi scandinavi il servizio sanitario è gratuito e gli ambulatori aperti a tutti. A chi viene con la gamba rotta non si chiede nemmeno se è in regola con le tasse. Non per questo la gente approfitta e cresce la statistica delle fratture. Vi sono poi vere e proprie forniture di cose che già erano merci: in Inghilterra occhiali e dentiere. Il rumoroso ministro Bevan si è brouillé con gli americani e l'han fregato; quelli temevano che portasse fuori commercio i dentifrici, togliendo così uno dei campi più brillanti e intellettuali alla loro letteratura contemporanea. Dati questi esempi chiarificatosi, non accorderemo patenti di socialismo né al comune di Viggiù, né alle monarchiette baltiche, né al governo laburista: ci mancherebbe altro.
 
Si può dunque ben concedere ai marxisti della vecchia scuola riformista, poi sdrucciolati ben fuori del marxismo nella collaborazione di classe e nel servizio della borghesia, che nella società proletaria sopravviveranno più o meno lungamente complessi organizzati in termini di economia privata, e che per converso il regime capitalistico è costretto ad adottare date strutture particolari di economia collettiva e sociale.
 
Non può concedersi che la «sostituzione» delle nuove forme alle antiche si possa mano mano espandere a tutto il campo, senza il trapasso violento del potere politico. Agli stalinisti, opportunisti di oggi, deve per converso negarsi che il passaggio del potere politico consenta ogni tolleranza e diffusione di strutture capitalistiche, e con queste possa conciliarsi indefinitamente, nella cerchia di un solo Stato o di pochi Stati, fino a che nel mondo sono presenti e potenti grandi Stati borghesi.
 
Come, sotto questo profilo storico e classista, va nelle grandi linee posto il problema del risparmio, e del risparmio fruttifero? Nella economia preborghese dei produttori autonomi (sotto questo profilo il servo della gleba ha una certa autonomia, e si compara al contadino proprietario coltivatore e all'artigiano) ogni produttore o famiglia di produttori ha un certo risparmio, una certa scorta, di attrezzi, di viveri, di prodotti e talvolta anche di moneta, che entro dati limiti lo difende dalle conseguenze dei periodi di mancato lavoro e produzione. L’espropriazione prodotta dalla accumulazione capitalista iniziale depaupera questi produttori e ne fa dei proletari, definiti dalla assoluta mancanza di ogni scorta, riserva e risparmio. L’apologetica capitalistica sostiene che nella società liberale ognuno ha la stessa possibilità di formarsi una scorta, contro disoccupazione, infermità, vecchiaia. Il comunismo marxista dimostra che la presente organizzazione sociale gravita invece sulla esistenza dei senza-scorta, della grande armata industriale di riserva.
 
Dalla pressione rivoluzionaria di questa massa sacrificata, il capitalismo non si difende soltanto con la propaganda, ma con misure politiche e sociali. In una fase superata gli ingenui ideologi umanitari sostengono programmi di sminuzzamento della ricchezza, di accesso di ogni lavoratore al possesso di una certa scorta: casa, peculio, campicello, o in fine quota-parte «azionaria» sulla azienda in cui lavora o ha lavorato tutta la vita. Sotto forme varie, un tale ideale sociale è quello di Mazzini, poi dei cristiano sociali, poi dei nazifascisti; ma nel tempo recente esso viene adoperato apertamente dalla difesa del grande capitalismo, e accompagnato con la aperta reazione di Stato, quando occorre reprimere moti sovvertitori.
 
Riformisti e fascisti, constatata l’impossibilità di arrestare il concentrarsi delle aziende produttive, ricorrono, convergendo, al grande meccanismo dell'assistenza sociale. Questa consiste nel ricostituire una scorta sotto forma sociale ai miseri senza-scorta, ai proletarizzati in toto. Con una serie di misure e di prelievi, che sono in ultima analisi prelievi sul lavoro e quote di plusvalore, si organizzano accantonamenti con cui a volta a volta si promette di provvedere a infortunati, malati, vecchi, bambini, madri, e in certi paesi anche disoccupati, perché non muoiano di fame, e da una parte tolgano al capitalismo la riserva di forze di lavoro, dall'altra alimentino la forza della rivoluzione antiborghese.
 
Pochi dei marxisti digerirono la posizione dialettica, secondo cui nello stesso tempo Marx preconizzò e rivendicò questa gamma di misure, la cui adozione ribadì la validità della nostra dottrina; ed escluse assolutamente che esse valessero a superare la lotta di classe e a scongiurare la rivoluzione di classe. Il meccanismo ingombrante e burocratico della moderna assistenza, voluto da socialdemocratici, socialcristiani e socialnazionali, tende a sostituire la scorta dell'antico libero lavoratore con una forma di scorta sociale. Il miraggio di questo metodo è di legare il proletario alla conservazione di un sistema, in cui gli è riservato un minimo quid di garanzie per le incertezze dell'avvenire, tentando di togliergli - o di non fargli più scorgere - il carattere di chi «nulla ha da perdere» oltre le proprie catene; molto più difficile essendo il vedere e prevedere le incertezze derivanti da tutto lo svolgersi del capitalismo con guerre, inflazioni, carestie e distruzioni massive e bestiali di scorte merci e di scorte umane.
 
Da tempo nei più potenti paesi capitalistici si suole aggiungere alla rete assistenziale la possibilità per l'operaio di avere persino la casetta con un buon arredamento, e magari l'automobile...
 
 
 
OGGI
 
Segue dai caratteri della moderna economia che una impalcatura di garanzie sociali per la classe lavoratrice è più che conciliabile col regime e il potere borghese, e che i capitalisti locali e mondiali hanno tutto l'interesse a che i lavoratori si sentano circondati da questa rete, e dispongano al massimo possibile di una scorta economica; tanto meglio se sono titolari di libretti di risparmio, di conti in banca; e di titoli di prestiti nazionali, che aggiungano un frutto al ricavato salariale del loro lavoro o alla loro pensione.
 
Evidentemente il meccanismo sociale russo è una copia di tutti questi caratteri, ed esso sia nella propaganda che nella legislazione li vuole, ad ogni giorno che passa, sottolineare di più. Può mai darsi che questo cammino sia quello della costruzione socialista? In quale direzione l'economia socialista risolve il problema della scorta economica? Il problema è vecchio quanto la cicala e la formica della favola. La formica, insetto cooperativo sì, ma borghese, ad ideali mazziniani, pensa nella buona stagione a fare depositi per mangiare d'inverno; così come il contadino, l'artigiano, il pescatore esquimese che non consuma tutto il grasso di balena che lo scalderà un inverno intero, lo illuminerà e lo nutrirà. Venuta la civiltà, le classi dominanti hanno brutalmente predato le riserve sociali tratte dal lavoro di tutti, facendone monopolio dei loro poteri costituiti. Tale scorta di classe viene mascherata sotto la legislazione e l'organizzazione burocratica di un nuovo tipo di riserva individuale, di risparmio personale. Maquesta è ormai, con le travolgenti esigenze e la vastità della moderna organizzazione produttiva, di una assoluta labilità. In tanto l'economia socialista comincia a costruire una vera scorta sociale, e strappa al privilegio e al monopolio delle minoranze di classe la «eredità delle passate generazioni», in quanto in misura sempre più larga rende inutile ogni meccanismo di riserva individuale, titolare. Assistenza, previdenza e risparmio, forme della economia borghese, sono eliminate e distrutte nella economia socialista. Come ogni sostituzione di forme economiche anche questa è progressiva, ma è questa, senza dubbio alcuno, la direzione incui si costruisce il socialismo. La scorta della economia socialista è a disposizione di chiunque. Vi saranno per lungo tempo regole, limiti o divieti, ma in tanto si farà cammino in senso socialista, in quanto si cancelleranno prenotazioni ed intestazioni su molecole della riserva.
 
Sembra che i seguaci di Giuseppe Stalin debbano smettere di richiamarsi alla «trinità» Marx-Engels-Lenin, e vadano meglio sotto quella Mazzini-Leone XII-Hitler, verso una economia applicata nel senso dei Diritti e Doveri dell'uomo, della Rerum novarum o della Carta del lavoro. La cifra di trenta miliardi di rubli è poderosa. Il prestito precedente per venti miliardi fu coperto da più di ventisette in alcuni giorni; anche lì si va per grossi blocchi e le banche concentrano le adesioni. Lo Stato russo avrà un debito pubblico oltre i cento miliardi di rubli, che equivalgono a circa ventimila miliardi di lire. Il debito pubblico del borghesissimo Stato italiano è di circa cinquecento miliardi. Se davvero il debito fosse ripartito tra i cittadini, ogni russo avrebbe cartelle per 110 mila lire, ogni italiano per appena diecimila. Ma ciò che è molto poco sicuro è la ripartizione uniforme dei titoli, che sono nelle mani di pochi abbienti ed accumulatori interni ed esteri, mentre lo spaventoso passivo, quello sì, grava non su tutti i cittadini, ma su tutti i lavoratori, e col loro lavoro viene pagato. Noi non discutiamo qui della affermata destinazione del gettito della gigantesca operazione, che sarebbe non per le spese militari ma per le grandi opere di costruzione e miglioramento. Se per l'acquisto delle grandi masse di merci occorrenti occorrono allo Stato rubli, vuol dire che tali stocks, reperibili entro e fuori frontiera, sono in mani di privati, siano essi materiali da costruzione, macchinari, o scorte viveri per le immense maestranze.
 
Lo Stato russo non può dunque promuovere tali opere senza favorire una incalzante accumulazione capitalistica. Nello stesso modo Marx descrive il debito pubblico come uno dei fattori decisivi della accumulazione. Uno Stato socialista non ha debito pubblico. Se lo ha verso l'estero, è chiara la sua soggezione politica agli Stati capitalistici ed è non meno chiaro che fa lavorare gli operai russi per pagare, sotto forma di interessi dei titoli, i profitti di padroni indiretti stranieri. Se lo ha all'interno, o se i blocchi di titoli sono concentrati in masse notevoli, è chiaro che lo Stato non ha potere di classe poiché non può bloccare il profitto del tipo di capitalismo non organizzatore, non imprenditore, ma solo pari a quello che Lenin nell'imperialismo definisce come redditiero e parassitario. Se, infine, davvero la detenzione dei titoli fosse molecolarizzata a tutti i cittadini, cosa che fa ridere ove si pensi che i tre quarti della popolazione russa almeno sono tuttora irraggiungibili ad operazioni del genere perché vivono di economie a cerchia naturale e locale, o anche se fosse suddivisa tra tutti i proletari della zona centrale, si avrebbe una inutile partita di giro, poiché gli interessi si pagherebbero con una proporzionale decurtazione dei salari in denaro.
 
Ove vi è un debito di Stato, a grande scala, a carattere permanente e così formidabilmente progressivo, non può non esserci il gioco di una totale passività a carico della massa che lavora, e di un grosso beneficio per una minoranza di privati non lavoratori. Capitalismo dunque in atto, e in corso di progressiva accumulazione.
 
Marx definisce il debito pubblico come l'alienazione dello Stato. Lo Stato non può alienarsi che ad un gruppo privato. Lo Stato della classe proletaria non può alienarsi se non ad una classe non proletaria. Coi grandi prestiti lo Stato russo si aliena più o meno direttamente alla grande finanza mondiale, arbitra di tutta la massa dei titoli circolanti nel mondo, come Lenin calcolava, ed evidentemente è tramite di questa progrediente ed inesorabile alienazione uno strato interno di intraprenditori di affari e di complessi produttivi, che trova appoggio e servizio nella burocrazia di Stato.
 
«Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell'accumulazione originaria. Come per un colpo di bacchetta magica, esso dota il denaro improduttivo della capacità di procreare, e così lo converte in capitale senza che debba esporsi alle fatiche e ai rischi inseparabili dall'investimento industriale e perfino usuraio» (Marx).
 
Dopo aver statizzato tutto il capitale industriale e quello bancario, era compatibile con la costruzione socialista tollerare l'impiego della moneta come misura dello scambio? Sotto certe condizioni si può convenire. Era compatibile un certo accantonamento di moneta sul risparmio, dal salario del lavoratore o dallo stipendio dell'impiegato statale? Con maggiori riserve di misura di direzione e di svolgimento del fenomeno, si può forse ancora convenire. E soprattutto sotto la leninistica condizione che si trattava di guadagnare tempo per vibrare il colpo di forza al capitalismo nelle potenze estere, e poi riabbreviare le tappe.
 
Dopo aver ammesso un tale accantonamento di risparmio, è compatibile con la costruzione socialista il «dotare questo denaro della virtù riproduttiva» attaccando ai titoli, già negoziabili come numerario (Marx), il famigerato cupone? Assolutamente no; questa è pura costruzione di capitalismo.
 
Parli Marx: «...il sistema fiscale moderno è divenuto il necessario complemento del sistema dei prestiti nazionali... il fiscalismo moderno... porta in sé il germe di una progressione automatica... il grande patriota de Witt l'ha quindi celebrato nelle sue Massime come il miglior sistema per rendere frugale, sottomesso, laborioso, e... sovraccarico di lavoro l'operaio salariato». Non per nulla, come l'olandese de Witt, i protagonisti del prestito di Mosca son «grandi patrioti».
 
Vecchia balia Engels! I bambocci non voglion capire. Anche Dühring (sempre lui) faceva funzionare col denaro la sua «comunità economica». Tu ne facesti la solita tagliente anatomia. «... La comunità economica, accettando senz'altro in pagamento monete, lascia aperta la possibilità che questo denaro venga guadagnato diversamente che col proprio lavoro. Non olet. Essa non sa da dove viene. Ma così sono poste tutte le condizioni perché la moneta metallica, che sinora ha avuto solo la funzione di buono di lavoro, possa presentarsi in reale funzione di denaro... [di] ricchezza individuale accumulata».
 
Non ci è dato aprire il «Gran Libro» del Kremlino e non sappiamo i 30 miliardi di rubli da dove sono venuti. Dove vanno lo sappiamo benissimo avendo compilato sillabari marxisti: alla ricostruzione del capitalismo. Se sapessero chi siamo, ci fulminerebbe la scomunica. Ma essa non toglierebbe a noi o a chicchessia il diritto, una volta sottoscritta una cartella, di presentarci col cupone staccato e vederci, giù il cappello, snocciolare i rubli dal nostro pezzetto di Stato.
 
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