Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 17 Gennaio 2019

Decorsi della spinite bloccarda (Battaglia Comunista, n°9, 1951)

 

Al recente congresso nazionale del P.C.I. in Roma (non era congresso, non era partito, non era comunista, e se ci fregasse anche poco l'aggettivo italiano diremmo non era italiano) un livornista 1921 ascoltava il rapporto di un delegato sui piani per le prossime elezioni amministrative nella sua città. Di piani nazionali o, dio liberi, internazionali i delegati a quelle sorte di adunate nulla possono, sanno o vogliono dire. Dal Predium ascoltano, un poco distogliattati, un poco scocciati, sdegnando di toccare la tastiera dei rumori e dei suoni per i terracini o i terroncini...
 
Il delegato parlava, essendosi fatto precedere da una «cacciata», pensiamo, di pizze colla pummarola (ove tuttavia possiamo giungere ad apprezzare l'apparentamento del rosso di pomodoro col verde del prezzemolo e il bianco dell'aglio). Proponeva che al fine di minacciare la vittoria democristiana si avanzasse invito ad intesa a tutti i partiti popolari compresi monarchici, qualunquisti e misisti, che pare colà siano disposti a sfottere il sindaco e i santi che ha in paradiso.
 
Il nostro livornista, che per la sua ingenuità liliale non meriterebbe un nome zoologico, ma botanico e floreale, non aveva letto Esopiana socialista, tuttavia passò al tavolo degli omenoni un bigliettino: ma questo è il blocco del 1913! Siamo certi che colà non si è battuto ciglio, alcuni perché del 1913 non sanno nulla, altri perché allora non avevano orientamenti politici che andassero oltre la marcia reale e la prima comunione, i più profndi perché non si sognano di dubitare che alla luce della loro tattica di oggi il blocco popolare di Azzurria era cosa giusta, degna e da precursori della «bolscevizzazione» e del metodo «elastico».
 
Il nostro livornista probabilmente non vede come l'attuale indirizzo degli stalinisti, per opportunismo, destrismo, disfattismo, sia deteriore rispetto a quello dei bloccardi, tanto vituperati, di quel tempo lontano. Diamoci una guardatina.

IERI

 
Noi della sinistra marxista saremmo i «negatori del compromesso», e gli storcitori di naso ad ogni proposta di alleanza con altri partiti e movimenti. Dipenderebbe questo dall'aver acquisito in modo «fossile» la formula dogmatica di certi principii senza aver capito un accidente del metodo che consente di dipanare tra periodo e periodo, paese e paese, la viva realtà e complessità della storia (si dice così?). Parrebbe una posizione non dialettica, non scientifica, una posa di carattere intellettualistico, vuotamente idealistico, scioccamente estetico, condurrebbe alla inazione e alla sterilità assoluta: avvenga quel che vuole del proletariato e della rivoluzione, basta che io non mi sporchi le mani nell'intruglio bloccardo.
 
Per mostrare invece che noi seguiamo un metodo perfettamente sperimentale, del tutto aderente alla realtà e nutrito solo di fatti e non già di schemi cerebrali, andiamo sottolineando come da cento anni i più sporchi campioni dell'arrivismo personale e dell'arruolamento al servizio delle classi sfruttatrici e dominanti cantino quella canzone, sfruttando in modo addirittura rancido i nomi di Marx, di Engels, di Lenin.
 
A proposito di tutte le attività di partito e di classe (dottrina, organizzazione, propaganda, elezioni, sindacati, atteggiamento verso la guerra), tendiamo a mostrare che la Sinistra ammette perfettamente come diversi dati storici e sociali, anche nei grandi limiti in cui la storia e la società vedono presenti borghesia e proletariato (almeno dal 1800 ad oggi, dalla Tierra del Fuego allo Spitzberg), conducano a porre e risolvere in diversi modi il problema delle alleanze e di partito e di classe.
 
Spalanca quindi porte aperte che ricorda che nella situazione dell'Europa del 1848, secondo il Manifesto, la tattica dei comunisti è una tattica di alleanza con dati partiti della borghesia e talvolta della piccola borghesia, meno che in Inghilterra e in Francia. La cosa riesce più chiara nei riguardi della lotta politica in Germania, dove fino al 1848 la rivoluzione borghese era ancora da compiere, e dove si svolse in modo particolarmente contorto. Qui abbiamo complete e profonde analisi delle forze in gioco, e alla base una vera e propria circolare tattica, che la Lega dei Comunisti indirizzava ai proletari tedeschi per l’insurrezione, scritta da Marx, tante volte citata dai bloccardisti. La formula di Marx è ben semplice. In Germania abbiamo un'industria nascente e una borghesia nascente, ma particolarmente torpida davanti ai poteri dell'Impero feudale. Urge manovrare in modo che sia spinta alla lotta, e se tenta di far cadere l'impalcatura statale tradizionale e lotta nelle piazze, aiutarla. Abbiamo anche una piccola borghesia che sembra più a sinistra della poca borghesia ricca e che potrebbe essere sospinta contro le Bastiglie, come i bottegai di Parigi nel 1789, ma su cui i marxisti sanno che pensare. «Mite e strisciante sotto un governo monarchico e feudale forte, essa si volge verso il liberalismo quando la borghesia è in ascesa; essa è presa da violenti accessi di liberalismo non appena la borghesia ha assicurato la propria supremazia, ma ricade nello scoramento di una ripugnante codardia non appena la classe che sta al di sotto di essa, il proletariato, tenta un movimento indipendente».
 
La classe operaia tedesca, sempre in questo bilancio 1848, è «altrettanto arretrata rispetto a quella della Francia e dell'Inghilterra, quanto la borghesia tedesca lo è di fronte alla borghesia di questi paesi». Tali i dati dell'analisi. E chiare le conseguenze: «Il movimento stesso della classe operaia non è mai indipendente fino a che tutte le frazioni della borghesia, e specialmente la sua frazione più progressiva (udite! udite! - traduzione di Palmiro Togliatti, edizione Rinascita) ossia i grandi industriali, non hanno conquistato il potere politico».
 
Ergo il marxista di sinistra, ossia il solo marxista, che essendo al di là non solo del carrierismo ma anche di ogni individualismo soggettivo ed... esistenzialista, è centenario nella milizia politica, mentre dialetticamente afferma che il personale di partito di massima dopo una quindicina di anni rivoluzionari è frusto e da buttar via, il marxista, dicevamo, datogli quel luogo e quel tempo, capisce che si può e deve parlare di alleanza di lotta con la piccola borghesia, colla grande borghesia, pure già sapendo che centro di ideologia e di programma del suo partito è la lotta di classe dei salariati contro i capitalisti.
 
La circolare è molto semplice: quando la leggemmo nel marzo 18 (otto, proto) 50 non avemmo la minima esitazione «infantile». Marx disponeva: «Nel caso di lotta contro un nemico comune, trattandosi di coincidenza temporanea non vi è bisogno di una unione speciale. I comunisti si comporteranno in modo da spingere innanzi il movimento democratico, e nello stesso tempo porre le premesse della sua dissoluzione». Bene, Maestro, e nessun settarismo o estetismo ci indurrà a privarci della gioia di mandare per questa via a gambe per aria democratici e democrazia.
 
Senza cambiare né pelo né vizio passiamo ad un'Europa tutta industriale e borghese, irta di fabbriche e fetente di camere parlamentari, quale la presentava l'anno di grazia 1914. Al Congresso di Ancona del Partito Socialista parlò quel tale onorevole di Azzurria in favore del blocco amministrativo. Era bloccardo, ma non era né fesso né asino, e masticava marxismo solidamente; di più era piacevole oratore, mentre i bloccardi di oggi emettono discorsi, che suonano come sgrondo d'acqua sudicia dal colapiatti. Tentava di provare che ad Azzurria vi erano, data l'amministrazione clericale, condizioni feudali come nella Francia del Settecento o nella Germania del '48, e quindi pretendeva che il partito proletario non potesse dare per tutta l'Italia una stessa norma tattica che prescindesse da quelle condizioni locali. Lasciateci fare, diceva, dopo applicheremo la circolare di Marx. Ma con chi volete allearvi? gli gridarono delegati che sapevano che quel blocco abbracciava giolittiani e monarchici. Col diavolo! rispose; come gli stalinisti pretendono oggi che abbia detto Lenin. E finì strappando, se non voti, molti applausi: un antico amore sta per essere coronato dalla gran festa nuziale, gli inviti sono stati diramati, l'attesa è generale, infrenabile il tripudio della folla. Che cosa ci chiedete voi per disciplina al partito? Dopo lunghe dichiarazioni di passione, dopo aver condotto la sposa all'ara, e averne inanellata la mano sottile, sulla soglia dell'alcova lo sposo si ritira... perché è impotente!
 
Il blocco restò in piedi e vinse, ad Azzurria. Lo sposo ardente disperse ogni insinuazione sulla sua virilità. Poi come oggi sappiamo, morì di sifilide. Ma se all'oratore bloccardo del 1914 avessero domandato se la situazione politica del tempo consentiva ad un marxista di fare alleanze con altri partiti di sinistra nelle elezioni politiche, di votare per un governo borghese, di divenire ministro, di accordare crediti per una guerra «democratica», lo stesso avrebbe con orrore risposto di no. Di no non hanno risposto quelli, cui andò il bigliettino.
 
Tempi! Situazioni! Paesi! Gridano gli stalinisti. Ma in funzione di che? Di una visione generale della lotta storica che si riesca ad adagiare sullo svolgersi dell'impalcatura produttiva, e tenga conto del grado di diffusione e di intensità internazionale dell'industrialismo e del capitalismo, o in funzione del porco comodo vostro? Tattica bolscevica! Pacifico che la situazione della Russia nel 1917 era, per la esistenza del potere feudale, analoga «nazionalmente» a quella della Germania nel 1848. Lenin quindi condusse ad una piena vittoria la tattica della circolare di Marx: ebbe alleanze occasionali con tutti i movimenti «progressivi» da Lvov a Kerensky ad Axelrod, li compromise e li fregò tutti uno per uno. Le notizie di Ottobre 1917 trasformarono in vero tripudio rivoluzionario la semplice acquolina in bocca del 1848.
 
Ma chi se non Lenin martellò che la situazione generale del 1914 era quella dell'imperialismo e imponeva una lotta generale per abbattere la borghesia di tutto il mondo, vietando che la formula della alleanza politica potesse più, chiusa la fase 1789-1871 tante volte illustrata, applicarsi sia ai partiti e ai poteri degli imperi tedeschi, sia a quelli delle democrazie della Intesa? Chi, se non lui, stritolò i socialisti traditori che avevano passato alleanze patriottiche o democratiche con i borghesi in guerra? Chi, se non lui, disperse la difesa (imperniata sugli stessi argomenti messi in «falsa posizione» di fatto e di ambiente storico, dei bloccardi intorno al 1900 in fregola elezionista), che avanzarono i traditori tedeschi con il pericolo moscovita, i traditori anglo-francesi con il pericolo teutonico, minaccianti le comuni conquiste, la comune civiltà, di proletari e borghesi?
 
Ma Lenin nella Malattia infantile del comunismo ha lasciato scritto che il rifiuto del compromesso non è un argomento marxista. Molto noto. Lenin è morto non vecchio, ma sulla raccolta delle sue opere noi scriveremmo: Lotta contro la malattia senile del comunismo; e agli appestati di oggi ogni rigo può applicarsi come rovente cauterio.
 
Se il rifiuto del compromesso a priori non è un argomento marxista, e non è per nulla argomento, lo sono però in Lenin ad ogni passo lo stadio di sviluppo tecnico ed economico, il diffondersi sul mondo dell'imperialismo, lo smascherarsi della «democrazia in generale» come «dittatura della borghesia», le differenze insuperabili ed irreversibili tra il mondo della Prima Guerra Mondiale, e quello delle rivoluzioni di sistemazione borghese parallele alle guerre di sistemazione nazionale.
 
La stortura di interpretazione che ha condotto alla pretesa tattica «bolscevica» di oggi non può in breve pagina essere riportata alle complesse discussioni dei congressi comunisti, con Lenin e dopo Lenin. Ma è facile riportarla ai fatti storici. Come i dati generali del quadro 1914: pari sviluppo industriale in Francia e Germania - ben diversi da quelli opposti 1848 - condussero a mostrare assurda la definizione di quella guerra della Francia come guerra di «liberazione nazionale e democratica»; così essi erano decisivi allo scoppio della guerra 1939. Hitler, diciamo sempre, aveva bruciato il Reichstag, ma non le Krupp di Essen. Ciò è chiaro nella analisi dottrinale, non meno chiaro deve e doveva essere nella politica del partito.
 
Ed infatti!Allo scoppio della Seconda Guerra i comunisti francesi si schierano su questa posizione! Sporca guerra imperiale e borghese quella della Francia e dell'Inghilterra capitalistica! Augurabile la disfatta della borghese Francia delle «duecento famiglie». Consegna ai proletari la diserzione. Viene citato Liebcnecht del 1914: il nemico è dentro la frontiera, non fuori. Viene perfino citato un detto veramente potente di Guesde nel 1883: sarebbe scioglimento felice una disfatta militare dell'Inghilterra! - documento probante della continuità del marxismo di sinistra.
 
Una lotta feroce scoppia tra partito comunista francese e partiti della democrazia: il P.C.F. è disciolto e perseguitato. Tutto bene allora? Ma bene un corno! Bene Marx, bene Lenin, bene Liebknecht, bene Guesde 1883 (non lo sciovinista ignobile 1914), bene un corno Thorez e soci. Costoro avevano anzitutto bevuto fino alla feccia nel calice dell'alleanzismo colla politica di vari anni del «fronte popolare» contro la minaccia del «fascismo in Francia». Infetti oramai, con tutto lo stalinismo, di bloccardite fino alle midolla, sono del tutto incapaci di posizioni classiste: se invocano Marx nella circolare 1848 e Lenin nell'Estremismo è per applicare - si noti, in piena dichiarazione teorica che la guerra è imperialista! - la teoria dell'alleato occasionale all'esercito di Hitler, di cui invocano la vittoria, appoggiandola con la «rivendicazione» di pace tra un governo francese ed Hitler, non di sabotaggio a tutti i belligeranti! Lenin ci ha permesso di andare anche col diavolo! affermano. E vanno con la sua scialba copia di Berchtesgaden.
 
Ma Guesde avrebbe sabotata la guerra della Francia contro l'Inghilterra al tempo di Fashoda! Liebknecht non passò certo un patto con «Poincaré-la-guerre»! Marx ed Engels non avevano avuto che getti di veleno verso la borghesia prussiana e le sue vittorie nazionali! Lo stesso partito socialista italiano, se non ne volle sapere di guerra democratica, respinse con sdegno i Sudekum tedeschi social-patrioti che venivano a rallegrarsi! Lenin sfasciò davanti alle milizie del Kaiser lo schieramento zarista, ma non fece patti con lui: a meno che gli stalinisti non scendano tanto giù da raccattare lo sterco del vagone piombato, in cui Vladimiro, per non essere ammorbato dal fumo delle sigarette, organizzò l'uso a turno della ritirata tra fumatori e quelli che definì «utenti normali».
 
Perduta la via classista per quella alleanzista cronica, tutto è perduto, e si va a «far girare a rovescio la ruota della storia». Dopo due anni di filohitlerianismo e di ingiurie alla Francia e all'Inghilterra demoimperialiste (è molto suggestivo notare, oggi che siano alla terza retroversione dell'utero, che lo spregevole capitalismo degli Stati Uniti non aveva allora la sua parte di ingiurie, poiché, se non era in guerra con la Germania-Mosca, nemmeno Washington lo era ancora) la scena cambia di colpo.
 
Ma è cambiata la situazione! Un poco di dialettica marxista e leniniana, perbacco! Se fino ad allora i regimi dell'Asse fascista attaccavano le potenze imperialiste, da quel momento essi attaccano lo Stato proletario! Allora che? La guerra cessa di essere imperialista e diviene guerra proletaria rivoluzionaria? No, nemmeno questo. Il grande partito stalinista internazionale ha una teoria, una dottrina, molte accademie, istituti che stampano a trentine di volumi le opere complete di Marx, Engels, Lenin e... Stalin. Esso si mette ad editare nuovi testi e quaderni e giornali che proclamano, non già che la guerra ha cambiato natura, ma che questa Seconda Guerra Mondiale è «dès le début», fin dall'inizio, fin dal primo momento, fin dal 1 settembre 1939. Una guerra di liberazione e di democrazia!!
 
Signor Thorez! A voi la cattedra di capo della sinistra marxista! Non foste solo il disertore di una guerra imperialista, ma di una guerra di liberazione nazionale. 1941: Thorez capo, si riabbracciano i radicali e massoni borghesi di Francia, si rompe con Pétain e Laval, si passa nella «Resistenza». Oggi si rompe di nuovo. Le duecento famiglie francesi sono sempre lì. Ma la guerra che fanno, imperialista nel 1939, liberatrice nel 1941, si annunzia di nuovo imperialista e da sabotare nel 1951.
 
Comunque la ricetta è sempre quella: trovare l'alleato. Questo può essere occasionale, ma la mania di alleanza è permanente. Fronte demoborghese, asse nazista, movimento di liberazione nazionale, l'ombrello di un fronte, di un blocco, di un fascio ci vuole sempre. Mai camminare soli! Ed anche come rimedio alla possibile lotta del solo esercito russo contro quelli di Francia, Inghilterra, America, Germania, Giappone e minori, non vi è che una tattica «bloccarda».
 
A noi, amici della pace, uomini di buona volontà, borghesi sani ed onesti, intellettualoidi a tinta vagamente popolaresca o filantropica, a noi nel fronte dei partigiani della pace; la nostra capacità di alleanza ha sì gran braccia, che non si rifiuta nessuno.

OGGI

 
Citare il blocco 1913 come un rospo da ingoiare ai capi dello stalinismo italiano, è come ignorare che essi stanno trangugiando un coccodrillo. Quel blocco, di tempo antefascista e massonico, ce l'aveva, come narrammo, con i «reazionari clerico-moderati» e chiamava a raccolta chiunque ne dicesse corna. Credevamo che Marx avesse scoperto che la storia è irreversibile, a meno che non sia distrutta la sottostruttura materiale; e che i piedi al posto della testa li avessimo messi una volta per sempre. Oggi non più, tutto si ricapovolge, pur che tocchi il tasto baffone. O è così, o è che voi, miei belli, siete passati tutti intieri dall'altra parte e guardate la storia dal lato della antirivoluzione. A questo crediamo; a baffone regista no.
 
Fuori il comunicato della direzione del P.C.I. e fuori la storia che si ripete, come sa, smaliziato e sarcastico, ogni veterano del mestiere politico, ha vergogna di noi «teorici». «I comunisti alieni da qualunque posizione settaria o esclusiva verso altre forze democratiche e popolari, si richiamano alla lotta che da decenni e decenni viene condotta in Italia per strappare le amministrazioni locali alle vecchie consorterie reazionarie e clericali»... «al raggiungimento di questi obiettivi sono interessati non solo i lavoratori, ma artigiani, commercianti, piccoli e medi proprietari, produttori indipendenti della piccola e media industria, professionisti, intellettuali, artisti».
 
Tutta questa razzamaglia non vale più di quella che Marx descrive nel 1848. Pronta a correre dietro a chi vince come faceva con la borghesia di un secolo fa di fronte ai poteri feudali, in caso di tempesta si tira da lato. Fascista quando Mussolini aveva vento in poppa, fu coi comitati di liberazione quando le forze americane sbarcarono e erano in vista posti e posterelli nel nuovo ingranaggio. Sarebbe capace di plaudire se «venisse Baffone» per lo stesso motivo, ma se Baffone è attaccato e indietreggia non farà nulla per aiutarlo. La politica rivoluzionaria può capire in periodi di transizione che si abbiano alleati occasionali; ma il suo fulcro non può essere nell'attendere che venga qualcuno, bensì nel muoversi ed andare con i propri piedi.
 
Questa politica smarrita non solo non è rivoluzionaria, ma anche vista «da quella parte», ove poco è che luca, è disfattista. È chiaro che le camorrette locali si sono cristallizzate, dopo un minimo di assestamento seguito alla vittoria occidentale, attorno a quei gruppi che fanno capo al governo filoamericano: clericalismo e non clericalismo c'entra un accidente. Con la formula del nuovo bloccardismo, che dal puro nodo nuziale arriva al suggestivo «apparentamento», nel campo locale, trattandosi di greppie da offrire e di clientele che nei grandi o piccoli centri si riassumono in poche cerchie, il partitone di governo è certo, con i due terzi dei voti, di pappare i cinque sesti dei seggi consiliari e dei comuni. Gli oppositori avrebbero più spirito incassando avanti lettera questa sonora batosta, rimettendo la rivincita al tempo in cui verrà Baffone, o al posto ove manipolano loro blocchi, sblocchi, parentamenti ed innesti chirurgici sulla «libera volontà popolare».
 
Una rivincita potrebbero annunziarla solo nelle elezioni politiche, con una minima probabilità non certo di spostare il rapporto di potere che sposta non la carta, ma l'acciaio. La minima probabilità è quella di costringere in qualche paese (pochi ormai in ballo) ad attuare in modo non mascherato un tipo di truffa politica in cui siano vietati poliziescamente dati partiti e dati aggruppamenti di forze, per poter poi strillarlo ai partigiani della libertà che si trovino ancora a vagare negli spazi interplanetari. Nelle elezioni politiche rimane la lustra dello scrutinio di lista, della grande circoscrizione, rimane un certo gioco non alla diretta contrattazione, ma all'imbottimento e imbonimento dei crani.
 
È ancora possibile che il povero affamato, cui si è fatto di tutto per togliere illusioni sulla possibilità di «movimenti indipendenti» che sognava dal 1848, riesca a non affittare e vendere il suo voto a qualcuno colla bottega, la piccola industria o il titolo di professore. Dopo di che si marcerà verso altre formule. La misurata alleanza occasionale, la cui storia europea si doveva chiudere al 1871, quella mondiale al 1919, vive come blocco, come matrimonio politico rato e consumato, come fronte unico, come fascio, come unione popolare, gavazza oggi come «apparentamento». Queste formule geniali si chiedono a specializzati uffici pubblicitari che offrono gli slogan, come quando si lancia la Coca Cola o il dentifricio del dentista.
 
Dopo tanti sfruttati sinonimi del connubio e della ibridazione che altro vi troveranno, nel dizionario politico o nelle raccolte di «confessioni sessuali»? Forse il suggestivo vocabolo: incesto. Se fossimo davvero in un paese clericale, questa sconcia parola di apparentamento tra estranei non sarebbe passata alla commissione dell'Indice. Anche quella, mi avete bolscevizzata.
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