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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 25 Agosto 2019

Esopiana socialista (Battaglia Comunista, n°8, 1951)

 

Chi, avendo da natura tratta una totale mancanza di «sensibilità», la attinge alla grande stampa, vigile e pronta sempre allo stormir del nuovo vento, impara che con la primavera in arrivo, se non avremo l'uragano della guerra mondiale, ci delizierà lo zefiro delle elezioni amministrative. Al saggio delle esperienze del movimento proletario in Italia, il profumo di un tal venticello ci ricorda l'alito pesante che sale dalle bocche di fogna lasciate aperte.
 
E siccome la giovane generazione ha pochi dati su questo problema, tiriamo fuori per l'occasione una antica storia, una fiaba aus alten zeiten, dei vecchi tempi, adagiandola con pedante pazienza sul filo cronologico, indigesto ai praticoni della attualità concreta.
 
1870 – 1910
 
La dolce italica città di Azzuria non aveva un forte movimento proletario, benché fosse stata sede di una delle prime sezioni dell'Internazionale, e teatro di violente agitazioni nei momenti acuti del tempo umbertino. Piccoli gruppi, tra cui non mancavano uomini di cultura e di vivace ingegno, vi avevano iniziata la diffusione del socialismo marxista con contributi non spregevoli, sebbene sindacati e partito socialista fossero quantitativamente non troppo forti.
 
Col 1900 cominciò la strana malattia delle «campagne morali». Sulla traccia di scrittori e di gruppi radicali borghesi si elevò a problema grandeggiante quello della onestà nella pubblica amministrazione locale, a metodo centrale quello di risanarla con l'aiuto dello Stato, a teorema fondamentale quello: capitalismo più evoluto e diffuso, correttezza maggiore; laddove il teorema marxista è: più capitalismo, più marciume.
 
Si proclamò (con una delle tante manifestazioni del morbo opportunista apparso in tutti i tempi e sotto tutti i cieli): rivoluzione, socialismo, lotta di classe; soprassediamo per un certo tempo a tutto questo, trattandosi di garantire e assicurare condizioni «pregiudiziali» - lasciamo le questioni «di principio», e vediamo di dare alla grande massa (storia vecchia come il cucco, l'andata alle masse) quello che risponde alle sue reali esigenze: lotte per programmi «locali» ed «economici», unione di tutti gli «onesti» contro i «ladri del pubblico denaro». La rivoluzione ridotta, come in una sciocca canzone politica francese, alla «révolte contre tous les coquins!».
 
Anticipiamo la... morale della favola. Il brillante passaggio dalla dottrina alla pratica, dall'internazionalismo al problema locale, dal programma massimo alla pulizia amministrativa, se della dottrina dell'internazionalismo e del socialismo fa strame, in materia di soluzione di «questioni tecniche», di cacciata dei concussori e nomina di amministratori integerrimi, a «qualunque partito appartengano», non vale tre centesimi falsi. La realtà è il prurito irresistibile del successo elettorale e la bolsa vanità della nuova onda di candidati, e più a fondo ancora la spinta economica a sfruttare i vantaggi speculativi che quelli che stanno sui cadreghini distribuiscono alle cricche che li sostengono, a compenso del galoppinaggio.
 
Quindi la critica alla astrattezza e al teoricismo dei marxisti «puri», che non ammettono fini etici nella lotta sociale, volge le terga all'amoralismo dottrinale solo per darsi nelle braccia della concreta immoralità...Ma avevamo promessa la storiella vera.
 
Nel 1900 il giornale socialista Fede, nel sostenere la candidatura del radicale avvocato Pavone in un collegio di città contro il liberale Gazza, mette a nudo le ladrerie della amministrazione comunale che a questi faceva capo di indirizzo liberale. Gazza cade, e in una celebre querela per diffamazione al giornale è condannato: strepitoso successo socialista, il procuratore del re si leva a chiedere l'assoluzione del foglio!
 
Il sistema è di gran successo popolare: lo imita il giornaletto repubblicano Frigio, e cade moralmente l'onorevole Somaro. Sebbene nelle elezioni amministrative del 1902 i socialisti presentino intransigentemente una propria lista che conquista la minoranza, si trovano, in tale prima fase, a fianco dei clericali-moderati, che buttano giù gli amministratori liberali, liquidati anche da una celebre inchiesta di un funzionario mandato da Giolitti, sulle malefatte al comune.
 
Molto presto vedremo che la stessa mania localista e moralista prenderà a bersaglio la nuova amministrazione di destra, sia sfruttando l'onda anticlericale allora di moda, sia tacciando al solito di ladri e incapaci sindaco ed assessori del tempo, forse tra quelli che meno ridussero allo schifo la infelice Azzurria.
 
Occorre tuttavia legarsi alle vicende del socialismo in Italia. Intorno al 1907 si svolge la battaglia di tendenze tra riformisti e sindacalisti rivoluzionari: questi al Congresso di Firenze lasciano il partito, soprattutto sul punto del rifiuto alla attività elettorale. Il grosso dei socialisti napoletani, col giornale Fede, esce dal partito e forma il Gruppo sindacalista, che controlla l’organizzazione sindacale, chiamando la Camera sindacale alla francese, Borsa del Lavoro. Pochi elementi restano nella Sezione socialista.
 
Qui comincia lo strano episodio del lavorio della Massoneria: questa, non priva di legami coi parlamentari liberali colpiti come ladri, si pone al centro della campagna morale contro la Giunta clerico-moderata; e per fondare il grande «Blocco popolare» inizia la penetrazione nella sezione del Partito socialista, e quel che più conta nella Borsa del Lavoro e nel Gruppo sindacalista! Primo successo: nel collegio più proletario della città vince clamorosamente nelle elezioni politiche del 1908 l'on. Cinghiale, allora socialista di sinistra, personalmente nemico della Massoneria: ma questa paga il fitto del circolo elettorale e versa mille lire (allora non svalutate trecento volte) per la campagna.
 
Si avvicinano le elezione amministrative del 1910. I «sindacalisti» estremisti della Borsa del Lavoro, usciti dal partito per «antielezionismo» e quanto meno (allora si diceva così) «aelezionismo», votano l'adesione al Blocco, sia pure escludendo i partiti «non estremi» e quello liberale e democratico (i ladri del 1900). Il colmo: aderisce il Gruppo sindacalista: ma per la verità una minoranza si ribella, e alla sua testa è il geniale e vivace prof. Bertuccia, che al congresso sindacalista di Bologna attacca «quei sindacalisti che hanno accodato le organizzazioni operaie ad un popolarismo equivoco massonico, dal quale certa gente, che sono i capi, hanno tratti personali vantaggi e guadagni». Tali chiare parole (ah, come cantavi ben!) riportate dalla stampa di Bologna e Roma suscitano una indignata protesta, in Fede, dei consiglieri comunali bloccardi, eletti anche allora per la minoranza, che sfidano Bertuccia a fare i nomi per poterlo querelare a difesa della loro rispettabilità personale.
 
1910 – 1914
 
Nel 1911 sebbene le elezioni fossero lontane la Massoneria decide di fondare ad Azzurria il «Blocco permanente». Erano i bei tempi del Gran Maestro Nathan e del Blocco Capitolino, civile rampogna alla Roma dei Papi; ed il Reuccio Vittorio pare fosse un «33». Entra nel blocco permanente, oltre al Gruppo sindacalista e alla Borsa del Lavoro, la Sezione socialista, conquistata dalla tendenza riformista.
 
Un nuovo reagente viene qui immesso nelle torbida composizione chimica: scoppia la guerra di Tripoli, appoggiata da Giolitti e da tutti i partiti borghesi, salvo il socialista e qualche repubblicano come l'on. Barbagianni. Uno sforzo di attenzione. I sindacalisti del gruppo bloccardo e massoneggiante iniziano una forte campagna contro l'impresa di Tripoli, che culminò in un famoso processo; l'antibloccardo e antimassone Bertuccia delira di entusiasmo per l'impresa coloniale della borghesia italiana, e fonda la dottrina dell'imperialismo marxista, per la quale i proletari devono aiutare il capitalismo a diffondersi con le armi nel mondo dei popoli di colore, essendo questa la sola via al socialismo!
 
Dubitiamo di essere capiti e siamo quasi certi di passare per imbecilli nati. Questa è la politica, questa la vita, perdio! Avanti chi può lanciare a Bertuccia o agli altri la prima pietra! Ma anche vari socialisti azzurriani al Consiglio Comunale inneggiano a «Tripoli bel suol d'amore» - uno, massonissimo, e Venerabile della Loggia, «Figli di Garibaldi» (dopo trent'anni abbiamo avuti i nipoti...), nella vicina Ferria parla col tricolore all'occhiello (che precursore! e noi che andavamo fuori dai gangheri, che fessi!) e declama la dannunziana Canzone dei Dardanelli. Non viene cacciato dal partito (il Dardanello sono me).
 
La sezione socialista, nelle sue assemblee, è maneggiata in modo così visibile dai massoni e da un loro arnese apposito, che gli elementi di sinistra vengono fuori e formano il Circolo Socialista Rivoluzionario Carlo Marx, appellandosi al partito. Qui viene il bello: auspice la Massoneria e nel nome del Blocco, si riuniscono sindacalisti e riformisti, tripolini e antitripolini, nella Federazione Socialista. Per non essere defenestrata dal partito, con vecchio espediente, e classico, questa al Congresso socialista di Reggio Emilia vota per la tendenza... rivoluzionaria intransigente, che vince, con Mussolini. Il blocco frattanto si spinge ben più in là dei partiti estremi: ripesca il famigerato onorevole liberale Somaro, fa disperata corte a Giovanni Giolitti perché cessi di appoggiare la amministrazione clericale coi suoi prefetti, si lascia dire dal Giornale d'Italia: «non è l'ormai famoso blocco massonico sindacalista, con le alleanze segrete buiste e somariste che può insegnare correttezza politica...».
 
Chi era l'on. Bue? Impariamolo subito: Bue padre muore nel 1912 e nel suo collegio si presenta Bue figlio. Contro di lui la destra clericaleggiante presenta il grande avvocato Usignolo. Fu una lotta elettorale interessante. I «socialisti» con un manifesto dichiarano di «astenersi » dopo aver spiegato che Bue è democratico ed anticlericale, Usignolo difensore dei borghesi (per la storia questi era un professionista normale, e l'altro legato alla bassa camorra). Lo stesso Avanti! da Milano si meraviglia, anche per la sconfessione della candidatura Todeschini presentata dai socialisti del Carlo Marx. Fu una bella lotta elettorale, e se ci azzardiamo a dirlo fu perché grandissima fu la propaganda, una buona somma i cazzotti presi, e tredici i voti.
 
Altro tipico episodio nel 1913: una agitazione, che giunse a vivaci scontri di piazza, contro il «Decreto catenaccio» con cui il governo di Giolitti inasprì i dazi del comune di Azzurria. L'Avanti! si dovette di nuovo risentire: il magnifico comitato di «Fronte Unico» che dirigeva il movimento (e che, come tutti i comitati di Fronti Unici della storia passata e futura, lo stroncò dopo averlo sfruttato, senza che raggiungesse minimamente lo scopo di far ritirare il decreto, per modesto che fosse un tale scopo) era questo: Pro Commercio, Unione Commerciale Umberto Primo, Partito democratico costituzionale, Associazione impiegati, Borsa del Lavoro, Unione radicale, Associazione repubblicana. Società Centrale operaia, Gruppo sindacalista, Federazione Socialista, Socialisti riformisti, Unione materiali di costruzione, Circolo Ferrer, Libertà e Giustizia. Abbiamo riportato l'elenco perché ci pare un bel modellino ante litteram per quell'unione di tutti gli italiani onesti, a cui oggi sono pronti i partiti estremi 1951 di Togliatti e di Nenni. Quanto ai Carlomarxisti, attaccarono a fondo il comitato, ed incassarono il novantacinque per cento delle nerbate democratiche degli sbirri di Giolitti.
 
Siamo alle elezioni generali politiche 1913. Si noti: il partito socialista aveva già deciso l’intransigenza, con candidature in tutti i collegi. Che succede ad Azzurria? La Federazione, divenuta Unione socialista dopo lunghe trattative colla direzione del partito, ed inutili inchieste di questa, presenta una sola candidatura di iscritti, quella del prof. Mulo, in città; e quella del prof. Ghiro nella proletaria Ferria. Appoggia poi tre perle di «indipendenti»: Cinghiale, Pavone, Bertuccia, già noti nella attuale fiaba. Riuscirono tutti e cinque. E negli altri collegi? L’intesa bloccarda locale, in barba al partito, funzionò in pieno; non solo non si contrapposero candidati, ma si appoggiarono e Bue, e Cervo e Cane, altri noti radiali e liberali massonici.
 
Sebbene Lazzari scrivesse contro Bertuccia un articolo: Altra Involuzione, ne decise l'appoggio pel ballottaggio, su promesse di pentimento dai trascorsi tripolini: ma quello qualche mese dopo alla Camera con un gran discorso esaltava l'impresa libica, fregando i compari di Napoli che gli offrivano a casa la «tessera». Il bubbone scoppiò nel 1914 colle elezioni amministrative. I massoni pretesero il saldo degli impegni e dei conti. Il loro diffuso giornale Italia, che aveva sostenuto i cinque socialisti, parlò chiaro. «Non si è badato al colore dei trombettieri, purché montati su di una sedia avessero gridato corna ai clericali del municipio! È bene l'intenda l'Avanti! (che era andato in brodo di giuggiole)»... «Chi può immaginare Pavone così gonzo da credere che debba il plebiscito dei suoi elettori unicamente ai fautori di Carlo Marx? Lo stesso vale per Bertuccia e per Mulo... Le venture elezioni si devon fare a base di programmi economici, di interessi locali, amministrativi, questo lo scopo unico per cui i socialisti suddetti sono stati mandati alla Camera... questo il programma a cui possono aderire i migliori uomini nostri... partiti affini... e (dulcis in fundo) industriali e commercianti autentici».
 
Proletario del 1951 di Azzurria o di Nebbionia! Può darsi che la predica sia al vento, ma «de te fabula narratur»: si tratta della tua faccenda. Non è diverso il traguardo dei partiti dai congressissimi: abbracceremo tutti, purché dicano corna di Truman! In molti o in pochi, più spesso in pochissimi, i marxisti della sinistra da cento anni si battono, cocciuti, contro «la tattica delle corna». E, troppo spesso, la classe operaia si lascia fare le corna.
 
Al congresso di Ancona, nell'aprile 1914, il partito socialista prese decisioni che buttarono fuori quelli di Azzurria: intransigenza nelle elezioni anche amministrative, incompatibilità della Massoneria. I socialisti bloccardi vinsero, prima e dopo il congresso, nella Unione di Azzurria. Molti della minoranza, per disciplina... lasciarono il partito, e seguirono il blocco. Altri pochi si riunirono, nel partito, con quelli del «Marx». Tra quei disciplinati, che dichiararono di restare per preparare la «rientrata» nel partito dopo l'esperimento bloccardo, vengono sulla scena altri personaggi di secondo piano che non disdegnarono candidature bloccarde: il medico Rana, l'avv. Zebra, luogotenente dell'on. Mulo, l'avv. Camaleonte, che qui compare già col precedente di crisi politiche varie: massone repubblicano, anarchico, e via stagionalmente.
 
I cinque deputati, due nel gruppo parlamentare del partito, tre fuori, guardavano dall'alto del medaglino. Il blocco vinse al Comune, placando una fame ultradecennale. Qualche episodio grazioso si ebbe per le elezioni provinciali. Nel mandamento rosso che aveva a deputato l'on. Cinghiale si potevano sfamare tre appetiti, simulando il metodo intransigente, e lasciando gioco ai massoni negli altri mandamenti. L'avv. Camaleonte pochi giorni dopo aver aderito all'Unione era «passato» al partito, che lo avrebbe portato candidato fra i tre, e gli altri due sarebbero stati tacitamente i bloccardi Rana e Zebra. Ma la sezione socialista affianca a Camaleonte altri due candidati di partito. Basta questo perché colui, visto il cadreghino meno certo, ribalzi di là. Vinsero; tutti e tre. Al partito era ritornato l'altro avvocato Lontra, direttore di Fede nel periodo di sindacalismo estremista e antilibico: portato in un mandamento di provincia non si vede sicuro: lui proprio restar fuori? Si getta alle ultime ore di nuovo ai bloccardi: riesce. Anche a Ferria avvenne alcunché di simile: centro operaio forte, il suo deputato Ghiro cova un blocco comunale. Magnifico bilancio della febbre elettorale: cinque deputati, sette consiglieri provinciali, diciannove comunali; tutti avendo sputato sul partito e sul socialismo, per tanto ottenere.
 
Basta! La primavera schedaiola dette luogo ad una estate di guerra. Il partito socialista nel suo congresso di Ancona si era occupato di guerra, freddamente… aveva conquistato i «fortilizi» dei Comuni e delle Province del Nord, colle sole sue forze. La guerra non lo travolse.
 
1914 - 1918: Guerra
 
Nei dieci mesi di lotta tra avversari e fautori della guerra poche furono le defezioni del partito socialista; clamorosa ma personale quella di Mussolini. Raccontare come andò tra gli «autonomi» di Azzurria ci porterebbe per le lunghe. A pochi giorni dal radioso maggio i cinque deputati erano annunziati in comizi contro la guerra, ma quelli che vennero li fischiammo via. Sintetizziamo: Deputati: all'appello nominale per la guerra sono favorevoli Pavone e Bertuccia of course, e con essi il «marxista» Cinghiale, che definitivamente affonda. Sono contrari Ghiro, che non valeva meglio ma aveva il collegio rosso, e Mulo, che per la verità tenne duro e una volta ebbe una famosa apostrofe contro i patriottardi: bloccardo marcio, si è tuttavia meritato il nome di una bestia rispettabile. Giornale: era quello dell'antimilitarismo alla Hervé (guerraiolo lui pure) e della battaglia contro Tripoli con Sylva Viviani... stavolta annunzia che accetterà scritti pro e contro la guerra! e seguita a lucidare onorevoli e consiglieri delle due tinte. Viene il 24 Maggio, e scrive: Dopo l'appello nominale nel reale pericolo: in prima linea. Al fronte non va nessuno, ma era la tesi opportunista del fatto compiuto.
 
«Tutti gli italiani quando la Nazione è in lotta sono in armi». La stessa solfa si suona dopo Caporetto. Non sono mancati i colpi alla «tedescofilia dell'Avanti!». Consiglieri provinciali: proprio l'avv. Lontra diviene interventista e corrispondente di Mussolini. Consiglieri comunali: più di un'altra mezza dozzina sono per la guerra; favorevoli e contrari fanno parte a un certo punto della «giunta socialista» che ebbe a sindaco Bertuccia...
 
Tutti, deputati, consiglieri, giornalisti, tengono fede al blocco massonico e al giornale ultraguerrafondaio Italia che ne è l'organo coi vari radicali e repubblicani tipo Barbagianni, che era contro Tripoli, ma per Trieste prende la supersbornia...
 
 
1919 – 1922
 
La guerra è finita e l'onda proletaria di indignazione contro di essa viene, non solo ad Azzurria, indirizzata a fini elettorali. L'on. Mulo, uomo che sa quel che vuole, forza i tempi e fa uscire i suoi dalla giunta, poi dal blocco; ma la vera ragione è che gli altri partiti di esso gettano a mare l'assessore Zebra per certi guai dell'Annona. Su 19 consiglieri 13 si dimettono: Bertuccia con ragione grida al tradimento. Traditori di traditori, Ottobre innanzi viene: siamo intransigenti, siamo contro la guerra! Tanto blocco e guerra sono dietro di noi, il passato degli uomini politici è una lavagna su cui passa la spugna.
 
Come andò colla baraonda elettorale? La organizzazione del partito socialista, finalmente, non è più un semplice comitato di galoppini, e sbarra le porte ai fuorusciti di ieri. Bertuccia si fa venire una crisi di massimalismo e persino sovietismo ed ha una violenta polemica con Turati: non attacca. Camaleonte all'opposto, che si era fatto perdonare il fallo bloccardo ed era stato neutralista, si fa venire una crisi di turatismo, e se ne va dal partito, dicendolo troppo massimalista... mentre Turati vi era ancora! Prendi, lettore, un cachet contro il mal di capo: la favola breve è quasi finita. Lo scrutinio è oramai di lista. Mentre quella del partito otteneva due quozienti, quella degli autonomi non porta in salvo nemmeno l'on. Mulo. Quanto a Ghiro, acchiappa l'unico quoziente della lista del Pendolo (si cominciò allora coi simboli) sostenuta dalle questure del Nitti, lasciando a terra Camaleonte, Rana, e altri di tal calibro, dopo fratricida lotta, Cinghiale e Bertuccia socialpatrioti, con Barbagianni e simili stettero nella lista della Retroguardia; qualcuno giunse alla Camera, e Bertuccia al ministero con Giolitti. Il capogiro non è cessato, ché incalzano le elezioni amministrative in cui il partito si batte da solo, sia pure con maggior successo dei 136 voti socialisti del 1914 dopo Ancona, e gli autonomi tacciono. Una nuova ondata di contorcimenti si ha nelle ulteriori elezioni del 1922. Prima di queste è avvenuta la scissione di Livorno; gli elementi di sinistra sono col partito comunista e alcuni fuorusciti si gettano in quello socialista: Mulo e Camaleonte entrano a bandiere spiegate, e col 15 maggio sono a Montecitorio. Salga il gran pavese! Che ne è di Ghiro? In lista con Bertuccia, e gli interventisti! Ha preso il posto a Cinghiale, che va addirittura alla lista fascista, e resta a terra.
 
E che fecero questi onorevoli di fronte al fascismo? Storia non semplice, e che si dovrebbe raccontare per tutto il personale parlamentare italiota. Antifascista fu l'on. Mulo. Dopo qualche articolo con alta considerazione per la linea di Mussolini, al tempo in cui li faceva anche un ex-marxista filosofo di cui non ci siamo occupati perché nel serraglio elettorale non entrò mai, fu antifascista Bertuccia, ed esule. Camaleonte lo fu fieramente al tempo di Matteotti, e nel 1926 con un grande discorso inneggiò a Mussolini: ma il salvataggio della medaglietta e del permanente ferroviario non riuscì. E quelli minori? Troppo lungo; ce ne sono stati in camicia nera, e repubblichini di Salò.
 
Ed oggi? Caspita, che domanda inutile? Teneri bambini che avete seguito la storiella, questo lo sapete anche voi: antifascisti tutti! La favola è questa. Se volete sapere il seguito, tornate da capo. L’ingenuità delle masse finirà dopo le riserve minerarie di carbon fossile e di petrolio, e l'ambizione politicastra vi scava ancora, con frutto. Ogni riferimento a personaggi realmente esistiti o esistenti non solo non è casuale ma è stato rigorosamente controllato. Sono solo i nomi che non importano alla storia del movimento proletario; nemmeno per segnarli sul fusto della «colonna infame».
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