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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 25 Agosto 2019

"Lode dell'aggressore" ( Battaglia Comunista, n°4, 1951)

 

Sempre e poi sempre il motivo della «patria difesa», contro il quale battagliò Lenin l'intera sua vita, è il centro della polemica mondiale, da parte delle propagande prebelliche opposte. I piani colossali di armamento sono sostenuti con un argomento unico: difesa della pace, scongiuramento delle aggressioni nemiche, e in caso disperato resistenza alle aggressioni stesse. Politica della «sicurezza» mondiale e organizzazione delle nazioni unite, da una parte, movimento dei «partigiani della pace» dall'altra, come imprese di pubblicità lavorano sullo stesso semplice schema (la regola e il dogma della tecnica propagandistica moderna è una sola: semplicità): la pace è possibile; ai disturbatori di essa è dovere e diritto rispondere con la forza armata.
 
E da ogni banda si aggiunge: i pacifisti siamo noi, i disturbatori e gli aggressori siete voi. Notoriamente tale gioco storico è andato bene due volte a franco-anglo-americani: nous avons - gagné la guerre...! I russi di oggi, per cercare di non perdere la loro, non trovano nulla di più e nulla di meglio. In Marx e in Lenin, cui essi si richiamano, a proposito di guerra tutto sta lì: lotta per la pace universale, e se la guerra scoppia, resistenza all'aggressore, difesa del suolo patrio, difesa dell'indipendenza nazionale! I comunisti sono campioni di patriottismo!
 
Sentiamo quindi ad ogni passo di articoli e di discorsi tesi di questo calibro: «una aggressione sovietica è impossibile» - «smascheramento della teoria provocatoria sulla guerra rivoluzionaria» - «la grande ideologia leninista-staliniana dell'eguaglianza e dell'amicizia tra le nazioni e la lotta per una pace duratura del mondo» - «difesa della nazione dall'aggressione dello straniero» - «lotta per la libertà e l’indipendenza nazionale».
 
Poiché si aggiunge: non abbiamo politica a doppio fondo, facciamo quanto diciamo e diciamo quanto facciamo; bisogna concludere che l’organizzazione di potenza che ha il centro a Mosca non ha un piano, sia pure a lungo sviluppo, per annientare l'imperialismo americano ed atlantico, ma getterebbe tutte le sue risorse politiche e militari nella fornace per queste finalità: primo amicizia e pace con l'America e il mondo borghese occidentale - secondo, difesa nazionale nei territori che le potenze atlantiche vogliano ulteriormente assoggettare alla propria egemonia.
 
Per arrivare a dimostrare coerenti tali prospettive con la lotta di classe proletaria ed internazionale, si parte dalla chiarificazione leninista del marxismo, costituente patrimonio fondamentale della dottrina comunista: «non esistono guerre astratte o guerre in generale, ma soltanto determinate guerre, legate alla situazione concreta del periodo storico in cui esse si sviluppano e ai rapporti di forza tra le classi e gli Stati nel mondo».
 
Da tale evidente ed esatta premessa non si costruisce la cabaletta della guerra di difesa patria, né la maledizione degli aggressori. La «discriminazione» marxista e leninista tra guerra e guerra - che non conduce MAI alla vergogna dell'appoggio di partito ai governi in guerra - fa considerare «guerre di progresso», ossia processi utili allo sviluppo rivoluzionario, talune guerre della storia. Ma non conduce alla buaggine del difesismo; quelle guerre «in concreto» utili, quelle guerre «lodevoli», sono generalmente guerre di attacco, di offesa, non di difesa. In concreto il marxismo-leninismo insegna questo: storicamente il partito proletario può considerare di utile riuscita una guerra di aggressione; può condurre fino in fondo il sabotaggio di una guerra di difesa.
 
 
 
IERI
 
 
La «regola generale» della difesa del suolo nazionale non è in vigore che per gli agenti del tradimento e della controrivoluzione. Alla vigilia delle grandi lotte del 1848 i comunisti, che avevano appena proclamata la loro dottrina, sperarono di comprovarla nell'azione generale rivoluzionaria. Se fu audace la speranza di innestare sul tronco delle rivoluzioni liberali il diretto attacco della nuova lotta di classe contro la borghesia appena vincitrice, come nel fatto tentò il magnifico proletariato di Francia, appariva sicuro che quel ciclo avrebbe per lo meno estesa all'Europa tutta la sistemazione sociale e politica che l'Inghilterra e la Francia avevano conquistata prima del secolo XVIII. Ma non fu completamente così, e alla repressione dei moti insurrezionali delle grandi metropoli seguì un parziale ritorno al potere di gruppi reazionari e feudali, cui la borghesia, appunto per terrore del levatosi spettro comunista, si adattò vilmente in molti paesi. Seguì un periodo di ritirata del movimento rivoluzionario e di sosta nella formazione del movimento operaio di classe.
 
Non sempre i socialisti hanno ben capito quale fosse l'analisi di questo periodo svolta da Marx ed Engels, e per essere più esatti, se la hanno ben capita in quanto fu analisi dei rapporti di forza tra le classi, sono rimasti assai indietro nell'intenderla a proposito dei rapporti tra gli Stati. La prima fu svolta nelle classiche opere economiche e nel Capitale; mostrò in piena luce lo sviluppo gigante delle forze produttive moderne, la concentrazione di esse, il formarsi nelle contraddizioni del capitalismo le premesse socialiste e rivoluzionarie.
 
Gli Stati, (lasciamo per un momento le «nazioni») sono fatti fisici non meno delle masse di merci e delle fabbriche e fattorie. Essi sono tra le forme e i «rapporti» della produzione, per la teoria del determinismo economico; sono materiali macchine di forza ed operano, sempre, nella lotta militare e politica come nella economia sociale.
 
La valutazione del procedere storico non è possibile se alla indagine sui fattori economici e produttivi non si aggiunge quella sui fattori di forza politica: partiti governi e Stati; sulle vicende del loro formarsi, spezzarsi, allearsi e scontrarsi - e quindi sulle guerre. Una cosa non si è mai bene intesa: sviluppata sui dati della evoluzione capitalistica inglese e della rivoluzione politica francese la critica della società borghese e la dottrina della lotta di classe, i fondatori del marxismo unirono l'avversione e l'odio alla borghesia tedesca colla più fremente impazienza per i ritardi del suo sviluppo e della sua vittoria. In cento testi di Marx e di Engels, al pungolamento per il sorgere di una industria gigante in Germania, che essi non videro ma bene antividero, si aggiunge la rampogna per il ritardo nella sistemazione statale di una borghesia antifeudale, e la prospettiva di una marcia della Germania sulla via della grande unità nazionale, via che le borghesie francese ed inglese avevano seguita ed imposta già secoli prima della conquista del potere. Per essi, è una vergogna che la borghesia tedesca non abbia adempiuto i suoi compiti nazionali: il proletariato tedesco ve la spingerà. Tuttavia esso, se deve subire questo disgraziato ritardo storico per la sua piena entrata in azione come classe, è già avanti nella teoria - se non può strappare ai capitalisti le forze produttive prima che essi le abbiano strappate ai feudatari terrieri, ha già strappato loro la potenza della critica rivoluzionaria, divenuta sterile ed inutile nelle loro mani, e non fa che per questo maggiormente disprezzarli.
 
Storicamente l'insegnamento di questo periodo in cui si fa il bilancio di una rivoluzione per tre quarti abortita (1848 a 1870) e in cui non si può ancora portare in primo piano l'azione di classe proletaria, è questo: la Germania non uscirà dalle tenebre feudali senza traversare un periodo di imprese nazionali e militari. È una constatazione obiettiva, non il nocciolo della politica del nascente proletariato socialista. E ciò vale anche per altri paesi: Italia, Ungheria, nazionalità slave e così via. Nello sfondo del grande quadro sta l'enigma del colosso moscovita, contro cui si infranse senza remissione l'urto di attacco delle armate napoleoniche e borghesi.
 
È sconsolante che dopo anni ed anni, decenni e decenni, di propaganda e di dibattito marxista si debbano dire ancora certe cose basilari: ma questa costruzione dialettica e determinista del rapporto tra le guerre e la rivoluzione, in cui la «sistemazione nazionale» delle grandi unità statali borghesi è mostrata come una condizione, un punto di passaggio, un «mezzo» storico sulla strada della rivoluzione sociale di classe in tutto il mondo, viene appaiata colla esaltazione «per principio» ed «in generale» della libertà nazionale e della indipendenza della patria, che affascia nel seno di ogni nazionalità classe dominante e classe sfruttata, e le raggiunte unità territoriali non vuole spezzate dalla guerra civile, ma sistemate in un piano mondiale astratto e pacifista di «rispetto» reciproco tra i popoli. Bisogna essere piatto come un collaboratore intellettuale dell'Unità, di quella schiera di piccoli borghesi venuti allo stalinismo per opportunismo (in quell'ambiente teoreticamente incubato ed allevato) ne scappano fuori, bisogna essere uno di costoro che non hanno ancora finito di essere dei parvenus del movimento operaio per divenirne dei disertori, per accomunare gli scopi della Prima Internazionale di Marx con il Congresso di Ginevra 1867 per la pace, coi Garibaldi, Hugo, Blanc e compagni.
 
Fino da quegli anni la critica marxista si abbatteva spietata sulla visione storica di questi piccoli borghesi patrioti ed umanitari: mentre la prospettiva marxista non esitava ad accettare il passaggio per una serie di guerre tremende verso il finale schieramento dei lavoratori nelle guerre civili, il democratismo pacifistico si poneva sulla via delle menzogne che è stata calcata dai movimenti - maschera del più negriero imperialismo - della Lega wilsoniana e della trumaniana O.N.U. di oggi.
 
Quando Engels commenta nel 1874 la sua «Guerra dei contadini in Germania» scritta nel 1850, dice di averla redatta «sotto l'immediata impressione della controrivoluzione». Questa impressione (e di quanto le impressioni dei rivoluzionari sovrastano i calcoli sporchi del carrierista politico che cerca il vincitore per virare di bordo verso di lui!) era nettamente quella che difettava in Germania la tradizione di un grande movimento nazionale e popolare di lotta contro i principati feudali, e soprattutto di un movimento unitario che seppellisse la fogna del federalismo e delle cento corti di principotti. Engels vuole mostrare che anche i tedeschi, nel 1525, avevano avuta una guerra civile rivoluzionaria, ma non vittoriosa come quelle che tagliarono le teste dei re, e ne mostrò i legami col movimento della Riforma religiosa, copertura della vera sostanza sociale.
 
Da allora, per Engels, la storia del popolo tedesco è una storia di vergogna per non aver saputo fornire quello sforzo nazionale che, borghesia alla testa, le masse inglesi e francesi avevano saputo fornire. La vittoria di Waterloo sulle armate del primo Napoleone non vale a colmare questo grave vuoto storico, sebbene la Germania ufficiale la vanti come coronamento di una guerra gloriosa di difesa e di indipendenza: in questa vittoria non una moderna borghesia venne sulla scena, ma l'alleanza dei poteri feudali, che lasciò tracce indelebili di asservimento allo Zar nei governi di Berlino e Vienna. Vittorioso o vinto, era stato Napoleone che si batteva per la avanzata, irrevocabile, del modo sociale moderno e capitalista in tutta Europa, lui, il signore dell'offensiva!
 
Engels quindi antepone alla tradizione di Blucher quella dei primi rivoluzionari, estrema ala sinistra della guerra contadina, e paragona Tommaso Münzer ai Livellatori della rivoluzione di Cromwell ed agli Eguali di Babeuf, precursori in embrione della guerra dei lavoratori. Rivedendo nel 1874, dopo la Comune, il parallelo tracciato tra le rivoluzioni sconfitte del 1525 e del 1848, Engels riporta la sua stessa scultorea frase. Nel 1525 vinsero contro i contadini i piccoli principi germanici, e dietro essi stavano i piccoli borghesi - nel 1848 vinsero i grandi principi, ossia l'Austria e la Prussia. Ma dietro di questi stanno i grandi borghesi. E dietro i grandi borghesi stanno i proletari.
 
La sporca truffa dell'opportunismo è tutta qui: per esso stare dietro è la cosa medesima che stare a braccetto, con i borghesi. Venticinque anni dopo aggiunge Engels fieramente: Mi duole di avere con questa frase reso troppo onore alla borghesia tedesca! Questa, terrorizzata da quel compagno di lotta che alle reni la incalza, il proletariato, rallenta la marcia della storia, e si prostra ai poteri dinastici burocratici e militareschi di Austria e di Prussia, si adatta tra avanzi feudali. Noi, conclude Engels, se il mondo rimarrà ben quieto (ossia se una insurrezione operaia non salterà, e non saltò purtroppo per le orge parlamentaristiche e riformistiche, le tappe della storia) «potremo forse nel 1900 vedere una Prussia libera da ogni costituzione feudale, una Prussia giunta finalmente al punto in cui stava la Francia nel 1792!».
 
Il regime di Berlino è reazionario... i grandi borghesi sono troppo vili per togliergli il potere; malgrado questo esso è la sola forza unitaria, e solo sulla via dell’unità e del centralismo può compiersi la sistemazione storica che dà per noi l'optimum delle condizioni alla rivoluzione di classe. La regola marxista è che tra gli Stati, come tra le classi, regola risolvente è la forza, non il diritto o il rispetto di comuni principii ed ideali. Se quindi seguiamo l’applicazione di tale regola alle guerre, possiamo con un certo grado di proprietà di linguaggio parlare di guerre «giustificate», ma in nessun caso troveremo applicata la regola scema: giusta è ogni guerra di difesa, chiunque sia l'aggressore.
 
Questa è la regola che, a dispregio di ogni riga scritta da Marx e da Engels e da Lenin, insegnano le scuole di partito staliniste. Se la insegnano senza crederci, e pensano di fare con questo buona manovra, ciò non rende che più risibile la situazione delle gerarchie del movimento, quando si arrabbiano perché i «marxisti fantocci» così fabbricati la vanno a ripetere crassamente fuori dell'aula, e si impegnano per il suolo patrio, chiunque ne sia l'aggressore. Il partigiano della patria vale il partigiano della pace.
 
Distinguiamo pure marxisticamente tra guerra e guerra, ossia tra periodi e periodi di guerre; seguiamo in questo Engels e Lenin: nella maggior parte dei casi ci troveremo dalla parte dell'aggressore, e contro il patrio suolo. E molte volte dalla parte del guerrafondaio e non del pacifista. Ma il partito operaio nella sua manovra sarà egualmente contro, ossia non a fianco, bensì dietro, alle forze di guerra e di invasione che svolgono loro malgrado i nodi inesorabili della storia.
 
1848. Il Piemonte attacca il grande impero austriaco per conquistare la Lombardia. Guerra di liberazione, nel senso borghese, ma appunto innegabilmente di attacco, di offesa e di invasione. Non si libera nessuno senza andare all'assalto del suo carceriere. Per i marxisti è un grande aspetto della grande ondata rivoluzionaria che è la stessa a Vienna e a Milano. Engels deplora che per l'inganno patriottico gli stessi ribelli di Vienne si arruolino per combattere in Lombardia. Questo intervento contro la rivoluzione italiana da parte tedesca è definito «una guerra fratricida» da Engels. La sistemazione dello Stato moderno nazionale preme ai marxisti in Germania quanto in Italia. Lo ripete Engels nel 1893 nella prefazione all'edizione italiana del Manifesto: «In Italia, in Germania, in Austria gli operai non fecero da principio che portare al potere la borghesia. Ma in qualsiasi paese il regno della borghesia non è possibile senza l'indipendenza nazionale. La rivoluzione del 1848 doveva dunque trarsi dietro l'unità e l'autonomia delle nazioni che fino allora ne mancavano: l'Italia, la Germania, l'Ungheria. La Polonia seguirà alla sua volta».
 
1849. Guerra della Prussia contro la Danimarca per la conquista delle Schleswig-Holstein. Squisita guerra di aggressione e di invasione contro un ben debole nemico. Eppure l'Austria, condannata per la guerra di difesa contro il Piemonte, è lodata per quella di offesa contro i danesi. Gli abitanti di quella provincia sono tedeschi, da tempo lottano contro l'oppressore danese. A differenza delle campagne in Polonia, Italia, Boemia, Ungheria, reazionarie, «questa è la sola guerra popolare, la sola parzialmente rivoluzionaria». Ecco servito un esempio di guerra rivoluzionaria accettata dal marxismo. La conduce uno stato feudale, e costituisce una classica aggressione militare. Tuttavia Engels, che scrive nel 1852, non fa certo le lodi dello Stato Maggiore; l'esercito regolare tedesco fece di tutto per fregare e disperdere sia le formazioni rivoluzionarie popolari locali che quelle volontarie tedesche. È un secolo che valorosi partigiani fanno la parte del fesso.
 
1859. Guerra di Napoleone Terzo, alleato al Piemonte, contro l'Austria. Altro caso di guerra di offesa e insieme di liberazione nazionale per gli italiani. L'analisi di Engels, che era oltre tutto versatissimo nella storia e nell'arte militare, è veramente profonda. Essa tende a mostrare che i tedeschi non hanno interesse, nemmeno i borghesi e i liberali, a soffocare l'unificazione italiana e ad intervenire sul Mincio e sul Po, pure considerando inevitabile che essi tendano a battere il Bonaparte sul Reno. Sono derise le vittorie stentate del piccolo Napoleone a Magenta e a Solferino, derisa la sua presentazione come liberatore di oppressi e ben messa in evidenza la politica francese contraria alla formazione di un'Italia unita, compresa Napoli e Roma. Ma viene dimostrata vuota la tesi che la Prussia e la Germania debbano, per ragioni della lor difesa militare sul Reno, tenere in proprio potere la Lombardia, fieramente stigmatizzando militari e sciovinisti tedeschi. In un primo scritto Engels sostiene questa tesi prima che la guerra scoppi; in un secondo dopo la pace di Villafranca imposta dalla Prussia neutrale alla Francia ed Austria, condanna l'annessione francese di Nizza e Savoia a sua volta giustificata dai militaristi francesi con ragioni di «sicurezza» e di confini naturali, ossia strategico-militari. Lo stesso ragionamento per cui oggi gli Stati Uniti hanno i confini sull'Elba e sul Mar Giallo...
 
Il primo studio, quando passa dalle considerazioni militari a quelle politiche, contiene una decisissima difesa della tesi nazionale italiana, a confutazione della vecchia opinione che l'Italia debba dipendere da tedeschi o da francesi. Condannando recisamente ogni dominio tedesco sul Lombardo-Veneto, Engels oppone ai patrioti tedeschi che anche per la Germania fino allora era stato difficile sfuggire «alla missione di stare sotto il dominio francese o sotto quello russo». Tanto difficile, che ancora oggi, 1950, siamo lì!
 
Il secondo studio di Engels direttamente calcola, nel 1860 e prima della spedizione di Garibaldi, le cifre di popolazione del nuovo Stato italiano, per allora di soli 11 milioni di abitanti, e fa aperta apologia di questo risultato storico, di cui contesta il merito al bonapartismo, con evidente ragione, come gli rampogna, oltre alla estorsione di Savoia e Nizza, il possesso della Corsica. A questo primo punto ne aggiunge, a conclusione, altri due che interessano i tedeschi: la pretesa della Francia Bonapartista di spingere al Reno il suo confine militare «naturale», e la minaccia russa, storicamente convergente con quella francese, contro l’unità tedesca. Incitamenti ad un nazionalismo tedesco? Solo per gli sciocchi. Sono le prospettive necessarie della unificazione in Germania, sola base di un grande movimento proletario inquadrato nella internazionale rivoluzionaria.
 
Le conclusioni sono però tremendamente radicali, e ci valgono ora a dare sepoltura alla formuletta scioccona della difesa. Come studioso della scienza militare Engels è a ragione un «offensista» e non un «difesista», come sociologo è per la teoria della forza e non per quella dei pannicelli umanitari. Le frasi sono né più né meno che queste, e seguono al richiamo di tutte le minacce e sopraffazioni zariste: «Dobbiamo noi tollerare ancora a lungo che si faccia un tale gioco con noi? La terra renana non ha altra sorte che quella di essere dominata dalla guerra, onde la Russia abbia mano libera sul Danubio e sulla Vistola? Questa è la quistione! Noi speriamo che la Germania risponda subito colla spada in mano». Dopo aver ricordato che brontola in Russia la rivoluzione contadina così Engels conchiude: «A quanto sembra la Germania è chiamata a spiegare questo fatto ai russi non solo con la penna ma anche colla spada. E se questo accade, è una riabilitazione della Germania che controbilancia i secoli di onta politica». All'anima del partigiano della pace!
 
1866. Guerra tra Austria e Prussia: questa ha compreso la lezione dell'alleanza e non inimicizia colla nuova Italia. Anche questa guerra fu di aggressione da parte italo-prussiana: l'Italia si pappò la Venezia malgrado le fesserie militari di Lissa e Custoza, e quanto alla Prussia Engels deride la vittoria di Sadowa, gara di corbellerie tecniche dei generali delle due parti, ma ne incasella il bilancio all'attivo. Il vile borghese tedesco che «ha il 1848 nelle ossa» ha perfino paura di aver vinto a Sadowa. Comunque l'attivo dell'aggressione di tedeschi contro tedeschi è notevole: la Prussia ha dato un buon esempio centralista e rivoluzionario inghiottendo, essa legittimista, tre corone «per grazia di Dio», e assicurandosi il controllo di tutta la Germania del Nord. Ciò è risultato gradevole per questo motivo, che non si potrebbe più chiaramente e dialetticamente enunciare: «In Germania non c'è più che un nemico serio della rivoluzione, il governo prussiano».
 
1870. Guerra franco prussiana. Napoleone attacca e finisce nel disastro. «Ciò che era giusto dopo Sadowa e la divisione della Germania, si conferma giusto dopo Sedan e la fondazione del sacro impero tedesco di nazione prussiana». E qui alcune parole veramente grandi: «Così poco possono sulla direttiva dei movimenti storici questi spettacolosi movimenti della cosiddetta grande politica». Voi politici borghesi, guardate attoniti la débâcle militare, l'assedio di Parigi, il giuramento di Versailles e l'Impero; noi, marxisti, vediamo continuare incessante la trasformazione capitalista dell'Europa, vediamo le forze antagoniste rivoluzionarie misurarsi e soccombere nella Comune parigina, vediamo fino da allora la Comune Europea e mondiale di domani uscire non da belati di pace ma da una guerra sociale fatta di una secolare catena di urti, senza remissione e senza quartiere.
 
Che cosa, dunque, si confermava giusto? La stessa vastità territoriale dell'Impero rispetto al regno di Prussia e la centralizzazione statale sono risultati positivi, e sostituiscono ad una monarchia feudale una monarchia «bonapartista», sul tipo di quella che in Francia, grazie alla sconfitta, ha ceduto il posto alla repubblica borghese, massacratrice ancora una volta degli operai insorti. «Il bonapartismo è in ogni caso una forma moderna di Stato che ha per presupposto l'abolizione del feudalismo». Questo passo, altra volta rilevato ai fini della teoria dello Stato e della «reazione» statale e poliziesca, mostra la spinta innanzi alla neghittosa rivoluzione borghese tedesca, data dalla guerra.
 
Se essa sembrò avere spezzata la prima internazionale proletaria, in effetti ha create le premesse per la grande lotta di classe proletaria in Germania, impedita socialmente dalla frammentazione economica sociale e amministrativa. Gli operai tedeschi hanno dovuta sormontare la «commozione sciovinistica» poiché dinastia ed esercito sfruttarono nel popolo il carattere provocatorio ed aggressivo dei gesti di Bonaparte: in effetti la vera aggressione l'avevano non meno decisamente preparata Bismarck e Moltke: ciò Engels non sembrava ignorare né rimpiangere. Poi Max e l'Internazionale lanciarono lo storico indirizzo ai comunardi e fecero propria la lotta di Parigi contro versagliesi e prussiani. Se in Francia il bilancio registra una grande sconfitta, in Germania esso chiude con una situazione più avanzata. Engels la definisce con le parole finali della prefazione del 1874.
 
«Se i lavoratori tedeschi procederanno così, essi marceranno, non alla testa del movimento - non è affatto nell'interesse di questo movimento che gli operai di qualsivoglia nazione marcino alla sua testa - (e vada questo ai berciatori che hanno trovata una patria al socialismo!) ma prenderanno un onorevole posto nella linea di battaglia; e vi rimarranno armati e pronti, se gravi prove inattese o incalzanti avvenimenti richiederanno da essi maggior coraggio, maggior decisione ed energia».
 
Ancora una volta, il traguardo nella nostra lotta storica, se pure, da noi come esseri fisici, lontano, non è la pace, non è la difesa, non è la resistenza a provocazioni, ma è la dichiarata, generale, internazionale aggressione rivoluzionaria ad un mondo di oppressori, che essi sì, essi soli, avranno qualcosa da difendere: la proprietà, il privilegio, il potere.
  
 
OGGI
 
 
Ciò che a questa diffusa analisi della visione marxista delle guerre «determinate» del periodo 1848-1871 deve seguire, è l'esame del successivo storico tipo di guerre: le guerre imperialistiche. Qui deve sovvenire Lenin: anzitutto per mostrare che egli assimilò e ribadì tutti i ricordati concetti di Marx e di Engels sulla valutazione delle guerre, e spiegò con Karl Liebknecht, che cosa si volle dire quando alcune furono «giustificate»; indi per dimostrare che non si può nulla contro le guerre imperialiste se non si abbatte la menzogna della «difesa nazionale» come tutte le menzogne del pacifismo.
 
Lenin stabilì che alcune guerre del passato furono, ed alcune del futuro potrebbero essere, rivoluzionarie. Dalle sue parole emerge che si tratterà di guerre non difensive. Egli smantellò la tesi empirica: siamo contro la guerra, facciamo eccezione per quella di difesa; egli teorizzò ed attuò il disfattismo della difesa della patria.
 
Le stesse tesi e gli stessi fatti storici demolirono l'altro cardine della posizione opportunista: che per evitare il ripetersi delle guerre, e di sempre più feroci guerre, esista altra via, oltre quella dell'abbattimento di tutte le potenze capitalistiche.
 
Non diversamente falsificano Marx e Lenin quelli che si arruolano per la difesa del suolo nazionale da qualunque aggressore, da quelli che lottano per i due postulati della uguaglianza ed amicizia delle nazioni, e della pace tra esse, nel periodo storico capitalistico.

 

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