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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 25 Agosto 2019

I socialisti e il mezzogiorno (Battaglia Comunista, n°48, 1949)

 

I E R I
 
Nella vita del partito socialista italiano ha dato molto fastidio - ai fessi - che nel Sud d'Italia, a Napoli a Palermo, poniamo a Cosenza o Isola Capo Rizzuto, ci fossero tesserati che pretendevano tenere sulle questioni di indirizzo del partito posizioni di marxismo rivoluzionario integrale radicale o di sinistra che dir si voglia, contrastando ad esempio aspramente la tattica di far blocchi con partiti e movimenti derivanti da strati sociali medi e non proletari in elezioni locali e nazionali.
 
La questione è semplice. Il localismo, buon compagno nel calderone del tradimento opportunista al tempismo, è insito in tutte le posizioni antimarxiste di tipo federalistico proudhoniano operaistico e sindacalista, non meno che in quelle che esaltano l'elezionismo parlamentare a funzione suprema. Le due vane prospettive: di attuare concretamente caso per caso, luogo per luogo e volta per volta un vantaggio economico relativo per quelli che stanno male, che hanno poco, per i miseri e i poverelli generici - di riuscire in tutti i comuni o in tutti i collegi ad avere un buon richiamo nelle conte schedaiole secondo la democrazia borghese - conducono a fare tutto il contrario di quello che è il compito, nell'ambito nazionale prima, in quello internazionale dopo, del partito proletario di classe.
 
Era pacifico che il numero degli operai sindacati come degli iscritti al partito socialista fosse minore nelle regioni meridionali, ove meno sviluppata era l'industria capitalistica, e maggiore statisticamente il peso delle classi medie, come bisognava capire che assai minore poteva essere il numero di voti nelle elezioni. Ma si pretendeva di trasformare la diversa situazione quantitativa e il diverso rapporto di forze in un diverso metodo politico, e di imporre che a nome dello stesso partito si potesse fare propaganda a Milano di lotta di classe e di programma rivoluzionario, mentre a Napoli si doveva occuparsi a spada tratta dei famigerati "problemi locali" e delle ancora più graveolenti "questioni morali".
 
Ciò equivaleva a far passare per buona la tesi che nella unita Italia e nel parlamentare Stato della sabauda monarchia, la applicazione degli immortali principii liberali avesse già condotto alla perfetta problemistica amministrativa, al lucido tecnicismo e alla specchiata onestà nella pubblica cosa per le civili province del Nord, mentre sola dalla parte sudica e sudicia restavano da mandar via amministratori asini e ladri della ricchezza sociale, bastando al riguardo alzar la bandiera, non del rovesciamento del sistema capitalistico e del potere borghese, ma della applicazione del sifone idraulico al vaso di latrina.
 
Dette molto fastidio dunque che facendo una conferenzina di propaganda a Sud del parallelo di Roma si pretendesse dire le corna al perfetto capitalismo evoluto e enunciare le posizioni marxiste sulla condanna della democrazia parlamentare e la menzogna della civiltà liberale borghese, o che arrivando ad un congresso socialista da una sezione che non stava a una latitudine maggiore di Firenze si contribuisse a strigliare il socialismo accomodante riformista e blocchista; o l'anticlericalismo massonico e buffone.
 
Laggiù vi era sempre da pensare "prima di ogni altra cosa", secondo i barbassori della gradualità, a completare la evoluzione borghese e il costume democratico. In Italia andavano male le cose poiché fin da allora portava il costume a due pezzi. Restava da fare una massa di cose, oltre al regime storico dei W. C., per essere al corrente coi severi giudizi del civile liberalismo anglo-europeo, dalla affermazione di Dio alla diffusione delle Logge alla Rivoluzione meridionale o liberale. Quale scompiglio poi quando le bufere della storia obbligano quei medesimi sballanzoni a chiedere per l'Italia tutta la stessa rivoluzione democratica, il secondo risorgimento, e la ribenedizione di tutto il pateracchio dall'alto del Vaticano...
 
Inutile dire come, anche analizzando alla luce del serio metodo marxista storia e situazione sociale del Mezzogiorno, si vedesse chiaro che la lotta antifeudale vi aveva preceduto quella fatta nelle terre del re di Sardegna, e che i liberali fin dal 1821 vi lottavano non tanto contro un feudalesimo ormai spennato ma contro la monarchia borbonica, vaga di avvenire borghese, con lo schioppo allora e non con la scheda, vedevano già impostata la questione sociale e Carlo Pisacane parlava di lotta di classe operaia prima di aver letto Marx. Come si vedesse chiaro che l'arresto dello sviluppo industriale oltre agli altri motivi di ordine tecnico e produttivo fu poi dovuto proprio all'unità nazionale e alla storica alleanza tra borghesi del Nord e del Sud in una simbiosi adatta a sfruttare e tenere soggetta la classe operaia in Italia, che solo con una politica unitaria poteva tener testa a questo regime e minacciarlo.
 
I marxisti, così, hanno preteso di allignare dovunque e non soltanto all'ombra degli altiforni. Sanno bene che non in tutte le zone hanno la stessa probabilità di divenire segretari di sindacato o deputati. Anzi se sono marxisti sul serio si compiacciono di non avere tale prospettiva, per lo più terminante a "schifio".
 
Se l'economia borghese è per eccellenza nutrita di libertà di autonomia e di concorrenza, come i borghesi puri reclamano, e come la teoria socialista descrive nei suoi primi elementi, se lo sviluppo del capitalismo si fa in una continua gara di distruzioni dei centri produttivi più modesti e meno attrezzati per far luogo a sempre nuovi concentrati bestioni, la disparità di distribuzione dei "benefici del progresso" nelle diverse aree mondiali e nel seno di una stessa nazione è una delle dirette conseguenze del borghese disordine dell'economia. Le famose "zone neglette" non sono dunque un retaggio di tempi preborghesi ma uno dei tanti regali del capitalismo, della sua originaria "assenza di piano". Quando comincia a fare piani ai fini della mondiale difesa di classe, mette nel piano anche lui un poco di lagrime ipocrite e demagogiche sulla sorte delle disgraziate aree arretrate al solo fine di far considerare fortunate quelle dove, giunto alle ultime espressioni, fonda campi di concentramento o scarica bombe atomiche.
 
 
O G G I
 
 
Tra le grandi forze e le grandi ditte della scena politica nazionale nessuna ne vediamo diretta a battere contro il bersaglio centrale della classe dominante e dello Stato di Roma, contro lo sfruttamento complementare degli avvoltoi dell'affarismo industriale e commerciale e dei capponi della proprietà immobiliare.
 
Al proscenio è portata con massima mobilitazione propagandistica la questione di liberare una parte della nazione da una forma sociale di sfruttamento economico, che sarebbe quella della grande proprietà agraria meridionale, ritenuta tanto ingente e pesante che lo sfruttamento da parte di padroni d'industria, di banca e di esercizi commerciali diviene problema di poco rilievo.
 
Il ministro Pella, dopo aver enunciato il nuovo canone che il governo, quale degno comitato d'affari, ogni anno pubblicherà non solo i bilanci dello Stato ma anche un quadro di tutta la economia nazionale (veramente emozionanti questi successi socialisti!) ha dato un primo specchio della situazione fino al 1948. Si hanno le cifre del reddito nazionale. Nella economia borghese e in quella marxista si parlano lingue diverse. Cosa è dunque il reddito nazionale? La somma di quanto viene fregato ai lavoratori italiani dai padroni di aziende di ogni natura, ovvero la cifra che cumula le "entrate" di tutti, operai per salari, impiegati per stipendi, imprenditori per profitti, proprietari per rendite? Nella seconda interpretazione le conclusioni sono ancora più espressive. Tra tutti in Italia guadagnamo 63.304 miliardi di lire. Siamo in 45 milioni. La divisione dà questo risultato: per ogni italiano vi sono a disposizione queste cifre: all'anno 140.000 lire, al mese 11.660, al giorno 380. Ma un momento. Tutto questo grasso reddito individuale medio non viene consumato, siamo gente troppo saggia per farlo, che diamine! Viene risparmiato, accantonato, e poi - qui andiamo nelle classi superiori della scienza capitalistica - investito in nuovi impieghi produttivi il 12 per cento. E allora quel che ad ogni italiano resta per consumi si riduce ancora: all'anno 123.000 lire, al mese 10.250, al giorno 330. Stavamo per dire, se ognuno fuma un pacchetto di sigarette. Ma corriamo il rischio di andare al banco degli asini: volete che fumino anche i lattanti? Giusto: va fatto il conto per famiglie e se volete per unità di individui produttivi. Produttivi in senso molto largo, dovendosi includere i funzionari di Pella e i milioni di lavoratori che saprebbero produrre ma non trovano lavoro. E allora mettiamo uno su tre, poiché nelle famiglie numerose non sarà uno solo a "produrre". Il bilancio medio italiano sale alle seguenti cifre: annue 370.000, mensili 31.000, diurne mille. Quali saranno mai i minimi? Lasciamo andare, ma evidentemente se il sistema è questo non fa meraviglia la "rivelazione" che la guardia municipale di Melissa ha tredicimila lire al mese. Sono sempre di più che per un meccanico messo fuori dalla Isotta Fraschini. Per fortuna abbiamo una camera elettiva densa di potenti economici ingegni; unanime poi quando le fortune della patria sono in gioco.
 
Ora quanto è il reddito di tutta la proprietà fondiaria sui seimila miliardi? Quanto quello della proprietà agraria latifondista? Inutile dare ad effetto due o tre nominativi che hanno cento e duecento milioni di rendita. Le ditte sono poche, i redditi unitari bassi. Almeno questi ciarlatani proponessero di sopprimere il reddito privato delle terre di alta resa...! Ma certo nei quadri Pella avremmo la risposta, leggendo quanto dei mille miliardi di tasse che il fisco incassa vengono dalla grande proprietà terriera.
 
Facciamo il conto così. Supponiamo che vi siano davvero un milione di ettari di terre spregevoli in grandi tenute. L'imponibile non può valutarsi più di 250 lire per ettaro per buoni pascoli e scarsi seminativi. Sono lire del 1939, portiamole a diecimila di oggi. Sono dieci miliardi: tutta la pressione dei baronali ceti retrivi sulla nazione vale un seicentesimo del reddito totale, ossia 0,16 per cento. Ecco tutto lo scandalo sociale intorno a cui si arrabattano con spregevole consenso, democristiani da un lato, socialcomunisti dall'altro.
 
Quanto alla storia che le liberate terre saranno poste a maggiore resa, ne sappiamo abbastanza: comunque è pacifico che occorre investire; siccome dicevamo (di accordo con Sturzo) che occorrono mille miliardi, e Pella non vuole, con Keynes, che si investa oltre il risparmio, mentre preferisce investimenti "produttivi" ossia commerciali industriali affaristici; se gli si strappa il dieci per cento del risparmio ci vorrà, per la bonifica agraria, una quindicina d'anni. È ben chiaro che in regime borghese questo nemmeno sarà.
 
Ma tutto ciò non basta. Le cifre del reddito nazionale tratte dalle statistiche ufficiali sono distorte. Tutto quello che prendono in salari gli operai si sa con certezza. La stessa certezza riguarda i redditi di aziende fondiarie, terre e case, e in grado massimo i piccoli esercizi industriali e commerciali che l'agente delle tasse scarnifica con buon giuoco. Dubbio gigantesco riguarda invece la grande industria, le società anonime e il grande mondo degli affari. Anche qui qualche altarino lo ha scoperto don Sturzo. Specie nella zona di contatto con le spese dello Stato e con i ricavi dei piani internazionali, la mangiatoia di miliardi è fantastica. Non solo quindi la considerazione che il consumo medio è evidentemente più alto di quanto dalle cifre di Pella si è dedotto, ma le dette ovvie osservazioni e particolarmente i noti trucchi sui bilanci gli utili e i dividendi delle grandi anonime, permettono di supporre che il "reddito" sia molto più alto.
 
Ora su tale reddito i profitti di capitale rappresentano una parte imponente, che non si legge nelle statistiche della ricchezza mobile nemmeno da lontano. Quanto potrà essere? Almeno il dieci per cento, ad essere prudenti. Almeno 600 miliardi. 60 volte di più delle favolose rendite baronali. E in gran parte la prima, non la seconda cifra, è già netta di tasse.
 
Il socialismo, l'economia socialista, è un'altra cosa, si disse cento volte. Ma se volete dare a quelli di Cosenza lo spettacolo di un barone sulla forca occorre che offriate qui a Milano quello di sessanta capitalisti. Chiarito bene che potranno anche essere di "brillanti precedenti antifascisti", investiamo i nostri magri risparmi pellistici nell'ampliamento di piazzale Loreto.
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