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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 16 Gennaio 2019

La daga e Venerdì, l'atomica e Mao (Battaglia Comunista, n°24, 1950)

 

 

Le onde di notizie si accavallano sugli uomini attoniti, in tutti gli idiomi parlati e scritti. Radio e giornali si palleggiano la tachicardia di due miliardi di soggetti, con arte che sempre più attinge i vertici della raffinatezza, le cuspidi dell'arruffianamento. Ad onda e contronda, la emissione delle otto e quella delle dodici, l'edizione del pomeriggio e quella della sera, alternano - sapienti - ottimismo e pessimismo, sconfitta e vittoria, guerra e pace, fino ai massimi di attrazione sulla smarrita clientela.

 

 

Soprattutto un'altalena dà le vertigini all'intera e multicolore umanità: decisione militare o decisione diplomatica? Verdetto supremo sul tappeto verde o sui campi di battaglia rossi di sangue? E due miliardi di torcicolli, la massima epidemia di tutti i tempi, ci fanno volgere sedici volte al giorno verso Lake Success o verso Seul. È la spada o la toga a fare la storia? 

IERI

 

Forse la valanga della mobilitazione e della guerra generale ci lascia tanto tempo da tornarci sopra con una certa calma, rivedendo la nostra esperienza di specie plurimillenaria, e rifacendoci un poco indietro, fino al padre Adamo. La colpa di andare e pigliare piede tanto lontano non è nostra, e neppure del solito e perspicuo dottore Engels, ma dell'abusatissimo sig. Dühring, e permetteremo ai giovanissimi di credere che tale personaggio lo abbia inventato proprio don Federico, tanto è di comodo.

 

 

La balorda e professorale costruzione dühringhiana dell'economia politica dette occasione ad Engels di scrivere tre capitoli sulla teoria della forza, di cui noi, rimasti seppelliti in una biblioteca di tre quarti di secolo addietro, non conosciamo di meglio. Superpronti a fare, una volta di più, umile confessione di asinità.

 

 

Adamo appunto era stato sufficiente a Dühring per costruire il suo edificio di dottrina economica. La causa dello sfruttamento, della appropriazione di prodotti dell'altrui lavoro, sta nel primo sventurato atto di forza e di sopraffazione consumato in lesione dell'altrui sacro e naturale diritto. Da quando Adamo incontrò (non miss Eva, col regista Lucifero, come ricorda Engels scherzando) ma un suo simile, e lo forzò a lavorare per lui, da allora, «le jeu est fait».

 

 

Per passatisti che siamo, prenderemo dal testo l'esempio più fresco, che fece comodo di prendere ad Engels: Robinson e Venerdì. Tutti ricordiamo che, nel romanzo di De Foe, il naufrago Robinson Crusoe, solo nella deserta isola, vi organizza la sua vita, e finalmente si associa un servo indigeno cui dà, per il giorno in cui lo incontrò, il nome di Venerdì.

 

 

Al complicato Marx occorreva tutta la storia della società umana, a Dühring basta questa coppia. Egli sogghigna se, con Engels, gli si legge un passo del Capitale : «Il capitale non ha inventato il plusvalore. Dappertutto dove una parte della società possiede il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o non libero (leggi: forzato o non forzato) deve aggiungere al tempo di lavoro necessario per il suo mantenimento, un ulteriore tempo di lavoro per produrre i mezzi di sussistenza necessari al possessore dei mezzi di produzione, sia questo possessore un kalòskagatòs ateniese, o un teocrate etrusco, o un civis romanus, o un barone normanno, o uno schiavista americano, o un boiaro valacco, o un latifondista o capitalista moderno». Di passaggio, o faccestorte, incassate la limpida disposizione del latifondista in parallelo storico e sociale al borghese, non al «barone».

 

 

Va invece molto più per le spicce la «teoria della daga». Secondo questa, è balla che i rapporti economici siano fondamento di quelli politici: la forza politica invece è l'elemento primario dell'assoggettamento umano, i fatti economici non sono che un derivato e secondario effetto.

 

 

La daga era quella che Robinson, procuratasela affilando un pezzo di ferro salvato dal naufragio, adoperò per intimidire il malcapitato ed inerme Venerdì, cui solo in seguito ebbe tempo di apprendere il Vangelo e i principi dell'eterna morale, e diritto.

 

 

La causa prima è ravvisata nella «daga», ossia nella forza, nella violenza politica, non in un bisogno economico, in uno «scopo di nutrimento». Solo come effetto del lampeggiare della daga, vediamo Venerdì sottomettersi a lavorare per il padrone, e trarre dalla terra patate per entrambi. È qui che abbiamo del più limpido e chiaro Engels, e purtroppo dobbiamo andare per brani.

 

 

«L'idea che le principali azioni politiche di Stato siano qualcosa di decisivo nella storia, è vecchia come la storiografia stessa, ed è la ragione principale per cui tanto poco ci è stato conservato sul reale sviluppo dei popoli, che si compie silenziosamente e che realmente progredisce nel sottostrato di quella marcia tumultuosa...». «Ammettiamo per un momento che tutta la storia fino ad oggi possa riportarsi all'assoggettamento dell'uomo per opera dell'uomo. Si domanda: Come va che Robinson fece schiavo Venerdì? Per semplice piacere? Niente affatto! Robinson ha fatto schiavo Venerdì perché egli lavori a pro di Robinson. E come mai Robinson può trarre vantaggio per sé dal lavoro di Venerdì? Solo a patto che Venerdì produca col suo lavoro una quantità di mezzi di sussistenza maggiore di quella che Robinson debba dargli, e tuttavia rimanga abile al lavoro». Quindi ciò che la teoria della daga chiama «associazione politica stabilita mediante l'assoggettamento di Venerdì» sorge proprio «per scopo di nutrimento»; cosa dai «daghisti» negata.

 

 

«Quando lo scopo è più fondamentale rispetto al mezzo, tanto lo sono nella storia i rapporti economici rispetto a quelli politici. «Ma torniamo alla nostra coppia di uomini. Robinson colla daga in mano, fa schiavo Venerdì. Ma per effettuare ciò, Robinson ha bisogno di qualche altra cosa oltre la daga. Non a tutti è dato servirsi di uno schiavo. Per poter usare di esso bisogna disporre di due cose: in primo luogo dei mezzi per il suo necessario mantenimento. Prima dunque che la schiavitù sia possibile, deve già essersi raggiunto un certo grado nella produzione e deve essersi manifestato un grado anche più considerevole di ineguaglianza nella ripartizione». Qui Engels spiega come la produzione associata volontaria ha, come fatto economico-sociale, preceduto il lavoro coatto. Questo sorge quando il dominatore può già disporre di una massa apprezzabile di mezzi di lavoro, procurati talvolta sì colla violenza, ma anche per altra via: lavoro personale, commercio, raggiro, ecc. Robinson aveva la tecnica appresa nel paese di origine, e da solo, prima di trovar Venerdì, non si fece soltanto la daga, ma anche una zappa, una capanna dove poi ricoverò anche lo schiavo, che morto di freddo non rende più, una palizzata che recingeva l'orticello, e così via.

 

 

La violenza non sta dunque al punto di partenza, e Marx ha dimostrato come lo sfruttamento capitalistico nasce per necessità di cose appena su larga scala i prodotti del lavoro non servono più al diretto consumo del produttore, ma vengono scambiati con altri, assumendo la forma di merci. Ed Engels ritraccia con mano felice la storia del sorgere della borghesia, mostrando come sia erroneo vederla in una generale «appropriazione violenta» ammessa come causa prima. Anche ammessa la pacifica disposizione iniziale di ogni lavoratore sul suo prodotto, e l'iniziale scambio di valori eguali contro valori eguali, «veniamo necessariamente all'odierno sistema capitalistico, al monopolio dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani di una classe poco numerosa, all'oppressione dell'altra, al periodico avvicendarsi di una produzione vertiginosa e di crisi, a tutta la odierna anarchia della produzione».

 

 

Vi fu impiego di violenza in questo processo? Indubbiamente! Nel senso di Marx per cui la violenza è la levatrice di ogni società nuova! Non furono puntate le armi su ogni operaio che entrava salariato nella fabbrica: questi vi andò coi suoi piedi, al canto degli inni della libertà. La violenza borghese andò - e di questo non è bestemmiata ma lodata - contro il vecchio stato feudale, ed essa «gittò da banda il vecchio putrido ingranaggio politico e creò condizioni politiche in cui la nuova condizione economica poté sussistere e svolgersi».

 

 

Dobbiamo andare alla conclusione del secondo dei capitoli sulla forza. «E quando oggi i borghesi alla forza fanno appello per salvare dalla rovina la crollante “posizione economica” essi con ciò dimostrano soltanto di essere avvinti dalla stessa illusione che “le condizioni politiche sono la causa determinante dello stato economico”, si immaginano di poter ricreare col “fattore primordiale” della “immediata forza politica” quei fatti di ordine secondario che sono i rapporti economici e il loro fatale sviluppo, e bandire dal mondo coi cannoni Krupp e coi fucili Mauser gli effetti sociali del macchinario moderno, del commercio mondiale e dell'odierno sviluppo finanziario».

 

 

Viene qui in pieno il problema degli effetti sociali dovuti alla forza militare, all'azione armata; il gioco, nella storia agitata della umanità dei popoli e delle classi, di eserciti, armi, guerre. L'arma è a sua volta uno strumento. «Anche nelle isole della fantasia le daghe non crescono sugli alberi... allo stesso modo possiamo ammettere che un giorno Venerdì si presenti con in mano un revolver, e il rapporto della violenza è capovolto». Engels ne chiede scusa, e noi con lui abbandoniamo Venerdì. Siamo a ben altro che al revolver.

 

 

«Il potere non è un semplice atto di volontà, ma richiede per la sua attuazione molte circostanze preliminari reali, particolarmente strumenti, il più perfetto dei quali vince il meno perfetto; inoltre questi strumenti devono essere fabbricati, prodotti, con che è detto pure che il possessore di strumenti più perfetti, vulgo armi, vince il possessore di strumenti meno perfetti; e che, in una parola, la vittoria del potere si fonda sulla produzione in genere, quindi sulla potenza economica, sulla condizione economica, sul potere di disporre dei mezzi materiali esistenti».

 

 

«La forza materiale è al giorno d'oggi l'esercito, e la flotta, e tutti sanno come essi costano spaventosamente, costano molto denaro. Ma la forza armata non può produrre denaro, tutt'al più può servire a portar via quello già prodotto... esso dunque deve essere fornito mediante la produzione economica... non basta; armamento, riunione, organizzazione, tattica e strategia dipendono prima di tutto dal grado di produzione di ciascuna epoca e dalle comunicazioni. Non le “libere creazioni dell'intelletto” di geniali condottieri, hanno qui avuto effetti rivoluzionari, ma la invenzione di armi migliori e il cambiamento del materiale militare».

 

 

Segue qui una rassegna sintetica della tecnica militare che non si può in breve riassumere e tanto meno prolungare fino ad oggi. L'autore prende le mosse dalla invenzione della polvere da sparo nel XV secolo (per l'Europa) e pone in rapporto i progressi delle armi da fuoco con quelli della tattica delle fanterie: dall'archibugio al fucile a retrocarica, dall'azione in massa, in colonne, a quella in ordine sparso. Nello stesso tempo evolve l'artiglieria. I dati di Engels si fermano alla guerra franco-prussiana del 1870 e alla formazione dei grandi eserciti permanenti. Egli nello stesso tempo confronta le navi del tempo della guerra di Crimea, mosse ancora prevalentemente dalla vela, costruite in legno, a due o tre ponti con 60 o 100 cannoni di limitato calibro, pesanti ognuno da 25 a 50 quintali, e giunge alle corazzate del suo tempo, che chiama colossali per la portata di 9 mila tonnellate e la forza motrice di 8 mila cavalli; cita i cannoni da cento tonnellate, e la notizia che l'Italia ha in costruzione una nave (forse la Lepanto), con corazze di tre piedi di spessore.

 

 

Tutto quanto si può ricordare sulla enorme potenza del moderno armamento per calibri, rapidità di tiro e gittata; sulle quadruplicate cifre di stazza, potenza motrice, velocità, delle navi da battaglia; sui sottomarini, che si sono aggiunti alla torpediniera di cui Engels dà un primo cenno; sull'aviazione militare usata su terra e su mare, sulle portaerei, su cento nuovi attrezzi di distruzione, sui gas asfissianti, fino alla bomba atomica, non verrebbe che a dare più solida base alla argomentazione di Engels sul rapporto inscindibile tra sviluppo produttivo in quantità e qualità, e potenziale militare. La citazione può quindi continuare.

 

 

«Qui appare in modo evidente come la “immediata forza politica”, che secondo il signor Dühring è la “causa determinante dello stato economico” al contrario è interamente soggiogata dalla condizione economica... Che cosa si presenta appunto come causa prima della forza politica? La forza economica, il poter disporre dei mezzi potenti della grande industria! Il potere politico sul mare (e oggi diciamo sulla terra e nell'aria) che si fonda sulle moderne navi (e macchine) di guerra, non si presenta affatto come immediato, ma appunto come ottenuto mediante il potere economico, il grande perfezionamento della metallurgia, il poter disporre di abili tecnici e di ricchi giacimenti minerari».

 

 

Il terzo e conclusivo capitolo sulla Teoria della Forza è diretto a smentire la erronea dottrina secondo cui solo attraverso il dominio di un uomo su altri uomini si è realizzato il dominio sulle forze naturali. Al contrario sono i modi di controllo sulle forze della natura che spiegano la dipendenza tra classi dominanti e classi dominate, che spiegano come, in quasi tutti gli esempi storici, gli oppressori sono pochi, gli oppressi molti. Siamo qui passati dal campo della potenza militare degli Stati organizzati a quello della loro potenza interna come organismi di classe. Ogni forma organizzata nasce come una necessità sociale, appunto per l'utile controllo delle risorse di natura, poniamo una coltura più attiva che la raccolta prima di frutto spontaneo. Questa prima forma di Stato diviene, nel corso dello sviluppo, retaggio e monopolio di pochi, si pone fuori contro sopra la società dei conviventi, ed è allora che si regge sulla forza e la sopraffazione, che appunto fonda sul monopolio dell'ingranaggio produttivo. Da questa essenziale profilazione del marxismo Engels, tornando al campo degli urti militari tra i popoli, trae quella constatazione che ci è sempre tanto a cuore, a noi marxisti della Sinistra, nella polemica sulle guerre recenti, e contro il «crociatismo». Eccola: «Nella enorme maggioranza dei casi di conquista duratura, il conquistatore più rozzo deve adattarsi alla superiore “condizione economica” quale la trova nel paese conquistato; egli viene assimilato dai popoli conquistati, deve anzi perfino adottarne la lingua».

 

 

Il potere militare, se in taluni casi ha marciato parallelamente alla evoluzione delle forme economiche, in nessun caso ha potuto violentarne in modo definitivo e generale lo sviluppo, e farle retrocedere in quelle più antiche. A parte poi il caso delle conquiste, invasioni e «aggressioni» nazionali (oggi alla gran moda) quando «il potere politico interno di un paese ha proceduto in senso contrario all'evoluzione economica, la lotta è ogni volta terminata con la caduta di quel potere politico».

 

 

«Senza eccezione, inesorabilmente, lo sviluppo economico si è aperta la via». Duplice dunque la classica conclusione marxista che qui ci interessa. Dice la prima: non deve temersi che la forma più alta di economia socialista abbia a soccombere di fronte a quella più bassa, capitalistica, sol perché poteri organizzati statali-militari capitalisti vincano una grande guerra. E ciò proprio per lo stesso rapporto che impedì alle vittorie militari di eserciti legittimisti di fermare la rivoluzione borghese. Dice la seconda: nell'urto militare tra due potenze moderne quali che siano le sue apparenze di urto tra due popoli, due nazioni, prevale quella che dispone della più potente attrezzatura economica e produttiva, in qualità e in quantità. Oggi ci interessiamo di questo secondo punto. 

OGGI

 

La penisola coreana ha qualche analogia con quella italiana. Il territorio è circa tre quarti del nostro, la popolazione un poco più di metà, la densità dunque inferiore, ma sempre alta: 100 abitanti per chilometro quadro. Corre tra due mari interni, con una dorsale tutta montuosa, sta alla stessa latitudine all'incirca. Storicamente continua l’analogia: campi di scontro di vicine potenze maggiori, invase da terra e da mare, la recente guerra le ha divise in due stati opposti: qui la linea gotica, lì il 38° celeberrimo parallelo. Noi fummo poi riuniti, loro no, ma se filosofassimo bene dovremmo concludere egualmente: colga il canchero ad entrambi i contendenti: altro luogo non avevano per darsi sulle corna? Invece dalle opposte sponde, a noi bianchi e a loro gialli, si è autorevolmente dettato: la vostra è una guerra civile, una guerra ideologica, una guerra santa che deve decidere tra due principii di organizzazione del mondo. Sbalorditi, nei due casi, sudisti e nordisti poco hanno saputo sciogliere del cornutissimo dilemma; nemmeno hanno osato tradurre la loro ignoranza e pochezza nella banalità del detto: un palmo dal suolo mio decida chi vuole.

 

 

La cosa come cominciò? Attaccarono i sudisti o attaccarono i nordisti? O bella, qui in Italia se nessuno attaccava saremmo ancora due monconi, e con quale sdegno dei rossi e dei neri, tutti gonfi di rivendicazioni unitarie e nazionali! Sacro dovere dei sudisti italiani era invadere il Nord, dei nordisti, per i capi ed alleati di allora, invadere il Sud, ed in tal caso era un merito l'iniziativa brillantissima da quando Giulio Cesare passò il Rubicone. Invece i poveri coreani sono dalle due parti stati detti criminali, in quanto accusati di aver voluto passare il parallelo. Non si sa dunque chi abbia gettato il dado, avendo Simanrì e Kimirsèn dimenticato di forgiare frasi storiche.

 

 

Comunque i repubblichini di Salò avevano a tergo i tedeschi, i liberazionisti sudistici gli americani, e il fronte terrestre ed aereo passeggiò egregiamente con gli effetti a noi ben noti, ed oggi non meno noti ai coreani. Noi siamo già in grado di fare un bilancio sui due principii che si sono storicamente incalzati sulla nostra terra gloriosa: affamatore e repugnante il regime sociale antepasseggiata, repugnante ed affamatore quello postpasseggiata. Non siamo noi a dirlo, cocciuti estremisti dottrinali: ce ne rimettiamo al parere dei nordisti militanti: M.S.I. parlate! - e dei sudisti militanti: P.C.I. e P.S.I. parlate!

 

 

In Corea i sudisti hanno avuto il robusto ausilio dell'armata americana e si sono spinti in su a marce forzate. Ma poi i nordisti hanno avuto l'aiuto dell'esercito cinese e sono venuti giù non meno travolgenti. Linea Gustavo? Linea gotica? Dove si fermerà la cosa, non lo si sa. Naturalmente ci siamo espressi da quei fessi che siamo, con le nostre penne non affittate perché troppo spuntate. Dovevamo dire armata delle Libere Nazioni Unite, da una parte, Esercito Partigiano Volontario Popolare dall'altra. Signori di ambo le Onnipotenze, vogliate perdonare, lasciateci balbettare confusi che per tanto uso di maiuscole il redattore vuole stipendio aumentato...

 

 

Insuccesso strategico, insuccesso di propaganda, coda bassa in America, lezione al massimo moderno imperialismo, egemonia mondiale a Mao Tsè con 500 milioni di uomini e ottanta milioni e più di baionette, blocco poderoso cino-russo a cavallo del mondo, sloggio dall'Asia degli occidentali bianchi (beninteso dei bianchi viamare, e dittatura di quelli viaterra). Tutto grandioso, tutto splendido, tutto facile; per il solo fatto che qualche divisione di marines si è mossa tra i monti coreani in modo meno spavaldo che negli italici quartieri «out of bounds».

 

 

Troppo facile! Troppo bello, se volete. La stampa ispirata dalla Russia non canta tale inno nemmeno in sordina, non sfrutta il successo propagandistico sulla sua sinistra, nelle file delle masse proletarie, ancora illuse, che la prospettiva di un colpo nelle parti vitali all'America di Truman dovrebbe a giusta ragione galvanizzare. La propaganda batte sulla destra. Da decenni constatiamo che quando si fa blocco sinistra-destra si batte sul metodo e sull'interesse della destra, dieci volte su nove. Quindi nessun inno alla Cina, che non c'entra, nessuna minaccia di buttare Mac Arthur nel mar del Giappone e poi nel Pacifico, ma continuazione sul motivo, adescatore di piccoli borghesi, della pace, della convivenza, del disarmo europeo e mondiale; faccia tesa a Attlee che, invece di frenare Truman, è andato ad assicurarsi che aumentando lo sforzo in Asia non si dimentichi di aumentarlo ancora di più in Europa, poiché è Mosca e non Pechino che importa fregare.

 

 

Strana sordina, e musica suonata sulle corde, ahi di noi, delle elezioni amministrative, della corte costituzionale e della legge tributaria! Non siamo, per le botteghe oscure, al momento di andare nel ricovero antiaereo, ma a quello di uscire colla serenata al chiaro di luna. Vischinsky se ne viene bel bello: con la autorità inconcussa dell'O.N.U. si imponga a tutte le truppe straniere, comprese le cinesi, di uscire dalla Corea. Sopraffina manovra, o spiegazione molto semplice: che a Viscinsky avrebbe fatto comodo che le truppe regolari cinesi non si muovessero?

 

 

La storia delle due ultime guerre nulla ha dunque insegnato sull'effetto delle grandi clamorose puntate centrifughe, anche se vittoriose? I russi sono quelli che non ne hanno fatta nessuna. Ma non è della strategia da tavolo di caffè che qui vogliamo fare. Per prevedere quale sarà lo sbocco della politica e dell’azione anche militare dell'attuale governo di Pechino, ci danno miglior guida i fattori economici. È da escludere del tutto che si ripeta la fine dell'alleato Ciang-kai-scek, che sfruttò il blocco nazionalpopolare per compiere il massacro dei comunisti rivoluzionari cinesi? È da escludere che funzioni ancora un piccolo tasto nascosto sotto il telaio delle linotypes, delle telescriventi... e del registratore di cassa: tasto che muta l'epiteto di Eroe Popolare Rivoluzionario in quello di Capobanda Monarco-fascista, o simile?

 

 

Questo non si sa, ma quello che si può dire è che la Cina non è elemento decisivo. È immensa, è popolatissima, ma per armarla e farla combattere ci vuole un potenziale economico industriale che forse la sola America possiede, mentre quello russo, per quanto rapidamente aumentato, può al più organizzare la massa russa, e non lungi dal centro russo. La Cina è quaranta volte più grande della Corea; il suo popolo venti volte maggiore; ebbene, la Cina non ha tanta industria quanto la Corea, tenuta mezzo secolo dai giapponesi e accessibile dal mare per la sua configurazione. La Cina non ha praticamente siderurgia, non ha la minima industria meccanica. Prendiamo un indice, richiamatoci dal testo di Engels, sul fattore «comunicazioni», di primo peso militare. Le ferrovie cinesi sono appena il doppio di quelle coreane! Prendiamo uno scacco di dieci chilometri per dieci, ossia cento chilometri quadri. In Corea esso è percorso in media da tre chilometri di linee ferroviarie, in Cina da centocinquanta metri!

 

 

In Europa questo stesso indice è di quattro chilometri. In Russia europea è di uno e un terzo, nell'Europa meno la Russia di quasi otto. Negli Stati Uniti si hanno in media cinque chilometri di ferrovia per cento chilometri quadri, ma, essendo bassa la densità rispetto all'Europa e alla Cina, si ha il suggestivo massimo di 27 chilometri di ferrovia ogni diecimila abitanti; indice che in Europa è soltanto otto, in Cina 0.3...

 

 

La Germania, che, sola, ha due volte militarmente fronteggiato tutti, aveva ogni cento chilometri quadri di territorio ben 15 chilometri di strada ferrata, indice superiore anche a quello inglese, il solo nel mondo che, sia concessa l'immagine, permette di traversare il quadratino da parte a parte senza fare a piedi... i nove chilometri e 850 metri che occorre fare in Cina. La Cina, con la sua immensa massa umana, è più passiva che attiva nel militarismo odierno e nel possibile conflitto dei continenti e degli oceani. Che Ciang-kai-scek vi abbia ancora armate partigiane non si beve, ma che la guerra tra lui e Mao Tsè fosse una faccenda diversa da quella che oggi si profilerebbe, è cosa sicura.

 

 

Per l'alto capitalismo americano non solo non è una noia ma una magnifica speculazione dislocare alcune divisioni oltremare, di ventimila chilometri; magnifico sarà quando troverà da reclutare dei fessi a milioni nelle formazioni dell'ONU in tutti i continenti. Vischinsky - che fesso non è - si preoccupa se si brucia una armata cinese, col suo armamento più americano che russo, in ambo i casi non rinnovabile, alla punta dei seimila chilometri della transiberiana, unico pratico collegamento.

 

 

Il potere sull'uomo è meno decisivo del potere sulla materia, ed il capitalismo tiene questo stretto in mano per i quattro quinti direttamente, nella sostanza per il totale. Bisogna colpirlo nella lotta sociale, che modifica i rapporti del dominio umano sulle cose. Non serve comandare 474 milioni di uomini, che non hanno che i propri piedi, quando in 150 milioni hanno cinquanta milioni di mezzi meccanici.

 

 

Maresciallo Stalin: con quelli che vanno a piedi, per quanto saldamente dominati siano, la partita è perduta. Voi non vorrete schierarvi per la dottrina di Dühring contro quella di Engels, voi non ci costringerete a dare ragione ad un simile presuntuoso ciarlatano, e voi non contate certo di risolvere la lotta con la teoria della daga. Se così fosse, se davvero dovessimo riconoscere che tutto il nostro bagaglio di cento anni di marxismo va buttato via, se tanta dovesse essere la mortificazione di noi che siamo, e di quelli che furono sia pure per poco, marxisti, concedeteci almeno, maresciallo Stalin, di non slittare tutti ad una teoria più idiota di quella di Robinson, alla teoria della daga afferrata per la punta. Mao, come Venerdì, volgerà le terga.

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