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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 25 Agosto 2019

Profeti dell'economia demente ( Battaglia Comunista, n°21, 1950)

 

 

In Stato e Rivoluzione, al quarto paragrafo del quarto capitolo, Lenin, citando, ai fini della teoria dello Stato, la lettera di Engels a Kautsky del 29 giugno 1891, di critica al progetto di programma di Erfurt, nota «di sfuggita» un rilievo in materia economica, per dedurne che Engels seppe fino da allora «presentire i problemi della nostra epoca imperialista». Dalla lettera all'opera di Lenin passarono 26 anni, dopo ne sono passati altri 33.

 

 

Il programma aveva data come una delle caratteristiche del sistema borghese la «assenza di piano economico». Engels rileva che questa definizione è del tutto insufficiente: «Se poi dalle società per azioni passiamo ai trusts, che dominano e monopolizzano intere branche dell'industria, non soltanto non esiste più produzione privata, ma non possiamo parlare più neppure di assenza di un piano».

 

 

Lenin accenna al concetto che questo ricorso dei capitalisti a metodi di controllo preventivo dei fatti economici nulla ha a che fare con un preteso «socialismo di stato», e che, se può servire come mezzo critico e polemico per la prova della insostenibilità del capitalismo e della sua caduta, «Non già un argomento per mostrarsi tolleranti verso la negazione di questa rivoluzione e verso l'abbellimento del capitalismo, nella qual cosa sono impegnati tutti i riformisti».

 

 

«Di sfuggita» conviene notare che si ha il diritto di non riconoscere l'uscita dall’economia socialista per il solo fatto che, come nella Russia di oggi, vi siano settori anche vasti sottratti alla «produzione privata» ed alla «assenza di piano». Ma vogliamo qui riferirci al «mondo occidentale» per mostrare che, a gara con quello orientale, fa passi sempre più importanti sulla via della millanteria pianificatrice, dètta a milioni e milioni di uomini stanchi ed attoniti i suoi programmi e i suoi allineamenti in cifre di produzione, di consumo, di stanziamenti, di investimenti, di remunerazioni del lavoro, di interessi finanziari e margini di profitto sui costi. Sono i Marshall, gli Hoffman, i Zellerbach, i Dayton, che alla scala europea o nazionale passano ai pazienti le ricette presuntuose della loro farmacopea economica, prescrivono cifre di resa allo sforzo di lavoro e al gioco dei capitali, con sorrisi di disprezzo per quanto resti al di sotto della loro attesa; né mancano di porre in rilievo che ogni loro richiesta, sia per il burro che per i cannoni, è fatta per la salvezza della Libertà e della Civiltà minacciate.

 

 

Si tratta della civiltà moderna, nata sulle rovine della economia «naturale» ed agraria del medioevo, della civiltà industriale fondata da circa due secoli sui due lati dell'Atlantico, le cui gesta nel campo dei conflitti armati e di quelli economici riescono più esose, in ragione della loro ipocrisia umanitaria, di quelle dei Brenno che gettavano la spada nel piatto della bilancia dalla parte opposta all'oro: pesate anche questa! Si tratta della civiltà borghese, che bene andrebbe chiamata civiltà contro natura, civiltà dell'economia folle. 

IERI

 

 

Lunghi sforzi sono stati dedicati dai fondatori e dai seguaci del socialismo moderno a dimostrare, contro la tesi che l'ordinamento capitalistico sorgesse dalle leggi naturali dell'economia e del diritto, come l'attuale forma di produzione non solo si basa quanto quelle precedenti sullo sfruttamento del lavoro, ma soprattutto le supera di gran lunga nello sperpero delle forze produttive, la cui massa, centuplicata, non toglie il persistere e il crescere della sofferenza della miseria e della strage degli uomini.

 

 

La critica economica marxista consta di due parti essenziali: una, di pura analisi economica del processo capitalistico, sbugiarda la equivalenza tra lavoro fornito dall'operaio in fabbrica e salario ricevuto, e mostra nel plusvalore la parte del primo che viene defraudata: tale dottrina si svolge usando i simboli e le categorie proprie del sistema capitalistico. La seconda parte, alla scala sociale e storica, imputa alla classe capitalistica in tutto il suo corso l'enorme annientamento di sforzi di lavoro umani dovuto al suo sistema economico, annientamento che per volume supera di assai l'insieme di quanto consumano i lavoratori in magra, i capitalisti in grassa, e di quanto viene accantonato in riserva per accumulare nuovi mezzi produttivi.

 

 

Più volte con citazioni di Marx, molto note quanto poco digerite, abbiamo mostrato come la rivendicazione che verte solo sull'adeguamento, raggiunto con gli indici della calcolazione economica capitalistica, tra lavoro fornito e lavoro pagato, è parte insufficiente del socialismo, e riesce sterile per la rivoluzione, vuota di senso agli stessi fini di una riforma del capitalismo. Tutti quelli che non videro la seconda parte, sociale storica e politica, che ha al centro la quistione dello Stato, e fonda ben altre radicali opposizioni tra economia comunista ed economia attuale, sono socialisti di conio falso, la loro critica e condanna per noi è classica, applicata a tanti e tanti, da Proudhon a Sorel, da Bernstein agli attuali stalinisti.

 

 

Con questa salda impostazione della portata del socialismo non occorrono armi nuove a smascherare e a battere in breccia le gesta ultimissime dell'epoca capitalistica; il controllo, il dirigismo, il totalitarismo dei grandi centri imperiali del mondo, il loro ostentato pilotaggio dei processi economici, che è soltanto un folle «driving» verso l'abisso e la rovina.

 

 

Tutto quello che va detto contro questi nuovissimi aspetti della demenza capitalistica ha già la sua spina dorsale in altro dei nostri classici testi, la critica che Engels rivolse a Dühring; piccola cosa, piccolo uomo il signor Dühring invero, ma espressione in quel momento di un fatto storico generale il cui peso non sfuggì al grande marxista: la convergenza del «socialismo» di falso conio con la controrivoluzione.

 

 

Il saldo del vecchio conto truffaldino sul plusvalore potrebbe, a prima vista, svolgersi nell'interno della fabbrica, col controllo operaio, colla lotta per la gestione operaia. Di qui gli errori dell'aziendismo, applicazione sociale del liberalismo borghese e dell'idealismo filosofico: questi vogliono risolvere il problema della società e dell'universo entro la cerchia del cittadino e dell'individuo, quello vuole sciogliere tra le mura dell'officina tutti i problemi del cosmo economico e sociale.

 

 

La fabbrica, la moderna azienda, significano l'impiego, ordinato ad uno stesso processo di produzione di una merce data, della attività di un grande numero di lavoratori. In questo un risultato acquisito e definitivo del capitalismo. Ma della fabbrica e delle sue macchine, come dei suoi prodotti in massa, si appropria la classe borghese, e per salvare questo principio e privilegio instaura un ingranaggio di forme di produzione che paralizza tutti i benefici effetti del lavoro in grande, in massa, della produzione sociale.

 

 

La misura di questo intralcio non si limita, e i Dühring non lo capiscono mai, al profitto che il padrone dell'azienda estorce ed intasca. Essa raggiunge il livello, immensamente più alto, del rendimento sociale del lavoro che si avrebbe se non si sovrapponesse alla collaborazione produttiva l'istituto di classe del padronato e del salariato.

 

 

Liberiamoci da due cose: l'accusa di dire una fesseria e il merito di avere fatta una scoperta; copiando da Engels. «La contraddizione fra produzione sociale e appropriazione capitalistica si riproduce come antagonismo tra l'organizzazione della produzione nella singola fabbrica e l'anarchia della produzione nel complesso della società». (Corsivo del testo).

 

 

Noi ci mettiamo a citare l'Engels del 1878, lui a questo punto cruciale si mette a citare Marx del '67, laddove questi citava Engels del '45 (Le condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra). «Ma perfezionare le macchine significa render superfluo del lavoro umano..... la macchina diventa il più potente mezzo di guerra del capitale contro la classe operaia; che lo strumento di lavoro strappa giornalmente dalle mani dell'operaio i mezzi di sussistenza; che il prodotto stesso dell'operaio si trasforma in uno strumento per l'asservimento dell'operaio».

 

 

Qui viene, e viene citato, il passo famoso che la legge da noi altra volta ricordata sull'eccedenza di popolazione e sull'esercito industriale di riserva «inchioda l'operaio al Capitale più saldamente di quanto i cunei di Vulcano inchiodassero Prometeo alla sua roccia».

 

 

Tutta questa possente visione rivoluzionaria si riduce oggi ad una «agitazione» in cui i Vulcani, per una lira di più di paga, promettono a Giove, padrone della fabbrica, che forgeranno tutti i chiodi necessari per incatenare i rapitori del sacro fuoco delle istituzioni capitalistiche. Il marxismo è prostituito nella apologia del «macchinario». Dayton rinfaccia a Costa di averli dati i dollari per rinnovarlo, Costa servilmente dice che sono pochi, Di Vittorio gli tiene con ogni sua forza bordone. Truculenta sarebbe l'immagine di una forca una e trina, basti quella di un unico barile di sterco.

 

 

Col giganteggiare della produzione industriale moderna «Il modo della produzione si ribella contro il modo dello scambio, le forze produttive si ribellano contro il modo di produzione che esse hanno già superato. Il fatto che l'organizzazione sociale della produzione nell'interno della fabbrica ha raggiunto il punto in cui diventa incompatibile con l'anarchia della produzione esistente nella società accanto ad essa e al di sopra di essa, questo fatto viene reso tangibile agli stessi capitalisti»... «È questa reazione al proprio carattere di capitale delle forze produttive... che obbliga la stessa classe capitalistica a trattare sempre più come sociali queste forze produttive... [che] ...spingono a quella forma di socializzazione di masse considerevolmente grandi di mezzi di produzione, che incontriamo nelle diverse specie delle società anonime... Ad un certo grado dello sviluppo, neanche questa forma è più sufficiente... In un modo o nell'altro, con trusts o senza trusts, una cosa è certa: che il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve alla fine assumerne la direzione».

 

 

È qui che Engels ironizza le nazionalizzazioni delle ferrovie fatte da Bismarck, e che entusiasmavano Lassalle, pur rilevando l’importanza del fatto che le grandi organizzazioni trascendano le possibilità della pura «produzione privata», e in nota ricorda che: «se la statizzazione del tabacco fosse socialista, potremmo annoverare tra i fondatori del socialismo Napoleone e Metternich». Siamo partiti dalla analisi economica, ma l'argomento conduce al problema politico e alle fondamentali enunciazioni di cui Lenin fece tesoro. Ci basti questa conclusione che non potrebbe essere più recisa: «Ma né la trasformazione in società anonime, né la trasformazione in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forze produttive. Nelle società anonime questo carattere è evidente. E a sua volta lo Stato moderno è l'organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti».

 

 

Altro non occorre per darci assoluto diritto di affermare: lo schema classico del marxismo contiene la previsione del tentativo di direzione dell'economia da parte dello Stato borghese e della classe borghese secondo «piani», e contiene la previsione del «totalitarismo fascista», che è appunto il metodo di stretta organizzazione di classe della borghesia, che al tempo stesso dirompe il movimento operaio ed impone date autolimitazioni, con cui, a fini appunto di classe, tenta frenare entro dati limiti l'impulso di ogni singolo capitalista e di ogni singola azienda verso il suo isolato vantaggio.

 

 

Engels stritola in Dühring, qui, la falsificazione che fa consistere il socialismo nel dare al lavoro umano il «vero valore». Se volessimo occuparci dei pianificatori di là della cortina e indicare che cosa «vogliamo vedere» per dire: qui è socialismo; utilizzeremmo a fondo questa parte, che dimostra come il solo parlare di valore, di equivalenti, di moneta, e perfino di buoni-tempo degli utopisti, riduce il lavoro a merce, il lavoratore a salariato. Chiudiamo così: «Voler sopprimere la forma di produzione capitalistica mediante la creazione del «vero valore» [del lavoro prestato] significa perciò voler sopprimere il cattolicesimo mediante la creazione del «vero» papa, o voler creare una società in cui i produttori finalmente dominano il loro prodotto, dando vita, con ciò stesso, a una categoria economica [il valore] che è l'espressione più piena dell'asservimento dei produttori mediante il proprio prodotto». 

OGGI

 

 

Ieri era il sig. Marshall che, parlando a Washington ai ministri della difesa di dodici paesi europei atlantici, brutalmente poneva un aut-aut: se volete che votiamo i nostri aiuti in dollari li dovete destinare a tenore dei nostri piani alla preparazione militare, e nella misura che ancora ammettiamo ad altri investimenti. L'altro ieri Dayton redarguiva governanti ed industriali italiani in discorsi a Genova, Milano e Torino per la scarsa produzione, gli alti costi, e gli ancora più alti prezzi della distribuzione, e per i bassi salari reali, che fan sì da decuplicare rispetto al mercato americano il costo in ore di lavoro, poniamo, di un vestito. Qualche giorno prima aveva parlato Hoffman nel castello della Muette a Parigi, dettando ai capi economici europei un compito preciso, e spiegando che tutto andrà benissimo, dedicando i massimi sforzi a produrre armi.

 

 

Sono entrati in ballo quei tali amici, i miliardi di dollari. Con preghiera al proto di avere misericordia colle terziglie di zeri e le desinenze ioni e iardi, cose che producono un poco di ipertensione arteriosa a starci attenti, useremo per il neologismo miliardollaro, il simbolo MD. Ogni MD sono già settecentomila milioni di lirette italiche; tra poco saremo al trilione, che si scrive uno e dodici zeri.

 

 

Subito dopo la guerra si parlava di ricostruzione, detta negli ambienti mondiali della classe imprenditrice «il più grande affare del secolo». Oggi si delinea un altro affare, più grande ancora: la preparazione della terza guerra. Se non ci credete chiedete parere a qualche «studio di tecnica di affari» come quello aperto da Charles Poletti (che l'arguzia del popolino di Napoli battezzò subito come 'u federale americano) in quel di Lugano. Unire un assegno di un cent di MD: prezzi onesti.

 

 

Ai piani della ricostruzione lavorava, prima ancora di Marshall, Wallace, allora graditissimo al Kremlino, oggi passato ai reprobi. La guerra era costata all'America 350 MD; i danni di guerra in Europa Wallace li stimava 150 MD; di questi in un anno l'America ne avrebbe anticipati 50, un terzo dei quali erano offerti alla Russia. Non sono passati che tre anni... Cademartori l'avrebbe chiamata pianificazione «tuttoburro».

 

 

Dopo i primi esercizi di Piano ERP eccoci ai programmi di guerra. Sono già stanziati in America 40 MD, ma sta per venire ben altro, coi voti che daranno deputati ed elettori statunitensi, dopo avere avute le informazioni «cui hanno diritto» sulla decisione degli europei di farsi ammazzare. Dai piani di benessere di Truman (che prevedeva di triplicare ancora il reddito individuale medio in America, e tuttavia spiegava ai suoi concittadini che economizzando su quello presente alcune radio e alcune automobili per famiglia, di quelle di Dayton, restano sempre una cinquantina appunto di MD da piazzare fuori casa) siamo ad un nuovo piano del sig. Hoffman, di cui le cifre sono molto semplici e chiare.

 

 

Signori dell'Europa di occidente! Ho l'onore di dirvi che siete una massa di pelandroni, e che se non vi ha finora stakhanovizzati (è vero che è in disgrazia anche Stakhanov?) Stalin, vi provvederò io. Siete ben 270 milioni, e in tutto il 1949 il prodotto lordo del vostro lavoro non ha raggiunto che 160 MD, centosessanta miliardi di dollari. Vedete noi in America, che sgobboni? Siamo solo 150 milioni di uomini e il nostro prodotto è stato di 260 MD. Ognuno di voi produce 590 dollari all'anno (420 mila itallire), ognuno di noi 1735 dollari, ossia il triplo. Vergognatevi dunque.

 

 

Facciamo uno sforzo ipertensivo per orizzontarci un poco in questa aristocrazia di cifre dai tanti zeri. Prodotto lordo vorrebbe dire tutto il valore delle merci prodotte, pensiamo, dalla industria e dall'agricoltura. Esso dovrebbe pagare col suo valore non solo tutti i salari e tutti i guadagni padronali, ma anche tutte le materie prime e il consumo di strumenti. Come mai gli americani (notammo altra volta che si parla sempre di medie nazionali, ma che gli estremi sono lontanissimi, non solo tra classe e classe sociale, ma perfino tra stato e stato dell'Unione, alcuni dei quali stanno sotto l'Italia) come mai producono solo per 260 MD, e si dividono un reddito annuo attivo di altrettanto, se non di più, dato che il reddito del 1948, che Truman vuol triplicare, era di 250 MD, ossia 1675 dollari pro capite?? Con duecento di questi MD mangiano padroni e lavoratori (in macchina, e colla radio accesa, alla Dayton) e ne restano 50 da investire in Europa e altrove. E come diavolo ricomprano le materie prime per l'anno nuovo, e «aggiornano» i macchinari consumati, loro che trovano tanto da ridire su quelli del dott. Costa?

 

 

In Europa ancora ancora il conto tornerebbe. Prodotto lordo soli 160 MD. Reddito totale? In Italia come sapevamo circa 150 mila lire ossia 220 dollari per abitante, in Europa forse di media 300, dato che il piano marshall-burro lo voleva elevare a 350. E allora, in Europa si produce per 160 lordi, si consuma o destina a nuovi investimenti per 78, resta margine per la parte passiva; almeno la metà.

 

 

Viene un piccolo sospetto: signori di America: state aiutando o fregando? Facciamo - avrebbe detto il sig. Dühring, per questo supersfruculiato da Federicone nostro - una sola comunità economica. Di uomini siamo 420 milioni. Il prodotto attuale è, vedi caso, 420 MD: mille dollari a fesso. Reddito? Il vostro 250 MD, il nostro, a rata di un terzo circa 78: totale 328. Il conto comincia a tornare, poiché restano un centinaio di MD per coprire le spese di produzione. Gli affari di questa comunità vanno a gonfie vele: vende prodotti per 420 MD all'anno, impiega solo una cinquantina di MD nel vecchio investimento e i noti 50 nei nuovi. Ammesso che i salari siano a occhio e croce metà del reddito totale ossia 160 MD, la classe capitalistica anticipa 210 e incassa 420; affare al cento per cento. La tangente ai Poletti ci viene fuori.

 

 

Viene l'altro vago sospetto che tutto questo attivo sorga da una fregagione ai popoli extra atlantici, e per essi alle loro classi laboriose: Rosa diceva qualcosa di simile. Tuttavia nella comunità atlantica le parti non sono fatte uguali. Per spiegare come mai negli «Stati» il netto supera il lordo, non si può ricorrere ad altro che ad una sottrazione dal margine europeo. Qui il lordo è basso, il 38% appena del totale. Ed è deplorevole che sia così, a detta del sig. Hoffman, dato che gli uomini sono il 64%. Ma questi due terzi di uomini che producono il terzo del tutto, ne consumano solo un quarto, il 24%. Ci pare che il bandolo della matassa sia solo questo: in America producono di più (non per nulla hanno l'attrezzaggio non scassato) ma consumano tutto quello che producono; di più si pappano una parte di quanto hanno messo su quegli scansafatiche di europei. Se le proporzioni fossero uguali, nella comunità atlantica, i 150 milioni di yankee a mille dollari deglutirebbero solo 150 MD: se ne pappano 100 di più, ecco tutto. Questo il piano della economia-burro: non solo il sig. Dayton non deve stupire che colà si vada in macchina e qui senza scarpe, ma deve capire che il primo fatto è condizionato dal secondo.

 

 

Qui viene il progetto Hoffman, per passare dal regime burro a quello burro-acciaio. Dato che voi europei siete tanto numerosi e avete la forza produttiva N. 2, ossia la manodopera, dato che la N. 1, materie prime, e la N. 3, macchinario, ve la forniamo noi investendo quanto abbiamo guadagnato aiutandovi a ricostruire, sarà una bazzecola crescere il prodotto annuo di cento MD; tutto il resto rimanendo come prima. Ci farete 50 MD di cannoni; per il resto farete altri 50 MD di burro, modo spiritoso di indicare scarpe vestiti radiette macchinette utilitarie film con dive di Hollywood e altra merce, resa a buon mercato dalla «liberalizzazione degli scambi» (altro rompicapo ... ).

 

 

Il bilancio della cooperativa prende un altro aspetto. I 420 milioni di soci (compresi quelli che consumano solo latte di mamma, o national milk alla Cripps) noti producono 520 MD di prodotti lordi: esattamente metà in Europa e metà in America. Dato il leale impegno a fare cannoni e fornire soldati, si seguita ad applicare in Europa il piano Marshall, il reddito di ogni europeo sale ai 350 dollari promessi, ossia 90 MD tra tutti. Nel complesso, se 420 MD di lordo davano 328 di netto, i 520 ne daranno, alla stessa rata, circa 410, e per gli americani ve ne saranno 320 invece di 250, ossia dollari 2150 per abitante; sei volte più che in Europa.

 

 

Gli europei avranno imparato a produrre la metà del tutto, e a consumarne non più un quarto, ma poco più di un quinto. Il discorso, come tutti quelli in materia economica, pare un poco arduo. Che si consumi il burro, lo si intende di leggeri, e anche le scarpe, e perfino i giornali con i resoconti dei discorsi degli americani. Ma i cannoni come consumarli? La scienza borghese spiega che vi sono tre maniere di consumare il cannone. La prima: ammazzare uomini. La seconda: esserne ammazzati. La terza. Il cannone è un prodotto lordo, e sia del valore di cento milioni di lire. Abbiamo visto che ci sono dentro profitti per cinquanta milioni, e, per gli altri cinquanta, materie prime per quindici e salari di lavoratori per trentacinque. Io, investitore yankee, consumo, se credo, o reinvesto, i miei cinquanta milioni, voi operai europei occidentali consumate i vostri trentacinque milioni di più. Nella sala del congresso della confederazione del lavoro, la maggioranza cominformista scoppia in applausi fragorosi. Il testone di Stalin sorride dalla parete.

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