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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 25 Agosto 2019

L'imperatrice delle acque purgative (Battaglia Comunista, n°7, 1952)

L'imperatore delle acque purgative era Francesco Giuseppe d'Austria, re d'Ungheria: allora si faceva un gran parlare dell'acqua Hunyadi Janos che si esportava in tutto il mondo e anche in Italia, e aveva potenti virtù di stimolazione ai torpidi intestini: non sapendo quale altra mala parola indirizzare a Cecco Beppe, all'angelicato impiccatore, i fervidi irredentisti italiani trovarono quell'epiteto.

 

 

Non è il nostro tema di questa volta il vecchio sire di Schönbrun: egli è morto; e gli abbiamo non solo dopo di allora strappata Trieste ma anche, come vedremo, il primato delle acque purgative. Sarebbe veramente di viva attualità, visto che la novità del giorno è la stessa di quella quando era a balia... nostro babbo: dimostrazioni studentesche per Trieste. Il mondo sarebbe dunque fermo? Vi è di più; da quando i partiti e la classe rivoluzionaria sono, come oggi si dice, nell'atmosfera «progressista», si va a ritroso.

 

 

Perché non abbiamo solo fra i piedi e per le vie a gridare per Trieste gli universitari e i licealisti a spasso e pieni di puberi velleità, bensì gli attivisti del movimento, che ha per ufficiali definizioni quelle di operaio, comunista, rivoluzionario. A tutto serve ormai il «partito della classe lavoratrice». La stampa borghese si arrabbia a cogliere gli stalinisti locali in contraddizione e ad accusare la gente di corta memoria, in quanto quattro anni fa erano ancora dediti ad urlare perché Trieste si desse alla Jugoslavia. Sì inquieta quindi che oggi Unità ed Avanti si danno a scrivere articoli riboccanti di romanticismo triestino da far impallidire Felice Cavallotti e Girolamo Rovetta. Ma è di corta memoria anche il giornalista che si spinge al tempo del «compagno Tito» liberatore ufficiale di Belgrado, Fiume e Trieste. Tali scrittori avrebbero ben altro da rinfacciare alla stampa (già) proletaria in tema di contraddizione, risalendo alle zuffe del 1914, in cui cazzotti, legnate e revolverate si scambiavano fra i dimostranti irredentisti e noi avversari della guerra.

 

 

Il filo e la linea sono cose che fanno sorridere di compassione i manovratori di oggi dell'azione proletaria. Ma se contano qualcosa, è la linea contro l'intervento del 1914, contro Trieste, contro i partiti e la borghesia della guerra democratica e irredentista, e redentrice dei giuliani, che si continuò nella potente ripresa classista e rivoluzionaria del 1918-1921, nella unione con Mosca della rossa avanguardia operaia italiana, nella fondazione con il congresso di Livorno del Partito Comunista. Il contrattacco borghese e fascista sorse contro noi al grido che avevamo offesi gli eroi e i reduci della guerra «triestina» e della vittoria tricolore. Quanto ai proletari e ai rivoluzionari delle terre passate dall'Austria all'Italia, essi erano saldamente nelle nostre rosse file e ne costituirono magnifica schiera, fratelli fra loro, non importa se parlavano ladino, sloveno o tedesco.

 

 

Ma è venuta poi, al posto del lavoro per la rivoluzione internazionale la sudiciata del progressismo, e si cammina all'indietro. L'azione di classe è stata barattata nella scoperta che urgeva ancora rifare il risorgimento liberale e le guerre di indipendenza nazionale, scambiare il 1948 col 1848; e oggi i socialcomunisti andranno alle elezioni col grido di «Trieste all'Italia», scendendo al di sotto dei destrissimi del vecchio partito socialista che nel 1919 si beccavano 150 cadreghini di Montecitorio pure osando fare la campagna sull'antitrieste, ossia sulla negativa liquidazione della guerra borghese, pur vittoriosa.

 

 

«Trieste a Tito» era ancora un grido logico fino a che si poteva avere il toupet di sostenere che Tiro significava Stalin, ed entrambi comunismo internazionale, il che allora e oggi era tanto vero per l'uno che per l'altro. «Trieste italiana» come slogan elettorale è tanto più ignobile in quanto è chiaro che significa Trieste all'America e all'imperialismo atlantico, padrone a Napoli e Livorno. Ma può spostare voti: ecco il tutto dei tutti. E andiamo pure sulla via del regressismo, andiamo ai comitati meridionali a impronta regionalista, coll'appello a tutti gli onesti, con la parola della sana amministrazione, lanciata a bottegai, commercianti, industriali, per acchiappar comuni - ove poi amministrare da fessi e ladri più dei predecessori, come è avvenuto pei democristiani rispetto ai fascisti, nei blocchi massonici 1914.

 

 

La dottrina dello stalinismo è questa: il proletariato è il taxi della storia. Lo si affitta per qualunque scopo transitorio, come serbatoio di ingenui atleti della discesa in piazza e dell'incasso di manganellate e anni di galera. O, se preferite, la classe lavoratrice è l'acqua purgativa della storia. Come a chi non riusciva ad andare di corpo si prescriveva la bottiglia di acqua di Janos, il partito che inquadra gli operai italiani li offre per tutti i casi di stitichezza ostinata del divenire storico: alla lotta per l'indipendenza, la democrazia, l'irredentismo nazionale, la moralità amministrativa, e l'ordine costituzionale. Lavoratori, alle urne! Lavoratori, sotto gli idranti, i candelotti lacrimogeni e i mitra della Celere! La Patria vi chiama! 

IERI

 

 

La stampa ha pubblicato la relazione all'assemblea degli azionisti della Società Generale per l'Industria Mineraria e Chimica Montecatini. La relazione stessa vuole provare che il dirigismo statale è una offesa alla libertà ed allo sviluppo della produzione e della ricchezza, e afferma che la Montecatini non è un monopolio. Ma andiamo per ordine. Abbiamo dati interessanti per dimostrare come in Italia siamo andati borghesemente avanti, e come sia imbecille per il partito operaio fare una politica «1848» pronta come sarebbe la situazione per una politica «2048». Una vera epopea, che si potrebbe intitolare: «da un camerino da cesso al più grande complesso capitalistico d'Europa».

 

 

Dal 1888 lanciammo lo squillo per battere l'aquila bicipite nel campo delle acque minerali, e costituimmo la società Montecatini. I suoi Grandi impianti di oggi, di cui vedremo i dati impressionanti, partirono da quel piccolo gruppo di casottini, e dalla tanto vantata efficienza salina delle acque bevute dai clienti, che alle porte si formava una coda convulsa di aspiranti, mossi da residui freudiani e da angosce esistenziali avanti lettera.

 

 

Capitale interamente versato: ventimila azioni di lire cinquanta: due milioni di lire. Lire oro; siamo d'accordo. Per portarle a lire di oggi moltiplichiamole pure per duecentocinquanta: cinquecento milioni, mezzo miliardo. Vedremo ora i miracoli della libertà e del suo clima, e se è l'ubbia marxista sulla concentrazione dei capitali, che ci conduce a sostituire alla frase: libertà dell'industria, l'altra nostra: monopolio di classe sul mezzi di produzione.

 

 

Sarebbe troppo lunga la storia degli aumenti di capitale della Montecatini, la cui attività, partita da un centro turistico-sanitario e da un gruppo di terme e di alberghi costruiti perché la gioventù borghese danzasse e la maturità borghese sedesse su quella cattedra, di cui è ben degna, si dilata all'industria chimica mineraria e farmaceutica in tutto il paese. Nel 1937 il capitale azionario è già arrivato ad un miliardo, e se riportiamo la lira fascista alla lira liberazione di oggi, possiamo calcolare cinquanta miliardi: la concentrazione dal 1888 al 1937 è dunque di cento volte in valore reale. Siccome la svalutazione nominale era avvenuta nel 1918, sarebbe da pensare che in venti anni l'adeguazione fosse stata totale, ossia le società anonime finissero per denunziare il loro capitale azionario in una cifra veramente rappresentativa del valore del loro impianto, della cifra a cui, poniamo, avrebbe stimata tutta l'azienda, corpo e beni, attivo e passivo, un nababbo che la volesse comprare.

 

 

Ma era avvenuto nel frattempo un fenomeno importante della modernissima economia: noi per esempio la Montecatini, nel 1937, l'avremmo pagata non un miliardo, in valuta di allora, ma molti e molti miliardi, sicuri di investire benissimo, alla sola condizione che avessimo avuti miliardi da impiegare o almeno avessimo avuto «alle spalle» come si dice in gergo affaristico, un Giuseppe Di Vittorio.

 

 

Cominciamo col dire che se leggiamo il bilancio 1938 della Montecatini già vediamo portati all'attivo per miliardi 2,6 gli «immobili, impianti e mobili» ossia fabbricati, stabilimenti, macchine, uffici, arredamento, ecc. E non occorre essere addentro a queste cose per sapere che queste stime si fanno con criteri strettissimi; la grandiosità del ragionatt borghese lo porta talvolta ad enunciare: arredamento di uffici, mobili, ecc., lire una.

 

 

Il fatto economico di importanza primaria - tra molti altri analoghi - cui vogliamo riferirci è la veramente progressista (altro che Gullo, Segni o Fanfani) legge dei fascisti sulla demanializzazione del sottosuolo, delineata dal 1924. Tutto quanto di sfruttabile dal punto di vista estrattivo sta al di sotto della superficie del suolo, non è più attribuito al proprietario del fondo, come nel diritto civile classico, ma praticamente allo Stato, che solo ha facoltà di dare in concessione la miniera, cava, acqua termale, gas sotterraneo naturale, giacimento di ogni natura, soffione, e se vi piace cratere del Mongibello in eruzione.

 

 

Ed allora le società minerarie, e tra esse la Montecatini primissima, non sono, ohibò, proprietarie di miniere, ma solo concessionarie, pagano all'erario pubblico un certo canone, e sfruttano tutto quello che tirano fuori. Ne segue che nel loro attivo patrimoniale figura: miniere, sia pure di platino: lire zero. Nel bilancio di esercizio figurerà naturalmente al passivo: canone annuo allo Stato: lire tot; all'attivo tutto il ricavo dalla vendita di prodotti del lavoro di estrazione e così via. Una enorme rendita senza proprietà.

 

 

Non basta. Arriviamo anche al profitto senza capitale. Qui veramente offrirebbe temi sensazionali la storia romanzata di tale impresa, che uno scrittore dalla penna immaginifica potrebbe bene intitolare, ricordando il punto di partenza: Water-closet in Wonderland (nel Paese delle Meraviglie). Nel 2048 ne faremo un bel film. Sapete, per dirne una, che cosa è l'ANIC? Si legge Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili, ed è una «organizzazione statale» voluta sotto Mussolini e che i partigiani si dimenticarono di appendere a piazzale Loreto, con altre cosette. Nel 1936 la Montecatini vi assume una partecipazione, il capitale dell’ANIC viene nel 1938 portato a mezzo miliardo, collocando 400 milioni presso gli azionisti della Montecatini, e 100 con voto plurimo presso le aziende promotrici statali AGIP e AIPA. Che diavolo significa quest'algebra? Lo Stato si interessa da vicino a combustibili e carburanti, materie, diamine, indispensabili alla difesa nazionale. Questo si capisce facilmente. Attraverso questo nobile incontro delle cifre con molti zeri con i più alti ideali storici, si realizza il rapporto modernissimo: lo Stato azionista o l'azionista statale e semistatale: in altri termini il gruppo aziendale incassa i giganteschi profitti della nuova attività, ed il maggior capitale lo ha tirato fuori Pantalone.

 

 

Sapete questo in linguaggio progressista come si chiama? socialismo. Domandate agli economisti del notiziario confederale, domandate al maggiore Attlee, domandatelo ad un già scrittore di riviste nostre di partito, dal dolce nome, che è vero peccato non sia nelle file staliniste: Panfilo Gentile. Per socialismo, a detta sua, si intende quella dottrina che attribuisce allo Stato il compito di distribuire equamente la ricchezza tra i singoli, e a tale scopo lo rende padrone dei cosiddetti mezzi di produzione. Dopo questa splendida definizione, il nostro filosofo definisce il marxismo; e ne fa tre pezzi. Primo: il socialismo ora descritto non solo è giusto e bello, ma verrà fuori dal capitalismo: e qui Marx viene panfilato. Secondo e terzo; lotta di classe e dittatura del proletariato. Questi due pezzi sono da buttar via, trattandosi di errori di Marx.

 

 

Non ci lasciamo attrarre dal desiderio di rincorrere queste parole in libertà, per metterle al loro posto. Esse ci sono utili solo a ribadire una volta ancora come l'inghiottimento dell'economia da parte dello Stato, non è marxismo, e nemmeno socialismo; esso è fenomeno che non viene dopo il capitalismo ma nel capitalismo, e serve ad assicurare la ricchezza alla dominante classe borghese, che tiene nelle mani lo Stato, il suo Stato. La panfilìa (amore di tutti) sociale, è semplicemente una delle tante «borghesofilie».

 

 

Torniamo sull'autostrada. Lungo sarebbe l'elenco delle aziende e società che la Montecatini nel corso di decenni prima «controlla», poi «assorbe». Vi sono due Montecatini: la Società di cui espressamente trattiamo e a cui andiamo riferendo le cifre, e il Gruppo Montecatini, che comprende varie Società formanti un cartello, ossia legate tra loro da un impegno di tipo statutario. Ma ogni tanto dal controllo si passa all'assorbimento non solo nel gruppo ma nella società vera e propria; addirittura alla fusione.

 

 

Concentrazione? Monopolio? Honny soit qui mal y pense! Un po' di nomi di pesci piccoli finiti nel ventre del pesce grosso? Miniere Piriti - Miniere Sulfuree - Unione Concimi - Prodotti chimici Colla e Concimi - Jutifici - Marengo - Titanium - Solfifera Siciliana - Ammonia - Alto Adige... L'Italia una è fatta, ora bisogna solo fare gli azionisti. Ma l'elenco comprenderebbe altri cento nomi, ad esempio «Société Néderlandaise de l'Azote»!

 

 

Nel gruppo - parrebbe il caso di dire col poeta: accanto alla mazza ferrata io porto l'olio santo! - trovereste la Nobel S.G.E.M. e la Farmitalia. L'ing. Mazzini è molto allarmato contro questo Stato dirigista e invadente: stanno varando la legge per lo Stato farmacista, per la gestione della «delicatissima industria farmaceutica»! Delicatissima davvero: come mai vendere confezione cartacea del valore di una lira e liquido, o pastigliette, del costo di dieci lire, col cartellino ad esempio di £. 617,50? Via, ing. Mazzini, niente paura, il y a des arrangements méme avec les dieux....

 

 

Prima di passare ai dati attuali della Montecatini, una storiellina autentica vogliamo dedicarla alla gloria, non solo progressista, ma divinatrice del capitalismo industriale italiano. Qualche tempo fa mancò ai vivi il signor Pio. Non sapete chi era «il Pio»? Beati voi, non eravate ancora nati quando il fascismo si incubava nel nazionalismo dei Corradini, dei Bevione, e austriacanti o triestinizzanti che fossero urlavamo loro: siderurgici! agenti dei fabbricanti di cannoni! Allora eravamo giovanilmente fessi, e non sapevamo che il problema del secolo non era di pigliarcela coll'industria pesante, ma quello di liberare l'Italia borghesuccia dalla servitù baronale e (brrr!) vaticanesca.

 

 

Pio era Perrone, uno dei Perrone, la famosa ditta siderurgica. La storia è narrata in un articolo commemorativo, con sincerità evidente: «Quando all'indomani della grande rotta sulla pianura friulana (1917: Caporetto) mentre tutta l'Italia trepidava, mentre i generali e i ministri sopraffatti dal disastro disperavano, mentre migliaia di giovani ufficiali si mordevano le mani ricordando le batterie lasciate inchiodate sul Carso o sul Corada, e si chiedevano come e quando avrebbero potuto riavere i pezzi da puntare contro il nemico, s'era sparsa per tutta Italia una voce: che nelle officine della Ansaldo, tra Sampierdarena e Cornigliano, là sul mar di Liguria, c'erano stati due uomini che avevano capito, avevano preveduto; e a rischio loro [!] avevano fuso acciaio ed approntato obici al di là delle commesse di un governo mediocre e di uno Stato maggiore inetto; spinti da una visione che gli invidiosi chiamavano megalomania, ma che finalmente, in quel momento tremendo, appariva nella sua natura vera, di intuizione delle nuove necessità della guerra».Non c'è male lo squarcio, ma qualcuno potrebbe osservare: eh, se non veniva la grande rotta, che fregata! A noi esso interessa come prova del carattere di classe del regime borghese italiano, del tempo prefascista, e come suggestivo esempio a riprova della dottrina marxista e leninista sulla economia di guerra che non è affatto un vincolo imposto «per dovere verso la nazione» alla classe capitalista dominante, ma un trionfo completo del controllo sullo Stato da parte della minoranza alto-capitalista. Vediamo qui una delle venti famiglie del supraindustrialismo italiano che, sicura di sé, autocommissiona i cannoni, e poi ministri e generali metteranno il polverino!

 

 

Cammino verso questi termini: imperialismo - monopolismo - dirigismo economico e infine capitalismo statale, significa cammino verso la più piena e maggiore dittatura di classe della borghesia imprenditrice. Significa vittoriosa dimostrazione della teoria marxista che, all'apparire del capitalismo industriale, scrive dinanzi al mondo nemico che libertà economica, iniziativa privata, concorrenza equilibratrice, non sono che maschere, dietro le quali sta il monopolio borghese sulle forze produttive.

OGGI

 

 

Torniamo alla Montecatini, alla relazione della quale sovrasta un altro morto (se fosse interessante dimostrare che il capitale non si spersonalizza, non cessa di appartenere a famiglie e a individui, pure avendo noi altra volta notato che è meglio dire, al posto di duecento o sessanta famiglie, duecento o sessanta organizzazioni, o bande d'affari) un altro nominativo preciso quanto quello del Pio: Guido Donegani. Non le forze economiche, ma lui ha fatto tutto, sacrificando una esistenza a distillare miliardi, secondo l'apologetica dei capi di anonime!

 

 

Con la recente riunione il capitale azionario della Montecatini, costituito da 80 milioni di azioni di seicento lire, e dunque 48 miliardi, sale automaticamente a 56 miliardi, attribuendo ad ogni azione, senza versamenti, il valore di settecento lire. Gli utili ufficiali del 1951 sono stati 6 miliardi e 720 milioni: ogni azione riceverà 84 lire ossia il 12 per cento del nuovo valore.

 

 

La massa degli stipendi e dei salari pagati sarebbe stata di 30 miliardi. Quindi secondo tali cifre, il profitto è stato del 12 per cento, ma quello che Marx chiama saggio del plusvalore, ossia rapporto tra il profitto e il capitale salari, risulta del 22,5 per cento.

 

 

Ma indubbiamente le cifre reali non sono quelle ufficiali. Possiamo ritenere significativa solo quella dei 30 miliardi di remunerazione di lavoro. Quanto al capitale azionario di 56 miliardi, questo sta al confronto del mezzo miliardo, valutato in lire di oggi, del 1888; e quindi è aumentato 112 volte. Ma il vero valore dell'azienda è enormemente superiore. Questa si è ormai liberata da tutte le obbligazioni passive, ossia da debiti fatti negli anni scorsi dando in pegno impianti ed immobili. Ha quasi del tutto ricostruito dopo il grave danno di guerra. Già alla fine del 1948, in bilancio gli immobili erano portati per 65 miliardi: allora il capitale nominale era ancora a 24 miliardi.

 

 

Dopo le grandi svalutazioni e le guerre, questi grandi complessi capitalisti rivalutano ben lentamente il loro capitale nominale: in questo modo l'azienda vale molto, e il credito degli azionisti verso di essa vale poco, sebbene siano questi ad aver fatto in partenza tutto l'investimento. Siccome, compiacente alle consegne dei Pii, dei Guidi, degli ingegneri Mazzini e dei dottori Costa, limita il percento da distribuire sui dividendi, un grosso margine sparisce da questi conteggi e rimane nelle mani manovratrici della famiglia aziendale, o del gruppo di alti amministratori, che passano a riserva, accantonano, reinvestono ecc.

 

 

Già oggi le azioni della Montecatini si quotano in Borsa mille lire, e quindi chi avesse 80 miliardi comprerebbe tutta la Montecatini. Ma così comprerebbe, tramite il suo agente di cambio, un insieme che tra fondi, fabbricati, macchine e scorte ha un valore venale di almeno (buttiamo lì una cifra) centocinquanta miliardi, e come valore di concessioni, e canoni ben lentamente rivalutati, e altri diritti ed... imbrogli colle banche e lo Stato, almeno altrettanto.

 

 

Ma allora un «diritto di proprietà» di ben trecento miliardi rende un misero profitto di 7 miliardi, poco più del due per cento? Il vero gettito è altrove: in tutte le cifre che sono al di fuori di quanto corrisposto a quei proprietari di carta straccia che sono gli azionisti, è nelle volteggianti differenze fatte su tutte le operazioni di trasformismo nel corso dell'anno, con relativi indennizzi, premi e onorari di consulenza ad amministratori e alti specialisti di affari, oltre che nel «reinvestimento» in un sempre maggiore quadro di impianti, che allargano progressivamente il cerchio del pascolo, e nell'acquisto a vile prezzo di attività efficienti delle «organizzazioni minori» anno per anno inghiottite. Da mezzo miliardo del 1888 a 300 del 1952 1'aumento di seicento volte in ricchezza reale sfruttata è il cumulo di favolosi extraprofitti, e solo gli scemi lo pigliano per «nuovi collocamenti di risparmio nazionale».

 

 

Se il fenomeno capitalista anziché essere monopolio sociale di classe sulle forze di produzione, cui la moderna tecnica ha centuplicato il potenziale, fosse nuda «proprietà privata», i rapporti delle quantità in gioco non sarebbero di ordine diverso da quelli di un grande patrimonio fondiario, in campagna o in città. Trecento miliardi di fondi rustici o urbani non renderebbero lordi che un trenta miliardi e netti quindici miliardi, all'incirca. Tutto il giro di affari di un anno non passa dunque tra acquisti e vendite e pagamenti di opera, un decimo del patrimonio.

 

 

Ben diverso nell'industria capitalistica; e quindi Marx considerò come capitale non il patrimonio, non il denaro investito «in permanenza», ma tutto il giro di prodotti in un ciclo. Ed allora trenta miliardi sono solo il lavoro, e non sappiamo quanto altro gli acquisti di materie prime e il compenso di logorio di impianti, che aggiunti al guadagno palese ed occulto, danno quello che la contabilità borghese chiama il fatturato annuo: la somma del valore di tutte le vendite di prodotti al mercato, e che noi dividiamo tra: capitale costante, capitale variabile, e plusvalore.

 

 

La relazione ci dà alcune cifre di produzione in tonnellate, e non il valore in lire, e non è questa la sede in cui si può fare un tal calcolo. Ma è certo che, la proprietà essendo dello Stato (sottosuolo), il capitale liquido, attraverso i tanti giri, delle banche o dello Stato stesso, il gruppo dei capi dell'azienda maneggia un giro di affari di cento miliardi. Portate questo rapporto agli estremi e avrete il pieno capitalismo di Stato. Avrete la Russia.

 

 

Siamo in economia... staliniana dai tempi del Pio e del Guido. E se ne viene ora Mazzini, da una parte a deprecare che i governanti si lascino trascinare «sulla via aspra e pericolosa del dirigismo economico in contrasto con ogni principio di libertà [ghe sem...] che distrae dai loro naturali [di prammatica anche questa] indirizzi le modeste, spontanee risorse [che mammolette di bosco!] del capitale e del risparmio nazionale», dall'altra a dichiarare vigorosamente: non siamo un monopolio!

 

 

Vi sarebbe infatti monopolio quando l'impresa: a) produca essa sola certi prodotti; b) sia vietato ad altre imprese di produrli, importarli e venderli; c) i prezzi ai quali si pongono i prodotti sul mercato siano liberi ossia si possa alzarli quanto si vuole. Ora guardate un poco, la potentissima Montecatini vende agli stessi prezzi di qualunque altra minore azienda, ossia a quelli fissati dal comitato interministeriale dei prezzi! Magnifica. Ecco che proprio il diffamato dirigismo vi ha consentito di accumulare al seicento per uno. Se i prezzi fossero liberi, Donegani li avrebbe... alzati? Oh no, non conoscete la morale capitalista, li avrebbe prima ridotti fino a far fallire tutte le aziende concorrenti, e poi le avrebbe tutte comprate: dopo di ciò avrebbe rialzati i prezzi dieci volte strozzando i consumatori. Questo sarebbe il monopolio totale.

 

 

Col prezzo di Stato il risultato è proprio lo stesso, evitando solo che politicamente strillino troppo i polli spennati, e salti tutto il baraccone. Il complesso più vasto concentrato è potente per legge tecnica, che sta alla base dell'iniziale progresso apportato dal lavoro in massa, produce a costi più bassi, ma vende allo stesso prezzo statale dei complessi deboli. Ne segue che questi si esauriscono e sono comprati gradualmente dal grande cartello.

 

 

Le altre imprese restano libere di respirare e lavorare. Bene. Ma le cifre le dà la stessa relazione, quando vanta gli aumenti di produzione tra il 1950 e il 1951. Pirite: 776 mila tonnellate, su 900 mila in tutta Italia. Zolfo: 70 mila su 200 mila. Acido solforico: un milione su 1.800 mila. Perfosfati: 1.200 mila su 1.670.000. Azotati nello stesso rapporto; 119 mila tonnellate di azoto sintetico in chimica. Un vero «partito di democratica maggioranza» in campo minerario e chimico. Lasciamo stare il farmaceutico. Nel campo elettrico, la Montecatini si fa da sé l'energia: due miliardi di kilovattore annui (su 25 per tutta l'industria e il consumo civile italiano) «al primo posto tra gli autoconsumatori in Italia e forse anche in Europa».

 

 

Ma questo non vuol dire essere un monopolio! E allora di grazia che cosa? Soltanto (sic) una «grande impresa». Qua, ragazzi. Mettiamo insieme due milioncini che si trovano ormai anche per le tasche dei pezzenti, e siamo liberi quanto nel 1888, di fondare un'altra Montecatini.

 

 

Una grande impresa. Molto bene. I circolanti Mazzini e Costa e i compianti Perrone, Agnelli o Donegani, come economisti, ci convincono di più di quelli del Cominform e della CGIL. Le grandi imprese controllano la produzione mondiale e gli Stati del mondo. La classe proletaria deve assaltare le grandi imprese: non perché «gruppi monopolistici» ma proprio perché grandi imprese. Che non saranno battute se non sono battuti i grandi Stati politici. Marxisticamente, da un secolo il capitale mondiale, forma un unico gruppo monopolistico.

 

 

La consegna di lotta contro i gruppi monopolistici, nel senso ciarlatanesco li mette in parallelo ai baroni latifondistici, se significa tolleranza e peggio che mai alleanza con l'impresa piccola, demagogico appello ai voti dei piccoli e medi proprietari ed imprenditori, è consegna regressiva, disfattista e forcaiola. Le grandi imprese saranno battute solo dai loro lavoratori occupati e disoccupati, dai senza-proprietà, dai senza-riserva, dai senza-impresa, che non avranno accettata la beffa di «investire» a loro volta un poco del loro magro provento «risparmiato» sul salario, per diventare azionisti.

 

 

Tutto il 599 per uno che è stato investito per formare il colosso delle acque purgative, non è che il cumulo risparmiato con una purga potente di sessantaquattro anni sul lavoro degli italiani. Il socialismo sul serio è una economia senza risparmiatori, e senza purgati.

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