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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Sabato, 24 Agosto 2019

“Un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi” Prima e dietro il Manifesto del Partito Comunista

L’anno scorso, su queste pagine, abbiamo più volte mostrato come il bicentenario della nascita di Karl Marx abbia dato la stura a un’autentica sovrapproduzione di gigantesche idiozie [1]. Al di là dell'anniversario, però, è sempre diffusa e ricorrente, nell'ideologia dominante, l'interpretazione che fa dell'opera di Marx (e in subordine di Engels, e comunque del Manifesto del Partito Comunista e più in generale del materialismo storico-dialettico) il frutto individuale, più o meno accettabile a seconda dei punti di vista, di menti filosofiche, di intellettuali, di “pensatori”: insomma, una “visione” personale, un'“interpretazione” da mettere tutt'al più di fianco ad altre “interpretazioni” o – come si usa dire oggi, molto banalmente – “narrazioni”. Ennesima dimostrazione che l’individualismo è una brutta bestia, specie se si coniuga a un approccio puramente idealistico e astorico – nella sostanza, controrivoluzionario.

Il Manifesto stesso ci mette in guardia. Apriamolo al Capitolo II, intitolato “Proletari e comunisti”, e leggiamo: “Le proposizioni teoriche dei comunisti non si basano affatto su idee, su princìpi inventati o scoperti da questo o quell’individuo che vuole migliorare il mondo. Sono soltanto espressioni generali di rapporti effettivi di una lotta di classe che esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi” [2].

“Una lotta di classe che esiste”, dunque. Già il Capitolo I vi fa chiaro riferimento: “La storia di ogni società esistita finora è la storia di lotte di classe” [3]. E così continua: “Uomo libero e schiavo, patrizio e plebeo, barone e servo della gleba, membro di corporazione e garzone, in breve, oppressori e oppressi sono stati in continua contrapposizione tra loro, conducendo una lotta senza tregua, a volte nascosta, a volte palese; una lotta finita ogni volta con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con il comune tramonto delle classi in lotta”.

Non intendiamo certo ripercorrere questa “storia di lotte di classe”. Limitiamoci alla cosiddetta “era moderna”, all’epoca del capitalismo con le sue divisioni di classe e dunque con le sue classi in lotta: perché è questo – questa lunga storia di lotte – che sta “prima e dietro” il Manifesto, che lo ispira e lo rende materialisticamente e storicamente necessario, attraverso la penna di Marx ed Engels.

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Già agli albori delle rivoluzioni borghesi, il conflitto di classe è esplicito. Durante la “guerra civile inglese” (1642-1651), dall’interno stesso dell’Esercito di Nuovo Modello organizzato e guidato da Oliver Cromwell ed espressione di una borghesia in ascesa, ancora incerta ed entro certi limiti “inconcludente” sebbene intenzionata a rompere con i vincoli e i soprusi del regime feudale, si enuclea un gruppo di “Levellers” (“livellatori”), un movimento radicale che, con un “Patto del Popolo”, agita le parole d’ordine della “sovranità popolare” e dell’“eguaglianza davanti alla legge”. I “Dibattiti” che nell’agosto 1647 si tennero in una chiesa di Putney, allora un borgo appena fuori Londra, portarono alla luce questo contrasto, questo primo affiorare, all’interno del più ampio conflitto sociale, di uno scontro di classe che opponeva i primi vagiti della nascente borghesia alla “gentaglia”. Dal movimento dei “Livellatori” (che Cromwell infine metterà a tacere), se ne staccherà poi uno ancor più radicale, detto dei “Veri Livellatori” o “Diggers” (gli “zappatori”), che, nelle parole del loro esponente più famoso, Gerrard Winstanley, esprimeva le posizioni del popolino delle città e soprattutto dei contadini poveri e sfruttati delle campagne – quegli stessi contadini che, poco meno di tre secoli prima, guidati da Wat Tyler e John Ball al grido di “Quando Adamo zappava ed Eva filava/ chi era mai il gentiluomo?”, avevano già inutilmente assediato Londra. I “Diggers” teorizzavano e cercarono di praticare una sorta di “comunismo delle terre” basato su un equilibrio con le forze della natura, organizzando “comuni agricole” che, ovviamente, non poterono non avere vita breve. Sia i “Livellatori” che gli “Zappatori” manifestavano l’aspirazione a un egualitarismo sociale – un’aspirazione ancora vaga e contraddittoria nelle sue espressioni e nei suoi programmi per l’embrionale sviluppo delle forze produttive e sociali e dunque rivolta piuttosto indietro, a una mitica “età dell’oro” che finivano per identificare con un lontano (e del tutto ipotetico) “passato inglese” [4]. E comunque “storia di lotte di classe” fu ed è.

Senza voler ripercorrere in maniera dettagliata l’emergere e il consolidarsi di queste espressioni di un “quarto stato” che a poco a poco trova una propria voce e una propria azione, restiamo pure in Inghilterra, ma facciamo un salto di più di un secolo. Siamo fra l’aprile e il maggio 1797 e ci troviamo all’estuario del Tamigi, in una località detta Nore, dove è alla fonda la potente marina da guerra inglese: qui, come nell’altro grosso contingente al largo della costa meridionale, a Spithead, nei pressi dell’isola di Wight, da mesi cresce il malcontento dei marinai per le pessime condizioni di vita e di lavoro, l’arroganza degli ufficiali, le pene pecuniarie e il ricorso insistito al “gatto a nove code” [5]. Comincia così a spirare quella che verrà chiamata la “brezza di Spithead”, alimentata dalle notizie che giungono dalla Francia rivoluzionaria, attraverso l’opera delle Società di Corrispondenza e la lettura degli opuscoli radicali dell’anglo-americano Thomas Paine (I diritti dell’uomo). Da Spithead al Nore, i marinai si ribellano, agganciando la propria protesta a quelle che serpeggiano sulla terraferma, espressioni di un proletariato ancor embrionale, ma ogni giorno alimentato dalle enclosures (le recinzioni forzate dei terreni comuni che sradicavano il popolo delle campagne, via via trasformandolo in proletariato) e dall’irresistibile penetrazione del capitalismo nelle campagne e nelle città. Si creano (orrore!) “Consigli di marinai” formati da delegati di tutte le navi, si cercano contatti stabili con la popolazione rivierasca, si spediscono avanguardie a Londra, si stila un cahier de doléances con richieste precise: aumenti di paga, attenuazione dei ritmi di lavoro, eliminazione di tutta una serie di misure repressive, migliorie nel vitto, più lunghi periodi di riposo a terra... Presto il movimento tende ad andare oltre le rivendicazioni “puramente” economiche: si arriva così al blocco totale del porto di Londra, si dispone la flotta ribelle in posizione di guerra, si sventola una prima bandiera rossa, si proclama una “Repubblica Galleggiante”; nella capitale, crolla la Borsa, serpeggia il terrore di una nuova “guerra civile”, del propagarsi del virus francese dei “sanculotti”… A quel punto, il movimento perde di slancio, si sfalda: e il potere riprende in pugno la situazione. Gli ammutinati sono circondati, arrestati: i “capi” impiccati, gli altri severamente puniti. E tuttavia anche l’episodio della “Repubblica Galleggiante”, breve ma intenso, entra a far parte della “storia di lotte di classe”, di quell’esperienza collettiva che, anno dopo anno, decennio dopo decennio, è destinata ad accumularsi – e, con il tempo, a diventare, da quantità, qualità.

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Siamo dunque nel 1797. In quello stesso anno (e la coincidenza non è certo casuale), in Francia esplode la “Congiura degli Eguali”: altro segno evidente di una lotta di classe in atto. Mentre la Rivoluzione del 1789, la “rivoluzione borghese” per eccellenza, fa il suo corso (con la progressiva emarginazione/repressione dei sanculotti, rappresentanti degli strati più poveri della popolazione francese), emergono, sotto la spinta di fattori economici e sociali, tensioni e posizioni politiche sempre più radicali. Dalle pagine del giornale “Il Tribuno del Popolo” e con la sua “Società degli Eguali”, Gracchus Babeuf si fa portavoce di queste spinte materiali che cercano di andare oltre l’orizzonte borghese, esprimendo il desiderio di giustizia ed eguaglianza di artigiani, contadini poveri, “miseri” sfruttati, e di un proletariato ancora “affogato” in un indistinto “popolo” ma già vigorosamente in lotta per far sentire la propria voce. La “Congiura degli Eguali”, che sarà stroncata in quello stesso 1797 con la condanna a morte di Babeuf e altri organizzatori e l’espulsione dalla Francia di Filippo Buonarroti, è una volta di più l’espressione di un moto reale: la sua richiesta di abolizione della proprietà privata è già la materializzazione del “sogno di una cosa” (per tornare all’espressione di Marx), alimentato dalle condizioni di vita e lavoro di una classe oppressa e dallo stesso sviluppo della società borghese, con tutte le sue sempre più chiare contraddizioni.

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Siamo all’alba dell’800. Che quest’incessante “movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi” accompagnasse, giorno dopo giorno, l’affermarsi del nuovo modo di produzione capitalistico e cercasse di rispondere alle fratture sociali e alle crisi economiche che esso inevitabilmente comportava (e comporta), è reso evidente dai primi moti proletari del nuovo secolo: altre esperienze storiche gravide d’insegnamenti di fondamentale importanza per la nascita del comunismo scientifico. E questo ci riporta, momentaneamente, in Gran Bretagna: momentaneamente, perché in questi decenni che culmineranno nella pubblicazione del Manifesto gli episodi d’insubordinazione sociale s’intrecciano fra loro, di qua e di là della Manica, oltre che nel resto del Continente.

In Gran Bretagna, dunque, dove, già fin dalla seconda metà del ‘600 e sull’onda dell’agitazione dei Livellatori, si ripetono gli episodi di lotta del “popolino” delle città e delle campagne. Ma sarà soprattutto dopo la metà del secolo successivo che, specie nell’industria domestica della seta a Londra e dintorni, colpita da una grave crisi e dal generale avvento del macchinismo, i setaioli (silkweavers), per lo più immigrati ugonotti, saranno protagonisti di lotte aspre e diffuse, di un movimento che prelude già al luddismo (la sistematica e organizzata distruzione delle macchine). Ne sono testimonianza i molti scioperi e disordini che si susseguono nei decenni, fino alla nascita e all’attività, nel quartiere ormai proletario dell’East End di Londra, del gruppo clandestino detto “Bold Defiance” (=Sfida audace) che cercherà di offrire al diffuso malcontento un’organizzazione di resistenza capace di avanzare rivendicazioni economiche e politiche; e che sarà stroncato dal potere nel 1769 con brutale violenza e con l’impiccagione dei principali agitatori.

In questi stessi anni, avrebbe agito (il condizionale è d’obbligo) Ned Ludd, il semplice operaio che, in un moto di ribellione alle condizioni di vita e di lavoro, avrebbe fracassato un telaio meccanico, ispirando così il più ampio movimento, attivo soprattutto nei primi decenni dell’800, che da lui prese il nome: luddismo. Ormai, la Rivoluzione Industriale (il processo di sviluppo accelerato del capitalismo che comincia a irradiarsi nella e dalla Gran Bretagna) è in marcia, con le sue ben note, tremende implicazioni sociali. E nella sua culla (le fumose metropoli dell’Inghilterra centrale, a Manchester, Salford, Bradford, Birmingham e altre città e cittadine), ecco che opererà “Capitan Ludd” – esattamente come, di lì a poco e nelle campagne, opereranno, contro l’introduzione delle prime trebbiatrici meccaniche, l’analogo “Capitan Swing” o le gallesi “Figlie di Rebecca” (i cui membri, fra il 1839 e il 1843, agivano di notte travestiti da donne), ulteriori personificazioni di una disperata resistenza alla distruzione di comunità secolari e all’ormai inarrestabile proletarizzazione.

Non dimentichiamo che, in questi decenni a cavallo fra i due secoli, in Gran Bretagna è in vigore una serie di leggi contro l’associazionismo che, con il pretesto di colpire i residui del feudalesimo e le sue corporazioni, mirano a reprimere i primi moti operai e i tentativi di giungere a un’organizzazione stabile e nazionale. I moti operai assumono dunque sempre più un carattere politico: mentre si esaurisce, inevitabilmente, il luddismo, si moltiplicano i conflitti e gli scioperi, divengono più acuti, compattano intere comunità proletarie, vedono spesso in prima linea donne dalla splendida combattività e operai giovanissimi e s’intrecciano non di rado con il movimento rivoluzionario irlandese. Man mano, le rivendicazioni assumono connotati politici più ampi e precisi e lo sviluppo di quel “movimento storico” tende a confrontarsi con il potere politico, le sue leggi, le sue “forze dell’ordine”.

Nel 1817, un gruppo di tessitori muove verso Londra munito di coperte (=blankets) per difendersi dai freddi notturni e reca con sé una lunga lista di richieste che non verranno nemmeno prese in considerazione dal governo: passeranno alla storia di quest’infanzia del movimento operaio inglese come i Blanketeers. Nell’agosto di due anni dopo, si verificherà (come abbiamo ricordato nel numero scorso di questo giornale) il “massacro di Peterloo”, quando un’enorme e pacifica dimostrazione operaia a Manchester è repressa spietatamente dal potere: almeno 15 morti e fra i 400 e i 700 feriti. Mentre fa proseliti il socialismo utopico di Robert Owen, con il breve esperimento comunitario di New Lanark e la rete di cooperative e luoghi d’incontro e di dibattito politico, le lotte di classe assumono connotati di più aperto scontro con il potere. Tra fine maggio e inizi giugno 1831, scoppia in Galles un’autentica insurrezione: per protesta contro i bassi salari e la crescente disoccupazione, i minatori della contea di Glamorgan scendono in agitazione al grido di “Pane e formaggio!” e “Abbasso il re!”, occupano militarmente cittadine, paesi e villaggi, si danno una perfetta organizzazione con squadre armate volanti, blocchi stradali e un’efficiente rete di comunicazioni sul territorio; presto, altri settori operai s’uniscono al movimento, la ribellione s’estende all’intera contea e, per la seconda volta dopo l’ammutinamento del Nore, compare alla testa dei drappelli operai la bandiera rossa, simbolo di volontà di lotta e riscossa; a Merthyr Tydfil, cuore della regione e centro della vera e propria insurrezione, per più di una settimana i lavoratori in lotta assediano magistrati, politici e imprenditori locali riunitisi in un albergo per decidere una linea d’azione; a quel punto, il governo spedisce l’esercito e reparti speciali d’assalto che, dopo una serie di iniziali sconfitte sul campo, aprono il fuoco sui dimostranti, facendo più di venti morti e cento feriti; seguiranno arresti, processi, condanne a morte e a lunghe pene detentive, deportazioni in Australia. Poi, nel 1834, con ancora in vigore l’Unlawful Oaths Act (la legge promulgata nel 1797, al tempo della ribellione dei marinai di Spithead e Nore, che colpiva le società segrete basate su un giuramento di fedeltà), sei membri fra i più carismatici della Friendly Society of Agricultural Labourers, attiva da tempo intorno alla cittadina di Tolpuddle, nel Dorset, sono arrestati, processati e condannati alla deportazione in Australia: i “martiri di Tolpuddle” saranno ricordati in numerosi canti di lotta [6].

Matura così progressivamente l’evoluzione verso il cartismo. Nel 1837, la London Working Men’s Association prepara una People’s Charter, una Carta del Popolo, rivendicante “diritti” essenziali per i lavoratori, da strappare con la lotta aperta, con l’organizzazione e il ricorso alla forza, alla necessaria violenza: la frattura fra il socialismo utopico alla Owen e il movimento cartista si fa via via più evidente. Nel maggio 1838, la Carta viene pubblicata e presentata a Glasgow: si parla ormai apertamente di “suffragio completo”, di sciopero generale, di legami internazionali, di insurrezione armata nel Nord industriale... Dopo una Convenzione che vede una radicalizzazione delle posizioni, bene riassunta dall’importante Manifesto del maggio 1839, una prima sommossa scoppia a Birmingham nel luglio di quell’anno; nel novembre, duemila minatori gallesi marciano su Newport: l’esercito risponde aprendo il fuoco e uccidendo 14 militanti; ai primi dell’anno seguente, i processi ad alcuni agitatori cartisti si concludono con condanne a morte e ad anni di prigione. Seguono altri scioperi diffusi, ripetute sommosse per il pane (le leggi sul grano, Corn Laws, promulgate fra il 1815 e il 1846 imponevano severi dazi sui cereali prodotti all’estero, alzando di conseguenza i prezzi degli alimentari in patria), e, nell’agosto 1842, si arriva allo “sciopero generale”, noto anche come Plug Plot Riots: gli operai di numerose fabbriche del Lancashire, cuore dell’industria tessile, scendono in lotta, staccano i tappi (=plugs) dei serbatoi delle macchine a vapore, bloccano la produzione, mettono a soqquadro alcune fabbriche, si scontrano con le forze dell’ordine, ricevono l’appoggio dei minatori e di numerosi altri settori operai, mentre lo sciopero si estende allo Yorkshire e ad altre contee: durerà quasi due settimane. Fra il 1843 e il 1844, si tengono, in semi-clandestinità, altri importanti convegni cartisti: il movimento può contare ora su migliaia di seguaci determinati, su una vivacissima stampa fatta di fogli volanti e di giornali (il più famoso: The Northern Star, cui avrebbero collaborato anche Marx ed Engels), di valenti organizzatori; e le sue file sono ingrossate (e non si tratta solo di quantità) dai numerosi immigrati irlandesi in fuga dalla miseria e dalla malattia delle patate, oltre che dall’oppressione inglese. Poi, nonostante le molte prove di forza e le ripetute petizioni e mobilitazioni in giro per il paese, anche il cartismo declina – pratica dimostrazione dei suoi limiti e della necessità di giungere a una più alta definizione del programma politico, della teoria e dell’organizzazione (ma ancora nel 1848 scoppiano disordini tanto gravi da indurre le autorità a trasferire in fretta e furia la regina Vittoria all’isola di Wight, e a mobilitare l’esercito, disporre cannoni nelle strade di Manchester, schierare i dragoni a cavallo, proclamare la legge marziale…).

Altre esperienze, dunque, altri insegnamenti preziosi che si sedimenteranno e verranno metabolizzati: l’intreccio fra rivendicazioni economiche e rivendicazioni politiche, l’uso della forza organizzata da contrapporre alla forza del potere, le lotte come necessario allenamento per la conquista di obiettivi politici, il progressivo enuclearsi di un’identità di classe da contrapporre al confuso agitarsi del “popolo”, la necessità del partito politico, della presa del potere, dell’instaurazione della dittatura proletaria come ponte di passaggio verso la società senza classi... [7]. Intanto, non dimentichiamolo, nel 1842, a poche settimane dagli scioperi, Friedrich Engels giunge a Manchester, ed è subito testimone attivo di quanto sta avvenendo: il suo La situazione della classe operaia in Inghilterra, pubblicato nel 1844-45, si basa su materiali raccolti di prima mano nei quartieri proletari, oltre che su un’ampia documentazione tratta dalla vasta pubblicistica, opera di medici, riformatori, politici ed economisti borghesi, preoccupati dalle conseguenze ormai evidenti della Rivoluzione Industriale e del regime di fabbrica. Legami di amicizia e collaborazione stringono Marx ed Engels ad alcuni fra i più lucidi militanti cartisti, come Julian Harney ed Ernest Jones, che presto diventeranno appassionati sostenitori del socialismo scientifico [8].

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Ma torniamo ora in Francia, dove la condizione proletaria non era meno tragica che in Gran Bretagna. In uno dei molti rapporti che la descrivono, un medico di Nantes afferma, già nel 1825, che “per lui [l’operaio], vivere è non morire”. E, se è vero che, come scrive uno storico del movimento operaio, “i due paesi, tra il 1830 e il 1836, hanno raggiunto un grado ineguale di sviluppo e l’evoluzione del capitalismo è assai più sviluppato [in Gran Bretagna] che in Francia” [9], è anche vero che, in quest’ultimo paese, una classe lavoratrice composta ancora soprattutto da artigiani e da operai a domicilio, ma già con una significativa presenza proletaria specie nell’industria tessile, non tarda a farsi sentire: mobilitazioni, tentativi di creare organismi di mutuo sostegno, scioperi, distruzioni di macchine [10]... Così, a fine luglio 1830, cioè ad appena quarant’anni dalla Rivoluzione francese e dai suoi insegnamenti, ecco che, per tre giorni, le barricate ricompaiono a Parigi. L’agitazione parte dagli stampatori (i caratteri a stampa sono usati come proiettili!), ma presto dilaga nella capitale e in provincia, diventa vera e propria insurrezione, coinvolge un po’ tutti i settori. Non solo: sono molti gli episodi in cui librai aprono i magazzini trasformandoli in arsenali e proprietari di ditte di trasporti offrono le proprie vetture per costruire le barricate… Nelle “Tre Gloriose Giornate” s’intrecciano infatti spinte contrastanti: il proletariato è qui ancora annegato nel “popolo” e la borghesia industriale e commerciale ha tutto l’interesse a che si dia una spallata a un potere che stenta ancora a farsi strumento d’essa. Commenta lo storico citato sopra: “Grazie alla classe operaia, la borghesia industriale e commerciale ha potuto impadronirsi del potere. Gli operai aspettano la ricompensa dovuta loro. Credono di poter sperare in essa. […] In realtà, non c’è nulla di mutato per [essi]. La borghesia industriale e commerciale governerà in piena libertà sotto il nome di Luigi Filippo. I ministri, i Thiers e i Guizot, saranno più ostili al popolo degli uomini della restaurazione […]. Manca alle classi lavoratrici […] un’organizzazione, senza la quale nessuna lotta può essere tentata” [11].

Deluse (altro insegnamento!), le classi lavoratrici non arretrano. A un mese dalle “Tre Gloriose Giornate”, scendono in lotta i filatori di Rouen chiedendo riduzioni dell’orario di lavoro e abolizione del sistema delle multe. Il moto s’estende velocemente ad altre località, gli operai vengono caricati e repressi con violenza dalle “forze dell’ordine”, ma ai filatori seguono di nuovo gli stampatori, e poi gli sterratori, i fabbri e i meccanici, i tintori, i muratori, i maniscalchi, i cappellai, i sarti… Una circolare prefettizia dichiara: “Esiste in diverse classi di operai un’agitazione inquietante. Diventa urgente far cessare questo stato di effervescenza”. La voce della borghesia è sempre la stessa!

Trascorre poco meno di un anno, punteggiato da scioperi, manifestazioni, altre distruzioni di macchine, ed ecco che, a fine novembre 1831, la classe lavoratrice di Lione, con alla testa i tessitori e i setaioli, torna a esser protagonista, al grido di “Vivere liberi lavorando o morire combattendo!”. Gli operai, armati e bene organizzati, insorgono: occupano la città, obbligano l’esercito a ritirarsi, fanno appello ai soldati perché si uniscano agli insorti… Nel giro di pochi giorni, le autorità riprendono in mano la situazione: privi di vera guida e di una reale visione politica, i coraggiosi proletari di Lione non possono far altro che subire la repressione e così il 3 dicembre, un contingente di 20mila soldati con 150 cannoni entra in città.

Ma l’insurrezione di Lione offre ulteriori insegnamenti al proletariato europeo: anche perché quello “stato di effervescenza” non s’è per nulla placato. Mentre il ministro Périer raccomanda ai proletari francesi “la pazienza e la rassegnazione”, fra il 1832 e il 1833, si sviluppa, pur fra contraddizioni inevitabili in una fase formativa, una vasta rete di associazioni operaie (tessitori, indoratori, sarti…) che rivendicano aumenti salariali e riduzioni dell’orario (si lavora fino a 18 ore al giorno!) e che, in Francia come in Gran Bretagna, devono fare i conti con una severa legislazione anti-sindacale (la “libertà del lavoro” va pur sempre tutelata! chi ha orecchie per intendere intenda…). Influenzate dal socialismo utopistico alla Saint-Simon e alla Fourier, nascono associazioni operaie di produzione, alcune delle quali rivendicano pure l’intervento statale attraverso l’istituzione di banche di Stato: il proletariato non riesce ancora a scrollarsi di dosso il peso nefasto delle altre classi in gioco, che ne limitano o ne incanalano la combattività verso soluzioni riformiste destinate al fallimento.

Una combattività che è continua e generosa e che non possiamo qui seguire nei dettagli. Basti ricordare il meraviglioso spirito di lotta che dimostrano ancora una volta, tra fine 1833 e inizi 1834, i setaioli di Lione, scesi nuovamente in sciopero – questa volta in maniera organizzata e massiccia, con il blocco di ogni attività e la mobilitazione di intere comunità e quartieri operai – e seguiti presto, dopo la creazione di un Comitato unitario delle varie associazioni operaie contro la legislazione anti-operaia e anti-sindacale, dal proletariato parigino. Nei “sei giorni di lotta” a Lione prima e Parigi immediatamente dopo, le città sono in stato d’assedio, gli episodi di solidarietà fra operai e soldati si ripetono, i quartieri in mano agli insorti si distinguono per ordine e compostezza (lo stesso avverrà durante i giorni della Comune del 1871), ed emerge con chiarezza la spaccatura fra i proletari e le altre classi in gioco. La repressione, infine, sarà spietata e sanguinaria, con Thiers sempre all’opera in veste di macellaio Ministro degli Interni: Lione viene bombardata a tappeto e un testimone scriverà che “è stata devastata, e non per opera dei faziosi”; a Parigi, il generale Bugeaud intimerà alla guardia nazionale di “fare una strage di 3000 faziosi”. Nel settembre 1834, nella litografia intitolata “Rue Transnonain” (dal nome di una delle vie parigine in cui le “forze dell’ordine” compirono uno dei loro tremendi massacri), il grande disegnatore Honoré Daumier immortalerà per sempre la crudeltà di cui è capace la classe dominante pur di restare al potere.

Le vittime dei “sei giorni” dell’aprile 1834, come i caduti delle lotte operaie in Inghilterra: altri nostri martiri anonimi.

Di fronte alla bancarotta dei vari partiti e delle prospettive politiche del socialismo utopistico, si fa strada sempre più la necessità di giungere a un’indipendenza di classe attraverso la creazione d’un partito che rappresenti davvero gli interessi proletari, al di là delle lotte di categoria e delle pur sempre necessarie rivendicazioni di tipo economico. A questa necessità cercherà di dar risposta Louis Auguste Blanqui, attivo da tempo in varie organizzazioni repubblicane clandestine, membro del gruppo degli “Amici del Popolo” che proseguiva per certi versi l’attività di Babeuf (non a caso vi militò, vero e proprio trait d’union, anche Filippo Buonarroti), già protagonista del tentativo rivoluzionario del luglio 1830 (i “Tre Giorni Gloriosi”) e destinato a svolgere un ruolo di punta ancora decenni dopo, durante la Comune di Parigi. Ma la sua visione della rivoluzione come colpo di mano da parte di un piccolo gruppo d’audaci cospiratori clandestini, per quanto coraggiosa, non poteva rispondere alla necessità di una teoria e pratica generale della rivoluzione, della presa del potere e dell’introduzione, attraverso la dittatura del proletariato, del modo di produzione socialista. Così, il suo tentativo di insurrezione, nel maggio 1839, appoggiato dalla stessa Lega dei Giusti, antesignana della Lega dei Comunisti diretta da Marx ed Engels, si risolve in un tragico fallimento.

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Non possiamo poi dimenticare, in questo panorama forzatamente rapido e sintetico, la Germania. “Anche il popolo tedesco ha la sua tradizione rivoluzionaria”, scriverà Engels nel 1850 [12], e si riferiva alla “guerra dei contadini”, scoppiata nel 1525 e guidata da Thomas Münzer, durante la quale “contadini e plebei tedeschi concepirono idee e piani di fronte ai quali abbastanza spesso i loro discendenti indietreggiano spaventati”, dando prova “di una costanza e di un’energia che, in una nazione centralizzata, avrebbero dato i risultati più grandiosi” – una guerra che “non è tanto remota dalle lotte che noi conduciamo al presente”, poiché “gli avversari contro cui dobbiamo combattere sono in massima parte sempre gli stessi”. Infatti, le classi e le frazioni delle classi “che dappertutto nel 1848 e nel 1849 hanno tradito le ritroveremo traditrici già nel 1525, per quanto esse fossero a un grado più basso di sviluppo” [13]. “In una nazione centralizzata”, scriveva Engels. Questo fu indubbiamente il grande problema del “movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi” per quanto riguardava la Germania: il fatto che il paese era ancora una costellazione di staterelli e la sua non-centralizzazione indeboliva lo sviluppo di un movimento proletario e classista, come dimostreranno per l’appunto le dinamiche del 1848-49 in Germania; al tempo stesso, il gioco delle forze di classe e le lezioni delle controrivoluzioni che il proletariato e le avanguardie politiche ne dovettero trarre fluiranno dentro l’analisi di Marx ed Engels, sia nelle stesse misure immediate che un potere proletario dovrà adottare (indicate dal Manifesto nel Capitolo II: Proletari e comunisti) sia nel grido di battaglia “La rivoluzione in permanenza!” (dall’“Indirizzo del Comitato Centrale alla Lega dei Comunisti”, del 1850): vale a dire, la necessità, in una rivoluzione doppia (in cui siano cioè all’ordine del giorno anche compiti anti-feudali o – in seguito – anti-coloniali), che il proletariato appoggi, in piena autonomia organizzativa, politica e militare, la borghesia rivoluzionaria, con l’obiettivo però di andar subito oltre, di scalzarla subito dal potere conquistato contro le vecchie classi e di instaurare il proprio potere… Ma non spingiamoci troppo avanti: le dinamiche interne all’anno delle rivoluzioni 1848 potranno se mai essere oggetto di un altro, utile studio. Torniamo invece al pre-1848, e agli insegnamenti che esso fornì al proletariato e che Marx ed Engels, sotto la spinta di fattori oggettivi, seppero travasare nel Manifesto.

In quei mesi e anni pre-1848, si sviluppano, sia pure “solo localmente” (sottolinea Engels), moti proletari nell’Odenwald, nella Selva Nera, nella Slesia. In quest’ultima regione, cuore di un’industria tessile in crisi profonda anche a causa della concorrenza inglese, sono di nuovo all’opera i tessitori: che, nel giugno 1844, saranno protagonisti di una autentica sollevazione che investirà numerose cittadine, verrà repressa nel sangue e sarà ricordata da una famosa poesia di Heinrich Heine (“Il canto dei tessitori”) e, cinquant’anni dopo, da una tragedia del drammaturgo tedesco Gerhardt Hauptmann intitolata “I tessitori” e dalla splendida serie di disegni dell’artista tedesca Käthe Kollwitz. Proprio Engels, in qualità di corrispondente dalla Germania per la “Northern Star” cartista, narrerà la rivolta, sottolineandone la contemporaneità con gli analoghi moti nell’Inghilterra industriale e il ruolo chiave da essa svolto nel processo di maturazione politica del proletariato tedesco. In quegli stessi anni, infatti, la diaspora di operai e militanti tedeschi, colpiti o inseguiti dalla repressione statale, li porterà a incontrarsi con i compagni di lotta in Francia, in Belgio, in Svizzera, in Inghilterra. Sempre Engels, nella “Storia della Lega dei Comunisti”, scriverà che “l’odierno [1885] movimento operaio internazionale è una continuazione diretta di quello tedesco di allora [1836-1852], che fu il primo movimento operaio internazionale in generale” [14]. La rivolta dei tessitori della Slesia rappresenta quindi un momento-chiave nella formazione di quel movimento.

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Ora, che tutto questo (decenni e decenni di crisi economiche e sociali, di lotte, rivolte e insurrezioni, di effimere conquiste e feroci repressioni, di ostinata volontà di battersi e di severe lezioni delle controrivoluzioni) producesse, a livello politico, dibattiti e polemiche acute, scontri e divisioni, va da sé. Ci saranno i “giovani hegeliani”, e poi il socialismo piccolo-borghese e il “vero socialismo” tedesco con le sue “assurdità filosofiche”, il socialismo critico-utopistico dei vari Owen, Saint-Simon, Fourier, Cabet, il socialismo conservatore dei Proudhon e dei Weitling, l’anarchismo in nuce di Bakunin… Tutte espressioni, limitate e distorte, delle lotte di classe che si svolgono in quei decenni e decenni, del modo in cui le varie classi operano nel corso storico in atto, e contro di esse battaglieranno i giovani Marx ed Engels e, al loro fianco, in una costante e fruttuosa interazione altri anonimi o dimenticati ma generosi militanti (come Wilhelm Wolff, alla cui memoria sarà dedicato il Primo Libro del Capitale), che contribuiranno poi anche alla nascita dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, o Prima Internazionale, nel 1864. E ci sarà il continuo lavorio della “vecchia talpa”, concretizzatosi via via nella nascita e morte di organismi e organizzazioni, club e associazioni, riviste e giornali, in cerca di una reale e convincente teoria e prospettiva storica. Ci sarà, ed è quello che a noi qui interessa, la formazione, nel 1836, della Lega dei Giusti, da cui pochi anni dopo emergerà, a seguito dell’acuto scontro politico scoppiato nel suo seno tra socialisti utopistici e reazionari e socialisti scientifici, la Lega dei Comunisti. Lasciamo ancora una volta la parola a Engels: “Il comunismo dei francesi e dei tedeschi, il cartismo degli inglesi, non apparivano più come qualcosa di casuale, che avrebbe anche potuto non esistere. Questi movimenti apparivano ora come un movimento della moderna classe oppressa, il proletariato; come forme più o meno sviluppate della lotta storicamente necessaria di questa classe contro la classe dominante, la borghesia; come forme della lotta di classe, ma diverse da tutte le precedenti lotte di classe per il fatto che oggi la classe oppressa, il proletariato, non può compiere la propria emancipazione senza emancipare in pari tempo tutta la società dalla divisone in classi e quindi dalle lotte di classe. E comunismo non voleva quindi più dire escogitazione, a mezzo della fantasia, della società ideale più perfetta possibile, ma comprensione della natura, delle condizioni e dei conseguenti fini generali della lotta condotta dal proletariato” [15]. Com’è noto, sarà proprio la Lega dei Comunisti a incaricare, nel 1847, Marx ed Engels della redazione di un “manifesto” che ne delineasse la teoria e il programma di lotta.

Decenni e decenni di conflitti, dunque: non di idee o di opinioni personali, ma di forze sociali materiali che si scontrano e, nello scontrarsi, fanno scoccare scintille di coscienza che attendono d’essere raccolte, sistematizzate, organizzate e infine affermate e diffuse, per guidare e indirizzare le lotte. E’ da tutto ciò che emerge il Manifesto del Partito Comunista: non opera individuale, non elucubrazione filosofica, ma prezioso distillato delle lotte di classe, di quel “movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi”.

 

[1] Si vedano gli articoli “Piccole grandi miserie dell’ideologia dominante: Chicche da un centenario”, sul n.3/2018, e “Il bicentenario di Max. L’invarianza storica del marxismo: noi manteniamo la rotta!”, sul n.5-6/2018.

[2] Qui come altrove, citiamo da una recente edizione del Manifesto: Feltrinelli 2018, p.25.

[3] Idem, p.8. In una nota del 1888, Engels preciserà “la storia tramandata in forma scritta”, facendo riferimento all’ormai abbondante materiale etnografico portato alla luce da studiosi come Haxthausen, Bachofen e Morgan, che provava l’esistenza, in aree diverse del mondo, di un’originaria società senza classi, di un comunismo primitivo: tutti temi trattati da Engels stesso, nel 1884, in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.

[4] Val la pena di ricordare che una “memoria” dell’uso comune delle terre si può rintracciare anche nel termine “Commons” a indicare per l’appunto, in varie città e cittadine inglesi, ciò che resta di originarie “terre comuni”; e che le primissime colonie puritane nel Nuovo Mondo avevano una struttura sociale basata fondamentalmente sull’uso e lo sfruttamento in comune della terra. Non solo: la vicenda dei “Livellatori” e degli “Zappatori” non mancò di avere i suoi riflessi anche nei processi interni alla “rivoluzione americana” del 1776, con l’enuclearsi dal suo seno di uno schieramento di “ribelli democratici”.

[5] Non a caso, fra i comandanti della flotta si trovava anche il famigerato capitano Bligh, che, un decennio prima, aveva stroncato con violenza l’ammutinamento sulla nave da lui comandata, il “Bounty”.

[6] D’obbligo, per chi voglia approfondire questa fase della storia del proletariato inglese, è la lettura di E. P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, Il Saggiatore, Milano 1969.

[7] Non a caso, Marx scriverà, in una lettera del 5 marzo 1852 al suo compagno di lotta Joseph Weydemeyer: “Per quanto mi riguarda, non a me compete il merito di aver scoperto l’esistenza delle classi nella società moderna e la loro lotta reciproca. Molto tempo prima di me, storiografi borghesi hanno descritto lo sviluppo storico di questa lotta delle classi ed economisti borghesi la loro anatomia economica. Ciò che io ho fatto di nuovo è stato: 1. dimostrare che l’esistenza delle classi è legata puramente a determinate fasi storiche di sviluppo della produzione; 2. che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; 3. che questa dittatura medesima non costituisce se non il passaggio all’abolizione di tutte le classi e a una società senza classi”. Dove vale la pena di sottolineare il verbo “dimostrare”…

[8] Nel 1885, nella “Storia della Lega dei Comunisti”, Engels ricorderà: “Vivendo a Manchester, io avevo per così dire toccato con mano che i fatti economici, che sino allora la storiografia aveva disdegnati o tenuto in nessun conto, sono, per lo meno nel mondo moderno, una forza storica decisiva; che essi formano la base delle origini degli attuali contrasti di classe; che questi contrasti di classe, a loro volta, nei paesi dove grazie alla grande industria si sono pienamente sviluppati, e quindi specialmente in Inghilterra, formano la base della formazione dei partiti politici, delle lotte dei partiti e quindi di tutta la storia politica. Marx non soltanto era giunto alla stessa concezione, ma l’aveva anche già generalizzata nei Deutsch-Französische Jahrbücher (1844), nel senso che non lo Stato condiziona e regola la società civile, ma la società civile condiziona e regola lo Stato; che dunque la politica e la sua storia devono essere spiegate sulla base dei rapporti economici e del loro sviluppo, e non viceversa…” (F. Engels, I princìpi del comunsimo. La ‘Storia della Lega dei Comunisti’, Newton Compton, Roma 1973, pp.64-65.

[9] Édouard Dolléans, Storia del movimento operaio. I: 1830-1871, Sansoni, Firenze 1977, p.21.

[10] Bisogna ricordare che il termine “sabotaggio” viene da sabot, francese per “zoccolo”: i comunissimi zoccoli di legno venivano usati per bloccare e spezzare gli ingranaggi delle prime macchine industriali.

[11] Idem, pp.32-33. Ricordiamo che il Thiers citato è il medesimo Thiers che, nella sua veste di primo  ministro, agirà da spietato mandante del massacro dei comunardi parigini nel 1871: una lunga carriera, la sua, al soldo del potere borghese.

[12] F. Engels, La guerra dei contadini in Germania, Cap I. Attenzione alla data! Appena due anni dopo il Manifesto e il più ampio “movimento storico” che ha nome “1848”.

[13] F. Engels, Ibid.

[14] F. Engels, I princìpi del comunismo. La ‘Storia della Lega dei Comunisti’, cit., p.57.

[15] Ibid., p.65.

 

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