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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 17 Dicembre 2018

Infami prodezze dell'imperialismo

Guerra in Siria e massacro proletario senza fine

Una dopo l’altra, le città siriane sono devastate da missili e bombardamenti aerei. Là dove si trovano le zone di fuoco, non resta più traccia di strade, case, scuole, ospedali. Da Damasco fino ad Aleppo, da Lakatis a Tartus, città sulla costa, a Homs e alle tante piccole città del nord e dell’oriente “curdo”, non resta altro che massacro di civili, bambini, anziani, donne. Nella zona petrolifera di Deil ez-Zor, sull’Eufrate, un centinaio tra soldati “regolari”, contractors di Mosca, Hezbollah libanesi e truppe di Assad, sarebbe stato sepolto sotto una pioggia di missili e bombe lanciati da droni e carri armati manovrati da siriani foraggiati dagli USA: secondo la stampa internazionale, si tratta dello “scontro militare più grave che si sia mai visto fra Stati Uniti e Russia dalla fine della guerra fredda”. Cronache di una guerra in cui si scontrano a nord-ovest verso il mare e sul confine nord-orientale branchi di cani inselvatichiti ben armati e inquadrati dalle più o meno potenti “civiltà” militari, una miserabile massa di proletari straccioni ridotta a soldataglia jiadista, lealista… Mentre dall’alto delle Alture di Golan Israele vigila e con l’eloquente avviso di qualche cannoneggiamento e incursione aerea “spiega” a tutte le fazioni in lotta della borghesia siriana a chi debbono render conto.

 

La popolazione siriana, all’esplosione del conflitto costituita da 22,5 milioni di abitanti (divisibili non solo tra un 90% di arabi, un 9% di curdi, un 1% di armeni, ma anche tra un 74% di sunniti, un 11% di cristiani, un 10% di alawiti, un 3% di drusi e un 1% di sciiti), è allo stremo: quasi un terzo è in fuga, ammassato nei campi profughi turchi e giordani (dai 7 agli 8 milioni!!, di cui a “invadere” la grassa Europa sono solo poche migliaia…), i morti sono almeno “solo” mezzo milione e altrettanti quelli che pudicamente vengono definiti “feriti”, cioè esseri umani orrendamente destinati a sopravvivere mutilati e invalidi…

Le forze speciali della soldataglia turca si preparano ad entrare nell'enclave curda di Afrin, nel nord-ovest della Siria. Il loro obiettivo è di contrastare le “infiltrazioni” delle milizie dell'Ypg (Unità di protezione del popolo curdo). Nella stessa area, oltre alle unità curde, sono schierati anche gli arabi dell'‘Esercito siriano libero’. Il nuovo bilancio dell’operazione militare, il cosiddetto 'Ramoscello d'ulivo', festosamente agitato da Erdogan, ha già rivelato un pesante conteggio di morti: 2.059 il numero dei "terroristi" (curdi e arabi) uccisi, feriti o fatti prigionieri, dall'inizio della guerra. Quale aiuto servirà ai curdi per unificare la cosiddetta nazione kurdo-siriana-irachena-iraniana-turca, questo patchwork stiracchiato che già da tempo ha abortito la propria storia “nazionale”? In questa guerra che non cessa di seminare morte, quanto territorio sarà ingoiato dalle fauci degli imperialismi (USA, Russia, Turchia, Iran) e quanto sarà permesso di ingoiare alle piccole “patrie” senza storia? Ad Afrin sono arrivate anche le truppe siriane, per proteggere, così si dice, i curdi dall’attacco delle forze militari turche, quegli stessi curdi che hanno combattuto contro l’Isis con l’appoggio dall’intelligence e delle armi USA. Per circoscrivere le ambizioni di conquista turche – dicono – è stato trovato anche un accordo tra governo siriano e miliziani curdi, sostenuto e appoggiato dall’Iran e dalla Russia. I bombardamenti aerei di Erdogan, tuttavia, non sono riusciti a definire ancora una linea di confine, una concreta linea di spartizione dell’intera Siria. Il governo turco vorrebbe creare una specie di “zona cuscinetto” oltre il confine meridionale, per evitare di avere, appena al di là della propria frontiera, una vera forza combattente curda. L’azione militare turca ha avuto l’aiuto di una coalizione di “ribelli siriani”, in passato addestrati dalla CIA per combattere il regime di Assad. Con il consenso offerto dalla Russia a Erdogan per entrare nello spazio siriano e bombardare i curdi, le geometrie di guerra hanno espresso altre varianti. La situazione è tesa anche in un’altra città controllata a nord dai curdi e presa di mira dalla Turchia: Manbij, dove gli Stati Uniti hanno basi operative.

Mentre arrivano le notizie dall'enclave di Afrin, in un’altra parte del paese proseguono i bombardamenti del regime e piovono bombe su Ghouta Est, una periferia nei dintorni di Damasco. Si avanza il sospetto che i governativi siriani abbiano lanciato gas sulla città: lo dimostrerebbero i sintomi di soffocamento diffusi nella popolazione: ma, s’affrettano a precisare i media, “non esistono informazioni sicure sull'episodio e sulla natura delle armi usate nei raid”. La città devastata e assediata non può più aspettare, sostiene l’ipocrisia generale: occorre l’intervento dell’ONU per “salvare” la massa dei disperati, mentre si spara da una casa all’altra provocando altre centinaia di vittime. Negli ultimi giorni di febbraio, le forze militari hanno bombardato la città abitata da circa 400mila persone e controllata dai ribelli siriani, uccidendo almeno 250 persone: è il bilancio più grave nella guerra siriana dall’agosto 2013. I video, le immagini e le testimonianze che negli ultimi giorni giungono da Ghouta Est sono crude: sembra che bombardamenti compiuti dagli aerei siriani e russi abbiano colpito gli ospedali; gli abitanti si nascondono nei rifugi sotterranei e negli scantinati. Già dal 2013, Ghouta è circondata e resiste alla fame, con i beni di conforto che entrano in città sfruttando tunnel sotterranei – traffico che si è interrotto da quando le forze alleate di Assad hanno preso il controllo dei territori circostanti. La situazione, sostengono i media, potrebbe aggravarsi maggiormente nei prossimi giorni senza una tregua temporanea che permetta ai civili di trovare una via di fuga… sempre che si permetta alle autoambulanze di lasciare la città. Sembra tuttavia che Assad e i suoi alleati siano intenzionati a riprendere completamente il controllo totale del territorio e a sconfiggere definitivamente i cosiddetti ribelli.

Fino a quando dovrà durare questo massacro?

La “nuova” corsa all’Africa

A tutto gas (Eni!), il primo ministro italiano Gentiloni è andato in missione speciale in Africa. Dalla Tunisia, si è spinto giù fino in Angola e poi in Costa d’Avorio a stringere un grande accordo economico. Qualche mese prima, il presidente Macron ha accolto a Parigi i due rivali libici Sarraj e Haftar, scavalcando la posizione italiana sui migranti e nello stesso tempo, sotto il rigido controllo del Governo Gentiloni-Minniti, la situazione degli sbarchi viene congelata: le masse di migranti sono fermate e rinchiuse nelle galere a cielo aperto del deserto libico. Nella nuova gestione carceraria libica, fioriscono come ai tempi di Gheddafi i “campi di accoglienza e di smistamento” a pagamento, sotto il diktat caritatevole “Aiutiamoli a casa loro”! Il che significa la legittimazione dell’impegno politico delle autorità mercenarie dominanti che si incaricheranno “legalmente” di istituire nuovi e più ampi lager per i disperati nel deserto. Nello stesso tempo, viene inaugurato il cosiddetto “ponte libico”, che dall’Italia porterebbe in Europa attraverso il Mediterraneo, controllato dalla Marina militare e da una task force terrestre, chiudendo rigidamente le partenze verso l’Italia. Anche le Organizzazioni Non Governative sono state “disciplinate” al fine di più severi controlli e limitazioni delle partenze dalle spiagge libiche.

Negli stessi giorni, il presidente Macron è corso nella regione occidentale africana, nella capitale Abijan in Costa d’Avorio e di lì in Burkina Faso, a rimettere a nuovo il vecchio colonialismo francese e consolidare la propria sfera d’influenza in Africa Occidentale; in ritardo, tuttavia, di alcuni anni nei confronti della Cina che sviluppa affari ben più vistosi nell’Africa Orientale, nella regione di Gibuti e del Corno d’Africa. A fine novembre 2017, poi, i colossi europei si sono incontrati sempre ad Abijan e hanno organizzato unità speciali (Unione Europea-Africa) per preparare le scadenze e ampliare il budget pluriennale, o almeno dei prossimi dieci anni 2017-27. Una foto di gruppo ha inquadrato, in quell’occasione, molti personaggi europei e africani presenti al vertice (Unione europea, Unione africana e Onu): praticamente l’intera classe dominante europea e quella africana riunite attorno alla Merkel, a Macron e a Gentiloni con l’avallo delle Nazioni Unite. “Finanza e scarponi chiodati”: è questa la nuova ricetta per l’Africa!

Quelle visitate in questi mesi da Macron sono soprattutto le zone occidentali e centrali dell’Africa (14 ex-colonie), ove l’imperialismo francese gode dei “frutti” del tradizionale passato coloniale. Le zone del franco e delle sue riserve depositate nelle banche di Parigi, prima legate alla moneta francese e ora all'euro (con un sistema di cambio fisso garantito dal Ministero del tesoro), continueranno a mantenere i legami di un tempo. Dopo gli scontri in Mali, Parigi e Berlino si contendono il ruolo di guida nella stabilizzazione del paese saheliano, pur non trovando ancora soluzioni concrete per debellare i cosiddetti narco-jihadisti locali (quando non ne utilizzano le forze!) che si spartiscono traffici e territorio. Il nuovo presidente francese punta ancora sul Mali per testare la propria credibilità di leader mondiale, dando all’Algeria un ruolo chiave nell’attivare i legami da anni sviluppati con trafficanti, milizie e jihadisti sahariani. Un’area in cui non tira più aria di pace, dopo il Mali, è il Burkina Faso: il 2 marzo, infatti, un gruppo di “terroristi” pesantemente armati, al grido di 'Allah Akbar', ha attaccato l'ambasciata francese a Ouagadaougou senza riuscirci. Gli assalitori sono poi penetrati nel quartier generale dello Stato maggiore delle Forze armate locali. 

Per la borghesia italiana, la faccenda “missioni africane” è divenuta più complessa perché si tratta di un ritorno agli anni ’60 del ‘900, quando, con la scoperta del giacimento di El Borma nel Sahara, il gasdotto Transmed venne congiunto a quello proveniente dall’Algeria, che, attraversando il Mediterraneo, risale oggi la penisola italica. In Angola, gli accordi stipulati nei mesi passati prevedono per l’Eni un affare che ammonta al 50% dei diritti del Cabinda North, “una sorta di eldorado energetico angolano”, ma in Costa d’Avorio si prospetta un ricco affare (l’Eni acquisirà il 30% del blocco esplorativo), come pure nel Ghana, dove si trovano giacimenti, secondo la Banca Mondiale, per 41 miliardi di metri cubi di gas e 500 milioni di barili di petrolio.

Per la Francia e, per esteso, per l’Europa (nel passaggio all’euro), le regole monetarie si sono fatte più complesse dal punto di vista economico a causa della convertibilità del franco in euro, per la parità fissa con l’euro, per le riserve di cambio dei paesi della zona-franco centralizzate nelle banche centrali, per i trasferimenti resi liberi tra zona-franco e Francia. Grazie alla parità, la Francia può continuare ad acquisire materie prime africane (cacao, caffè, banane, legna, oro, petrolio, uranio…) senza sborsare le proprie valute e le sue imprese possono investire nella zona-franco senza rischi di deprezzamento monetario: grazie alla libera circolazione dei capitali, rimpatriano i profitti in Europa senza ostacoli. Le multinazionali francesi come Bolloré (settore delle telecomunicazioni), Bouygues (Compagnia telefonica), Orange (Telecomunicazioni e Telefonia) e Total (Compagnia petrolifera) ne approfittano: mentre il sistema permette di garantire profitti dei colossi europei, è la borghesia africana che attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, paga la stabilità del tasso di cambio.

Che l’intervento politico francese abbia cercato di scalzare l’Italia nella faccenda libica, e non solo per la questione dell’immigrazione ma anche per la presenza dell’Eni, lo riconoscono in molti. Ma i “malintesi” sull’affare Niger sono stati ancor più pesanti. La proposta di una missione italiana non è andata giù e lo si è capito nell’intervista rilasciata dal Ministro degli Interni e nelle osservazioni del Ministro degli Esteri del Niger. Secondo la propaganda, la “Missione-Niger” non era che un altro dei tanti interventi “umanitari” che ormai appestano l’aria in Africa e Medioriente: l’invio di un contingente di 470 uomini e di una squadra di 40 specialisti da impiegare “contro l’immigrazione clandestina e il terrorismo”. La delibera parlamentare, che si risolveva nella partenza dei primi cento uomini prevista per giugno, pianificava un sopralluogo ai confini del Paese, sopralluogo presto cancellato. Da più parti, si è pensato a una chiusura nei confronti dell’Italia da parte del governo di Parigi, che ha già in quell’area un contingente con un ruolo di primo piano, pari a quello degli Stati Uniti e della Germania. La missione italiana è stata ritenuta “inconcepibile” dal governo nigerino perché “non ci sono stati contatti tra Roma e Niamey”: non è stato mai chiesto l’addestramento per il controllo dei confini, si è detto – “al massimo si può pensare ad una missione di esperti senza ruoli operativi”. Se si considera che l’impegno prevede una presenza di 120 uomini nel primo semestre 2018 in Mauritania, in Nigeria e Benin (paesi che non sono politicamente tra i più stabili) e l’invio di 130 mezzi terrestri tra cui Lince e due velivoli C130, risulta evidente che la missione non era concepita come… una passeggiata. In particolare, il progetto prevedeva (per una spesa di circa 30 milioni di euro) l’invio di personale per lavori infrastrutturali, di squadre di rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (Cbrn), di un’unità di supporto, di un’unità per la raccolta informativa, sorveglianza e ricognizione a supporto delle operazioni (Isr).

Già: missioni umanitarie… Oh, gonzi!

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

 

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