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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Martedì, 16 Luglio 2019

Lo sviluppo del Sud-Est asiatico: una boccata d’ossigeno per un capitalismo mondiale in agonia (I)

Il grande sviluppo capitalistico che nei passati decenni ha interessato i maggiori paesi dell’area asiatica, come il Giappone, il Nord Est (le cosiddette “tigri asiatiche”: Hong Kong, Singapore, Taiwan, Corea del sud), la Cina e l’India, coinvolge sempre più, anche se in modo variegato, l’area del Sud Est. Avviato negli ultimi decenni del secolo scorso, tale sviluppo ha ricevuto un impulso straordinario nell’ultimo ventennio. Forte della sua favorevole posizione geografica, la regione è oggi integrata pienamente nell’interscambio e negli investimenti con l’intera area asiatica e le altre aree mondiali. Entità di tale sviluppo e integrazione sono soprattutto paesi come Singapore, Indonesia, Thailandia e, negli ultimi anni, anche Malaysia, Vietnam, Filippine, mentre Myanmar (ex Birmania), Laos e Cambogia stentano ancora a uscire dagli effetti dell’antico vassallaggio economico e militare, prodotto dal colonialismo occidentale e da quello dei “vicini di casa”.

Processo di sviluppo dell’area

La necessità di una maggiore cooperazione e integrazione economica fra tali entità, con grandezze economiche, sociali, fisiche, etniche, religiose, notevolmente diverse tra loro, fu sentita fortemente già alla fine degli anni ’60 del ‘900, con la costituzione dell’ASEAN, l’Associazone delle Nazioni del Sud Est Asiatico. Si trattava di “accelerare lo sviluppo economico nonché la cooperazione e l’assistenza reciproca tra gli stati membri”, attraverso incontri annuali. Al vertice di Bali del 1976 i cinque stati fondatori (Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia) estendono i loro legami ad altri dodici “partner di dialogo”, in pratica a tutte le grandi aree mondiali. Lo sviluppo procede spedito dalla metà degli anni ’80 attraverso le delocalizzazioni delle imprese giapponesi e l’inserimento nei processi produttivi guidati dalle stesse imprese giapponesi insieme a USA e Corea del sud. Obiettivo “strategico” nel 1994 fu anche quello di “rafforzare i legami con l’Europa” come risposta alla più favorevole situazione economica e politica determinatasi nella regione. Nello stesso anno, viene fondato l’Asean Regional Forum (ARF), una sorta di “dialogo informale” tra l’ASEAN e i 12 maggiori “partner di dialogo”, che si poneva anche problemi riguardanti la sicurezza della regione. La situazione favorevole spingerà nell’ASEAN anche il Vietnam (1995), e al suo seguito la Birmania (1997) e la Cambogia (1999) (il piccolo stato del Brunei era già entrato nel 1984 dopo l’avvenuta indipendenza). Con la maggiore facilitazione della circolazione di beni, servizi, capitali e persone, si pone, a fine 2015, la realizzazione dell’Asean Economic Community (AEC), una sorta di entità economica di circa 600 milioni di abitanti, seconda solo a Cina e India, anche se ovviamente poco coesa: un gruppo di paesi, dunque, in un’area che assume una posizione chiave nel controllo delle rotte internazionali, poiché dallo stretto di Malacca transita il 40% delle merci scambiate nel mondo e un quarto del petrolio trasportato via mare (1).

Nei tre decenni precedenti la crisi finanziaria del 1997, l’Est asiatico procedeva a tassi di crescita medi superiori a quelli di qualsiasi altra area mondiale. Ammodernamento delle vie di trasporto e comunicazione e ristrutturazione delle politiche industriali e dell’istruzione facevano crescere il reddito medio, riducendo al contempo il gap tecnologico con l’Occidente. Il processo di sviluppo era segnato anche dalla forte dilatazione del credito bancario (denominato in dollari), dal mantenimento di bassi tassi di interesse e dal buon andamento dei corsi azionari.

La crisi finanziaria del 1997

La crisi, in contrasto con le aspettative dello stesso FMI che aveva previsto il perdurare della crescita economica, si manifestò sotto l’aspetto valutario, con attacchi speculativi alle varie monete nazionali, causandone il forte deprezzamento e lo sganciamento dal dollaro, accompagnata dal crollo del mercato azionario e immobiliare e da catene di fallimenti di imprese, banche ed istituzioni finanziarie; e si ripercosse poi sull’economia reale (la recessione perdurò per tutto il 1998) e sul piano sociale con l’aumento della disoccupazione e il carovita. L’indebitamento del settore privato, imprese e banche, provocò il ritiro dei capitali degli investitori stranieri e degli istituti di credito. La fuga dei capitali, spinta dal timore di ulteriori svalutazioni, aumentò il circolo vizioso della crisi finanziaria, aggravando le difficoltà delle stesse imprese e banche. Secondo il vice presidente della Banca Mondiale, J. Stigliz (2), il Fondo Monetario Internazionale osteggiò le politiche delle sovvenzioni statali, sia pure graduali, alle imprese “strategiche” a favore di una rapida accelerazione in senso liberalizzatrice e privatista, favorendo gli investimenti di capitali esteri (sebbene si trattasse di economie con alti tassi di risparmio). Questo favorì l’indebitamento delle stesse economie cui si rispose col versamento di ingenti somme nelle casse dei paesi in difficoltà, con l’unico scopo (secondo lo stesso Stigliz) di rimborsare le banche creditrici occidentali, causando ulteriori danni a economie già in difficoltà. Le “riforme strutturali”, richieste dallo stesso FMI per ottenere i prestiti, avrebbero avuto lo scopo di avvantaggiare le speculazoni dei creditori esteri, aggravando la situazione anche con l’imposizione di alti tassi d’interesse, fissati addirittura al 25% o lasciati levitare fino al 40%, con effetti devastanti per le imprese già indebitate. Come si vede, la crisi greca non ha nulla di inedito, come pure la politica del FMI favorevole alle speculazioni del grande capitale finanziario. L’ancoraggio delle monete nazionali al dollaro, la cui debolezza nel cambio dal 1995 aveva favorito la competitività delle merci di Indonesia, Malaysia e Thailandia, si convertì più avanti in un aumento dei prezzi dovuto a un cambio fortemente rivalutato rispetto allo yen giapponese e allo yuan cinese, che si era nel frattempo svalutato. Tutto si risolveva con grandi crisi di liquidità e interventi “riparatori” del FMI.

La crisi ebbe il suo epicentro in Thailandia, la cui moneta era legata al dollaro con un tasso fisso di 25:1, che a luglio 1997 subì una svalutazione del 15% del suo valore nominale. Ciò accadeva in un’economia che era cresciuta dal 1985 al 1996 con un tasso anuo medio del 9% e aveva conosciuto un incremento dei flussi e degli scambi dei capitali fino al 14% del suo PIL. Si cercò di difendere la moneta col ricorso alle riserve di valute e il rialzo dei tassi d’interesse e con svalutazioni che risultarono sempre più incontrollate e che ebbero solo l’effetto di spingere ad altri attacchi speculativi e di provocare il fallimento di numerose aziende. Il prestito del FMI, qualche mese dopo, apparve come il chiaro tentativo di rimborsare con valuta pregiata i creditori, cioè le banche occidentali che avevano concesso i prestiti. Il nuovo tasso (più vantaggioso) del bath, la moneta nazionale, convinse i suoi possessori a convertirla in dollari e a trasferirla all’estero. La moneta subì una svalutazione di più del 60% rispetto al 1996. Il prestito ovviamente era condizionato alla realizzazione di “aggiustamenti strutturali”, con relativi provvedimenti di liberalizzazione e privatizzazioni, taglio della spesa pubblica e aumento della pressione fiscale. La ripresa economica favorita dalla posizione geografica del paese e dal forte interscambio con i paesi dell’area, fece comunque uscire la valuta, nel giro di pochi anni (già dal 2001), dal circolo vizioso delle grandi speculazioni. Il bath si rivalutava man mano rispetto al dollaro fino a stabilizzarsi a 31:1, segno di una crescita economica che avrà un andamento sostenuto anche negli anni successivi.

Anche l’Indonesia, nel giugno 1997, sembrava lontana da una possibile crisi economica, vantando un surplus nella bilancia commerciale di circa 900 milioni di dollari, riserve in valuta estera di circa 20 MLD, un’inflazione contenuta e un sistema bancario solido. Nel luglio 1997, dopo un aumento della banda di oscillazione della moneta, la rupia, dall’8 al 12% e i successivi attacchi speculativi, venne reintrodotta la flessibilità del cambio che produsse la svalutazione della moneta. Il finanziamento di 23 MLD da parte del FMI aumentò la domanda in dollari, portando la rupia al suo minimo storico. Il cambio, che prima della cisi si era stabilizzato sulle 2000 rupie per dollaro, toccò il picco di 18000 rupie. Le imprese furono costrette ad acquistare dollari per ripagare i creditori contribuendo ad accrescere l’inflazione. La chiusura di numerose fabbriche e l’aumento della disoccupazione e dei prezzi degli alimenti scatenarono rivolte in tutto il paese (più di 500 morti nella sola Giacarta).

Il ruolo della Cina

Sulla scia dell’impatto della crisi finanziaria del 1977, alla fine del 2001 si istituisce la zona di libero scambio tra l’ASEAN e la Cina (ACFTA), entrata in vigore il primo gennaio 2010 con l’abolizione dei dazi doganali sul 90% circa delle merci scambiate tra Cina e i maggiori paesi dell’ASEAN, riducendo la competitività delle merci provenienti da altre regioni. Il mercato, con quasi due miliardi di persone, è il terzo al mondo dopo quelli di UE e NAFTA. Anche il Sud Est asiatico, ovviamente, rappresenta un importantissimo scacchiere per la politica estera cinese. Incluso nell’antico sistema tributario, sempre considerato da Pechino il naturale “cortile di casa” e segnato da fortissima migrazione, il governo cinese, dall’inizio degli anni ’90, cerca di ricostruire con esso una rete di legami politico-economici “privilegiati”. La Cina ha sostituito gli USA come terzo patner dell’ASEAN dopo il Giappone e l’UE. L’ASEAN ha accresciuto la propria presenza sui mercati tradizionalmente dominati da imprese e investimenti giapponesi, riducendo la dipendenza del Sud Est asiatico dagli USA e dal Giappone (rilevanti invece gli scambi con Corea del sud, Australia e India).

Gli investitori cinesi stanno delocalizzandosi in quest’area (soprattutto in Thailandia, Vietnam e Malaysia), e così molte aziende occidentali. La Cina finanzia gli sforzi di questi paesi per dotarsi d’infrastrutture energetiche e logistiche per poterli meglio inserire nel ciclo produttivo cinese, come già fanno la Thailandia per l’auto e la Malesia per l’elettronica. Sono molteplici le iniziative su partecipazioni, fusioni, acquisizioni, collaborazioni contrattuali, ecc. Si aprono sempre più le porte, per i paesi dell’ASEAN, del grande mercato cinese. La zona di libero scambio, l’ACFTA, spinge alla produzione con specializzazioni produttive verso l’export nei mercati asiatici in Oceania e Medioriente. Lo sforzo dei paesi dell’ASEAN per controbilanciare la forte posizione cinese consiste nel coinvolgere altre potenze all’interno dell’ACFTA, come ad esempio l’India. L’accordo, da un lato, rafforza la posizione della Cina come potenza regionale a discapito degli USA e del Giappone, e dall’altro attenua il timore dei paesi dell’ASEAN riguardo alle contese per le isole Spratly su cui vantano diritti Cina, Taiwan, Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei.

Panoramica degli Stati

Diamo ora una rapida panoramica generale ai dati economici degli ultimi anni per i singoli Stati, o almeno per quelli più rilevanti, in modo da inquadrarne la forza economica relativa e soprattutto in quanto a entità regionale, riservandoci di ritornare sulle caratteristiche economiche, sociali e politiche più specifiche in lavori successivi.

Indonesia

E’ lo stato più popoloso (il quarto al mondo: attualmente circa 256 milioni di abitanti) e la prima economia in termini di PIL assoluto dell’ASEAN (3). Il PIL del 2013 di 910 miliardi di dollari (MLD) è calato nel 2014 a 888 MLD, ma crescendo tra il 2011 e il 2014 alla media annua del 5,8%. Il PIL procapite è a 3.534$ nel 2014. Il tasso di disoccupazione è intorno al 6%, mentre l’inflazione è al 7%. L’export da 185 MLD del 2013 è diminuito a 175 nel 2014 (soprattutto a causa della diminuzione del prezzo globale dell’olio di palma e della gomma e del calo della produzione petrolifera) e ha avuto come principali destinatari il Giappone, la Cina e Singapore. L’import (sempre per il 2013 e 2014) è stato di MLD 176 e 168 e ha visto come fornitori principali Cina, Singapore e Giappone. In calo gli investimenti lordi fissi: dagli 8,9 MLD del 2011 a 4,1 nel 2014. Il debito pubblico s’aggira intorno al 26% del PIL nel 2014 (4).

Gli IDE (5) hanno avuto una flessione negli ultimi anni, ma sono cresciuti di circa il 16% nel 2014: quelli in uscita (6) nel 2012-2013 erano attorno agli 8 milioni di euro (ML€), mentre lo stock totale (7) in uscita per i due anni era rispettivamente di circa 12 e 20 ML€. I flussi in entrata (8) per i due anni erano attorno ai 17 ML€, mentre lo stock totale in entrata era di 173 e 188 ML€. Principali investitori: Singapore e Giappone.

Il regime di Suharto, caduto dopo la crisi finanziaria del 1997, aveva stabilito una linea più filoccidentale, con peso maggiore all’ONU o ai G20, ponendo di fatto l’Indonesia come il paese guida dell’ASEAN. La dimensione territoriale e la collocazione strategica le hanno consentito di porsi come importante interlocutore delle grandi potenze dell’area del Pacifico (il 54% dell’interscambio avviene con i paesi di quest’area). I suoi interlocutori principali sono il Giappone (secondo partner commerciale, con un interscambio di circa 37 MLD), la Cina (fonte di investimenti nelle infrastrutture, sopratutto dopo la normalizzazione dei rapporti nel 1990 e nonostante la forte sensibilità per la “minaccia cinese”), l’Australia, gli USA e l’area mediorientale. Il paese dispone di grandi risorse: energetiche (carbone, gas naturale, petrolio, ecc), minerali (ferro, oro, rame, nikel, alluminio, stagno), agricole e forestali (è il primo produttore ed esportatore di olio di palma e il secondo di gomma naturale), ittiche (50mila chilometri di coste) – tutte risorse che il governo cerca di utilizzare investendo in sovrastrutture, soprattutto con il potenziamento di quelle portuali, per il commercio marittimo e la pesca (il paese è composto di oltre 17mila isole), ma anche di strade, ferrovie, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni.

Le disponibilità finanziarie non mancano. Dopo il collasso del 1998, il sistema bancario è stato risanato e ristrutturato e attualmente si presenta abbastanza solido e capitalizzato. In forte evoluzione è anche il settore finanziario non bancario, come i fondi di pensioni e le assicurazioni. Il governo, dall’inizio della crisi del 2008, conduce una politica monetaria espansiva. La crescita è favorita anche dal basso debito pubblico (26%), dal forte interesse degli investitori stranieri, dalla stabilità politica e da una rilevante e crescente domanda interna (la Banca mondiale ha stimato che il ceto medio è passato da 81 milioni a 131 milioni nel periodo 2003-2010). Ma i problemi rimangono: il retaggio di un passato dominato da un numero limitato di grandi gruppi finanziari, la presenza di uno strato di alti funzionari e politici cresciuti all’ombra della dittatura con affiliazioni personali con i diversi leader a livello locale e nazionale, una diffusa corruzione a ogni livello e il grande peso della burocrazia.

Singapore

E’ lo stato-isola che concentra in una piccola area (appena 718 Kmq) la maggiore potenza economica dell’ASEAN. La sua posizione geografica strategica gli ha permesso di svilupparsi come importante centro di commercio, turismo e comunicazone. Armato fino ai denti, dispone di un’aviazione militare simile a quella dell’Australia e di una marina da guerra di tutto rispetto. Con una popolazione di 5,5 milioni di abitanti, il PIL 2011 di 275 MLD è cresciuto a 308 nel 2014, pur con una “frenata” della percentuale negli ultimi anni: dal 6,2 del 2011 al 2,9% del 2014. Il PIL del settore primario è solo dello 0,03%, quello del secondario del 24,49%, del terziario del 75,48%. La potenza economica si vede anche dal PIL pro capite che si porta fino a 56.319$ nel 2014. La disoccupazione viaggia sul 2,8% del PIL nel 2014, mentre il debito pubblico è intorno al 100% del PIL e l’inflazione è intorno all’1%. Per l’export, abbiamo i dati dal 2011 al 2014: cresciuti di poco, si situano intorno ai 435 MLD, con principali destinatari Malaysia (MLD 39,1), Hong Kong (MLD 34,8) e Cina (34,1). I settori a più forte esportazione sono l’elettronica di consumo, i prodotti tecnologici e farmaceutici e i servizi finanziari. L’import (sempre dal 2011 al 2014) è stato di poco inferiore all’export (in media circa 365 MLD) e ha avuto come principali fornitori Malaysia (MLD 31,4), Cina (30,4) e USA (30,1).

Nel 2012, lo stock degli IDE con la UE (con cui è anche in corso la ratifica del trattato di libero scambio) aveva raggiunto i 190 ML€. L’isola-stato è una delle principali destinazioni degli IDE europei in Asia e il secondo maggiore investitore nella UE dopo il Giappone, e il primo partner commerciale della UE nell’ASEAN. Tra il 2008 e il 2013, l’interscambio con la UE è aumentato del 21%, quello dei servizi del 36%.

Colonia britannica, Singapore ottiene l’autogoverno nel 1959, entra a far parte della federazione malese e nel 1965 diventa repubblica indipendente. Da allora, lo sviluppo sarà impetuso: attorno all’8% annuo del PIL, con tassi di investimento elevati, quasi pari al 50% del PIL, con un picco del 59% nel 1984. Gli avanzi di bilancio diventano investimenti indirizzati a una politica industriale fortemente orientata all’export, come pure al trasporto marittimo, ai servizi finanziari, alle industrie pesanti, alle tecnologie.

Possiede una struttura economica molto sviluppata, basata sui servizi e sulla manifattura ad alta tecnologia (per cui risente molto le variazioni di mercato), è sede di centinaia di multinazionali dei comparti più avanzati, ed è uno dei maggiori porti mondiali, tra i primi per il traffico di container, molto esposto all’andamento del traffico internazionale. Le industrie sono sviluppate nei settori meccanico (cantieri navali), chimico, petrolchimico, elettronico, farmaceutico, biotecnologie. Nuovi pilastri della crescita economica sono l’industria biomedica, delle tecnologie ambientali e dei media digitali interattivi. Singapore oggi cerca di portare le risorse destinate a ricerca e sviluppo al 3,5% del PIL, per collocarsi tra i paesi di testa a livello mondiale con Giappone, Finlandia, Svezia, Taiwan, Corea del sud. Per il periodo 2016-2019, si prevedono una crescita media attorno al 3,8% (se continua il buon andamento dell’economia USA, uno dei principali mercati di esportazione) e un ulteriore sviluppo delle infrastrutture (fra cui, tra il 2016 e il 2020, un collegamento ferroviario tra Singapore e Kuala Lumpur, la capitale malese). Nella recente crisi finanziaria, la dipendenza dal commercio internazionale ha finito per coinvolgere fortemente il paese: dal 2011, si tenta di aumentare considerevolmente la produttività riqualificando le competenze a ogni livello della catena lavorativa. Grande rilievo hanno le attività bancarie e i fondi sovrani (Temasek in testa). Inoltre, Singapore vuole togliersi l’etichetta di “avamposto della finanza facile”, puntando non più sulla speculazione finanziaria ma sulla crescita reale dell’economia: “Singapore è sulla punta dello stretto di Malacca, snodo cruciale del passaggio delle merci da e verso la Cina, all’estremo sud del Mare Cinese Meridionale che, nonostante tutta l’acqua di mare che contiene per definzione, è una polveriera” (9). Non abbiamo dubbi!

Thailandia

La Thailandia si va affermando come altra potenza economica regionale. Con una popolazioe di circa 67 milioni di abitanti, il suo PIL nel 2014 si è portato a 374 MLD, quello pro capite intorno ai 5500 $ (dati 2014). La crescita in % è stata del 2,8% nel 2013 e dello 0,9% nel 2014, molto più bassa degli anni precedenti (7,8% nel 2010 e 6,2% nel 2012) a causa dei problemi di politica interna (l’alternarsi di elezioni e colpi di stato militari, tra cui quello del maggio 2014 che ha bloccato la spesa pubblica in espansione). Si prevede un +3,5% nel 2015. La disoccupazione è intorno all’1%, il debito pubblico circa al 45% del PIL, mentre quello privato, a causa delle spese delle famiglie dopo le inondazioni del 2011, rimane in aumento e grava per l’85% circa sul PIL. L’inflazione si situa attorno al 2%.

Per gli IDE in uscita (dati del 2011) siamo ai 6 ML€ contro gli 8 del 2014, con destinatario principale il Giappone, mentre per lo stock totale accumulato si arriva ai 29 ML€ (11,8% del PIL), con destinatari principale Singapore, Hong Kong, Cina. Per gli IDE in entrata (sempre per il 2011), siamo quasi allo stesso livello (5,6 ML€), con principali investitori Giappone, Svizzera e USA, mentre per lo stock totale siamo a 108 ML€ (quasi 44% del PIL) con principali investitori, oltre al Giappone (33,6 ML€), anche Singapore (17,3) e USA (9,6). L’affllusso di capitali è diminuito negli ultimi anni, ma quello thailandese è un tessuto industriale ormai “maturo” e ricettivo agli investimenti esteri da oltre trent’anni: per il 2015, si prevede anzi un’attrazione d’investimenti esteri e comunque una non-fuga di capitali all’estero, nonostante il recente colpo di Stato.

Nel 2013 e 2014, l’export è stato di MLD 229 e 228, di poco inferiore all’import (250 e 228 MLD): si esportano soprattutto apparecchiature elettroniche ed elettriche, elettrodomestici e macchinari, computer e accessori, plastica, derivati del petrolio, veicoli commerciali. Le esportazioni incidono per il 70% del PIL e avranno un rallentamento a causa della frenata della Cina, primo mercato di sbocco. S’importano in prevalenza carburanti e materie prime, semilavorati e beni di consumo, grazie anche a una rilevante espansione della classe media, in crescita per numero e potere d’acquisto nei centri urbani di Bangkok, Chiang Mai e Phuket. Il paese è ancora prevalentemente agricolo, con il 40% della forza lavoro impiegata nell’agricoltura, ma con un contributo del solo 9% sul PIL: è il maggiore esportatore di riso e produttore di gomma del mondo, ma subisce il recente calo dei prezzi delle materie prime. Notevoli sono le esportazioni veso la UE, che incidono per il 68% del totale, mentre tra i 10 membri dell’ASEAN le esportazioni rappresentano il 25%, ma in costante crescita.

Le riserve valutarie stabilizzate si aggirano intorno ai 160 MLD. Negli anni ’70 del ‘900, vi è stata una forte incidenza d’investimenti esteri, che ha favorito la creazione di un robusto settore industriale basato sull’importazione delle relative attrezzature. Negli anni ’80, si è andato poi sviluppando un vasto settore manifatturiero basato sul lavoro intensivo e fortemente orientato all’esportazione, soprattutto nel tessile e nell’abbigliamento. Dagli anni ’90, è esploso il settore dell’alta tecnologia, soprattutto accessori per computer e autoveicoli.

Il governo Chan-Oca, insediatosi dopo il colpo di stato del maggio 2014, ha approvato grandi progetti sovrastrutturali e sussidi per l’agricoltura per stimolare la domanda interna e si è impegnato nella rituale lotta contro la corruzione.

 

Note

(1) “Il Vietnam tra Cina e USA”, Limes, n.8/2015, pag.66.

(2) J.E Stigliz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino 2002

(3) PIL a prezzi correnti (prezzi vigenti nell’anno considerato)

(4) Fonte: Ministero degli Affari Esteri e Calendario Atlante De Agostini, 2016

(5) Dati in milioni di euro (€). Fonte: IMF, International Financial Statistics, aggiornamento del settembre 2015

(6) I flussi in uscita sono i flussi da un paese

(7) Lo stock di IDE è il valore totale di attività estere accumulato fino ad un certo periodo.

(8) I flussi in entrata di IDE sono i flussi verso un paese

(9) F. Galietti, nel numero di Limes, Moneta e Impero.

 

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