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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Martedì, 16 Luglio 2019

Siria (e dintorni): Il bombardamento continuo

A sei anni dall'inizio del conflitto in terra siriana, le stime sulle conseguenze della guerra narrano di un'immane tragedia abbattutasi sulla popolazione civile (e proletaria). I morti sono calcolati in più di 300mila, i profughi in più di tre milioni (e molti di questi sono oggi ammassati in veri e propri campi di concentramento, schiacciati contro chilometri di filo spinato sulla via dell'Europa occidentale). Chi è rimasto nelle città e nei villaggi, impossibilitato a partire, vive quotidianamente fra l'incudine delle bombe scaricate dai jet delle nazioni imperialiste e i mitra e i cannoni delle milizie internazionali e il martello della fame e dell'indigenza prodotte dall'impossibilità di ricevere qualsiasi tipo di aiuto e da un'economia locale oramai azzerata. E le cifre su riportate sono destinate a crescere.

Di fronte a questo drammatico quadro, i mass media mondiali, entusiasti sostenitori degli interessi borghesi, sono quotidianamente impegnati a diffondere l'interpretazione degli avvenimenti e delle loro cause in maniera compatibile con gli interessi propagandistici e ideologici della borghesia. Secondo questa chiave di lettura, i motivi della guerra sono da ricercarsi nella contrapposizione fra sciiti e sunniti, impegnati nel tentativo di far valere la propria egemonia confessionale nell'area. La morale, da vent'anni a questa parte, è sempre la stessa: la destabilizzazione nel Medioriente è figlia di forze reazionarie e conservatrici che vorrebbero portare le lancette dell'orologio indietro nel tempo e imporre alle popolazioni mediorientali improbabili regni teocratici, figli non del nostro tempo ma di istanze antiprogressiste e oscurantiste del passato. Altri, invece, vorrebbero spiegare tutto con gli interessi famelici dei soliti Stati Uniti che, mai sazi di egemonia, cercherebbero ogni pretesto per aumentare la propria influenza a scapito degli altri imperialismi.

Né gli uni né gli altri hanno ragione. O meglio: queste “ragioni” hanno il loro peso ora che la guerra è iniziata, ma di certo non sono le cause determinanti dell'inizio del conflitto e del suo perdurare. Se per la borghesia questa lettura degli accadimenti è necessaria per la propria propaganda ideologica e di classe, per il proletariato l'accettazione di queste tesi è rovinosa.

Che cosa sta accadendo allora in Siria? Perché quella terra è sottoposta a questo bombardamento continuo? Proviamo a dipanare la complicata matassa.

Come abbiamo ricordato in passato, la Siria è una terra di confine, storica porta del Medioriente, posta come un cuscinetto fra le tre grandi nazionalità dell'area: la turca, l’araba e la persiana; e questa collocazione geo-storica sta all’origine della contemporanea presenza (e, per molti secoli, convivenza) di numerose etnie diverse – una ripartizione ulteriormente frammentata dall'interazione con confessioni religiose sovrapposte nel territorio. Si trovano quindi in Siria arabi sunniti, alawiti, ismailiti, nusayri, e poi kurdi, armeni, turcomanni, drusi, levantini, circassi, aramei, caldei – solo per citare i gruppi maggiori. E poi sunniti, sciiti, cristiani, e appartenenti alle varie sette prodotte dal millenario compenetrarsi delle confessioni maggiori, come i drusi, gli yazidi, ecc. Una caleidoscopica presenza di tradizioni diverse, che nella situazione attuale forma l'humus ideale su cui far leva per alimentare divisioni e odii, al solo scopo di perpetuare la guerra presente.

Se infatti analizziamo le forze in campo, ci accorgiamo che la confusione di sigle è quasi inestricabile: si calcolano circa trenta raggruppamenti armati di stampo sunnita, a loro volta contenitori di raggruppamenti ancora più piccoli e locali, e almeno tredici organizzazioni kurde, a cui bisogna sommare le forze fedeli al governo di Damasco (di matrice alawita) e poi gli hezbollah libanesi, i pasdaran iraniani e, ancora, le milizie turcomanne nel nord occidentale del paese, le milizie kurde (di appartenenza sia turca che irakena) e infine quella milizia internazionale rappresentata dall’IS o Daesh, che recluta veri e propri “lanzichenecchi” nell’Europa occidentale, nel Nord Africa, negli Stati caucasici, fino all'Afghanistan e al Pakistan... E stiamo parlando solo delle forze che si confrontano giorno dopo giorno, metro dopo metro, sulla terra siriana!

Ognuna di queste sigle è portatrice d’istanze particolari e interessi locali che, vista la frammentazione, alle volte non superano i confini di una regione, di una città e, più spesso, di un solo quartiere. Il risultato sul terreno è una continua e mortale conflittualità di tutti contro tutti che alimenta ogni giorno quest’immensa carneficina. Se dunque cerchiamo di scorgere un senso a questa guerra osservando i principali attori sul campo, quello che se ne ricava è solo un intreccio apparentemente inestricabile di azioni e reazioni: una guerra di bande che ha il solo obiettivo di autoalimentarsi e nulla più.

***

Ma, al di sopra degli interessi siriani, aleggiano gli interessi di tre delle cinque maggiori borghesie dell'area: quella turca, quella arabo-saudita e quella iraniana.

La Turchia è il paese che più ha da perdere in questa partita. Negli ultimi quindici anni, ha perseguito una politica di potenza d'area, la cui base di partenza è la particolare dimensione economica assunta in rapporto alle altre della regione. Non ancora sufficiente sul piano della bilancia commerciale, e non ancora libera dai vincoli imposti dalla necessità di approvvigionarsi di capitali sui mercati internazionali, e dunque ancora finanziariamente debole, la Turchia vanta però un sistema produttivo industriale e in parte agricolo di tutto rispetto, superiore, per intenderci, alle produzioni di molti Stati europei (in quantità e in diversificazione). Di necessità, tale sistema ha bisogno di penetrare, con la propria produzione e spesso sovrapproduzione, i mercati esteri, o almeno quelli vicini. Nella fase pre-crisi, questa politica di penetrazione si è presentata con la faccia gentile della diplomazia e degli accordi economici: ad esempio, con Siria, Libano e Giordania si era arrivati alla creazione di un mercato comune, dal quale transitavano verso i paesi arabi anche le merci dell'odiata Israele, ripulite proprio in Turchia dal “tanfo sionista”. L'area di espressione di questa nuova volontà di potenza non poteva che ricalcare le antiche direttrici del fu Impero ottomano: e ciò non per espressione di forze retrive e oscurantiste, ma solo perché la Turchia non è ancora stata… spostata in Oceania. Alla fine di questo ri-orientamento strategico, e mentre si trascinava stancamente l'infinita discussione sull’adesione all'Unione Europea, lo Stato turco ha costruito una struttura relazionale sui mercati esteri che dovrebbe far riflettere (soprattutto le “controparti” europee): ha invaso con le proprie merci tutti i paesi confinanti e dell'area e, attraverso questi, tutta l'area mediterranea e centro-asiatica.

Certo, i paesi europei rappresentano ancora la destinazione di una buona fetta delle esportazioni turche, ma il loro peso si è via via ridotto sensibilmente: i dati sulle importazioni di questi paesi confermano la tendenziale autonomizazzione dell’economia turca che traffica con tutto il mondo, e in particolare con quello a essa vicino. E il clima di “distensione” era tale che persino la “questione curda” sembrava aver imboccato una nuova via, verso una soluzione pacifica: basti osservare la decisione del PKK di dichiarare unilateralmente una tregua e considerare la politica di ottimo vicinato con il PKD del Kurdistan irakeno.

Questi sviluppi dell'economia turca e, di conseguenza, della “politica di buon vicinato”, si scontrano però, nel 2007, con il precipitare dell'economia mondiale nella più grande crisi di sovrapproduzione dal secondo dopoguerra (e forse sarebbe il caso di aggiungere mai vista). Proprio per questo, oggi, la Turchia è fermamente intenzionata a non perdere nemmeno una posizione fra quelle conquistate in questi anni (ricordate il jet russo abbattuto dai turchi?).

Parzialmente diversa è la realtà della borghesia saudita. L'Arabia Saudita è in ultima istanza una landa monopolistica e monopolizzata dalla produzione del petrolio e dalle strutture a essa affini per filiera e/o trasformazione del prodotto-base. Questa specificità (che vede quindi un'agricoltura inesistente, e comunque di sussistenza, e un terziario avanzatissimo per numero di occupati, con circa un quarto della forza-lavoro occupata che produce il 60% del PIL – e ciò quasi interamente nel settore petrolifero, che da solo rappresenta l’87,4% delle esportazioni), questa specificità è alla base di una certa capacità di movimento sul piano internazionale e, al contempo, di un certo grado di rigidità nel sistema borghese arabo-saudita. Come ben dimostrano i dati sulle esportazioni, l'Arabia Saudita gioca a tutto campo, ed è ormai molto attratta verso l'Asia dove ha i suoi mercati maggiori; in altre parole, la borghesia saudita commercia con l'intero mondo, spostando le proprie direttrici economiche (e quindi anche geopolitiche) in un quadro di relativa libertà: “il denaro non puzza”, e il petrolio – se è vero che puzza – a livello di mercato non puzza, esattamente come il denaro.

Al contempo, tuttavia, la libertà di vendere incontra anche la catena rappresentata dal prezzo internazionale della merce che vendi... anzi, dell'unica merce che vendi. E proprio questa dipendenza è stata alla base, prima, dell'ascesa economica e politica dell'Arabia Saudita e, poi, in quest’ultimo anno e mezzo, delle inaspettate difficoltà che il paese sta attraversando: così, proprio in questi giorni d’inizio primavera, per la prima volta nella sua storia l'Arabia Saudita si è rivolta ai mercati internazionali per l'apertura di una linea di credito al fine di rimpinguare le proprie casse. Naturalmente, essa rappresenta la culla originale della “nazionalità araba” e la sua proiezione imperialista non può che tendere, se non all'unificazione, al predominio su tutta l'area araba: dalle coste nordorientali dell'Africa fino appunto alla Siria e a parte dell'Irak. D'altronde, per l'Arabia Saudita controllare l'area mediorientale significa cercare di controllare il prezzo del petrolio, e ciò che è accaduto all'Irak (cadere cioè sotto l'influenza iraniana e per giunta per mano del suo maggiore alleato, gli Stati Uniti), ha reso molto guardinga e al tempo stesso virulenta la sua politica estera. Non a caso, figura fra i primi posti nella speciale classifica degli Stati sulla via del riarmo e, proprio a sostegno delle proprie mire espansionistiche, negli ultimi venti anni ha investito massicciamente nel settore militare, deviando su questo settore grandi somme derivanti dagli introiti della vendita del petrolio... Tutto questo affluire di liquidità ha permesso poi ai sauditi di tentare di svincolarsi dagli USA e di intraprendere una strategia imperialista più autonoma e spesso anche “in contrasto” con i vecchi amici a stelle e strisce.

Infine, l'Iran, la terza forza che si confronta nell'area con le altre due. Negli ultimi tempi, lo Stato iraniano ha perseguito la via della riconciliazione con l'antico nemico... “con Satana”! Per qualità e quantità, la struttura economica e produttiva iraniana è del tutto simile a quella turca: dunque, si manifestano anche qui le stesse esigenze di penetrazione nei mercati limitrofi. Dopo anni di embargo, l'economia iraniana è uscita solo parzialmente ridimensionata, visto che può contare su potenti amici come Cina e Russia e su un retroterra asiatico svincolato dai rapporti-capestro con gli Stati Uniti: parliamo, primi fra tutti, di India e Singapore. In realtà, l'embargo ha fiaccato più le economie europee, sempre avide di petrolio, che non quella iraniana. Ma, a mano a mano che l'Arabia Saudita si rendeva autonoma dal rapporto con gli Stati Uniti, questi ultimi hanno mutato strategia nei confronti dell'Iran, fino ad arrivare alla fine dell'embargo e a riconoscergli un ruolo nuovo di “potenza amica” (e non ci stupiremmo se, in futuro, agli occhi degli USA i rispettivi ruoli di Arabia Saudita e Iran dovessero invertirsi!). Nella nuova situazione, dunque, l'Iran persegue l'obbiettivo di consolidare le proprie storiche aree di influenza e, con la presa dell'Irak, di allargarle sulla base di un nuovo ruolo di potenza egemone nella mezzaluna mediorientale.

In questa partita, le altre due potenze dell'area stanno, per motivi diversi, alla finestra. L'Egitto appare al momento ripiegato su se stesso, nel tentativo di non implodere sotto la pressione delle proprie contraddizioni e del proprio proletariato. Quanto a Israele, forse per la prima volta si sente come il classico “vaso di coccio tra vasi di ferro”: le sue dimensioni demografiche ed economiche non sono oramai in grado di garantirgli la supremazia, come è successo negli ultimi 50 anni, e anche il rapporto con l'Occidente è sempre più problematico, costituendo più un interrogativo che una vera garanzia.

Infine, al disopra di tutti questi interessi particolari, aleggiano (o meglio: pesano) le grandi strategie degli imperialismi occidentali. Gli Stati Uniti, sempre più indifferenti alle sorti del Medioriente e dell'area mediterranea, tentano, in maniera alquanto maldestra, di riposizionarsi nell'area, dopo aver pesantemente e goffamente contribuito alla sua balcanizzazione: ai loro occhi, i vecchi alleati turchi e sauditi sono sempre meno affidabili e il risultato di questa situazione è proprio l'avvicinamento progressivo all'Iran. In questi anni, l'intervento armato USA è stato discontinuo e a bassa intensità: non sono stati impiegati soldati sul terreno e anche gli interventi aerei sono stati condotti per lo più con droni, senza l'intervento diretto dei cacciabombardieri, se non in rarissimi casi. Al di là dei proclami e delle minacce verbali, il progressivo disimpegno USA è andato di pari passo con l'autosufficienza energetica conquistata in patria grazie alle nuove tecnologie di fracking per l'estrazione degli idrocarburi.

La Russia, viceversa, ha utilizzato la guerra siriana per consolidare e ampliare le proprie posizioni geostrategiche nell'area. Al contrario degli americani, è intervenuta massicciamente con uomini e armi: per sei mesi, ha bombardato i nemici dell'alleato Assad e, ciò facendo, oltre a contribuire in maniera significativa al rafforzamento del governo di Damasco, ha ristabilito dopo più di vent’anni il proprio ruolo di potenza mondiale.

Quanto alla Cina, ha inviato la propria portaerei nel mar Mediterraneo (ed è la prima volta, nella millenaria storia delle civiltà umane, che una nave da guerra cinese ha superato lo stretto di Gibilterra) allo scopo di mostrare con chiarezza che la sua proiezione di potenza oramai è a 360 gradi, disposta com’è a difendere con i fatti i propri interessi ovunque nel mondo. Certo, non ha partecipato direttamente ai bombardamenti, ma con il suo gesto ha chiarito bene da che parte si colloca nel quadro delle alleanze internazionali: Siria, Iran e naturalmente Russia.

Infine, l'Europa ha dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere solo un’aggregazione litigiosa di nazionalismi (e imperialismi), oramai di fatto ridimensionati per quantità e qualità e incapaci di far fronte alle proprie esigenze economiche e geopolitiche. In ordine sparso e con alterne vicende, gli Stati europei hanno scaricato bombe su Siria (con il permesso di Assad, e quindi della Russia) e Irak, oppure hanno continuato a traccheggiare, discutendo dei grandi sistemi senza però mai incidere significativamente sulle sorti della guerra siriana.

Il risultato di tutte queste determinanti? Un continuo attacco a città e villaggi, un generale “bombardificio”, dove ognuno ha mostrato i muscoli al solo scopo di nascondere da una parte l'impotenza e inconsistenza di ogni vero obiettivo perseguibile e dall'altra le vere ragioni di quest’immane carneficina. Seguiremo con attenzione gli sviluppi di quanto sta accadendo, in questo fluido e sanguinoso succedersi di massacri. Ma intanto chiediamoci: quali sono allora le ragioni reali di uno sterminio di cui il proletariato mondiale, e soprattutto occidentale, deve prendere consapevolezza?

Per rispondere (come più volte in questi anni abbiamo fatto su queste stesse pagine e come continueremo a fare), dobbiamo tornare al periodo a cavallo fra il 2009 e il 2010. In quei mesi, l'intera area mediorientale e nord-africana è stata il teatro di una massiccia quanto inaspettata sollevazione delle masse proletarie, fino ad allora schiacciate, represse e tenute in condizioni di vita e di lavoro ai limiti della sopravvivenza. Quei moti di ribellione, prima di essere incanalati e svuotati nel rivendicazionismo piccolo-borghese delle “primavere arabe”, hanno evocato nella borghesia il sempre rinascente spettro minaccioso. Posta di fronte a masse di proletari per lo più giovani e giovanissimi (e in una quantità non paragonabile a quella dei proletari occidentali), che vivono in Stati dove il sovrastante tessuto ideologico di stampo democratico è incapace di contenere le loro potenzialità sovversive perché non può drogarne le coscienze con la concessione di qualche briciola, la classe dominante borghese (locale e internazionale) ha messo in campo l'unica soluzione che le rimaneva: scatenare una guerra fratricida nel corpo stesso del proletariato. Dunque, non certo la guerra fra confessioni religiose diverse, non tanto lo scontro fra bande alla deriva e non solo le necessità geopolitiche delle varie borghesie “piccole” e “grandi” hanno determinato lo sfacelo in terra siriana, ma la vitale necessità di fermare, colpire e dividere un proletariato in lotta, in tutta un’area che va dalla Tunisia alla Siria.

Non è la prima volta che questa extrema ratio s’impone alla borghesia né sarà l'ultima: ma il proletariato internazionale deve raggiungere la consapevolezza che solo eliminando il potere borghese si potrà por fine a questa come a ogni guerra, presente e futura. Solo l'aperta e conseguente guerra civile fra le classi potrà fermare l'irrazionale, atroce e sanguinaria guerra fra gli Stati.

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

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