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Martedì, 16 Luglio 2019

L'America latina a un bivio

Il cammino del capitalismo mondiale rende sempre più interdipendenti, mutevoli e convulsi i rapporti tra le varie aree e regioni. Nella fase storica attuale, la crisi di sovrapproduzione che attanaglia soprattutto da alcuni decenni le aree a capitalismo più vecchio e avanzato, l’Europa e gli USA (con la forte precipitazione “finanziaria” del 2007), come anche l’influenza crescente sulla scena mondiale di grandi e potenti “paesi emergenti” produttori, sembrano avere come effetto nell’immediato (ma nel sistema capitalistico niente è fisso e stabile), un certo “risveglio economico” di aree e regioni, che una volta erano “semplici” terreni  da colonizzare o depredare per il saccheggio delle materie prime.

Certo, niente di nuovo come fenomeno: da sempre, paesi ex colonizzati o economicamente molto arretrati hanno “dovuto aspettare” le crisi economiche, le “difficili congiunture” o gli stessi conflitti bellici delle o tra le grandi potenze, vecchie e nuove, per “permettersi” nuovi o maggiori impulsi in campo economico o comunque un ristabilimento di più favorevoli rapporti di forza. E’ il caso della stessa nascita degli USA alla fine del XVIII secolo contro i colonizzatori inglesi o del risveglio del capitalismo “continentale” europeo nei confronti dello stesso Regno Unito dopo la Rivoluzione francese (un altro esempio può essere quello del “risorgere” dello stesso “italico tricolore”, che ebbe a destreggiarsi tra le rivalità delle grandi potenze europee dell’epoca).

Il “fenomeno” si è poi ripresentato con forza dopo il secondo conflitto mondiale. Negli anni ‘50 e ‘60 del ‘900, alcuni importanti paesi colonizzati, come quelli del Nord Africa (Egitto, Algeria, ecc) ingaggiavano con le vecchie potenze coloniali (Francia, Gran Bretagna) un grosso braccio di ferro sul piano economico (nazionalizzazioni, ecc), approfittando delle loro reciproche rivalità, o delle loro rivalità con gli USA. Il fenomeno, ovviamente, si è sempre manifestato anche in senso contrario. Le grandi potenze hanno cioè sempre approfittato della fragilità economica e politica o delle rivalità interne alle varie regioni e agli stati più deboli e arretrati, da loro stessi il più delle volte fomentate, per riaffermare con maggiore forza il proprio predominio economico, politico o militare su di essi. Le crisi economiche in corso nel Nord Africa e nel Medio Oriente, che hanno prodotto e continuano a produrre rivolte e guerre sociali interne, infiammando ancora più tutta la regione, non possono che rappresentare una nuova occasione, per le grandi potenze, per stabilire tra loro nuovi equilibri: ovviamente, tutte a spese dell’area, della regione e della popolazione  interessata (vedi il caso più eclatante della Libia).

Il discorso cambia un poco invece nei confronti di aree e regioni che sono riuscite nel corso della loro tormentata storia ad affermare infine uno sviluppo capitalistico di rilievo, come la Cina, l’India, il Sudafrica, e nei confronti delle quali le vecchie potenze non possono ormai che ridimensionare, almeno in parte, le proprie vecchie pretese e misurarsi con loro, se non sul piano militare (che vede ancora il loro strapotere), almeno sul piano della competizione economica, in condizioni di crescente svantaggio. E’ oggi anche il caso, per certi aspetti, dell’America Latina, una delle regioni storicamente più saccheggiate dall’imperialismo e tradizionalmente, proprio per tale motivo, sempre instabili e turbolente sul piano economico e politico, dove un certo sviluppo economico, soprattutto dell’ultimo decennio, si è andato accompagnando anche con una certa relativa “stabilità politica”. Ricordiamo che risale allo stesso periodo napoleonico (1808-1823) la rivoluzione anticoloniale latino-americana contro le madrepatrie coloniali spagnola e portoghese, contro la loro esosa fiscalità - rivoluzione che, pur battendosi con gli stessi ideali della Rivoluzione francese, tuttavia portò allora al potere la ultrareazionaria classe dei proprietari terrieri schiavisti e negrieri [1].

 

 

Alcuni dati sull’economia latino-americana

Cercheremo in questo primo lavoro di delineare, sia pure a grandi linee, riguardo a quest’importante regione, quelle che sono le caratteristiche di fondo, “strutturali”, della sua economia, comuni un po’ a tutti gli stati, anche se man mano (e soprattutto negli ultimi decenni) si è prodotta invece una  eterogeneità anche notevole tra di loro. Un lavoro ulteriore cercherà di affrontare gli aspetti di carattere sociale, politico e militare legati al dominio dell’imperialismo, soprattutto USA, nella regione, come pure l’esame delle caratteristiche più specifiche degli stati principali (Brasile, Argentina, Venezuela, Cile, ecc) [2].

Oggi, dunque, mentre il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevedeper il 2012 un rallentamento mondiale del PIL, che in Europa pare essere di vera e propria recessione [3], i dati della  Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), relativi all’area latino-americana, sono invece tutti  positivi: il +3,7%, pur inferiore al +4,3% del 2011 e al +5,9% del 2010, conferma infatti per la regione una media superiore a quella mondiale. Il Sud America sarebbe addirittura al +4,6%, se il livello medio non fosse abbassato dal +4,1% dell’America centrale e soprattutto dal +0,7% della stagnante area caraibica. Il Brasile, ad esempio, è ormai al sesto posto mondiale per quanto riguarda il PIL e le prospettive di crescita rimangono positive, grazie a un mercato interno enorme, la cui domanda è in continua crescita anche per via dell’espansione della classe media. Panama, nel 2011, è cresciuto del 10,5%grazie a numerosi progetti d’infrastruttura pubblica, come l’ampliamento del Canale, il risanamento della baia, la metropolitana della capitale. L’Argentina, del 9%, grazie al fatto che nel 2011 si sono mantenute molte delle “politiche espansive” utilizzate per far fronte agli effetti della crisi internazionale. L’Ecuador è passato dal +3,6% del 2010 al +8% del 2011, grazie alla domanda interna, il cui principale motore è la forte spesa pubblica. Il Cile, malgrado il terremoto, si è mantenuto su un +6,3%. Il Perù è cresciuto del 7%, spinto sia dalla domanda interna (in particolare, del consumo e dell’investimento privato) sia da quella esterna.  Quanto al 2012, la testa della classificaprevista dalla CEPAL è occupata da Haiti (+8%), per la ripresa dopo il terremoto; seguono Panama (+6,5%), Perù (+5%), Ecuador (+5%), Argentina (+4,8%).

I dati sul debito pubblico sono altrettanto significativi e sono ovviamente una diretta conseguenza del generale e rilevante impulso economico che attraversa tutta la regione. Il debito pubblico del Brasile è ad es. intorno al 55% del PIL,e il paese può vantare un surplus di bilancio del 2,9% del PIL (dati del 2010). Per il Cile, il rapporto debito/PIL è incredibilmente basso e ammonta ad appena il 9,2%, mentre nel 2010 il bilancio ha chiuso con un deficit dello 0,3%; per l’Argentina, il debito pubblico si attesta intorno al 45,2 % del PIL: lo sviluppo di Buenos Aires, che peraltro fa parte del gruppo del G-20, è impetuoso anche se, per la nota vicenda del default (2001), non gode della fiducia dei mercati  internazionali.

Come possiamo spiegare la crescita sostenuta di tutta la regione (anche se con notevoli differenze tra uno stato e l’altro) ? Se si guarda alla situazione latinoamericana di soli dieci anni fa, vediamo infatti che i dati erano ben altri, ben peggiori di quelli attuali: tutta l’area era in uno stato di generale fibrillazione economica e finanziaria, che si rifletteva sul piano politico in continue crisi e cambi governativi  e, su quello sociale, in lotte e scontri di piazza. L’Argentina si trovava sull’orlo della bancarotta dopo la crisi brasiliana, la recessione imperversava da tre anni con un calo della produzione industriale del 10% soprattutto nel settore automobilistico, con il protezionismo nei confronti dei prodotti brasiliani (e viceversa), la sospensione dei negoziati commerciali, una caduta del PIL oltre il 3%. In buona sostanza, l’economia latinoamericana non poteva reggere alla forte concorrenza sul piano dell’industria manifatturiera coi grandi paesi imperialisti attanagliati anch’essi dalla crisi di sovrapproduzione. Ciò si rifletteva in un’esasperazione dei conflitti economici interregionali, con continui piani di privatizzazioni e liberalizzazioni da uno stato all’altro, e naturalmente in attacchi continui alle condizioni di lavoro e di vita dei proletari. Le accuse reciproche di protezionismo e di svalutazione monetaria, soprattutto tra Argentina e Brasile, all’interno del MERCOSUR, il “mercato di libero scambio latino-americano” (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile e Colombia: la terza area commerciale più importante al mondo), si sprecavano. La svalutazione del real brasiliano andava oltre il 40%, e il debito estero andava oltre il 30% del PIL.

Ma l’economia sudamericana era nello stesso tempo strozzata in quello che era il suo vero e tradizionale punto di forza in campo economico, l’esportazione delle materie prime, a causa del forte protezionismo euroamericano. Lo sfruttamento delle materie prime, infatti, ha sempre giocato e gioca tuttora un ruolo importante per le economie dei paesi latinoamericani, costituendo il primo fattore di sostegno della crescita. Scrivevamo nel 1959: “Alla vigilia della crisi del 1929 i prodotti grezzi costituiscono in tutti i paesi sudamericani almeno l’80%, generalmente il 90 %, talvolta la quasi totalità delle esportazioni, mentre gli articoli manifatturati non entrano, nelle vendite all’estero, che per una percentuale quasi nulla. Ancora agli inizi degli anni ’60 il valore delle derrate e materie prime raggiunge il 90% delle complessive esportazioni verso gli altri paesi, da cui il carattere ancora meramente coloniale dell’economia latino americana” [4].

Il Venezuela è il quinto esportatore mondiale di petrolio, principale voce dell’export: i redditi provenienti dal greggio rappresentano il 30% del PIL e il 90 % dei ricavi provenienti dall’esportazione. Il Brasile possiede i giacimenti più vasti dell’America Latina dopo quelli venezuelani e la sua produzione lo colloca al tredicesimo posto nella classifica dei principali paesi produttori. In Cile, la produzione e l’esportazione di rame costituiscono il 20% del PIL nazionale (nel 2007, la produzione era pari al 36,5 % di quella mondiale); insieme all’Argentina, il Cile è poi il principale paese fornitore del mercato mondiale di litio, metallo utilizzato per l’alimentazione di telefoni cellulari, computer e altri dispositivi elettronici. Anche per l’Argentina la risorsa mineraria più importante è il petrolio, ma notevoli sono anche il gas naturale, il carbone, il ferro, l’uranio, l’argento, l’oro, ecc.; inoltre, nel paese gioca un ruolo importante l’allevamento, bovino ed equino nella Pampa, ovino e caprino nella Patagonia. Evidentemente, la produzione ed esportazione crescente delle stesse materie prime, alimentata dalla forte domanda di nuovi, importanti paesi produttori come la Cina (che si è posta ormai da qualche tempo come la nuova maggiore fabbrica del mondo), senza vincoli protezionisti come quelli posti dall’area euroamericana, hanno dato uno slancio di rilievo a tutta l’economia della regione, anche e sopratutto attraverso l’accesso a finanziamenti e tecnologia da parte cinese. Mentre gli export della regione nei confronti di USA e UE sono in calo, il tasso di crescita dell’export e import cinesi 2008 e 2009 in America Latina sembra aumentato del doppio rispetto a tutte le altre aree.

Secondo il CEPAL, a questo ritmo la Cina potrebbe sostituire l’UE come secondo partner commerciale nel 2020 (il primo resta ancora gli USA). La preoccupazione degli stati latinoamericani sta anzi diventando sempre più la forte dipendenza dell’economia dall’export delle materie prime verso la Cina e dai grossi investimenti di capitali cinesi nella manifattura e tecnologia dell’area latino americana, che va determinando un deficit commerciale a favore della Cina. Gli Stati Uniti appaiono sempre più preoccupati dell’influenza cinese in America Latina, che potrebbe mettere in discussione la famosa “Dottrina Monroe” (elaborata fin dal 1823 e riassunta nello slogan “l’America agli Americani”), secondo la quale qualsiasi “intromissione esterna” nel continente americano potrebbe risultare dannosa per la pace e la sicurezza americana.

 

Declino dell’influenza USA

Ma è sempre più l’America del sud che manda invece continui segnali di “presa di distanza” dagli Stati Uniti. L’Unione delle nazioni dell’America del sud (UNASUR), voluta dal Brasile, ha celebrato con grandi progetti per il futuro i suoi tre anni di vita. Il MERCOSUR, pur con molte difficoltà, è ormai un’area consolidata di relazioni economiche e politiche; così pure l’Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA), voluta da Chavez, che ha come bandiera addirittura l’avversione agli USA. Nel 1950, il 49% del totale degli investimenti stranieri era di origine statunitense; tra il 1955 e il 1967, gli investimenti industriali USA erano del 46%; nel 1969, raggiungevano il 59%. Nel 1970, sui 15.177 milioni di dollari di investimenti diretti di USA, GB, Giappone e RFT, l’85,51% era di provenienza USA, contro il 4,21%, il 3,68% e il 6,6% rispettivamente degli altri . Nel 1971, le seguenti quote d’investimenti diretti stranieri erano in mano agli USA: in Argentina, 47%; in Brasile, 40%; nel, Cile 88%; nella, Colombia 83%; nel Messico, 75%; nel Perù, 84%; nel Venezuela, 73%. Le importazioni USA dal Sud America sono invece diminuite negli ultimi dieci anni dal 55% al 32%, gli investimenti USA negli ultimi cinque anni sono scesi dal 25% (dati 2004-2007) al 17% del totale di oggi, con particolare incidenza nell’area centroamericana e nel Messico.

La crisi economica del 2007, mentre ha rallentato gli investimenti di capitali tra gli stessi vecchi imperialismi (gli investimenti diretti esteri sono calati a livello mondiale del 14% nel 2008 rispetto al 2007 e di un altro 40% nel 2009 rispetto al 2008), nelle cosiddette aree emergenti e in particolare in quella latinoamericana, gli IDE (Investimento Diretto all’Estero) sono cresciuti invece nel 2009 del 29%, soprattutto in Brasile (che ha attratto metà delle risorse), Argentina, Cile e Colombia. In tempi di crisi, investire nei cosiddetti paesi emergenti anziché in quelli di vecchia data (delocalizzandovi capitali e produzione) è certo più remunerativo per il capitale mondiale, grazie soprattutto ai bassi salari che trova “in loco”. Il terreno lasciato vuoto dagli USA negli ultimi anni è sempre più riempito dagli altri imperialismi (europei e giapponese): soprattutto dal gigante asiatico, non solo come forte importatore di materie prime, ma anche e sempre più come investitore di capitali. Paesi come l’Argentina e l’Ecuador, fuori dai mercati mondiali per i loro defaults, trovano nella Cina un generoso finanziatore: proprio all’opposto di quanto succede negli USA, dove a una recente riunione del Congresso la maggioranza repubblicana decideva di togliere ogni aiuto finanziario ad Argentina, Venezuela, Nicaragua, Ecuador e Bolivia, e il contributo di 48 milioni di dollari all’Organizzazione degli stati americani (OSA). Significativa la dichiarazione del repubblicano Connie Mack, secondo cui “in tempi difficili gli USA non si possono permettere di finanziare  organizzazioni che non lavorano per gli interessi  degli Stati Uniti”. I democratici hanno invece fatto presente che abbandonare l’OSA significa lasciare l’unica organizzazione interamericana dove sono ancora presenti gli USA.

Gli USA insomma stanno, anche se lentamente, seguendo la stessa sorte dei vecchi imperialismi francese e britannico, che si erano a loro volta sostituiti a quelli spagnoli e lusitani dopo le rivoluzioni anticoloniali della prima metà del XIX secolo. Dopo quasi un secolo di dominio economico-finanziario, appoggiato dalle oligarchie agrarie interne contro lo stesso sviluppo in senso riformistico industriale, l’imperialismo francese e britannico fu allora rimpiazzato, in parte dopo la Prima guerra mondiale ma soprattutto dopo la Seconda, da quello statunitense. Con il dominio yankee la musica però non cambiò: l’America Latina fu sempre trattata da paese para-coloniale, nel quale la fortissima alleanza tra l’aristocrazia terriera interna, sostenuta in gran parte da governi militari, e la finanza USA ha sempre operato da freno a ogni vero decollo in senso industriale. Il recente sviluppo economico del Sudamerica, per quanto cerchi d’invertire con decisione l’antica rotta, rimane tuttora segnato fortemente dalla sua storia – una storia di continuo saccheggio di giacimenti e materie prime e di sfruttamento di forza-lavoro, oltre che d’invasioni militari e repressioni sociali. I continui moti antimperialisti che si sono sviluppati lungo tutta la sua storia, soprattutto durante gli eventi bellici, se hanno valso ad affermare man mano una maggiore indipendenza in campo politico nei confronti dei vari imperialismi (e, nell’ultimo secolo, contro quello yankee in primis), non hanno ad oggi invertito la caratteristica di fondo dell’economia sudamericana, ancora troppo dipendente dalle esportazioni di greggio e materie prime in genere.

I dati positivi della sua crescita economica, del suo debito pubblico e anche della sua più recente “fortuna” finanziaria e valutaria, sono ancora fortemente condizionati da quella sua caratteristica strutturale. La forte esportazione di greggio e materie prime, ben sostenuta dalla domanda di grandi paesi produttori, manifatturieri, in forte crescita, come la Cina, e dal buon andamento dei prezzi, è dunque alla base dello sviluppo economico attuale dell’area sudamericana. Tale sviluppo non solo ha prodotto la crescita generalizzata del PIL e un decrescente indebitamento statale, ma è alla base anche di un miglioramento della situazione finanziaria, comune un po’ a tutti i paesi in via di sviluppo, che ha dato origine a un certo grado di capovolgimento dei “flussi di denaro”: non più dai paesi sviluppati, ma viceversa – dinamica, questa, che potrebbe avere conseguenze anche nel medio periodo, a causa del peso crescente di economie potenti come Cina e Brasile. Un’ampia fetta del debito pubblico USA è infatti detenuto dalla Cina (circa 1200 miliardi), mentre il Brasile incide per circa 200 miliardi. L’indebitamento estero di Cina e Brasile è invece relativamente bassoed entrambi possiedono ingenti stock di valuta estera. Quest’ultima caratteristica in particolare potrebbe avere conseguenze importanti per la crescita del peso contrattuale di questi attori nei confronti dell’Occidente. D’altra parte, il Brasileriveste un ruolo sempre crescente in un’istituzione come il Fondo monetario internazionale (FMI), dove in anni recenti una nuova sottoscrizione di quote ne ha aumentato il peso, rendendolo un creditore netto e non più debitore. Se l’FMI dovesse aumentare il proprio ruolo di interventoe controllo nei confronti dei bilanci dissestati dei paesi dell’Eurozona, in futuro si potrebbero realizzare scenari opposti rispetto a quelli caratteristici degli anni ’80 e ‘90, quando, sotto l’ombrello dei principi del cosiddetto “Washington Consensus”, erano gli Usa e gli Stati più sviluppati a dettare le condizioni a quelli in via di sviluppo per il risanamento dei loro conti pubblici. Il Brasile, insomma, potrebbe diventare uno degli attori di rilievo nel processo di ridefinizione degli equilibri mondiali.

 

Alcune considerazioni

Fino a quando durerà questa favorevole “congiuntura economica” sudamericana (in effetti, l’area centroamericana ne è stata esclusa in buona parte essendo la sua sorte economica legata a quella degli USA)? La sua fortuna, come abbiamo visto, è infatti fortemente condizionata anzitutto dal buon funzionamento della “grande fabbrica” cinese e, in secondo luogo, dal volume degli investimenti dei capitali, legati però anch’essi strettamente all’export delle materie prime e al buon andamento della bilancia commerciale e finanziaria. Tale favorevole andamento ha permesso di affiancare ai capitali dei monopoli USA ed europei investiti nella regione anche i capitali “interregionali” (Brasile e Argentina, soprattutto) e quelli cinesi. Ma l’export cinese di manufatti che ha segnato l’economia mondiale degli ultimi anni, strettamente legato al forte utilizzo delle materie prime, sta già segnando il passo, almeno verso i paesi a capitalismo più vecchio sempre più saturi di merci. Un rallentamento della domanda da parte della fabbrica cinese, a fronte della  continua, grande offerta invece di materie prime da parte della regione latino-americana, non potrebbe ancora una volta che ripercuotersi negativamente sull’andamento dei prezzi, in direzione di una sua tendenziale diminuzione, rovesciando la tendenza in atto negli ultimi anni, che è stata invece quella “al rialzo”. Non è difficile immaginare quali sarebbero a quel punto gli effetti su tutta l’economia sudamericana che vedrebbe rovesciare il buon andamento economico degli ultimi anni nel suo opposto, ripiombando magari nella precedente (o anche peggiore) disastrosa situazione. In parte, tutto dipenderà anche dal volume degli investimenti di capitali in loco che saranno realizzati. La Cina si trova in una situazione economica opposta a quella sudamericana, cioè condizionata fortemente dall’import di materie prime e dall’export di merci e capitali. Per intanto, mentre restano i buoni affari con il Sud America, sembra che le fortune legate all’export verso i paesi a capitalismo più avanzato stiano venendo meno (anche senza alcuna rivalutazione dello Yuan, come chiesto a più riprese dagli USA).

Ma sembra non lontano il tempo in cui la produzione cinese, anziché verso l’export, verso i mercati esteri, debba indirizzarsi verso la domanda interna: lo chiedono a gran voce non solo gli USA ma tutti le altre regioni, che non vedono l’ora di spadroneggiare come un tempo sui mercati mondiali  con prezzi confacenti alla loro boccheggiante economia. Mentre infatti il contributo dei consumi al PIL da parte delle famiglie statunitensi è attorno al 70% e in Germania  al 60% , in Cina è ancora fermo al 33%. Finora la domanda interna cinese è stata impedita in parte dalla scarsa rilevanza della cosiddetta classe media, ma sopratutto dalle miserabili condizioni di vita dei proletari e semiproletari, contadini, ecc., che sono sottoposti a condizioni di salario e di vita estremamente misere (i supermercati cinesi sono in gran parte vuoti) e che non si trovano certo in tasca i “redditi” per sostenere la domanda interna dei prodotti locali.

Come si vede, l’interdipendenza sempre maggiore tra le varie aree e regioni (la cosiddetta “globalizzazione”) non ha prodotto, se non in grado molto lieve, una loro maggiore “omogeneità”. Ogni regione, area o stato, per quanto entri in rapporto con gli altri modificando, in una certa misura, le proprie caratteristiche, lo fa in modo diverso, a volte impetuosamente, a volte lentamente, a volte rimanendo stagnante per lungo tempo (vedi ancora gran parte dell’Africa, afflitta, tra l’altro, dal debito estero e dalle guerre locali, prodotti entrambi dello strozzinaggio imperialista). Lo sviluppo diseguale del capitalismo resta sempre in piedi e spesso i retaggi storici condizionano fortemente ogni sviluppo economico. Il sistema economico capitalistico non ha mai mirato a eliminare le differenze tra le varie regioni, come non ha mai mirato a eliminare le diseguaglianze sociali, che si sono invece sempre più esasperate. Esso parte dalle condizioni economiche date ed esistenti, non per appianare o armonizzare contrasti e diseguaglianze, ma solo per accumulare e saccheggiare sempre più profitti. A questa logica e solo a questa è piegato ogni sviluppo economico, come ogni ristagno, nelle varie aree del mondo.

Nella fase attuale, vediamo aree a capitalismo molto avanzato, dove i mercati sono saturi di merci e di capitali incapaci ormai di assicurare “in loco” dei buoni rendimenti; capitali costretti, per resistere alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto, a delocalizzarsi in aree a costi di lavoro più bassi; aree, come quelle del Medio Oriente o del Nord Africa, dove il capitalismo europeo e USA contende fortemente l’uso delle risorse alle deboli economie della regione (vedi il caso della Libia) e dove i grandi monopoli imperialisti dei cereali e degli alimenti affamano le popolazioni, imponendo più alti prezzi ai generi di prima necessità [5]; oppure aree come quella cinese, impostasi come nuova “fabbrica del mondo”, restituendo metaforicamente quelle merci “a basso prezzo” con cui il Regno Unito, a metà dell’800, aveva infranto – ancor più che con le cannonate, come si legge nel Manifesto del Partito Comunista – la sua stessa antica economia; e via dicendo. Oggi, il capitalismo mondiale, nel suo estremo tentativo di sopravvivere a se stesso, va “cinesizzandosi”: va cioè trasferendo a tutte le aree del mondo le condizioni di lavoro e di vita dell’operaio attualmente più maltrattato e mal pagato, quello cinese. Condizioni di vita e di lavoro sempre più negriere e schiaviste, che fanno tornare alla mente quelle ottocentesche, ben descritte da Engels in La situazione della classe operaia in Inghilterra. Altro che confutazione della “miseria crescente” di Marx, di cui tutti gli apologeti dello sviluppo capitalistico si sono sempre riempiti la bocca! Il capitalismo va sprofondando il proletariato mondiale e l’umanità tutta nella miseria più nera, come preludio alla solita, vecchia e unica risorsa che conosce per risollevarsi: una prossima guerra mondiale, una nuova immane distruzione di uomini e mezzi. Il proletariato mondiale, a partire da quello cinese, è chiamato ad una lotta durissima e grandiosa per evitare che si compia questo corso infernale che va sempre più delineandosi.

 



[1] Un caso a parte è quello della piccola isola Sainte Domingue-Haiti, nei Caraibi, dove una rivolta di schiavi, guidata da Toussaint L’Ouverture tra fine ‘700 e inizi ‘800, sconfisse, nel nome di “Liberté, Egalité, Fraternité”, l’esercito napoleonico e portò alla proclamazione nel 1804 della prima repubblica nera del continente.

[2] Per i dati economici che seguono, ci siamo serviti delle seguenti fonti: M. Stefanini, “L’economia dell’America Latina è più forte della crisi”, LIMES. Rivista italiana di geopolitica, gennaio
2012; D. Testori, “Il sudamerica e l'orizzonte di un nuovo ordine mondiale”, idem; “Sudamerica: l’importanza delle risorse estrattive”, www.fondion
line.it, dicembre 2009, “La ridefinizione degli I.D.E statunitensi", idem, ottobre 2009;  “La lunga marcia della Cina in America Latina”, www.levanteonline.net, gennaio 2012; R. Lovari, “Brasile-Sudamerica : Gli USA stanno perdendo
terreno in Sudamerica , lo sta occupando la Cina”,
www.brasilesudamerica.com, 27/2/2012.

[3] Per la Zona Euro, si prospetta una contrazione dello 0,5%, destinata a trasformarsi in un +0,6% nel 2013. Per l’Italia, addirittura un -2,2% quest’anno e un -0,6% il prossimo; per la Germania, rispettivamente del +0,3% e del +1,5%; per la Francia del +0,2% e del +1%; per la Spagna del -1,7% e del -0,3%; per gli Stati Uniti del +1,8% e + 2,2%. Tutte cifre, anche quelle positive, tutt’altro che entusiasmanti.

[4] “Le cause dell’arretratezza dell’America Latina”, Il programma comunista, n.14/1959.

[5] Cfr. “Nord Africa. Alle radici delle rivolte del 2011”, Il programma comunista, n.1/2012.

 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista n°02 - 2012)

 

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