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Accade in Egitto: uno spettro s'aggira per il mondo! (Il programma comunista, n°4,2008)

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Accade in Egitto, nell’Egitto ricco, turistico, occidentale, nel mezzo di una crisi economica alimentare, con inflazione alle stelle (almeno il doppio del dato ufficiale: 12%) e con circa metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e non riesce a far fronte agli spaventosi aumenti dei prezzi dei generi di prima necessità – una crisi sociale profondissima, che nei prossimi anni rivelerà i suoi effetti sul piano politico. La crisi mondiale legata all’impennata dei prezzi dei cereali l’ha investito con particolare violenza, e le lunghe file per il pane, gli incidenti, le proteste scoppiate in tutto il paese, hanno riportato alla mente il ricordo della “rivolta del pane” del 1977. Migliaia di dimostranti hanno bloccato strade e città, si sono avuti scontri con la polizia e resse per l’acquisto a prezzo calmierato del pane, che rappresenta l’alimento principale dei poveri (i cui sussidi arriveranno a 2,67 miliardi di dollari). Per sopravvivere, la maggior parte dei proletari si affida alla distribuzione calmierata da parte del governo: una pagnotta a prezzo calmierato costa 5 piastre, mentre il prezzo di mercato sale fino a 50. Ogni giorno, nella sola città del Cairo, 100.000 pagnotte a prezzo economico vengono distribuite tramite 6 grossi panifici: ma poiché, per via della borsa nera, la farina a prezzo calmierato va a finire in mano a privati, le file per il pane diventano sempre più lunghe e si affollano di disperati. Nel solo mese di marzo, sono morte più di quindici persone coinvolte negli scontri scoppiati in tutto l’Egitto intorno alla distribuzione del pane: in seguito a ciò, il governo ha affidato all’esercito il compito di distribuirlo. La crisi è determinata dall'aumento vertiginoso negli ultimi due anni del prezzo internazionale del grano e dall’aumento della popolazione, passata dai 22 milioni del 1952 ai 76 milioni di oggi. La decisione del blocco dell'export di riso per sei mesi, nel tentativo di tamponare l'emergenza alimentare, e le misure di contingentamento, produzione e distribuzione di farina e pane nelle mani dell'esercito, non hanno ottenuto effetti positivi. Le spiegazioni che si tenta di far passare per dirottare responsabilità dicono che la farina calmierata viene rubata dai fornai che ne vendono un notevole quantitativo sul mercato nero (cosa che accade da decenni), ma soprattutto parlano della crescita del numero dei poveri sotto il peso dell’alta inflazione, da cui sarebbe colpita anche la piccola e la media borghesia. Le lotte per il salario nell’industria tessile di Mahalla e la situazione sociale esplosiva sono due realtà complementari e insieme hanno dato l’innesco alla rivolta per il pane, che si è propagata in tutto l’Egitto: la lotta degli operai tessili nel corso di questi due ultimi anni ha fornito la determinazione e il coraggio alla popolazione affamata e al proletariato egiziano. Dal 2006, come abbiamo scritto nei numeri scorsi di questo giornale, i lavoratori tessili hanno mobilitato più di 20.000 lavoratori in una serie di scioperi e di occupazioni, denunciando “la strategia capitalista di governo che privatizza tutto e che opera a favore degli uomini d’affari”. Una delle loro richieste è stata il diritto ad avere sindacati liberi: in un plebiscito organizzato dai capi dello sciopero, circa 17.000 lavoratori hanno formalmente rifiutato il sindacato statale che era stato loro imposto. Oltretutto, negli ultimi anni, l’Egitto è stato travolto da una serie di scioperi e di occupazioni di terreni che non ha precedenti, per protesta contro la politica neo-liberista di Mubarak. Numerose famiglie contadine sfrattate dall’esercito hanno occupato le terre per impedire il ritorno dei proprietari terrieri che pensavano di aver buttato fuori una generazione fa. Da parte loro, i lavoratori hanno replicato con una massiccia serie di scioperi che hanno influito su ogni strato della società. L’entusiasmo dei contadini poveri e dagli operai si è rivelato contagioso: a gennaio, 10.000 dipendenti statali hanno organizzato un sit-in e uno sciopero, che è risultato uno dei meglio coordinati dei tempi moderni: sono state accolte tutte le loro richieste, oltre a un bonus equivalente al salario di tre mesi. Questo movimento di protesta ha cominciato a coordinarsi con gli operai di Mahalla.. Di fronte al pericolo incombente che la lotta esca dal suo ambito salariale e di rivolta disorganizzata, lo Stato sta approntando soluzioni politiche alternative di emergenza (ammortizzatori politici d’opposizione). Così, il 6 aprile, giorno della “disobbedienza civile”, l’opposizione ha incanalato le lotte nella rivendicazione di “più democrazia”: essa cerca di dare respiro “nazionale” alla lotta operaia, perché in gioco ci sarebbe il “futuro dell'intero paese”, cercando di spostare l’asse della politica estera egiziana sotto controllo americano e appiattendola sulle posizioni del FMI in economia. D’altra parte, la borghesia egiziana si vanta di una “crescita” del 7,1%, anche se vanificata dall'impennata dei prezzi al consumo e dal graduale disimpegno dello Stato dall'assistenza alle fasce più deboli (quell’assistenza di “ispirazione socialista” del presidente Nasser: cosa d’altri tempi!). A tale proposito, l’opposizione mette in guardia, alimentando la paura, sulla possibilità che il governo possa annunciare la fine del controllo sul prezzo del pane e di altri generi di largo consumo, prospettiva che fa tremare una buona fetta della popolazione egiziana. La fame aumenta, ma il regime nega le sue responsabilità e sbatte in faccia a critici e dissidenti risultati economici “di tutto rispetto”: secondo l’Onu, la povertà sarebbe passata solo dal 16% al 19%, ma la miseria è molto più diffusa e riguarda un buon 30-40% della popolazione, che vive con pochi dollari al giorno. Aumenta poi anche la disoccupazione dovuta alla politica di privatizzazioni e ai tagli dei cosiddetti rami secchi, che ha portato alla perdita di 630 mila posti di lavoro negli ultimi tre-quattro anni. L’opposizione democratica incalza dicendo che è stato ridicolo proporre di separare la distribuzione dalla produzione: il problema, dice, non è quello delle infinite e sovraffollate file per il pane, ma è piuttosto “l’inadeguatezza” della gestione quotidiana della produzione per un numero così elevato di persone, per non parlare delle “cattive abitudini di consumo degli egiziani”, che influenzano la produzione del pane. In queste condizioni, afferma, non si tratta di destituire il governo, ma di abbandonare il metodo di gestione adottato dai ministeri della Solidarietà Sociale, del Commercio Interno e della Pianificazione, che hanno riportato un completo insuccesso nel fornire semplicemente un’adeguata razione di pane. Capita l’antifona democratica? L’opposizione vuole entrare a condividere la mangiatoria.

Accade anche in Tunisia, altro paese turistico di grande notorietà (purché non si metta il naso oltre i luoghi di villeggiatura), dove si sono verificati scontri di particolare durezza con le forze antisommossa, durante dimostrazioni contro l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e la disoccupazione. Tra il 7 e l’8 aprile, gli scontri hanno avuto luogo inizialmente nel bacino di Gafsa, presso Redeyef, dove vengono estratti i fosfati (la Tunisia ne è il quarto produttore mondiale): ci sono stati 44 arresti (tra cui alcuni sindacalisti), con l’accusa di disordini e distruzione di beni. L’agitazione nel bacino era cominciata in gennaio per una questione di priorità di occupazione: da lì, sono partiti cortei e manifestazioni dei disoccupati, che hanno aggregato via via molti lavoratori, trasformandosi in lotte contro il carovita. La situazione economica è diventata sempre più difficile, con una forte disoccupazione a due cifre, un’inflazione insopportabile e un aumento dei prezzi dei generi alimentari dal 10 al 20%, che intacca il salario operaio dal 60 al 90%. In tutta l’area nord-africana, le rivolte per il pane non sono cosa nuova, e qui in particolare tutti gli eventi politici importanti sono stati preceduti da queste lotte. Nel 1984, sotto il governo Burghiba, 18 giovani tunisini furono condannati a morte per aver preso parte ai “moti del pane”, scoppiati il 28 gennaio dello stesso anno.

Accade anche in Marocco, dove ci sono stati proteste e scontri contro l’aumento del prezzo dei generi alimentari – avvenimenti che hanno reso più tragica una recente scoperta avvenuta alle porte di Casablanca, dove le ruspe hanno portato alla luce una fossa comune contenente i resti di 100 cadaveri, vittime della brutale repressione della  polizia marocchina ai danni dei manifestanti che, il 20 giugno 1981, erano scesi in piazza per protestare contro l’aumento del prezzo del pane. L’incendio divampato in una fabbrica di Casablanca (di cui abbiamo parlato nel numero scorso) è invece l’ultima tragedia a colpire la classe operaia marocchina: sarà perché  gli imprenditori sono inaffidabili, poco esperti, non hanno leggi sulla sicurezza, non hanno sindacati che vigilano?

 

Accade anche ad Haiti, uno dei paesi più poveri del mondo, che è divenuto una vera e propria polveriera. Ma questa volta la causa non è uno dei tanti colpi di stato che l’hanno insanguinata nel corso della sua storia, bensì il pane. Gli uffici del PAM (Programma Alimentare Mondiale) hanno lanciato l’emergenza generale, dopo che 5 persone sono state uccise durante i disordini e gli scontri seguiti alle proteste contro il rialzo del prezzo del cibo, esortando nuovamente i donatori a rispondere urgentemente all’allarme per aiuti alimentari urgenti: la paura è che l’aumento dei prezzi dei generi alimentari possa far salire ulteriormente la tensione. Quel 13% dei 96 milioni di dollari necessari per nutrire 1,7 milioni di persone è appena sufficiente per mantenere le attività del PAM ad Haiti, e certo non per nutrire la popolazione. L'aumento dei prezzi del riso sull'isola caraibica ha innescato i disordini, durati per giorni: la protesta, iniziata a Les Cayes, a sud ovest del paese (la zona più rurale dell’isola), presto si è estesa a Port au Prince, la capitale. Caos totale su tutta l'isola, interi quartieri della capitale distrutti, assaltati anche il palazzo presidenziale e i militari Onu con i loro automezzi, che si frapponevano alle migliaia di persone che marciavano lanciando pietre, urlando “Abbiamo fame” e agitando piatti vuoti, distruggendo negozi e dando alle fiamme auto e copertoni. Questo hanno ripetuto le agenzie, mentre i manifestanti venivano fermati dal personale della sicurezza Onu con mezzi da controguerriglia urbana. Parole che descrivono la grave emergenza in cui è precipitata l'isola dei Caraibi, stremata dalla povertà dovuta all'aumento vertiginoso dei prezzi delle derrate alimentari. In un anno, nell'ex colonia francese, il prezzo del riso, cresciuto in tutto il mondo, ha inevitabilmente sottolineato lo stato di grande fragilità del potere d'acquisto della popolazione di Haiti, che vive per l'80% con meno di 2 dollari al giorno. Il prezzo di riso, fagioli e latte condensato (non esiste quello fresco) è aumentato del 50%, mentre quello della pasta è raddoppiato.

Accade anche in Burkina Faso, Costa d’Avorio, Camerun, Senegal, Bangladesh. In Burkina Faso all’inizio di aprile è iniziato uno sciopero contro l'aumento del costo di cibo e gasolio proclamato dai sindacati – una nuova iniziativa dopo quella di febbraio, quando forti manifestazioni si erano svolte anche in Camerun, dove almeno una quarantina di dimostranti erano stati uccisi dalla polizia e oltre 1.500 arrestati. Le rivolte di febbraio si erano concluse con un centinaio di arresti e decine di feriti. Nelle strade, erano scese migliaia di persone, vittime del sistema commerciale internazionale che colpisce soprattutto i paesi importatori di materie prime agricole. Il riso asiatico, infatti, che è il più consumato, sta sparendo dai mercati nazionali dopo il blocco all’esportazione imposto da alcuni governi asiatici. Per la crescita irresistibile dei prezzi dei beni di prima necessità sui mercati internazionali (olio, +100%; riso, +70%; mais, +50%), le famiglie burkinabé hanno dovuto cambiare radicalmente la loro vita. Accusati di sfruttare l’impennata dei corsi mondiali per accumulare profitti, i grossisti giustificano la vendita del riso a peso d’oro con l’aumento vertiginoso del carburante. Proteste e scontri si sono poi verificati l’1 e il 2 di aprile a Abidjan, in Costa d'Avorio, dove la polizia ha caricato i manifestanti che gridavano “abbiamo fame, vogliamo mangiare”. Di fronte all’esplosione di un’ondata di proteste senza precedenti, il presidente del Senegal ha prima risposto inviando l’esercito e infine è corso ai ripari prelevando dalle casse pubbliche oltre 15 milioni di euro per dare ossigeno al mondo rurale: ma ci vorrebbero almeno 200 milioni per consentire agli agricoltori di fronteggiare la crisi! Ultima in ordine di tempo la protesta in Bangladesh: il 13 aprile, scontri tra polizia e manifestanti si sono verificati nei pressi della capitale Dhaka, dove 20.000 lavoratori del settore tessile protestavano contro il rincaro dei prezzi del cibo e per salari più alti. I dimostranti hanno affrontato con sbarre e sassi i poliziotti armati di manganelli e gas lacrimogeni. Gli scontri sono avvenuti a Fatullah, uno dei sobborghi a una ventina di chilometri della capitale, dove si trovano le industrie di abbigliamento fornitrici delle multinazionali del settore. Il salario minimo di un operaio tessile è di 15 euro al mese e raramente supera i 19, mentre nell'ultimo anno i prezzi dei beni alimentari sono più che raddoppiati.

E anche nelle Filippine. Anche in Asia lo scenario è fosco. Prevalgono le stesse angosce e preoccupazioni, con la differenza, drammatica, che la presidentessa Arroyo è alla guida del più grande Paese importatore mondiale di riso, in seria difficoltà in quanto l'offerta globale di riso (420 milioni di tonnellate) risulta al di sotto della domanda (almeno 430). Il governo è stato costretto a correre ai ripari con un sussidio eccezionale di oltre un miliardo di dollari per il mondo agricolo. Tutti sono convinti che la Arroyo si trovi davanti a “un vulcano pronto ad esplodere in qualsiasi momento”. Per ora, i militari filippini, in stato di allerta, assicurano che “le rivolte non sono all’ordine del giorno”. Ma tutti sanno che spira aria di tempesta.

 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista n°04 - 2008)
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