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Che cos'è il partito comunista internazionale

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Indice

  • Il nostro nome è il nostro programma
  • Da dove veniamo
  • Partito storico e partito formale
  • Perché la classe operaia
  • Che cosa vuol dire comunismo...
  • ...e che cosa vuol dire essere comunisti
  • Che fare?
  • Per concludere

 

Il nostro nome è il nostro programma

"Partito Comunista Internazionale?", dirà qualcuno con un misto d'incredulità e ironia. "Ma che? I partiti han fatto bancarotta, il comunismo è morto, s'è riaperta l'era dei nazionalismi, e questi si chiamano Partito Comunista Internazionale! Ma dove vivono?!" Stia tranquillo il nostro interlocutore: sappiamo benissimo dove e in che epoca viviamo, e proprio per questo ci chiamiamo così. Prima d'ogni altra cosa, proviamo allora a sgombrare il campo da questi equivoci.

Partito? Sì, ci proclamiamo "partito", ribadiamo con forza la necessità del partito. L'ideologia dominante (quella del capitale e di chi lo tiene in piedi: politici, economisti, intellettuali, sindacalisti, poliziotti d'ogni tipo) vorrebbe ridurci a tanti individui isolati e incapaci di guardare oltre i confini del loro io, paralizzati dagli incubi di cui è pieno il mondo contemporaneo, istupiditi da mass media che non vedono il fondo quanto a oscenità e vuotezza, rassegnati e pronti alla resa (oppure letteralmente drogati dal mito che l'individuo può tutto, sol che voglia, sappia, legga, s'informi", mentre l'individuo nel regno del capitale è appunto quanto di più indifeso e vulnerabile ci si possa immaginare, autentica preda di meccanismi di cui gli sfugge il funzionamento).
D'altra parte, la classe dominante i suoi partiti li ha, ciascuno rispondente ai tanti interessi in competizione che caratterizzano il capitalismo. E quando ne ha davvero bisogno, è ben capace di arrivare al "partito unico", strumento esplicito e diretto del suo dominio di classe, e di irreggimentare in esso gli individui abbandonati a se stessi e ridotti a tante molecole impotenti. Perché mai, allora, il proletariato non dovrebbe avere il suo partito? Perché mai dovremmo dare una mano alla classe dominante in quest'opera di disgregazione, abbandono e assoggettamento, accettando di buon grado l'idea che "i partiti hanno fatto il loro tempo Saremmo imbecilli criminali.
Noi diciamo invece che la classe operaia ha bisogno del partito proprio per reagire all'opera di frantumazione condotta dalla classe dominante, proprio per rispondere ai partiti dell'ordine, della patria, della normalizzazione, della guerra. Ha bisogno, però, di un partito che rappresenti i suoi interessi storici, che l'aiuti a riconquistare quell'unità e identità necessarie oggi per difendersi e domani per contrattaccare, che costituisca un punto di riferimento stabile e riconoscibile, che si fondi su un solido bagaglio teorico, su un programma chiaro a tutti, su un'esperienza storica pluridecennale, su una disciplina interna dettata non da uno stupido caporalismo o da un cieco fideismo ma dalla consapevolezza da parte di tutti i militanti di contribuire a una causa comune, senza miraggi di medaglie e celebrità, privilegi e posti da onorevole.
É vero: di questi tempi, i partiti non godono di buona salute. C'è quello che scompare dalla scena e quello che si ribattezza, quello che affonda con il suo capo e quello che cambia camicia e pantaloni. Ma non è la "forma-partito" che ha fatto bancarotta, come vorrebbero tutti i sostenitori di non meglio definite "alleanze, movimenti, club, leghe" (che poi o finiscono tutti per agire ugualmente da partiti nel senso tradizionale o, non volendo farlo, dimostrano la propria totale incapacità di agire). A far bancarotta sono stati i programmi politici di partiti che guardavano all'uno o all'altro blocco imperialista come ad altrettanti modelli cui i spirarsi: quello occidentale sotto l'ombrello USA, quello orientale sotto l'ombrello URSS (con i vari ombrellini cinesi, albanesi, cubani, etc.). E che a quei modelli hanno subordinato in tutto e per tutto la propria politica, la propria strategia, la propria tattica.

La crisi economica apertasi nel 1975 (con la sua tragica coda di eventi recenti: instabilità sociale, disoccupazione, razzismo, guerre) ha macinato sicurezze, garanzie, posti di lavoro, serenità nel presente, fiducia nel futuro. Il mondo intero è in convulsione, i punti di riferimento si sono dissolti nel nulla, le abitudini che hanno retto e condizionato il modo di vivere di almeno due generazioni sono state scosse fin nelle fondamenta, e tutti i commentatori sono concordi nel riconoscere che a regnare oggi è la più grande incertezza. In questa situazione sempre più drammatica, c'è chi vorrebbe ancor più affondare (e far affondare) nella palude del disorientamento proclamando che "il tempo dei partiti è finito"!

Comunista? Sì. ci dichiariamo "comunisti", e ribadiamo con forza la necessità del comunismo. E un cardine della teoria marxista il concetto che tutti i sistemi sociali divisi in classi raggiungono a un certo punto uno stadio in cui lo sviluppo delle forze produttive entra in violenta contraddizione con le forme della vita associata prodotte da quel sistema: la conseguenza è una perenne instabilità, una degenerazione acuta della vita sociale in tutti i suoi aspetti (delinquenza, droga, infelicità, distruzione dell'ambiente, violenza tra gli individui e i gruppi sociali), cicli di crisi economiche sempre più ravvicinate, estese e profonde, guerre che dalla periferia convergono verso il centro fino a sfociare in devastanti conflitti mondiali. Il sistema gira a vuoto, è intasato da merci che non riesce a smaltire, non ce la fa a riassorbire i milioni di disoccupati che ha prodotto, e cerca di uscire dall'impasse nell'unico modo che conosce: distruggendo a più non posso tutto quanto esiste in sovrappiù. Dopodiché, il girone infernale potrà riprendere con rinnovata aggressività, con accresciute potenzialità distruttive.

Da tempo, ormai, il sistema capitalistico ha toccato lo stadio in cui dal punto di vista del progresso dell'umanità - la sua storia è destinata a essere solo negativa. Da tempo, dunque, è attuale la necessità (oggettiva, non soggettiva; materiale, non morale) che a esso subentri un sistema economico e sociale diverso - un sistema che, fondandosi sull'elevatissimo livello raggiunto dalle forze produttive, le liberi però da quei vincoli che le rendono distruttive, le indirizzi verso finalità che non siano quelle della corsa al profitto, della competizione di tutti contro tutti, di un mercato che è strutturalmente (geneticamente!) pazzo.

"Già, bei risultati, quelli del comunismo sovietico!", commenterà il nostro interlocutore. L'obiezione non ci fa né caldo né freddo, per la semplice ragione che non abbiamo mai considerato "comunismo" quello che vigeva in URSS (come in Cina, in Albania, in Jugoslavia, a Cuba: insomma, il cosiddetto "socialismo reale"). "Facile dirlo adesso!", interromperà l'interlocutore. No: non da adesso lo sosteniamo, ma dalla metà degli anni '20, quando la nostra corrente si è apertamente scontrata con il nascente stalinismo, individuando in esso non una variante del comunismo, ma la sua negazione: vale a dire, la forma moderna della controrivoluzione. In URSS e in tutti i paesi a cosiddetto "socialismo reale", non c'era un grammo di socialismo o comunismo. In tutti vigevano forme più o meno sviluppate, più o meno complete, di capitalismo di Stato. Di capitalismo, dunque, e non di socialismo o comunismo - il che si rifletteva poi internazionalmente nei programmi dei partiti pseudo-comunisti di matrice, staliniana: tutti intonati al mito della democrazia "popolare" e più o meno progressista, tutti con gli occhi fissi alle riforme, al parlamento, su su fino alla collaborazione governativa. Ed è intorno a questa analisi (un lavoro enorme di decenni, fatto di studi e di lotta, in solitudine e controcorrente, quando affermare cose del genere significava essere bollati come "fascisti", "agenti della Gestapo", "pagati dalla CIA"!) che la nostra corrente si è stretta e ha saputo resistere: contro l'inganno stalinista e contro le terrificanti conseguenze di quell'inganno, di cui oggi, in tutto il mondo (Jugoslavia, in primis!), vediamo gli effetti tragici e disastrosi.

Per questo, non abbiamo alcuna difficoltà (anzi, proviamo un grande orgoglio) a definirci comunisti, oggi come ieri come domani. Chi non capisce questo, chi è convinto che si sia "chiusa l'era del comunismo", è, volente o nolente, l'ultimo... stalinista sulla faccia della terra, perché si ostina a considerare comunismo il capitalismo in larga misura di Stato che vigeva nei paesi dell'Est e che, esaurito il proprio compito di accumulazione originaria, sta cercando di travasarsi in forme e strutture economiche più elastiche, anche per far fronte alla devastante crisi economica mondiale iniziata a metà anni '70. La necessità del comunismo, invece, si fa sentire in Jugoslavia come in Rwanda, a Los Angeles come a Mosca o Parigi, in Afghanistan come in Italia; nelle metropoli intrise di miseria, inquinamento e violenza, come nelle campagne avvelenate da scarichi e pesticidi; nei centri di ricerca medica, fisica, chimica dominati dall'imperativo categorico del profitto, come nelle fabbriche del Primo, Secondo, Terzo Mondo in cui si spreme pluslavoro in maniera sempre più feroce; nelle foreste amazzoniche divorate dall'avanzare della macchina capitalistica come nelle lande africane prosciugate dalla ricerca del petrolio o dalle esigenze della monocoltura che rende al momento di più...

Internazionale? Sì, ci dichiariamo "internazionalisti", e ribadiamo con forza la necessità dell'internazionalismo e di un'organizzazione e strategia internazionali. Non solo perché, fin dalla nascita, il comunismo è internazionale e internazionalista (e non può essere altro). Ma anche perché, ancora una volta, è la realtà stessa a indicare la via. Nel corso d'un secolo, si è assistito all'impressionante diffusione del sistema capitalistico in ogni angolo della terra. Come Marx aveva perfettamente previsto, il capitale ha sottomesso a sé anche le più lontane aree del pianeta, avvolgendolo in una trama strettissima ed efficientissima di relazioni economiche, politiche, culturali, informatiche. Il processo, così splendidamente descritto nel Manifesto del partito comunista del 1848, ha valicato i confini dell'Europa e dell'America e ha travolto Asia, America Latina, Africa, sottoponendole alle proprie leggi ferree e spietate. Quello del capitale è un sistema economico mondiale: è esso stesso ad aver creato le basi di un organizzazione mondiale della vita e delle collettività umane.

Al contempo, la competizione tra le borghesie nazionali ha raggiunto livelli acutissimi, che già prefigurano gli schieramenti di una futura guerra mondiale: la guerra commerciale tra Stati Uniti da una parte e Germania e Giappone dall'altra è da anni all'ordine del giorno, con gli altri paesi altamente industrializzati impegnati a trovare una propria collocazione all'interno di questo scontro; la guerra guerreggiata per il controllo delle materie prime e delle grandi vie commerciali è già in corso nelle periferie ormai vicine del capitalismo altamente sviluppato (e questo spiega la Guerra del Golfo, la Somalia, il Rwanda, la totale instabilità dell'Africa e del Medio Oriente, la tragedia jugoslava: altro che guerre di etnie e religione!) - una situazione resa ancor più caotica e drammatica dal crollo del blocco dell'Est con l'esplodere di conflitti locali d'inaudita violenza. Il mondo borghese oscilla dunque sempre più tra la dimensione mondiale del mercato come espressione della fase imperialistica del capitalismo e l'esplodere di localismi e nazionalismi come riflesso della competizione e della corsa al profitto, specie in un'epoca di crisi acuta quale è quella che si trascina ormai da più di quindici anni tra alti e bassi, fasi di crollo verticale e momenti di timida ma ingannevole ripresa.

É evidente allora che l'unica via d'uscita dalla retorica patriottarda, dall'ottusità localista, dalla barbarie nazionalista, dal vicolo cieco etnico,
dal tunnel di conflitti sempre più allargati, sta nella riconquista di una vigorosa prospettiva internazionalista: che cioè riconosca come punto di partenza positivo a scala storica la dimensione mondiale raggiunta dallo stesso sviluppo delle forze produttive, base irrinunciabile del comunismo; che superi le miserie e le gelosie, le paure irrazionali e le teorizzazioni idiote alimentate dall'ideologia borghese e democratica anche quando sparge a piene mani la retorica della "libertà eguaglianza, fratellanza"; che resista e risponda al ricatto di ogni patriottismo comunque mascherato, lottando contro la propria borghesia nazionale nella consapevolezza che di una lotta internazionale si tratta; che affronti il problema dei grandi flussi migratori, della distruzione di intere aree del pianeta, della miseria crescente alla periferia delle nazioni capitalistiche avanzate, non con ipocrite e imbelli iniziative di beneficenza, ma abbracciando in un unico esercito mondiale i lavoratori di tutti i paesi, costretti dall'espansione capitalistica a una tragedia quotidiana, alla morte per fame ed epidemie, al nomadismo perenne.

Un internazionalismo che è insomma la necessaria anticipazione (non nel regno delle idee, ma in quello dei fatti) di quel concetto di specie su cui si fonda il comunismo: ben oltre, dunque, i limiti angusti cui ci ha abituato la società del capitale, dello sfruttamento, della concorrenza e del profitto, e dichiaratamente contro l'armamentario ideologico dell`individuo sovrano", del "popolo eletto", della "nazione trionfante" che per l'appunto caratterizza quella società.

Partito Comunista Internazionale, dunque: cioè un programma, una strategia, una tattica, un'organizzazione, che siano in grado di superare le contingenze di tempo e di spazio, di assicurare la continuità tra le generazioni, di integrare ed esaltare in un unico organismo le migliori energie rivoluzionarie annullando egoismi e gelosie, di unire al di sopra delle barriere politiche, ideologiche e geografiche i lavoratori di tutto il mondo, per organizzarli, condurli e guidarli nella lotta contro il sistema del capitale, nella lotta per il comunismo, per la società finalmente senza classi.



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