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Dove va il dollaro?

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 Indice



     

 

Tra una guerra e l’altra: gli anni della transizione sterlina-dollaro (1900-1944) 

 

Il Gold exchange standard [1] era il regime di cambio che nel secolo XIX assicurava ai detentori nazionali e a quelli esteri la convertibilità in oro delle valute dietro semplice presentazione alla Banca d'emissione [2]. Un vero regime aureo internazionale si ha però dal 1879 al 1914. Negli Usa, esso rimase in vigore fino al 1934, quando il presidente Roosevelt ne decretò la sospensione e, preso atto della riduzione del potere d’acquisto del dollaro (allora $20,67 l’oncia), ne decise la svalutazione, portando il prezzo dell'oro a 35 dollari l’oncia: tale rapporto fu mantenuto fino al 1971. Il sistema aureo comportava un regime di cambi fissi tra le monete dei vari Stati (l’unità monetaria di ogni paese era quotata in termini di metallo prezioso equivalente), da cui doveva scaturire, secondo gli accordi, un aggiustamento automatico delle bilance dei pagamenti nazionali, con flusso e riflusso di oro da un paese all’altro, tramite un’intermediazione bancaria che figurava come mercato delle valute (e la cui quotazione non poteva scostarsi da quella stabilita rispetto all’oro). Le singole economie dovevano adattarsi quindi a uno standard che garantisse la stabilità del cambio, mentre la politica economica degli Stati doveva assicurare rigidamente un’equilibrata bilancia nazionale. Questo almeno nelle intenzioni, in quanto nessuno dettava condizioni ai prezzi interni. La stabilità a cui si assistette dal 1870 al 1890 spiega la permanenza della “regola aurea”: infatti, l’economia occidentale raggiunse in quegli stessi anni un livello di integrazione mai avuto prima. Gli economisti si erano convinti (ma non mancavano gli scettici e i contrari che addossavano tutte le responsabilità delle crisi alla moneta aurea) che l’oro fosse il mezzo ideale per regolare i rapporti economici tra gli Stati. Il primo conflitto mondiale fu pensato infatti, dai borghesi in veste di economisti, come un periodo caotico in cui era prevalsa l’anarchia monetaria: perciò, solo ritornando al regime del Gold Standard tutto avrebbe ripreso a funzionare come prima. Ci si scordava che l’ultima fase (1890-1913) era stata caratterizzata da un lungo periodo di stagnazione. Si osservava intanto, e da un bel po’, un paradosso: mentre la produzione di oro continuava a crescere, l’oro in quanto mezzo di circolazione cominciava a scomparire [3]. Nella Francia del 1934, i pagamenti della Banca di Francia si effettuavano come segue: 0,2% in oro, 7,8% in biglietti, 92% in assegni circolari. Nella circolazione monetaria mondiale si era prodotta una forte differenziazione tra circolazione nazionale e circolazione internazionale, opposizione che non poté che accentuarsi con lo sviluppo sempre più massiccio del sistema del credito.  La nuova struttura che andò assumendo l’economia capitalista, con il dominio del capitale finanziario su quello propriamente produttivo, trasformò il capitalismo del XIX secolo in imperialismo. La Prima guerra mondiale fu lo sbocco inevitabile dei conflitti economici e sociali cui aveva portato il processo di sviluppo capitalistico, a cavallo dei due secoli. Il sistema monetario fu sconvolto: alla sterlina, fino ad allora rappresentante ufficiale dell’economia capitalistica mondiale, s’erano affiancati con forza il dollaro e il marco. Per un quarto di secolo, da una guerra all’altra, si assistette a un oscillare caotico del sistema dei cambi: a parte il periodo di guerra (1913-‘18), dal 1918 al 1925 si spezza la continuità con il passato, i cambi diventano fluttuanti e si ha lo straordinario sviluppo economico-finanziario americano (1924-’29); dal 1925 al 1931, si ritorna nuovamente al regime aureo, in mezzo a cui si situa la violenta crisi catastrofica del 1929, da cui non si esce fino al 1932; dal 1931 al 1939, i cambi ritornano fluttuanti. Segue, come effetto inevitabile degli avvenimenti creati dal primo conflitto mondiale e dalla crisi, la seconda guerra mondiale (1939-45): la vittoria in campo militare degli Usa decreterà il dollaro come moneta dominante. In tutti questi frangenti, 1’economia statunitense si era dimostrata la più solida tra le economie nazionali; anzi, furono le due guerre mondiali a consacrarla come “forza trainante” della futura economia mondiale, permettendole di dare l’avvio alla ripresa postbellica.  Fino a che l’oro restò alla base delle transazioni internazionali, le turbolenze dei cambi costituirono un’eccezione; ma, con l’inevitabile superamento del sistema aureo e il rallentamento dell’accumulazione, queste turbolenze diverranno un fatto ricorrente; la serie di eventi bellici e di temporanea ricomposizione tramite le “ciambelle di salvataggio” degli ordinamenti monetari, ne sono una testimonianza. L’espansione finanziaria, che aveva accompagnato l’economia capitalistica a cavallo del secolo, aveva prodotto sovrapproduzione di merci e di capitali, a monte di contraddizioni sociali e contrasti di classe, di questioni nazionali, di sopraffazione coloniale: da cui i conflitti mondiali come effetto distruttivo e le crisi rivoluzionarie. Nel corso di tutte queste crisi, la corsa alla conversione dei titoli di credito in cartamoneta e della cartamoneta in oro (cioè la folle corsa alla “realizzazione” della moneta fittizia in “bene reale”) fu all’ordine del giorno. L’instabilità monetaria (inflazione, rapide svalutazioni delle monete, crisi di liquidità) appariva come la vera causa della crisi, mentre in realtà svelava la svalorizzazione delle merci.  A livello internazionale, le crisi monetarie assumono la forma di violente modificazioni dei rapporti di cambio, che corrispondono all’improvviso deprezzamento delle merci e alla svalutazione della corrispondente divisa che le rappresenta. Esse esprimono in forma monetaria una crisi del mercato internazionale e il corrispondente acuirsi della concorrenza tra i capitalismi nazionali. Il problema dei rapporti fra le monete, all’apparenza tecnico, maschera in realtà precisi rapporti politici (di forza) tra stati capitalistici e sottende anche ad esplosive tensioni fra le classi. In altri termini: alla base dei problemi dei rapporti fra monete nazionali, sta l’acuirsi della concorrenza sui mercati internazionali delle merci e dei capitali. Il mantenimento della parità non è possibile nel lungo periodo, in presenza di una diminuzione del valore delle merci di uno o più paesi concorrenti. Le crisi monetarie non sono dunque che violente ricomposizioni degli squilibri degli scambi sul mercato mondiale e, alla base di essi, della produzione, e nello stesso tempo l’inizio di nuove e più catastrofiche crisi.  

 



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