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Siria: Continua la mattanza

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«Dovete cambiare il vostro punto di vista e chiedervi perché la Siria è stabile, proprio mentre ci troviamo in un contesto più difficile. L’Egitto è stato sostenuto finanziariamente dagli Stati Uniti, mentre noi subiamo l’embargo della maggior parte delle nazioni del mondo. […] Malgrado tutto, il nostro popolo non si ribella. Non si tratta solo dei bisogni primari o della riforma. Si tratta d’ideologia, delle vostre convinzioni, della causa che difendete. C’è una grande differenza tra difendere una causa e il vuoto ideologico ».[1]

Queste le “profetiche” parole pronunciate dal presidente siriano Hassad, poco prima dello scoppio della ribellione popolare in Siria, circa un anno fa: declamandole con tanta tracotanza, il presidente dimostrava quanto l’attuale leadership siriana fosse lontana dal comprendere che cosa covava sotto le ceneri dell’apparente sviluppo economico verificatosi in Siria negli ultimi 10 anni. A pochi giorni da tale dichiarazione, nella città di Dar’a, a sud della Siria e al confine con la Giordania, una manifestazione indetta in solidarietà con alcuni giovani arrestati per scritte murarie contro il regime s’è trasformata nel primo episodio di una vera e propria mattanza di carne proletaria che ha ormai superato di gran lunga le 10.000 vittime, per mano delle forze governative che attaccano città e proletari con pesanti armi da guerra. Questo massiccio e drammatico attacco, invece di spegnere ogni reazione, ha alimentato continuamente la rabbia dell’intera popolazione, grandi fasce della quale si sono schierate in aperto contrasto con il governo di Damasco. La capitale stessa non è stata risparmiata dai colpi dei cannoni e interi quartieri proletari sono stati messi a ferro e fuoco. Come si è arrivati a tutto questo e quali sono i possibili futuri sviluppi? 

 

Le nude cifre delle contingenze economiche

Il Pil della Siria nel 2010 è stato di 107,4 mld dollari, con un Pil pro-capite di 4800 dollari. Questo quadro pone la Siria fra le nazioni a più basso reddito dell’area mediorientale e nordafricana. Il PIL è costituito nelle sue tre componenti dal 23% per il settore primario, dal 27,2% per quello secondario e dal 49,8% per quello  terziario. Analizzando il dato percentuale della “forza lavoro per settore”, il quadro rimane sostanzialmente confermato: le cifre sono infatti 17%, 33%, 50%. L’entità non trascurabile del settore primario, sommato alla percentuale del settore terziario (non ai livelli dei paesi più sviluppati, dove si contano grandi masse di mezze classi improduttive), mostra una nazione ancora a un bivio sulla via del pieno sviluppo [2].

Questo il quadro macroeconomico: diciamo, statico. Il quadro dinamico fa emergere ulteriori elementi di riflessione. Il PIL della Siria nel 1999 era di 42,2 mld di dollari. Questo significa, confrontato al PIL attuale, che la Siria negli ultimi 11 anni è cresciuta del 254,5% con una media annua del 14%. Come si è ridistribuita questa “nuova ricchezza” e, soprattutto, a che cosa si deve tale espansione?

Una risposta alla seconda domanda può essere individuata osservando l’afflusso degli investimenti stranieri negli ultimi 20 anni ed in particolare negli ultimi 10. In questo periodo, molti capitali stranieri (sovraprodotti in madre patria e in vorticosa, quanto sempre più affannosa, ricerca di valorizzazione in ogni landa della terra), sono approdati anche in Siria ed hanno contribuito decisamente alla crescita del PIL. Un dato su tutti chiarisce questo fenomeno: il PIL supera il PNL di circa 1/3, e questo terzo è proprio il contributo netto a fine 2010 dei capitali esteri in Siria. In passato non si andava oltre il 10%.

Per rispondere alla prima domanda, dobbiamo necessariamente approfondire la nostra analisi ed evidenziare ulteriori dati macroeconomici. Nello stesso arco di tempo (1999-2010) in cui il PIL compiva la crescita segnalata, il PIL-pro-capite ne compiva una inferiore e si fermava a una crescita del 192%, segnando una progressione annua dell’8,3%. Questo semplice confronto indica come la crescita assoluta del PIL sia avvenuta a una velocità quasi doppia della crescita pro-capite.

Un primo parametro che può spiegare in parte questa differenza è la crescita demografica. La popolazione siriana negli ultimi dieci anni è cresciuta del 35% [3]. Ciò indica che alla crescita economica si è accompagnata un’imponente crescita demografica che ha stemperato su una più ampia popolazione la crescita effettiva. Possiamo stare certi che in percentuale la crescita della popolazione è ascrivibile alla classe proletaria e alle masse povere in genere. L’elemento demografico non è però sufficiente a rispondere esaustivamente alla nostra domanda. Un altro parametro significativo è rintracciabile nell’andamento dell’inflazione nel periodo fin qui considerato, che ha eroso più del 60% del valore del denaro negli ultimi 10 anni. Una simile inflazione, lungi dal preoccupare più di tanto il capitale e le sue classi dirigenti perché ancora accettabile (anzi, in tanti casi auspicabile), determina lo spostamento del valore prodotto dal lavoro socializzato dal capitolo salari al capitolo profitti. Che questi capitali poi, in assenza di una sufficiente struttura produttiva che li possa valorizzare realmente, vengano spesso utilizzati da una borghesia parassitaria per avventure speculative si evince dall’andamento degli investimenti fissi che per tutto il periodo sono oscillati intorno ad una quota fissa pari al 30% del PIL. Essi quindi non hanno più di tanto contribuito a elevare la struttura produttiva con un ampliamento della sua base materiale: al contrario, hanno continuato a girare di mano in mano finendo poi per arricchire, nominalmente, qualche gerarca di turno o i suoi affiliati. Uno sguardo infine agli indicatori sociali, come il comparto sanitario, quello educativo e comunque il welfare in generale, non rileva alcun avanzamento quantitativo significativo tale da giustificare drenaggi di risorse in grado di spiegare il fenomeno preso in considerazione.

La situazione dunque sembra segnare il passo per la classe proletaria, ed insieme ad essa per la popolazione più povera delle campagne e dei centri urbani. La crescita della ricchezza è stata a tutto favore della borghesia siriana (e probabilmente, vista la struttura politica, di una sua parte minoritaria), che è riuscita a incamerare grandi liquidità, mentre le condizioni di vita della massa della popolazione o sono migliorate infinitamente meno che quelle della borghesia o addirittura sono peggiorate.

 

Import/export

Il dato più su riportato degli investimenti esteri ci informa anche che la struttura produttiva siriana, come molte di quell’area, è una struttura legata verticalmente alle economie più sviluppate delle metropoli imperialiste. È dunque necessario approfondire la natura di questo sistema produttivo. Per fare ciò, considereremo l’andamento qualitativo e quantitativo dell’import/export, accettando questo come sufficiente approssimazione dell’immagine dell’economia interna, ovvero dei suoi surplus e delle sue carenze.

Le esportazioni della Siria dal 1999 al 2010 si sono quadruplicate: da un controvalore di circa 3 miliardi di dollari, si è passati ad uno di più di 12 miliardi. Che cosa esporta la Siria e a chi? Da una analisi dei dati del 2004 [4], risulta che le esportazioni sono basate essenzialmente sul petrolio, che copre oltre il 55% del totale (sappiamo però che questo dato segna il passo, in quanto al momento la Siria non è quasi più in grado di esportare petrolio a causa di consumi interni e embarghi, da cui derivano molti dei problemi economici attuali); al secondo posto vengono i generi alimentari, per lo più ortofrutticoli, e di seguito i prodotti della manifattura, con un 7-8% circa, 2/3 dei quali imputabili al comparto tessile, secolare produzione siriana. Riassumendo: petrolio, tessile e generi alimentari – questa la struttura delle esportazioni siriane (e dunque cuore della struttura produttiva di questa nazione).

Ma a chi esporta la Siria? La parte da leone la svolge, come ci si poteva aspettare, l’Europa, che importa dalla Siria più della metà delle merci da essa esportate. Significativo rimane il rapporto con gli ex amici sovietici, oggi nuovi amici nano-imperialisti. L’area NAFTA (nord-americana) si posiziona come secondo mercato di riferimento, mentre anche l’area latinoamericana riveste un’importanza apprezzabile. La Cina, infine, sta crescendo in modo preponderante come acquirente e dunque in influenza politica e strategica.

Chi acquista il petrolio siriano? La lettura dei dati ufficiali ci riserva delle sorprese. La Siria, su cui grava da anni un embargo economico, esporta il petrolio e i suoi derivati verso paesi che si posizionano come i massimi produttori di questa (infame!) materia prima: l’Arabia Saudita, che assorbe la metà delle esportazioni, e l’Iran, che ne assorbe un ulteriore quarto, sono i primi due mercati di riferimento. I dati ci dicono quindi che la Siria vende petrolio non agli affamati di questa materia prima (ad esclusione della Cina), ma ai suoi grandi produttori. La cosa risulta ancor più eclatante se continuiamo a scorrere le posizioni di questa graduatoria: scopriamo così che al terzo posto c‘è il Venezuela, seguito da Russia, Norvegia e Inghilterra!

Che sia petrolio da taglio? Un po’ come avveniva, fino a qualche decennio fa, con l’uva del sud Italia, nei confronti dei blasonati vini del nord? Non crediamo. Crediamo invece che il famigerato embargo faccia acqua da tutte le parti e dunque che i paesi occidentali affamati di petrolio, ma formalmente nemici delle “dittature”, utilizzino paesi terzi, meno avvezzi a gingillarsi con pinzillacchere democratiche, per ottenere comunque l’accesso al petrolio siriano, messo formalmente all’indice nei paesi “democratici”.

Se spostiamo lo sguardo sulle importazioni, qual è il quadro che ci si prospetta? Naturalmente, un quadro che si giustappone a quello dell’export. La Siria importa in primo luogo generi alimentari, e fra questi i cereali la fanno da padrone (dunque, non è assolutamente autosufficiente dal punto di vista alimentare e l’evolversi della situazione ha un andamento tale da aggravare questa condizione); secondariamente, importa manufatti finiti prodotti dai paesi più avanzati: acciaio e semiprodotti ferrosi, tessile, macchinari, elettronica, prodotti informatici, ecc., sono le merci che il sistema produttivo siriano non è in grado di produrre e dunque è costretto ad importare dall’estero. La classifica dei paesi da cui la Siria importa le merci di cui ha bisogno non si discosta più di tanto da quelle dell’export, con un significativo fenomeno che vede gli “odiati USA” sfamare con il proprio grano la popolazione siriana, con un apporto in granaglie assolutamente insostituibile da altri concorrenti (anche se non è il primo mercato di approvvigionamento: il primato appartiene all’Europa). Per produrre più grano, non basta pigiare sull’acceleratore dei trattori, e dunque la produzione e soprattutto l’approvvigionamento sul mercato mondiale di questa merce sono assolutamente più rigidi che non quelli dei prodotti industriali.

 

La geopolitica

Situata a nord della zona mediorientale, la Siria ne rappresenta uno dei principali accessi al Mediterraneo. Terminale delle merci mediorientali e centroasiatiche, essa è percorsa da fondamentali oleodotti provenienti dall’Iraq. La sua posizione geografica la pone come un importante tassello strategico per chiunque volesse dominare l’intera regione: non è un caso che in Siria si trovi una base della marina militare russa, la più importante del Mediterraneo, utilizzata sovente anche dagli iraniani.

La Siria odierna è solo una pallida immagine di quella che era la grande Siria del passato, quando, all’interno dell’Impero Ottomano, essa occupava le terre che dalla penisola anatolica arrivavano fino all’Iran e alla penisola arabica (dove oggi “si spintonano” sei nazioni). Malgrado ciò, e da molto tempo, la Siria continua a rappresentare l’ombelico del Medio Oriente. Dopo la fine del “mondo antico” (quello in cui esisteva ancora l’Unione “Sovietica”) e con la decadenza del “mondo attuale” (quello degli Stati Uniti in declino e dell’emergente Cina), la Siria è stata corteggiata un po’ da tutti: grandi e piccoli imperialismi.

In primo luogo, gli amici storici, iraniani e russi (questi ultimi in piena continuità borghese con la loro secolare strategia imperiale nella zona): questi due stati rappresentano, ancora oggi, i solidi pilastri su cui si destreggia la borghesia siriana. Tuttavia, in un mondo (come lo chiamano “loro”) “multipolare”, anche la mummificata dirigenza siriana ha giocato sullo scacchiere mediorientale e mondiale come il gatto con il topo (giudicate voi chi sia l’uno e chi l’altro).

Per esempio, ha accettato da tempo le lusinghe turche, firmando molti trattati economici (ben 61!) con il governo turco e aprendo il proprio mercato a un vicino in piena espansione economica. Da almeno dieci anni, la Turchia ha infatti allargato di molto la propria influenza sugli stati vicini, tanto da far scrivere a più di un commentatore che sembra quasi di assistere alla nascita, in vesti moderne, di un nuovo “impero ottomano”. Inoltre, come abbiamo già potuto appurare dalla disamina dei dati economici, malgrado i contrasti di facciata (risalenti almeno dalla fine della II guerra mondiale) la Siria non si è risparmiata la vendita di gran parte del suo petrolio (vera fonte di liquidità sul mercato mondiale) all’Arabia Saudita: in particolare, questa linea di credito saudita è stata aperta dopo che la Siria ha appoggiato la guerra in Iraq della coalizione del “Grande Satana” (leggi: USA). Notevole apertura poi si è avuta nei confronti della Cina, che, negli ultimi anni, ha di molto aumentato l’interscambio con la Siria e dunque, conseguentemente, la propria influenza sulle sue vicende (crescente influenza andata a scapito dell’area europea, che pur mantenendo un importanza fondamentale nella zona ha di molto diminuito le proprie capacità di azione e di pressione verso la “corte” di Damasco). La Siria ha poi continuato a mantenere un atteggiamento di tacito accordo con la borghesia israeliana nel controllare la situazione sociale nella zona caratterizzata dal cronico problema palestinese (e non ci sorprenderemmo se scoprissimo che merci e capitali viaggiano da Siria a Israele e viceversa, attraverso la “lavatrice” turca). Infine, florido e continuo è l’interscambio con la zona europea che rappresenta la primaria fonte di merci e capitali (in tale frangente si distingue per eccellenza l’imperialicchio italiota, al primo posto di questa classifica).

Ma la politica “bigama e poligama” della borghesia siriana in questi ultimi 20 anni (iniziata sotto l’egida di Hassad padre ed ereditata da Hassad figlio) non ha mai messo in discussione la scelta di fondo rappresentata dal campo in cui si è da sempre schierata. Attualmente, infatti, Damasco si schiera con il fronte orientale dello scontro inter-imperialistico: Russia, Iran e Cina, che stanno dietro a tutte queste manifestazioni, sono i più grandi sponsor della Siria e di fatto fino ad ora sono stati in prima linea nel sorvegliare che la mattanza proletaria in questa nazione si compisse fino in fondo, spegnendo con fiumi di sangue la rivolta popolare (seguita a quella proletaria), che ha incendiato il mondo arabo e nordafricano da un anno a questa parte.

 

Breve interludio

Sia chiaro a tutti che dello stesso reato di massacro di proletari si sono macchiate non solo le nazioni costituenti l’“impero del male”, ma anche, con altrettanto ferocia e determinazione, le nazioni dell’“impero del bene”. La guerra in Libia di qualche mese fa ha avuto come tangibile risultato sul campo un’uguale mattanza di popolazione civile (e dunque di proletariato) e un analogo metodo di guerra pesante, amplificato in forza dirompente dalla proporzione delle tecnologie militari impiegate dai tardo-imperialismi europei. La solita giustificazione ideologica della “guerra a fin di bene per abbattere il dittatore di turno” non riesce a nascondere l’obiettivo strategico finale: spezzare il processo di sollevazione proletaria e popolare che poteva trascendere in ben altre questioni. L’ordine è: impedire con ogni mezzo il possibile legame internazionale fra i proletari e le masse proletarizzate in rivolta nel mondo arabo. La borghesia è pronta alla guerra aperta, come sempre in passato, non appena il proletariato si solleva: essa è ben conscia che, se non trova un nemico cui sacrificare il proprio proletariato, quest’ultimo arriverà a sacrificare lei nella propria rivoluzione. Non è una novità, e gli increduli o gli illusi vadano a leggere che cosa accadde con la Comune di Parigi del 1870 oppure dopo la rivoluzione russa del 1917 o ancora con la Comune di Varsavia verso la fine della Seconda guerra mondiale. Le borghesie nazionali, sempre in competizione fra di loro e pronte a farsi guerra per ottenere nuovi mercati e nuove influenze, sono poi totalmente solidali fra loro nel momento in cui devono difendersi dall’attacco della classe nemica, il proletariato, e si coalizzano rapidamente per schiacciarla sotto il proprio tallone di ferro. Fine dell’interludio.

 

Chi sono i rivoltosi?

In questo quadro relativo alle necessità della borghesia siriana e dell’economia nazionale, causa dell’impoverimento progressivo della classe operaia, si è accesa la fiamma della rivolta. Chi sono i rivoltosi? In realtà, è difficile a dirsi. Possiamo però fare delle ipotesi sulla base di ciò che conosciamo. La crescita demografica, come abbiamo già rilevato, è certamente da riferirsi in primo luogo al proletariato e l’inizio della rivolta è da ricercarsi nella sua condizione sociale ed economica. Le difficoltà alimentari, l’alta inflazione che ha eroso i già scarsi salari, l’aumento del numero delle pance da sfamare, messi impietosamente a confronto con il parassitario arricchirsi di una minoranza, sono sicuramente alla base della rivolta, il motore che erompe con il suo fragore e la sua energia sulla scena della storia mediorientale (in Siria, ma anche, come abbiamo già scritto, negli altri paesi dell’area).

Se osserviamo attentamente la sequenza dei vigliacchi attacchi militari, scopriamo che questi sono concentrati nelle città a più alto tasso di popolazione proletaria: Homs, Aleppo, Damasco, ecc. E se, ancor più specificamente, andiamo a vedere i quartieri che vengono bombardati in queste città, di nuovo scopriamo che si tratta dei quartieri periferici e proletari. Non ultimo, il quadro geopolitico in cui si inserisce questa rivolta è quello di un’intera area omogenea, che vede le masse proletarizzate e popolari, e al loro centro la gran fetta del proletariato, lottare e sacrificarsi lasciando sul selciato delle immense metropoli molti fratelli straziati. Ciò che è finora mancato è il Partito comunista: la coscienza della necessità dell’abbattimento del sistema capitalistico e il bagaglio storico-strategico per combattere una siffatta guerra. Così, la testa di queste sollevazioni è stata indubbiamente presa dalle frazioni borghesi interessate a un cambio di regime, e non poteva essere diversamente, come vedremo più avanti.

 

L’assurda cronaca

Intanto i “cavalieri del bene” si sono dovuti fermare davanti alle porte mediterranee più occidentali dell’“impero del male”. I Sarkosy (oggi, gli Hollande), i Cameron, gli Obama, le Merkel, e non ultimo il nostro Burlesque (oggi, Monti), pur assistendo al medesimo spettacolo visto in Libia (che, a loro dire, è stato l’unico “imperativo morale” a muovergli la “tonante mano”), oggi, davanti al tragico dramma siriano, gigioneggiano: nessuna “mano tonante”, e tutti a discutere animatamente, da quasi un anno, nella “sacra assemblea” dell’ONU. E intanto, fiumi di sangue proletario scorrono nelle fogne delle metropoli siriane e brandelli di corpi schizzano sotto i colpi di cannone sparati da connazionali asserviti alla borghesia. La Siria non è la Libia. La Libia, che faceva affari con il Burlesque italiano (e, in verità, da molti decenni prima del suo arrivo), poteva essere sfruttata – ed è stata sfruttata – come terra di conquista dagli “amici europei”. L’imperialismo italiano non era in grado di difendere i propri avamposti strategici: l’unica cosa che ha saputo fare è stata accodarsi alla guerra altrui, nel disperato tentativo di non perdere preziose commesse.

Al contrario, dietro la Siria, come abbiamo visto, ci sono l’Iran, la Russia, e soprattutto la Cina. Di certo, gli europei, affamati di capitali e ben attenti a non fottersi un mercato così importante come quello siriano, avrebbero tutto da perdere ad attaccare la Siria. Da parte loro, gli Stati Uniti, indebitati oltre ogni decenza e fiaccati dalla guerra mediorientale che dura ormai da decenni, cedono essi pure il passo. La Cina ne fa necessariamente una questione di prestigio, per dimostrare quali sono i suoi confini invalicabili, ed anche una questione di principio, per giocare sulla libertà di soffocare il proprio proletariato senza tante manfrine democratiche.

L’accordo è dunque sottoscritto sottobanco: l’Occidente lascia all’Oriente il compito di schiacciare la resistenza del proletariato, limitandosi a verbose ed infinite schermaglie sui principi morali e restituendo il favore ricevuto, pochi mesi prima, in Libia. Ma sarà sempre così?

 

Le due incognite

È impossibile formulare esatte previsioni sul futuro che attende il proletariato (e l’umanità tutta!), ma possiamo provare a evidenziare elementi utili a orientarci sul domani.

Attualmente, le incognite sono rappresentate, sul piano strategico, da Israele e, sul piano di classe, dai proletari palestinesi, in primis quelli abitanti le immense bidonville di Gaza e del Libano meridionale. Il sostanziale stallo militare fra Israele e gli stati arabi degli ultimi anni e la fine dell’URSS hanno profondamente cambiato le dinamiche fra gli stati mediorientali. Il risultato di questo processo è stato l’aumento dell’interscambio fra tutte queste nazioni e il progressivo intrecciarsi delle loro economie. Anche Israele ha beneficiato di ciò: fino a poco tempo fa, scambiava molti prodotti con la Turchia, e attraverso questa probabilmente con l’intero mondo arabo. Il risultato è stato una sorta di stallo sul campo (anche se sono continuate a volare “parole grosse”, e a parte l’autentica striscia-prigione di Gaza, dove periodicamente viene scatenato l’inferno) che ha soddisfatto tutti gli attori in campo. Parallelamente all’avanzare della crisi, però, i confini sono tornati a essere rigidi e caldi e un crescendo di dichiarazioni ha dimostrato come Israele sia smaniosa di aprire una nuova guerra regionale, mascherando questa necessità che avanza con la necessità di impedire la realizzazione della bomba atomica da parte dell’Iran (che, detto fra parentesi, non ne ha poi così tanto bisogno, visto che gode della copertura di quelle russe e cinesi). Ma il motivo è anche un altro, e va ricercato nell’avanzare della crisi e nei suoi riflessi sulle masse proletarie. La borghesia israeliana sa benissimo che strategicamente l’Iran non userebbe mai l’atomica contro Israele. La distanza che separa Gerusalemme da Teheran è di 1500 km, ma i confini iraniani sono a 800; non parliamo poi di Damasco che dista solo 200 km. Che senso avrebbe contaminare Gerusalemme, se con lo stesso gesto si contaminerebbe per centinaia di anni tutta l’area mediorientale (ah, certo, la democrazia ha sempre un “pazzo” cui imputare questa volontà… ma fino ad oggi, ci risulta, solo la democraticissima nazione americana ha sganciato sull’inerme popolazione giapponese il proprio arsenale atomico!)?

Vuote parole sono anche le ripetute minacce della NATO, che ogni giorno dice di essere pronta all’intervento militare in Siria: una simile soluzione aprirebbe infatti i veri giochi di guerra e svelerebbe le alleanze del prossimo conflitto mondiale, e questa decisione non è per ora auspicabile per la borghesia mondiale.

Vero è invece che Israele vive nel terrore dell’esplosione del proletariato palestinese, che volente o nolente la circonda da tutti i lati e costituisce un’incognita poco districabile. Il proletariato palestinese rappresenta da decenni il vero proletariato internazionale, materialmente e idealmente.: esso non ha nazione, sparso per tutto il territorio arabo in grandi bidonville, veri e propri campi di concentramento; vive non solo come cronico rifugiato, ma anche come bacino di braccia al servizio delle strutture produttive delle altre nazioni arabe, soprattutto quelle petrolifere ad alto tasso industriale. Oggi, paradossalmente, mentre tutta l’area è in fiamme, il proletariato palestinese che da decenni si batte (a torto o a ragione) solo contro Israele, sembra colpito da una paralisi che gli impedisce di compiere alcun atto materiale di lotta. Ma l’immobilismo di oggi potrebbe essere la base dell’esplosione di domani, e tale esplosione potrebbe significare l’unione sotto le bandiere dell’internazionalismo di tutto il proletariato arabo. Per questo, Israele e i palestinesi sono la vera incognita dell’evolversi della situazione. Se da questo fronte non si avranno novità, stiamone certi: continueremo ad assistere al massacro dei proletari siriani fino a che essi non verranno definitivamente schiacciati.

 

Le membra e la testa

Sia quel che sia, non possiamo che terminare prendendo in considerazione il rapporto fra coloro che hanno agito nelle piazze e nelle città e coloro che, attualmente, impongono alla rivolta i propri obiettivi.

Le membra straziate, a decine di migliaia, dei proletari siriani caduti sotto i cannoni del regime e l’ardore e il coraggio con il quale le masse proletarizzate e popolari rilanciano la lotta non sono bastati, e non bastano, a spingere alla testa della rivolte le istanze proletarie. Come molte volte è accaduto nella storia contemporanea, il proletariato ha rappresentato la massa d’urto delle rivolte (e, a maggior ragione, delle rivoluzioni), ma al contempo esse hanno ceduto poi presto la barra del potere politico alla borghesia e, più spesso, a un suo settore.

Il caso siriano non si discosta da questo quadro, come non se ne discosta il quadro di quella che è stata definita (dalla stampa borghese) “primavera araba”. In Tunisia, il proletariato è stato azzittito da una normalizzazione in giacca e cravatta di giovani manager borghesi; in Egitto, le elezioni mettono il proletariato di fronte all’alternativa di scegliere democraticamente fra un presidente estremista islamico e un altro fortemente legato al vecchio regime; in Libia, il proletariato, oltre ad essere stato seppellito sotto le “bombe pacifiste e democratiche”, si trova schiacciato e represso da una continua guerra fra bande borghesi che non risparmia nessuno; in Siria, infine, è quotidianamente trucidato.

Il generoso proletariato arabo, e dunque anche siriano, deve necessariamente mettere all’ordine del giorno l’abbattimento del sistema borghese. Ma il proletariato siriano e più in generale arabo non potrà nulla contro le immense forze degli imperialismi occidentali e orientali, se i fratelli proletari di quelle nazioni assassine non scenderanno in campo a difesa dei propri compagni di classe, attaccando direttamente la propria borghesia sotto la guida del partito comunista internazionale. Solo il fronte comune e compatto del proletariato mondiale può mettere fine alle tragedie di questo infame modo di produzione, solo il superamento del capitalismo con il procedere verso la dittatura del proletariato e il socialismo può dare una chance all’intera umanità sofferente.   

 



[1] Cit. in “In Siria, l’errore fatale della famiglia al-Assad”, Le Monde Diplomatique, maggio 2011.

[2] Con ciò non vogliamo dire che in Siria sopravvivano forme economiche arretrate, o addirittura feudalismi di sorta. Diciamo invece che, essendo il capitalismo un sistema che si sviluppa storicamente per aree economiche non omogenee (lo “sviluppo ineguale” indagato da Lenin), la Siria fa parte di aree a un tasso di crescita inferiore – aree di sottosviluppo capitalistico, che sono necessarie al capitale e alle aree più sviluppate come condizione per la loro espansione. Sia nel primo che nel secondo caso siamo comunque di fronte a un sistema capitalistico pienamente instaurato.

[3] Rimandiamo ai molti passi di Marx in cui si dimostra come sia fenomeno tipico del capitale la contemporanea crescita della sovrapproduzione di merci e capitali e della sovrapproduzione di popolazione proletaria.

[4] Sono gli ultimi dati ufficiali utili che siamo riusciti a trovare. Cfr. anche Guida del mondo. 1999-2000, EMI 1999;  L’Atlante. Un mondo capovolto, a cura di Le Monde Diplomatique-Il Manifesto, 2009, e Bilan du monde. La situation économique internationale, a cura di Le Monde, 2011.

 

 

Partito Comunista Internazionale

(il programma comunista n°04 - 2012) 

 

 

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