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America Latina: Antimperialismo classista o Borghese “Progressista”? (I)

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Nell’area latinoamericana si parla spesso di “antimperialismo”, oggi con riferimento soprattutto o alla rivoluzione cubana o all’“antimperialismo” venezuelano alla Chavez. Ma l’antimperialismo in America latina e altrove, nel movimento proletario, ha avuto storicamente due ben distinti significati. Da un lato, un antimperialismo classista, per il quale cioè la lotta contro l’imperialismo doveva o poteva assumere una chiara e forte direzione proletaria. Dall’altro, l’antimperialismo a direzione piccoloborghese o borghese, che si è spacciato e si spaccia quasi sempre per proletario e socialista.

 

L’”Appello” dell’Internazionale Comunista

L’antimperialismo classista è stato ad esempio quello sostenuto nel 1920 dall’Internazionale Comunista (1). Il termine “antimperialismo” era allora messo giustamente in primo piano, in quanto il nemico principale per la direzione proletaria della lotta era non solo e non tanto la borghesia interna (ancora piuttosto fragile economicamente e politicamente) quanto l’imperialismo USA, che già allora spadroneggiava in tutto il continente facendone una propria semi-colonia e usava e ricattava le stesse borghesie interne a proprio piacimento e vantaggio. La direzione proletaria della lotta antimperialista, in quelle condizioni, non aveva comunque da stringere alcun fronte o alleanza con quella sia pur debole borghesia interna, “compradora” o “indipendentista” che fosse (come invece fu fatto dalla stessa Internazionale stalinizzata solo alcuni anni dopo, ad esempio nel corso della rivoluzione cinese) (2): doveva combatterla, insieme al nemico ben più potente che era l’imperialismo USA.

Inoltre, nelle condizioni economiche e sociali degli anni ’20 del secolo scorso, l’America Latina soffriva di una secolare arretratezza nelle campagne, dovuta all’alleanza imperialista (prima franco-inglese e poi USA) con la grande proprietà terriera – alleanza che aveva impedito o fortemente ostacolato in agricoltura la nascita e sviluppo delle aziende contadine e la loro normale evoluzione in senso capitalistico. L’imperialismo aveva interesse che la proprietà terriera rimanesse nelle vecchie condizioni, perché così poteva sfruttare meglio le materie prime a basso prezzo dei grandi giacimenti minerari e dei latifondi (3). Attorno alla difesa della grande proprietà terriera, dei giacimenti minerari, dei latifondi, l’imperialismo USA favorì e alimentò, quasi in ogni stato, delle vere e proprie caste militari che venivano istigate ai “golpe” quando quegli interessi venivano messi in discussione dalle stesse frazioni interne, riformiste in senso progressista-industriale, della borghesia. Tale situazione non solo impediva od ostacolava il generale sviluppo dell’intero subcontinente sul piano industriale, ma lo lasciava languire in una situazione di forte arretratezza e miseria nelle stesse campagne (4) – una situazione che determinava fortissimi problemi di sopravvivenza nelle periferie dei grandi centri urbani dove si addensavano masse enormi di diseredati, ma soprattutto nelle campagne, dove si andavano creando situazioni generali di fame e miseria fra braccianti, semicontadini, meticci, indios, ecc.

Sul piano formale, si era di fronte, fin dalla prima metà del secolo XIX, a stati indipendenti; e, sul piano dei rapporti economici e sociali, non si aveva a che fare con rapporti di produzione feudali (la forma schiavista e servile aveva invece dominato nel lungo periodo precedente, anche attraverso la tratta degli schiavi dall’Africa). Tuttavia, sul piano reale e sostanziale, sia la forma-stato, in quanto a sovranità politica, sia la forma capitalistica, in quanto a sviluppo, accusavano entrambi una grossa ipoteca nel primo caso, ed enormi ritardi nel secondo. Non si trattava di portare avanti una rivoluzione “democratico-borghese” a direzione proletaria, come nel caso della Russia del 1917, non essendoci appunto rapporti feudali da sradicare (all’epoca, infatti, i conquistadores spagnoli e portoghesi si trovavano ormai, nelle rispettive patrie, alla fine del periodo feudale), ma non si poteva certo nemmeno parlare di portare avanti una rivoluzione proletaria “pura” (anche ammesso un “limite” a tale purezza): quella forte arretratezza sul piano economico e sociale era tutt’altro che facile da superare e avrebbe lasciato in eredità al proletariato, una volta giunto al potere, compiti complessi, rispetto a uno sviluppo meno fortemente ostacolato dell’economia tipico di altri paesi capitalisticamente sviluppati.

Il proletariato latinoamericano, nel caso che un incendio di vaste proporzioni lo avesse messo in movimento sotto la direzione di un vero partito comunista e con una strategia internazionale (così come si auspicava nell’appello dell’Internazionale Comunista del 1920), aveva dunque davanti a sé compiti particolari rispetto a una rivoluzione proletaria più “pura”, dove il nemico e la forza principale da abbattere sono rappresentati invece soprattutto dalla borghesia interna, riuscita a costituirsi e rafforzarsi nel corso del suo cammino. Doveva infatti confrontarsi, da un lato, con l’azione di un imperialismo da grande potenza e, dall’altro, con l’azione di una casta militare che ne era solo l’espressione, la lunga mano militare interna, nelle sembianze nazionaliste, tradizionaliste, ecc. Accanto a questi fattori negativi, giocava tuttavia a vantaggio del proletariato l’apporto sociale anche di grandi masse non proletarie e non di puri braccianti, sia nelle aree urbane e sia nelle campagne. Si trattava dunque di fare leva non su un’alleanza con la frazione borghese interna, magari la più riformista e progressista, ma su quella grande massa di strati sociali urbani e rurali, che vedevano giustamente nell’imperialismo USA e nel suo appoggio alla grande proprietà terriera e alla sua casta militare la fonte della propria miseria e oppressione.

Gli appelli antimperialisti dell’I. C. erano rivolti dunque non solo al proletariato, naturale nemico di ogni imperialismo, ma anche a tali strati sociali non proletari della città e della campagna, agli stessi intellettuali della piccola borghesia, ecc., che allora costituivano la massa più cospicua di un possibile fronte antimperialista e che potevano essere influenzati e trascinati da un forte movimento proletario. Ma, soprattutto, l’appello antimperialista era rivolto al proletariato nordamericano. Per quanto miseri fossero i vantaggi a proprio favore ricavati dallo sfruttamento da semicolonia del popolo latinoamericano, esso, insieme a un non trascurabile strato di aristocrazia operaia, raccoglieva comunque alcune briciole del lauto banchetto che la propria borghesia realizzava invece tra profitti e rendite. Nella lotta contro la propria borghesia e contro le sue imprese militari, condotte in maniera diretta o tramite apparati militari locali, il proletariato USA non solo poteva infliggerle colpi utili per una ripresa della forza e organizzazione sul proprio territorio, ma, indebolendola sul piano interno, poteva allentare nello stesso tempo anche la morsa che stringeva inesorabilmente, in America Latina, il proletariato e quegli strati popolari particolarmente miseri e schiacciati dall’oppressione USA. Si trattava di una strategia che doveva vedere necessariamente insieme e in movimento sia il proletariato USA che quello latino americano, oltre alla gran massa del popolo oppresso e misero di quell’area. Senza quella lotta unitaria, per la quale si trattava di utilizzare quel periodo di crisi particolare e la debolezza politica post-guerra del capitalismo mondiale, il proletariato americano dell’intero continente non avrebbe potuto combattere ad armi pari un nemico che ormai rappresentava già la maggiore potenza imperialistica mondiale.

 

 

La situazione oggi

Che cos’è cambiato nella tattica e nella strategia della lotta proletaria nel continente americano, tenuto conto dei mutamenti avvenuti in quasi un secolo? Nella prospettiva di un ripresentarsi in futuro di una situazione rivoluzionaria paragonabile a quella del 1920 e anni seguenti, i mutamenti nel frattempo avvenuti non cambiano sostanzialmente né la tattica né la strategia comunista allora avanzata. Il rafforzamento delle borghesie interne, avvenuto nei principali stati latinoamericani come Brasile, Argentina, Bolivia, Cile, ecc., a discapito dell’influenza dell’imperialismo USA ed europeo (5), indica che il nemico principale del proletariato latinoamericano e delle misere plebi urbane e rurali diventa sempre più la sua borghesia interna e sempre meno l’imperialismo, anche se questo, come dicevamo, ha tutt’altro che allentato la propria morsa. Per il proletariato dei maggiori stati latinoamericani, che sono riusciti lentamente a sottrarsi a quella morsa e a costituire un vero e forte mercato e un capitale indigeno, la lotta antimperialista passa ancor più in secondo piano, mentre assume maggiore importanza quella contro la propria borghesia. Per altri stati e paesi, le cose non stanno ancora precisamente così: ci riferiamo soprattutto all’area centroamericana, a tutt’oggi fortemente marcata dal dominio USA, o ad altri paesi come la Colombia, il Perù, ecc, che subiscono ancora in modo pesante quell’influenza. In questi paesi, la lotta contro la propria borghesia è tuttora messa necessariamente in secondo piano rispetto a quella contro l’imperialismo USA. La lotta proletaria, dunque, in considerazione anche dei dati economici recenti e degli stessi eventi di ordine militare avvenuti nell’area latinoamericana, si troverà sempre più a fare i conti con rivoluzioni maggiormente “pure”, sia per il minore coinvolgimento di masse plebee extraproletarie (comunque ancor sempre consistenti) sia per il maggiore coinvolgimento nella lotta contro la propria borghesia, messa in primo piano in forza dello sviluppo capitalistico nel frattempo avvenuto. In ogni caso, o che si parli più di “antimperialismo classista” o che si parli più di “classismo antimperialista”, a seconda che si debba mettere più in primo piano la lotta contro l’imperialismo o quella contro la borghesia interna, la tattica comunista sostanzialmente rimane la stessa e si caratterizza sempre per il netto rifiuto di ogni alleanza con e sottomissione alla borghesia interna, nella situazione di ieri così come in quella di oggi. Le stesse rimangono anche l’azione e l’opera di propaganda nei confronti delle masse non proletarie, che costituiscono tuttora il grosso della popolazione latinoamericana, per quanti passi avanti abbia fatto il capitalismo in questi paesi (peraltro in modo molto diseguale). Si tratterà di portare tale massa della popolazione sotto l’influenza della lotta proletaria, indicandole il nemico sia nella borghesia interna sia nell’imperialismo.

Sul piano strategico generale, il proletariato latino americano avrà di fronte, in alcuni grandi stati, il maggiore peso nel frattempo assunto dalle proprie borghesie, anche se quello dell’imperialismo USA si eserciterà sempre in senso fortemente antiproletario in tutta la regione. Domani come ieri, come si metteva in evidenza nel 1920, sarà sempre comunque determinante il ruolo del proletariato nordamericano, sia per la propria lotta e organizzazione che per la sorte del proletariato latinoamericano.

 

 

L’antimperialismo borghese e piccoloborghese

Parlando di lotta antimperialista classista e proletaria, ci siamo riferiti a una regione come l’America Latina e a un periodo, gli anni ‘20 del secolo scorso, in cui le varie forme di stato-nazione si erano oramai consolidate (seppure in modi regressivi rispetto agli stessi moti anticoloniali della prima metà dell’800, che avevano messo in piedi inizialmente stati ben più vasti) e i rapporti di produzione feudali erano inesistenti, anche se rimanevano in piedi, come retaggio del passato, estesi latifondi che impedivano il procedere di un “normale” (rispetto ad altre aree, come quella europea o nordamericana) sviluppo agricolo a partire da moderne aziende contadine. Quella situazione di mancato o stentato sviluppo capitalistico, sia nella forma degli stati-nazione sia nelle forme di proprietà, era stata fortemente determinata dalla presenza e azione anzitutto degli stessi proprietari terrieri creoli, che avevano preso parte ai moti anticoloniali contro la madrepatria, poi dagli interessi degli stati imperialistici dell’epoca, e infine era stata ulteriormente rafforzata dal più moderno fra essi, gli USA. Quindi, da una parte deboli stati formalmente indipendenti ed economie capitalistiche molto stentate nel loro sviluppo e, dall’altra, presenza e azione di forti imperialismi che “parassitavano” tali stati trattandoli da semicolonie.  

Nella situazione odierna (2012), non siamo più in presenza, in tutto il pianeta ormai, di rivoluzioni democratico-borghesi ancora da compiere. Come nell’area latinoamericana degli anni ’20 del secolo scorso, ci troviamo di fronte a stati e a rapporti di produzione capitalistici sviluppati, con gli stessi limiti e le stesse lentezze, in estese aree e regioni, che più o meno ebbero gli stati e i rapporti di produzione capitalistici latinoamericani di allora (e che ancora in parte alcuni di loro hanno). Le rivoluzioni democratico-borghesi sono ormai avvenute, nel modo in cui potevano avvenire e compiersi sotto il dominio dell’imperialismo soprattutto USA e di varie borghesie interne ai vari paesi, che raramente hanno saputo o potuto alzare la testa per imporsi contro di esso (Persia, Egitto, Algeria, ecc.). Il modo in cui sono avvenute quelle rivoluzioni è stato strettamente determinato dal dominio imperialista, che ha potuto anche qui parassitare quegli stati, oggi formalmente indipendenti e capitalistici. Si è trattato, finita l’ondata anticoloniale, da parte dell’imperialismo USA, di cercare di riprodurre su tutto il pianeta, il sistema di dominio paracoloniale messo in piedi nel “cortile di casa” dell’area latino americana. Anche le forme di tale dominio non si sono discostate molto, in effetti, da quelle messe in atto in America latina. Nel Nord Africa e Medio oriente, si è ad es. impedito in tutti i modi che nascessero forme statali e nazionali che potessero contrastare il suo dominio imperialista. Il progetto della “ grande nazione araba” fu spezzato, come a suo tempo lo fu quello degli “Stati Uniti del Sud” alla Bolivar, dall’aristocrazia terriera e dall’imperialismo anglo-francese. Sono state favorite forme di governo dai forti caratteri militari (vedi Egitto o Tunisia) o dalle vestigia feudali (Emirati, Califfati, ecc.) che ricalcavano in buona parte, nelle forme e soprattutto nella funzione, forme e funzione delle caste militari latinoamericane. In uno scenario internazionale in cui, comunque, i rapporti di produzione precapitalistici sono oramai sradicati e in cui alcuni stati sono riusciti ad affermarsi come entità di varia potenza, dalla Cina, al Brasile, all’India, al Sudafrica, ecc, l’imperialismo ha determinato invece, in buona parte del pianeta, la formazione di stati o aree in cui il capitalismo interno, come pure le forme di governo, è fortemente condizionato dalla sua azione parassitaria e di dominio. La presenza di questi stati non può che riproporre, in una futura situazione rivoluzionaria mondiale, la stessa strategia antimperialista classista avanzata dall’I. C. nei primi anni ’20 del secolo scorso, non solo per l’area latinoamericana, ma anche per altre aree, come quelle nordafricana e mediorientale.

D’altra parte, lo abbiamo visto in modo chiaro nelle recenti “rivoluzioni arabe” e in modo particolare nella vicenda libica: questi stati, dietro le sembianze dell’indipendenza, hanno avuto e hanno un’esistenza strettamente “tutelata” dall’azione degli imperialismi, per cui nessuna azione sociale di classe e popolare potrà raggiungere i suoi effetti contro la borghesia e il capitalismo interno, se questo non viene attaccato e colpito anche e soprattutto nei centri vitali dei grandi stati imperialistici (6).

L’“antimperialismo” portato avanti da svariati gruppi in America Latina, appoggiato e sostenuto da altri gruppi anche nella stessa area europea e in particolare in Italia, ha invece un significato ben diverso da quello marxista e classista che abbiamo finora tratteggiato, sulla base e sul riesame della strategia antimperialista avanzata nel 1920 dall’I. C. per il proletariato delle due Americhe. Per quanto alcuni di questi gruppi si richiamino proprio alle tesi e alla strategia di allora o al “leninismo”, la loro tattica e strategia è invece fortemente influenzata e segnata dall’ondata politica staliniana che travolse e si contrappose alla strategia classista di allora. Sotto la direzione della centrale di Mosca e a partire dalla rivoluzione cinese del 1927, i partiti “comunisti” operarono da allora una completa inversione di rotta rispetto a quella tattica e strategia durante le rivoluzioni anticoloniali degli anni ‘50 e ’60: ora legandosi e ora rompendo alleanze e fronti con le borghesie interne anticolonialiste, a seconda degli interessi non della lotta contro l’imperialismo anglofrancese o USA, ma di quello che era ormai divenuto l’imperialismo russo, operante nella zona.

Sarebbe lungo fare una disamina particolare dell’atteggiamento politico tenuto dai diversi partiti legati a Mosca dinanzi all’ondata anticoloniale di allora, nei vari stati e regioni, a partire da quella egiziana degli anni ‘50, per finire con quella vietnamita dei primi anni ’70. Quello che possiamo sicuramente concludere è che quella lotta, che, come nello stile stalinista, intendeva essere “concreta e da azione immediata”, fu tutt’altro che un sostegno alla stessa borghesia interna, mentre invece si rivelò proprio una delle cause principali del suo fallimento. Tramite quei partiti stalinizzati, i proletari delle varie regioni e aree in lotta contro l’imperialismo o i rappresentanti di vecchi regimi furono privati di una loro direzione autenticamente marxista e autonoma sul piano teorico e organizzativo. Da un lato, fusioni complete con frazioni borghesi in lotta, dall’altro completa rottura o contrapposizione ad esse, senza alcun criterio o logica “antimperialista”, ma solo come espressione degli interessi da grande potenza nella zona. Fu messa in atto, in sostanza, la stessa tattica opportunista che era stata sperimentata già nella sviluppata area capitalistica europea, dove si era passati dall’azione contro i socialisti divenuti chissà come “socialfascisti” nel 1928, alla tattica dei fronti popolari del 1936 e ai fronti nazionali antifascisti del dopoguerra (7). Il criterio non era dettato dagli interessi del proletariato, e nemmeno da inesistenti “principi” di lotta contro il fascismo o il nazismo, con i quali si stringevano invece alleanze come con gli stati che si presentavano alfieri della democrazia; si trattava di usare l’azione proletaria e le stesse alleanze con gli altri stati, per portare avanti e sviluppare gli interessi capitalistici della stessa Russia. Questa tattica, dunque, ormai ben sperimentata nella stessa sviluppata area capitalistica europea, fu trasferita nelle varie regioni e stati in cui, nel periodo anticoloniale e antimperialista, si combatterono delle lotte da parte di alcuni strati della borghesia interna, sorretti dalla partecipazione proletaria e popolare. Il risultato, dicevamo, fu fallimentare e micidiale per quelle stesse lotte che, sotto l’influenzamento dei partiti staliniani, divennero infine ancor più terreno di pascolo dei vari imperialismi, quello russo compreso.

 

 

Statizzazioni e socialismo

L’“antimperialismo” avanzato attualmente da svariati gruppi non solo non si ricollega per nulla a quello classista del 1920, ma, in buona parte e nel migliore dei casi, risulta fortemente influenzato da quello stalinista. Anziché vedere il disastro operato nel campo della teoria marxista e cercare di porvi rimedio, questi gruppi, quando non lo appoggiano apertamente (com’è il caso delle varie formazioni apertamente staliniste attuali), non traggono affatto alcuna lezione da quell’esperienza disastrosa, come succede in altri vari gruppi di estrazione trotskista. Questi ultimi non vedono gli errori che abbiamo ricordato sopra, oppure li giustificano addirittura come coerenti con la difesa del “socialismo russo” fatta da Trotsky durante la seconda guerra imperialista, o con l’antimperialismo cinese maoista o con quello che-guevarista. In sostanza, tali gruppi, e non solo quelli stalinisti, si fanno ancora forti delle pretese “conquiste socialiste” russe, cinesi o cubane, per riproporre così un antimperialismo borghese o piccoloborghese, che si veste di sembianze classiste, ma che in realtà si pone completamente come succube delle varie frazioni borghesi interne. Essi mettono in auge le pretese “conquiste socialiste”, che sarebbero rappresentate dalle statizzazioni e dalle nazionalizzazioni messi in atto in Russia subito dopo l’Ottobre, come se tali misure avessero in sé il valore e il significato “socialista”.

Nella visione leninista (cioè marxista), invece, tali misure servivano a dare impulso al capitalismo russo e a sradicare i vecchi rapporti di produzione nelle campagne, per dar fiato alla Russia, mentre si sviluppava la rivoluzione in Occidente; nello stesso tempo, se la Russia avesse mantenuto la sua politica proletaria e internazionalista e si fosse legata alla rivoluzione internazionale – e soprattutto se questa si fosse realizzata – , quelle misure avrebbero avuto certamente anche il significato di avvio verso il socialismo, allo stesso modo in cui ce l’ha un qualunque capitalismo sviluppato: nessuna proclamazione delle statizzazioni e nazionalizzazioni come misure socialiste in sé, come decine di volte ripeteva lo stesso Lenin!

Quell’atto di volontà politica che rappresentò l’Ottobre, per portarsi a compimento in senso anche economico, richiedeva l’apporto dell’economia dei paesi capitalisticamente più sviluppati: condizione questa che non si realizzò, per tutta una serie di fattori che qui non abbiamo il tempo di ricordare – da cui il naturale ripiegamento in senso borghese di quella rivoluzione, senso obbligato per una rivoluzione limitata alla sola Russia. La grande disgrazia per il movimento proletario internazionale è stata che il ripiegamento in senso borghese di quella rivoluzione fu invece negato dallo stalinismo e tutto quanto andrà fatto da esso per lo sviluppo del capitalismo stesso sarà spacciato per socialismo, sia al proletariato russo (che verrà sacrificato bestialmente sull’altare di quello sviluppo) che al proletariato internazionale (che fu chiamato a seguirne gli indirizzi nazionalistici e imperialistici scambiandoli per proletari). Quelle statizzazioni e nazionalizzazioni, in Russia, finivano di avere così il significato di avvio verso il socialismo e acquistarono il significato di misure radicali borghesi di accelerazione dell’economia. Grazie ad esse, la Russia si avviò non più verso il socialismo, ma verso uno sviluppo impetuoso del capitalismo. L’aspetto ancora più negativo fu che statizzazioni, socializzazioni, nazionalizzazioni, da allora acquistarono significato socialista “in sé”, non solo in Russia (complice anche qui lo stesso Trotsky), dove almeno vi era stata una vera rivoluzione proletaria sul piano politico, ma ovunque vi fossero dei movimenti di liberazione nazionale, come ad es. quelli degli anni ‘50 e ’60, e vi fosse, contemporaneamente, anche lo zampino dell’imperialismo russo; per cui, tutte quelle misure, che in effetti servivano solo ad accelerare il processo economico borghese, acquistarono automaticamente e un po’ ovunque il significato di misure “socialiste”. Parliamo degli ex paesi dell’Europa dell’est, “socialisti” in forza dei carri armati russi piuttosto che di misure di statizzazioni; parliamo di Cuba, “amica dell’URSS” grazie al monopolio dello zucchero, ecc.; ma parliamo anche delle pretese nature socialiste dell’Algeria o dell’Egitto di Nasser, ecc.

Così, oggi, in America Latina, sarebbero “socialisti” o quasi, oltre a Cuba, anche il Venezuela, la Bolivia, il Nicaragua, ecc. In tutti questi casi, non perché vi sia stato un rovesciamento del potere della borghesia, ma solo perché lo stesso stato borghese è governato (attraverso le elezioni) da partiti che hanno preso e prendono (spesso o a volte) misure di statizzazione o di nazionalizzazione in senso più nazionalista e anti-USA o “anti-liberiste”, che vengono spacciate per “misure socialiste”. In sostanza, basta andare al governo (anche con le elezioni), rivaleggiare economicamente con l’imperialismo (ad es. americano), e tutto questo basterebbe per dire che quelle misure di statizzazioni, ecc., sono “misure socialiste”: che quel paese è insomma “socialista” (o quasi). Poi, si fanno discorsi contorti per giustificare l’esistenza comunque della prevalente economia privata o del supersfruttamento del lavoro salariato, dello stato che reprime le lotte (magari infiltrate da… “estremisti trotzkisti”, come ricordiamo in un altro articolo in queste stesse pagine), che “non si fa governare” come dovrebbe, ecc., per sostenere che il socialismo “non si costruisce di colpo”, che esso convive con il capitalismo, con lo sfruttamento salariale, ecc. Insomma, una sorta di lotta e convivenza continua e infinita del “bene socialista” contro il “male capitalista”, sotto il controllo di uno stato che fa quasi da arbitro o ha una funzione “indefinibile” – la ripetizione pratica del principio staliniano della “lotta di classe nel socialismo”, ripreso in seguito ancor più copiosamente dal “Mao-pensiero”. Si cerca di mascherare con pretesti da “saggi pragmatisti” o realisti il fatto che quell’economia è tutt’altro che “avviata” verso il socialismo, che essa resta perfettamente capitalistica con tutte le sue statizzazioni, che, anche se rivolte contro frazioni interne della borghesia più o meno collusa o comprata dall’imperialismo, è sempre strettamente in mano allo stato borghese, al comitato di affari collettivo della borghesia.

Per noi marxisti, le misure di statizzazione dell’economia vanno verso il socialismo solo se vi è anzitutto un vero stato proletario in piedi, che esercita il proprio potere con la dittatura e con le armi nei confronti della classe borghese, battuta ma sempre pronta a rialzare la testa grazie ai suoi legami mondiali con la borghesia degli altri paesi. Ancora oggi, il cosiddetto “statalismo”, la posizione a favore dell’intervento dello stato nell’economia o del mantenimento del cosiddetto Welfare, che nel regime capitalistico già maturo si è sempre alternato, a seconda delle situazioni, alle misure cosiddette liberiste, rappresenta invece, per molti di tali gruppi, una sorta di curriculum per darsi la patente di “comunisti” o “antimperialisti”. Queste infatuazioni per le pretese conquiste “socialiste” in virtù delle statizzazioni, delle vittorie democratiche elettorali, sono tutt’oggi ancora forti e accomunano sia gruppi stalinisti “puri” (del tipo degli “antirevisionisti” post-XX Congresso) sia gruppi trotskysti che ripetono anche a distanza di più di 70 anni gli errori di Trotsky sulla difesa del “socialismo russo” in caso di guerra imperialista.

Tipica al riguardo è la posizione della Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale sulla questione delle isole Malvine. Da un lato, essa rivendica la posizione già assunta nel 1982, ai tempi della guerra da parte del regime militare argentino contro il Regno Unito, di schieramento aperto in senso nazionalista sostanzialmente a fianco dei generali (8); dall’altro, riafferma quella sua posizione anche adesso, sotto il regime democratico della Kirchner, rimproverandole le “posizioni tiepide”, dispensandola di consigli e suggerimenti e soprattutto istigandola ad “azioni forti” contro le pretese degli inglesi. Insomma, un “antimperialismo” completamente a rimorchio, prima del regime militare prima e del governo democratico borghese poi. Quale la tattica? “Prima lottiamo, in quanto proletari, contro l’imperialismo, ubriacandoci di nazionalismo insieme alla nostra borghesia e poi… riprendiamo la lotta contro di essa”! Una “lotta” un po’ difficile da riprendere, diciamo noi, anche perché la stessa borghesia parrebbe aver compiuto nel frattempo passi avanti… “in senso socialista”. Come? Grazie alla recente nazionalizzazione parziale della YPF! Come la mettiamo allora? Perché non aspettare altri “passi avanti” per completare l’opera e dunque mettere definitivamente da parte la lotta contro di essa?!

Si tratta, insomma, del rovesciamento completo della posizione antimperialista classista del 1920, quando si sosteneva che la direzione della lotta doveva essere assunta chiaramente e apertamente dal proletariato, nel quadro di una strategia internazionale che doveva vedere mobilitato soprattutto il proletariato delle metropoli imperialiste. Quella direzione classista, per potersi realizzare, presuppone il ripresentarsi di una situazione che rimetta in piedi di nuovo sulla scena storica il proletariato mondiale, il quale dovrà assumere chiaramente la direzione della lotta sia sul piano sociale contro la propria borghesia, sia sul piano internazionale contro l’imperialismo. Pretendere un antimperialismo “classista o socialista” in situazioni storiche in cui il proletariato è ancora succube della propria borghesia, credere che, in tali condizioni, la lotta antimperialista “in sé” favorisca o “risvegli” la formazione di una “coscienza di classe”, è un tradimento completo della posizione marxista di allora. Questa metteva sempre in primo piano la lotta di classe, la lotta sociale contro la propria borghesia. E’ solo nello sviluppo di questa lotta, nella formazione di una coscienza di classe nel corso della lotta contro la propria borghesia in strati avanzati del proletariato, con la direzione di un forte partito comunista internazionale, che dovrà trovare posto, in futuro, anche la lotta antimperialista, dal momento che lo stesso imperialismo farà sentire pesantemente la propria forza per stroncare la lotta di classe. Una lotta antimperialista al di fuori di una situazione che rimetta in primo piano la lotta di classe nel quadro di una strategia di lotta internazionale, una lotta antimperialista che vorrebbe essere “combattente” a tutti i costi e in tutte le situazioni, non può che mettere il proletariato ancora e sempre al rimorchio della propria borghesia e ritardarne ancora più la coscienza di classe (9). Lungi dal porre la rivendicazione piccoloborghese di una lotta sedicentemente nazionale latinoamericana contro gli USA, l’Internazionale dichiarava: “E questa non è una lotta nazionale dell’America Latina contro gli Stati Uniti. E’ una lotta rivoluzionaria di classe dei lavoratori delle due Americhe contro l’imperialismo americano”: è la lotta rivoluzionaria di tutto il proletariato che sola può capitalizzare i fattori nazional-rivoluzionari, integrandoli però in un attacco di portata mondiale al cuore stesso dei grandi centri imperialistici. “L’Internazionale Comunista deve unificare la lotta rivoluzionaria dei lavoratori di tutto il mondo, collegare ogni fase di questa lotta con tutte le altre, formulare gli obbiettivi e fissare la tattica generale della rivoluzione. Questa lotta non è una lotta nazionale ma internazionale”.

 

 

NOTE

(1) Si veda l’“Appello alla classe lavoratrice dell’America del Nord e del Sud” del novembre 1920 (quattro mesi dopo il II congresso dell’I. C.), pubblicato originariamente in Die Kommunistiche Internationale (organo del Comitato Esecutivo dell’I. C.), n.15, 1921, pagg. 420-439. Ampi stralci, con commento, sono riportati nel nostro articolo in tre puntate “I comunisti e i compiti nelle due Americhe”, Il programma comunista, n.13-15-17/1977.

(2) Fra i molti lavori sviluppati dal nostro Partito su questo argomento, rimandiamo anche solo alle “Tesi sulla questione cinese” (1964), ripubblicate sul n.4/2007 di questo stesso giornale. 

(3) Eppure, tentativi d’intaccare la grande proprietà terriera ve n’erano stati: dalla “rivoluzione messicana” del 1910, a quella di Vargas in Brasile, da quella di Peron in Argentina a quella stessa cubana di Castro, che alla fine dovette cedere alla monocoltura.

(4) “Una rivoluzione di questo tipo, che equivarrebbe alla formazione del mercato interno, non può non colpire gli interessi di tutti i paesi industrializzati e non suscitare una feroce reazione. Il paese sottosviluppato che, nell’epoca dell’imperialismo, attua la sua rivoluzione borghese, in quanto sconvolge il delicatissimo equilibrio del mercato mondiale delle materie prime, va dunque incontro al boicottaggio e all’isolamento” (da “Competizione pacifica e Paesi sottosviluppati”, Il programma comunista, n.21/1962).

(5) Al riguardo, cfr. gli articoli “L’America Latina a un bivio”, Il programma comunista, n.2/2012, e “America Latina. Regge ancora l’imperialismo USA?”, Il programma comunista, n.3/2012

(6) “I popoli dell’America Latina – scriveva sempre l’“Appello” del 1920 – sono quindi preda di una ridicola illusione quando parlano di una loro indipendenza. Nell’epoca dell’imperialismo, per le piccole nazioni non esiste indipendenza. Esse sono ridotte a vassalle delle grandi potenze”. E’ una schiacciante smentita del principio utopistico, piccoloborghese e reazionario, dell’“uguaglianza delle nazioni”. Il movimento proletario rivoluzionario non pretende di instaurare un’“eguaglianza fra stati in regime capitalista, ma di far leva sugli antagonismi nascenti dall’oppressione coloniale e semicoloniale, per distruggere con la spada della rivoluzione l’imperialismo e gli stati delle classi nemiche”.

(7) Cfr. il nostro opuscolo di recente pubblicazione Lo stalinismo: non patologia del movimento operaio, ma aperta controrivoluzione borghese, “Quaderni del Partito Comunista Internazionale”, n.5.

(8) “Noi socialisti non vacilliamo un solo istante sulla nostra ubicazione sul campo di battaglia: stiamo fino alla morte con la nazione argentina e combatteremo con tutte le nostre forze per la sconfitta dell’imperialismo. Questo è il primo e irrinunciabile dovere di ogni combattente per la causa della classe operaria e per il socialismo: combattere fino alla morte per sconfiggere il nemico imperialista”. E’ la posizione espressa nel 1982 dalla Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale, ripresa di recente in una Dichiarazione del Segretariato della Lega e riportata dal Partito di Alternativa Comunista nel suo sito, in data 10/3/2012 (“Le Malvine sono Argentine! La bravata inglese è un affronto a tutta l’America Latina”, http://www.alternativacomunista.it/content/view/1592/45/). Ogni commento è superfluo!

 

(9) Vedi anche “Il trotskismo a rimorchio delle nuove borghesie nazionali”, Il programma comunista, n.21/1963.

 

Partito Comunista Internazionale

(il programma comunista n°04 - 2012) 

 

 

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