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La Grecia è il mondo. Le azioni spontanee non bastano:bisogna lavorare per mettere in campo una forza organizzata e cosciente.

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Quel che accade oggi al proletariato greco è lo specchio fedele di quel che è sempre accaduto da quando è in piedi il sistema capitalistico ed è l’anticipazione di quel che accadrà domani, ovunque, con sempre maggiore determinazione e ferocia. Non un “branco di pescecani”, ma tutta la borghesia, la cui esistenza è fondata da sempre solo sullo sfruttamento della forza-lavoro della classe operaia, attacca apertamente nelle piazze e nelle strade le manifestazioni operaie con le sue “forze dell’ordine” – quell’“ordine” che, quando matureranno le condizioni soggettive e oggettive, bisognerà rovesciare violentemente.

Quella borghese è una classe onnivora, la cui unica funzione è sguazzare in attività del tutto inutili e criminali, che si accoppia a “servi e galoppini”, reclutati e allevati tra le classi medie e l’aristocrazia operaia, allo scopo di divorare freneticamente “reddito” nelle sue più diverse forme: profitti, interessi, rendite. Centralizzata nello Stato e nei suoi istituti parlamentari, giuridici, militari, articolata in tutte le sue sfaccettature economiche (industriali, commerciali, finanziarie), politiche e sociali (partiti e carrozzoni sindacali), questa classe pretende che noi proletari, che abbiamo generato con la nostra forza-lavoro tutta la ricchezza sociale (da cui peraltro siamo esclusi), continuiamo a generarla venendo pagati sempre meno. Anzi: pretende che “paghiamo” quel debito che loro hanno creato e divorato; pretende, dopo aver consumato l’energia viva della forza-lavoro e distrutto nel corso del tempo innumerevoli vite proletarie, dopo aver divorato risorse naturali e ricchezze sociali, che la classe dei venditori di forza-lavoro greca chini ancora la schiena, monito ed esempio per i proletari d’Europa e del mondo. Licenziamenti a decine di migliaia in pochi mesi, disoccupazione di massa, povertà, attacco alle pensioni, alle tredicesime, ai minimi salariali, alle condizioni di vita, mediante imposte sulla casa, sulla salute, sulle tariffe, sui servizi: questa è la dura realtà che la borghesia scaraventa addosso alla classe dei “senza riserve”, oggi in Grecia, domani altrove. E allora, la nostra classe dovrebbe piangersi addosso, ascoltare gli inviti alla sobrietà, alla modestia, al sacrificio, in nome di una presunta “comunanza d’interessi nazionali”? E quando mai ha potuto trasgredire a queste virtù con spese eccessive, lussuose, senza fatica!? quando mai si è potuta sottrarre all’ordine della realtà che recita: “la tua libertà è l’orizzonte, quando lavori, di una postazione di lavoro, o quello di un cassonetto, quando non ti si può più sfruttare”?!

 

Dunque, le masse lavoratrici greche hanno tentato di sfidare – con agitazioni culminanti in un ennesimo sciopero di 48 ore, per le strade di Atene e davanti al Parlamento, oltre che a Salonicco e in decine di città piccole e grandi – il presidio di una polizia schierata a difendere i luoghi reali e simbolici da dove i funzionari del potere borghese giustificano le loro “scelte” con una situazione di “emergenza nazionale”. In realtà, è un’intimidazione: è la messa a nudo della loro violenza concentrata contro chi osa e oserà sfidarla. Polizia in assetto di guerra, lancio di lacrimogeni, scontri violenti, difesa del Sancta Sanctorum del Parlamento, luogo di culto per gli iniziati alla Democrazia.

 Rovesciando i termini, la borghesia greca, parte della confraternita internazionale che ora sembra voltarle le spalle, teme la perdita di quella ricchezza e di quel benessere, di quei privilegi di cui ha goduto da sempre: vuole ad ogni costo ritornare al Salone delle Feste e dei Banchetti, dove la massa di schiavi salariati continui a servirle pranzo, cena, festini e godurie: la bestia è insaziabile!

Quello che accade al proletariato greco, che da due anni affronta a viso aperto con decine di scioperi la sua borghesia, non è diverso da quel che è accaduto, da appena un anno e sotto i colpi della stessa crisi, nei paesi del Nordafrica. La classe operaia egiziana e tunisina è entrata in lotta in forma spontanea, anche assediando i palazzi del potere, ma, senza la solidarietà di classe attiva e militante a scala internazionale, la sua forza potenziale le è stata rubata, sviata e svuotata dalle mezze classi “democratiche”: al posto dei vecchi burattini, tenuti dai fili degli stessi burattinai di sempre, in Egitto è stato installato il vecchio Consiglio militare e in Tunisia un nuovo Parlamento e una nuova classe di parassiti borghesi e piccolo-borghesi. Nello stesso tempo, la Santa Alleanza della Nato distruggeva il territorio libico e ne massacrava la popolazione in una guerra contro un nemico inesistente e, per ribadire il proprio comando sulle risorse petrolifere e con il pretesto di regalare la solita democrazia, ha aiutato la giovane protetta a mantenere diviso e incatenato alla Nazione il proletariato. Un anno fa nel Maghreb e oggi in Grecia: in quale abisso d’illusioni si mantiene il proletariato degli altri paesi, se non esce allo scoperto dichiarando la propria solidarietà e offrendo il proprio sostegno agli altri fratelli proletari!

In Grecia, come in tutti gli stati capitalistici, il micidiale veleno della democrazia è stato da tempo iniettato nel sangue della classe operaia: da ben prima che fascisti e nazisti imperversassero sul suo territorio, che colonnelli e generali imponessero i loro diktat, e soprattutto che falsi comunisti (staliniani e nazionalisti) legassero il corpo del proletario che cercava di rimettersi in lotta, con le catene democratiche e legalitarie “prese in consegna” dalla Russia ormai controrivoluzionaria.

La democrazia è peggio che un’arma spuntata in mano operaia: ma è straordinariamente efficace nelle mani dell’avversario, di quella borghesia che da quando è nata permette, con la corsa alle urne, di mascherare e mitigare il conflitto di classe, sempre e comunque controllato a breve distanza dai mitra dalle forze dell’ordine. Un tale avvelenamento libertario, resistenziale, pacifista, democratico rallenta il passaggio allo scontro politico di classe, inchioda i combattenti operai sulla soglia del diritto borghese. Veicolo di questo tossico sono proprio quelle organizzazioni politiche e sindacali “di sinistra”, il cui compito è proprio il controllo, l’irreggimentazione, istituzionalizzazione e “nazionalizzazione” della nostra classe. E’ quindi compito del movimento comunista rivoluzionario disintossicare la classe proletaria da quel veleno, espellerlo dal suo corpo. Per farlo, occorre che sia di nuovo in piedi l’organizzazione proletaria internazionale che, sfruttando la lotta di difesa economica e sociale, tenuta insieme dalla solidarietà di classe, risponda colpo su colpo agli attacchi. Certo, sembra un sogno, in una situazione generale ancora controrivoluzionaria: ma noi comunisti rivoluzionari sappiamo che solo quella è la strada della nostra classe.

Durante gli scontri di piazza, il Kke (il partito “comunista”) e il Pame (il sindacato che a esso fa riferimento), bene impiantati nelle Sante Istituzioni, si tenevano a distanza dalle azioni di lotta che coinvolgevano una gran massa di proletari, per non farsi accusare ancora una volta di essere difensori del Parlamento e di frenare le lotte, combattendone, a loro dire, gli eccessi. In quello stesso momento, nel dibattito parlamentare, la borghesia dichiarava che, davanti all’“attacco economico della troika europea”, “per forza di cose” conveniva un’alleanza politica di tutte le componenti politiche, fasciste, liberali, socialdemocratiche, staliniste – un’alleanza patriottica per sorreggere l’unità dello Stato, con il fine supremo della difesa dell’economia nazionale, della democrazia sociale e della Nazione. Le parole d’ordine che risuonavano nel corso del dibattito, nei diversi interventi politici, erano “autonomia”, “orgoglio patriottico”, “indipendenza nazionale”, “democrazia”, “sovranità del popolo”: in altre parole, la summa dell’ideologia con cui la borghesia impone da sempre il suo imperio e che trasforma la classe operaia in carne da cannone.  Mentre si votavano le misure antiproletarie, si dava ad intendere che questo era il “giusto prezzo” da pagare allo scopo di essere meglio preparati ad affrontare il futuro: non si diceva che il futuro sarà la progressiva caduta in un precipizio di guerra e che questo pugno di ferro è solo un anticipo. Da questo voto, quasi unanime, restavano fuori la sinistra “nazionalcomunista” e la destra ”nazionalsocialista” (quest’ultima, da pochi mesi entrata nel governo) – curiosa convergenza, pronta a coprire il proprio ruolo antiproletario ammucchiandosi in difesa dell’ordine, quando il proletariato ricomincerà a conquistare il proprio terreno di lotta. Le elezioni generali programmate per aprile (parte del programma “Salva la Borghesia e il tuo Paese”) saranno lo sciroppo con cui far inghiottire le misure “lacrime e sangue” e soprattutto il solito vecchio veleno democratico paralizzante come e più del curaro.

Ma anche questa è una tragedia che non è recitata solo in greco moderno: è recitata nella lingua internazionale degli interessi della borghesia – nel nord, nel sud, nell’est e nell’ovest di un mondo che è tutto sotto il suo tallone di ferro. Che dunque i proletari di questo mondo comprendano bene quel che accade in Grecia e si preparino di conseguenza: tornino cioè a parlare la lingua della lotta di classe e della preparazione rivoluzionaria!

 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista n°02 - 2012)

 

 

 

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