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Contro le avventure militari della borghesia italiana e il suo seguito di pacifisti e partigiani (2007)

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Da comunisti e internazionalisti, noi sappiamo per memoria e scienza storica che, nell'epoca dell'imperialismo, ogni “missione all'estero” è una missione di guerra. Imperialismo significa infatti accresciuta competizione internazionale, acuite guerre commerciali, esportazione di capitali che entrano inevitabilmente in conflitto gli uni con gli altri, controllo delle sorgenti di materie prime e delle loro vie di trasporto e dunque tentativo di escluderne i concorrenti, fino all'esplodere incontrollato di conflitti prima locali e poi, in prospettiva e in presenza di condizioni materiali favorevoli e necessarie, mondiali. E' quello che sta succedendo da decenni (da quando si è presentata sulla scena del capitalismo mondiale una nuova crisi economica di sovrapproduzione) e che riguarda innanzitutto la fascia che dai Balcani abbraccia il Medio Oriente fino all'Afganistan e al Pakistan, crocevia di commerci più o meno leciti e legali (armi e droga), di vitali corridoi commerciali, di oleodotti e gasdotti, di campi petroliferi e sorgenti d'acqua su cui da sempre l'imperialismo ha allungato occhi e zampe – non ultimo, l’imperialismo italiano, che nell'area di interessi ne ha parecchi, e non da oggi, e che comunque vuole (deve) cercare di ritagliare una sua propria fetta di autonomia e presenza. Da comunisti e internazionalisti, noi sappiamo che a farne le spese saranno i proletari e le masse povere e diseredate di tutti i paesi. E da comunisti rivoluzionari e internazionalisti, le nostre parole d’ordine sono chiare contro ogni forma di pacifismo e partigianesimo nazionalista:

 

  • Rifiuto di qualunque avventura militare (comunque mascherata: umanitaria, democratica, civilizzatrice) della propria borghesia
  • Rifiuto di accettare sacrifici in nome dell’“economia nazionale” (le spese militari sono componenti essenziali di ogni bilancio nazionale, sia in guerra che in pace)
  • Organizzazione della lotta di difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, come passaggio obbligato per colpire duramente l’impegno bellico della propria borghesia
  • Ritorno deciso ai metodi e agli obiettivi della lotta di classe, rompendo con ogni logica di concertazione e di pace sociale – metodi e obiettivi che rappresentano per ora l’unica reale solidarietà internazionalista dei proletari delle metropoli imperialiste nei confronti delle masse proletarie oppresse

 

Solo sulla base di queste basilari premesse, che implicano l’indipendenza d’azione del proletariato, sarà possibile organizzare, mettendolo al centro della strategia di classe, l’aperto disfattismo rivoluzionario, che permetta di spezzare e sgretolare il fronte di guerra. In questo impegno di lotta, chi sono i nostri alleati? I nostri alleati sono i proletari di tutto il mondo e in particolare quelli dei paesi massacrati dalla guerra imperialista. Non lo sono e non lo saranno mai questa o quella frazione borghese, comunque armata o “resistente”, qualunque sia la sua veste, religiosa o riformista o - peggio ancora – pseudo-socialista.Gli interventi che si sono susseguiti in quest’ultimo decennio dimostrano che il modo di produzione capitalistico è giunto ormai al capolinea; che questa sua lunga agonia è solo distruttiva e che è dunque necessario dargli il colpo di grazia, per giungere finalmente, attraverso la presa violenta del potere e l’instaurazione della dittatura proletaria diretta dal partito comunista, alla società senza classi, al comunismo.  Perciò la vera e propria conquista dell’epoca presente è la rinascita, l’estensione, il radicamento del partito comunista mondiale.  

 

Partito Comunista Internazionale

( Il programma comunista)

                

                                                                                                                               

                                                                                                                                                           

       

 

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