html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="it-it" lang="it-it" dir="ltr" > Democrazia e socialismo (Il Socialista, 12/16-7-1914 |
You are here : Home Documentaria (1912-1926)

Democrazia e socialismo (Il Socialista, 12/16-7-1914

E-mail Stampa PDF

 

Il Socialista »,  nn. 7 e 8 del 12 e 16-7-1914)

 

Questi due articoli, che formano un unico testo di propaganda, possiamo dire, elementare, ma ispirata a totale rigore programmatico marxista, appaiono ne Il Socialista di Napoli, organo provinciale del Partito, il quale iniziò le sue pubblicazioni subito dopo il Congresso di Ancona, che condannò il metodo transigente nelle elezioni locali e determinò la chiarificazione nelle file del Partito a Napoli con la fuoruscita degli inveterati bloccardi e il rientro del Circolo socialista rivoluzionario Carlo Marx nella rinnovata Sezione locale. Tuttavia gli articoli non hanno portata locale, ma generale e di principio.

Va anche rilevato che la loro data li colloca prima dello scoppio in Europa della guerra, che avvenne tra l'ultimo di luglio ed i primi di agosto.

La tesi centrale, che denunzia la incompatibilità e pericolosità controrivoluzionaria di ogni accostamento tra democrazia e socialismo, é quindi saldamente affermata, prima che vi fosse la conferma storica della rovina a cui condusse il socialismo europeo il disastroso comportamento dei partiti socialisti, indotti - anche il tedesco - all'abbandono di ogni opposizione di classe agli stati borghesi col principale argomento che si dovesse difendere nel conflitto guerresco una pretesa conquista ispirata all'interesse del proletariato nella civiltà democratica europea.

Inutile aggiungere che la quistione é impostata ugualmente prima delle ulteriori delusioni che vennero con la seconda guerra in Europa e nel mondo, in Italia con la degenerazione dei blocchi di resistenza antifascista, ed ancora in Russia, dalle alleanze di guerra di Stalin fino alta coesistenza pacifica del ventesimo Congresso. Per il resto i due articoli non chiedono altro commento, se non di segnalare alla fine del primo la tesi che la democrazia moderna é colonialista e quindi militarista, dunque antiproletaria, per quei motivi di imperialismo economico che furono gli stessi lumeggiati da Lenin.

Sarà il momento di rilevare che la giusta visione non si ricollega a speciale chiarezza di vedute di uomini, ma a rapporti di forze sociali collettive. La guerra libica degli anni 1911-12 in Italia - prodromo, traverso le due guerre balcaniche, della conflagrazione generale - insegnò ai rivoluzionari proletari che una politica borghese «avanzata» e democratica é la più adatta alle brigantesche imprese coloniali.

Gli articoli dimostrano che il metodo di alleanza coi democratici non si regge nemmeno con la finalità di risparmiare sforzi e guadagnare tempo, ma anche in questi sensi è disfattista.

La parte finale del secondo articolo chiarisce altresì la posizione della Sinistra nella politica comunale, con la condanna della proposizione di problemi amministrativi e concreti, potendo i rivoluzionari considerare il Comune solo in funzione della lotta antistatale, ossia nella direzione eversiva della conquista del potere dello Stato.

Il bilancio di oltre mezzo secolo sta tutto a dimostrare la validità di questa impostazione, fedele all'indirizzo invariante del marxismo. rivoluzionario.

 

 

I

 

Mentre quei socialisti che sostengono la tattica degli accordi con i partiti «affini» asseriscono che tali accordi non sono che atteggiamenti transitori volti a risolvere situazioni particolari, e non implicano la rinunzia ai caratteri fondamentali del programma e della propaganda socialista, non compromettono la fisionomia e la costituzione del partito, in pratica poi avviene tutto l'opposto.

Ingolfatisi in una battaglia elettorale su di una piattaforma non socialista, ma comune ad alcuni partiti borghesi, ossessionati dalla mania del successo, i socialisti che fan parte del blocco finiscono col ridurre la loro propaganda ad una accozzaglia di motivi popolareschi in cui vanno smarriti e dispersi i principi del socialismo. L'effetto di tale predicazione è uno stato d'animo che si crea nelle masse, prima avviate verso la concezione e l'azione socialista, e che confonde in esse ogni elementare capacità a distinguere le finalità dei diversi partiti. È così che la transitoria deviazione, la transazione passeggera, divengono per fatale forza di cose una permanente confusione, confusione nella quale ha tutto da perdere il partito socialista, che vede così annientati in pochi giorni di carnevaletto elettorale i risultati di anni ed anni di difficile propaganda e faticosa preparazione.

Le conseguenze sono tanto più profonde, durature e pericolose, quanto più si trova in condizione embrionale la coscienza proletaria, quanto più arretrata é la maturità intellettuale e politica della classe operaia. Questa facile e limpida considerazione basterebbe da sola - se non ve ne fossero ben altre - a capovolgere le asserzioni di quelli che suffragano la tesi bloccarda invocando le arretrate condizioni economiche e intellettuali - i due fenomeni si svolgono parallelamente - del proletariato di una certa città o regione. Ma quando si pensi che chi è veramente socialista nella coscienza e nell'intelletto - senza dover essere per questo un maniaco del dottrinarismo - non può non ritenere che dai risultati elettorali, dalla conquista dei pubblici poteri, possono scaturire risultati affatto limitati e secondari nell'interesse delle masse operaie, di fronte alle finalità della complessa azione socialista; che alle elezioni noi dobbiamo attribuire principalmente il valore di una buona occasione per fare propaganda nelle piazze o se si vuole anche dai seggi di consiglieri comunali e provinciali, o di deputati; allora risulterà provato che chi rovina l'opera di propaganda e di proselitismo per assicurare una qualsiasi vittoria elettorale, non é un socialista che abbia vedute tattiche più o meno diverse da quelle intransigenti, ma é senz'altro un non socialista, uno che si è già messo fuori, comunque si etichetti, dalle direttive del socialismo, per portarsi in un punto di vista molto diverso, spesso antitetico a quello prima seguito.

Quando si ricorra col pensiero alle linee fondamentali della costruzione socialista, che non é vuota dottrina, né azione frammentaria e slegata, ma é una sintesi di fatti e di idee, non si può disconoscere quale enorme danno derivi alla causa del socialismo da quella dozzinale confusione fra democrazia e socialismo, che é nell'anima ingenua ed immatura dell'operaio la fatale conseguenza dei blocchi.

Il ritenere come concetti affini le idee democratiche ed il socialismo, il gabellarli come rami usciti dallo stesso tronco e che tendono a ricongiungersi, a crescere paralleli, è, mi si consenta l'espressione, il più deplorevole sabotaggio della propaganda socialista. Non faranno mai tanto male le bugie velenose dei clericali, forcaioli e reazionari, quanto le untuose declamazioni popolaresche dei democratici in cerca di voti, o degli ex-socialisti malati di mania bloccarda. E s'impone ai nostri propagandisti modesti ma coscienti, che diffondono un'idea e non pitoccano un mandato elettorale, di fare argine con ogni loro forza, con tutte le loro energie, alla marea torbida e melmosa del confusionismo.

* * *

Quando il socialismo cominciò a sorgere in tutta l'Europa, prima nella predicazione umanitaria degli utopisti, poi nella poderosa concezione scientifica dei socialisti tedeschi che la riallacciarono per sempre alla azione sociale delle grandi masse proletarie, molta e molta parte dell'Europa era ancora sotto le strette del regime politico assolutista e feudale. Era passata da pochi decenni la rivoluzione francese, il suo solco profondo non ancora aveva instaurato definitivamente il dominio delle democrazie politiche, ma ne aveva poderosamente affermato il programma innovatore e rivoluzionario; sotto la bandiera dell'uguaglianza, libertà, fratellanza, con le storiche affermazioni dei diritti dell'uomo. Eppure il socialismo, inteso come fatto sociale, e non come processo culturale nel pensiero di questo o quel sociologo, non derivò da uno sviluppo della democrazia, ma si affermò come una solenne denunzia del fallimento storico della formola democratica, e degli inganni che questa conteneva. Per essere più esatti, il socialismo proclamò che la rivoluzione borghese nel campo economico e in quello politico, si andava compiendo nell’interesse di una nuova classe di dominatori che sopravanzavano i dominatori di ieri; che essa era l'avvento della borghesia commerciale, manifatturiera, industriale, sulla vecchia aristocrazia, agraria e feudale; che nella sua stessa formazione il terzo stato, ossia la borghesia, dava origine alla nascita di un'altra classe oppressa, il proletariato, poiché il contadino diventava operaio, il servo della gleba schiavo dell'officina, o comunque lavoratore salariato, ma seguitava ad essere sfruttato da qualcuno. E il socialismo mostrò come tutta la rosea costruzione filosofica della rivoluzione francese, col suo programma di uguaglianza e di libertà che aveva fascinato le masse, celava invece la genesi di una nuova forma di oppressione, di nuove disuguaglianze per lo meno così profonde come le antiche; che essa, agitando il concetto della democrazia, o dominio politico della maggioranza, preparava il dominio economico di una nuova minoranza, della nuova oligarchia del capitale.

Contro la nuova classe dominante sorse quindi la classe oppressa: il proletariato. Man mano che la formazione economica e politica della borghesia procedeva, si rafforzava di fronte ad essa la nuova classe sociale costituita dai lavoratori. Questa classe si va a sua volta man mano formando una propria ideologia, e questa è il socialismo. Mentre la borghesia, nata rivoluzionaria, dopo aver conquistato le sue posizioni sociali diventa per fatalità di cose conservatrice, il proletariato si fa rivoluzionario, capisce che non può accontentarsi della pretesa uguaglianza politica concessagli dalla democrazia borghese, e si prepara a ben altre conquiste. Il proletariato socialista pone esplicitamente il problema sul terreno economico, esperimenta con le sue organizzazioni di mestiere la lotta contro il capitalismo, e concepisce un suo programma di classe, che consiste nella espropriazione dei mezzi di produzione e di scambio, che esso si propone di socializzare.

* * *

 

Con la formulazione di tale programma, che rimonta ormai a molti e molti decenni, ed è perseguito con costanza e concordia imponenti da milioni di lavoratori, le idee e le finalità della democrazia sono superate definitivamente. Questa cerca di far credere che nei suoi metodi c'è la possibilità di una ulteriore evoluzione, di un perfezionamento dell'ordine sociale nel senso di un maggior benessere per le masse. Ma tale propaganda é compiuta dalla democrazia non più con intendimenti di innovazione, ma per necessità di conservazione. La democrazia, anche laddove ha politicamente abbattute le vecchie classi feudali, e dove la nuova borghesia moderna le va economicamente sostituendo con processo più o meno avanzato, cerca di far credere al proletariato che la causa del disagio economico é la sopravvivenza delle classi che essa vuole abbattere. I democratici sostengono anche che la elevazione economica degli operai é problema di educazione e di cultura, e che per questa via essi si propongono di raggiungerla.

Ma la critica socialista ha distrutto da tempo questi sofismi. Il trionfo della borghesia democratica sulle vecchie aristocrazie é bensì il punto di partenza della formazione del vero proletariato socialista, ma esso non segna che il trionfo di una nuova forma economica che spesso, se non sempre, rappresenta un eguale sfruttamento delle masse. Il sopravvivere di partiti politici che contrastano le direttive democratiche non é quindi in relazione al malessere operaio, che dipende invece dall'ordinamento economico attuale della produzione, - ordinamento che anche la democrazia vuole conservato. Anzi lo sviluppo e la diffusione sempre maggiori del capitalismo moderno determinano, anche se non in maniera assoluta, una maggiore miseria nelle classi lavoratrici.

L'opera di cultura che la democrazia asserisce di voler compiere é una illusione, poiché essa è incompatibile con le condizioni economiche delle masse. Chi mangia poco e lavora molto ha il cervello in condizioni di evidente deficienza. Il benessere è la necessaria premessa della cultura intellettuale.

È il problema economico-sociale che va affrontato. Il socialismo lo pone, lo affronta e lo risolve assegnando al proletariato il compito di abbattere l'attuale ordinamento economico, e le relative istituzioni politiche, per sostituirvi un nuovo regime. Al problema filosofico della libertà di pensiero, tanto agitato dalla democrazia, viene così sostituito il postulato sociale del diritto alla vita.

Tale postulato non potrà raggiungersi mai entro l'orbita del presente ordinamento. L'evoluzione storica del regime politico democratico non é una continua ascesa verso l'uguaglianza e la giustizia, ma é una parabola che raggiunge il suo vertice e poi ridiscende verso una crisi finale, verso l'urto delle nuove forze sociali contro la classe attualmente dominante.

 

* * *

 

Se ci é quindi una negazione completa della teoria e dell'azione democratica, questa è nel socialismo. Non si può enunciare nella forma più modesta e più semplice una delle elementari verità che sono il nocciolo della nostra propaganda, senza contrapporsi al metodo, ai concetti, alle finalità della democrazia!

All'armonia delle classi voluta da questa noi contrapponiamo la lotta di classe sul terreno economico e politico.

Alle sue teorie di evoluzione e di progresso noi contrapponiamo la realtà storica della preparazione rivoluzionaria.

Al suo educazionismo noi opponiamo la necessità della emancipazione economica delle classi lavoratrici, che sola potrà porre termine alla loro inferiorità intellettuale.

E quando non vi fosse altro, basterebbe rammentare che la democrazia moderna è intimamente colonialista e quindi militarista, per le necessità dello sviluppo economico della borghesia moderna, in cerca di nuovi mercati; mentre il proletariato è per definizione internazionalista e antimilitarista.

La democrazia vede nel sistema rappresentativo il mezzo per risolvere ogni problema di interesse collettivo; noi vediamo in esso la maschera di una oligarchia sociale, che si avvale dell'inganno dell'eguaglianza politica per mantenere oppressi i lavoratori. La democrazia vuole la statizzazione e l'accentramento delle attività e funzioni sociali; il socialismo vede nello stato borghese il suo vero nemico, il socialismo é nel campo amministrativo per la massima autonomia locale. La democrazia vuole la scuola allo Stato, noi vediamo in ciò un pericolo non minore che nell'insegnamento confessionale. La democrazia vede il dogma solo sotto la tonaca del prete; noi lo vediamo altresì sotto la casacca del militare, sotto le insegne dinastiche e nazionali, sotto tutte le istituzioni presenti, e soprattutto nel principio della proprietà privata.

Chi dimentica queste antitesi, chi accede ad accordi con i partiti democratici, che si fanno sul terreno elettorale ma invadono e sopraffanno, come sopra dicevamo, tutta l'azione ed il carattere del partito e tutta la coscienza più o meno sviluppata delle masse, colui si rimangia a pezzi e bocconi tutto il suo socialismo, colui non può più essere del socialismo l'assertore ed il propagandista.

 

II

 

Nell'articolo dello stesso titolo apparso nel numero precedente abbiamo rapidamente richiamato all'attenzione dei nostri compagni i concetti fondamentali dai quali risulta la profonda differenza che corre tra le finalità della democrazia e quelle del socialismo.

Abbiamo mostrato come il confusionismo che é conseguente agli accordi contratti nel campo elettorale finisce col distruggere i frutti della propaganda socialista, la quale non può non essere continua critica e negazione delle tendenze e delle opinioni della democrazia borghese.

Ma comunemente si giustificano i connubi con i partiti affini, nel campo amministrativo, con un altro ordine di considerazioni. Ci si osserva che nelle questioni amministrative deve prevalere la pratica sulla teoria, che occorre aver di mira scopi immediati e concreti, di indole tutta locale, e lasciar da parte le discussioni politiche e sociali.

E si invocano, a seconda delle occasioni e delle località, particolari ragioni che dovrebbero indurre ai blocchi i socialisti, i quali, rinviando a miglior tempo l'opera di propaganda e di proselitismo socialista sulla base della lotta di classe, dovrebbero pensare per il momento ad aiutare la parte della borghesia più moderna, più avanzata, più onesta, a sbarazzarsi del vecchiume costituito dai partiti reazionari e dalle consorterie dominanti la vita amministrativa. La eliminazione di queste sopravvivenze dovrebbe costituire l'inizio di un'opera diretta ad elevare, ad educare le masse, a stabilire il minimo di civiltà, di pulizia, di decenza che trasformi la plebe in popolo. Dopo verrebbero la preparazione socialista del proletariato, la propaganda di classe e la politica intransigente da parte del partito socialista.

Questo ragionamento fa larghissima breccia nelle località dove é superficiale la coscienza politica. Eppure esso è fondamentalmente errato e non è che il trucco volgare sotto cui passano i motivi meno confessabili della alchimia elezionistica.

Una semplice distinzione basta a distruggerlo. Essere socialista vuol dire ritenere oggi, in base all'esame delle condizioni economico-sociali presenti, possibile un'azione di classe tendente a distruggere il capitalismo per sostituirvi un nuovo ordinamento sociale. Agire da socialisti, significa dare opera a che la coscienza di una tale possibilità si diffonda in un numero sempre maggiore di proletari, con la maggiore simultaneità possibile nei diversi paesi e nelle diverse nazioni.

Chi, pur riconoscendo che la distruzione del capitalismo sarà una bella cosa, non ritiene giunto il momento di agire in tal senso, ma crede opportuno prima risolvere ben altri problemi, non è un socialista. Altrimenti dovremmo ritenere socialista ogni nostro contraddittore che cominci a buttarci sul viso la solita frase: io sono più socialista di voi, ma..... Altrimenti dovremmo riconoscere socialista una gran quantità di antichi pensatori in base a qualche loro platonica affermazione, ed avremmo relegato il concetto di socialismo nelle plaghe dell'indefinibile, abbandonandolo ad esercitazioni onanistiche analoghe a quelle dei chiosatori che nel Veltro dantesco riconoscevano Vittorio Emanuele.

Per conseguenza, chi crede inutile pel momento la lotta di classe e intende dare opera alle questioni concrete che i blocchi assumono di risolvere, è un democratico buono o cattivo, non un socialista.

L'asserzione ci sembra poco contestabile.

* * *

 

Abbiamo infatti nel precedente articolo sostenuto che il fenomeno elettorale - specie quando non è impostato su una base di partito - è tale da assorbire e scolorire ogni altra forma d'azione. La contraddizione, quindi, tra blocchismo locale e propaganda socialista è innegabile. E lo é anche per altre ragioni.

La nostra propaganda - seguitiamo, ben s'intende, a richiamare notissimi ed elementari concetti - si basa non sulla predicazione astratta di una teoria, ma sulla constatazione di certe condizioni economiche e materiali di vita comuni a tutti i lavoratori. Essa coglie tutti i momenti della esistenza dell'operaio nell'officina, nella famiglia, per dimostrargli che se vuol difendere i suoi interessi deve farlo accordandosi con quelli che sono in analoghe condizioni di vita. Del cieco egoismo noi tendiamo a fare un sentimento cosciente, in modo che l'individuo trasporti la difesa dei suoi interessi a quella degli interessi della propria classe, in modo che l'operaio non sia più concorrente e nemico dell'altro operaio, ma fratello e compagno di tutti gli altri operai, ed avverso alla classe degli sfruttatori.

A ciò si arriva gradualmente partendo dalla evidente comunanza degli interessi di categoria per gli operai di un dato mestiere, ed arrivando alla alleanza di tutti i lavoratori del mondo nell'Internazionale Socialista. Non é qui che occorre ricostruire le tappe di questa propaganda, che è la ragion d'essere del socialismo.

Ora, evidentemente, in questo processo di educazione degli individui all'azione di classe noi non possiamo saltare uno stadio così importante come la solidarietà dei lavoratori nella città in cui vivono, nel Comune; così ricco, specie in Italia, di tradizioni storiche di vera libertà, di libertà quasi anti-autoritaria, soffocata poi dall'invadenza dei piccoli e grandi stati autoritari.

 

* * *

 

Chi, dunque, é per la lotta di classe, non può escluderla dalla vita comunale, senza dover rinunziare ad estenderla alla vita delle nazioni, ed a tutta la vita sociale della comunità umana.

Il blocchismo comunale nega, uccide, arresta la propaganda della lotta di classe; e sono ridicoli coloro che si dicono fautori della intransigenza solamente nelle lotte politiche e non in quelle amministrative.

La nostra politica, che non é accademia relegata sullo scenario dei parlamenti, ma è una risultante della realtà economica, prende le mosse dal piccolo incidente della vita del lavoratore per arrivare a tutte le forme di azione collettiva della classe operaia. Nel Comune altresì noi facciamo opera politica, ossia opera di propaganda, di proselitismo, di preparazione all'urto finale delle classi.

«Un socialismo municipale non esiste: esso é uno sproposito teorico, ed una bugia pratica», disse il deputato Lucci al Congresso di Ancona. Benissimo. Non esiste un socialismo municipale, come non esiste un socialismo parlamentare, né un socialismo sindacale, poiché né con i comuni, né con i sindacati (checché dicano certi avanzi del sindacalismo di ieri) si attuerà la rivoluzione.

Il Socialismo compie un'opera di negazione e di demolizione in tutte le sue particolari forme di attività.

Ed appunto per questo non dobbiamo lasciarlo disperdere dietro alle ricostruzioni amministrative che i blocchi dicono di voler fare. Se noi, socialisti, sappiamo di non poter fare nel Comune del socialismo, perché dovremmo venderci l'anima e la dignità per farvi della dubbia e stinta democrazia? O con l'uno o con l'altra: il dilemma si precisa, guardato da ogni punto di vista.

* * *

 

Ed anche l'obiezione della corta durata dei blocchi non regge. I blocchi durano poco tempo sol perché falliscono sempre anche agli scopi pratici che si propongono. Se i blocchi dovessero attuare tutte le loro promesse, l'accordo tra i vari elementi bloccardi dovrebbe perpetuarsi incondizionato per decenni e decenni.

Molti postulati bloccardi, con tutta la loro ostentata praticità, posti di fronte alle nostre aspirazioni teoriche ad una trasformazione fondamentale dell'ordinamento sociale presente, presentano dei coefficienti di probabilità molto minori. Può sembrare un paradosso, ma é così. Se le condizioni per lo sviluppo del socialismo fossero affidate alla buona volontà degli amministratori democratici, come mostrano di credere i socialisti bloccardi, il socialismo starebbe ad aspettare un bel pezzo.

Certe condizioni della miseria popolare sono inerenti allo sviluppo del capitalismo, e nessuna democrazia comunale o statale può sensibilmente raddolcirle. A Londra, Parigi, Berlino, la fame, la miseria, la delinquenza straziano i bassifondi cittadini forse più di quando, decenni e decenni fa, non imperavano ancora le moderne democrazie borghesi.

Ed è solo la riscossa del socialismo che potrà portare alla luce del sole tanti milioni di esseri umani, dissanguati dallo sfruttamento di chi si annida nelle grandi magioni e nei suntuosi edifici delle sistemazioni edilizie dei quartieri nei quali i Comuni moderni profondono milioni e miliardi.

Ora, quando i socialisti bloccardi dicono a loro difesa che il blocco é fenomeno transitorio e di breve durata, e che quindi non implica il rinvio senza data della lotta di classe, essi mostrano solo di essere coscienti del fatto che i blocchi mentiscono nel promettere e falliranno senza dubbio al mantenimento delle promesse. Ed allora perché fanno il blocco? Lo vedremo tra breve.

* * *

 

Eliminiamo prima un'altra osservazione bloccarda. Il blocchismo sarebbe uno stadio necessario dello sviluppo socialista, visto che un tale stadio é stato attraversato nell'Alta Italia negli ultimi anni, dopo i quali si è venuti alla intransigenza da parte del partito. Neanche questo é vero. La tattica delle alleanze seguita nell'Italia settentrionale e centrale dal Partito Socialista lo aveva depresso pericolosamente. Del fallimento amministrativo dei blocchi i borghesi gettavano la colpa sui socialisti, e le masse si allontanavano dal socialismo. (La buona amministrazione é d'altronde in molte regioni italiane del Nord non un portato della democrazia, ma una tradizione che risale alla dominazione austriaca).

I blocchi fecero poco o nulla di concreto, ma screditarono dinanzi alle masse il socialismo. Basta vedere le cifre degli iscritti al partito. Venuto l'amaro risveglio della guerra libica, il partito si fermò sulla via pericolosa della degenerazione, e riprese il suo cammino e la sua ascesa. Quindi la attuale rifioritura si ha perché é intervenuta una salutare reazione alla tattica transigente, che si era rivelata disastrosa per il socialismo. Questo esperimento dovrebbe dunque persuadere i bloccardi a non farne altri in condizioni anche peggiori, perché qui non ci sono partiti democratici, ed é ancora minore la coscienza politica operaia.

* * *

 

Dunque: o democratici, col blocco, o socialisti, fuori e contro il blocco.

Di qui non si esce. E perché ci sono individui che si dicono socialisti e questo non sentono? La risposta é unica, fatale, incontrastabile. Alle finalità del socialismo si è sovrapposta in costoro la mania del successo elettorale e l'arrivismo personale. Si é data la caccia ai seggi nei consigli comunali e provinciali. Si é disperatamente difesa la conquistata medaglietta parlamentare.

E, per questo, si é rinnegato il socialismo. È semplice, quanto evidente.

 

-->