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Socialisti e anarchici (Il Soviet, 2/1/1920)

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Il Soviet», anno III, nr. 2 dell’11.I.1920)

 

Riprendiamo una polemica - non frettolosa! - con Volontà di Ancona, che fino dal 1° novembre dedicava un sesquipedale articolo a polemizzare con noi.

L'articolista anarchico prima divaga, poi se ne scusa per girare alquanto attorno alla sua fobia dello «Stato», e viene finalmente al punto che noi definivamo sostanziale.

Gli anarchici - noi dicemmo - intendono che l'espropriazione economica della borghesia sarà istantanea, e simultanea alla insurrezione del proletariato che abbatterà il potere borghese.

Su questa premessa - che è semplicemente romanzesca - essi costruiscono la loro altra illusione della inutilità di ogni forma di potere, di Stato, di Governo proletario.

Ciò va di pari passo colla fallacia della concezione economica anarchica, basata sulla «libertà» dei gruppi di produttori o consumatori nel campo della produzione o distribuzione dei beni - concezione che, pur superando il sistema borghese della intrapresa privata, o quello dell’associazionismo mazziniano, resta assai al di qua del formidabile originario contenuto del concetto economico comunista: soppressione della «libertà di produzione».

Non intendendo questo compito gigantesco della rivoluzione comunista, tutti convinti che basterà togliere di mezzo questo maledetto Stato (pensato metafisicamente immanente, indipendente dal capitalismo, uguale qualunque classe lo detenga!) perché tutto vada a posto da sé - gli anarchici sognano possibile la sostituzione istantanea della economia socialista a quella borghese.

Che noi avessimo toccato il tasto giusto, lo dimostrano le enormità polemiche cui Volontà ricorre dinanzi alla nostra impostazione della questione.

Ritenere che dopo la rivoluzione politica seguiteranno ad esserci borghesi non ancora espropriati, è, secondo i nostri amici anarchici, socialismo utopistico!

Engels, se rivivesse, ci ricaccerebbe nella preistoria del socialismo! Poveri noi... e povero Engels!

Se proprio l'utopismo sognava la società nuova senza aver coscienza del processo storico che ad essa conduce! Se proprio Marx ed Engels indicarono le vie necessarie di tale processo, fissando i precisi criteri di cui noi siamo modesti ma tenaci assertori! Ma rilegga l'articolista di Volontà, non solo la costituzione della Repubblica russa e gli altri documenti della III Internazionale che altra volta gli abbiamo ricordati, bensì proprio le due ultime paginette del capitolo «Proletari e Comunisti» del Manifesto dei Comunisti. Vedrà che vi si parla del graduale processo espropriatore dopo la conquista del potere politico.

È proprio qui tutto il problema della Dittatura, che il giornale anarchico ha caoticamente discusso. È nella esistenza o meno del periodo (e certi socialisti crepano se non aggiungono tosto transitorio) di graduale espropriazione dei borghesi da parte del proletariato organizzato in classe dominante.

Noi abbiamo altra volta scritto in polemica con gli anarchici che questo periodo (di transizione, è vero, poiché non v'ha periodo che non sia di transizione, se ha un inizio e un termine) durerebbe almeno una generazione.

Orbene, nel lavoro del compagno Radek pubblicato su Comunismo sulla «Evolu­zione del Socialismo dalla scienza all’azione», ed ispirato direttamente alle dottrine del marxismo classico, sono queste chiarissime proposizioni:

«la dittatura è la forma di dominio, nella quale una classe detta senza ri­guardi la sua volontà, alle altre classi».

«la rivoluzione socialista è un lungo processo, che incomincia con la detronizzazione della classe capitalistica; ma termina soltanto con la trasformazione dell’economia capitalista in economia socialista, nella repubblica "cooperativa" operaia. Questo processo richiederà in ogni paese almeno una generazione, e questo periodo di tempo è appunto il periodo della dittatura proletaria, il periodo nel quale il proletariato con una mano deve incessantemente reprimere la classe capitalista, mentre con l'altra, che gli rimane libera, può lavorare alla ricostruzione socialista».

Volontà mette sulla nostra coscienza una «opposizione alla funzione espropriatrice della rivoluzione»!!!

Quasi che fosse per un nostro capriccio che il processo rivoluzionario sarà così complesso, quale lo vide Marx e lo descrivono più sopra le parole del... controrivolu­zionario Radek.

Il ragionamento di Volontà è specioso. Anziché tratteggiare la possibilità stori­ca sociale tecnica della sua espropriazione-insurrezione, si dà a dimostrare che, se si affiderà ad uno Stato la gestione della socializzazione, la rivoluzione fallirà; più an­cora se si lascerà esistere per poco il privilegio economico.

In possesso di questo magnifico sofisma, il nostro contraddittore può ridiven­tare un buon borghese, presentandolo al mondo capitalistico quale una polizza di assicurazione sulla vita!

Volontà chiama conservazione del privilegio economico l'esplicazione di quel programma che seconda noi è il più rapido processo di sradicamento del privilegio economico.

Ne desidereremmo - certo - uno più rapido, purché si potesse svolgere sulla faccia del pianeta che abitiamo, anziché tra le chimere dell’anarchismo.

Ma, per sostenere l'assurdo concetto della socializzazione istantanea, s'invoca un marxismo da orecchianti, e ci si obietta: v'è privilegio economico? si determi­nerà privilegio politico. Lo stato che voi volete conservare, tra le due classi di cui voi, socialisti, volete conservare la privilegiata, tornerà a sostenere la classe dei padroni.

Ma questo è marxismo fossilizzato nella metafisica! Nel concetto della dialettica marxista lo stato non ha caratteri e funzioni permanenti nella storia: ogni stato di classe segue l'evoluzione di quella classe: è prima un motore rivoluzionario, dopo uno strumento di conservazione. Così lo stato borghese infrange in una lotta colossale i privilegi feudali, e lotta poscia per la difesa di quelli borghesi contro il proletariato.

Ma l'avvento del proletariato al potere (parafrasiamo con le povere nostre parole il pensiero immortale del Maestro) trascende il significato dell’avvento di una nuova classe dominante. Il proletariato ha - primo nella vita della umanità - la coscienza delle leggi dell’economia, e della storia. «Nel trionfo della sua rivoluzione si chiude la preistoria umana».

Lo stato proletario spezza le maglie del sistema capitalista per sostituirvi un sistema razionale di esplicazione dell’attività degli uomini nell’interesse universale dell’umanità. Lo stato proletario resta in piedi durante il periodo di eliminazione della classe capitalista, ma non crea alcuna altra classe dominata. Il suo compito storico è l'eliminazione delle classi, con le quali si eliminerà la necessità medesima del potere politico dello stato.

Ciò non vuol dire che la società futura non avrà «rappresentanze» e non avrà rappresentanza centrale.

Vuol dire solo che questa non avrà funzione politica, perché non dovrà più agire per una classe di uomini contro un'altra classe - avrà solo funzioni economi­che e tecniche perché armonizzerà utilmente e razionalmente l'azione di tutti gli uomini nella lotta contro l'avversa natura.

 

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