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In margine al II Congresso Mondiale della IV Internazionale ( n° 11, 1948)

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I tre documenti votati al II Congresso Mondiale della IV Internazionale offrono abbondante materiale ad un'analisi critica che tenda a ristabilire i termini dell'interpretazione trotzkista della storia e dei compiti del Partito di classe contro le sue più sottili e recenti deformazioni. La presente rassegna non è che un esame analitico delle tre tesi uscite dal Congresso: La situazione mondiale e i compiti della IV Internazionale; L'U.R.S.S. e lo stalinismo; La lotta dei popoli coloniali e la rivoluzione mondiale (1). Manca un documento d'insieme. Pubblicati in Documents et Resolutions du II Congrès Mondial de la IV Internationale, (Paris 1948), num. 3-4-5 di Quatrième Internationale, marzo-maggio dell'anno in corso. 

 

I Analisi della situazione mondiale e prospettive.

 

È sempre stato caratteristico del trotzkismo l'affrontare le situazioni in modo discontinuo e improvvisato, cioè non sulla base di una visione organica e abbracciante nel suo insieme una determinata fase storica, ma sotto la suggestione cangiante ed esteriore del momento. Per tutta la guerra e in particolar modo nella fase conclusiva di essa, i trotzkisti hanno scontato l'apertura di una crisi rivoluzionaria mondiale di cui sarebbero stati segni premonitori e iniziali punti di appoggio tutti i movimenti di massa a sfondo sociale proletario, indipendentemente dal loro obiettivo politico e dalle forze in essi dominanti (resistenza, partigianesimo ecc.). Ora, scontano l'apertura “per la borghesia mondiale di un lungo e nuovo periodo di equilibrio instabile, cioè di un periodo di difficoltà economiche e politiche, di convulsioni e di crisi, da un paese all'altro, inevitabilmente generatrici di grandi lotte delle masse proletarie e coloniali”. Queste lotte, sviluppandosi ed esacerbandosi, mettono in pericolo lo stesso regime capitalista, ma “in assenza di uno sbocco rivoluzionario, la crisi accentuata del capitalismo minaccia di condurre nuovamente al fascismo e alla guerra che, questa volta (solo questa?) metterebbe in pericolo l'esistenza e l'avvenire dell'umanità intera”.

 

 

È questa la prospettiva generale, lontana tuttavia dall'essere costante ed omogenea, giacché, oscillando come sempre fra un'interpretazione tendenzialmente rigorosa e le sollecitazioni o dei fatti contingenti esteriori o dell'attaccamento sentimentale alle formule, nel corso di una più dettagliata analisi della situazione i compilatori accentuano ora questo ora quello degli aspetti, e il “lungo periodo” si trasforma, per quel che riguarda l'epicentro della crisi capitalistica, gli Stati Uniti, nella previsione dello “scoppio di una crisi economica in un avvenire prossimo, crisi che minaccia a sua volta di sconvolgere l'economia mondiale prima che abbia raggiunto una stabilità relativa” (curiosa formulazione anche quest'ultima: prima si parla di instabilità come tendenza permanente del dopoguerra: ora, di una tendenza verso la stabilità relativa) sebbene poco più oltre (par. 4), si afferma che “lo scoppio (della crisi americana) non sembra ancora immediato”.

 

 

Quest'incertezza nella valutazione della portata della crisi borghese del dopoguerra potrebbe ridursi ad un problema formale di calcolo se non si appoggiasse ad una visione completamente deformata della struttura del capitalismo così com'è uscito dal secondo conflitto mondiale. È chiaro che quando i trotzkisti parlano di un precipitare della società borghese “nel fascismo e nella guerra” come sbocco ultimo di un periodo che non abbia visto il riapparire del partito di classe e il suo passaggio alla direzione delle lotte sociali punteggianti la crisi internazionale capitalista, essi si precludono la comprensione di quelli che sono i caratteri dominanti di questa travagliata fase della storia: il permanere degli elementi fondamentali dell'organizzazione economica e politica tipica del fascismo in piena fioritura di democrazia; la presenza della guerra, con lo schieramento delle sue forze politiche operanti fin nel cuore del proletariato, nell'ambito della pace; e non riescono perciò a valutare neppure per approssimazione né le capacità di resistenza e di manovra del capitalismo né le eventuali possibilità di attacco e ripresa del proletariato. I trotzkisti, che ancor oggi parlano di “ondata rivoluzionaria del proletariato mondiale nel 1945” e persino per i paesi dell'America del Sud vaneggiano di una “prima marea rivoluzionaria... capitalizzata dalla borghesia in generale” scambiando per moti rivoluzionari e proletari quelli che erano episodi politici e sociali della mobilitazione del proletariato a sostegno della guerra o di spostamenti dell'asse internazionale del dominio imperialistico, non vedono che le stesse forze operano nella crisi borghese postbellica attanagliando la classe operaia, manovrandola sul piano della ricostruzione e della guerra, deviandone i sussulti verso l'obiettivo più direttamente antitetico al suo obiettivo storico, cioè verso il conflitto; e, sbattuti fra la constatazione evidente del controllo totalitario del capitalismo sul proletariato e l'altrettanto evidente constatazione che il conflitto di classe non si spegne, sono portati di volta in volta a spostare le prospettive a seconda che la dinamica della crisi mette a nudo con particolare crudezza questo o quello dei suoi aspetti. Essi non comprendono perciò anche che il problema della riscossa proletaria non si risolve nella postulazione generica della necessaria presenza del partito di classe, per cui il partito assume la ridicola veste di un deus ex machina che, piombando nell'arruffio di un fermento sociale generico, attragga a sé come ad un ago magnetico le pagliuzze anodine dei proletari, ma presuppone lo scardinamento di tutto l'apparato internazionale di dominio e di difesa su cui poggia la permanenza del regime del profitto, e la liberazione del proletariato dalle forze che tuttora totalitariamente lo dominano. Di qui, come conclusione necessaria, il giudizio sui partiti operai, considerati non per quello che sono - strumenti della ricostruzione capitalistica e dell'imperialismo - ma come organizzazioni operaie aberranti, nel cui seno continui a vivere e ad agitarsi un nocciolo proletario e rivoluzionario; di qui la ricorrente sopravvalutazione delle crisi interne di questi stessi partiti (le “forti correnti centriste progressive in seno ai partiti socialisti in primo luogo, e persino in alcun partiti comunisti”, eterno sogno eternamente infranto del trotzkismo, araba fenice sempre lì a portata della loro mano per giustificare l'entrata a bandiere spiegate nei più marci partiti dell'opportunismo, della collaborazione e della guerra). E, a coronamento di tutto questo, il lancio della parola d'ordine de “l'unità di azione e del fronte unico di tutte le forze della classe operaia sulla base di un programma che leghi le rivendicazioni economiche e politiche delle masse alle parole d’ordine del controllo operaio, delle milizie operaie e del governo operaio e contadino”, e le variazioni sullo stesso tema che vanno dalla propaganda negli Stati Unti a favore di un “Labor Party fondato sui sindacati” (nei quali essi vedono un fermento di radicalizzazione, il cui risultato ultimo è... il voto per Truman) alla tattica, nei Paesi dell'Europa orientale, di “raggrupparsi di preferenza in seno alle organizzazioni socialdemocratiche” per la difesa del livello di vita e delle “libertà” delle masse contro i regimi burocratici e polizieschi dominanti dagli staliniani. Dove appare evidente - a parte ogni considerazione di principio in merito alle posizioni bloccarde, frontiste ed “entriste” che sono tradizionali del trotzkismo - che questo movimento, con la pretesa di aderirvi con un senso raffinato della concretezza, si muove al di fuori della realtà storica ed insegue i fantasmi più inconcludenti: il fronte unico con “forze proletarie” che sono legate alla società borghese e alla guerra e perciò antiproletarie, le milizie operaie nel momento in cui, col pieno appoggio di quelle cosiddette “forze operaie” (socialisti e nazional-comunisti) si preparano o si mantengono intatti i più poderosi “eserciti nazionali”, l'appoggio ai socialdemocratici della zona orientale perché democratici, contro gli stalinisti autoritari, quasi che il nocciolo di questi partiti fosse, nella situazione concreta, non la manovra imperialistica in funzione americana ma la difesa di astratte libertà; e, infine, la trasformazione delle organizzazioni “di avanguardia” in partiti di massa in una situazione di sconfitta proletaria e di scatenamento internazionale dei contrasti imperialistici - situazione favorevole alla formazione e allo sviluppo di “partiti di massa” solo in quanto siano i partiti della controrivoluzione, della democrazia e dell'ennesimo macello mondiale. 

II Questione coloniale. Tutti questi sottoprodotti di quello che si è convenuto di chiamare “intermedismo” e di un metodo di analisi antidialettico strettamente legato a quella concezione fondamentale, si ritrovano in forma ancor più spiegata e perciò anche più paradossale nelle tesi sulla questione coloniale. Si direbbe che i trotzkisti, dopo tante esperienze negative subite nei paesi a più accentuata struttura capitalistica dalla loro politica di appoggio a soluzioni intermediarie e di fronte unico con socialisti e nazional-comunisti, abbiano voltato loro sdegnosamente le spalle per puntare tutte le loro speranze sulle “rivoluzioni” dei popoli coloniali. Lo schema è questo: la fine della guerra ha assistito allo scoppio di lotte dei popoli coloniali di una portata “paragonabile al livello della lotta delle classi in Europa”, il cui carattere distintivo sarebbe non soltanto di tendere alla liberazione dei rispettivi paesi coloniali dall'imperialismo, ma - tratto nuovo ed originale (?) - alla presa del potere politico; diversamente dalla fine dell'altra guerra, l’imperialismo non è stato in grado di opporre a questi moti un fronte compatto di resistenza in ragione della crisi profonda delle grandi potenze metropolitane e del dislocamento dei grandi imperi coloniali; questi movimenti non hanno potuto svolgersi nel senso di una spinta rivoluzionaria decisiva per l'assenza del partito di classe. I paesi coloniali, meno soggetti al controllo e alla repressione capitalistica, ricchi di prospettive e di fermenti rivoluzionari per l'intreccio di forze sociali diverse in ebollizione, sono dunque il terreno più fertile per io sviluppo delle organizzazioni proletarie di avanguardia.

 

 

Le tesi riconoscono bensì che il tramonto dei vecchi metodi di dominazione imperialistica sulle colonie e sui paesi semi-coloniali ha segnato l'alba di nuovi metodi altrettanto efficaci, e certo più corrispondenti alla situazione storica, di sfruttamento e di predominio; riconoscono soprattutto che “la seconda guerra mondiale ha ridotto praticamente a zero le velleità di lotta anti-imperialistica delle borghesie dei paesi coloniali e semi-coloniali”, nel senso che la borghesia indigena “non si mostra pronta a condurre la lotta che per mettersi a disposizione di un imperialismo più solido”; riconoscono anche che il declino di alcune potenze coloniali è avvenuto sotto forma di passaggio del loro predominio ad altre potenze, e che perciò nelle stesse lotte di “indipendenza coloniale” si riflettono i contrasti inter-imperalistici e, in genere, gli spostamenti avvenuti nell'intelaiatura internazionale del capitalismo; e, poiché, ridotto così il perimetro delle “lotte coloniali” non già alle loro esteriori manifestazioni rivoltose ma ai profondi contrasti sociali e alle insormontabili antitesi di classe, insistono sull'impossibilità di una soluzione di questi tormentosi problemi interni (problema della terra, problemi derivanti dall'accelerata industrializzazione delle colonie e conseguente formazione di un proletariato numeroso ed accentrato) se non sul piano della dittatura del proletariato appoggiata dalle masse contadine, la conclusione che logicamente dovrebbero trarne (la conclusione nostra) è che non esiste un problema di “lotte di liberazione dei paesi coloniali” ma un problema di agganciamento delle lotte del proletariato metropolitano con quelle del proletariato coloniale per la distruzione delle radici storiche dell'imperialismo; in altre parole, il riconoscimento di una omogeneità di problemi fra proletariato coloniale e metropolitano, non realizzantesi nell'ambito delle lotte di emancipazione nazionale ma in quello delle lotte internazionali di classe per il potere rivoluzionario.

 

 

 

Invece no: il programma della IV Internazionale continua a svolgersi sul binario di un disperato aggrapparsi a quelle lotte cosiddette antimperialiste la cui inconsistenza è pur tuttavia negata dalla stessa analisi generale della situazione. “Nei paesi coloniali e semi-coloniali il compito generale è di lottare per l'espropriazione e il rovesciamento dell'imperialismo, per l’indipendenza e l'autodeterminazione nazionale di ogni paese e nazionalità coloniale oppressa” (sempre con la nota tattica dì appoggiare ogni movimento insurrezionale anti-imperalistico denunciandone nel contempo la direzione opportunista); quanto alle parole d'ordine di natura meno generale e destinate a guadagnare al movimento i più larghi strati di masse, esse si riducono quasi dovunque alla predicazione di diritti democratici, al lancio di rivendicazioni transitorie, insomma all'applicazione di un programma intermedio che, fra parentesi, potrebbe essere oggi (e lo è già) fatto proprio da determinate forze imperialistiche, come lo stalinismo, per finalità esattamente opposte.

 

 

D'altra parte, la incapacità già più sopra sottolineata di guardare a fondo nella reale natura di determinate forze politiche a origine proletaria porta i trotzkisti a schierarsi sulla stessa linea degli agenti del tanto deprecato imperialismo per la suggestione dei caratteri sedicenti progressivi del programma da loro agitato o della bruta composizione sociale dei partiti e delle organizzazioni che ne subiscono il controllo. È questa un'altra delle conseguenze necessarie dell'intermedismo e dei suoi ineffabili “programmi transitori”: di fronte alla crisi cinese, i trotzkisti, considerando progressiva la cosiddetta riforma agraria operata dalle armate rosse nella zona di loro pertinenza, “sostengono le armate contadine controllate dagli staliniani e combattono energicamente i proprietari fondiari del Kuo-Min-Tang che vogliono ristabilire l'antico ordine nei villaggi”, “lottano per spingere innanzi le riforme iniziate timidamente dagli staliniani (la differenza fra trotzkisti e staliniani - non siamo noi a dirlo, cara “IV Internazionale” - sta dunque nel carattere ardito o timido delle riforme da entrambi predicate) fino alla loro conclusione logica”, come se si trattasse non di una radicale inversione di rotta ma di una evoluzione pacifica dal troppo poco al molto; e, naturalmente, combattono per la “democratizzazione delle armate rosse e perché, nei territori “liberati”, il potere si trovi nelle mani di Comitati di soldati e di contadini democraticamente eletti”. La questione russa occupa un posto centrale nelle tesi approvate al Congresso, in ragione sia dell'importanza ch'essa ha sempre avuto nel bagaglio ideologico del trotzkismo come una delle sue più gravi pietre d'inciampo, sia delle divergenze, talvolta tanto profonde da provocare irreparabili fratture organizzative, che intorno ad essa si sono venute via via verificando in seno alla IV Internazionale.

 

 

Il punto di vista ufficiale trotzkista rimane, in materia, quello ormai noto: la Russia staliniana si trova in una fase instabile di maturazione e di trapasso (sono 15 anni che Trotzky ha cominciato a parlarne, ma siamo, in fase di trapasso, sempre allo stesso punto), caratterizzata dalla persistenza dei rapporti di produzione nati dalla rivoluzione di ottobre, da una parte, dal sempre più rapido incalzare di fattori degenerativi nel quadro di questi stessi rapporti, dall'altra. L'URSS è una realtà a due facce: tendenzialmente socialista l'una, tendenzialmente capitalista l'altra, e a cavallo di queste due tendenze sta l'attuale classe dominante - non più quella dell'ante-rivoluzione, non più quella della rivoluzione proletaria, spettro di cavaliere montato su un altrettanto spettrale cavallo. Si potrà definire capitalista il regime russo solo quando gli attuali rapporti di produzione saranno crollati, si ritornerà alla proprietà privata individuale dei mezzi di produzione e scomparirà l'attuale classe dominante. Lo si potrà chiamare socialista solo quando i rapporti attuali di produzione saranno liberati dal dominio su di essi esercitato dalla burocrazia.

 

 

Quest'ultima, infatti, per reggersi ha bisogno di mantenere in vita la struttura produttiva sulla cui base è sorta e della quale si è servita per schiacciare successivamente l'opposizione contadina e neo-borghese nel 1927 ed espropriare poi del potere politico la classe operaia. Detenendo le leve di un'economia centralmente organizzata e diretta, essa ha potuto assicurare il gigantesco sviluppo della produzione, la distruzione dei residui feudali, l'industrializzazione delle campagne, l'eliminazione delle influenze imperialistiche sull'economia nazionale (1) ecc.; ma nello stesso tempo impedisce l'ulteriore sviluppo dell'apparato economico e il suo potenziamento. Ne risulta che l'URSS è caratterizzata insieme da “rapporti sociali non capitalistici” e dalla non-stabilità di questi rapporti: siamo in una fase di gestione burocratica; anticamera a due porte, una delle quali conduce al ristabilimento di rapporti sociali capitalistici e l'altra all'instaurazione del socialismo.

 

 

I compilatori dimenticano dunque - per tacere d'altro - la rete di rapporti di dipendenza finanziaria che lega anche l'URSS al capitale soprattutto americano? Per giungere a questa conclusione, i trotzkisti dissezionano la struttura economica e sociale. Da una parte ci sono i rapporti di produzione, che non sono più capitalisti perché non esiste più proprietà privata dei mezzi produttivi; dall'altra ci sono i rapporti di distribuzione, che sono borghesi: dunque, abbiamo una società mista, il cui equilibrio instabile è determinato dall'equivalenza temporanee delle due forze in essa operanti e si esprime nella persistenza di un regime alterno che ne è la risultante. Ma è chiaro che una simile impostazione non ha nulla a che vedere col marxismo. La questione del carattere capitalista o socialista di un particolare regime di proprietà dei mezzi di produzione non si risolve in base a considerazioni di forma, ma sempre in rapporto all'insieme dei fattori che definiscono una determinata struttura economica e sociale. Non ha senso parlare di rapporti di proprietà socialisti accanto a rapporti di distribuzione borghesi, giacché è quest'ultimo carattere che definisce la fisionomia di classe del primo, e non viceversa. La “socialità” è un carattere permanente del sistema di produzione borghese: non è la proprietà privata dei mezzi di produzione per sé presa che lo distingue, ma l'appropriazione del prodotto come merce. La dimostrazione trotzkista della tesi secondo cui il regime attuale russo sarebbe una specie di ibrido non dimostra dunque nulla.

 

 

 

Ma da questa inconsistenza nell'analisi della struttura economico-sociale russa deriva l’incapacità dei trotzkisti a determinare una prospettiva seria e storicamente fondata del divenire dell'URSS. Essi sono condannati ormai da 15 anni, e lo saranno ancora per un pezzo, ad annunciare la fragilità del “regime burocratico” staliniano e a profetizzarne il prossimo crollo anche indipendentemente da un assalto rivoluzionario del proletariato. Tale regime sarebbe minato non dalle contraddizioni classiche del regime capitalista, ma da contrasti di natura particolare; derivanti dall'essere la burocrazia un freno allo stesso sviluppo produttivo. E per dimostrarlo si guardano le piante e si perde di vista il bosco: si insiste sul carattere spoliatorio e depredatore della burocrazia (come se questo fosse un fenomeno particolare di un regime né capitalista né socialista), sullo sviluppo dell'accumulazione primitiva nelle campagne o nelle città, sul continuo insorgere e risorgere di resistenze periferiche, dimenticando che queste difficoltà, inevitabili in ogni regime ad alto e rapido sviluppo capitalistico e a forte accentramento, non bastano ad oscurare il fatto che la struttura “burocratica” russa si è dimostrata uno strumento formidabile di guerra e lo è sul piano dell'espansione imperialistica, cioè appunto su quel terreno che doveva essere anche per Trotzky (vedi “La rèvolution trahie”) la prova del fuoco dello stalinismo. Non importa: i trotzkisti scontano - lo ripetiamo, indipendentemente da un assalto rivoluzionario del proletariato - “la decomposizione totale dell'economia collettivizzata”.

 

 

Che cos'è, poi, questa “casta burocratica”, aleggiante su rapporti sociali neutri, non rappresentativa che di se stessa? I trotzkisti, che si dilettano con la brillante ma solo brillante battuta di Leone Trotzky sul “bonapartismo staliniano”, pensano dunque che Napoleone fosse un ibrido fra borghesia e qualcos'altro, non l'espressione più tipica ed esasperata del dominio capitalistico? Trotzky ha perfino parlato di “bonapartismo fascista”: O, che dunque il fascismo era un regime politico al disopra o al di fuori degli interessi del capitalismo, distaccato da questo ed operante per una dialettica propria di sviluppo? E che concezione hanno i trotzkisti del “potere politico”, essi che parlano continuamente di una burocrazia che l'ha “usurpato” strappandolo alla classe operaia, come se il potere non fosse un rapporto reale, di forza, ma un bene economico che passa da una mano all'altra per una normale (o magari eccezionale) operazione di mercato, lasciando intatte le basi sociali ed i rapporti di produzione e di scambio e librandosi su di essi come lo Spirito sulle acque? Che cos'ha più a che fare il marxismo con una storiografia da caste e da satrapi orientali, che vede nei più giganteschi fenomeni sociali un episodio da romanzo giallo o da film di gangster, ed ha per l'“avversario n.1” un odio e un disprezzo moralistici? Che senso può avere il richiamo al marxismo, quando si ipotizza una casta (perché non chiamarla addirittura cricca?) che si serve di una certa struttura economica come uno schermidore può servirsi a piacere di un fioretto o di una spada?

 

 

Le conclusioni politiche ché i trotzkisti traggono da questa costruzione macchinosa è sempre la stessa: difendere “quello che sussiste delle conquiste d'ottobre” contro un ristabilimento del capitalismo nell'URSS e la sua trasformazione in colonia imperialistica. Quindi, in caso di guerra, “difesa incondizionata” da una parte e, dall'altra, “lotta per la rivoluzione politica all'interno dell'URSS per il rovesciamento del regime staliniano, per l'indipendenza dell'Ucraina, dei paesi baltici ecc.”. Solo che, in ragione del sempre crescente perversità della burocrazia staliniana, i trotzkisti hanno fatto un passo avanti: hanno cioè eliminato dal loro vocabolario le frasi su “l'ultimo bastione della rivoluzione”, “l'economia socialista”, le “fabbriche appartenenti agli operai”, il “potere degli operai e dei contadini” e deciso che “la difesa delle conquiste di ottobre si identificherà per così dire completamente col compito di intensificare la lotta rivoluzionaria in tutti i paesi, mentre la questione dell'utilizzazione dei mezzi militari dietro le linee imperialistiche passerà completamente in secondo piano” (siamo o no gradualisti? Faremo la guerra per l'URSS in secondo piano e la lotta rivoluzionaria internazionale all'avanscena). E lasciamo stare il programma che i “bolscevichi-leninisti” prevedono di agitare quando un'insurrezione generale contro lo stalinismo permetterà loro di intervenire - un programma di democratizzazione dei soviet, di legalizzazione dei partiti sovietici, di revisione dell'economia pianificata dall'alto in basso e dei kolchoz “in accordo con la volontà e secondo gli interessi dei kolkosiani”, che servirebbe magnificamente non a fondare la dittatura proletaria, ma ad avviare la tanto paventata restaurazione del capitalismo privato accrescendo a dismisura il pesò politico del contadiname e di tutte le tendenze centrifughe dell'economia e della società russe (un capitolo a parte meriterebbe d'essere dedicato alla malattia democratica dei trotzkisti, che si rivela anche negli aspetti organizzativi della IV Internazionale; ma ci ritorneremo).

 

 

C'è da stupire, dopo tutto questo, che l'ambiguità della concezione trotzkista del regime russo attuale abbia costituito un fertile terreno di sviluppo a teorie contro le quali l'ultima parte del rapporto è diretta, come quella del Burnham? (1) La sorte delle ideologie intermediste è necessariamente quella di sgretolarsi sotto il peso delle forze e delle ideologie opposte entro le quali si muovono. Il II Congresso Mondiale ne ha dato la manifestazione anche esteriore con il diluviare delle crisi interne che, proprio su questo terreno, hanno lacerato i maggiori partiti aderenti, dall'americano al francese, e che, per una ironia storica dialetticamente ben fondata, punteggiano l'ambizioso cammino del trotzkismo verso il “partito di massa”. 

 

 

Note 

 

1.            I compilatori sono particolarmente severi con la teoria del “collettivismo burocratico”, secondo la quale il regime russo costituirebbe una variante alla soluzione marxista al dilemma borghesia-proletariato, e con la posizione del gruppo della “Revue Internationale” propugnante il temporaneo appoggio alla politica ispirata dalle burocrazia staliniana in attesa di una ripresa proletaria di la da venire: ma non sono queste le figlie naturali della teoria della “casta burocratica” imperante a cavalcioni di due sistemi nessuno dei quali in atto nella sua purezza?

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