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Panorama d'oggi ( n°1, 1946)

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Gli echi della guerra risuonano ormai sempre più deboli, mentre indirizzi politici e slogan propagandistici assumono forme nuove in ordine alla ne­cessità di sfruttare nel miglior modo un successo, il cui consolidamento è di­rettamente collegato ai rapporti che si vanno a stabilire fra la classe che ovun­que detiene il potere e quella che, sempre più numerosa, fornisce alla prima la materia da cui spremere le stesse possibilità di predominio. 

E possiamo aggiungere, ma si badi bene che si tratta soltanto di aspetto di­verso di un identico problema, che quel consolidamento è collegato anche al grado di stabilità che si determina nei rapporti tra le grandi potenze per le quali appunto l'avvicendarsi di equilibri e squilibri è la proiezione esterna di un contrasto che preme uniformemente all'interno di ciascuna di esse.

Un contrasto, la cui fondamentale caratteristica è l'insanabilità: oggi la vo­lontà degli Stati può ben volgersi unanime e concorde alla compressione della spinta proletaria; ma questa insanabilità, che gira a velocità sempre maggiore sullo stesso asse del sistema di produzione, trova costantemente una espressione dinamica, quella appunto che ci permette di considerare il suo sbocco fatale. Così, nonostante quella unitaria compressione, che avrebbe dovuto dare ai grandi Stati capitalistici la possibilità di godere un po' tranquillamente la loro vittoria, essi si ritrovano loro malgrado in una fase di contrasto che nessuna combinazio­ne diplomatica potrà stabilmente risolvere, proprio perché la causa del male è fuori della volontà politica delle gerarchie statali.

Se poi riguardiamo un terzo aspetto, meno importante, del problema — quello del diverso o contrastante atteggiarsi delle correnti politiche all'interno di ciascun paese — dobbiamo tener conto che questo risulta nella sua concre­tezza dal riflettersi dei due precedenti aspetti; e che esso pure ha, oggettiva­mente, magari anche al di là della stessa cosciente volontà degli uomini che ap­paiono i promotori e dirigenti di quei movimenti politici, una sola meta, che è quella di togliere al proletariato la possibilità di esprimersi come classe attraverso il suo partito politico. Non è qui il luogo di indagare compiutamente come ciò avvenga, ma è indispensabile dire almeno che questo processo si svolge indi­pendentemente dal costante e attuale impedimento poliziesco — proprio degli Stati fascisti — il cui intervento invece può essere maggiore o minore, minacciato da lontano o realizzato da vicino, a seconda dell'equilibrio in cui si trovano i rapporti tra le forze.

Il processo di avviamento delle menti, delle coscienze su un piano  rispondente alla conservazione della società costrutta sulle basi del privilegio e del predominio della sempre più esigua, ma maggiormente robusta, classe borghese sul proletariato è oggi in pieno sviluppo proprio attraverso una serie di sconvol­gimenti e cambiamenti continui alla superficie del mondo politico che potreb­bero far pensare ad un enorme disorientamento e oscillazione degli spiriti tra concezioni e volizioni diverse, in un mondo che manca di guida politica, di guida educativa e nel quale i grandi contrasti di interessi «materiali» avrebbero fatto dimenticare ai dirigenti responsabili l'indirizzo delle masse su basi di solido or­dine morale e materiale e di raddrizzamento da un preteso sbandamento politico.

Invece questo disordine, nel senso del disorientamento politico e delle de­viazioni delle masse dagli obiettivi voluti dalla borghesia, è puramente apparen­te e fa parte in realtà di un piano che tende alla conservazione dell'ordine esi­stente.

E’ perciò normale che il reale sbandamento dell'umanità odierna — che potrebbe trovare la via della sana ripresa nel disordine politico tendente alla costruzione di una società nella quale sparissero i contrasti e perciò anche i ri­flessi squilibri spirituali — trovi modo di manifestarsi proprio nel dilagare del disordine « umano »   e « morale ».

E che il disordine morale esista, è appunto una prova dell'enorme contra­sto di classe cui si è giunti, della fondamentale contraddizione verificatasi tra le forze produttive della società, ad un determinato punto del loro sviluppo, e i rapporti di produzione esistenti, nei quali le moderne forme di proprietà, men­tre devono necessariamente tendere al continuo aumento della produzione, de­vono altrettanto necessariamente premere sulla progressiva riduzione delle capa­cità di consumo delle forze produttrici, provocando così uno sfasamento ed uno squilibrio continuo che si riflettono in tutti gli atteggiamenti umani, ivi compresi quelli che comunemente si dicono spirituali e morali.

Ed è questa in un certo modo anche la riprova dell'ordine che esiste dal punto  di  vista politico.

«Ordine», evidentemente, nel senso di avviamento della coscienza e della volontà politica delle masse di tutto il mondo su un binario uniforme diretto a volgere in senso controrivoluzionario ogni possibile spinta rivoluzionaria e incar­dinato su di una piattaforma mondiale i cui fondamentali pilastri sono la formi­dabile potenza della struttura statale borghese e l'opportunismo dei partiti po­litici che raccolgono dietro di sé le masse lavoratrici.

Posti in questa luce, i fatti di oggi riescono a prendere le loro giuste dimen­sioni,  a uscire dai significati artefatti e ad apparirci nei loro valori concreti. L'organizzazione della produzione si svolge ormai in forme eminentemente monopolistiche, dove i trusts operano non solo su scala nazionale, ma mondiale, nell'accaparramento di mercati sfruttabili non tanto per il consumo delle merci prodotte — cosa che diviene ogni giorno più difficile a causa della sempre più vasta proletarizzazione e della continua diminuzione di capacita di acquisto da parte di questi strati proletari — quanto piuttosto per l'acquisto di forza-lavoro a basso costo. In conseguenza di ciò non e più soltanto il proprio proletariato nazionale da tenere a bada ma, da parte di quella borghesia che per la sua più  potente  struttura  economica  dispone   conseguentemente   di  un  più  potente strumento statale, anche quello degli altri paesi, siano essi coloniali oppure no.

E' in tal modo evidente che il passaggio da quella forma statale, che in cor­rispondenza alla fase liberista dell'economia era portata a concedere una effet­tiva libertà allo sviluppo di tutta la società e quindi anche alla formazione del partito di classe, all'altra che invece, sia in forma fascista che «democratica», ha la necessità e la capacità — corrispondentemente alla struttura monopolisti­ca dell'economia — di annientare la spinta di classe del proletariato, non im­porta se con la repressione poliziesca o con l'opportunismo dei partiti « pro­letari », troverà una sua pratica applicazione anche e soprattutto su scala inter­nazionale.

E gli Stati vincitori non si sono accontentati di mantenere, a questo scopo, in efficienza le loro organizzazioni interne politiche e militari, ma hanno creato un nuovo strumento che potesse essere presentato, con tutti i crismi della le­galità e del riconoscimento giuridico universale, come il supremo regolatore della Giustizia in tutto il mondo. L'Organizzazione delle Nazioni Unite è stata così partorita in una serafica atmosfera di libertà, di pace, di bontà, di giustizia concesse a tutti gli uomini di buona volontà e per essi salvaguardate dal Consi­glio di Sicurezza e dall'armata internazionale dell'O.N.U.

Disse Roosevelt buonanima che questa armata sarebbe stata impiegata per la repressione di eventuali tentativi bellici di una qualunque nazione, nonché di movimenti tendenti a sovvertire l'ordine economico: più chiaro non poteva evi­dentemente parlare.

Ora, nello sviluppo della tecnica di repressione del proletariato, questa for­ma di superstato che è l'O.N.U. è da un lato il riflesso di una situazione eco­nomica nella quale i capitali, spostandosi necessariamente da un paese all'altro in cerca di maggior profitto, abbisognano evidentemente di una tutela e di una garanzia che il proprio stato nazionale non può più assicurare loro, e dall'altro l'espressione di un totalitarismo politico che è pronto ad entrare in azione an­che nella forma estrema dell'intervento armato là dove le capacità di assoluto predominio della classe borghese dovessero in qualche punto della terra essere minacciate.

Quanto poi alla pretesa funzione anti-guerra dell'ONU, se dopo gli ultimi avvenimenti è probabile che essa appaia ridicola a chiunque non sia interessato ad ingannare altri, secondo una interpretazione marxista non è possibile pensare alla eliminazione di guerre, quando è proprio soltanto attraverso la guerra che ormai il sistema capitalistico può vivere. Ma se l'ONU non deve, e del resto non lo potrebbe, evitare la guerra, essa ha invece un compito molto più impor­tante: quello della regìa della guerra; e là se ne determineranno l'« inquadra­tura », le condizioni di avviamento e le linee direttive.

I supremi reggitori di questa nuova impalcatura sono poi i soliti Tre Grandi (gli altri due, per il ruolo assolutamente secondario che esercitano in campo eco­nomico e politico, converrà considerarli tutt'al più « grandicelli ») che hanno di­ritto di veto su ogni decisione e il cui giudizio è definitivo e inappellabile: e come, del resto, la giustizia e la libertà universali potrebbero non essere rappresen­tate   dai   capi   delle   tre   nazioni  economicamente   e  militarmente   più   potenti?

La storia non ci ha ancora mostrato un organismo altrettanto autoritario e sopraffattore: esso è veramente la forma più avanzata ed efficace della difesa di classe sul terreno internazionale.

E se particolarmente spassosa, nella sua acuta arguzia, era la voce secondo la quale il cadavere di Mussolini sarebbe stato portato, quale nume tutelare, alla direzione dell'ONU, è invece seriamente constatabile che le forme fasciste hanno trovato in questa Organizzazione la loro migliore e perfezionata espressione. Nel campo delle cosiddette relazioni internazionali occupano molto posto, nella grancassa della propaganda, anche le varie conferenze tra i ministri degli esteri delle grandi potenze, di cui l'ultima si sta svolgendo a Parigi mentre scri­viamo: attraverso queste i vice-grandi, sempre in omaggio ai principi di libertà, di autodeterminazione dei popoli ecc. ecc, tentano, senza per ora riuscirci, di dividersi il mondo ripartendolo in altrettante zone su cui si attui più o meno direttamente il loro dominio.

Questa specie di assoluta mancanza di pudore, per cui, a poco tempo di distanza dalla Carta Atlantica che nel bel mezzo della guerra prometteva all’umanità la libertà dal bisogno, dalla paura, nonché quella di religione e di pensiero, e ad ancora minore distanza da altri convegni e appelli pieni tutti di Libertà, Giustizia, Felicità per gli uomini e per i popoli, si marcia oggi verso la distruzione di tutti gli Stati inferiori, amici e nemici, e verso lo sfruttamento più radicale del proletariato, è un'altra prova delle improrogabili necessità eco­nomico-politiche che sospingono gli Stati vincitori verso nuovi sbocchi, verso sempre maggiori profitti. E' prova altresì che essi possono, attraverso sistemi che vanno dalla propaganda alla polizia, all'opportunismo dei partiti pseudo-pro­letari, rimbecillire a tal punto i loro popoli da costringerli a seguire tranquilla­mente, magari plaudendo, le più audaci e contrastanti svolte degli atteggiamenti politico-diplomatici.

Il fatto che queste conferenze generalmente falliscano e che i rapporti tra gli Stati vincitori siano spesso notevolmente tesi dimostra quanto grande impor­tanza abbia ormai, nella preparazione di un ulteriore formidabile scacco matto, lo spostamento di alcune pedine a vantaggio dell'uno o dell'altro contendente: una nuova guerra può non essere nelle intenzioni di questo o quell'uomo di go­verno; essa è però l'unica concreta realtà che oggettivamente determini lo svol­gersi di queste conferenze o « relazioni » tra le gerarchie di questi colossali Stati. Ciò che avviene all'interno dei singoli paesi è in funzione delle stesse neces­sità che abbiamo ora indicato nella loro proiezione internazionale.

Il contrasto tra classe dominante e proletariato è più direttamente evidente; esso si conforma diversamente a seconda dei rapporti di forza esistenti, avuto riguardo sia ai motivi interni che a quelli collegati all'influenza esterna; ma i termini del problema sono gli stessi.

Dal paese economicamente più saldo e indipendente a quelli la cui economia è stata distrutta dalla guerra e dalle conseguenze della sconfitta militare e che si trovano in uno stato di totale soggezione — economica e politica — ai paesi vincitori, ovunque il tratto fondamentale è la necessità, in cui gli organismi sta­tali si trovano, di impedire la costituzione in classe del proletariato; in altre pa­role, poiché l'esistenza della classe presuppone l'esistenza del partito, di impe­dire appunto la formazione concreta di un partito che abbia la possibilità di mo­bilitare su basi di intransigenza rivoluzionaria — le uniche di cui la borghesia possa temere seriamente la minaccia — le masse proletarie.

A impedire ciò, varie sono le armi di cui tutta la struttura statale si serve: essa deve impedirlo e quale che sia il suo atteggiamento formale — di natura fascista o « democratica », tanto per non indicare che i tipi generali e più fa­cilmente riconoscibili, — esso dovrà attuarsi essenzialmente in funzione di que­sta repressione, di questa negazione di libertà.

Il Presidente del paese ovunque ritenuto il più « democratico » ha proposto circa un mese addietro una legge contro gli scioperi, chiedendo di mobilitare come appartenenti alle forze armate — e per tanto soggetti esclusivamente al codice ed ai regolamenti militari — tutti quegli operai che si fossero astenuti dal lavoro ed ha minacciato l'incarcerazione dei capi delle organizzazioni sinda­cali promotrici di scioperi.

A questo non si arriva per capriccio, ma soltanto in virtù di un piano poli­tico ed economico che non permette alla nazione — mentre il disagio aumenta e le capacità di consumo dei lavoratori diminuiscono — di incrinare il suo ritmo produttivo, pena la instabilità della sua stessa struttura sociale.

Se il Senato ha respinto la parte della proposta di legge Truman relativa alla militarizzazione, pur lasciandone inalterate tutte le misure restrittive sulla libertà di sciopero, è soltanto perché un equilibrato e approfondito esame di tutta la situazione ha dimostrato che in realtà non esistevano seri pericoli di minaccia e che la repressione « democratica » conservava ancora tutta la sua efficacia come lo prova la natura esclusivamente sindacale, senza ombra di im­postazione della lotta sul piano politico, — e pertanto necessariamente fallimen­tare — dello sciopero dei minatori e dei ferrovieri. La proposta Truman rima­neva più efficace nella sua minaccia che non nell'attuazione. La politica di conservazione è l'attività essenziale dello stato borghese, e evidentemente la sua stessa ragione di vita: perché essa possa essere efficace­mente svolta, tutte le possibilità e tutte le risorse vengono costantemente sfruttate.

La caratteristica più importante di questa politica è oggi la penetrazione op­portunistica — ideologica e tattica — all'interno dei partiti che raccolgono le masse operaie e il cui programma solo teoricamente è improntato alle massime rivendicazioni di classe.

Quando questa penetrazione — realizzata attraverso l'adozione da parte di quei partiti dell'ideologia democratica e di una tattica tendente alla spartizione coi partiti apertamente borghesi dei posti di governo e di amministrazione — ha dato la reale garanzia che i partiti sedicenti proletari avrebbero ormai neces­sariamente seguito le esigenze della conservazione, la loro collaborazione è stata non solo accettata, ma ricercata per il ruolo di prim'ordine che essi venivano ad esercitare nel portare al macello il proletariato legato mani e piedi.

E' la stessa politica che ebbe pieno successo coi partiti della II Internazio­nale e che oggi ne ha uno altrettanto notevole con quelli aderenti alla ex III: il peso maggiore della responsabilità di questo ritorno delle masse operaie ai programmi ed ai metodi della II Internazionale grava proprio su quella Russia che, agitando demagogicamente la bandiera della rivoluzione del 1917, ha le­gato ai suoi interessi ormai imperialistici i partiti comunisti di ogni nazione.

Peggio ancora: mentre nella guerra 1914-18 non tutti i partiti socialisti spinsero apertamente il proletariato alla guerra, gli attuali, insieme con quelli comunisti, non hanno esitato un istante a portarlo al recente massacro, aiutando la borghesia  a mascherare  questa immane lotta  di mercati  con  demagogiche parole di « libertà », « democrazia » ecc.

Oggi ecco comunisti e socialisti francesi collaborare coi partiti borghesi, rafforzare le loro energie indebolite e finalmente, grande parto delle loro sante fatiche, presentare una nuova costituzione che, ahimè troppo « sinistra » per aver continuato una finta ormai non più necessaria lasciando un poco nel vago le affermazioni sul diritto di proprietà e successione, e per aver progettato il si­stema unicamerale, viene regolarmente bocciata.

Léon Blum al recente Congresso laburista definiva il Socialismo « lo stru­mento dell'intelligenza collettiva e della mutua fiducia » per cui, secondo quanto egli dice altrove, « il figlio del fabbro un giorno dovrà poter divenire grande dirigente di industria laddove il figlio del grande industriale dovrà divenire fab­bro se non sarà capace che a questo »; e mentre egli mescolava questi onanistici pruriti sentimentali, che altri chiama pensieri elevati, alle sue ricette sui governi tripartiti di coalizione che in Francia proprio nei giorni scorsi hanno dimostrato la loro esplicita funzione, dal canto loro i laburisti, per bocca del ministro Mor­rison, si affannavano in tono patetico a dimostrare che per il popolo essi avreb­bero puntato verso la pianificazione dell'economia e in modo opportuno anche verso la nazionalizzazione di alcune branche dell'economia.

Così, attraverso i piani combinati di questi strateghi del socialismo « uma­nistico », pianificazione e mutua fiducia diventano luminose conquiste del pro­letariato.

Nel succedere ai conservatori nella direzione del paese, i laburisti inglesi ne continuano con rinnovato vigore la politica imperialista: Bevin non cessa la politica di Eden nell'accaparramento di nuovi sbocchi, come il salario di un operaio indigeno di un dominio britannico non cessa di essere 1/20 di quello che è pagato nello stesso luogo ad un operaio inglese. In Italia, come in Francia, i cattolici, che alla difesa del privilegio borghese portano il contributo della loro tradizione e della granitica stabilità di quella roc­caforte della conservazione che è il binomio Chiesa-Vaticano, hanno raggiunto il primato nella grande gara elezionistica il cui svolgimento e relativi risultati sono oggi, tanto per tenere un linguaggio uniforme e moderno, perfettamente pianificati.

Nell'Italia dell'immediato dopoguerra, piena di miseria e di distruzioni, usci­ta da una pressione fascista che aveva ingenerato nelle masse operaie uno slancio, sia pure inorganico, verso realizzazioni di natura comunista, si doveva neutraliz­zare il proletariato con parole d'ordine particolarmente adatte, si doveva far leva prima sull'odio maturato in esso attraverso il flagello della guerra, poi sulle sue speranze di veder sorgere un domani più favorevole.

I partiti comunista e socialista, che godevano la fiducia di queste masse, do­vevano finalmente esercitare il loro ruolo principale, quello nel quale non avreb­bero potuto essere sostituiti da altri; e il loro lavoro non ha deluso le speranze dei registi di questa grande tragedia, le cui vittime non avrebbero già dovuto ritenersi tali ma, a maggior lustro e vantaggio dei loro strangolatori, credere nella guerra e nell'« antifascismo » come fonti della loro liberazione. 

La lotta partigiana — questa lotta che portava i proletari a combattere a vantaggio di un imperialismo contro un altro —, la lotta per la Costituente e quella per la Repubblica, furono i cardini su cui si impostò la neutralizzazione della possibile spinta classista del proletariato.

Ai partiti socialista e comunista il piano di difesa di classe borghese aveva assegnata la parte di primi attori in questa fase che va dalla guerra alle elezioni: ora essi, pur rimanendo sentinelle avanzate per parare eventuali attacchi, pas­sano la consegna a chi in questa fase successiva mostra di avere più solida at­trezzatura e più robusto ingranamento internazionale.

Se il « suffragio universale » è una farsa in cui, per il giuoco delle influenze, i voti non possono andare che là dove devono andare e nella quale gli eletti sono precedentemente selezionati in una casta di professionisti della politica, d'altro lato il problema istituzionale — monarchia o repubblica — non contiene altra concreta verità che quella del famoso specchietto per le allodole: « repubblica » è un nome di un certo effetto coreografico per chi non vi è abituato e su cui si poteva ben riuscire a polarizzare la tensione politica, sviandola da più con­crete mete. Ed evidentemente il giuoco è riuscito; è riuscito su uno scenario di farsa grottesca, di bisticci in famiglia, di sommi giuristi che non sanno fare una legge, di giudizi alla Pilato della Suprema Corte di Giustizia che, non sapendo come cavarsela, pronunciava i risultati del referendum e scioglieva il grande e trepidante consesso di uomini di stato senza proclamare né repubblica né mo­narchia. La nascita della repubblica — meta suprema dei nostri partiti « di si­nistra » — non poteva mancare della sanzione della magistratura: il supremo appello a quest'organo di somma giustizia, in ogni caso e ovunque valevole e superiore alle miserie dell'uman genere, è sempre stato la sbruffonata più men­dace e furfantesca della storia, e il ruolo preciso della magistratura quello della controrivoluzione, che essa esercita con estrema efficacia proprio perché agisce in nome di una Giustizia, che tale in realtà non può essere se non per la classe dominante.

Abbiamo comunque la repubblica e l'abbiamo precisamente perché essa aveva da esercitare un ruolo difensivo di classe che la monarchia non avrebbe potuto rappresentare.

Abbiamo la costituente, dove la grande maggioranza democristiana dimo­stra ormai l'avvenuto consolidamento formale, pazientemente preparato da co­munisti e socialisti, della struttura statale borghese.

Che tutta questa enorme macchina oppressiva e poliziesca, i cui ingranaggi partono dai Tre Grandi e arrivano ai più modesti consigli di gestione aziendali, continui a girare: essa gira verso la sua distruzione.

E se oggi c'è solo un'avanguardia esigua e disprezzata che è capace di get­tare in faccia queste verità al gigantesco apparato di menzogna, domani ci sarà un mondo di proletari che riuscirà a schiantare la cappa di piombo sotto cui da secoli, avvilito, vive e muore.

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