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Malenkov- Stalin: toppa, non tappa (Il Programma Comunista, n°6, 1953)

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L'Ottobre 1917 russo non ha potuto darci il collegamento: prima guerra mondiale - rivoluzione proletaria internazionale. è stato parimenti uno svolto storico immenso, dando il segnale ad una massiccia rivoluzione capitalista non solo nella Russia Europea ma in tutta l'Asia. Dopo 36 anni di sviluppo è costruita nelle regioni occidentali di tale immenso teatro la piena rete di produzione e distribuzione capitalistica-mercantile; è in corso nelle regioni orientali la lotta rivoluzionaria di rottura delle forme feudali, e perfino patriarcali e barbare, dalla quale lo stesso risultato dovrà prorompere. L'area europea del blocco Russia Asia ha completato le premesse per lo sviluppo di un capitalismo adulto, e alla data di morte di Stalin esce dalla minore età - l'area asiatica, a capitalismo nella fase intrauterina in parte, ed infantile in altra, tende convulsa verso lo stesso risultato, tuttora lontano.
 
Ogni più rapida avanzata verso il socialismo era legata alla rivoluzione della classe lavoratrice in Germania, Inghilterra, America e pochi altri paesi, che non si è verificata: nel momento attuale il cammino verso di essa è seminato di remore e di ostacoli. Ma anche quella prima, sebbene meno decisiva, è una avanzata grandiosa verso il socialismo.
 
 
IERI.  Capitalismo, avanti!
 
Lenin nel 1905 invocava senza reticenze la rivoluzione borghese russa. E ripeteva i richiami elementari al marxismo davanti ai soliti, e ancora oggi pullulanti, pasticcioni che, dall'imparaticcio sulle condizioni di un industrialismo e macchinismo avanzato come sola base di un'azione proletaria, concludevano che in Russia operai e marxisti dovevano disinteressarsi in ogni rivoluzione. «Costoro (erano allora i menscevichi del partito socialdemocratico russo) - scrive egli in Due Tattiche del luglio 1905 - comprendono in modo radicalmente errato il senso ed il significato della categoria: rivoluzione borghese. Nei loro ragionamenti si affaccia costantemente l'idea che la rivoluzione borghese sia una rivoluzione che possa dare soltanto ciò che è vantaggioso alla borghesia. Nulla è più errato di siffatta idea. La rivoluzione borghese è una rivoluzione che non esce dal quadro del regime economico e sociale borghese, vale a dire capitalista. La rivoluzione borghese esprime la necessità di sviluppo del capitalismo (...) Questa rivoluzione esprime quindi gli interessi di tutta la classe operaia, non soltanto della borghesia». E più oltre: «In paesi come la Russia, la classe operaia soffre meno del capitalismo che della insufficienza dello sviluppo del capitalismo»: vogliamo raccomandare di bene intendere: la forma capitalista economica esisteva già sotto lo Zar, ma troppo poco sviluppata, e questa era condizione controrivoluzionaria. Occorreva la vittoria della rivoluzione borghese in Russia, per lottare contro quella condizione negativa di poco sviluppo. Come vedremo la stessa esisteva anche dopo la rivoluzione proletaria del 1917, e... sotto Lenin. Sotto Stalin fu vinta. La rivoluzione ha sempre ragione, i controrivoluzionari sempre torto. Lenin descrisse il processo come lo vide e previde; Stalin lo descrisse vuotamente come processo già nello stadio socialista. Ciò non importa essenzialmente. In tutto il corso si trattava della via, in Oriente e nel mondo, verso il socialismo. Chi veramente è una pezza da piedi è chi chiede di sviluppare capitalismo nei paesi d’Occidente, dove esso da tempo ha passato l'arco, dalla maturità alla vecchiaia, ed è troppo sviluppato! In questo stesso testo, concordano le due ali sulla esigenza della rivoluzione socialista in Europa, come acceleratrice della rivoluzione socialista anche in Russia, Lenin, oltre a vedere con geniale limpidità la precedente accelerazione alla rivoluzione occidentale da quella russa, borghese, democratica, appoggiata, anzi condotta, dal proletariato, stigmatizza come balorda la espressione, per l'Europa, di una certa maturità delle condizioni necessarie alla realizzazione del socialismo.
 
Nel 1905, per Lenin, avevano raggiunta la «maturità generale». E citiamolo anche dentro la parentesi con cui ci siamo permessi di togliergli un momento la parola: «Non dobbiamo temere la vittoria nella rivoluzione democratica russa, perché questa ci permetterà di sollevare l'Europa; e il proletariato socialista europeo, dopo avere abbattuto il giogo della borghesia, ci aiuterà a sua volta a fare la rivoluzione socialista
 
Vieni, rivoluzione borghese
 
«In Russia la classe operaia è quindi assolutamente interessata (sempre Lenin; sempre 1905) allo sviluppo più largo, più rapido, più libero, del capitalismo. Ad essa è assolutamente vantaggioso eliminare tutti i residui del passato, che ostacolano lo sviluppo largo, libero e rapido del capitalismo (...) La rivoluzione borghese presenta quindi per il proletariato i più grandi vantaggi (corsivi del testo: ed. Mosca, in Italiano). La rivoluzione borghese è assolutamente necessaria, nell'interesse del proletariato (...) Questa conclusione può sembrare nuova, strana o paradossale unicamente a coloro (pss, pss, pss...) che ignorano l'abicì del socialismo scientifico! E da questa conclusione deriva, tra l'altro, la tesi che la rivoluzione borghese è, in un certo senso, più vantaggiosa per il proletariato che per la borghesia». Qui e in altri capitoli è più volte trattato il tema a noi familiare: borghesie risolute e conseguenti nella loro rivoluzione, come la francese del 1789 - borghesie storiche torpide e vili, come la tedesca nel 1848. In Russia la borghesia teme più che in ogni altro caso la sua rivoluzione: non ha poi torto, se si tratta di appiccare fuoco all'Europa e con ciò al capitalismo mondiale. Ed allora, crudamente, Lenin stabilisce che il proletariato farà lui la rivoluzione democratica e borghese, e ciò anche se non potrà passare a costruire alcunché di economia socialista. Non è nostra illazione: «non possiamo uscire dal quadro democratico borghese della rivoluzione russa». Resta in questo quadro la formula di Lenin: dittatura democratica del proletariato e dei contadini. Questa vittoria «non farà affatto ancora della nostra rivoluzione borghese una rivoluzione socialista (...) non uscirà direttamente dal quadro dei rapporti sociali ed economici borghesi; ma nondimeno questa vittoria avrà un'importanza immensa per lo sviluppo futuro della Russia e del mondo intero».
 
Tutto questo compiutamente avvenne. Lenin nel 1917 non cambiò nulla, come è comune andazzo dire, nella sua visione storica. Non un rigo di quanto è qui riportato contraddice la teoria dell'imperialismo nei paesi a grande capitalismo, della necessità della guerra tra essi, della trasformazione di tale guerra in guerra civile interna e in rivoluzione sociale proletaria. Le date devono andare, e andranno, a posto. Lenin dal 1917 al 1923 lavorò non sul solo piano russo, ma sul piano mondiale, della rivoluzione mondiale; e attendeva che questa venisse a saldare i compiti capitalistici con quelli socialistici della rivoluzione che in Russia, con le sue forze, il proletariato aveva compiuto.
 
Fondamentale è in Lenin l'alleanza con i contadini. Appunto in quanto nelle vere rivoluzioni della borghesia questa - come Lenin dimostra in cento luoghi - cerca l'unità con i contadini sul terreno delle libertà e della democrazia. Questo era altro fardello che il proletariato russo doveva assumersi, e si assunse, una volta che la borghesia lo lasciò cadere. Ma nella fase di rivoluzione socialista non può esservi, Lenin dice: «unità di volontà» tra operai e contadini.
 
Ecco qui un'altra prova che lo stadio sociale descritto oggi da Stalin non è socialista, essendovi un obiettivo presentato come comune agli operai dell'industria e alla classe contadina, ancora in grande parte chiusa nei limiti della piccola coltura familiare. Il colmo sta nel trasporto di quelle formule «popolari», che Lenin spiega e difende con cristallina applicazione del marxismo per la Russia del 1905 e del capitalismo poco sviluppato, ai paesi dell'Occidente d'Europa e d'America, operata dai partiti delegati di Mosca.
 
N.E.P. e forme borghesi
 
Quando, nel 1921, Lenin pronunzia il discorso famoso sulla Imposta in natura, che come si suol dire liquidò il periodo del «comunismo di guerra», egli si riporta ad una classica descrizione del quadro sociale russo che aveva tracciata - tiene a stabilirlo - fin dal 1918. Come è falso che Lenin abbia visto una rivoluzione «nella sola Russia» con orizzonti più vasti di quelli che le dava nel 1905, così è falso che abbia poi, messo alla prova, ridotti tali orizzonti e deposta la illusione balenatagli nel 1917, quando giunto al potere avrebbe detto Es schwindelt mir (mi gira la testa), di attuare di colpo il comunismo integrale. Queste sono leggende e buaggini di romanzatori che tutto fanno dipendere dalle virtù spirituali del capo - e meno male quando argomentano sul tipo di condimento dei piatti che preferisce... Tutto si è svolto in modo che perfettamente si è inquadrata sulla impersonale visione della scuola marxista circa i caratteri degli svolgimenti storici e delle forze sociali in gioco.
 
Nel 1918-1921 Lenin, uomo che ha sempre guardato la realtà quale era, ride all'idea che i rapporti sociali russi siano divenuti socialisti in tutto o in parte predominante. Si tratta di ben altro. «Il Capitalismo di stato sarebbe un passo avanti rispetto alla attuale situazione della nostra Repubblica Sovietica». è proprio la autocitazione che comincia così. Lenin procedeva senza alcuna cerimonia con le teste vuote. «M'immagino con quale nobile sdegno qualcuno indietreggia a queste parole!». Non siamo nella Repubblica Socialista Sovietica?! Ora, Lenin spiega tutto: attenti. «L'espressione Repubblica Socialista Sovietica significa l'intenzione del potere sovietico di realizzare il passaggio al socialismo; non significa affatto il riconoscere che siano socialisti gli attuali ordinamenti economici».
 
Non resistiamo al desiderio di interpolare: il fatto che nel periodo di Stalin si dichiari che ormai gli ordinamenti economici russi sono socialisti, non significa che al passaggio si sia arrivati, ma solo che l'intenzione se ne è andata, e con essa il potere sovietico, ossia il potere dei lavoratori.
 
Torniamo al 1921. Quali gli elementi delle diverse forme economico-sociali presenti in Russia?
1) Economia contadina patriarcale, cioè in parte economia naturale.
2) Piccola produzione mercantile.
3) Capitalismo privato.
4) Capitalismo di Stato.
5) Socialismo.
 
Ma, domanda Lenin, quali elementi, predominano? E risponde: «È chiaro che in un paese a piccola economia contadina predomina, e non può non predominare, l'elemento piccolo borghese; la maggioranza, la stragrande maggioranza degli agricoltori, è costituita da piccoli produttori di merci».
 
Domanda successiva: tra quali gradi si svolge la lotta? Tra il quarto e il quinto, ossia tra Capitalismo di Stato e Socialismo? Certo che no, dice egli, non uso ad esprimersi con mezze parole. «La piccola borghesia e il capitalismo privato lottano insieme contro il Capitalismo di Stato, come contro il socialismo».
 
Tutta la dimostrazione di Lenin serve a difendere la misura della nuova politica economica: passaggio dalle requisizioni forzate del grano, ad una moderata imposta che il contadino produttore paga in natura, autorizzando, come dal 1921 fu fatto, che il resto del grano prenda la via del libero commercio. Ossia una concessione, un passo indietro, non solo del socialismo, ma dello stesso capitalismo di stato rispetto alla piccola economia contadina e mercantile.
 
Questo ripiegamento, dice Lenin nel 1921, non è pericoloso, o almeno non significa sconfitta nel cammino verso il socialismo, per due ragioni: Primo: il potere dello Stato è nelle mani degli operai e del partito comunista. Secondo: facciamo assegnamento sulla rivoluzione fuori di Russia.
 
Ma non va dimenticato che «l'elemento piccolo borghese è il principale nemico del socialismo». Lenin svolge a fondo la dimostrazione che per le stesse ragioni tale elemento di piccola agricoltura, piccolo commercio, piccola produzione, è sempre contro lo stesso capitalismo di stato, qualunque lo Stato sia. Battere questo elemento non è solo un problema politico e di forza; è soprattutto problema tecnico e economico: passare dalla piccola produzione alla produzione in grande.
 
Si dice di solito che nel periodo, molto successivo, del 1928, le misure agrarie di Stalin hanno battuto nuovi ricchi, grossi contadini, ed anche piccoli contadini. Si è verificato che il grado 4 di Lenin, capitalismo di stato, ha riguadagnata la battaglia contro i gradi 2 e 3, che costrinsero al tempo di Lenin a rinculare nella N.E.P. Ma ciò è avvenuto a ben altro patto: che la vittoria del punto 4 non fosse vittoria del punto 5: socialismo. Infatti la condizione politica nazionale e internazionale è caduta.
 
Socialmente questa «rottura tra 4 e 5» la abbiamo dimostrata con le enunciazioni di Stalin sulle forme commerciali e il vigere della legge del valore, in tutta la sfera della produzione e distribuzione. Storicamente però, ai fini del cammino socialista, che la Russia non poteva né può fare da sola, è bene che il capitalismo di stato abbia battute le forme 1, 2, 3, ossia le forme di piccola economia, che preoccupavano Lenin. Non lo ha fatto nemmeno del tutto, poiché solo il grandindustrialismo di Stato è completo, ed anche per questa riprova non siamo all'inizio del passaggio al socialismo, condizionato, dall'altro lato, da un potere politico proletario, ormai mancante.
 
Le poche briciole socialiste, i «pezzetti» di Lenin al punto 5, si sono a loro volta disciolti nel capitalismo di stato. Sebbene, altra volta lo provammo, sporadici casi delle forme socialiste e comuniste si possono trovare anche in pieno regime borghese e di privato capitalismo.
 
Atto di nascita del «Capitalismo»
 
A Lenin piaceva farsi capire, e quindi si spiega con un esempio a proposito della «categoria» del capitalismo di stato. Secondo certi tipi spassosamente «categoriali» il capitalismo di stato è nato dopo la Seconda Guerra Mondiale in quanto (un giorno che le categorie avevano alzato il gomito) l'economia entrò nello Stato! Il boscaiolo un dì con la bramosa scure in testa, tentò di penetrare nella vergine foresta...
 
Facciamoci un po' di buon sangue con l'autorità di Vladimiro. «Riportiamo innanzitutto un esempio più che concreto del capitalismo di stato. A tutti è noto (meno che a quelli che hanno il primato del cocktail critico-dialettico-filosofico-deterministico-volontaristico-coscientistico) quale sia questo esempio: la Germania. Qui abbiamo l'ultima parola della tecnica moderna della grande industria capitalistica e di una organizzazione sistematica». Alt un momento!
 
Lo scritto è del 1918, marzo-maggio 1918, ossia prima della fine della Prima Guerra Mondiale. Lenin non ebbe bisogno di aspettare altro modello squisitamente perfetto: la Germania nazista della seconda guerra. Ne sapeva già abbastanza. Adesso vedete un po' di digerire un parallelo formidabile, veramente dialettico nel senso grande di Marx. Smettete di ridere su quelli che dicono che dopo il 1945 tutto è mutato dato che si ha a che fare con il capitalismo di Stato e non più con quello privato; dato che la volubile damigella Economia ha finito di fare anticamera... e fate attenzione a cose serie.
 
Dopo quelle parole «organizzazione sistematica» Lenin aggiunge: «sottoposta all'imperialismo della borghesia e degli junkers», poi dice: «omettete queste parole (già fatto, maestro) e mettete in luogo di quello Stato capitalista e junkers un altro qualunque Stato, e arrivate allo Stato proletario: allora avrete ottenuto (fittiziamente) la somma di tutte le condizioni che offre il socialismo» (Noi avremmo tradotto l'ignota parola della ignota lingua russa: che richiede il socialismo).
 
Sentite quali sono le due condizioni, e sentite che scherzo ha fatto la storia. «Il socialismo è inconcepibile senza la tecnica della grande industria capitalista, organizzata secondo l'ultima parola della scienza moderna». E una. «Il socialismo è inconcepibile senza il dominio del proletariato nello Stato». E due.
 
Succedono nel testo talune botte a quelli che non capiscono questa o quella, o tutte e due: socialdemocratici, anarchici e simili. Poi viene il passo dei pulcini. «La storia (dalla quale, eccettuati i menscevichi a cervello più ottuso, nessuno aspettava che essa desse, senza intoppi, tranquillamente, facilmente e semplicemente il socialismo integrale) ha preso un corso così particolare che ha generato verso il 1918, due metà spaiate di socialismo, l'una accanto all'altra, esattamente come due pulcini sotto il guscio unico dell'imperialismo mondiale».
 
Il pulcino Germania «incarna la realizzazione materiale delle condizioni economico-produttive del socialismo» - il pulcino Russia «incarna le condizioni politiche (...) La vittoria della rivoluzione proletaria in Germania spezzerebbe subito con enorme facilità il guscio dell'imperialismo, e realizzerebbe la vittoria del socialismo mondiale». Notate, anche in questo caso, mondiale. Non nazionale. «Se in Germania (come è stato), la rivoluzione ritarda a scoppiare, il nostro compito è di imparare (corsivo in Lenin) il capitalismo di Stato dai tedeschi, di assimilarlo con tutte le forze, di non risparmiare i metodi dittatoriali per affrettare questa assimilazione dell'occidentalismo da parte della barbara Russia.»
 
Anche dal capitalismo privato che oggi predomina in Russia, dice Lenin, si va al socialismo per la stessa strada del capitalismo di Stato. Egli ricorda che anche nel 1917, sotto Kerensky, propose il «capitalismo monopolista di stato» in quanto esso è l'anticamera per il socialismo. Questo testo sarebbe parimenti probante a proposito della solenne asinata dell'antifascismo, che avanzò le parole di piccolo capitalismo ed economia popolare liberale contro il monopolismo e statalismo capitalista! Ed è questa cantonata politica che fece passare in giudicato che era morto il pulcino del mezzo uovo russo, ossia il carattere proletario dello Stato di Mosca. La storia, Niobe rivoluzionaria, deve ancora concepire il germe completo.
 
Per ora annotiamo che razza di lancia spezza questo giostratore gigante, a sbalordimento dei superstiti faciloni, semplicioni, e sicumeroni, che forse riusciranno a rifugiarsi in igienico silenzio, per la teoria della tendenza al capitalismo in Russia. «È una completa assurdità teorica impaurire gli altri e sé stessi a causa della “evoluzione” verso il capitalismo di stato (virgolato e corsivo in originale)».
 
Fiamma dell'elettrificazione
 
Che cosa propone allora Lenin? L'elettrificazione. In presenza di milioni e milioni di piccoli produttori rurali, e con un'industria fracassata, noi non abbiamo altro mezzo di realizzare lo scambio tra derrate e manufatti, che il mezzo borghese. «Sarebbe una stupidaggine e un suicidio (...) tentare di impedire, di proibire assolutamente ogni sviluppo dello scambio privato, non statale, cioè del commercio, cioè del capitalismo (...) L'ultima politica possibile non è il tentare di proibire o impedire lo sviluppo del capitalismo, ma lo sforzarsi di incanalarlo nel capitalismo di stato».
 
Si può concepire l'ulteriore passaggio al socialismo? Sì, è la risposta di allora, ma ad una condizione. «Questa condizione è l'elettrificazione (...) Ma noi sappiano che essa ha bisogno di almeno dieci anni per i soli lavori più urgenti: si può pensare alla riduzione di un tale termine soltanto nel caso del trionfo della rivoluzione proletaria in paesi come Inghilterra, Germania, America».
 
Anche in questo avviene quello che lo stesso scritto dice per le deduzioni precedenti: «Vi è una serie di errori rispetto agli spazi di tempo. I termini risultarono molto più lunghi di quanto allora si supponeva». Non bastarono 18 anni fino alla guerra mondiale, e frattanto la condizione «politica» si capovolse del tutto. Ma, diceva Lenin, quello che importa è la chiara impostazione.
 
«Il capitalismo è un male in rapporto al socialismo. Il capitalismo è un bene in rapporto al periodo medioevale, in rapporto alla piccola produzione, in rapporto al burocratismo legato allo sparpagliamento dei piccoli produttori (...) Il capitalismo è in un certo modo inevitabile come prodotto della piccola produzione e dello scambio, e noi dobbiamo utilizzare il capitalismo».
 
Questa serie di testi non potrebbe essere più categorica: i piani di elettrificazione, i piani quinquennali seguiti, non si possono chiamare piani di costruzione del socialismo; al più piani di costruzione del capitalismo, per l'avviamento al socialismo. Ma questo successivo trapasso dipende non da condizioni volontariste, bensì dall'insieme dei rapporti determinanti sul teatro mondiale, la relazione tra i tipi economici e le forze politiche e militari, l'azione degli Stati e delle classi sociali. Intanto: «è ridicolo chiudere gli occhi su questo: la libertà di commercio è capitalismo, il capitalismo è speculazione».
 
Sullo stesso argomento verte «l'ultimo articolo» scritto da Lenin il 2 Marzo 1923. Il titolo è: Meglio meno, ma meglio, in quanto amaramente conclude sullo sperpero e la disamministrazione proprie da allora, e poi sempre peggio, dell'apparato russo di stato.
 
Ecco l'ultimo bilancio lasciato da Lenin, ben più notevole che i famosi testamenti sulle virtù e difetti dei capi: «Il carattere generale della nostra vita odierna è il seguente: noi abbiamo distrutto la industria capitalistica, ci siano sforzati di distruggere dalle fondamenta gli istituti medioevali, la proprietà dei latifondisti, e su questa terra abbiamo creato la piccola e piccolissima proprietà dei contadini, i quali seguono il proletariato per la fiducia che hanno riposto sui risultati della sua opera rivoluzionaria. Ci è tuttavia difficile reggerci su questa fiducia fino alla vittoria della rivoluzione socialista nei paesi più progrediti». E qui Lenin si domanda, con una analisi della situazione internazionale, se avremo la fortuna che l'imperialismo ci dia «una proroga», ossia la fortuna di un nuovo conflitto mondiale. La sola speranza di resistere fino allora, dice Lenin, dato anche che noi e l'Oriente «non abbiamo un grado sufficiente di cultura per passare direttamente al socialismo, sebbene possediamo per questo le premesse politiche» sta «nello sviluppo della nostra industria meccanizzata, nella elettrificazione, nella estrazione idraulica della torba, nel condurre a termine la centrale elettrica del Volkhov, eccetera (...) Solo allora saremo in grado di passare da un cavallo all'altro, ossia dalla povera razza contadina, dal ronzino dell'economia adatta ad un paese contadino rovinato, al cavallo della meccanizzazione e dell'elettrificazione, che occorre al proletariato».
 
I piani di oggi - impostati certamente troppo in grande per una tempestiva resa che spianti dalle radici l'economia frammentata, e gonfiati non meno certamente perché troppi interessi non collettivi e di classe vi mangiano attorno - sono ben altro che la modesta centrale del Volkhov! La rete tecnico-meccanica e l'istruzione popolare si diffondono: ma che ne è delle «premesse politiche»?
 
L'incubatrice spenta
 
Di tanti milioni di kilowatt non si sono potuti derivare pochi watt per la lampada della incubatrice, dove attendeva il pulcino del potere rivoluzionario, chiuso nell'uovo inconsultamente deposto dalla storia fuori dal nido caldo della grande elettromeccanica capitalistica. Noi già lo vedevamo sviluppato nel magnifico Gallo che, all'alba levata da Oriente, avrebbe cantata la Giornata della guerra civile mondiale. Ma il germe, circondato dal gelo del pacifismo di classe e della convivenza fraterna tra lavoratori e capitale, morì dopo poco tempo. Al suo posto hanno allevato il mostruoso seppur succulento Cappone del capitalismo di stato .
 
L'ultimo articolo, in cui per l'ultima volta Lenin gettava il rivoluzionario guanto di sfida di Carlo Marx alla lebbra sociale della produzione minuta, ed esprimeva l'ansia rivoluzionaria che si accompagna ad ogni sua sconfitta, per quanto possa portare il marchio tecnico sociale e politico capitalista, è dunque del 2 Marzo - ed il 21 gennaio 1924 egli moriva.
 
Stalin è morto il 5 marzo 1953 e l'ultimo suo scritto è del 22 Maggio 1952. Esso è diretto contro alcuni compagni - suoi - «i quali affermano che, siccome la società socialista (leggi: l'odierna società russa) non liquida le forme mercantili di produzione, dovrebbero da noi ripristinarsi tutte le categorie economiche proprie del capitalismo».
 
Crediamo di avere sulla scorta di Marx e di Lenin dimostrato in modo irrefutabile che quei tali avevano ragione. Le categorie economiche dell'economia russa sono tuttora capitalistiche, ed è solo la terminologia ufficiale che va cambiata. Il solo fatto che si sia adoperato uno scritto teorico e non una condanna a morte mostra che non è lontana la tappa della confessione.
 
Cosa avrebbe potuto fare Lenin? Nulla, assolutamente. Egli non ha mai esitato a confessare la verità. Egli, con noi, attenderebbe che la storia generi un altro pulcino, nel luogo giusto. Va però dato atto a Stalin, in sede di elogio funebre, fin quando queste balorde usanze non saranno messe via, che oggi sarebbe, dopo i piani quinquennali in serie, anche la Russia, capitalistica, un luogo giusto, e tra non molto il paese sterminato dei galli. Questo è grandioso.
 
 
 
OGGI. Il canto giallo
 L'ardente Trotzky, il tribuno della rivoluzione in permanenza, in un discorso indimenticabile sulla Cina, trasposea questa il famoso vaticinio: la rivoluzione russa sarà socialista o non sarà. Meno letteraria è la nostra odierna posizione : la rivoluzione russa è stata capitalista, ma è stata. La rivoluzione socialista dovrà essere non russa né cinese, ma universale. Domani potrà essere anche russa, anche cinese.
 
I fatti storici di cui la Cina è stata teatro nell'ultimo trentennio sono di portata formidabile, non inferiori a quelli del periodo rivoluzionario e napoleonico che saldò la fine del secolo decimottavo e il principio del decimonono, ed umiliò per sempre le momentanee restaurazioni europee. Vediamo con piacere che non si tenta quasi mai più di parlare per l'Asia di rivoluzione socialista: come tale sarebbe un funerale di terza classe; come quello che è rappresenta il sorgere di un nuovo mondo. Scegliamo un articolo di Gaetano Tumiati - per quanto non possiamo soffrire gli inviati di ritorno dal viaggio - nel filostalinistico Avanti!
 
Non contestiamo in principio che in Cina ci possano essere marxisti, come il teorico Liu-Shao-Chi, sebbene ci lasci perplessi la sua affermazione di parlare a ben cinque milioni di comunisti, che sarebbero già troppi, per avere già fatta in tutto il mondo la nostra rivoluzione.
 
Comunque egli correttamente dice: le nostre forze rivoluzionarie non sono costituite da operai ma da contadini, la nostra lotta non è contro i capitalisti cinesi, bensì contro l'oppressione imperialista straniera e contro i residui del feudalismo (medioevale, aggiunge il traduttore, ma lì il feudalismo è antico e moderno). Allora non più gli operai, che sono pochissimi, ma i marxisti e comunisti cinesi «dovevano sostituirsi alla borghesia nel compito di combattere il feudalismo». Vada, e vada pure questo: «Una rivoluzione francese con un secolo e mezzo di ritardo». Secondo lo scrittore questa rivoluzione, in quanto diretta da marxisti, sarebbe diversa tanto dalle rivoluzioni borghesi che da quelle proletarie. Ma è chiaro che il «partito comunista dominante» si dedica ai compiti «che sarebbero spettati ad una borghesia illuminata: favorire l'industria privata, la piccola proprietà terriera e il libero commercio». Tuttavia si ammette che la borghesia e i contadini considerano l'attuale stato di cose come definitivo, mentre i comunisti lo considerano come un ponte tra il feudalesimo e il socialismo futuro.
 
Dalla Bastiglia alla Muraglia
 
È ovvio che è un poco sospetta questa ortodossia marxista che, per determinare il carattere di classe di una rivoluzione, di un potere, di un partito, di un governo, si affida non ai dai sociali, non al carattere del trapasso a cui si lavora, ma alle opinioni «scientifiche», alle intenzioni e alle tendenze spirituali dei componenti il governo. Non essendoci una borghesia con coscienza e forza propria di classe, i marxisti si mettono loro a fare gli «illuministi», ossia a recitare la parte romantica che spetta alla prima borghesia. Ma il marxismo consiste proprio nel negare che la questione storica si risolva illuminando le teste, e non con una fisica contesa di forze. Ed è del tutto illuminata la borghesia imperialista occidentale, con cui si vuole lottare e che fa i migliori affari coi locali, favoriti, capitalisti privati. Poiché i borghesi non sono patrioti, come al tempo della Bastiglia, di Valmy di Jemappes, facciamo i patrioti noi marxisti! In Cina, in un certo senso, la cosa è probabile, ma il fatto è che internazionalmente si è preso ad insegnare questo anche ai proletari d'Occidente, di Francia «in anticipo di un secolo e mezzo».
 
Ora la borghesia c'era e sosteneva Chang-Kai-Shek e Mosca ha riconosciuto questi fino al tempo di Yalta. Intanto, all'ordine di Chang di marciare (coi cannoni e le munizioni avute da Mosca) contro i pochi comunisti, dal 1927 le armate rosse ribelli combattono e, dopo una Lunga Marcia di ben due anni dal Kiang-si, ossia da non lungi Canton, per riparare verso la Muraglia e la Mongolia, impiegarono contro i giapponesi e sudisti dodici anni, dal 1934 a tutto riconquistare. Va risolto il problema chi sia in tutto questo Napoleone: Chang o Mao.
 
Il punto è questo. La rivoluzione cinese è una rivoluzione borghese in quanto condotta contro i feudatari con l'azione delle masse contadine, e con una risolutezza di azione che fa ricordare l'elogio di Lenin e di Marx ai francesi: «Il 4 agosto 1789, tre settimane dopo la presa della Bastiglia, il popolo francese in una sola giornata ebbe ragione di tutti gli obblighi feudali». Ma, secondo gli stalinisti, le sue differenze dalla rivoluzione russa ribadiscono che questa deve chiamarsi socialista. Sarebbero due: «1) La rivoluzione cinese è stata portata a termine dalle masse contadine mentre il marxismo-leninismo attribuisce la funzione di leader sempre alla classe operaia. 2) In Cina esiste ancora la classe borghese, le industrie non sono state nazionalizzate e, nelle campagne, non si è arrivati alla collettivizzazione dell'agricoltura ma soltanto alla piccola proprietà».
 
A parte il fatto che il colcos non è collettivizzazione dell'agricoltura, ma agricoltura cooperativa, mista alla famigliare, che Lenin classifica come seconda forma del capitalismo di stato (concessioni - cooperazione - commercio dei prodotti di Stato - affitto di aziende di Stato) adatta alla produzione rurale - si può tenere per buono nelle grandi linee lo stato di fatto, e applicare alla Cina post-rivoluzionaria lo schema di Lenin. Avremo le forme: 1) Economia naturale e patriarcale; 2) Piccola produzione mercantile; 3) Capitalismo privato. Mancano dunque rispetto alla Russa 1918, altre due forme: capitalismo di stato - socialismo, anche a pezzetti. Lo Stato politico e militare è non meno forte e concentrato che nella Russia: a questo si ridurrebbero dunque gli epiteti, a repubbliche e a partiti, di socialista e comunista?
 
Comunque non può nascere nemmeno in dieci anni un capitalismo concentrato come capitalismo di stato e bisogna attendere che ci si arrivi per la via «normale» in cui l'Europa, se anticipava sulla Russia un secolo, anticipa sulla Cina varii secoli; ossia la via della piccola produzione mercantile sostituita al feudalesimo. Non si dimentichi tuttavia lo smagliante esempio del Giappone capitalista e meccanizzato, anche prima di avere liquidato il feudalesimo agrario. Lenin confrontava le province: gettate uno sguardo alla carta della Russia! Esclamava: poche strade e cattive, poche ferrovie, occorre uno sforzo per andare avanti, al grande capitalismo! Altro che socialismo.
 
In Cina, e altra volta riportammo i dati, siamo come strade e ferrovie ancora più indietro. La decentrazione feudale non favoriva le reti di comunicazione. I grandi imperi - cominciamo, per far ingiallire anche i bianchi, da Roma antica - si fondarono su reti poderose di strade, costruite da capitalismi di stato, come fu per le ferrovie della Russia di Occidente. Per la Cina, già il capitalismo privato è un passo avanti. Se Liu-Shao-Chi lo dice, ne ha il diritto.
 
Il marxismo ci insegna dunque che siamo in presenza di due rivoluzioni borghesi. Evoluto marinaio russo o povero soldataccio cinese, divoratore bianco o giallo di letteratura marxista, se vi han dato una mano non l'hanno data per il vantaggio della borghesia, ma per quello della classe operaia e del socialismo di domani. La rivoluzione cinese borghese è una rivoluzione venuta al giusto tempo della sua area continentale, come lo fu la rivoluzione francese.
 
La rivoluzione russa capitalista è una rivoluzione giunta in ritardo rispetto al tempo della sua area continentale: ha bruciato le tappe arrivando al capitalismo di Stato. Nessuna delle due è socialista. Tutte e due tessono al capitalismo mondiale il suo lenzuolo funebre.
 
Oltremonte ed oltremare
 
Date dunque uno sguardo alla carta della Cina. Più arretrata come tessuto tecnico moderno, è ben più popolata della Russia, nella media. Con distanze interne non meno immense, ha uno sviluppo di coste molto maggiore, assoluto e relativo sui mari navigabili e caldi.
 
Vissuta per millenni frammentata in unità economiche sociali e governative molteplici, ha preso lo slancio formidabile della costruzione del mercato interno capitalistico, ordinandosi in uno Stato unitario, e Mao sarebbe un grande simbolo anche se stesse all'altezza non del Bonaparte, ma di Luigi XIV. La rapida crescita del capitalismo interno non può essere ora che in ragione dell'intreccio col mercato internazionale. Ora qui la carta parla; e qui sono solidi motivi marxisti, di determinismo dei fatti materiali, che se ne fregano dei capi storici e delle guide invincibili, dall'al di qua e dall'al di là. La Russia aveva una sola linea di osmosi col mondo della scienza e della tecnica capitalista, ed era la frontiera di Ovest, sulla quale ha eseguito drammatiche rese e travolgenti avanzate, ha saputo «imparare» come Lenin dispose e predare come Stalin realizzò, e sulla quale ha passato patti di oro e di sangue col supercapitalismo anglosassone, padrone del resto del mondo.
 
Ma non può servire al modernamento della immensa Cina la frontiera di Mongolia e di Manciuria lunga sì, ma con così rari varchi che è una cortina posta dalla natura. Invece la bella lunghissima variata costa sui mari del Sud e dell'Est, inaugurata da secoli al traffico coi bianchi, arredata già di non poche attrezzature proprie alla navigazione, offre lo scalo preferito alle merci e ai capitali di Occidente.
 
Prima Asia! hanno detto in America i maggiori del capitalismo imperiale. E se la Cina uscita dalla rivoluzione cerca come affrettare la sua marcia verso il capitalismo privato, che non può ancora connettere in un unico blocco manovrato da un ferreo governo militare, come la Russia ha potuto, sarà alle economie di Occidente che dovrà appoggiarsi. Il Giappone anticipò la sua stupefacente evoluzione verso i tipi europei di produzione in quanto era un'isola tutta accessibile dal mare ed aperta al fervore più alto degli scambi.
 
Come l'Inghilterra col suo marinismo si gettò contro la Francia giacobina, così fece il Giappone contro la Cina alla sua rivoluzione borghese. Ma queste lotte e questi scontri formidabili non condussero che al dilagare ovunque, irresistibilmente, e sia pure con onde alternate, delle forme moderne, nuove, rivoluzionarie. Poiché l'argomento su cui si fonda la nostra ostinata speranza è quello di Lenin, nell'ultimo scritto di sua vita. L'esito della lotta finale può essere previsto, considerando che il capitalismo stesso educa ed esercita alla lotta l'enorme maggioranza della popolazione della terra. La guanciata è a voi, o partigiani della pace.
 

 

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