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Spazio contro cemento (Il programma comunista, n°1, 1953)

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Siamo cifrette: è permesso?

La terra sulla cui corteccia viviamo ha la forma di una palla o sfera. A dimostrazione di quanto sia sciocca la distinzione tra facile e difficile a capire, cadiamo in una prima digressione notando che un tale concetto, arduo per mille e mille anni ai più geniali sapienti, oggi è familiare al bimbo di sette anni. Non avrebbe senso una dottrina che assume esservi un grande corso della storia compiuto con grandiosi sbalzi dall'avvicendarsi delle classi, e poi si fermasse davanti al problema che alla classe avanzante, rivoluzionaria, debbano essere presentate solo pillolette di concetti facili.

A differenza di Silvio Gigli siamo quindi a porvi alcuni problemi difficili difficili. Vi daremo le botte e le risposte.

Questa palla Terra, adunque, ha un diametro di circa 12.700 chilometri, che si è calcolato misurandone il pancione, sul quale si è riportato quaranta milioni di volte il metro campione di platino conservato a Parigi all'Istituto internazionale delle misure. Come hanno fatto quando sono passati sull'acqua? Lasciamo pure ogni tono di scherzo e di imitazione del «vezzo» di parlare difficile per il difficile, e per far dire: ma quanto è colto l'autore, non si capisce proprio niente! - su cui si fonda la fama del novantanove per cento dei grandi uomini.

Dunque con altro calcoletto (quarta elementare) si assoda che la superficie della Terra è di cinquecento milioni di chilometri quadri. I mari ne occupano oltre i due terzi, e restano per passeggiarvi all'asciutto appena 150 milioni. Tra questi vi sono le calotte polari, i deserti, le altissime montagne, e quindi si presume che ne restino alla specie umana - la sola che ormai vive in tutte le zone della sfera insieme ai suoi animali domestici - un 125 milioni.

Poiché oggi i libri dicono di sapere che «siamo» in 2.500 milioni, noi animaletti umani ficcanti ovunque il naso, è chiaro che in media questa nostra specie dispone di un chilometro quadrato per 20 dei suoi componenti.

A scuola si dice: densità media di popolazione delle terre abitate: venti anime (infatti non contano gli assai più numerosi cadaveri dei sepolti) per chilometro quadrato.

L'idea di quante sono venti persone l'abbiamo tutti, e quella del chilometro quadro non è difficile. Siamo a Milano: è lo spazio che occupa il Parco tra l'Arco del Sempione e il Castello Sforzesco, compresa l'Arena. Se solo nell'anello di questa riescono a stiparsi per le grandi partite di calcio in cinquantamila, in tutto il chilometro quadro alla densità di folla compatta (comizi di Mussolini, Togliatti e simili) ci stanno cinque milioni di anime (in pena) ossia la popolazione riunita di Milano, Roma e Napoli abbondante. 250 mila volte di più che la densità media sulla Terra.

I dunque miseri venti simbolici uomini medi nel chilometro quadro se si mettessero ai crocicchi di una rete a maglia costante starebbero l'uno dall'altro a 223 metri; non si potrebbero nemmeno parlare. Se fossero donne che fregatura, peggio poi se candidati al Parlamento!

L'uomo però non è piantato al suolo come gli alberi e tanto meno ammassato in colonie come le madrepore di cui discorrevamo l'altra volta, e spostandosi in mille guise si è collocato in modo molto irregolare negli spazi diversi, in cui la corteccia del pianeta è suddivisa.

La densità in Italia è di 140 persone per chilometro quadro, e quindi sette volte più della media. La provincia più addensata è quella di Napoli: 1500 abitanti a kmq: 55 volte la media terrestre. I paesi a maggior densità in Europa (e nel mondo) sono Belgio, Olanda e Inghilterra (a parte la Scozia) che stanno sui 300: 15 volte la media umana. Il paese più scarso di popolazione oltre Svezia e Norvegia è la Russia: per la parte europea 29 abitanti-kmq., appena superiore alla media terrestre.

Le densità dei continenti sono: Europa 53, Asia 30. Ma poi scendiamo paurosamente sotto la media umana. America centrosettentrionale 8,5; Africa 6,7; America meridionale 6,3; Australia-Oceania 1,5. Arriviamo dunque alla tredicesima parte della media universale.

La densità degli Stati Uniti è 19, dunque inferiore a quella della Russia europea (ossia fino agli Urali e al Caucaso). Coincidenza perfetta colla media sulla terra: che sia questa la ragione per cui la vogliono tutta loro?

La popolazione però è distribuita in USA con difformità clamorosa: anche tralasciando piccoli distretti, si va da 0,5 del desertico Nevada ai 240 del formicolante New Jersey, grande un po' meno della Lombardia.

Notiamo infine che tutta la RSFSR, che comprende la Siberia, ha la densità ridotta a 6,8. Quanto a tutta l'URSS, la densità è di 9 abitanti per kmq., e la più popolosa delle repubbliche federate è l'occidentale Ucraina con 70.

 

Gli alveari umani

Se trascuriamo la popolazione «sparsa», in prevalenza rurale, e ci occupiamo solo degli uomini che stanno «agglomerati» nelle città, come già avemmo a notare, abbiamo, considerando la densità, uno scatto a cifre che stanno molto al di sopra, circa mille volte più della media terrestre: come dicono gli scienziati, andiamo in un diverso ordine di grandezza. Non è arduo intendere come invece la popolazione delle campagne considerate sole vede scendere, in ogni grande o piccola circoscrizione, la densità rispetto a quella generale.

Stabilire quanti sono gli uomini sparsi e quanti quelli agglomerati, poniamo nel mondo o in Italia, è invece un problema dei più scabrosi. Anche sommando le popolazioni delle città oltre un certo numero di abitanti scelto ad arbitrio, poniamo 5 mila, la conclusione è deformata dal fatto che si hanno le cifre dei comuni. Ora per esempio a Roma il comune è assai più grande della città e quindi vi è parte di popolazione sparsa nella cifra, a Londra il comune è molto più piccolo della città, e quindi è tutta popolazione agglomerata, mentre resta da aggiungere in tutto o in parte tutta quella della fascia della «grande Londra». Azzardiamo che in tutta la terra un quinto degli uomini viva nelle città, mentre il rapporto sarà zero nel centro dell'Africa, almeno metà nel Belgio.

Comunque ecco le nuove cifre, che per il loro spostato ordine di grandezza si riferiscono di norma all'ettaro, mentre noi seguiteremo qui a darle per chilometro quadro, che comprende cento ettari. La grande Londra (mentre i progetti in corso la dilatano ancora, ma col sistema delle città satelliti, di circa 50 mila abitanti distanti venti chilometri in media dal nucleo storico) su 600 chilometri quadri accoglie otto milioni e mezzo di uomini: densità 14 mila. Ma a Londra si respira ancora meglio che nei luridi quartieri retaggio di ebrei, cinesi o italiani. La città italiana più strozzata, Napoli, nel suo nucleo di 800 ettari e quindi 8 kmq. assiepa non meno di 600 mila del milione di abitanti che sta nel comune amministrativo, cui si aggregarono comuni viciniori: la densità tocca la cifra di 75 mila, che è un vero limite inumano superando 3750 volte la media terrestre. Anche considerando il comune di Napoli diviso nei dodici quartieri tradizionali, tolti dunque i cosiddetti «villaggi», la densità è sempre 45 mila, ossia tripla di Londra. Considerando astrattamente una generica città di tipo «Ottocento» che abbia fabbricati a cinque piani e strade larghe abbastanza da occupare quattro decimi di tutta l'area, un calcolo tecnico non difficile mostra che ogni locale o «vano» impegna circa 5 mq. «coperti» e 3 mq. «urbani». Ma su ogni tre vani solo uno è destinato ad abitazione, e mediamente (Italia) ospita una persona e mezza, ad esempio una famiglia di sei membri ha quattro stanze. Dunque ogni abitante, per così dire, dispone di circa 16 mq. nella città compatta, igienicamente appena tollerabile: siamo dunque per riprova alla densità di 60 mila. Ove vi sono oltre alle strade e piazze anche giardini, parchi, ecc., la densità migliora, ossia cala.

Dunque il procedimento storico che coi suoi mille aspetti ha ammassati gli uomini nelle città sulla media dei paesi progrediti li ha portati da una densità nazionale che poniamo sia 200 (Europa centrale più popolosa: dieci volte la Terra) ad una densità urbana che nelle migliori ipotesi, di vere città giardino, supera i 20 mila uomini sul kmq. (cento volte più che nella nazione, mille volte più che nella Terra).

Sappiamo che l'origine di questo ammassamento sta quasi del tutto nei portati dell'epoca capitalistica, bastando ai regimi precapitalistici poche e non immense capitali dominanti miriadi di villaggi rurali.

Ma il capitalismo non vuole ancora fermarsi, e come in tutti gli altri suoi fenomeni, non lo può. E questo processo importantissimo lo definisce. Sono infatti le misure quantitative che contano, e non le etichette qualitative politiche e propagandistiche. Tutto quanto riduce all'uomo lo spazio, è capitalismo.

 

La cité radieuse

Vi è stato infatti chi ha pensato e - purtroppo - attuato di meglio; il signor Charles-Edouard Jeanneret da Ginevra, di professione architetto. Chi è mai costui? Un momento, lo conoscete anche voi: gli uomini grandissimi si cambiano il nome, e quello che risuona nel mondo intero è Le Corbusier.

Il cittadino Le Corbusier entra nel rango di quella categoria di fiancheggiatori cerebrali che da sola costituisce fenomeno bastevole a far schifare i partitoni che una volta si chiamavano proletari e comunisti. Di lui, e quel che è peggio delle sue teorie e metodi, si parla infatti benissimo nella stampa sovietica e in tutta quella che nel mondo ne è proiezione, come del resto si parlava bene nella stampa fascista e nazista, e inoltre se ne incoraggiano imitazioni ed applicazioni, alcune delle quali deliziano l'immensa Mosca, figlia di dieci tipi di organizzazione umana, sovranamente distesa su spazi grandiosi, anzi la cui forza di dominio fu sempre la distanza e lo spazio, la bassa e diradata costruzione, il cui incendio fermò l'onda avvelenata del capitalismo rovesciando Bonaparte nella Beresina.

Mosca non può oggi fare a meno di gareggiare con New York. Ma grattacielo e paranoia Le Corbusier non sono la stessa cosa. Non va creduto che i dodici milioni di newiorkesi stiano nella loro costellazione di città più stretti dei londinesi, malgrado la maggiore altezza degli edifici. Nel fabbricato di 30 piani, anzitutto la proporzione dei locali da ufficio a quelli di abitazione non è più tre ma dieci o venti, l'altezza è raggiunta solo in uno stretto pinnacolo, le strade sono larghe dieci volte almeno più che nelle città del tipo «Ottocento europeo» da cui abbiamo prima tratto gli «indici» di affollamento; ogni abitante ha a disposizione un quartierino e non due terzi di stanza, e così via, sicché alla fine l'addensamento è lo stesso, e non va oltre i detti ventimila per kmq., anzi batte i 14 mila della grande Londra, senza alcun dubbio.

Abbiamo letta una brillante descrizione dell'edificio di Le Corbusier, eretto su suo progetto e direzione a Marsiglia. L'articolista ha alcune battute efficaci, come quella che nei 330 cubicoli destinati a 1.600 inquilini «lo spazio è più prezioso dell'uranio». Non è questa parodia, ma riferimento coerente delle dottrine corbusistiche:
«
Le Corbusier anticipa con le sue costruzioni il radioso futuro dell'umanità che non ha terra per spaziare [...] La sua architettura è una lotta angosciosa contro il superfluo, un'ansiosa corsa verso la conquista di spazi per la vita».

Più tuttavia delle impressioni e degli apprezzamenti che possono discendere da preconcetti di chi scrive, contano (come si diceva) per noi le cifre. Qui può qualche orecchista imparare che cosa vuol dire che la quantità si trasforma in qualità e non, a sproposito, in tema di rapporto classe-partito.

Il principio di supersfruttamento dello spazio si spinge fino a queste cervellotiche tendenze: sovrapporre il verde dei giardini urbani (domani anche quello dei campi a grano e patate!), le strade di transito e l'area coperta dei fabbricati in verticale sullo stesso spazio. Verticalismo, si chiama questa deforme dottrina; il capitalismo è verticalista. Il comunismo sarà «orizzontalista». Per la dittatura imperiale consigliò Caio Giulio di tagliare gli alti papaveri, per quella proletaria converrà tagliar quelli, e con essi le alte costruzioni. Potremo rispettare un Michelangelo o un Bernini e magari un borghesoide Eiffel o Antonelli, non certo questo «democratico» Jeanneret.

 

Uomini o aringhe?

Dunque il primo saggio della non casa, ma unité d'habitation, che dovrebbe divenire un quartiere, contro il costone di un rialzo del terreno, nella soleggiata e mediterranea Marsiglia, poggia su trentasei pilastri nudi sotto i quali, non essendovi muri o pareti, passano la strada ed un cosiddetto giardino. Il fesso di calibro ufficiale sbalordisce, ma tecnicamente la «realizzazione» (bella parola forcaiolista secondo cui ogni cosa esiste prius in intellectu, prima nelle teste più o meno balzane, e poi in factu, ossia nella vile e passiva materia) è alla portata di ogni buon capomastro con in tasca un manuale da cento pagine (lui rispettabile). Questo rettangolo sui trentasei pilastri lo valutiamo di 800 metri quadri, giù per su: chi trova a ridire ci mandi la pianta e l'elevato. Dopo l'altezza vuota del pianoterreno vi sono non nove piani, ma nove strade ossia corridoi-appartamenti nei quali ogni decimetro cubico è studiato in modo da fare da mobile, da attrezzo, e in ultimo luogo da spazio in cui l'ospite si colloca, guardando di non debordare dalle misure di progetto. Siamo tentati anche noi di irridere descrivendo la sala operatoria progettata per tagliare quelli troppo lunghi o larghi...

I cubicoli sono 330 nei nove piani e destinati a 1.600 abitanti, sottoposti a uno stretto regolamento circa l'uso dello spazio singolo e di quelli comuni. Non addentriamoci nei modi di soggiorno e di vita di questi abitatori del manufatto, che il citato giornalista si spassa a definire penitenziario decorato, grigio baraccone e vascello fantasma. Riteniamo il dato che sono, in progetto, nel numero di 1.600. Fare stare 1.600 fessi in 800 metri quadrati significa essere scesi dai dieci metri quadri coperti per abitante a mezzo metro! Vogliamo essere prudenti e supporre che non tutte le unità saranno di abitazione, ma anche di lavoro e pubblici servizi, e quindi l'abitante spazierà in un metro e mezzo (intendiamoci bene; sono nove piani, detto all'antica, e in casa ognuno ha per muoversi lui e gli attrezzi circa cinque metri quadri, uno stanzinetto).

Saremmo arrivati a 650 mila esseri per chilometro quadrato, ma vorremo tuttavia prevedere il trenta per cento di strade e piazze, pensando che luce artificiale e aria condizionata non arrivino a mettere i vari parallelepipedi a contatto diretto, tappando ingressi e finestre, e scendiamo a 400 mila uomini sul kmq. Prevediamo perfino che vi siano nella città ampi spazi vuoti e parchi: Le Corbusier avrà sempre raggiunto, ottimo stivatore, duecentomila bipedi in un kmq.

La natura ha dato dunque alla umana specie tanta terra da starci in venti per chilometro quadro.

La civiltà e la storia hanno voluto che nelle nazioni più progredite ci si cominciasse a stringere dieci volte di più: parliamo pure di progresso.

Il tipo di organizzazione urbana ha stabilito che i più fortunati e avanzati in cultura e saggezza si riunissero nelle città, stando mille volte più stretti.

La manìa capitalistica di ammassamento degli uomini-sardina non si è fermata qui, e per essa i Le Corbusier, chiusi volutamente gli occhi non diciamo ai deserti inabitati come possono essere nel Canada o in Australia, ma alle stesse distese dei campi verdeggianti di messi, dai quali soli viene la vita alla cui pienezza pretendono di provvedere, vogliono asserragliarne almeno altre dieci volte di più, tenendo i viventi diecimila volte più addensati della media terrestre, e forse pensando di moltiplicare per tali rapporti le formiche umane!

Chi plaude a questi indirizzi non deve essere definito soltanto come seguace di dottrine, di ideali, di interessi capitalistici; ma come partecipe delle patologiche tendenze di questo supremo periodo di capitalismo in putrescenza e dissoluzione, che a furia di apologia della sua scienza e della sua tecnica, superatrici di qualunque ostacolo, fonda (come Engels diceva) le città nel loro escremento umano in modo tanto «funzionale» che l'ultra-razionale sistema vedrà l'abitante identificare la vasca da bagno e la fogna.

La lotta rivoluzionaria per lo sventramento dei paurosi agglomerati tentacolari può definirsi: ossigeno comunista contro fogna capitalista. Spazio contro cemento.

La corsa all'addensamento non ha per motivo la scarsezza di spazio, che malgrado la umana prolificità, figlia anche essa della oppressione di classe, abbonda ovunque e in ogni senso, ma le esigenze del modo capitalista di produzione, che inesorabilmente spinge avanti la sua scoperta del lavoro in masse di uomini.

 

Ieri

 

Il risparmio sul «capitale costante»

Dato che qui non si redige per immergersi nella voluttà dello spirito creatore, ma in puro servizio di opera di parte, occorre al solito fermarsi a provare che non si sta lanciando un verbo nuovo e nemmeno scoprendo alla storia una nuova legge, ma si calcano solidamente le orme della stabilita dottrina.

Marx dopo aver descritto nel primo libro del «Capitale» il processo della produzione capitalistica, che pure essendo inquadrato nel più vasto campo sociale e storico, presenta soprattutto il rapporto di classe tra capitalisti e operai entro l'azienda; e dopo avere nel secondo libro studiata la circolazione del capitale, ossia la sua riproduzione mediante quella parte di merci fabbricate che non vanno a diretto consumo, ma sono strumenti della produzione ulteriore, affronta nel terzo ed incompleto libro «il processo del capitale preso come un tutto» che conduce alle «forme concrete» che si incontrano realmente nella società, come «azione reciproca dei diversi capitali, concorrenza e coscienza comune degli agenti stessi della produzione» (1).

Chiaramente la trattazione doveva culminare in capitoli sull'azione «politica» delle classi in lotta, come più volte dicemmo, e sulla coscienza dell'azione di classe, derivato e sovrastruttura finale di tutto il resto.

Nel V capitolo, prima di arrivare a stabilire la legge della tendenza a scendere del tasso medio di profitto, Marx tratta un punto di prima importanza: L'economia (il risparmio), nell'impiego del capitale costante.

Dialetticamente (uno dei punti mal riportati se non mal veduti da Stalin nel noto suo testo) il capitale, come ogni capitalista, fa di tutto per elevare il suo profitto, e quindi anche il tasso del suo profitto. Se la società capitalista volesse o potesse opporsi alle scoperte ed invenzioni che aumentano la produttività del lavoro umano, solo allora, rendendo iperbolico il numero dei proletari sfruttati anche per un consumo non esaltantesi senza posa, riuscirebbe ad evitare la caduta del tasso (vedi «Dialogato con Stalin», terza giornata) (2). Ma non potendo ciò fare, il capitale lotta con altri mezzi per ritardare e frenare la discesa del tasso, che tuttavia l'accumulazione e la concentrazione rendono ben compatibile con l'elevarsi senza limite della massa totale dei profitti e della cifra del profitto per azienda.

In ogni azienda il profitto del capitale è dato dall'eccesso del prezzo di vendita di tutte le merci prodotte (ad esempio nell'anno) sul costo di esse, o costo di produzione. Quindi il capitale cerca di vendere a prezzo alto, e di ridurre i costi di produzione. Più oltre Marx tratterà dell'effetto della variazione dei prezzi di mercato, qui tratta dei costi di produzione.

Nella teoria marxista il costo di produzione si scinde in due: il capitale variabile, che è la spesa anticipata e sostenuta per tutti i salari e stipendi, e il capitale costante, che è la spesa per acquistare materie prime e tenere in efficienza incessante costruzioni, macchinari ecc. Qui non si tratta dell'ovvio mezzo di crescere il profitto, dato dall'abbassamento dei salari, anche perché non è questa la tendenza generale del capitalismo, almeno nella fase successiva ai primi più feroci decenni. Il salario operaio storicamente cresce come cifra monetaria, cresce anche come valore in moneta non svalutata, ossia se espresso poniamo in lire o dollari 1914, ma se misurato in tempo di lavoro medio sociale diminuisce, pure essendo aumentato il tenore di vita operaio poiché appunto la cresciuta, in linea tecnica, produttività del lavoro ha fatto scendere il valore se non il prezzo di tutte le merci che l'operaio consuma. Ma di questo altrove.

Resti per ora immutato e il prezzo di vendita e il prezzo dei salari: è ovvio che il capitale si getta a ridurre il costo della parte costante del capitale speso. Non solo vi sono vari mezzi per ottenere tale scopo, ma vi è una decisa tendenza in questa direzione dell'economia capitalistica.

Marx mette anche da parte un primo mezzo: aumento della giornata di lavoro a pari salario (ed anche a salario cresciuto in proporzione alle ore, perfino allorché si paga di più lo «straordinario»). Infatti in tale caso se non si risparmia certo sulle materie prime consumate, si risparmia nell'impiego delle macchine e costruzioni, abbreviando la «rotazione» ossia il ciclo di produzione di cui sono capaci. Notiamo che un mezzo per raggiungere tale economia il capitalista molte volte lo trova nei turni di lavorazione continua che, ad esempio, evitando il raffreddarsi dei forni fanno guadagnare calorie, ossia profitto.

 

Parassitismo uno e trino

Ma anche supponendo che gli operai riescano a rifiutare ogni variazione anche retribuita all'orario di lavoro, ci sono tre altri fattori di prim'ordine.

1) Ingrandire o raggruppare le aziende. Il fatto stesso di associare i lavoratori prima isolati, anche senza nessuna modificazione, alla tecnica operativa, conduce ad un grandissimo risparmio: nella costruzione del laboratorio unico, nella illuminazione, riscaldamento, altre spese generali, ecc. Basti pensare alla dispersione di calore di tante piccole forge al confronto di una grande attorniata dai tanti forgiatori che vi introducono il loro pezzo, pur lavorando con gli stessi utensili a mano di prima, e a cento altri esempi.
«
Tutta questa economia, che deriva dalla concentrazione dei mezzi di produzione e dalla loro utilizzazione in massa, presuppone però come condizione essenziale l'agglomeramento e l'azione degli operai, vale a dire la combinazione sociale del lavoro. Essa trae origine quindi dal carattere sociale del lavoro allo stesso modo che il plusvalore proviene dal pluslavoro di ogni singolo operaio considerato isolatamente» (3).

2) Il ricupero dei rifiuti, dei cascami di ogni produzione, che divengono materia utile di altre lavorazioni (sottoprodotti) in quanto disponibili in forti quantità, mentre nella piccola produzione andavano buttati via. Ecco altro cespite di risparmio sulla spesa di produzione e quindi di profitto capitalista, che deriva a sua volta solo dal carattere sociale assunto dal lavoro.

3) Il perfezionamento tecnico dovuto alle nuove invenzioni, alla introduzione di nuove macchine, ecc. nelle aziende di altri settori che producono a più basso prezzo le materie prime, le macchine, gli attrezzi che occorrono all'azienda considerata. Anche qui uno sviluppo dovuto al fatto della produzione in massa che ha sollecitato e stimolato l'ingegno umano a risolvere dati problemi tecnici, inutili a porsi per la piccola produzione, produce beneficio non sociale, ma dal capitale avocato a sé:
«Ciò che in tal guisa torna a beneficio del capitalista rappresenta a sua volta un guadagno che è il prodotto del lavoro sociale, anche se non degli operai direttamente sfruttati dal capitalista medesimo. Quello sviluppo della forza produttiva ci riconduce sempre, in ultima istanza, al carattere sociale del lavoro posto in opera; alla divisione del lavoro in seno alla società; allo sviluppo del lavoro intellettuale, in primo luogo delle scienze naturali. Ciò di cui beneficia il capitalista sono i vantaggi realizzati dal sistema della divisione sociale del lavoro nel suo complesso. È lo sviluppo della forza produttiva del lavoro nel settore di attività estraneo a quello specifico del capitalista, nel settore cioè che a quest'ultimo fornisce mezzi di produzione, la causa per la quale il valore del capitale costante impiegato dal capitalista subisce un relativo ribasso, e il saggio del profitto viene pertanto ad aumentare» (4).

Su queste citazioni essenziali andrebbero invitati a riflettere quei compagni, anche dei migliori, che riducono l'antagonismo degli interessi al semplice duello tra il singolo capitalista ed il suo operaio, nel pagarlo più o meno, e lo chiudono al più entro l'azienda. L'antagonismo delle classi sociali invece si basa su ben altra appropriazione che il capitale compie, volgendo a suo esclusivo dominio tutto il ricavato, ben più vasto, del migliorato rendimento sociale, derivante dalla combinazione dei lavoratori e dalla diminuzione del tempo medio di lavoro contenuto nei prodotti. Se, per il primo fatto bruto, togliendo il plusvalore diretto, l'operaio potrebbe lavorare sei ore invece di otto, per l'effetto del rendimento sociale, data la razionalizzazione di ogni antico sciupio della produzione a parcelle, e le invenzioni tecniche grandiose, si dovrebbe lavorare una sola ora.

 

Dove bisogna colpire

Ed è proprio il campo del plusvalore che verrà tolto al capitalista ma non dato all'operaio, che dovrà con esso contribuire ai servizi di organizzazione generale. Non è dunque lì la conquista, ma nella organizzazione sociale, che dovrà essere volta non al profitto di capitale, ma alla elevazione delle condizioni del vivente lavoro. Nella società socialista invero il lavoratore presterà solo alla società un giusto «sopralavoro» mentre il «lavoro necessario» gli sarà ridotto in ragione della aumentata potenza tecnica, in ragione dei dieci schiavi di acciaio di cui ognuno di noi oggi potrebbe disporre, mentre un secolo fa non ne aveva.

Oggi all'opposto il sistema capitalista ritiene tutte queste infinite risorse inerenti al capitale, virtù propria del capitale, e tiene del tutto estraneo il lavoratore alle condizioni di realizzazione del lavoro. Il capitalista, come i marxisti imperfetti, vede nella cifra del salario «la sola transazione» che corre tra lui e il suo operaio. Questi dunque non ha ad interessarsi delle economie sul capitale costante, ma solo di quella che si tentasse sul capitale variabile, sui soldi spesi per la sua settimana. Ma ciò fa sì che, per risparmiare su tutto, anzitutto il capitale risparmia sulla sicurezza ed igiene delle condizioni umane di lavoro. Ciò ci riconduce al nostro tema: città e campagna, cemento e spazio, fogna ed ossigeno:
«
Siffatta economia giunge fino al sovraffollamento di operai in locali ristretti, malsani, ciò che si chiama, in termini capitalistici, risparmio di costruzioni; all'ammassamento di macchine pericolose negli stessi ambienti, senza adeguati mezzi di protezione contro questo pericolo; all'assenza di misure di precauzione nei processi produttivi che per il loro carattere siano perniciosi alla salute o importino rischi (come nelle miniere) ecc. Per non dire della mancanza di ogni provvidenza volta ad umanizzare il processo produttivo, a renderlo gradevole o quanto meno sopportabile. Ciò sarebbe, dal punto di vista capitalistico, uno spreco senza scopo e insensato. Con tutto il suo lesinare, la produzione capitalistica è in genere molto prodiga di materiale umano, proprio come, grazie al metodo della distribuzione dei suoi prodotti per mezzo del commercio [ehi, ehi, da Mosca!] e al suo sistema di concorrenza, essa è molto prodiga di mezzi materiali e da una parte fa perdere alla società ciò che dall'altra fa guadagnare ai singoli capitalisti» (5).

Di questo altro poderoso capitolo, ad essenza programmatica per chi ci si fa «per più anni macro» (altro che leggerselo dal barbiere e chiedere subito l'ultima Selezione!) riporteremo ora solo la chiusa.
«La gestione di un impianto organizzato sulla base di nuove invenzioni comporta costi molto più elevati rispetto agli impianti che successivamente sorgono sulle sue rovine (...). Si arriva al punto che i primi imprenditori nella maggior parte dei casi falliscono e soltanto i successivi, nelle cui mani finiscono a buon mercato edifici, macchinario ecc. cominciano a prosperare. Ne consegue che in genere è la categoria più indegna e spregevole di capitalisti monetari quella che trae il maggior profitto da tutti i nuovi sviluppi del lavoro universale dello spirito umano e dalla loro applicazione sociale operata mediante il lavoro combinato» (6).

È la descrizione, degna di scalpello michelangiolesco, fatta avanti lettera del maledetto secolo che pomposo trascorre, nel culto della bestia trionfante.

 

Oggi

 

Tecniche inflazionanti

Se leggiuzze riformistiche hanno mutato qualcosa nell'organizzazione delle fabbriche, imponendo al capitalista certe spese di sicurezza di cui si rifà a mille doppi in altra sede, il citato concetto di Marx va ben portato con effetto sicuro alla scala «urbanistica». Per risparmiare false spese, per questo solito e criminale motivo con sussiego avanzato dal capitale, e riecheggiato dalla cretineria di oppositori di cartapesta pagati per suonare lo stesso disco, presso le grandi città, nelle grandi città, tra le abitazioni ad accelerata densità e gli stabilimenti spesso ad esse incollati e da esse «circondati» nello sviluppo demografico e di inurbamento incessante, si intasano depositi di materie nocive, esplosivi e mezzi bellici, soprattutto per l'accavallarsi di stazioni di smistamento e deposito, di porti, aeroporti e altri servizi. E la cronaca di tutti i giorni, e pare con particolare sadismo all'inizio di questo 1953, descrive spaventosi sinistri di ogni genere, ai quali si corre tuttavia senza posa incontro. Vi collabora la leggerezza e la strafottenza delle burocrazie tecniche, in pauroso crescendo di guerra in guerra. E la guerra stessa non appare più tanto pericolosa, se è sanguinosa la produzione e la vita. Né si intende che il solo provvedimento in senso opposto è: sfoltire! Interporre tra i vari servizi maggiori distanze e fermare almeno la installazione di nuovi mostri nel cuore degli abitati e delle zone industriali. Non è bastato a questo nemmeno la lezione dei bombardamenti a tappeto e delle coventrizzazioni (7).

Il capitale liberò i servi della gleba che il vassallaggio feudale inchiodava al suolo, con grave sfregio della dignità umana, ma con ottima formula per tenere, ad esempio, uniforme la densità territoriale in Francia. Erano forzati a star fermi, ma dove potevano mangiare e dormire e slargarsi quanto occorreva. L'inurbamento rispose alle esigenze delle dilaganti manifatture e della conquista storica del «lavoro combinato». Fino a che l'impianto consisteva in un camerone immenso con tanti posti di singolo artefice, è chiaro che non vi era altro da fare: innumeri operai a lavorare in poco spazio, e perciò ad abitare e vivere in poco spazio, in quanto si produceva una ricchezza molto maggiore. Dato al salariato un lecco di tenore di vita in più dell'artigiano e del bifolco, la enorme massa di beneficio servì ad ingrandire ed abbellire soprattutto le città: se nel vecchio regime bastava una reggia, nel nuovo servivano alla classe dominante cento sedi di operazione e di spasso.

Ma tutte le innumeri invenzioni tecniche seguite non hanno certo condotto ad ammassare ulteriormente maggiori operatori in poco luogo. Al contrario. Se noi cercassimo un indice definito come «densità tecnologica» dato dal numero di operai che devono essere raccolti in un dato spazio, per una data produzione, vedremmo che la legge generale è che questa densità tende a diminuire.

Nell'industria meccanica un enorme numero di operazioni che erano fatte da gruppi di operai manovali e da una serie di specializzati, sono semplificate dall'uso di meccanismi automatici o azionati a distanza da pochissimi manovratori di quadri di comando. L'area degli stabilimenti Fiat è cresciuta in ragione maggiore del numero degli operai, e in ragione ancora maggiore la produzione.

Già Marx era stato in grado di descrivere la rivoluzione determinata dal telaio meccanico sostituito a quello a mano nell'industria tessile, che brutalmente decimò il numero di lavoratori per le stesse batterie di fusi. Oggi nell'industria bianca vi sono molini meccanici in cui tutto il castello di impianti obbedisce ad un solo operatore, dal versamento del grano nelle tramogge fino all'uscita dei sacchi di farina. E via via.

Sulla stessa terra agraria, quando il trattore sostituisce la zappa o l'aratro tratto da bestie, cala enormemente il numero di contadini che occorre alla medesima fattoria e alla stessa estensione di terreno coltivato.

Ed infine si può trarre altro esempio dalla navigazione. Nelle triremi e nelle galere un barco di poche decine di tonnellate racchiudeva cento e più rematori, schiavi o criminali, legati ai banchi. Oggi un personale di macchina e di manovra molto minore, e minore di quello dei velieri meno antichi, basta a condurre un transatlantico di cinquemila tonnellate.

 

Coordinare, non soffocare!

Con le invenzioni e l'aumento enorme della produttività del lavoro, resta la coordinazione di molti operanti, ma non ha più ragione di essere il bestiale ammassamento a contatto di gomito. Questo avviene perfino nella guerra! Del resto Fourier e Marx non ebbero torto nel definire ergastoli le fabbriche, cui da allora pretesi difensori degli operai hanno levato stupidi inni idealizzandole come contrapposto alla produzione rurale, che almeno tormenta (anche nelle antiche forme) i muscoli, ma non intossica i polmoni ed il fegato.

Le modernissime forme produttive che utilizzano reti di stazioni di ogni genere, come le centrali idroelettriche, le comunicazioni, la radio, la televisione, danno sempre più una disciplina operativa unica a lavoratori scaglionati in piccoli gruppi a enormi distanze.

Il lavoro combinato resta, in intrecci sempre più vasti e meravigliosi, e la produzione autonoma sparisce sempre di più. Ma la densità tecnologica prima accennata diminuisce senza posa. L'agglomerazione urbana e produttiva permane quindi non per ragioni dipendenti dall'optimum della produzione, ma per il durare dell'economia del profitto e della dittatura sociale del capitale.

Quando sarà possibile, dopo aver schiacciata con la forza tale dittatura ogni giorno più oscena, subordinare ogni soluzione e ogni piano al miglioramento delle condizioni del vivente lavoro, foggiando a tale scopo quello che è il lavoro morto, il capitale costante, l'arredamento che la specie uomo ha dato nei secoli e seguita a dare alla crosta della terra, allora il verticalismo bruto dei mostri di cemento sarà deriso e soppresso, e per le orizzontali distese immense di spazio, sfollate le città gigantesche, la forza e l'intelligenza dell'animale uomo progressivamente tenderanno a rendere uniforme sulle terre abitabili la densità della vita e la densità del lavoro, resi ormai forze concordi e non, come nella deforme civiltà odierna, fieramente nemiche, e tenute solo insieme dallo spettro della servitù e della fame.

 

Note:

  1. Cfr. K. Marx, «Il capitale», cap. 1, p. 55. [back]
  2. Cfr. «Dialogato con Stalin» (uscito a puntate nei nn. 1-4, 1952, de «Il programma comunista»), dove è criticato il punto di vista di Stalin, secondo cui la legge della diminuzione tendenziale del saggio medio di profitto lascia il posto, nel capitalismo monopolistico, alla «legge fondamentale» della «ricerca del massimo profitto». La breve analisi mostra che le due «leggi» non sono affatto in contraddizione, in quanto la ricerca e la realizzazione del massimo profitto non impediscono affatto la tendenza alla caduta del saggio medio di profitto. [back]
  3. Cfr. K. Marx, «Il capitale», cap. 5, p. 122. [back]
  4. Cfr. K. Marx, «Il capitale», cap. 5, pp. 125-126. [back]
  5. Cfr. K. Marx, «Il capitale», cap. 5, p. 132. [back]
  6. Cfr. K. Marx, «Il capitale», cap. 5, p. 155. [back]
  7. La città inglese di Coventry fu rasa al suolo da un bombardamento particolarmente intenso nel 1940. [back]

 


 

Da "Il programma comunista" n. 1 del 08-24 Gennaio 1953

 

 

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