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Sull'aggressione ai proletari in lotta all'IKEA di Piacenza

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Le manganellate con cui, a fine ottobre, la polizia ha accolto i proletari in lotta davanti all'IKEA di Piacenza devono far riflettere su alcune cose: innanzitutto, sulla determinazione con cui questi lavoratori della logistica – un settore ultra-sfruttato di proletari puri, provenienti da tutte le parti del mondo, senza riserve né “garanzie”, non frenati da preoccupazioni di compatibilità o regole democratiche – si sono battuti e si stanno battendo, organizzati dal S.I. Cobas, per difendersi dal quotidiano attacco del capitale; poi, sull'inevitabile repressione che i cani da guardia del capitale scatenano contro le lotte dei lavoratori, quando non seguono il copione suicida dettato da partiti e sindacati obbedienti alle necessità superiori dei padroni e dell'economia nazionale; quindi, sulla necessità di organizzare, estendere, centralizzare queste lotte, creando intorno a esse un reale cordone di solidarietà (“Un attacco a uno è un attacco a tutti!”), nella consapevolezza che la strada (della lotta e della solidarietà di classe) va imboccata e percorsa, se non si vuol morire come bestie da macello; e infine sull'urgenza di far rinascere organismi territoriali di difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, aperti a tutti, indipendentemente dall'età, dal sesso, dalla categoria, dalla nazionalità, dalla collocazione lavorativa (o, più spesso, non lavorativa).

Noi riconosciamo in questi proletari generosi e coraggiosi le avanguardie di una ripresa classista che ancora tarda a dispiegarsi, ma di cui questi episodi ricorrenti sono i primi, fievoli ma importanti, segnali, e li additiamo ad esempio a tutti i lavoratori decisi a impedire che il rullo compressore del capitale passi sui loro corpi.

 Partito comunista internazionale (il programma comunista)

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Novembre 2012 21:40

Sardegna: Lotta operaia alla Carbosulcis e all'Alcoa

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Esplode la disperazione. Ad agosto 2012, è esplosa la protesta dei minatori della miniera di carbone Carbosulcis di Nuraxi Figus, nel Sulcis, Sardegna del Sud Ovest. Poco dopo, hanno ripreso ad agitarsi gli operai della fabbrica dell’Alcoa (Aluminum Company of America) di Portovesme, a pochi passi da Nuraxi Figus. Il Sulcis è la provincia più povera d’Italia: 30mila occupati su 130mila abitanti, 8mila posti persi in tre anni. Alla Carbosulcis lavorano più di 500 proletari, mentre con la chiusura di Alcoa si perderanno altri 2mila posti.

Ma il Sulcis è anche una delle provincie più inquinate, avvelenate e malsane d’Italia: e la causa di questo inquinamento drammatico è proprio l’attività mineraria e metallurgica. Lettera morta da anni è un progetto di messa in sicurezza e rivalorizzazione delle miniere, che restano così abbandonate con i loro veleni: ma sono pur sempre in relazione con l’esterno, perché i veleni non sono relegati nei pozzi, entrano nell’ambiente. Basti pensare alle falde acquifere e ai fiumi sotterranei. Superando poi l’altopiano dove è posta la miniera di Nuraxi Figus e dirigendosi verso il mare, ci si affaccia sulla costa di Portovesme, e qui ci accoglie un panorama industriale: tra i fumi delle ciminiere, il versante degrada tristemente verso un’ampia laguna di fanghi rossi con diga a mare – gli scarti della lavorazione dell’alluminio. L’aria e il sangue sono ricchi di piombo. E’ una storia molto simile a tante altre, come ad esempio l’acciaieria di Taranto. I proletari possono solo “scegliere” se morire di fame o avvelenati.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Novembre 2012 21:41 Leggi tutto...

Lottare per difendere noi stessi e non l’economia nazionale

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Proletari! Compagni!

Alla crisi che ci massacra non si risponde chiudendosi nel recinto per animali da macello della fabbrica o della miniera, facendosi del male a 70 metri di altezza, tagliandosi le vene o dandosi fuoco. Non si risponde delegando la nostra sorte a sindacati e partiti che da decenni ci usano come serbatoio di voti per la spartizione della torta, o invocando la mano tesa di governo e stato, strumenti del potere assoluto esercitato su di noi dal capitale e dalla classe che l’impersona.

Ai licenziamenti, ai tagli di salari e pensioni, all’aumento dei ritmi, agli omicidi sul luogo di lavoro, al peggioramento generalizzato delle condizioni di vita, alla precarietà che colpisce le giovani generazioni, allo sfruttamento bestiale cui sono sottoposti i proletari immigrati, alla disperazione cui sono ridotte intere famiglie – a tutto ciò si può rispondere solo tornando a imboccare la via della lotta aperta e senza quartiere contro un modo di produzione che ormai da un secolo e più ha esaurito la propria ragion d’essere.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Settembre 2012 20:11 Leggi tutto...

Karachi, Lahore, Egorevsk: il capitalismo continua a uccidere!

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Circa trecento operai e operaie morti nell’incendio di una fabbrica tessile a Karachi (Pakistan), altri 25 nell’incendio di una fabbrica di scarpe a Lahore (sempre Pakistan), 14 operaie vietnamite (immigrate clandestine) nell’incendio di un laboratorio di confezioni a Egorevsk (vicino a Mosca, dove, in aprile, altri 17 lavoratori immigrati erano morti nell’incendio della baracca dove dormivano): sono le cifre più recenti (settembre) del tremendo olocausto proletario che continua da secoli, da quando è apparso il modo di produzione capitalistico con le sue ferree leggi economiche – la produttività, il profitto. Ritmi forsennati, orari pazzeschi, ambienti di lavoro indescrivibili, lavorazioni dannose, misure di sicurezza inesistenti, sfruttamento pari al ricatto, schiavitù salariale: questa la realtà, ieri come oggi.

Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Ottobre 2012 17:41 Leggi tutto...

Sud Africa: Annegano nel sangue della feroce repressione anti-proletaria i miti e le illusioni del post-apartheid

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 “… a un quindicennio ormai dall’abolizione dell’apartheid, dalla vittoria dell’African National Congress di Nelson Mandela, dalla tanto decantata introduzione della democrazia, le cose non [sono] gran che cambiate rispetto a prima : la situazione della classe proletaria sudafricana continua a essere tragica, in tutti i sensi e da ogni punto di vista. Tra miniere obsolete, manutenzioni inesistenti, condizioni di lavoro in progressivo peggioramento, non è che allora il problema sarà, non di colore, non di ‘democrazia contro apartheid’, ma sempre e comunque, in Sud Africa come altrove, di classe? E che dunque richiederà prospettive e soluzioni di classe?

 

Così concludevamo su queste pagine, cinque anni fa, un breve articolo che dava conto del salvataggio di tremiladuecento minatori sudafricani rimasti intrappolati per alcuni giorni in una delle più vecchie e profonde miniere d’oro del Paese (un anno prima, sempre in Sud Africa, un analogo “incidente” aveva fatto duecento morti) [1].

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