La nostra scienza (il materialismo dialettico) c'insegna a guardare oltre i fenomeni, al di là di ciò che appare. In questi giorni di metà gennaio 2013, politici, giornalisti, opinionisti (l'esercito di zombies che quotidianamente ci appesta) si danno da fare per spiegarci che l'intervento francese in Mali (e in Somalia), approvato e sostenuto attivamente da gran parte delle potenze euro-occidentali con il coinvolgimento militare di numerosi paesi africani circostanti, è mirato a contenere l'espansione di Al Qaeda nel Sahel, la regione a sud del Sahara, da anni territorio di scontri e tensioni locali e internazionali.
Come succede in realtà da più di dieci anni, Al Qaeda (nelle sue varie vesti e reincarnazioni – una vera Legione Straniera che, sotto il manto dell'islamismo fondamentalista, funge da braccio sporco per gli interessi del migliore offerente) è il pretesto per un ennesimo intervento squisitamente imperialista, dopo quello messo in campo, due anni fa e con dinamiche simili, in Libia (la continuità Sarkozy-Hollande dovrebbe essere evidente a tutti). In realtà, a scontrarsi in quest'area così cruciale dal punto di vista economico (risorse umane e materie prime: uranio, oro, gas, petrolio, ferro, tungsteno, bauxite, carbone, idrocarburi, cotone, arachidi, mango, ecc. – senza dimenticare le preziose risorse idriche) e strategico (un vero e proprio cuneo, formato da Algeria, Mali, Niger e Nigeria, collega il Mediterraneo con il Golfo di Guinea, separando l'Africa Occidentale dal resto del continente, a est e a sud), sono appetiti resi ancor più acuti dal progredire della crisi mondiale.







