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Sempre più forti i venti di guerra

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Mentre scriviamo (primi di settembre), l'attacco alla Siria promesso dal “pacifista” Obama con al seguito lo scodinzolante “socialista” Hollande, nostalgico di trascorsi fasti imperiali francesi, non s'è ancora concretizzato. Ma poco importa. Gli ultimi venti anni sono stati un'agghiacciante sequenza pressoché ininterrotta di guerre sanguinose, di massacri di popolazioni civili, di aperto terrorismo statale anti-proletario. Se e quando l'attacco si dovesse verificare, e in che modo (“limitato” o “esteso”, nel cinico linguaggio dei comandi militari e della politica guerrafondaia), esso non sarebbe altro che l'ulteriore anello di una catena di fuoco che da tempo stringe alla gola il proletariato mondiale, avvicinandosi ogni giorno di più alle cittadelle del capitalismo.

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Davanti al baratro economico e sociale

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Proletari! Compagni!

Mentre la crisi economica sprofonda nel baratro noi e la nostra condizione umana e sociale, mentre nel mondo intero crescono la disoccupazione e i licenziamenti, a poco a poco comincia a sgretolarsi il muro di cemento armato, frutto di un pesante controllo sociale esercitato per decenni da partiti di destra e di sinistra e organizzazioni sindacali. I primi segnali vengono da un giovane proletariato immigrato, che sfida apertamente il padronato, un’avanguardia che non si chiude nel silenzio dei magazzini o delle fabbriche, che non ha paura di scendere in strada e rivendicare il miglioramento generale delle proprie condizioni di vita e di lavoro, e dalle lotte mai sopite dei proletari di tutto il mondo: dalle rivolte dei minatori sudafricani alle battaglie dei lavoratori argentini, spagnoli, greci, francesi, belgi, statunitensi. Ma non è, questo, il solo segnale. Cominciano a scontrarsi, all’interno del movimento proletario, due correnti opposte: una che porta avanti il bisogno, la necessità, la voglia di lottare, la rabbia e l’indignazione, l’altra che invoca il “diritto”, la “pace sociale” – in una parola, la resa. Solo rispondendo colpo su colpo a ogni aggressione da parte del capitale si può sperare di vender cara la nostra pelle, oggi sul luogo di lavoro (o di non-lavoro!), domani a fronte di una nuova guerra mondiale.

Il programma può solo essere, come da centocinquanta anni a oggi, il seguente:

 

Ultimo aggiornamento Martedì 30 Aprile 2013 20:04 Leggi tutto...

Sull'aggressione ai proletari in lotta all'IKEA di Piacenza

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Le manganellate con cui, a fine ottobre, la polizia ha accolto i proletari in lotta davanti all'IKEA di Piacenza devono far riflettere su alcune cose: innanzitutto, sulla determinazione con cui questi lavoratori della logistica – un settore ultra-sfruttato di proletari puri, provenienti da tutte le parti del mondo, senza riserve né “garanzie”, non frenati da preoccupazioni di compatibilità o regole democratiche – si sono battuti e si stanno battendo, organizzati dal S.I. Cobas, per difendersi dal quotidiano attacco del capitale; poi, sull'inevitabile repressione che i cani da guardia del capitale scatenano contro le lotte dei lavoratori, quando non seguono il copione suicida dettato da partiti e sindacati obbedienti alle necessità superiori dei padroni e dell'economia nazionale; quindi, sulla necessità di organizzare, estendere, centralizzare queste lotte, creando intorno a esse un reale cordone di solidarietà (“Un attacco a uno è un attacco a tutti!”), nella consapevolezza che la strada (della lotta e della solidarietà di classe) va imboccata e percorsa, se non si vuol morire come bestie da macello; e infine sull'urgenza di far rinascere organismi territoriali di difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, aperti a tutti, indipendentemente dall'età, dal sesso, dalla categoria, dalla nazionalità, dalla collocazione lavorativa (o, più spesso, non lavorativa).

Noi riconosciamo in questi proletari generosi e coraggiosi le avanguardie di una ripresa classista che ancora tarda a dispiegarsi, ma di cui questi episodi ricorrenti sono i primi, fievoli ma importanti, segnali, e li additiamo ad esempio a tutti i lavoratori decisi a impedire che il rullo compressore del capitale passi sui loro corpi.

 Partito comunista internazionale (il programma comunista)

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Novembre 2012 21:40

Sardegna: Lotta operaia alla Carbosulcis e all'Alcoa

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Esplode la disperazione. Ad agosto 2012, è esplosa la protesta dei minatori della miniera di carbone Carbosulcis di Nuraxi Figus, nel Sulcis, Sardegna del Sud Ovest. Poco dopo, hanno ripreso ad agitarsi gli operai della fabbrica dell’Alcoa (Aluminum Company of America) di Portovesme, a pochi passi da Nuraxi Figus. Il Sulcis è la provincia più povera d’Italia: 30mila occupati su 130mila abitanti, 8mila posti persi in tre anni. Alla Carbosulcis lavorano più di 500 proletari, mentre con la chiusura di Alcoa si perderanno altri 2mila posti.

Ma il Sulcis è anche una delle provincie più inquinate, avvelenate e malsane d’Italia: e la causa di questo inquinamento drammatico è proprio l’attività mineraria e metallurgica. Lettera morta da anni è un progetto di messa in sicurezza e rivalorizzazione delle miniere, che restano così abbandonate con i loro veleni: ma sono pur sempre in relazione con l’esterno, perché i veleni non sono relegati nei pozzi, entrano nell’ambiente. Basti pensare alle falde acquifere e ai fiumi sotterranei. Superando poi l’altopiano dove è posta la miniera di Nuraxi Figus e dirigendosi verso il mare, ci si affaccia sulla costa di Portovesme, e qui ci accoglie un panorama industriale: tra i fumi delle ciminiere, il versante degrada tristemente verso un’ampia laguna di fanghi rossi con diga a mare – gli scarti della lavorazione dell’alluminio. L’aria e il sangue sono ricchi di piombo. E’ una storia molto simile a tante altre, come ad esempio l’acciaieria di Taranto. I proletari possono solo “scegliere” se morire di fame o avvelenati.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Novembre 2012 21:41 Leggi tutto...

Lottare per difendere noi stessi e non l’economia nazionale

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Proletari! Compagni!

Alla crisi che ci massacra non si risponde chiudendosi nel recinto per animali da macello della fabbrica o della miniera, facendosi del male a 70 metri di altezza, tagliandosi le vene o dandosi fuoco. Non si risponde delegando la nostra sorte a sindacati e partiti che da decenni ci usano come serbatoio di voti per la spartizione della torta, o invocando la mano tesa di governo e stato, strumenti del potere assoluto esercitato su di noi dal capitale e dalla classe che l’impersona.

Ai licenziamenti, ai tagli di salari e pensioni, all’aumento dei ritmi, agli omicidi sul luogo di lavoro, al peggioramento generalizzato delle condizioni di vita, alla precarietà che colpisce le giovani generazioni, allo sfruttamento bestiale cui sono sottoposti i proletari immigrati, alla disperazione cui sono ridotte intere famiglie – a tutto ciò si può rispondere solo tornando a imboccare la via della lotta aperta e senza quartiere contro un modo di produzione che ormai da un secolo e più ha esaurito la propria ragion d’essere.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Settembre 2012 20:11 Leggi tutto...

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