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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 21 Agosto 2017

Quaderno n°7 - Nazionalismo e internazionalismo nel movimento comunista tedesco

 

 

 

Sommario

 

Parte prima: I “nazionalbolscevichi” di Amburgo, matrice di operaismi e "nazionalcomunismi" ricorrenti

 

Coerenza della controrivoluzione
Il partito, la classe, la Nazione
Il gruppo di Amburgo nel KPD
Approdi nazionalpopolari
Guerra e rivoluzione
L'opzione di una “guerra proletaria”
1920: sintesi mancata di guerra e rivoluzione
La Rivoluzione e lo Stato
NOTE 1
 
Parte seconda: 1920-1923, dalla rivoluzione proletaria all'antifascismo 

 

Premessa
La nazione tedesca e Versailles
Sciopero contro Kapp e insurrezione nella Ruhr: prove di unità "antifascista"
1921-1922:  fronte unico nonostante tutto!
Forza organizzativa, debolezza tattica
1923
La "linea Schlageter"
NOTE 2
Parte terza: Continuità del nazionalbolscevismo da Weimar al Terzo Reich, e oltre 
 
 
Bolscevismo nazionale, malapianta di ogni clima
Gli eredi tedeschi del gruppo di Amburgo
a) Nel KPD
b) Percorsi emblematici: Otto Strasser e Ernst Niekisch
 
Le "terze vie" della controrivoluzione
 
Nazionalismo versus internazionalismo

 
Il volumetto, di p. 93, è in vendita a euro 6. Lo si può ordinare scrivendo a: Istituto Programma  Comunista - Casella postale 962 - 20101, oppure utilizzando il seguente indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
 
 
 
 
 
 
 

 

Prima parte: I “nazionalbolscevichi” di Amburgo, matrice di operaismi e "nazionalcomunismi" ricorrenti
 
Nell'affrontare la questione "del nazionalbolscevismo", come per ogni altro argomento storico, non ci interessa dare un contributo storiografico e nemmeno un'interpretazione che rientri in una discussione tra "esperti" più o meno ferrati in materia. Sul “gruppo di Amburgo” si è scritto in Germania più che su ogni altra formazione rientrante nel movimento comunista tedesco, e non abbiamo nulla da aggiungere (1). Se siamo interessati a ripercorrere alcune vicende del movimento proletario tedesco è per riconoscervi le forze che hanno operato a favore della rivoluzione e quelle che, consapevolmente o meno, l'hanno contrastata; lo facciamo nella certezza deterministica che nel movimento proletario certi caratteri ideologici e organizzativi devianti si riproporranno in forme analoghe quando si ripresenteranno le condizioni perché l'alternativa, già attuale, tra conservazione del modo di produzione capitalistico e comunismo sfoci in rivoluzione aperta.
 
Coerenza della controrivoluzione
Allo scoppio della "rivoluzione di novembre 1918" in Germania, il gruppo di Amburgo – che solo nella seconda metà del 1919 sarebbe stato chiamato "bolscevico nazionale" – era uno tra i più solidi gruppi comunisti che agivano, a differenza degli Spartachisti, già fuori dall'USPD e che puntavano all'unificazione dei vari movimenti comunisti in vista di una "rivoluzione" tedesca. Heinrich Laufenberg, leader del gruppo assieme a Fritz Wolffheim, era stato l'unico "comunista" che avesse presieduto un Consiglio degli operai e dei soldati nell'ambito del movimento consigliare tedesco del 1918-19. Lo stesso Lenin ne apprezzava le valutazioni sulla situazione tedesca, che evidentemente non contenevano ancora deviazioni aperte dal marxismo, e da parte loro gli amburghesi ammiravano il bolscevismo al quale ritenevano di aderire pienamente. In realtà, ma questo sarebbe emerso in modo inequivocabile solo col tempo, essi lo interpretavano come movimento rivoluzionario nazionale.
Non essendo in grado di concepire l'internazionalismo se non come alleanza tra nazioni proletarie o popoli fratelli, si fecero promotori di una ripresa della guerra contro le forze dell’Intesa a fianco della Russia dei soviet; in questa prospettiva, che venne formulata apertamente dopo il Trattato di Versailles (giugno 1919), essi si ritrovarono a concordare con settori della classe dirigente tedesca disposti ad assecondare una ripresa della guerra per reazione alle umilianti condizioni di pace imposte alla Germania, e che vedevano nella Russia sovietica un ideale partner economico per scambiare prodotti industriali con materie prime e prodotti agricoli. Nell'autunno dello stesso 1919, ormai esclusi di fatto dal KPD(s) per effetto dell'azione scissionista della Zentrale diretta da Paul Levi (2), gli amburghesi cercarono accordi con alcuni generali per rilanciare la prospettiva di una guerra popolare che salvasse la Germania dalla riduzione al rango di un paese coloniale. Questa impostazione li portò a non sostenere la grandiosa risposta operaia al “putsch di Kapp”, in un periodo in cui essi appresentavano ancora una parte importante del movimento comunista di opposizione, destinato a unificarsi nel KAPD nel marzo 1920. Nell'estate di quell'anno, su sollecitazione dell'Internazionale Comunista che tentava il recupero delle tendenze estremiste in Germania, furono espulsi dal nuovo partito e di fatto scomparvero come gruppo autonomo.
Ma non sparirono come tendenza, che anzi si ripropose, ben oltre il gruppo originario e le storie individuali, sia nel KPD sia all'interno di quel vasto movimento politico e culturale che prende il nome di Rivoluzione conservatrice. Al suo interno è ben riconoscibile una tendenza anti-occidentale e filorussa, popolare, statalista e anti-liberista che trova posto anche nel partito nazionalsocialista, in veste di opposizione anti-borghese radicale. Qualcosa di analogo si manifestava contemporaneamente in Italia come fascismo di sinistra. Fu questa in effetti una tendenza internazionale che assume connotati diversi da paese a paese, ma che conserva tratti comuni e si ritrova sia all'interno dei fascismi sia dei partiti proletari, per quel tanto di "nazionale" e "popolare" che in essi covava sotto i proclami di un internazionalismo classista mal digerito o frainteso, o piegato a prospettive politiche di egemonia entro un quadro nazionale; ma che si ritrova pure nella deriva tattica che caratterizza KPD e Internazionale a partire dal 1923. Il fascismo al potere avrebbe trovato nell'idea corporativa una sintesi tanto delle istanze operaiste quanto di quelle socialdemocratiche, formalizzando la subordinazione del movimento operaio agli interessi del capitalismo nazionale.
 
Ci troviamo quindi in presenza dell'apparente paradosso di un gruppo, qualificato come “comunista estremista”,che cerca accordi con forze reazionarie e approda a un “rivoluzionarismo nazionalista” di stampo fascista. Come espressione della più generale tendenza borghese – riconoscibile appunto nella “rivoluzione conservatrice” – , il nazionalbolscevismo trova inizialmente spazio e seguito all'interno del proletariato tedesco grazie alla suggestiva impostazione, solo apparentemente classista e radicale, tipica dell'operaismo. Il gruppo raccolto attorno alla rivista “KAZ” (“Kommunistische Arbeiterzeitung”) fu forse la prima e più tipica espressione della deviazione che pone al centro del processo rivoluzionario l'operaio, in virtù della sua collocazione nella società e nella produzione capitalista, e che da questa fa discendere direttamente un orientamento di rottura con l'assetto borghese; da ciò derivano poi la negazione della funzione del partito come rappresentante della classe e della sua prospettiva storica e l'assegnazione alle organizzazioni proletarie immediate, nell'ambito dell'azienda, del compito di dirigere il processo rivoluzionario dal basso. Questa prospettiva fu in effetti comune ai gruppi comunisti tedeschi di opposizione che costituirono il KAPD, e in parte anche all'idea del rapporto partito/masse sviluppata dallo Spartachismo. Tuttavia, se nell'opposizione comunista essa costituiva un tratto di infantilismo rivoluzionario, una reazione al "tradimento" dei capi e alle tendenze di destra - e come tale era non solo recuperabile, ma espressione di sane energie rivoluzionarie - nel “gruppo di Amburgo” essa era il tassello di un’organica ideologia controrivoluzionaria. Nei primi anni della sua esistenza, il piccolo gruppo clandestino di Amburgo si qualifica come internazionalista e antimilitarista, ma già nel 1915 riserva al proletariato tedesco il compito di completare l'unificazione nazionale della Germania, e nel corso del 1919 svolterà in via definitiva verso concezioni nazionaliste e interventiste. Questo passaggio matura a partire dal rifiuto del Trattato di Versailles, ma discende anch'esso, come la concezione del partito, dalle premesse operaiste spinte fino alle estreme conseguenze.
Il partito, la classe, la Nazione
 
Il movimento comunista tedesco nasce dalla condanna del "tradimento" del 1914. Il voto a favore dei crediti di guerra smaschera la natura controrivoluzionaria che la vecchia socialdemocrazia aveva celato dietro una formale adesione al marxismo internazionalista. La burocrazia del partito è diventata nel tempo una struttura pienamente funzionale agli interessi capitalistici, abilitata a gestire e contenere le rivendicazioni immediate della classe operaia entro un quadro di compatibilità. Le relative "conquiste" operaie entrano in contraddizione con gli obiettivi finali proclamati dalla socialdemocrazia, che implicano una rottura radicale con l'assetto borghese. Il grosso dei quadri del partito si riconosce in una prospettiva riformista e nazionale che lega la condizione operaia all'espansione imperialista tedesca. La guerra offrirà l'occasione alla socialdemocrazia di ergersi a difesa della patria in pericolo e di assumere finalmente la guida del governo, quando la sconfitta militare costringerà l'intera classe dirigente a cambiare casacca, indossando al posto della livrea imperiale la più sobria – ma non meno anti-proletaria – veste repubblicana.
La reazione al tradimento socialdemocratico si manifesta con la formazione di gruppi di opposizione sia all'interno del partito (Lega di Spartaco) sia all'esterno. Spartaco, per timore dell'isolamento dalle masse, decide di operare entro il partito di massa (con la scissione del 1917 aderisce all'USPD) allo scopo di riconquistare il partito e ricondurlo alle sue origini programmatiche. Gli altri gruppi ritengono che la SPD non sia recuperabile alla causa rivoluzionaria e perseguono la costituzione di un partito autonomo, riconoscendo un'esigenza espressa con forza da Lenin già nel 1915. Tuttavia, solo in questo senso limitato si possono definire "leninisti", perché l'elemento unificante di tutti i gruppi, compreso Spartaco, è il rifiuto del partito centralizzato, al quale si attribuisce, in quanto particolare forma organizzativa, la responsabilità del "distacco dalle masse" e della degenerazione opportunista e socialsciovinista. Per tutti, si tratta di ritrovare un corretto rapporto tra le avanguardie e le masse, che renda queste ultime nuovamente protagoniste. Lo Spartachismo nega una funzione delle minoranze rivoluzionarie che vada oltre la propaganda per sviluppare la coscienza di classe; la rivoluzione è vista come un processo oggettivo che ha nelle masse proletarie insieme il prodotto di una lenta accumulazione di condizioni necessarie, e la causa, il fattore attivo, che porterà alla vittoria del proletariato quando scoccherà “la scintilla animatrice della volontà cosciente” . Questa, per Rosa Luxemburg, deve vivere nella classe proletaria, e non si identifica in un partito separato. Anche per Spartaco vale l'assunto che “le rivoluzioni non si fanno, si dirigono”, ma la loro direzione non si colloca all'esterno, nel Partito, bensì matura nel corso della lotta, in parallelo alla crescita della “coscienza dei proletari”. L'idea che il partito rivoluzionario sia unicamente il faro che illumina le masse è condivisa da tutte le opposizioni interne al KPD nel 1919, compreso il “gruppo di Amburgo”, e poi dal KAPD, autodefinitosi “partito delle masse” e, in questo, continuatore dello Spartachismo.
Sulla questione del partito, il gruppo Wolffheim-Laufenberg si differenzia da Spartaco per aver sostenuto la necessità di creare un'organizzazione autonoma e negato la possibilità di una rigenerazione della socialdemocrazia, legata ai vecchi rapporti riformistici e a una fase di sviluppo del capitalismo completamente superata dalla concentrazione economica determinata dalla guerra; si trattava piuttosto, per gli amburghesi, di creare nuove forme organizzative che impedissero il riprodursi del vecchio rapporto masse-capi, a favore di un pieno controllo delle masse sull'organizzazione. Gli amburghesi identificarono queste nuove forme con le Unioni, organismi insieme economici e politici. Era una concezione coerente con alcuni presupposti dello Spartachismo spinti alle estreme conseguenze: se il partito non rappresenta la classe ma è unicamente il veicolo del principio che la classe da sé deve giungere a esprimere i propri interessi immediati e storici, le Unioni costituiscono in effetti un'espressione diretta della classe, radicata nei luoghi di lavoro.
Wolffheim-Laufenberg traggono la propria visione dell'organizzazione operaia dalle trasformazioni che la guerra ha indotto nei rapporti produttivi: il passaggio dall'operaio professionale e qualificato, con una forza rivendicativa connessa al “mestiere” (fase della sussunzione formale del lavoro al capitale), alla subordinazione reale del lavoro nella moderna impresa a produzione scientificamente organizzata ha unificato la classe operaia che dunque non ha bisogno di “unificarsi” in un partito, ma deve organizzarsi nelle forme più consone (per impresa e settore industriale) alla nuova realtà: le Unioni. Al Partito spetta solo il compito di propagandare le Unioni: rimane quindi esterno alla classe, ma non la rappresenta. La rivoluzione si sviluppa in un processo graduale, corrispondente alla crescita dell'organizzazione unionista e del suo potere sulla società. Questa visione gradualista  comporta che nel processo “rivoluzionario” si susseguano fasi entro le quali, in base ai rapporti di forza sociali, si possono o debbono creare alleanze utili agli sviluppi successivi (cfr. Wolffheim-Laufenberg, Democrazia e organizzazione,1915).
Ora, la nuova struttura capitalistica è integrata a livello nazionale, e ciò, nella visione degli amburghesi, prelude al completamento della costituzione della Germania in nazione, un'opera che la borghesia tedesca si è rivelata incapace di realizzare. Il testimone passa dunque al proletariato : “La Germania non è mai diventata un vero Stato nazionale. Sarà compito della politica proletaria realizzare l'unità della nazione” (3). Prima di essere classe internazionale, il proletariato si eleva così a classe nazionale. Ci riserviamo di considerare più avanti l'infondatezza della tesi dell’arretratezza dello Stato tedesco e dell’incompiuta unità nazionale tedesca, mostrando come lo Stato guglielmino fosse perfettamente adeguato agli interessi del capitale tedesco e proprio Versailles abbia costituito un decisivo fattore di integrazione tra le Germanie. Al momento, c’interessa sottolineare che l'attribuzione di presunti compiti nazionali al proletariato è un punto decisivo del programma del gruppo amburghese: esso si propone come radicale, ma è nazionale e gradualista; si dichiara internazionalista perché propone l'"abolizione delle frontiere", ma in questo non esprime altro che l'aspirazione a una "convivenza pacifica" tra popoli. In una parola, è socialdemocratico. Come sia potuto passare per "radicale" lo spiega l'equivoco operaista, che maschera dietro parvenze classiste un'ideologia nazionalpopolare, tipico frutto di un populismo da intellettuali. Le concezioni degli amburghesi ebbero un'influenza importante sul nascente movimento comunista tedesco, favorendo la forte caratterizzazione operaista di molte sue componenti e assecondando la tendenza generale che unisce tutti i gruppi, da quello di Spartaco a quello di Brema, a dare centralità alle masse rispetto all'organizzazione-partito. La manifestazione della deriva nazionalista del gruppo appare in modo conclamato solo nel 1919, ma  è anticipata nel testo citato che affida il completamento dell'unità nazionale al proletariato unificato nelle Unioni industriali: sono queste a costituire la vera organizzazione proletaria, non il partito, cui spettano solo compiti di propanda delle Unioni. Nazionalismo e operaismo trovano infine la loro sintesi nella prospettiva di uno stato corporativo organizzato sulla base dei consigli operai.
Il gruppo di Amburgo nel KPD
 
Nel decisivo svolto del 1918, il movimento rivoluzionario in Germania si presenta ancora frammentato e fortemente caratterizzato in senso localistico (la Bremerlinke a Brema, gli ISD a Berlino, i gruppi di Amburgo, Dresda, ecc..), mentre la formazione più consistente e autorevole, che pubblica le Lettere di Spartaco, è un'organizzazione poco strutturata, per nulla centralizzata, dall'inizio del 1917 interna all'USPD.
Il riavvicinamento tra i vari gruppi comunisti e radicali avverrà solo a partire da ottobre 1918, dopo il riconoscimento da parte di Spartaco del fallito tentativo di operare all'interno di questa organizzazione, in tutto e per tutto assimilabile ai massimalisti italiani. Con la sconfitta militare, la SPD entra nel governo del Reichstag e l'USPD aderisce alle tesi di Wilson e reclama una “pace senza annessioni”, ma si guarda bene dall'appellarsi alle masse. Lo slancio della  "rivoluzione di novembre" si risolve nel governo di coalizione SPD-USPD che controlla il movimento dei consigli e punta alle elezioni per l'assemblea costituente. L'accordo SPD-esercito si viene definendo come il nuovo perno della stabilizzazione capitalistica.
A fine anno, i gruppi comunisti si attivano per ridare vigore e prospettive al processo rivoluzionario. Le varie organizzazioni si fondono finalmente a metà dicembre 1918, denominandosi comunisti internazionalisti di Germania (IKD)e si dichiarano pronti alla fusione con la Lega Spartaco. Anche se i contrasti non mancavano, si riconosceva che l'evolversi della situazione aveva ridotto le divergenze tattiche a “semplici differenze di formulazione di una identica concezione”. Tanto gli IKD quanto Spartaco erano contro la “centralizzazione spinta”, se questa si intende come risultato dell'idea marxista (e di Lenin e nostra) che la prospettiva di classe è nel partito, non nella classe in sé.
Alla fine, il Partito comunista tedesco (KPD) si costituì, ma su basi programmatiche incerte. Questo vizio di origine condizionò gli sviluppi successivi, a partire dall'esito del generoso ma prematuro tentativo di gennaio, soffocato nel sangue dai “corpi franchi”, braccio armato della socialdemocrazia di Noske-Scheidemann.Dopo di allora, in tutte le fasi della rivoluzione tedesca mancò l'organismo, centralizzato e coeso, in grado di dare al proletariato indicazioni chiare e univoche sugli obiettivi della lotta, sui tempi del loro raggiungimento, sulle fasi di offensiva in cui massimizzare le condizioni favorevoli e di ritirata per conservare preziose forze proletarie. Lo slancio e le straordinarie energie del proletariato tedesco non trovarono la loro guida e si dispersero.
A quest'esito, contribuì non poco il gruppo di Amburgo che nel 1919 rappresentava una parte consistente e influente, in un KPD decimato e indebolito dalla repressione. La direzione del partito fu assunta dallo spartachista Paul Levi, tra i più vicini ai bolscevichi, ma che si rivelerà, come scriverà a distanza di un anno “il Soviet” di Napoli (organo della nostra corrente), uomo “di destra”. La direzione ingaggiò subito uno scontro con le tendenze cosiddette putschiste che in gennaio avevano gettato il partito nella mischia. I vari raggruppamenti locali approfittavano della struttura federativa adottata all'atto di fondazione e della situazione di illegalità per prendere iniziative autonome. Tutti questi gruppi sostenevano l'anti-parlamentarismo e l'uscita dai sindacati per costituire nuovi organismi proletari (le Unioni); opponevano le masse ai capi e contestavano l'autorità della Zentrale; attribuivano le recenti sconfitte alla permanenza di vecchie forme organizzative e vi opponevano delle nuove che univano compiti economici e compiti politici, riproponendo alla fin fine alcuni presupposti del vecchio anarco-sindacalismo (4).
Le tesi della Zentrale a favore dell'uso del parlamento e del lavoro nei sindacati tradizionali era sostenuta dall'Internazionale Comunista (IC) che fino all'ultimo cercò di evitare la scissione e recuperare i gruppi dissidenti. L'azione di Levi fu invece deliberatamente scissionista e, come gli eventi successivi avrebbero confermato, finalizzata ad un avvicinamento all'USPD.Nel corso del 1919, maturò la frattura fra la Zentrale del KPD e gran parte dei gruppi comunisti, con l'eccezione del gruppo di Brema che sostenne lo sforzo dell'IC per evitare la scissione.
Al congresso di Heidelberg, il 23 ottobre, parteciparono solo i membri fedeli alla linea Levi che in realtà costituiva la minoranza del partito. La maggioranza era stata esclusa di fatto in seguito a una precedente conferenza clandestina a Francoforte, nella quale Levi aveva tagliato corto sulle questioni che dividevano i due raggruppamenti (parlamentarismo e partecipazione ai sindacati), in aspra polemica soprattutto con Wolffheim e Laufenberg. Il KPD perse le sue organizzazioni più forti: da 107mila, i membri scesero di più della metà, e dei 10.000 di Berlino rimase solo “qualche dozzina” (5).
In effetti, le opposizioni nel KPD avevano subìto l'azione scissionista della Zentrale Levi volta a eliminare tutti gli “estremisti”, con pochi distinguo, per poi riproporre l'abbraccio con gli Indipendenti e costituire un partito di massa. La linea opportunista si concretizzò alla fine del 1920 con la nascita del VKPD. Le accusa alle sinistre di sindacalismo e di negare la funzione del partito politico, erano senz'altro fondate, ma i metodi della Zentrale per risolvere la questione interna, brutalmente scissionisti al punto di privare il partito della maggioranza dei suoi quadri e organizzazioni locali, la dicevano lunga sulla volontà di non affrontare apertamente la questione sul piano teorico per riportare i militanti e i gruppi a una corretta impostazione del problema dell'organizzazione. In tal senso, si mosse invece l'Internazionale per tutto il periodo 1919-1920, allo scopo di scongiurare una scissione che infine non si poté evitare e che allontanò dal KPD molti tra i militanti più combattivi e generosi.
A questo esito concorsero, oltre all'azione della Zentrale, le iniziative autonome e l'atteggiamento intransigente del gruppo Wolffheim-Laufenberg. Dall'agosto 1919, il gruppo dichiara per il distretto di Amburgol'incompatibilità di appartenenza al partito e al sindacato.Ciò equivaleva, di fatto, a scavalcare completamente tutti gli organi decisionali del partito, Zentrale compresa, su uno dei maggiori motivi di contrasto interno.Per gli scopi scissionistici della Zentrale Levi, il gruppo di Amburgo veniva così a costituire la sponda ideale. La sua  impostazione rivela infatti una propria coerenza interna, una compiutezza di obiettivi e metodi che non si ritrova nell'opposizione di sinistra nel suo insieme. Di per sé, la generica contrapposizione masse-capi, che peraltro trovava nei metodi di Levi motivo di forza piuttosto che di debolezza, e il rifiuto di principio del parlamentarismo erano sintomi di immaturità teorica, ma rivelavano anche un istintivo rifiuto della degenerazione opportunista che era segno di sana disposizione a mettersi sul terreno della lotta rivoluzionaria più generosa, come in effetti avrebbero confermato le battaglie del KAPD e delle Unioni cui quei militanti aderirono, specie nel corso del 1920. Il rifiuto del parlamentarismo, liberato da considerazioni di principio, poteva essere ricondotto all'inquadramento politico che ne faceva in quegli anni la Sinistra italiana, la quale poneva un'alternativa inconciliabile tra preparazione rivoluzionaria e preparazione elettorale. Quanto poi alla questione della partecipazione ai sindacati, se sul piano generale la linea dell'IC rispondeva a giuste considerazioni tattiche, l'avversione dei compagni tedeschi più combattivi era giustificata dal grado di servilismo e degenerazione delle organizzazioni sindacali tradizionali e probabilmente anche su questo punto un aperto confronto interno avrebbe potuto produrre una soluzione utile alla causa rivoluzionaria, che non elevasse a metodo il criterio del boicottaggio dei sindacati (6). Amburgo invece era irrecuperabile, per la sistematicità e l'organicità della sua ideologia, da cui discende coerentemente lo stesso nazionalismo che lo caratterizzerà di lì a poco.
 
La sua forza di attrazione sulle opposizioni alla Zentrale si avvale, dall'autunno 1919, dell'adozione di una scorciatoia tattica – la guerra popolare contro Versailles – che in un momento di disorientamento generale  esercita un certo fascino su molti militanti teoricamente sprovveduti. Nella crisi del partito, il gruppo di Amburgo si fa carico a più riprese di rappresentare le opposizioni, ma in realtà esprime una propria linea nettamente definita: nega l'uso rivoluzionario del parlamento, ma non nega la conservazione di un parlamento che rappresenti anche la borghesia nel futuro assetto istituzionale fondato sui Consigli operai; la democrazia viene riaffermata come sistema di rappresentanza sociale, secondo un modello che si articola dal basso, dalla struttura economica e sociale, verso le istituzioni superiori, e non esclude nessuna componente (fatta eccezione per i membri del grande capitale): è assai più popolare che proletaria (cfr. Laufenberg, La Rivoluzione di Amburgo, 1919; più avanti, nota 8).
La stessa attenzione per le forme condiziona la soluzione che gli amburghesi danno alla questione sindacale: la partecipazione ai sindacati è esclusa per il fatto che la forma sindacale tradizionale – così come la forma partito – appartiene ad una fase superata di sviluppo economico e si dà pertanto la necessità di creare nuove forme di organizzazione operaia che meglio rappresentino le caratteristiche della classe nella nuova fase di concentrazione economica e di organizzazione scientifica della produzione. I sindacati tradizionali, anzi, con la loro struttura verticistica e burocratica, costituiscono il principale ostacolo al sorgere delle nuove forme di organizzazione operaia, le Unioni. Così come i sindacati dei burocrati sono per loro essenza votati al riformismo, le Unioni sarebbero per loro natura votate alla rivoluzione in quanto espressione diretta delle istanze proletarie. Le Unioni devono poi costituire  il “fondamento del potere dei Consigli”, la base su cui prenderanno forma gli istituti dello Stato proletario. La questione del potere è dunque intesa come creazione di un “contropotere”che convive per un periodo più o meno lungo con lo Stato borghese ed entro di esso, senza che questo comporti uno scontro politico diretto.
Gli amburghesi giudicano che il proletariato non sia ancora “pronto”, e che dunque sia “necessario evitare la guerra civile”, consolidando gradualmente la forza del proletariato, senza affrontare apertamente e immediatamente la questione del potere.  E' in questa prospettiva che proprio l'"estremista" Laufenberg rimanda in qualche modo alla Zentrale Levi le accuse contro le opposizioni, rimproverando ai vecchi Spartachisti il putschismo manifestato nella rivoluzione del 1919: 'la rivoluzione esploderà come un fenomeno naturale', 'non con le rivolte ed i putsch', ove per putsch si deve qui intendere la presa violenta del potere da parte del partito rivoluzionario.
Questa visione gradualista del processo rivoluzionario (in definitiva pacifica, dato che l'azione non va oltre gli scioperi di massa) accetta senza contraddizioni la convivenza delle istituzioni della democrazia proletaria con quelle della democrazia rappresentativa, dove possano esprimersi gli interessi della borghesia “in proporzione al suo peso economico”, quasi che il criterio sia una sorta di superiore giustizia che debba tener conto degli interessi di tutti e non far torto a nessuno! A questi aspetti si aggiunge la faciloneria con cui si risolve l'appartenenza individuale al movimento rivoluzionario: chiunque faccia statisticamente parte della classe operaia può aderire con una semplice dichiarazione di fede, dettaglio rivelatore della confusione tra classe in sé (classe per il Capitale) e classe per sé (classe per la Rivoluzione). Da ultimo, il richiamo alla organizzazione degli Industrial Workers of the World (IWW), di cui Wolffheim aveva pur fatto parte, non solo testimonia del carattere apertamente sindacalista e spontaneista del gruppo di Amburgo, ma lo colloca al di sotto del valore storico delle stesse lotte straordinarie del combattivo proletariato che viene portato ad esempio. Mentre infatti l'operaio organizzato negli IWW non sente l'appartenenza all'azienda, ma stabilisce con essa un legame temporaneo, è estremamente mobile sul territorio, si sposta seguendo il richiamo del salario migliore (che sa essere sempre legato alla lotta), è insomma libero (per quanto possa esserlo un proletario: libero proprio perché non possiede nulla, ma è padrone della sua capacità lavorativa e ha da perdere solo le proprie catene), Wolffheim vuole legarlo all'azienda, ne vuole fare un produttore, riducendo a questo la sua umanità. Non solo, ma la dimensione aziendale, in questa concezione che prefigura la teoria corporativa dello Stato, non è che l'anello di una catena che percorre e lega insieme le strutture produttive e le istituzioni di questo leviatano della produzione organizzata. A tanta miseria conduce il potenziale "rivoluzionario" delle concezioni democratiche! Quanto al problema del partito, il testo che segue è la riprova di quanto fossero giuste le critiche della Zentrale, che accusava il gruppo di svalutarne la funzione fin quasi a renderla superflua, addirittura al punto da negarne il diritto di intervento negli organismi proletari di massa: “Gli operai non devono tollerare alcuna ingerenza nei consigli d'azienda [rivoluzionari] da qualsiasi parte essa venga tentata e in modo particolare da parte dei sindacati”  (Wolffheim, Organizzazione di azienda o sindacati?, 1919).
Sostenere la non ingerenza da parte di chiunque, quindi anche del partito, negli affari delle Unioni operaie o dei Consigli dimostra una penosa ristrettezza di vedute, uno spontaneismo spinto all'estremo, assolutamente distante dall'esempio bolscevico, dal lavoro sistematico del partito russo nei soviet per conquistarli alla rivoluzione, dal lavoro capillare nei sindacati, ecc. Quanto poco importasse ai nazionalbolscevichi del partito è dimostrato infine dall'assenza in questo testo di qualunque riferimento alle vicende interne al KPD.Eppure correva l'agosto 1919, e la battaglia interna tra Zentrale e “estremisti” era al massimo grado. Wolffheim dichiarava in tal senso al Congresso di Heidelberg: “Mai e poi mai abbiamo ritenuto superflua l'esistenza del KPD. [...] Oggi, il proletariato costituisce non un partito unificato ma una classe unificata. Per questo la sua dittatura non può essere la dittatura del partito [...] A quelli che ci dicono: 'Voi volete trasformare il partito in un centro di propaganda', noi rispondiamo: 'Ebbene sì! A nostro avviso la missione del partito è quella di informare [...] di propagandare l'idea delle Unioni come fondamento organizzativo del sistema dei Consigli'”. A questo si aggiunga che, nello stesso periodo, il gruppo, sulle pagine della “KAZ”, teorizza la futura dissoluzione del partito nella Aau (Allgemeine Arbeiter Union), creata nell'agosto 1919, dopo aver contribuito alla sua generalizzazione. E' in questo senso che essi concepiscono la “necessità del partito” (7).
In definitiva, gli amburghesi costituirono un fattore di grande confusione nella discussione interno al KPD e, complice la Zentrale, favorirono la sua degenerazione in scontro: anti-parlamentaristi, ma democratici radicali; putschisti, ma contrari all'insurrezione e alla guerra civile; internazionalisti, ma... nazionalisti. Ci si potrebbe anche spingere fino a ipotizzare che, senza la loro nefasta azione, il KPD avrebbe avuto un'evoluzione diversa, ma non sarebbe esercizio da materialisti.
Approdi nazionalpopolari
 
Il nazionalismo “proletario” tedesco, impersonificato dai leaders del gruppo di Amburgo, fu una patologia (così si esprime “Il Soviet” nel 1920) che si rivelò apertamente solo dopo Versailles. Negli anni precedenti, era appena rintracciabile in pochi riferimenti a una ipotetica "questione nazionale" tedesca, tanto che né i compagni tedeschi né i bolscevichi, Lenin compreso, vi riconobbero i sintomi di una degenerazione (8).
Radek espresse “sorpresa” quando venne a conoscenza delle tesi degli amburghesi e fu lui a qualificarli come “bolscevichi nazionali”, denominati "nazionalbolscevichi" a partire dalla primavera 1920. Nel giugno 1919 – in coincidenza con la ratifica del trattato di Versailles – il  giornale del gruppo (“KAZ”)afferma che è necessario tener conto dell'elemento nazionale accanto all'appartenenza di classe. Nello stesso periodo, Laufenberg espone le tesi nazionalbolsceviche nell'opuscolo La rivoluzione di Amburgo: “Il sistema dei consigli assomiglia alla totalità dei lavoratori... dietro gli interessi di classe che sono quelli del socialismo e della nazione. I consigli di fabbrica diventano l'elemento centrale della riunificazione nazionale, dell'organizzazione nazionale, della fusione nazionale, perché sono l'elemento base, la cellula originale del socialismo”(9).
Dalla teoria del socialismo nazionale alla prospettiva di una “guerra popolare” contro Versailles il passo è breve.  Un editoriale della “KAZ” del novembre 1919 esige una 'Wehrmacht proletaria' costituita da una milizia operaia e da un'armata rossa sotto la direzione dei consigli, inneggia a una Union sacrée rivoluzionaria a favore del proletariato e di tutto il popolo. Il testo che teorizza compiutamente la tesi della guerra popolare rivoluzionaria (Guerra di popolo rivoluzionaria o guerra civile controrivoluzionaria)è pubblicato in novembre ed è redatto da entrambi i leaders del gruppo: vi si denunciano il tradimento della borghesia tedesca, la svendita della Nazione tedesca al capitale anglo-francese, la prospettiva di uno smantellamento della struttura produttiva del Paese che, in quanto base della prossima socializzazione, comprometterebbe la sua evoluzione verso il socialismo. Se ne deduce quindi la necessità che la Nazione si ritrovi unita sotto la guida del proletariato e intraprenda una nuova guerra a fianco della Russia rivoluzionaria. La vittoria delle nazioni proletarie segnerà la vittoria della rivoluzione mondiale. Lo schema richiama esplicitamente un'analogia suggestiva con la Comune di Parigi, ridotta a "guerra di liberazione del territorio" prima di essere "guerra rivoluzionaria sostenuta dall'Ail [Associazione Internazionale dei Lavoratori, o Prima Internazionale - NdR]". Nel testo, dove compaiono i primi riferimenti a un complotto della "finanza ebraica internazionale", si attua un completo ribaltamento nel rapporto tra internazionalismo e nazionalismo, con il riconoscimento a quest'ultimo di un carattere rivoluzionario e al primo di un carattere capitalista e antipopolare (10). Wolffheim e Laufenberg espongono le loro tesi di fronte ai militari, ma non prendono ancora contatti con settori di destra. Alla fine del 1919, cominciano a prendere le distanze dalla Rivoluzione russa che, scrivono, non è un “modello universale”, in piena coerenza con la loro visione "nazionale" della rivoluzione.
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Lo stesso gruppo che giunge a negare la guerra civile e ad affermare l'alleanza con l'esercito in una guerra popolare è stato considerato “di sinistra” finché non ha preso apertamente la piega nazionalista. Eppure, negli scritti del gruppo non mancano le prese di distanza da “sindacalisti e anarchici” e atteggiamenti di moderazione e prudenza (cfr. La rivoluzione di Amburgo, cit.). Fatto sta che lo scontro nel KPD nel corso del 1919 si polarizza proprio tra la Zentrale e il gruppo di Amburgo, considerato punta di lancia irriducibile delle opposizioni di sinistra, condizionando fortemente ogni possibilità di sviluppare un confronto tra militanti per un chiarimento teorico e organizzativo. Con i dirigenti di Amburgo era impossibile scendere a compromessi, tanto organica e coerente era l'ideologia antimarxista del gruppo, tanto forte era la loro determinazione a imporre nel movimento comunista la propria visione del cammino della rivoluzione tedesca. Purtroppo, anche la Zentrale, al di là delle formulazioni teoricamente corrette, avvalorava già nel metodo e ben presto anche nei fatti le accuse di scissionismo e opportunismo che le venivano rivolte. Dopo Heildelberg, la Zentrale ha buon gioco nel considerare chiusa la battaglia contro le opposizioni che vengono identificate con i nazionalbolscevichi, liquidando come piccolo-borghese l'ideologia della corrente Wolffheim-Laufenberg: “Pace civile con la borghesia ed il nazionalismo oppure chiusura settaristico-passiva dell'azione storica del proletariato da un canto e, dall'altro, partecipazione pratica alle lotte della masse contro il capitale e la loro guida risoluta da parte della falange serrata del partito: in questi termini chiari si pone oggi la questione(11).
 
Purtroppo, l'alternativa non era così chiara né così netta. Nello spesso appello, troviamo significativamente la condanna del putschismo (l'“assalto di breve durata”) e l'obiettivo della “conquista delle grandi masse proletarie alla causa del comunismo” come alternativa, a tutto vantaggio della seconda prospettiva che però, come gli eventi avrebbero chiarito, sarebbe passata attraverso l'abbraccio opportunista con l'USPD per la creazione di un partito “di massa”. E' anche significativo che Zentrale e nazionalbolscevichi siano accomunati tanto dalla critica al putschismo quanto dall'obiettivo della conquista delle grandi masse, pur con metodi diversi: i primi attraverso la “partecipazione critica” alle battaglie proletarie, i secondi attraverso l'unionismo. In entrambi i casi, si cercano soluzioni che evitino il ricorso alla preparazione rivoluzionaria in vista della conquista violenta – l'unica possibile – del potere politico, in nome di un processo graduale di rafforzamento del potere proletario attraverso la crescita delle sue organizzazioni: per il KPD, il partito; per Amburgo, le Unioni. Ma di per sé la crescita organizzativa, ottenuta non attraverso la lotta rivoluzionaria ma attraverso compromessi, alleanze tattiche, concessioni all'ideologia dell'avversario, non dà alcuna garanzia di un rafforzamento delle prospettive della rivoluzione: come la forza organizzativa della socialdemocrazia nel 1914 fu posta al servizio del Capitale, così le politiche volte in vario modo alla “conquista delle masse” avrebbero condotto ad approdi analoghi (12).
 
Guerra e rivoluzione
 
Negli anni 1918-1920, gli eventi bellici come le trattative di pace si pongono in diretto rapporto con gli sviluppi della rivoluzione e della controrivoluzione in Russia e in Germania. L'impostazione bolscevica sul problema della guerra è chiara fin dal 1915: trasformare la guerra imperialista in guerra civile (13).
D'altra parte, ciò che a distanza di quasi un secolo può apparire scontato non era stato così chiaro per nessuno dei raggruppamenti socialisti di allora. Nel 1914, la tendenza al "difesismo" e all'abbraccio nell'Union Sacrée attraversò tutti i partiti socialisti e socialdemocratici d'Europa, compresi i bolscevichi, molti dei quali si affiancarono ai menscevichi nel sostegno alla guerra.Sulla questione, a un certo punto lo stesso Lenin fu quasi isolato nel suo rifiuto tanto dell'onda patriottarda quanto dell'opposto pacifismo diretto alla conservazione della situazione pre-guerra. Egli parimenti respingeva qualunque “distinzione” tra guerre combattute da regimi democratici o imperiali, riconoscendo a tutti, aggressori e aggrediti, gli scopi imperialistici dell'intervento militare, anche se mascherati dal puerile pretesto di non essere stati i primi a menare le mani. Scrive Lenin nell'Antikautsky:"Riconoscere la 'difesa della patria' significa giustificare, dalle posizioni del proletariato, la guerra attuale, ammetterne la legittimità. E, poiché la guerra continua ad essere imperialistica (in regime monarchico o repubblicano) ... riconoscere la difesa della patria significa appoggiare di fatto la predonesca borghesia imperialistica e tradire completamente il socialismo" (14).
Nello stesso testo, Lenin denuncia lo stretto legame tra il difesismo nazionale e un certo tipo di pacifismo opportunista proprio di certi pretesi “internazionalisti”: L'internazionalismo di Kautsky e dei menscevichi consiste quindi nell'esigere riforme dal governo borghese imperialistico, ma nel continuare ad appoggiarlo, nel continuare a sostenere la guerra condotta da questo governo, fino a che tutti i belligeranti non abbiano accolto la parola d'ordine della pace senza annessioni e senza riparazioni. E' questa l'idea enunciata più volte da Turati, dai kautskiani (Haase, ecc.), da Longuet e soci, i quali si sono dichiarati favorevoli alla 'difesa della patria'”(15)
 
Queste parole, pubblicate nell'ottobre 1918 e dirette principalmente a chiarire ai compagni tedeschi il rapporto che i bolscevichi ponevano tra guerra e rivoluzione, erano state anticipate nei fatti dalla ratifica, il 3 marzo dello stesso anno, della pace di Brest-Litovsk che segnò un apparente trionfo dell'imperialismo tedesco. Due settimane prima, mentre erano in corso le trattative, in Austria era scoppiato uno sciopero generale, diretto da un consiglio operaio, per condannare l'ultimatum tedesco alla delegazione sovietica. Per Spartaco, si trattava di trasformare a qualsiasi costo la pace separata in una pace generale(16) e di far sorgere in tutte le fabbriche consigli operai sul modello russo e austriaco. Le note critiche della Luxemburg al trattato di pace derivavano da un'idea completamente diversa del rapporto guerra-rivoluzione, non orientato con altrettanta chiarezza e determinazione alla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Il 28 gennaio, a Berlino, quattrocentomila operai erano scesi in sciopero. Un'assemblea di delegati operai, tra i quali molti spartachisti, reclamò la pace immediata senza annessioni e una serie di rivendicazioni economiche. Il giorno dopo, lo sciopero coinvolse un milione di operai in tutta la Germania e l'atmosfera era carica di tensione rivoluzionaria. L'opposizione del proletariato tedesco alla guerra era in quei frangenti al massimo livello, ma gli obiettivi dichiarati rientravano in definitiva negli schemi menscevichi e kautskiani.
L'imperialismo tedesco cercò di trarre il massimo vantaggio dalla trattativa di pace con il governo bolscevico, ma, nonostante l'apparente successo, la pace si rivelò – com'era negli intenti dei bolscevichi – fattore di disgregazione e di contagio rivoluzionario. Era lo scopo che si proponeva Lenin, che fu tuttavia duramente contrastato nel partito dalla tendenza favorevole alla guerra (17).
Dalla tattica dei kautskiani, dei menscevichi e di tutti i socialisti piccolo-borghesi, che mette invece al primo posto gli interessi nazionali invocando una pace generale senza annessioni e mantenendo il proprio esercito in armi, “deriva – per Lenin – che gli operai tedeschi devono oggi difendere la patria insieme con la borghesia e temere soprattutto la rivoluzione in Germania, perché gli inglesi potrebbero imporre ai tedeschi una nuova Brest. Ecco l'abiura. Ecco il nazionalismo piccolo borghese (18). In seguito, il governo tedesco dei commissari del popolo avrebbe firmato con l'Intesa una pace peggiore perfino di quella tanto criticata di Brest-Litovsk, non certo per scopi rivoluzionari, ma accettando di schiacciare il proletariato tedesco sotto il peso intollerabile delle riparazioni.
 
L'opzione di una “guerra proletaria”
La pace di Brest Litovsk si poneva in continuità con le “Tesi di aprile” che negavano ogni concessione al difesismo rivoluzionario prima della conquista del potere da parte del proletariato. Scrivevamo nel 1950: “Ma in queste tesi – badiamo, per questo punto oltre che programmatiche, anche polemiche e propagandistiche, nel nostro senso e non in quello dei lanciatori di dentifrici, poiché Lenin raccomanda: cura pazienza e perseveranza nell'illuminare le masse su questo errore della guerra 'per necessità, non per spirito di conquista' – Lenin fissa le condizioni per il 'consenso' del proletariato ad una guerra 'che giustifichi veramente il difesismo rivoluzionario'. Sono queste: a) passaggio del potere al proletariato e agli strati più poveri della classe contadina; b) rinuncia a tutte le annessioni a fatti e non a parole; c) rottura completa a fatti, con tutti gli interessi del capitale (leggi: del capitale interno ed estero). Poiché il regime che abbiamo in Russia nell'aprile 1917 non risponde a tali condizioni, la politica del partito bolscevico nella guerra sarà: organizzazione della più larga propaganda di queste vedute nell'esercito combattente. Fraternizzazione (nelle trincee, tra il proletariato soldato russo e quello tedesco, per sabotare entrambe le nemiche discipline di guerra). Il programma, se va al potere il proletariato: 'Soppressione della polizia, dell'esercito e del corpo dei funzionari'” (“La guerra rivoluzionaria proletaria”, “Battaglia comunista”, n.12/1950).
Non è dunque escluso che una rivoluzione vittoriosa possa essere messa nelle condizioni di impegnarsi in una guerra contro le forze internazionali della controrivoluzione che necessariamente si coalizzeranno per abbatterla con la più furiosa violenza. La Comune di Parigi fu abbattuta dalle cannonate dell'esercito agli ordini del governo di Versailles, con l'accordo del “nemico” prussiano, le cui vittoriose truppe lasciarono che il massacro si compisse senza alzare un dito. Allo stesso modo, la rivoluzione sovietica dovette affrontare in armi tanto i nemici interni quando gli eserciti della controrivoluzione mondiale che tentarono l'intervento diretto. Il disfattismo rivoluzionario è tale nei confronti della guerra condotta da un governo imperialista, quale che ne sia il regime politico, e non va confuso con un imbelle pacifismo da adottare in tutte le situazioni. Un governo rivoluzionario può essere costretto, in determinate situazioni, a impegnarsi in una guerra contro gli stati che lo minacciano. Altra fu la scelta di Lenin e Trotsky, con la pace di Brest-Litovsk, per chiudere temporaneamente la partita col militarismo prussiano e indirizzare ogni sforzo per la salvezza della rivoluzione, e fu scelta vincente.
  
Alla fine del 1918, il PCR abbracciò la prospettiva di una continuazione della guerra contro l'Intesa a fianco della Germania, subordinata al successo di una rivoluzione che avrebbe dovuto portare il proletariato tedesco alla conquista del potere. Il 18 novembre 1918, la “Rote Fahne” (organo di Spartaco)pubblica l'appello del governo dei Soviet ai Consigli tedeschi perché prendano il potere con le armi e trasmettano l'ordine ai soldati tedeschi impiegati in Ucraina di combattere a fianco dell'Armata Rossa contro le bande controrivoluzionarie di Denikin e Krasnov. Il ministro degli esteri sovietico Cicerin cercò di convincere Haase – e tramite lui lo stesso Ebert – che un successo dello sbarco degli Alleati a Odessa in appoggio al governo ucraino e ai generali bianchi costituiva  una grave minaccia anche per il governo tedesco dei commissari del popolo. L'Armata Rossa doveva intervenire in Ucraina e si voleva evitare lo scontro armato con le truppe tedesche di occupazione.
Se dobbiamo insistere sul fatto che le premesse operaiste e immediatiste da cui partivano i nazionalbolscevichi  attribuivano all'indirizzo tattico di una guerra contro l'Intesa un carattere obiettivamente controrivoluzionario, va anche riconosciuto che di per sé quell'indirizzo non era affatto campato per aria né era in se stesso in contraddizione con le premesse teoriche e la strategia del marxismo rivoluzionario.
La necessità di una strenua lotta contro il trattato di Versailles è del resto sostenuta tanto dall'IC e dai partiti aderenti quanto dal KAPD (19). E' chiaro a tutti i militanti che le sorti della rivoluzione russa sono legate a filo doppio alle sorti della rivoluzione tedesca. All'atto della sua costituzione, nel marzo 1920, il KAPD giunge a teorizzare un blocco economico socialista tra Germania e Russia dei soviet che consentirebbe di resistere alle pressioni economiche e politiche delle potenze capitalistiche. Quando viene redatto il programma del KAPD, i nazionalbolscevichi di Amburgo fanno parte del partito appena costituito, dal quale saranno espulsi, su richiesta dell'IC, nei mesi immediatamente successivi. Dalla pubblicazione del testo sulla guerra rivoluzionaria, avevano iniziato a perdere credibilità all'interno della sinistra comunista, ed erano stati sostituiti, nel ruolo di guida teorica, dagli olandesi Gorter e Pannekoek. Tuttavia, nel programma KAPD se ne sente ancora forte l'influenza, sia nella sottolineatura della prospettiva dell'integrazione economica fra le risorse russe di materie prime e agricole e la produzione industriale tedesca, sia nella minaccia costituita dalle condizioni capestro di Versailles sul sistema industriale della Germania. Quest'ultima è infatti la motivazione principale avanzata dai nazionalbolscevichi per giustificare la tattica della “guerra popolare”. A differenza della linea prevalente nel KAPD, essi non legano il rapporto con la Russia e la denuncia di Versailles alle sorti della rivoluzione, ma a quelle della nazione tedesca, alla sua stessa sopravvivenza. D'altra parte, essi non credono affatto alla maturità delle condizioni per lo scoppio della rivoluzione in Germania, e affidano la salvezza del Paese all'alleanza tattica tra proletariato e borghesia per una “guerra popolare”; guerra, si potrebbe dire, di “resistenza” interclassista contro l'oppressione straniera.
Lo schema è infatti il medesimo: la Patria in pericolo, perché invasa od oppressa dallo straniero, chiama all'unità interclassista di tutto il popolo per combattere una guerra di liberazione nazionale con l'aiuto di una nazione alleata, già in armi contro il comune nemico. Il ruolo del proletariato in questa guerra viene riconosciuto come decisivo, esattamente come lo è stato nella “guerra di liberazione” italiana, dove molti proletari si sono immolati agli interessi nazionali credendo di battersi per il “socialismo”. E' ennesima conferma delle nostre tesi la constatazione che un gruppo come quello dei nazionalbolscevichi, che in diversi aspetti ha anticipato il nazismo – variante tedesca del fascismo internazionale – sia partito da uno schema antifascista ante litteram. Noi abbiamo infatti sempre sostenuto che il peggior prodotto del fascismo è l'antifascismo, in quanto falsa opposizione che non mette in discussione le premesse capitalistiche su cui si fondano tanto il fascismo quanto la democrazia, entrambi convergenti nell'organizzare le condizioni politiche per l'irreggimentazione del proletariato. Che sia nel nome della nazione o della democrazia – peggio se associate ad una vaga prospettiva di “socialismo” – non cambia il segno politico antiproletario e controrivoluzionario di quelle condizioni. In questo va riconosciuto ai nazionalbolscevichi di Amburgo di aver operato una sintesi originale e anticipatrice tanto dei movimenti fascisti quanto delle opposte “resistenze” democratiche – entrambe invariabilmente “nazionali”.
  
1920: sintesi mancata di guerra e rivoluzione
  
Il 1920 è per la Germania e per le prospettive della rivoluzione un anno cruciale. Il punto di svolta è l'esito dell'avanzata dell' Armata Rossa che a metà agosto è alle porte di Varsavia:  “le truppe di Lenin erano davanti a Varsavia e un terrore paralizzante si impadronì dei governi di Parigi e Londra, e anche di quello di Washington, giacché gran parte degli operai inglesi e francesi sembravano dar credito più alle parole d'ordine che arrivavano da Mosca che alle dichiarazioni dei propri governi. Secondo resoconti attendibili sia il governo sovietico, sia la parte della popolazione fedele al partito, non si curavano più delle faccende interne, perché l'imminente rivoluzione in Germania occupava tutta la loro attenzione” (20). Se Varsavia fosse caduta, sarebbe caduto lo Stato cuscinetto più importante creato a Versailles per proteggere l'Occidente europeo dal contagio rivoluzionario e il movimento rivoluzionario in Germania avrebbe ricevuto uno slancio eccezionale.
L'avanzata dell'Armata Rossa in Polonia avviene parallelamente al verificarsi del tentativo di putsch di Kapp e alla grandiosa reazione proletaria che lo affossa. Della fondamentale vicenda, su cui ritorneremo in seguito, interessa qui considerare la questione del rapporto guerra-rivoluzione. L'iniziativa di Kapp matura nei vertici militari, insofferenti per la ratifica del trattato di Versailles, e segna una rottura dell'alleanza SPD-generali che fino ad allora aveva garantito il controllo e la repressione del proletariato.Il gruppo di Amburgo vede con favore questa evoluzione, tanto che non dà il suo appoggio alla risposta proletaria al putsch. Ma l'alleanza SPD-vertici militari si ricompone ben presto con la sanguinosa repressione del moto proletario (3000 morti solo a Berlino nei giorni del putsch). L'atteggiamento inizialmente passivo e poi contraddittorio del KPD fa maturare la frattura definitiva nel movimento comunista. Il KAPD, di cui fa parte anche il gruppo di Amburgo, nasce negli stessi giorni dell'intervento della Reichswehr nella Ruhr contro le formazioni proletarie armate, nelle quali i militanti del nascente partito sono impegnati direttamente, mentre il KPD scivola verso una deriva legalitaria di "difesa della repubblica".
Il 1920 tedesco sembra dare corpo alla prospettiva "nazionalbolscevica" degli amburghesi: alleanza tra settori dell'esercito e proletariato, alleanza con la Russia, guerra popolare contro l'Intesa. L'equivoco di un “internazionalismo” bastardo, ridotto a filo-bolscevismo, cioè a un'alleanza internazionale russo-tedesca in funzione anti-occidentale, era buono al più per rilanciare l'idea di una guerra popolare contro la famigerata Intesa, qualificata come “capitalista” in contrapposizione alle nazioni “proletarie”. Ma nella Germania 1920 non sussisteva nessuna delle condizioni che, secondo Lenin, potevano giustificare una "guerra rivoluzionaria". Questo non significanegare la possibilità che nel fatidico 1920, qualora l'Armata Rossa fosse entrata a Varsavia e si fosse verificato il fisico abbraccio tra il proletariato russo e quello tedesco, la situazione non potesse evolversi nel senso prospettato dagli amburghesi. In simili frangenti, è plausibile che l'Intesa si sarebbe orientata ad aggredire nuovamente la Germania. Ma allora la sorte dello scontro internazionale di classe, pur assumendo la forma della guerra aperta, sarebbe stata affidata, più che alla vittoria militare dell'uno o dell'altro fronte, al contagio rivoluzionario, all'appello alla lotta internazionale proletariaentro ed oltre i confini nazionali, ancora e sempre all'internazionalismo proletario contrapposto al nazionalismo borghese. Va ricordato che nel 1920 l'Armata Rossa era entrata in Polonia non con intenti di aggressione, ma in risposta all'aggressione subita ad opera della stessa Polonia nell'ambito dei piani dell'Intesa di schiacciare la Rivoluzione russa con interventi militari diretti e indiretti, e che il fattore decisivo della sconfitta fu la mancata sollevazione del proletariato polacco.La stessa pace di Brest-Litovsk del 1918 aveva dimostrato senza equivoci che ai bolscevichi nulla importava della difesa del “sacro suolo della patria”, e che essi non avevano a cuore altro che questo: che il contagio della rivoluzione, attraverso i soldati tedeschi, raggiungesse il paese europeo dal capitalismo più avanzato.
 
In definitiva, se la formula di Lenin era stata “trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria”, quella di Laufenberg-Wollfheim si volge in “trasformare la guerra civile controrivoluzionaria in guerra popolare rivoluzionaria”. Il capovolgimento è alla fine completo, il cerchio si chiude. La socialdemocrazia aveva abbracciato la causa della guerra nazionale con pretesti difesisti, anteponendo le sorti della nazione alla causa internazionale del proletariato; la tendenza Wolffheim-Laufenberg esordisce con la condanna senza riserve dei socialpatrioti e finisce per attribuire alla guerra contro l'Intesa un ruolo rivoluzionario. Ma per le premesse teoriche su cui si fondava, l'indirizzo tattico era destinato – come nel 1914 – a condurre ancora una volta al macello il proletariato in nome di obiettivi altrui: unità nazionale, democrazia, produzione.
 
La Rivoluzione e lo Stato
 
Per il gruppo di Amburgo, l'obiettivo della rivoluzione proletaria non è la distruzione dello Stato borghese, ma la sua sostituzione con nuove forme, la sua ri-forma (a nulla servirebbe prendere il potere nelle vecchie forme); non è la dissoluzione dello stato in quanto tale come conseguenza della finale scomparsa delle classi nella società comunista, è la creazione dello “stato operaio”, lo stato dei produttori. Lo stesso obiettivo si ritrova in un articolo di Gramsci su “l'Ordine Nuovo” (“Il Consiglio di fabbrica”, 5 giugno 1920), a circa un anno di distanza da quello di Wolffheim: “E noi diciamo che il periodo attuale è rivoluzionario, appunto perché constatiamo che la classe operaia, in tutte le nazioni, tende [...] a esprimere nel suo seno istituti di tipo nuovo nel campo operaio, istituti a base rappresentativa, costruiti entro uno schema industriale [...], a fondare il suo Stato” . Lo stato operaio sorge dunque dall'azienda e si organizza “sul tipo della grande industria meccanica” (sic!) su base nazionale, così che ogni nazione, in ragione della propria specificità economica, svolge un ruolo determinato nella divisione internazionale del lavoro, così che ogni popolo, ogni parte di umanità acquista figura in quanto esercita una determinata produzione preminente e non più in quanto è organizzata in forma di Stato e ha determinate frontiere”(21).
Lo “Stato operaio” si propone così come una macchina produttiva, un'azienda organizzata su base nazionale sotto il controllo operaio: un sistema-Paese – si direbbe oggi – inserito in un sistema produttivo mondiale che Gramsci identifica con la stessa Internazionale. Anche qui, lo Stato si dissolve solo in quanto si trasforma in un nuovo tipo di organizzazione modellata sulla fabbrica: “Lo Stato operaio, poiché nasce secondo una configurazione produttiva, crea già le condizioni del suo sviluppo, del suo dissolversi come Stato, del suo incorporarsi organico in un sistema mondiale, l'Internazionale comunista”  (22).
Ma se l'esito del processo rivoluzionario è il “dissolversi come Stato” dello Stato operaio nell'Internazionale, ciò comporta il permanere delle “nazioni”, ciascuna con la propria specificità economica, il permanere della “produzionecome finalità specifica”, della “rappresentanza operaia nei consigli” come condizione necessaria per il  funzionamento della “macchina complessiva”: quindi, il permanere dello Stato nella sua nuova forma “operaia”.. Altro che “dissoluzione dello Stato”!
  
Ben altra cosa dallo Stato operaio – che nella visione di Gramsci assume i tratti inquietanti di un sistema di fabbrica su scala planetaria e che in Wolffheim presenta gli stessi caratteri di fondo – è la dittatura del proletariato, forma transitoria di aperto dominio di classe finalizzato a contrastare con la violenza gli immancabili tentativi della borghesia di riconquistare il potere.
Nell'opuscolo Il rinnegato Kautsky, a proposito di Stato, democrazia, dittatura, Lenin cita Engels: “Non essendo lo Stato altro che un'istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per tenere soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno 'Stato popolare libero' è pura assurdità: finché il proletariato ha bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dell'assoggettamento dei suoi avversari, e, quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere” (23).
  
Ciò che vale per lo “Stato popolare libero” di Kautsky vale anche per lo “Stato operaio” prospettato da Gramsci e Wolffheim-Laufenberg, e poco conta che al posto della “democrazia rappresentativa”, abilitata da Kautsky a strumento di potere della maggioranza proletaria, si sostituisca la “democrazia dei produttori” organizzata sulla rappresentanza aziendale: sempre di Stato di tratta, dunque di una forma di oppressione che né in Gramsci né in Wolffheim si prospetta come transitoria, ma che appare anzi come risultato finale del processo rivoluzionario. Il “nuovo ordine” sarà  per Gramsci “una organizzazione della libertà per tutti, che non avrà nessun carattere stabile e definitivo, ma sarà una ricerca continua di forme nuove, di rapporti nuovi, che sempre si adeguino ai bisogni degli uomini e dei gruppi, purché tutte le iniziative siano rispettate, purché utili, tutte le libertà siano tutelate purché non di privilegio”(24).
 
Il semplice fatto che qui si parli di “tutela delle libertàimplica che siano codificati dei diritti individuali e collettivi, che vi sia dunque una legislazione e uno Stato che ne garantisca il rispetto, presuppone la presenza di interessi differenti, di gruppi. Una divisione della società in gruppi distinti in base alla loro collocazione tecnica nella produzione tende a riprodurre le condizioni di una nuova Trennung (separazione).Una società comunista non si compone di gruppi né presenta interessi contrastanti, non lega nessuno a una funzione stabile, quale che sia, ma si presenta come un tutto organico, una “comunità di specie” in cui lo “Stato” – se vogliamo chiamarlo così – si eleva a organizzazione funzionale al programma della specie umana (25).
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La concezione operaista ha trovato radicamento in tutte le stagioni in cui il movimento operaio ha intrapreso una fase di lotta aperta al capitale, dall'anarco-sindacalismo di fine Ottocento alle varianti kaapedista, ordinovista e consiglista del primo dopoguerra, fino alle teorie nate dalla ripresa delle lotte di fabbrica negli anni Sessanta del secolo scorso. L'elemento comune, l'errore ricorrente, è la centralità assegnata all'operaio nella dinamica della rivoluzione sociale, come se dalla collocazione che la società capitalistica assegna all'operaio sorgesse spontaneamente una soggettività in grado di sovvertirne gli assetti. Il limite di ogni operaismo sta nel fatto che la celebrazione dell'operaio come protagonista della rivoluzione entra in contraddizione con il suo scopo ultimo: l'abolizione delle classi, della pena del lavoro salariato, e dunque dell'operaio stesso. Così, la concezione operaista finisce per porsi come fattore di conservazione sociale, volto alla creazione di un ordine che preveda comunque la sopravvivenza dell'operaio, nelle varianti "rivoluzionarie" come classe egemone che assume il controllo dell'economia e dello Stato, nelle varianti conservatrici e reazionarie come "ordine" entro un sistema armonico di "stati".
Dopo l'espulsione dall'IC e dal KAPD, il gruppo nazionalbolscevico di Amburgo non si può più considerare interno al movimento comunista e si indirizza verso posizioni di destra radicale: "Con elementi nazionalisti, radicali, fascisti di sinistra, fonderanno dapprima la 'Kommunistischen Bunden', poi, un istituto per lo studio del Comunismo tedesco. Nel 1923 finiranno con l'avere frequenti contatti coi nazisti nell'illusione, abbastanza diffusa, che il nazismo delle origini operi in senso anti-capitalista" (26). Lo stesso KPD coltivò quest'illusione con l'adozione della "linea Schlageter", obiettivamente "nazionalbolscevica" (cfr. Terza Parte di questo lavoro), cosa che fece imbestialire Friz Wolffheim al punto da convincerlo della necessità di "fucilare i comunisti" (27). Non si tratta evidentemente di condannare i singoli, che agiscono e pensano sempre, più o meno consapevolmente, come espressione di forze e tendenze storiche, ma di vedere la conferma che chi non si àncora saldamente al marxismo rivoluzionario può approdare, pur con le migliori intenzioni, ai lidi più imprevedibili. Wolffheim avrebbe in seguito collaborato con l'ala nazista di sinistra di Strasser, prima di finire i propri giorni in un campo di concentramento; evidentemente, il nazismo, giunto al potere, non gli perdonò di essere stato un "comunista", per quanto votato alla causa nazionale. Quanto a Laufenberg, che prima di entrare nel KPD aveva aderito al Centro (Partito cattolico conservatore) e poi alla SPD, sparì di scena dopo il 1920.
L'attività del gruppo di Amburgo aveva tuttavia affrontato, e risolto in termini borghesi, alcune questioni che il movimento comunista doveva dirimere: fra tutte, la questione del nazionalismo e del rapporto con le classi intermedie. Il movimento comunista tedesco e internazionale era chiamato ad affrontarle in termini marxisti, ma proprio su questo arduo terreno si scivolò verso approdi che si allontanavano progressivamente dai principi fondanti del movimento, tattica "nazionalbolscevica" compresa.
 
NOTE
1- Il fatto che abbiamo potuto accedervi solo per quei pochi testi tradotti in italiano non rende il nostro lavoro superfluo. A noi interessa riconoscere i caratteri fondamentali del movimento, la loro adesione o rottura con i tratti distintivi del marxismo rivoluzionario, le lezioni che se ne possono trarre per il presente e il futuro.
2- Su tutti questi temi, oltre che per le questioni trattate in seguito, cfr. anche la nostra Storia della sinistra comunista. Vol. I: 1919-1920, Edizioni Il programma comunista, Milano 1972, che fornisce il necessario quadro di riferimento storico-teorico.
3- Authier-Barrot, Sinistra comunista in Germania, Salamandra, 1981, pag.138.
4- Queste idee, storicamente riferibili agli albori del movimento operaio, si impongono proprio nei centri industriali più importanti (Amburgo, Berlino, Brema, Dresda), dove la forza della presenza operaia si pone come fattore di condizionamento ideologico in senso operaista nel processo di formazione del partito di classe. In Italia, non per caso la corrente operaista nasce a Torino, la città più avanzata industrialmente del Paese. ScriveBricianer, in Pannekoek e i consigli operai (Musolini, pag. 219), chei comunisti estremisti, in maggioranza, non contestavano affatto la necessità del partito politico. Ma, secondo loro, tale partito doveva essere il partito di un'élite saldamente attaccata ai principi, per adattarli alla situazione e propagandarli, cosa che non poteva fare un partito di massa, inevitabilmente soggetto ad un apparato tentacolare o votato alla rivendicazione di interessi immediati degli operai, e quindi costretto a sacrificare lo scopo finale all'uso di metodi concilianti”. Questa impostazione, corretta nel sottolineare il carattere necessariamente minoritario del partito, va respinta quando ne circoscrive i compiti e ne limita l'azione al campo della propaganda. Ma gli amburghesi vanno oltre: essi legano l'idea del partito-propaganda all'idea delle “unioni” come organizzazione proletaria che lega compiti economici e politici e come fondamento dello stato proletario-nazionale organizzato nei Consigli.
5- Rutigliano, Linskommunismus e rivoluzione in Occidente, Dedalo libri, pag.267. Sui problemi del partito tedesco, che era considerato internazionalmente quello che avrebbe dovuto condurre la battaglia più importante, “il Soviet” di Napoli, pur sulla base delle poche informazioni che giungevano dalla Germania, espresse una prima valutazione nell'aprile 1920 (cfr. Storia della sinistra comunista. Vol.II, nota a p.527). Nell'articolo si respingevano come non marxiste e piccolo-borghesi tutte le varianti del sindacalismo presenti nel partito tedesco e si riconosceva la giustezza delle posizioni della Zentrale: l'unico punto di dissidio con essa era sulla questione della partecipazione alle elezioni borghesi, che la Sinistra “italiana” respingeva per ragioni politiche, estranee alle motivazioni di principio delle opposizioni interne al KPD. Tuttavia, quanto alle accuse alla Zentrale di preparare una fusione con gli Indipendenti, il Soviet scriveva: noi non possiamo credere che i compagni del KPD, tanto dotati di esperienza critica, abbiano attribuito valore ai filosofemi pseudocomunisti dell'ultimo programma degli Indipendenti”. Purtroppo, gli sviluppi successivi avrebbero confermato la fondatezza delle accuse dei gruppi di sinistra alla Zentrale e dimostrato l'assenza nel KPD di una componente che inquadrasse nella coerente visione marxista i problemi della rivoluzione in Germania. Pochi mesi dopo, un altro articolo del “Soviet” (“La situazione in Germania e il movimento comunista”, 11.7.1920) ribadisce gli errori teorici delle opposizioni antiparlamentariste e sindacaliste-rivoluzionarie che in aprile avevano costituito il KAPD, ma segnala che l'espulsione al congresso di Heidelberg in ottobre 1919 era avvenuta con un procedimento inaudito e riconosce la superiore combattività dei militanti KAPD rispetto a una Zentrale Levi ormai convertita al parlamentarismo. Quanto alle contraddizioni che attraversano il movimento comunista tedesco in quel frangente storico, l'articolo ricorda che, da una parte, c'è l'organizzazione che rappresenta ufficialmente l'IC, il KPD, che dal punto di vista teorico si pone su una “buona base marxista”, ma si rivela a ogni frangente inadeguata tatticamente a dirigere il movimento proletario verso lo sbocco rivoluzionario e persegue l'unità con l'USPD; dall'altra, ci sono gli scissionisti KAPD che, pur avendo non poche ragioni di condanna della Zentrale, danno accoglienza a concezioni prossime all'anarchismo (Ruhle) e ad altre del tutto estranee all'internazionalismo (nazionalboscevichi). Permane solida nel KAPD l'idea di un'organizzazione federale, non centralizzata, che deve essere di esempio per le masse nella cui spontaneità risiede il potenziale rivoluzionario che potrà esprimersi quando la classe si sarà liberata dell'influenza ideologica della borghesia. “Vi è del sindacalismo”, scrive “il Soviet”, “ma vi è soprattutto una concezione del rapporto partito-masse che limita la funzione del primo a compiti di elevazione del grado di coscienza rivoluzionaria e risente in certa misura dell'atmosfera 'democratica' che si respira nelle società occidentali. La constatazione di questi limiti non toglie nulla alla genuina disposizione rivoluzionaria del KAPD e dei suoi generosi militanti, anche in questo eredi degli eroici martiri dello Spartachismo; ma la generosità non può compensare la carenza di 'buone basi marxiste'”.
6- Cfr. Storia della sinistra comunista. Vol. II, Edizioni Il programma comunista, e in particolare gli articoli riprodotti dal “Soviet”: “Il Partito comunista tedesco”(a p.530-531), e “Le tendenze nella III Internazionale” (a p. 536).
7- Bricianer, Pannekoek e i consigli operai, cit., p. 223, nota 7. Cfr. anche Authier-Barrot, op. cit., pag.68.
8-  Nell'ottobre del 1919, Lenin, nel suo “Saluto ai comunisti italiani, francesi e tedeschi”, esprime un giudizio molto positivo sull'opuscolo di Laufenberg Tra la prima e la seconda rivoluzione. A proposito del tradimento della rivoluzione tedesca da parte di scheidemanniani e kautskiani, scrive: Laufenberg [...] lo ha dimostrato con un'energia, una precisione, una chiarezza, una forza di persuasione ammirevoli”. Purtroppo, non disponiamo del testo di Laufenberg, ma  la valutazione di Lenin non può che significare che in esso sono assenti formulazioni estranee al marxismo, e a maggior ragione quella clamorosa della variante teutonica del bolscevismo.
9- Laufenberg, La rivoluzione di Amburgo, cit. in Authier-Barrot, cit., pag.159-160.
10- "La situazione della Germania e della rivoluzione in questo paese può essere paragonata a quella della Francia dopo la capitolazione di Sedan di fronte alla Prussia, nel settembre del 1870: la guerra di liberazione del territorio diventava guerra rivoluzionaria, sostenuta dall'Ail... .Essi rivolgono anche una critica nuova alla direzione del KPD, accusando Levi nel 1920 di essere un 'agente della finanza ebraica internazionale'" (Authier-Barrot, op. cit., pp. 60-61)
11- “Appello al partito”al congresso KPD a Karlsruhe e Durlach, 25-25 febbraio 1920, in Ritter-Miller, La rivoluzione tedesca. 1918-19, Feltrinelli.
12- L'utilizzo del richiamo nazionale non fu un'esclusiva dei nazionalbolscevichi di Amburgo, a cui spetta però la primogenitura. A partire dal 1921, passando attraverso il cruciale 1923 (la “linea Schlageter”) e fino alla definitiva affermazione del nazismo, la bandiera nazionale fu raccolta più volte dal KPD, allo scopo di contrastare l'influenza tra le masse del nazionalismo rivoluzionario. Ma già nel 1921 si poteva considerare la battaglia compromessa. Nel momento in cui il partito proletario si pone sul terreno politico e ideologico dell'avversario è sconfitto in partenza: anche nell'ipotesi di un “successo” di quella politica, sarebbe l'avversario a conquistarlo, non viceversa. Come per l'uso rivoluzionario dell'appello ai sentimenti nazionali, vale la previsione che la Sinistra “italiana” formulò in quegli anni a proposito dell'uso rivoluzionario del parlamentarismo: che “gli 'utilizzatori' finiranno con l'essere 'utilizzati'”.
13- “Come nella Comune di Parigi, anche in quella di Leningrado la rivoluzione ha vinto marciando in direzione opposta al fronte di guerra, non sparando sul nemico straniero nella lotta militare e nazionale, ma volgendo gli stessi uomini e le stesse armi contro il nemico interno, contro il governo della capitale, contro il potere di classe della borghesia; 'volgendo la guerra nazionale in guerra civile'.Né, oltre questi, la storia ci ha dato altri esempi (Stato proletario e guerra”, in “Battaglia comunista”, n.14/1950).
14- Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Editori riuniti, p.79; su questo e su Brest-Litovsk, vedi le pagine 146-148 dello stesso testo.
15- Idem, p.79.
16- G. Badia, Il movimento spartachista, Samonà e Savelli, 1970, p.116.
17- Così abbiamo scritto: "Le trattative coi tedeschi cominciarono il 9 dicembre, ma solo il 25 i tedeschi formularono le loro proposte, comprendenti brigantesche richieste di annessione. La delegazione russa non poteva accettarle; la situazione era stata resa difficile dal fatto che l'Ucraina non era ancora passata coi bolscevichi, e la 'Rada' di Kiev stipulava separatamente la pace coi tedeschi il 9 febbraio. Ma intanto a Vienna, a Berlino, si hanno scioperi politici, moti operai. I russi non possono dichiarare la guerra, non possono accettare condizioni capestro; essi interrompono le trattative rifiutando di firmare la pace, ma, annunziando al mondo che l'esercito russo non opporrà resistenza all'invasore, fanno appello al proletariato tedesco e di tutti i paesi perché si levi contro i governi imperialisti e la guerra.[...] I tedeschi denunziarono l'armistizio e ripresero, con cinque giorni in anticipo sul termine, la marcia in avanti. La situazione era tremenda. I controrivoluzionari ucraini e finlandesi, premuti dai bolscevichi, inviavano appelli alle forze militari tedesche. I proletari rivoluzionari oscillavano tra la furente indignazione e l'abbattimento totale. Nelle stesse file dei bolscevichi si aprì il dissidio: chiedere ancora di trattare per la pace e capitolare del tutto, o cadere in una disperatissima resistenza? E' noto che Lenin dovette lavorare assai, soprattutto contro Bucharin che era 'per la guerra'. Lenin guardava, come sempre fece senza un attimo di interruzione, al cammino della rivoluzione mondiale. Non vi era che da prendere tempo utilizzando il contrasto tra gli imperialismi nemici, tutti egualmente pronti a tentare di strozzare la rivoluzione di Russia. Al Congresso del Partito come al IV Congresso dei Soviet vinse la tesi della pace. La delegazione dei Soviet tornò a Brest Litovsk, vi trovò condizioni ancora più inesorabili. Le firmò 'senza neppure leggerle'. La guerra era finita. Il 16 marzo il Congresso ratificava con 724 voti favorevoli contro 276 contrari e 118 astenuti. 'Non aspettiamo un cambiamento di queste condizioni da forza bellica, ma dalla rivoluzione mondiale'"(“La guerra rivoluzionaria poletaria”, in “Battaglia comunista”, n.12/1950).
18- Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, cit., p.148.
19- Gorter, anzi, ne fa motivo di aspra polemica contro il partito comunista olandese, sostenitore di una linea filo-Intesa (cfr. “L'opportunismo nel partito comunista olandese”, in Rutigliano, op. cit., p.166 e segg. L'articolo fu redatto nell'agosto 1919, ma “aggiornato” nel 1920 e pubblicato solo nel 1921): Se la pace significa il mantenimento della dittatura del capitalismo dell'Intesa, con o senza la collaborazione del capitalismo tedesco, allora noi siamo per la guerra contro lo sfruttatore, sia esso straniero o nazionale. Noi rigettiamo il trattato di pace di Versailles poiché esso è un patto tra la borghesia dell'Intesa e la borghesia tedesca contro il proletariato tedesco. [... ] H. Laufenberg afferma che il proletariato rivoluzionario mondiale deve condurre una lotta comune contro la pace di Versailles. Nella lotta comune contro l'imperialismo angloamericano egli intravede la via e la soluzione della rivoluzione mondiale” (in Rutigliano, op. cit, p. 173. Da notare che il testo è redatto prima della pubblicazione di “Guerra popolare rivoluzionaria”, ma nella “revisione” successiva il riferimento a Laufenberg, che nel '21 aveva rotto col movimento comunista tedesco, è mantenuto in termini positivi).
20-  E. Nolte, Controversie, Corbaccio, p.108. Sulla mancata sollevazione di Varsavia ebbe influenza anche l'approccio al tema delle nazionalità da parte di Rosa Luxemburg e del partito polacco che, in polemica con Lenin, negavano il diritto all'autodeterminazione delle nazioni oppresse considerando la questione nazionale affare tutto borghese. Così si lasciò in mano alla borghesia l'arma del nazionalismo.
21- InA. Gramsci, Scritti politici, Ed.Riuniti, p.122.
22- Idem, p.123.
23- Riportato in  Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, cit., p.32.
24- Riportato in M. Salvadori, Gramsci e il problema della democrazia, Einaudi, p.10.
25- "Alla base della stortura antimarxista di queste ideologie, di antichissima radice, che si riportano a Proudhon e a Lassalle, anche se non lo sanno, sta il concetto pomposo di 'rete aderente a quella dell'economia produttiva', sulla quale graviterebbe la costruzione di un organismo proletario atto ad organizzare la lotta di classe del proletariato, a rappresentare il potere di esso nella produzione (Gramsci usò bene la parola Ordine: non era uno Stato, nemmeno un semi-Stato, e se tollerava il partito era perché ne concepiva la funzione come scolastico-culturale soltanto, come una secondaria rete di propaganda e di stampa) e soprattutto a condurre la nuova economia, l'unità della quale restava, come in ambiente mercantile, l'Azienda, conquistata dai suoi già dipendenti" (Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, Edizioni Il programma comunista, 1976, p.401).
26- Rutigliano, cit., pag.267, nota 22.
27- P. Broué, Rivoluzione in Germania, Einaudi, p.686. Probabilmente, Wolffheim non digerì che proprio i motivi ideologici che avevano provocato la sua espulsione dal movimento comunista fossero diventati gli stessi della propaganda ufficiale del KPD.

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