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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Sabato, 17 Novembre 2018

Quaderno n°7 - Nazionalismo e internazionalismo nel movimento comunista tedesco

Quaderno n° 7. Il testo è costituito da tre parti distinte. La prima parte va da una valutazione dei "nazionalbolscevichi” di Amburgo, matrice di operaismi e nazionalcomunismi e giunge fino al 1920. In questa prima parte l’esame al centro della valutazione è il gruppo di Amburgo del KPD; in particolare si esamina la differenza sostanziale tra Partito, Classe e Nazione nel contesto storico e l’approdo nazional popolare. La seconda parte affronta gli anni che vanno dal 1920 al 1923 mettendo in evidenza la lotta del proletariato contro "l'antifascismo" democratico. La terza e ultima parte valuta ancora la questione del nazionalboscevismo da Weimar al Terzo Reich: in particolare il bolscevismo nazionale, gli eredi tedeschi del gruppo di Amburgo e le “terze vie” della controrivoluzione.

 

 

 

Sommario

 

Parte prima: I “nazionalbolscevichi” di Amburgo, matrice di operaismi e "nazionalcomunismi" ricorrenti

 

Coerenza della controrivoluzione
Il partito, la classe, la Nazione
Il gruppo di Amburgo nel KPD
Approdi nazionalpopolari
Guerra e rivoluzione
L'opzione di una “guerra proletaria”
1920: sintesi mancata di guerra e rivoluzione
La Rivoluzione e lo Stato
NOTE 1
 
Parte seconda: 1920-1923, dalla rivoluzione proletaria all'antifascismo 

 

Premessa
La nazione tedesca e Versailles
Sciopero contro Kapp e insurrezione nella Ruhr: prove di unità "antifascista"
1921-1922:  fronte unico nonostante tutto!
Forza organizzativa, debolezza tattica
1923
La "linea Schlageter"
NOTE 2
Parte terza: Continuità del nazionalbolscevismo da Weimar al Terzo Reich, e oltre 
 
 
Bolscevismo nazionale, malapianta di ogni clima
Gli eredi tedeschi del gruppo di Amburgo
a) Nel KPD
b) Percorsi emblematici: Otto Strasser e Ernst Niekisch
 
Le "terze vie" della controrivoluzione
 
Nazionalismo versus internazionalismo

 
Il volumetto, di p. 93, è in vendita a euro 6. Lo si può ordinare scrivendo a: Istituto Programma  Comunista - Casella postale 962 - 20101, oppure utilizzando il seguente indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
 
 
 
 
 
 
 

 

Prima parte: I “nazionalbolscevichi” di Amburgo, matrice di operaismi e "nazionalcomunismi" ricorrenti
 
Nell'affrontare la questione "del nazionalbolscevismo", come per ogni altro argomento storico, non ci interessa dare un contributo storiografico e nemmeno un'interpretazione che rientri in una discussione tra "esperti" più o meno ferrati in materia. Sul “gruppo di Amburgo” si è scritto in Germania più che su ogni altra formazione rientrante nel movimento comunista tedesco, e non abbiamo nulla da aggiungere (1). Se siamo interessati a ripercorrere alcune vicende del movimento proletario tedesco è per riconoscervi le forze che hanno operato a favore della rivoluzione e quelle che, consapevolmente o meno, l'hanno contrastata; lo facciamo nella certezza deterministica che nel movimento proletario certi caratteri ideologici e organizzativi devianti si riproporranno in forme analoghe quando si ripresenteranno le condizioni perché l'alternativa, già attuale, tra conservazione del modo di produzione capitalistico e comunismo sfoci in rivoluzione aperta.
 
Coerenza della controrivoluzione
Allo scoppio della "rivoluzione di novembre 1918" in Germania, il gruppo di Amburgo – che solo nella seconda metà del 1919 sarebbe stato chiamato "bolscevico nazionale" – era uno tra i più solidi gruppi comunisti che agivano, a differenza degli Spartachisti, già fuori dall'USPD e che puntavano all'unificazione dei vari movimenti comunisti in vista di una "rivoluzione" tedesca. Heinrich Laufenberg, leader del gruppo assieme a Fritz Wolffheim, era stato l'unico "comunista" che avesse presieduto un Consiglio degli operai e dei soldati nell'ambito del movimento consigliare tedesco del 1918-19. Lo stesso Lenin ne apprezzava le valutazioni sulla situazione tedesca, che evidentemente non contenevano ancora deviazioni aperte dal marxismo, e da parte loro gli amburghesi ammiravano il bolscevismo al quale ritenevano di aderire pienamente. In realtà, ma questo sarebbe emerso in modo inequivocabile solo col tempo, essi lo interpretavano come movimento rivoluzionario nazionale.
Non essendo in grado di concepire l'internazionalismo se non come alleanza tra nazioni proletarie o popoli fratelli, si fecero promotori di una ripresa della guerra contro le forze dell’Intesa a fianco della Russia dei soviet; in questa prospettiva, che venne formulata apertamente dopo il Trattato di Versailles (giugno 1919), essi si ritrovarono a concordare con settori della classe dirigente tedesca disposti ad assecondare una ripresa della guerra per reazione alle umilianti condizioni di pace imposte alla Germania, e che vedevano nella Russia sovietica un ideale partner economico per scambiare prodotti industriali con materie prime e prodotti agricoli. Nell'autunno dello stesso 1919, ormai esclusi di fatto dal KPD(s) per effetto dell'azione scissionista della Zentrale diretta da Paul Levi (2), gli amburghesi cercarono accordi con alcuni generali per rilanciare la prospettiva di una guerra popolare che salvasse la Germania dalla riduzione al rango di un paese coloniale. Questa impostazione li portò a non sostenere la grandiosa risposta operaia al “putsch di Kapp”, in un periodo in cui essi appresentavano ancora una parte importante del movimento comunista di opposizione, destinato a unificarsi nel KAPD nel marzo 1920. Nell'estate di quell'anno, su sollecitazione dell'Internazionale Comunista che tentava il recupero delle tendenze estremiste in Germania, furono espulsi dal nuovo partito e di fatto scomparvero come gruppo autonomo.
Ma non sparirono come tendenza, che anzi si ripropose, ben oltre il gruppo originario e le storie individuali, sia nel KPD sia all'interno di quel vasto movimento politico e culturale che prende il nome di Rivoluzione conservatrice. Al suo interno è ben riconoscibile una tendenza anti-occidentale e filorussa, popolare, statalista e anti-liberista che trova posto anche nel partito nazionalsocialista, in veste di opposizione anti-borghese radicale. Qualcosa di analogo si manifestava contemporaneamente in Italia come fascismo di sinistra. Fu questa in effetti una tendenza internazionale che assume connotati diversi da paese a paese, ma che conserva tratti comuni e si ritrova sia all'interno dei fascismi sia dei partiti proletari, per quel tanto di "nazionale" e "popolare" che in essi covava sotto i proclami di un internazionalismo classista mal digerito o frainteso, o piegato a prospettive politiche di egemonia entro un quadro nazionale; ma che si ritrova pure nella deriva tattica che caratterizza KPD e Internazionale a partire dal 1923. Il fascismo al potere avrebbe trovato nell'idea corporativa una sintesi tanto delle istanze operaiste quanto di quelle socialdemocratiche, formalizzando la subordinazione del movimento operaio agli interessi del capitalismo nazionale.
 
Ci troviamo quindi in presenza dell'apparente paradosso di un gruppo, qualificato come “comunista estremista”,che cerca accordi con forze reazionarie e approda a un “rivoluzionarismo nazionalista” di stampo fascista. Come espressione della più generale tendenza borghese – riconoscibile appunto nella “rivoluzione conservatrice” – , il nazionalbolscevismo trova inizialmente spazio e seguito all'interno del proletariato tedesco grazie alla suggestiva impostazione, solo apparentemente classista e radicale, tipica dell'operaismo. Il gruppo raccolto attorno alla rivista “KAZ” (“Kommunistische Arbeiterzeitung”) fu forse la prima e più tipica espressione della deviazione che pone al centro del processo rivoluzionario l'operaio, in virtù della sua collocazione nella società e nella produzione capitalista, e che da questa fa discendere direttamente un orientamento di rottura con l'assetto borghese; da ciò derivano poi la negazione della funzione del partito come rappresentante della classe e della sua prospettiva storica e l'assegnazione alle organizzazioni proletarie immediate, nell'ambito dell'azienda, del compito di dirigere il processo rivoluzionario dal basso. Questa prospettiva fu in effetti comune ai gruppi comunisti tedeschi di opposizione che costituirono il KAPD, e in parte anche all'idea del rapporto partito/masse sviluppata dallo Spartachismo. Tuttavia, se nell'opposizione comunista essa costituiva un tratto di infantilismo rivoluzionario, una reazione al "tradimento" dei capi e alle tendenze di destra - e come tale era non solo recuperabile, ma espressione di sane energie rivoluzionarie - nel “gruppo di Amburgo” essa era il tassello di un’organica ideologia controrivoluzionaria. Nei primi anni della sua esistenza, il piccolo gruppo clandestino di Amburgo si qualifica come internazionalista e antimilitarista, ma già nel 1915 riserva al proletariato tedesco il compito di completare l'unificazione nazionale della Germania, e nel corso del 1919 svolterà in via definitiva verso concezioni nazionaliste e interventiste. Questo passaggio matura a partire dal rifiuto del Trattato di Versailles, ma discende anch'esso, come la concezione del partito, dalle premesse operaiste spinte fino alle estreme conseguenze.
Il partito, la classe, la Nazione
 
Il movimento comunista tedesco nasce dalla condanna del "tradimento" del 1914. Il voto a favore dei crediti di guerra smaschera la natura controrivoluzionaria che la vecchia socialdemocrazia aveva celato dietro una formale adesione al marxismo internazionalista. La burocrazia del partito è diventata nel tempo una struttura pienamente funzionale agli interessi capitalistici, abilitata a gestire e contenere le rivendicazioni immediate della classe operaia entro un quadro di compatibilità. Le relative "conquiste" operaie entrano in contraddizione con gli obiettivi finali proclamati dalla socialdemocrazia, che implicano una rottura radicale con l'assetto borghese. Il grosso dei quadri del partito si riconosce in una prospettiva riformista e nazionale che lega la condizione operaia all'espansione imperialista tedesca. La guerra offrirà l'occasione alla socialdemocrazia di ergersi a difesa della patria in pericolo e di assumere finalmente la guida del governo, quando la sconfitta militare costringerà l'intera classe dirigente a cambiare casacca, indossando al posto della livrea imperiale la più sobria – ma non meno anti-proletaria – veste repubblicana.
La reazione al tradimento socialdemocratico si manifesta con la formazione di gruppi di opposizione sia all'interno del partito (Lega di Spartaco) sia all'esterno. Spartaco, per timore dell'isolamento dalle masse, decide di operare entro il partito di massa (con la scissione del 1917 aderisce all'USPD) allo scopo di riconquistare il partito e ricondurlo alle sue origini programmatiche. Gli altri gruppi ritengono che la SPD non sia recuperabile alla causa rivoluzionaria e perseguono la costituzione di un partito autonomo, riconoscendo un'esigenza espressa con forza da Lenin già nel 1915. Tuttavia, solo in questo senso limitato si possono definire "leninisti", perché l'elemento unificante di tutti i gruppi, compreso Spartaco, è il rifiuto del partito centralizzato, al quale si attribuisce, in quanto particolare forma organizzativa, la responsabilità del "distacco dalle masse" e della degenerazione opportunista e socialsciovinista. Per tutti, si tratta di ritrovare un corretto rapporto tra le avanguardie e le masse, che renda queste ultime nuovamente protagoniste. Lo Spartachismo nega una funzione delle minoranze rivoluzionarie che vada oltre la propaganda per sviluppare la coscienza di classe; la rivoluzione è vista come un processo oggettivo che ha nelle masse proletarie insieme il prodotto di una lenta accumulazione di condizioni necessarie, e la causa, il fattore attivo, che porterà alla vittoria del proletariato quando scoccherà “la scintilla animatrice della volontà cosciente” . Questa, per Rosa Luxemburg, deve vivere nella classe proletaria, e non si identifica in un partito separato. Anche per Spartaco vale l'assunto che “le rivoluzioni non si fanno, si dirigono”, ma la loro direzione non si colloca all'esterno, nel Partito, bensì matura nel corso della lotta, in parallelo alla crescita della “coscienza dei proletari”. L'idea che il partito rivoluzionario sia unicamente il faro che illumina le masse è condivisa da tutte le opposizioni interne al KPD nel 1919, compreso il “gruppo di Amburgo”, e poi dal KAPD, autodefinitosi “partito delle masse” e, in questo, continuatore dello Spartachismo.
Sulla questione del partito, il gruppo Wolffheim-Laufenberg si differenzia da Spartaco per aver sostenuto la necessità di creare un'organizzazione autonoma e negato la possibilità di una rigenerazione della socialdemocrazia, legata ai vecchi rapporti riformistici e a una fase di sviluppo del capitalismo completamente superata dalla concentrazione economica determinata dalla guerra; si trattava piuttosto, per gli amburghesi, di creare nuove forme organizzative che impedissero il riprodursi del vecchio rapporto masse-capi, a favore di un pieno controllo delle masse sull'organizzazione. Gli amburghesi identificarono queste nuove forme con le Unioni, organismi insieme economici e politici. Era una concezione coerente con alcuni presupposti dello Spartachismo spinti alle estreme conseguenze: se il partito non rappresenta la classe ma è unicamente il veicolo del principio che la classe da sé deve giungere a esprimere i propri interessi immediati e storici, le Unioni costituiscono in effetti un'espressione diretta della classe, radicata nei luoghi di lavoro.
Wolffheim-Laufenberg traggono la propria visione dell'organizzazione operaia dalle trasformazioni che la guerra ha indotto nei rapporti produttivi: il passaggio dall'operaio professionale e qualificato, con una forza rivendicativa connessa al “mestiere” (fase della sussunzione formale del lavoro al capitale), alla subordinazione reale del lavoro nella moderna impresa a produzione scientificamente organizzata ha unificato la classe operaia che dunque non ha bisogno di “unificarsi” in un partito, ma deve organizzarsi nelle forme più consone (per impresa e settore industriale) alla nuova realtà: le Unioni. Al Partito spetta solo il compito di propagandare le Unioni: rimane quindi esterno alla classe, ma non la rappresenta. La rivoluzione si sviluppa in un processo graduale, corrispondente alla crescita dell'organizzazione unionista e del suo potere sulla società. Questa visione gradualista  comporta che nel processo “rivoluzionario” si susseguano fasi entro le quali, in base ai rapporti di forza sociali, si possono o debbono creare alleanze utili agli sviluppi successivi (cfr. Wolffheim-Laufenberg, Democrazia e organizzazione,1915).
Ora, la nuova struttura capitalistica è integrata a livello nazionale, e ciò, nella visione degli amburghesi, prelude al completamento della costituzione della Germania in nazione, un'opera che la borghesia tedesca si è rivelata incapace di realizzare. Il testimone passa dunque al proletariato : “La Germania non è mai diventata un vero Stato nazionale. Sarà compito della politica proletaria realizzare l'unità della nazione” (3). Prima di essere classe internazionale, il proletariato si eleva così a classe nazionale. Ci riserviamo di considerare più avanti l'infondatezza della tesi dell’arretratezza dello Stato tedesco e dell’incompiuta unità nazionale tedesca, mostrando come lo Stato guglielmino fosse perfettamente adeguato agli interessi del capitale tedesco e proprio Versailles abbia costituito un decisivo fattore di integrazione tra le Germanie. Al momento, c’interessa sottolineare che l'attribuzione di presunti compiti nazionali al proletariato è un punto decisivo del programma del gruppo amburghese: esso si propone come radicale, ma è nazionale e gradualista; si dichiara internazionalista perché propone l'"abolizione delle frontiere", ma in questo non esprime altro che l'aspirazione a una "convivenza pacifica" tra popoli. In una parola, è socialdemocratico. Come sia potuto passare per "radicale" lo spiega l'equivoco operaista, che maschera dietro parvenze classiste un'ideologia nazionalpopolare, tipico frutto di un populismo da intellettuali. Le concezioni degli amburghesi ebbero un'influenza importante sul nascente movimento comunista tedesco, favorendo la forte caratterizzazione operaista di molte sue componenti e assecondando la tendenza generale che unisce tutti i gruppi, da quello di Spartaco a quello di Brema, a dare centralità alle masse rispetto all'organizzazione-partito. La manifestazione della deriva nazionalista del gruppo appare in modo conclamato solo nel 1919, ma  è anticipata nel testo citato che affida il completamento dell'unità nazionale al proletariato unificato nelle Unioni industriali: sono queste a costituire la vera organizzazione proletaria, non il partito, cui spettano solo compiti di propanda delle Unioni. Nazionalismo e operaismo trovano infine la loro sintesi nella prospettiva di uno stato corporativo organizzato sulla base dei consigli operai.
Il gruppo di Amburgo nel KPD
 
Nel decisivo svolto del 1918, il movimento rivoluzionario in Germania si presenta ancora frammentato e fortemente caratterizzato in senso localistico (la Bremerlinke a Brema, gli ISD a Berlino, i gruppi di Amburgo, Dresda, ecc..), mentre la formazione più consistente e autorevole, che pubblica le Lettere di Spartaco, è un'organizzazione poco strutturata, per nulla centralizzata, dall'inizio del 1917 interna all'USPD.
Il riavvicinamento tra i vari gruppi comunisti e radicali avverrà solo a partire da ottobre 1918, dopo il riconoscimento da parte di Spartaco del fallito tentativo di operare all'interno di questa organizzazione, in tutto e per tutto assimilabile ai massimalisti italiani. Con la sconfitta militare, la SPD entra nel governo del Reichstag e l'USPD aderisce alle tesi di Wilson e reclama una “pace senza annessioni”, ma si guarda bene dall'appellarsi alle masse. Lo slancio della  "rivoluzione di novembre" si risolve nel governo di coalizione SPD-USPD che controlla il movimento dei consigli e punta alle elezioni per l'assemblea costituente. L'accordo SPD-esercito si viene definendo come il nuovo perno della stabilizzazione capitalistica.
A fine anno, i gruppi comunisti si attivano per ridare vigore e prospettive al processo rivoluzionario. Le varie organizzazioni si fondono finalmente a metà dicembre 1918, denominandosi comunisti internazionalisti di Germania (IKD)e si dichiarano pronti alla fusione con la Lega Spartaco. Anche se i contrasti non mancavano, si riconosceva che l'evolversi della situazione aveva ridotto le divergenze tattiche a “semplici differenze di formulazione di una identica concezione”. Tanto gli IKD quanto Spartaco erano contro la “centralizzazione spinta”, se questa si intende come risultato dell'idea marxista (e di Lenin e nostra) che la prospettiva di classe è nel partito, non nella classe in sé.
Alla fine, il Partito comunista tedesco (KPD) si costituì, ma su basi programmatiche incerte. Questo vizio di origine condizionò gli sviluppi successivi, a partire dall'esito del generoso ma prematuro tentativo di gennaio, soffocato nel sangue dai “corpi franchi”, braccio armato della socialdemocrazia di Noske-Scheidemann.Dopo di allora, in tutte le fasi della rivoluzione tedesca mancò l'organismo, centralizzato e coeso, in grado di dare al proletariato indicazioni chiare e univoche sugli obiettivi della lotta, sui tempi del loro raggiungimento, sulle fasi di offensiva in cui massimizzare le condizioni favorevoli e di ritirata per conservare preziose forze proletarie. Lo slancio e le straordinarie energie del proletariato tedesco non trovarono la loro guida e si dispersero.
A quest'esito, contribuì non poco il gruppo di Amburgo che nel 1919 rappresentava una parte consistente e influente, in un KPD decimato e indebolito dalla repressione. La direzione del partito fu assunta dallo spartachista Paul Levi, tra i più vicini ai bolscevichi, ma che si rivelerà, come scriverà a distanza di un anno “il Soviet” di Napoli (organo della nostra corrente), uomo “di destra”. La direzione ingaggiò subito uno scontro con le tendenze cosiddette putschiste che in gennaio avevano gettato il partito nella mischia. I vari raggruppamenti locali approfittavano della struttura federativa adottata all'atto di fondazione e della situazione di illegalità per prendere iniziative autonome. Tutti questi gruppi sostenevano l'anti-parlamentarismo e l'uscita dai sindacati per costituire nuovi organismi proletari (le Unioni); opponevano le masse ai capi e contestavano l'autorità della Zentrale; attribuivano le recenti sconfitte alla permanenza di vecchie forme organizzative e vi opponevano delle nuove che univano compiti economici e compiti politici, riproponendo alla fin fine alcuni presupposti del vecchio anarco-sindacalismo (4).
Le tesi della Zentrale a favore dell'uso del parlamento e del lavoro nei sindacati tradizionali era sostenuta dall'Internazionale Comunista (IC) che fino all'ultimo cercò di evitare la scissione e recuperare i gruppi dissidenti. L'azione di Levi fu invece deliberatamente scissionista e, come gli eventi successivi avrebbero confermato, finalizzata ad un avvicinamento all'USPD.Nel corso del 1919, maturò la frattura fra la Zentrale del KPD e gran parte dei gruppi comunisti, con l'eccezione del gruppo di Brema che sostenne lo sforzo dell'IC per evitare la scissione.
Al congresso di Heidelberg, il 23 ottobre, parteciparono solo i membri fedeli alla linea Levi che in realtà costituiva la minoranza del partito. La maggioranza era stata esclusa di fatto in seguito a una precedente conferenza clandestina a Francoforte, nella quale Levi aveva tagliato corto sulle questioni che dividevano i due raggruppamenti (parlamentarismo e partecipazione ai sindacati), in aspra polemica soprattutto con Wolffheim e Laufenberg. Il KPD perse le sue organizzazioni più forti: da 107mila, i membri scesero di più della metà, e dei 10.000 di Berlino rimase solo “qualche dozzina” (5).
In effetti, le opposizioni nel KPD avevano subìto l'azione scissionista della Zentrale Levi volta a eliminare tutti gli “estremisti”, con pochi distinguo, per poi riproporre l'abbraccio con gli Indipendenti e costituire un partito di massa. La linea opportunista si concretizzò alla fine del 1920 con la nascita del VKPD. Le accusa alle sinistre di sindacalismo e di negare la funzione del partito politico, erano senz'altro fondate, ma i metodi della Zentrale per risolvere la questione interna, brutalmente scissionisti al punto di privare il partito della maggioranza dei suoi quadri e organizzazioni locali, la dicevano lunga sulla volontà di non affrontare apertamente la questione sul piano teorico per riportare i militanti e i gruppi a una corretta impostazione del problema dell'organizzazione. In tal senso, si mosse invece l'Internazionale per tutto il periodo 1919-1920, allo scopo di scongiurare una scissione che infine non si poté evitare e che allontanò dal KPD molti tra i militanti più combattivi e generosi.
A questo esito concorsero, oltre all'azione della Zentrale, le iniziative autonome e l'atteggiamento intransigente del gruppo Wolffheim-Laufenberg. Dall'agosto 1919, il gruppo dichiara per il distretto di Amburgol'incompatibilità di appartenenza al partito e al sindacato.Ciò equivaleva, di fatto, a scavalcare completamente tutti gli organi decisionali del partito, Zentrale compresa, su uno dei maggiori motivi di contrasto interno.Per gli scopi scissionistici della Zentrale Levi, il gruppo di Amburgo veniva così a costituire la sponda ideale. La sua  impostazione rivela infatti una propria coerenza interna, una compiutezza di obiettivi e metodi che non si ritrova nell'opposizione di sinistra nel suo insieme. Di per sé, la generica contrapposizione masse-capi, che peraltro trovava nei metodi di Levi motivo di forza piuttosto che di debolezza, e il rifiuto di principio del parlamentarismo erano sintomi di immaturità teorica, ma rivelavano anche un istintivo rifiuto della degenerazione opportunista che era segno di sana disposizione a mettersi sul terreno della lotta rivoluzionaria più generosa, come in effetti avrebbero confermato le battaglie del KAPD e delle Unioni cui quei militanti aderirono, specie nel corso del 1920. Il rifiuto del parlamentarismo, liberato da considerazioni di principio, poteva essere ricondotto all'inquadramento politico che ne faceva in quegli anni la Sinistra italiana, la quale poneva un'alternativa inconciliabile tra preparazione rivoluzionaria e preparazione elettorale. Quanto poi alla questione della partecipazione ai sindacati, se sul piano generale la linea dell'IC rispondeva a giuste considerazioni tattiche, l'avversione dei compagni tedeschi più combattivi era giustificata dal grado di servilismo e degenerazione delle organizzazioni sindacali tradizionali e probabilmente anche su questo punto un aperto confronto interno avrebbe potuto produrre una soluzione utile alla causa rivoluzionaria, che non elevasse a metodo il criterio del boicottaggio dei sindacati (6). Amburgo invece era irrecuperabile, per la sistematicità e l'organicità della sua ideologia, da cui discende coerentemente lo stesso nazionalismo che lo caratterizzerà di lì a poco.
 
La sua forza di attrazione sulle opposizioni alla Zentrale si avvale, dall'autunno 1919, dell'adozione di una scorciatoia tattica – la guerra popolare contro Versailles – che in un momento di disorientamento generale  esercita un certo fascino su molti militanti teoricamente sprovveduti. Nella crisi del partito, il gruppo di Amburgo si fa carico a più riprese di rappresentare le opposizioni, ma in realtà esprime una propria linea nettamente definita: nega l'uso rivoluzionario del parlamento, ma non nega la conservazione di un parlamento che rappresenti anche la borghesia nel futuro assetto istituzionale fondato sui Consigli operai; la democrazia viene riaffermata come sistema di rappresentanza sociale, secondo un modello che si articola dal basso, dalla struttura economica e sociale, verso le istituzioni superiori, e non esclude nessuna componente (fatta eccezione per i membri del grande capitale): è assai più popolare che proletaria (cfr. Laufenberg, La Rivoluzione di Amburgo, 1919; più avanti, nota 8).
La stessa attenzione per le forme condiziona la soluzione che gli amburghesi danno alla questione sindacale: la partecipazione ai sindacati è esclusa per il fatto che la forma sindacale tradizionale – così come la forma partito – appartiene ad una fase superata di sviluppo economico e si dà pertanto la necessità di creare nuove forme di organizzazione operaia che meglio rappresentino le caratteristiche della classe nella nuova fase di concentrazione economica e di organizzazione scientifica della produzione. I sindacati tradizionali, anzi, con la loro struttura verticistica e burocratica, costituiscono il principale ostacolo al sorgere delle nuove forme di organizzazione operaia, le Unioni. Così come i sindacati dei burocrati sono per loro essenza votati al riformismo, le Unioni sarebbero per loro natura votate alla rivoluzione in quanto espressione diretta delle istanze proletarie. Le Unioni devono poi costituire  il “fondamento del potere dei Consigli”, la base su cui prenderanno forma gli istituti dello Stato proletario. La questione del potere è dunque intesa come creazione di un “contropotere”che convive per un periodo più o meno lungo con lo Stato borghese ed entro di esso, senza che questo comporti uno scontro politico diretto.
Gli amburghesi giudicano che il proletariato non sia ancora “pronto”, e che dunque sia “necessario evitare la guerra civile”, consolidando gradualmente la forza del proletariato, senza affrontare apertamente e immediatamente la questione del potere.  E' in questa prospettiva che proprio l'"estremista" Laufenberg rimanda in qualche modo alla Zentrale Levi le accuse contro le opposizioni, rimproverando ai vecchi Spartachisti il putschismo manifestato nella rivoluzione del 1919: 'la rivoluzione esploderà come un fenomeno naturale', 'non con le rivolte ed i putsch', ove per putsch si deve qui intendere la presa violenta del potere da parte del partito rivoluzionario.
Questa visione gradualista del processo rivoluzionario (in definitiva pacifica, dato che l'azione non va oltre gli scioperi di massa) accetta senza contraddizioni la convivenza delle istituzioni della democrazia proletaria con quelle della democrazia rappresentativa, dove possano esprimersi gli interessi della borghesia “in proporzione al suo peso economico”, quasi che il criterio sia una sorta di superiore giustizia che debba tener conto degli interessi di tutti e non far torto a nessuno! A questi aspetti si aggiunge la faciloneria con cui si risolve l'appartenenza individuale al movimento rivoluzionario: chiunque faccia statisticamente parte della classe operaia può aderire con una semplice dichiarazione di fede, dettaglio rivelatore della confusione tra classe in sé (classe per il Capitale) e classe per sé (classe per la Rivoluzione). Da ultimo, il richiamo alla organizzazione degli Industrial Workers of the World (IWW), di cui Wolffheim aveva pur fatto parte, non solo testimonia del carattere apertamente sindacalista e spontaneista del gruppo di Amburgo, ma lo colloca al di sotto del valore storico delle stesse lotte straordinarie del combattivo proletariato che viene portato ad esempio. Mentre infatti l'operaio organizzato negli IWW non sente l'appartenenza all'azienda, ma stabilisce con essa un legame temporaneo, è estremamente mobile sul territorio, si sposta seguendo il richiamo del salario migliore (che sa essere sempre legato alla lotta), è insomma libero (per quanto possa esserlo un proletario: libero proprio perché non possiede nulla, ma è padrone della sua capacità lavorativa e ha da perdere solo le proprie catene), Wolffheim vuole legarlo all'azienda, ne vuole fare un produttore, riducendo a questo la sua umanità. Non solo, ma la dimensione aziendale, in questa concezione che prefigura la teoria corporativa dello Stato, non è che l'anello di una catena che percorre e lega insieme le strutture produttive e le istituzioni di questo leviatano della produzione organizzata. A tanta miseria conduce il potenziale "rivoluzionario" delle concezioni democratiche! Quanto al problema del partito, il testo che segue è la riprova di quanto fossero giuste le critiche della Zentrale, che accusava il gruppo di svalutarne la funzione fin quasi a renderla superflua, addirittura al punto da negarne il diritto di intervento negli organismi proletari di massa: “Gli operai non devono tollerare alcuna ingerenza nei consigli d'azienda [rivoluzionari] da qualsiasi parte essa venga tentata e in modo particolare da parte dei sindacati”  (Wolffheim, Organizzazione di azienda o sindacati?, 1919).
Sostenere la non ingerenza da parte di chiunque, quindi anche del partito, negli affari delle Unioni operaie o dei Consigli dimostra una penosa ristrettezza di vedute, uno spontaneismo spinto all'estremo, assolutamente distante dall'esempio bolscevico, dal lavoro sistematico del partito russo nei soviet per conquistarli alla rivoluzione, dal lavoro capillare nei sindacati, ecc. Quanto poco importasse ai nazionalbolscevichi del partito è dimostrato infine dall'assenza in questo testo di qualunque riferimento alle vicende interne al KPD.Eppure correva l'agosto 1919, e la battaglia interna tra Zentrale e “estremisti” era al massimo grado. Wolffheim dichiarava in tal senso al Congresso di Heidelberg: “Mai e poi mai abbiamo ritenuto superflua l'esistenza del KPD. [...] Oggi, il proletariato costituisce non un partito unificato ma una classe unificata. Per questo la sua dittatura non può essere la dittatura del partito [...] A quelli che ci dicono: 'Voi volete trasformare il partito in un centro di propaganda', noi rispondiamo: 'Ebbene sì! A nostro avviso la missione del partito è quella di informare [...] di propagandare l'idea delle Unioni come fondamento organizzativo del sistema dei Consigli'”. A questo si aggiunga che, nello stesso periodo, il gruppo, sulle pagine della “KAZ”, teorizza la futura dissoluzione del partito nella Aau (Allgemeine Arbeiter Union), creata nell'agosto 1919, dopo aver contribuito alla sua generalizzazione. E' in questo senso che essi concepiscono la “necessità del partito” (7).
In definitiva, gli amburghesi costituirono un fattore di grande confusione nella discussione interno al KPD e, complice la Zentrale, favorirono la sua degenerazione in scontro: anti-parlamentaristi, ma democratici radicali; putschisti, ma contrari all'insurrezione e alla guerra civile; internazionalisti, ma... nazionalisti. Ci si potrebbe anche spingere fino a ipotizzare che, senza la loro nefasta azione, il KPD avrebbe avuto un'evoluzione diversa, ma non sarebbe esercizio da materialisti.
Approdi nazionalpopolari
 
Il nazionalismo “proletario” tedesco, impersonificato dai leaders del gruppo di Amburgo, fu una patologia (così si esprime “Il Soviet” nel 1920) che si rivelò apertamente solo dopo Versailles. Negli anni precedenti, era appena rintracciabile in pochi riferimenti a una ipotetica "questione nazionale" tedesca, tanto che né i compagni tedeschi né i bolscevichi, Lenin compreso, vi riconobbero i sintomi di una degenerazione (8).
Radek espresse “sorpresa” quando venne a conoscenza delle tesi degli amburghesi e fu lui a qualificarli come “bolscevichi nazionali”, denominati "nazionalbolscevichi" a partire dalla primavera 1920. Nel giugno 1919 – in coincidenza con la ratifica del trattato di Versailles – il  giornale del gruppo (“KAZ”)afferma che è necessario tener conto dell'elemento nazionale accanto all'appartenenza di classe. Nello stesso periodo, Laufenberg espone le tesi nazionalbolsceviche nell'opuscolo La rivoluzione di Amburgo: “Il sistema dei consigli assomiglia alla totalità dei lavoratori... dietro gli interessi di classe che sono quelli del socialismo e della nazione. I consigli di fabbrica diventano l'elemento centrale della riunificazione nazionale, dell'organizzazione nazionale, della fusione nazionale, perché sono l'elemento base, la cellula originale del socialismo”(9).
Dalla teoria del socialismo nazionale alla prospettiva di una “guerra popolare” contro Versailles il passo è breve.  Un editoriale della “KAZ” del novembre 1919 esige una 'Wehrmacht proletaria' costituita da una milizia operaia e da un'armata rossa sotto la direzione dei consigli, inneggia a una Union sacrée rivoluzionaria a favore del proletariato e di tutto il popolo. Il testo che teorizza compiutamente la tesi della guerra popolare rivoluzionaria (Guerra di popolo rivoluzionaria o guerra civile controrivoluzionaria)è pubblicato in novembre ed è redatto da entrambi i leaders del gruppo: vi si denunciano il tradimento della borghesia tedesca, la svendita della Nazione tedesca al capitale anglo-francese, la prospettiva di uno smantellamento della struttura produttiva del Paese che, in quanto base della prossima socializzazione, comprometterebbe la sua evoluzione verso il socialismo. Se ne deduce quindi la necessità che la Nazione si ritrovi unita sotto la guida del proletariato e intraprenda una nuova guerra a fianco della Russia rivoluzionaria. La vittoria delle nazioni proletarie segnerà la vittoria della rivoluzione mondiale. Lo schema richiama esplicitamente un'analogia suggestiva con la Comune di Parigi, ridotta a "guerra di liberazione del territorio" prima di essere "guerra rivoluzionaria sostenuta dall'Ail [Associazione Internazionale dei Lavoratori, o Prima Internazionale - NdR]". Nel testo, dove compaiono i primi riferimenti a un complotto della "finanza ebraica internazionale", si attua un completo ribaltamento nel rapporto tra internazionalismo e nazionalismo, con il riconoscimento a quest'ultimo di un carattere rivoluzionario e al primo di un carattere capitalista e antipopolare (10). Wolffheim e Laufenberg espongono le loro tesi di fronte ai militari, ma non prendono ancora contatti con settori di destra. Alla fine del 1919, cominciano a prendere le distanze dalla Rivoluzione russa che, scrivono, non è un “modello universale”, in piena coerenza con la loro visione "nazionale" della rivoluzione.
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Lo stesso gruppo che giunge a negare la guerra civile e ad affermare l'alleanza con l'esercito in una guerra popolare è stato considerato “di sinistra” finché non ha preso apertamente la piega nazionalista. Eppure, negli scritti del gruppo non mancano le prese di distanza da “sindacalisti e anarchici” e atteggiamenti di moderazione e prudenza (cfr. La rivoluzione di Amburgo, cit.). Fatto sta che lo scontro nel KPD nel corso del 1919 si polarizza proprio tra la Zentrale e il gruppo di Amburgo, considerato punta di lancia irriducibile delle opposizioni di sinistra, condizionando fortemente ogni possibilità di sviluppare un confronto tra militanti per un chiarimento teorico e organizzativo. Con i dirigenti di Amburgo era impossibile scendere a compromessi, tanto organica e coerente era l'ideologia antimarxista del gruppo, tanto forte era la loro determinazione a imporre nel movimento comunista la propria visione del cammino della rivoluzione tedesca. Purtroppo, anche la Zentrale, al di là delle formulazioni teoricamente corrette, avvalorava già nel metodo e ben presto anche nei fatti le accuse di scissionismo e opportunismo che le venivano rivolte. Dopo Heildelberg, la Zentrale ha buon gioco nel considerare chiusa la battaglia contro le opposizioni che vengono identificate con i nazionalbolscevichi, liquidando come piccolo-borghese l'ideologia della corrente Wolffheim-Laufenberg: “Pace civile con la borghesia ed il nazionalismo oppure chiusura settaristico-passiva dell'azione storica del proletariato da un canto e, dall'altro, partecipazione pratica alle lotte della masse contro il capitale e la loro guida risoluta da parte della falange serrata del partito: in questi termini chiari si pone oggi la questione(11).
 
Purtroppo, l'alternativa non era così chiara né così netta. Nello spesso appello, troviamo significativamente la condanna del putschismo (l'“assalto di breve durata”) e l'obiettivo della “conquista delle grandi masse proletarie alla causa del comunismo” come alternativa, a tutto vantaggio della seconda prospettiva che però, come gli eventi avrebbero chiarito, sarebbe passata attraverso l'abbraccio opportunista con l'USPD per la creazione di un partito “di massa”. E' anche significativo che Zentrale e nazionalbolscevichi siano accomunati tanto dalla critica al putschismo quanto dall'obiettivo della conquista delle grandi masse, pur con metodi diversi: i primi attraverso la “partecipazione critica” alle battaglie proletarie, i secondi attraverso l'unionismo. In entrambi i casi, si cercano soluzioni che evitino il ricorso alla preparazione rivoluzionaria in vista della conquista violenta – l'unica possibile – del potere politico, in nome di un processo graduale di rafforzamento del potere proletario attraverso la crescita delle sue organizzazioni: per il KPD, il partito; per Amburgo, le Unioni. Ma di per sé la crescita organizzativa, ottenuta non attraverso la lotta rivoluzionaria ma attraverso compromessi, alleanze tattiche, concessioni all'ideologia dell'avversario, non dà alcuna garanzia di un rafforzamento delle prospettive della rivoluzione: come la forza organizzativa della socialdemocrazia nel 1914 fu posta al servizio del Capitale, così le politiche volte in vario modo alla “conquista delle masse” avrebbero condotto ad approdi analoghi (12).
 
Guerra e rivoluzione
 
Negli anni 1918-1920, gli eventi bellici come le trattative di pace si pongono in diretto rapporto con gli sviluppi della rivoluzione e della controrivoluzione in Russia e in Germania. L'impostazione bolscevica sul problema della guerra è chiara fin dal 1915: trasformare la guerra imperialista in guerra civile (13).
D'altra parte, ciò che a distanza di quasi un secolo può apparire scontato non era stato così chiaro per nessuno dei raggruppamenti socialisti di allora. Nel 1914, la tendenza al "difesismo" e all'abbraccio nell'Union Sacrée attraversò tutti i partiti socialisti e socialdemocratici d'Europa, compresi i bolscevichi, molti dei quali si affiancarono ai menscevichi nel sostegno alla guerra.Sulla questione, a un certo punto lo stesso Lenin fu quasi isolato nel suo rifiuto tanto dell'onda patriottarda quanto dell'opposto pacifismo diretto alla conservazione della situazione pre-guerra. Egli parimenti respingeva qualunque “distinzione” tra guerre combattute da regimi democratici o imperiali, riconoscendo a tutti, aggressori e aggrediti, gli scopi imperialistici dell'intervento militare, anche se mascherati dal puerile pretesto di non essere stati i primi a menare le mani. Scrive Lenin nell'Antikautsky:"Riconoscere la 'difesa della patria' significa giustificare, dalle posizioni del proletariato, la guerra attuale, ammetterne la legittimità. E, poiché la guerra continua ad essere imperialistica (in regime monarchico o repubblicano) ... riconoscere la difesa della patria significa appoggiare di fatto la predonesca borghesia imperialistica e tradire completamente il socialismo" (14).
Nello stesso testo, Lenin denuncia lo stretto legame tra il difesismo nazionale e un certo tipo di pacifismo opportunista proprio di certi pretesi “internazionalisti”: L'internazionalismo di Kautsky e dei menscevichi consiste quindi nell'esigere riforme dal governo borghese imperialistico, ma nel continuare ad appoggiarlo, nel continuare a sostenere la guerra condotta da questo governo, fino a che tutti i belligeranti non abbiano accolto la parola d'ordine della pace senza annessioni e senza riparazioni. E' questa l'idea enunciata più volte da Turati, dai kautskiani (Haase, ecc.), da Longuet e soci, i quali si sono dichiarati favorevoli alla 'difesa della patria'”(15)
 
Queste parole, pubblicate nell'ottobre 1918 e dirette principalmente a chiarire ai compagni tedeschi il rapporto che i bolscevichi ponevano tra guerra e rivoluzione, erano state anticipate nei fatti dalla ratifica, il 3 marzo dello stesso anno, della pace di Brest-Litovsk che segnò un apparente trionfo dell'imperialismo tedesco. Due settimane prima, mentre erano in corso le trattative, in Austria era scoppiato uno sciopero generale, diretto da un consiglio operaio, per condannare l'ultimatum tedesco alla delegazione sovietica. Per Spartaco, si trattava di trasformare a qualsiasi costo la pace separata in una pace generale(16) e di far sorgere in tutte le fabbriche consigli operai sul modello russo e austriaco. Le note critiche della Luxemburg al trattato di pace derivavano da un'idea completamente diversa del rapporto guerra-rivoluzione, non orientato con altrettanta chiarezza e determinazione alla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Il 28 gennaio, a Berlino, quattrocentomila operai erano scesi in sciopero. Un'assemblea di delegati operai, tra i quali molti spartachisti, reclamò la pace immediata senza annessioni e una serie di rivendicazioni economiche. Il giorno dopo, lo sciopero coinvolse un milione di operai in tutta la Germania e l'atmosfera era carica di tensione rivoluzionaria. L'opposizione del proletariato tedesco alla guerra era in quei frangenti al massimo livello, ma gli obiettivi dichiarati rientravano in definitiva negli schemi menscevichi e kautskiani.
L'imperialismo tedesco cercò di trarre il massimo vantaggio dalla trattativa di pace con il governo bolscevico, ma, nonostante l'apparente successo, la pace si rivelò – com'era negli intenti dei bolscevichi – fattore di disgregazione e di contagio rivoluzionario. Era lo scopo che si proponeva Lenin, che fu tuttavia duramente contrastato nel partito dalla tendenza favorevole alla guerra (17).
Dalla tattica dei kautskiani, dei menscevichi e di tutti i socialisti piccolo-borghesi, che mette invece al primo posto gli interessi nazionali invocando una pace generale senza annessioni e mantenendo il proprio esercito in armi, “deriva – per Lenin – che gli operai tedeschi devono oggi difendere la patria insieme con la borghesia e temere soprattutto la rivoluzione in Germania, perché gli inglesi potrebbero imporre ai tedeschi una nuova Brest. Ecco l'abiura. Ecco il nazionalismo piccolo borghese (18). In seguito, il governo tedesco dei commissari del popolo avrebbe firmato con l'Intesa una pace peggiore perfino di quella tanto criticata di Brest-Litovsk, non certo per scopi rivoluzionari, ma accettando di schiacciare il proletariato tedesco sotto il peso intollerabile delle riparazioni.
 
L'opzione di una “guerra proletaria”
La pace di Brest Litovsk si poneva in continuità con le “Tesi di aprile” che negavano ogni concessione al difesismo rivoluzionario prima della conquista del potere da parte del proletariato. Scrivevamo nel 1950: “Ma in queste tesi – badiamo, per questo punto oltre che programmatiche, anche polemiche e propagandistiche, nel nostro senso e non in quello dei lanciatori di dentifrici, poiché Lenin raccomanda: cura pazienza e perseveranza nell'illuminare le masse su questo errore della guerra 'per necessità, non per spirito di conquista' – Lenin fissa le condizioni per il 'consenso' del proletariato ad una guerra 'che giustifichi veramente il difesismo rivoluzionario'. Sono queste: a) passaggio del potere al proletariato e agli strati più poveri della classe contadina; b) rinuncia a tutte le annessioni a fatti e non a parole; c) rottura completa a fatti, con tutti gli interessi del capitale (leggi: del capitale interno ed estero). Poiché il regime che abbiamo in Russia nell'aprile 1917 non risponde a tali condizioni, la politica del partito bolscevico nella guerra sarà: organizzazione della più larga propaganda di queste vedute nell'esercito combattente. Fraternizzazione (nelle trincee, tra il proletariato soldato russo e quello tedesco, per sabotare entrambe le nemiche discipline di guerra). Il programma, se va al potere il proletariato: 'Soppressione della polizia, dell'esercito e del corpo dei funzionari'” (“La guerra rivoluzionaria proletaria”, “Battaglia comunista”, n.12/1950).
Non è dunque escluso che una rivoluzione vittoriosa possa essere messa nelle condizioni di impegnarsi in una guerra contro le forze internazionali della controrivoluzione che necessariamente si coalizzeranno per abbatterla con la più furiosa violenza. La Comune di Parigi fu abbattuta dalle cannonate dell'esercito agli ordini del governo di Versailles, con l'accordo del “nemico” prussiano, le cui vittoriose truppe lasciarono che il massacro si compisse senza alzare un dito. Allo stesso modo, la rivoluzione sovietica dovette affrontare in armi tanto i nemici interni quando gli eserciti della controrivoluzione mondiale che tentarono l'intervento diretto. Il disfattismo rivoluzionario è tale nei confronti della guerra condotta da un governo imperialista, quale che ne sia il regime politico, e non va confuso con un imbelle pacifismo da adottare in tutte le situazioni. Un governo rivoluzionario può essere costretto, in determinate situazioni, a impegnarsi in una guerra contro gli stati che lo minacciano. Altra fu la scelta di Lenin e Trotsky, con la pace di Brest-Litovsk, per chiudere temporaneamente la partita col militarismo prussiano e indirizzare ogni sforzo per la salvezza della rivoluzione, e fu scelta vincente.
  
Alla fine del 1918, il PCR abbracciò la prospettiva di una continuazione della guerra contro l'Intesa a fianco della Germania, subordinata al successo di una rivoluzione che avrebbe dovuto portare il proletariato tedesco alla conquista del potere. Il 18 novembre 1918, la “Rote Fahne” (organo di Spartaco)pubblica l'appello del governo dei Soviet ai Consigli tedeschi perché prendano il potere con le armi e trasmettano l'ordine ai soldati tedeschi impiegati in Ucraina di combattere a fianco dell'Armata Rossa contro le bande controrivoluzionarie di Denikin e Krasnov. Il ministro degli esteri sovietico Cicerin cercò di convincere Haase – e tramite lui lo stesso Ebert – che un successo dello sbarco degli Alleati a Odessa in appoggio al governo ucraino e ai generali bianchi costituiva  una grave minaccia anche per il governo tedesco dei commissari del popolo. L'Armata Rossa doveva intervenire in Ucraina e si voleva evitare lo scontro armato con le truppe tedesche di occupazione.
Se dobbiamo insistere sul fatto che le premesse operaiste e immediatiste da cui partivano i nazionalbolscevichi  attribuivano all'indirizzo tattico di una guerra contro l'Intesa un carattere obiettivamente controrivoluzionario, va anche riconosciuto che di per sé quell'indirizzo non era affatto campato per aria né era in se stesso in contraddizione con le premesse teoriche e la strategia del marxismo rivoluzionario.
La necessità di una strenua lotta contro il trattato di Versailles è del resto sostenuta tanto dall'IC e dai partiti aderenti quanto dal KAPD (19). E' chiaro a tutti i militanti che le sorti della rivoluzione russa sono legate a filo doppio alle sorti della rivoluzione tedesca. All'atto della sua costituzione, nel marzo 1920, il KAPD giunge a teorizzare un blocco economico socialista tra Germania e Russia dei soviet che consentirebbe di resistere alle pressioni economiche e politiche delle potenze capitalistiche. Quando viene redatto il programma del KAPD, i nazionalbolscevichi di Amburgo fanno parte del partito appena costituito, dal quale saranno espulsi, su richiesta dell'IC, nei mesi immediatamente successivi. Dalla pubblicazione del testo sulla guerra rivoluzionaria, avevano iniziato a perdere credibilità all'interno della sinistra comunista, ed erano stati sostituiti, nel ruolo di guida teorica, dagli olandesi Gorter e Pannekoek. Tuttavia, nel programma KAPD se ne sente ancora forte l'influenza, sia nella sottolineatura della prospettiva dell'integrazione economica fra le risorse russe di materie prime e agricole e la produzione industriale tedesca, sia nella minaccia costituita dalle condizioni capestro di Versailles sul sistema industriale della Germania. Quest'ultima è infatti la motivazione principale avanzata dai nazionalbolscevichi per giustificare la tattica della “guerra popolare”. A differenza della linea prevalente nel KAPD, essi non legano il rapporto con la Russia e la denuncia di Versailles alle sorti della rivoluzione, ma a quelle della nazione tedesca, alla sua stessa sopravvivenza. D'altra parte, essi non credono affatto alla maturità delle condizioni per lo scoppio della rivoluzione in Germania, e affidano la salvezza del Paese all'alleanza tattica tra proletariato e borghesia per una “guerra popolare”; guerra, si potrebbe dire, di “resistenza” interclassista contro l'oppressione straniera.
Lo schema è infatti il medesimo: la Patria in pericolo, perché invasa od oppressa dallo straniero, chiama all'unità interclassista di tutto il popolo per combattere una guerra di liberazione nazionale con l'aiuto di una nazione alleata, già in armi contro il comune nemico. Il ruolo del proletariato in questa guerra viene riconosciuto come decisivo, esattamente come lo è stato nella “guerra di liberazione” italiana, dove molti proletari si sono immolati agli interessi nazionali credendo di battersi per il “socialismo”. E' ennesima conferma delle nostre tesi la constatazione che un gruppo come quello dei nazionalbolscevichi, che in diversi aspetti ha anticipato il nazismo – variante tedesca del fascismo internazionale – sia partito da uno schema antifascista ante litteram. Noi abbiamo infatti sempre sostenuto che il peggior prodotto del fascismo è l'antifascismo, in quanto falsa opposizione che non mette in discussione le premesse capitalistiche su cui si fondano tanto il fascismo quanto la democrazia, entrambi convergenti nell'organizzare le condizioni politiche per l'irreggimentazione del proletariato. Che sia nel nome della nazione o della democrazia – peggio se associate ad una vaga prospettiva di “socialismo” – non cambia il segno politico antiproletario e controrivoluzionario di quelle condizioni. In questo va riconosciuto ai nazionalbolscevichi di Amburgo di aver operato una sintesi originale e anticipatrice tanto dei movimenti fascisti quanto delle opposte “resistenze” democratiche – entrambe invariabilmente “nazionali”.
  
1920: sintesi mancata di guerra e rivoluzione
  
Il 1920 è per la Germania e per le prospettive della rivoluzione un anno cruciale. Il punto di svolta è l'esito dell'avanzata dell' Armata Rossa che a metà agosto è alle porte di Varsavia:  “le truppe di Lenin erano davanti a Varsavia e un terrore paralizzante si impadronì dei governi di Parigi e Londra, e anche di quello di Washington, giacché gran parte degli operai inglesi e francesi sembravano dar credito più alle parole d'ordine che arrivavano da Mosca che alle dichiarazioni dei propri governi. Secondo resoconti attendibili sia il governo sovietico, sia la parte della popolazione fedele al partito, non si curavano più delle faccende interne, perché l'imminente rivoluzione in Germania occupava tutta la loro attenzione” (20). Se Varsavia fosse caduta, sarebbe caduto lo Stato cuscinetto più importante creato a Versailles per proteggere l'Occidente europeo dal contagio rivoluzionario e il movimento rivoluzionario in Germania avrebbe ricevuto uno slancio eccezionale.
L'avanzata dell'Armata Rossa in Polonia avviene parallelamente al verificarsi del tentativo di putsch di Kapp e alla grandiosa reazione proletaria che lo affossa. Della fondamentale vicenda, su cui ritorneremo in seguito, interessa qui considerare la questione del rapporto guerra-rivoluzione. L'iniziativa di Kapp matura nei vertici militari, insofferenti per la ratifica del trattato di Versailles, e segna una rottura dell'alleanza SPD-generali che fino ad allora aveva garantito il controllo e la repressione del proletariato.Il gruppo di Amburgo vede con favore questa evoluzione, tanto che non dà il suo appoggio alla risposta proletaria al putsch. Ma l'alleanza SPD-vertici militari si ricompone ben presto con la sanguinosa repressione del moto proletario (3000 morti solo a Berlino nei giorni del putsch). L'atteggiamento inizialmente passivo e poi contraddittorio del KPD fa maturare la frattura definitiva nel movimento comunista. Il KAPD, di cui fa parte anche il gruppo di Amburgo, nasce negli stessi giorni dell'intervento della Reichswehr nella Ruhr contro le formazioni proletarie armate, nelle quali i militanti del nascente partito sono impegnati direttamente, mentre il KPD scivola verso una deriva legalitaria di "difesa della repubblica".
Il 1920 tedesco sembra dare corpo alla prospettiva "nazionalbolscevica" degli amburghesi: alleanza tra settori dell'esercito e proletariato, alleanza con la Russia, guerra popolare contro l'Intesa. L'equivoco di un “internazionalismo” bastardo, ridotto a filo-bolscevismo, cioè a un'alleanza internazionale russo-tedesca in funzione anti-occidentale, era buono al più per rilanciare l'idea di una guerra popolare contro la famigerata Intesa, qualificata come “capitalista” in contrapposizione alle nazioni “proletarie”. Ma nella Germania 1920 non sussisteva nessuna delle condizioni che, secondo Lenin, potevano giustificare una "guerra rivoluzionaria". Questo non significanegare la possibilità che nel fatidico 1920, qualora l'Armata Rossa fosse entrata a Varsavia e si fosse verificato il fisico abbraccio tra il proletariato russo e quello tedesco, la situazione non potesse evolversi nel senso prospettato dagli amburghesi. In simili frangenti, è plausibile che l'Intesa si sarebbe orientata ad aggredire nuovamente la Germania. Ma allora la sorte dello scontro internazionale di classe, pur assumendo la forma della guerra aperta, sarebbe stata affidata, più che alla vittoria militare dell'uno o dell'altro fronte, al contagio rivoluzionario, all'appello alla lotta internazionale proletariaentro ed oltre i confini nazionali, ancora e sempre all'internazionalismo proletario contrapposto al nazionalismo borghese. Va ricordato che nel 1920 l'Armata Rossa era entrata in Polonia non con intenti di aggressione, ma in risposta all'aggressione subita ad opera della stessa Polonia nell'ambito dei piani dell'Intesa di schiacciare la Rivoluzione russa con interventi militari diretti e indiretti, e che il fattore decisivo della sconfitta fu la mancata sollevazione del proletariato polacco.La stessa pace di Brest-Litovsk del 1918 aveva dimostrato senza equivoci che ai bolscevichi nulla importava della difesa del “sacro suolo della patria”, e che essi non avevano a cuore altro che questo: che il contagio della rivoluzione, attraverso i soldati tedeschi, raggiungesse il paese europeo dal capitalismo più avanzato.
 
In definitiva, se la formula di Lenin era stata “trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria”, quella di Laufenberg-Wollfheim si volge in “trasformare la guerra civile controrivoluzionaria in guerra popolare rivoluzionaria”. Il capovolgimento è alla fine completo, il cerchio si chiude. La socialdemocrazia aveva abbracciato la causa della guerra nazionale con pretesti difesisti, anteponendo le sorti della nazione alla causa internazionale del proletariato; la tendenza Wolffheim-Laufenberg esordisce con la condanna senza riserve dei socialpatrioti e finisce per attribuire alla guerra contro l'Intesa un ruolo rivoluzionario. Ma per le premesse teoriche su cui si fondava, l'indirizzo tattico era destinato – come nel 1914 – a condurre ancora una volta al macello il proletariato in nome di obiettivi altrui: unità nazionale, democrazia, produzione.
 
La Rivoluzione e lo Stato
 
Per il gruppo di Amburgo, l'obiettivo della rivoluzione proletaria non è la distruzione dello Stato borghese, ma la sua sostituzione con nuove forme, la sua ri-forma (a nulla servirebbe prendere il potere nelle vecchie forme); non è la dissoluzione dello stato in quanto tale come conseguenza della finale scomparsa delle classi nella società comunista, è la creazione dello “stato operaio”, lo stato dei produttori. Lo stesso obiettivo si ritrova in un articolo di Gramsci su “l'Ordine Nuovo” (“Il Consiglio di fabbrica”, 5 giugno 1920), a circa un anno di distanza da quello di Wolffheim: “E noi diciamo che il periodo attuale è rivoluzionario, appunto perché constatiamo che la classe operaia, in tutte le nazioni, tende [...] a esprimere nel suo seno istituti di tipo nuovo nel campo operaio, istituti a base rappresentativa, costruiti entro uno schema industriale [...], a fondare il suo Stato” . Lo stato operaio sorge dunque dall'azienda e si organizza “sul tipo della grande industria meccanica” (sic!) su base nazionale, così che ogni nazione, in ragione della propria specificità economica, svolge un ruolo determinato nella divisione internazionale del lavoro, così che ogni popolo, ogni parte di umanità acquista figura in quanto esercita una determinata produzione preminente e non più in quanto è organizzata in forma di Stato e ha determinate frontiere”(21).
Lo “Stato operaio” si propone così come una macchina produttiva, un'azienda organizzata su base nazionale sotto il controllo operaio: un sistema-Paese – si direbbe oggi – inserito in un sistema produttivo mondiale che Gramsci identifica con la stessa Internazionale. Anche qui, lo Stato si dissolve solo in quanto si trasforma in un nuovo tipo di organizzazione modellata sulla fabbrica: “Lo Stato operaio, poiché nasce secondo una configurazione produttiva, crea già le condizioni del suo sviluppo, del suo dissolversi come Stato, del suo incorporarsi organico in un sistema mondiale, l'Internazionale comunista”  (22).
Ma se l'esito del processo rivoluzionario è il “dissolversi come Stato” dello Stato operaio nell'Internazionale, ciò comporta il permanere delle “nazioni”, ciascuna con la propria specificità economica, il permanere della “produzionecome finalità specifica”, della “rappresentanza operaia nei consigli” come condizione necessaria per il  funzionamento della “macchina complessiva”: quindi, il permanere dello Stato nella sua nuova forma “operaia”.. Altro che “dissoluzione dello Stato”!
  
Ben altra cosa dallo Stato operaio – che nella visione di Gramsci assume i tratti inquietanti di un sistema di fabbrica su scala planetaria e che in Wolffheim presenta gli stessi caratteri di fondo – è la dittatura del proletariato, forma transitoria di aperto dominio di classe finalizzato a contrastare con la violenza gli immancabili tentativi della borghesia di riconquistare il potere.
Nell'opuscolo Il rinnegato Kautsky, a proposito di Stato, democrazia, dittatura, Lenin cita Engels: “Non essendo lo Stato altro che un'istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per tenere soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno 'Stato popolare libero' è pura assurdità: finché il proletariato ha bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dell'assoggettamento dei suoi avversari, e, quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere” (23).
  
Ciò che vale per lo “Stato popolare libero” di Kautsky vale anche per lo “Stato operaio” prospettato da Gramsci e Wolffheim-Laufenberg, e poco conta che al posto della “democrazia rappresentativa”, abilitata da Kautsky a strumento di potere della maggioranza proletaria, si sostituisca la “democrazia dei produttori” organizzata sulla rappresentanza aziendale: sempre di Stato di tratta, dunque di una forma di oppressione che né in Gramsci né in Wolffheim si prospetta come transitoria, ma che appare anzi come risultato finale del processo rivoluzionario. Il “nuovo ordine” sarà  per Gramsci “una organizzazione della libertà per tutti, che non avrà nessun carattere stabile e definitivo, ma sarà una ricerca continua di forme nuove, di rapporti nuovi, che sempre si adeguino ai bisogni degli uomini e dei gruppi, purché tutte le iniziative siano rispettate, purché utili, tutte le libertà siano tutelate purché non di privilegio”(24).
 
Il semplice fatto che qui si parli di “tutela delle libertàimplica che siano codificati dei diritti individuali e collettivi, che vi sia dunque una legislazione e uno Stato che ne garantisca il rispetto, presuppone la presenza di interessi differenti, di gruppi. Una divisione della società in gruppi distinti in base alla loro collocazione tecnica nella produzione tende a riprodurre le condizioni di una nuova Trennung (separazione).Una società comunista non si compone di gruppi né presenta interessi contrastanti, non lega nessuno a una funzione stabile, quale che sia, ma si presenta come un tutto organico, una “comunità di specie” in cui lo “Stato” – se vogliamo chiamarlo così – si eleva a organizzazione funzionale al programma della specie umana (25).
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La concezione operaista ha trovato radicamento in tutte le stagioni in cui il movimento operaio ha intrapreso una fase di lotta aperta al capitale, dall'anarco-sindacalismo di fine Ottocento alle varianti kaapedista, ordinovista e consiglista del primo dopoguerra, fino alle teorie nate dalla ripresa delle lotte di fabbrica negli anni Sessanta del secolo scorso. L'elemento comune, l'errore ricorrente, è la centralità assegnata all'operaio nella dinamica della rivoluzione sociale, come se dalla collocazione che la società capitalistica assegna all'operaio sorgesse spontaneamente una soggettività in grado di sovvertirne gli assetti. Il limite di ogni operaismo sta nel fatto che la celebrazione dell'operaio come protagonista della rivoluzione entra in contraddizione con il suo scopo ultimo: l'abolizione delle classi, della pena del lavoro salariato, e dunque dell'operaio stesso. Così, la concezione operaista finisce per porsi come fattore di conservazione sociale, volto alla creazione di un ordine che preveda comunque la sopravvivenza dell'operaio, nelle varianti "rivoluzionarie" come classe egemone che assume il controllo dell'economia e dello Stato, nelle varianti conservatrici e reazionarie come "ordine" entro un sistema armonico di "stati".
Dopo l'espulsione dall'IC e dal KAPD, il gruppo nazionalbolscevico di Amburgo non si può più considerare interno al movimento comunista e si indirizza verso posizioni di destra radicale: "Con elementi nazionalisti, radicali, fascisti di sinistra, fonderanno dapprima la 'Kommunistischen Bunden', poi, un istituto per lo studio del Comunismo tedesco. Nel 1923 finiranno con l'avere frequenti contatti coi nazisti nell'illusione, abbastanza diffusa, che il nazismo delle origini operi in senso anti-capitalista" (26). Lo stesso KPD coltivò quest'illusione con l'adozione della "linea Schlageter", obiettivamente "nazionalbolscevica" (cfr. Terza Parte di questo lavoro), cosa che fece imbestialire Friz Wolffheim al punto da convincerlo della necessità di "fucilare i comunisti" (27). Non si tratta evidentemente di condannare i singoli, che agiscono e pensano sempre, più o meno consapevolmente, come espressione di forze e tendenze storiche, ma di vedere la conferma che chi non si àncora saldamente al marxismo rivoluzionario può approdare, pur con le migliori intenzioni, ai lidi più imprevedibili. Wolffheim avrebbe in seguito collaborato con l'ala nazista di sinistra di Strasser, prima di finire i propri giorni in un campo di concentramento; evidentemente, il nazismo, giunto al potere, non gli perdonò di essere stato un "comunista", per quanto votato alla causa nazionale. Quanto a Laufenberg, che prima di entrare nel KPD aveva aderito al Centro (Partito cattolico conservatore) e poi alla SPD, sparì di scena dopo il 1920.
L'attività del gruppo di Amburgo aveva tuttavia affrontato, e risolto in termini borghesi, alcune questioni che il movimento comunista doveva dirimere: fra tutte, la questione del nazionalismo e del rapporto con le classi intermedie. Il movimento comunista tedesco e internazionale era chiamato ad affrontarle in termini marxisti, ma proprio su questo arduo terreno si scivolò verso approdi che si allontanavano progressivamente dai principi fondanti del movimento, tattica "nazionalbolscevica" compresa.
 
NOTE
1- Il fatto che abbiamo potuto accedervi solo per quei pochi testi tradotti in italiano non rende il nostro lavoro superfluo. A noi interessa riconoscere i caratteri fondamentali del movimento, la loro adesione o rottura con i tratti distintivi del marxismo rivoluzionario, le lezioni che se ne possono trarre per il presente e il futuro.
2- Su tutti questi temi, oltre che per le questioni trattate in seguito, cfr. anche la nostra Storia della sinistra comunista. Vol. I: 1919-1920, Edizioni Il programma comunista, Milano 1972, che fornisce il necessario quadro di riferimento storico-teorico.
3- Authier-Barrot, Sinistra comunista in Germania, Salamandra, 1981, pag.138.
4- Queste idee, storicamente riferibili agli albori del movimento operaio, si impongono proprio nei centri industriali più importanti (Amburgo, Berlino, Brema, Dresda), dove la forza della presenza operaia si pone come fattore di condizionamento ideologico in senso operaista nel processo di formazione del partito di classe. In Italia, non per caso la corrente operaista nasce a Torino, la città più avanzata industrialmente del Paese. ScriveBricianer, in Pannekoek e i consigli operai (Musolini, pag. 219), chei comunisti estremisti, in maggioranza, non contestavano affatto la necessità del partito politico. Ma, secondo loro, tale partito doveva essere il partito di un'élite saldamente attaccata ai principi, per adattarli alla situazione e propagandarli, cosa che non poteva fare un partito di massa, inevitabilmente soggetto ad un apparato tentacolare o votato alla rivendicazione di interessi immediati degli operai, e quindi costretto a sacrificare lo scopo finale all'uso di metodi concilianti”. Questa impostazione, corretta nel sottolineare il carattere necessariamente minoritario del partito, va respinta quando ne circoscrive i compiti e ne limita l'azione al campo della propaganda. Ma gli amburghesi vanno oltre: essi legano l'idea del partito-propaganda all'idea delle “unioni” come organizzazione proletaria che lega compiti economici e politici e come fondamento dello stato proletario-nazionale organizzato nei Consigli.
5- Rutigliano, Linskommunismus e rivoluzione in Occidente, Dedalo libri, pag.267. Sui problemi del partito tedesco, che era considerato internazionalmente quello che avrebbe dovuto condurre la battaglia più importante, “il Soviet” di Napoli, pur sulla base delle poche informazioni che giungevano dalla Germania, espresse una prima valutazione nell'aprile 1920 (cfr. Storia della sinistra comunista. Vol.II, nota a p.527). Nell'articolo si respingevano come non marxiste e piccolo-borghesi tutte le varianti del sindacalismo presenti nel partito tedesco e si riconosceva la giustezza delle posizioni della Zentrale: l'unico punto di dissidio con essa era sulla questione della partecipazione alle elezioni borghesi, che la Sinistra “italiana” respingeva per ragioni politiche, estranee alle motivazioni di principio delle opposizioni interne al KPD. Tuttavia, quanto alle accuse alla Zentrale di preparare una fusione con gli Indipendenti, il Soviet scriveva: noi non possiamo credere che i compagni del KPD, tanto dotati di esperienza critica, abbiano attribuito valore ai filosofemi pseudocomunisti dell'ultimo programma degli Indipendenti”. Purtroppo, gli sviluppi successivi avrebbero confermato la fondatezza delle accuse dei gruppi di sinistra alla Zentrale e dimostrato l'assenza nel KPD di una componente che inquadrasse nella coerente visione marxista i problemi della rivoluzione in Germania. Pochi mesi dopo, un altro articolo del “Soviet” (“La situazione in Germania e il movimento comunista”, 11.7.1920) ribadisce gli errori teorici delle opposizioni antiparlamentariste e sindacaliste-rivoluzionarie che in aprile avevano costituito il KAPD, ma segnala che l'espulsione al congresso di Heidelberg in ottobre 1919 era avvenuta con un procedimento inaudito e riconosce la superiore combattività dei militanti KAPD rispetto a una Zentrale Levi ormai convertita al parlamentarismo. Quanto alle contraddizioni che attraversano il movimento comunista tedesco in quel frangente storico, l'articolo ricorda che, da una parte, c'è l'organizzazione che rappresenta ufficialmente l'IC, il KPD, che dal punto di vista teorico si pone su una “buona base marxista”, ma si rivela a ogni frangente inadeguata tatticamente a dirigere il movimento proletario verso lo sbocco rivoluzionario e persegue l'unità con l'USPD; dall'altra, ci sono gli scissionisti KAPD che, pur avendo non poche ragioni di condanna della Zentrale, danno accoglienza a concezioni prossime all'anarchismo (Ruhle) e ad altre del tutto estranee all'internazionalismo (nazionalboscevichi). Permane solida nel KAPD l'idea di un'organizzazione federale, non centralizzata, che deve essere di esempio per le masse nella cui spontaneità risiede il potenziale rivoluzionario che potrà esprimersi quando la classe si sarà liberata dell'influenza ideologica della borghesia. “Vi è del sindacalismo”, scrive “il Soviet”, “ma vi è soprattutto una concezione del rapporto partito-masse che limita la funzione del primo a compiti di elevazione del grado di coscienza rivoluzionaria e risente in certa misura dell'atmosfera 'democratica' che si respira nelle società occidentali. La constatazione di questi limiti non toglie nulla alla genuina disposizione rivoluzionaria del KAPD e dei suoi generosi militanti, anche in questo eredi degli eroici martiri dello Spartachismo; ma la generosità non può compensare la carenza di 'buone basi marxiste'”.
6- Cfr. Storia della sinistra comunista. Vol. II, Edizioni Il programma comunista, e in particolare gli articoli riprodotti dal “Soviet”: “Il Partito comunista tedesco”(a p.530-531), e “Le tendenze nella III Internazionale” (a p. 536).
7- Bricianer, Pannekoek e i consigli operai, cit., p. 223, nota 7. Cfr. anche Authier-Barrot, op. cit., pag.68.
8-  Nell'ottobre del 1919, Lenin, nel suo “Saluto ai comunisti italiani, francesi e tedeschi”, esprime un giudizio molto positivo sull'opuscolo di Laufenberg Tra la prima e la seconda rivoluzione. A proposito del tradimento della rivoluzione tedesca da parte di scheidemanniani e kautskiani, scrive: Laufenberg [...] lo ha dimostrato con un'energia, una precisione, una chiarezza, una forza di persuasione ammirevoli”. Purtroppo, non disponiamo del testo di Laufenberg, ma  la valutazione di Lenin non può che significare che in esso sono assenti formulazioni estranee al marxismo, e a maggior ragione quella clamorosa della variante teutonica del bolscevismo.
9- Laufenberg, La rivoluzione di Amburgo, cit. in Authier-Barrot, cit., pag.159-160.
10- "La situazione della Germania e della rivoluzione in questo paese può essere paragonata a quella della Francia dopo la capitolazione di Sedan di fronte alla Prussia, nel settembre del 1870: la guerra di liberazione del territorio diventava guerra rivoluzionaria, sostenuta dall'Ail... .Essi rivolgono anche una critica nuova alla direzione del KPD, accusando Levi nel 1920 di essere un 'agente della finanza ebraica internazionale'" (Authier-Barrot, op. cit., pp. 60-61)
11- “Appello al partito”al congresso KPD a Karlsruhe e Durlach, 25-25 febbraio 1920, in Ritter-Miller, La rivoluzione tedesca. 1918-19, Feltrinelli.
12- L'utilizzo del richiamo nazionale non fu un'esclusiva dei nazionalbolscevichi di Amburgo, a cui spetta però la primogenitura. A partire dal 1921, passando attraverso il cruciale 1923 (la “linea Schlageter”) e fino alla definitiva affermazione del nazismo, la bandiera nazionale fu raccolta più volte dal KPD, allo scopo di contrastare l'influenza tra le masse del nazionalismo rivoluzionario. Ma già nel 1921 si poteva considerare la battaglia compromessa. Nel momento in cui il partito proletario si pone sul terreno politico e ideologico dell'avversario è sconfitto in partenza: anche nell'ipotesi di un “successo” di quella politica, sarebbe l'avversario a conquistarlo, non viceversa. Come per l'uso rivoluzionario dell'appello ai sentimenti nazionali, vale la previsione che la Sinistra “italiana” formulò in quegli anni a proposito dell'uso rivoluzionario del parlamentarismo: che “gli 'utilizzatori' finiranno con l'essere 'utilizzati'”.
13- “Come nella Comune di Parigi, anche in quella di Leningrado la rivoluzione ha vinto marciando in direzione opposta al fronte di guerra, non sparando sul nemico straniero nella lotta militare e nazionale, ma volgendo gli stessi uomini e le stesse armi contro il nemico interno, contro il governo della capitale, contro il potere di classe della borghesia; 'volgendo la guerra nazionale in guerra civile'.Né, oltre questi, la storia ci ha dato altri esempi (Stato proletario e guerra”, in “Battaglia comunista”, n.14/1950).
14- Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Editori riuniti, p.79; su questo e su Brest-Litovsk, vedi le pagine 146-148 dello stesso testo.
15- Idem, p.79.
16- G. Badia, Il movimento spartachista, Samonà e Savelli, 1970, p.116.
17- Così abbiamo scritto: "Le trattative coi tedeschi cominciarono il 9 dicembre, ma solo il 25 i tedeschi formularono le loro proposte, comprendenti brigantesche richieste di annessione. La delegazione russa non poteva accettarle; la situazione era stata resa difficile dal fatto che l'Ucraina non era ancora passata coi bolscevichi, e la 'Rada' di Kiev stipulava separatamente la pace coi tedeschi il 9 febbraio. Ma intanto a Vienna, a Berlino, si hanno scioperi politici, moti operai. I russi non possono dichiarare la guerra, non possono accettare condizioni capestro; essi interrompono le trattative rifiutando di firmare la pace, ma, annunziando al mondo che l'esercito russo non opporrà resistenza all'invasore, fanno appello al proletariato tedesco e di tutti i paesi perché si levi contro i governi imperialisti e la guerra.[...] I tedeschi denunziarono l'armistizio e ripresero, con cinque giorni in anticipo sul termine, la marcia in avanti. La situazione era tremenda. I controrivoluzionari ucraini e finlandesi, premuti dai bolscevichi, inviavano appelli alle forze militari tedesche. I proletari rivoluzionari oscillavano tra la furente indignazione e l'abbattimento totale. Nelle stesse file dei bolscevichi si aprì il dissidio: chiedere ancora di trattare per la pace e capitolare del tutto, o cadere in una disperatissima resistenza? E' noto che Lenin dovette lavorare assai, soprattutto contro Bucharin che era 'per la guerra'. Lenin guardava, come sempre fece senza un attimo di interruzione, al cammino della rivoluzione mondiale. Non vi era che da prendere tempo utilizzando il contrasto tra gli imperialismi nemici, tutti egualmente pronti a tentare di strozzare la rivoluzione di Russia. Al Congresso del Partito come al IV Congresso dei Soviet vinse la tesi della pace. La delegazione dei Soviet tornò a Brest Litovsk, vi trovò condizioni ancora più inesorabili. Le firmò 'senza neppure leggerle'. La guerra era finita. Il 16 marzo il Congresso ratificava con 724 voti favorevoli contro 276 contrari e 118 astenuti. 'Non aspettiamo un cambiamento di queste condizioni da forza bellica, ma dalla rivoluzione mondiale'"(“La guerra rivoluzionaria poletaria”, in “Battaglia comunista”, n.12/1950).
18- Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, cit., p.148.
19- Gorter, anzi, ne fa motivo di aspra polemica contro il partito comunista olandese, sostenitore di una linea filo-Intesa (cfr. “L'opportunismo nel partito comunista olandese”, in Rutigliano, op. cit., p.166 e segg. L'articolo fu redatto nell'agosto 1919, ma “aggiornato” nel 1920 e pubblicato solo nel 1921): Se la pace significa il mantenimento della dittatura del capitalismo dell'Intesa, con o senza la collaborazione del capitalismo tedesco, allora noi siamo per la guerra contro lo sfruttatore, sia esso straniero o nazionale. Noi rigettiamo il trattato di pace di Versailles poiché esso è un patto tra la borghesia dell'Intesa e la borghesia tedesca contro il proletariato tedesco. [... ] H. Laufenberg afferma che il proletariato rivoluzionario mondiale deve condurre una lotta comune contro la pace di Versailles. Nella lotta comune contro l'imperialismo angloamericano egli intravede la via e la soluzione della rivoluzione mondiale” (in Rutigliano, op. cit, p. 173. Da notare che il testo è redatto prima della pubblicazione di “Guerra popolare rivoluzionaria”, ma nella “revisione” successiva il riferimento a Laufenberg, che nel '21 aveva rotto col movimento comunista tedesco, è mantenuto in termini positivi).
20-  E. Nolte, Controversie, Corbaccio, p.108. Sulla mancata sollevazione di Varsavia ebbe influenza anche l'approccio al tema delle nazionalità da parte di Rosa Luxemburg e del partito polacco che, in polemica con Lenin, negavano il diritto all'autodeterminazione delle nazioni oppresse considerando la questione nazionale affare tutto borghese. Così si lasciò in mano alla borghesia l'arma del nazionalismo.
21- InA. Gramsci, Scritti politici, Ed.Riuniti, p.122.
22- Idem, p.123.
23- Riportato in  Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, cit., p.32.
24- Riportato in M. Salvadori, Gramsci e il problema della democrazia, Einaudi, p.10.
25- "Alla base della stortura antimarxista di queste ideologie, di antichissima radice, che si riportano a Proudhon e a Lassalle, anche se non lo sanno, sta il concetto pomposo di 'rete aderente a quella dell'economia produttiva', sulla quale graviterebbe la costruzione di un organismo proletario atto ad organizzare la lotta di classe del proletariato, a rappresentare il potere di esso nella produzione (Gramsci usò bene la parola Ordine: non era uno Stato, nemmeno un semi-Stato, e se tollerava il partito era perché ne concepiva la funzione come scolastico-culturale soltanto, come una secondaria rete di propaganda e di stampa) e soprattutto a condurre la nuova economia, l'unità della quale restava, come in ambiente mercantile, l'Azienda, conquistata dai suoi già dipendenti" (Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, Edizioni Il programma comunista, 1976, p.401).
26- Rutigliano, cit., pag.267, nota 22.
27- P. Broué, Rivoluzione in Germania, Einaudi, p.686. Probabilmente, Wolffheim non digerì che proprio i motivi ideologici che avevano provocato la sua espulsione dal movimento comunista fossero diventati gli stessi della propaganda ufficiale del KPD.

Seconda parte: 1920-1923, dalla rivoluzione proletaria all'antifascismo
 
"il mezzo condiziona malamente il fine, se non è da esso e in rapporto ad esso forgiato" (Premessa alle “Tesi sulla tattica del Pcd'I, Roma 1922, in In difesa della continuità del programma comunista, Edizioni Il programma comunista, p.35)
Premessa
Per la nostra dottrina, le lotte di nazionalità sono un prodotto storico che giungerà a conclusione con la fine del capitalismo e le cui premesse sono ampiamente maturate nel corso del suo sviluppo. Ma finché l'attuale sistema economico e sociale sopravvivrà alle proprie contraddizioni e all'azione cosciente del proletariato rivoluzionario, la “questione nazionale” si presenterà ad ogni crisi che intervenga a sconvolgere la stabilità sociale e riproponga le condizioni della minaccia rivoluzionaria. Grave errore sarebbe dunque, per un partito che si pretenda rivoluzionario, sottovalutare la questione o, peggio, liquidarla perché superata dall'evoluzione del capitalismo, dalla sua tendenza ad abbattere le frontiere nazionali e a internazionalizzarsi, dal sopravanzare la lotta di classe ogni altro fattore storico.
Man mano che il capitalismo procede nel suo sviluppo, e massimamente nella fase attuale, gli Stati nazionali, sotto la pressione dei mercati internazionali, della finanziarizzazione economica, nel contesto della crisi storica del meccanismo di accumulazione, vanno via via riducendo la strumentazione di protezione sociale su cui si è fondata per mezzo secolo la relativa stabilità dei paesi capitalisticamente più sviluppati. Di crisi in crisi, cadono così i veli che mascherano la natura di classe dello Stato borghese agli occhi di masse sempre più proletarizzate, anche in settori tradizionalmente "garantiti", e dietro l'apparenza benevola della sua strumentazione assistenziale traspare con sempre maggiore evidenza l'essenza poliziesca e repressiva dello Stato. Tuttavia, questo processo, lungi dall'annullare l'efficacia dei richiami nazionali, li preserva integri per il momento in cui sarà necessario per la borghesia contrapporre alla prospettiva storica del comunismo l'idea di Nazione e trovare una “soluzione politica” alla crisi. Se il binomio Stato-Nazione ha trovato una definitiva consacrazione storica con la prima guerra imperialista, tra i due termini non vi è identità, e sarà sempre possibile invocare gli interessi di quest'ultima per una soluzione borghese del conflitto di classe che comporti un rinnovamento dello Stato. La priorità degli interessi nazionali viene anzi costantemente sottolineata dagli effetti dell'internazionalizzazione, che fa della borghesia imprenditrice una classe da un lato sempre più incline a trasferire all'estero capitali e produzioni, dall'altro a subordinare lo Stato ai propri interessi – identificati con quelli del sistema-Paese, della Nazione – poco curandosi degli effetti sociali del crescente trasferimento di risorse (quote di plusvalore sociale) dal salario al profitto, con la minaccia, assai poco "patriottica", di andarsene altrimenti altrove.
Si verifica così sempre più spesso che la classe operaia, pur di salvaguardare la propria esistenza materiale minacciata dai licenziamenti, invochi – tramite le sue organizzazioni economiche – la difesa della produzione nazionale, rendendosi anche disponibile a subire il peggioramento progressivo delle condizioni salariali e di lavoro, e chieda alla propria borghesia prove di... patriottismo. Proprio nella fase storica in cui l'esistenza delle nazioni è minata nel profondo dallo sviluppo delle forze produttive – che entro la serra dello stato nazionale è germogliato e cresciuto fino a grandeggiare – tanto il Capitale quanto le masse in via di proletarizzazione e il proletariato stesso si affidano alla nazione, l'uno per appropriarsi di ogni energia utile alla conquista dei mercati esteri, l'altro per chiedere "politiche industriali" che vadano nella stessa direzione, ma che garantiscano che gli investimenti produttivi piovano sul suolo patrio. Dunque, già in questa fase, che pure non preannuncia nell'immediato il ricorso diretto alla guerra aperta tra Stati, limitata per ora alle varie forme di protezionismo economico e alla predazione di società straniere, l'ideologia nazionale si conferma arma efficace di irreggimentazione del proletariato – il quale, se da un lato vede ridursi le proprie schiere nelle fabbriche, dall'altro si amplia fino a comprendere statisticamente settori crescenti della cosiddetta "nazione".
Non è in realtà così paradossale che il Capitale sia oggi assai più "internazionalista" – sia pure in modo del tutto pragmatico – del proletariato, che sembra invece appropriarsi della "bandiera" lasciata cadere dalla borghesia (vecchia famigerata questione) e delle stesse "libertà" e "valori" borghesi, sempre più apertamente calpestati e irrisi dalla stessa classe dirigente. E' questo uno dei modi in cui si manifestano il grado di avanzamento delle forze produttive e la capacità del capitale di rivoluzionare costantemente i rapporti di produzione, rompendo ogni schema ideologico di appartenenza che non si riferisca direttamente alla questione di fondo: l'alternativa storica tra capitalismo e comunismo, la maturità della rivoluzione sociale. Su questa base, lo smarrimento in cui si trova oggi (2013) il proletariato mondiale è destinato a svanire col crescere inevitabile delle lotte sociali che già ora si manifestano in alcune aree come rivolte di masse diseredate, ancora prive della guida del Partito della rivoluzione e perciò incapaci di indirizzare la propria incontenibile forza d'urto contro gli assetti borghesi. Questi possenti movimenti, reazione spontanea all'aggravarsi della crisi, rifiutano di riconoscersi in identità religiose o nazionali e reclamano l'esercizio e il diritto delle libertà borghesi, alle quali affidano invano le proprie possibilità di riscatto. Altrettanto inevitabili saranno le sconfitte, ma di sconfitta in sconfitta, la questione dell'identità di classe è destinata prima o poi a riemergere contro ogni altra identità (fede, nazione, etnia, religione) con cui la borghesia continua a esercitare l'arte dell'infinocchiamento. Bastino questi brevi accenni per richiamare l'attualità della “questione nazionale” che continua a rappresentare la principale arma ideologica della borghesia per mobilitare le masse alla difesa del proprio dominio di classe, sotto la mascherata reazionaria di "Patria, Popolo, Nazione",  mentre da tempo risulta ovunque esaurito il ciclo rivoluzionario imperniato sul fattore nazionale, cui pure il marxismo ha guardato "con interessamento, anzi con ammirazione e passione" (1).
Nell'avanzatissima Europa occidentale, tale ciclo si era notoriamente chiuso fin dal 1870-71, ma ciò non impedì che nel primo dopoguerra il nazionalismo si opponesse, militarmente e politicamente, all'onda rivoluzionaria proveniente dalla Russia bolscevica e ne arrestasse lo slancio ai confini della Polonia. Perché i proletari polacchi non si sollevarono di fronte alla prospettiva di una vittoria sulla propria borghesia con l'aiuto dei rivoluzionari russi in armi? Il trattato di Versailles aveva finalmente risolto la questione nazionale polacca, quella stessa che Marx ed Engels avevano appoggiato incondizionatamente, considerandola la "leva principale per sviluppare al massimo l'agitazione operaia in Europa e affrettare le occasioni di un movimento rivoluzionario" (2). All'inizio del ventesimo secolo, con lo sviluppo del capitalismo, la Polonia aveva perso la sua "eccezionalità" (Lenin), ma rimaneva tra i compiti dei rivoluzionari il sostegno al diritto all'autodeterminazione delle nazioni dell'Europa orientale e dell'Asia. Su questa questione, Lenin sostenne una dura polemica con la Luxemburg, che giudicava che il sostegno dei bolscevichi alle rivendicazioni nazionali dei popoli soggetti all'assolutismo russo avrebbe alimentato il nazionalismo e nuociuto alla causa proletaria. Lenin al contrario sosteneva che proprio il pieno riconoscimento ad opera del partito rivoluzionario del diritto all'autodeterminazione avrebbe privato le borghesie nazionali della possibilità di agitare la bandiera del patriottismo per legare a sé il proprio proletariato. Dialetticamente, il sostegno alle cause nazionali avrebbe favorito la causa dell'internazionalismo.
Lo stato nazionale polacco, nato non per via rivoluzionaria, bensì per effetto della sconfitta di uno degli imperialismi concorrenti, si ergeva ora contro la rivoluzione in Europa, con il sostegno fattivo degli imperialismi vittoriosi, e muoveva guerra contro la minaccia bolscevica. Le aspettative di Marx ed Engels non risultavano per questo affatto smentite, ma semplicemente si confermava che, con il crollo degli Stati assolutisti, il ciclo rivoluzionario delle lotte nazionali in Europa era definitivamente superato e da quel momento il nazionalismo, in tutto il vecchio continente, costituiva un fattore controrivoluzionario. Non veniva smentita nemmeno la posizione di Lenin che a lungo aveva polemizzato con la Luxemburg sulla questione dell'autodecisione delle nazioni.  L'atteggiamento del partito polacco sulle rivendicazioni nazionali, influenzato dalle tesi della Luxemburg, ebbe un ruolo nella mancata sollevazione proletaria in Polonia all'avvicinarsi dell'Armata rossa. Non avendo la socialdemocrazia rivoluzionaria polacca (SDKPiL), in nome dell'internazionalismo, sostenuto con forza il diritto all'autodeterminazione della nazione, il proletariato di Polonia non fu aiutato a liberarsi del secolare pregiudizio anti-russo, e conservò il timore di una nuova sottomissione alla potenza orientale che, se non si ripresentava più in veste zarista, rimaneva invariabilmente "russa". Proprio la sconfitta nella guerra russo-polacca convinse i vecchi militanti del SDKPiL a rivedere la concezione della questione nazionale che avevano condiviso con Rosa. Lenin non era certo meno internazionalista di Rosa, ma proprio perché gli era noto il potenziale controrivoluzionario del fattore nazionale era orientato ad assecondarlo dal punto di vista proletarioper neutralizzarlo.
Completamente diverso è il punto di vista che matura in Germania in alcuni gruppi a sinistra della SPD. Esaurito storicamente il suo potenziale rivoluzionario, la rivendicazione nazionale nel primo dopoguerra costituisce ovunque in Europa un'arma della controrivoluzione. L'Intesa utilizza il fattore nazionale in funzione antibolscevica (stati baltici, Ucraina, ecc.), la Francia tenta di smembrare la Germania alimentando il secessionismo nella Renania, i territori contesi con la Polonia (Slesia) e le decisioni prese a Versailles alimentano il nazionalismo tedesco. La vicenda dei nazionalbolscevichi di Amburgo si nutre di questa ripresa del nazionalismo da loro riproposto a “fattore rivoluzionario”, a partire dalla tesi di una Germania ridotta dai vincitori al ruolo di “nazione oppressa”. Inizialmente relegata a una sua frazione dissidente, quella dell'esistenza di una "questione nazionale" tedesca diviene tesi ufficiale del KPD nel 1923, anno in cui si chiude definitivamente il ciclo rivoluzionario tedesco, mentre gli sviluppi successivi segnano una "relativa stabilizzazione" del capitalismo e il procedere del partito di classe, passo dopo passo, verso approdi sempre più distanti dal solco tracciato dal marxismo rivoluzionario. Il nazionalbolscevismo del KPD è il segno della capitolazione del partito di fronte all'avversario di classe, prima ancora che sul terreno dello scontro in armi (che non vi fu) su quello dei princìpi del movimento comunista.
La nazione tedesca e Versailles
Alla fine, il gruppo nazionalbolscevico di Amburgo fece come l'odiata SPD: si mise d'accordo con i generali. Era l'esito necessario delle premesse ideologiche dei suoi fondatori, in sintonia con quella che fu una vera e propria scuola controrivoluzionaria internazionalecombinante radicalismo democratico, produttivismo e operaismo, che finiva per attribuire alla classe operaia compiti nazionali e perfino, nella sua variante tedesca, a identificare la classe con la nazione, dato che il capitalismo sviluppato, a sentir loro, avrebbe ridotto tutti a proletari, fatta eccezione per qualche odioso banchiere (probabilmente ebreo). Lo scopo della rivoluzione diventava allora la Patria Socialista, uno Stato nazionale operaio modellato sulla base dell'azienda che sembrava dover legare in aeternum gli operai alla catena del lavoro.
Durante il putsch di Kapp, il gruppo non aderì alla parola d'ordine dello sciopero generale, come del resto fece inizialmente la Centrale del KPD con motivazioni diverse. In quella fase, gli amburghesi, che pure si collocavano tra i gruppi alla sinistra del partito di fatto estromessi dopo il congresso di Heidelberg, avevano già sviluppato ampiamente la loro teoria "nazionalbolscevica", per la quale l'avversione al governo SPD poggiava non tanto sull'accusa di tradimento della classe operaia quanto sul tradimento della nazione tedesca consumato con la sottoscrizione delle condizioni di Versailles. Queste premesse danno fondamento alle accuse, rivolte loro dal KPD, di aver tramato nella circostanza del putsch con ufficiali kappisti sulla base del comune rifiuto delle condizioni di pace e nella prospettiva di un'alleanza russo-tedesca contro l'Intesa. In quest'ottica, se si trattava di riprendere la guerra contro le potenze occidentali, da una parte andava evitato un rilancio della lotta di classe e ricostituita una coesione nazionale, dall'altra non si poteva prescindere dal ruolo decisivo dei quadri dell'esercito politicamente orientati a favore dell'opzione anti-occidentale e di alleanza strategica con la Russia. Da qui, la non adesione del gruppo di Amburgo allo sciopero contro Kapp e i contatti con i militari.
Di lì a poco, sarebbero seguite l'adesione al KAPD all'atto della sua fondazione (aprile) e la pronta espulsione in agosto dietro richiesta dell'Esecutivo dell'IC, come condizione per l'ingresso del neonato partito nell'Internazionale. Da quel momento, il gruppo nazionalbolscevico non si può più considerare interno al movimento comunista e  si indirizza verso posizioni di destra radicale (3). L'attività del gruppo di Amburgo aveva tuttavia affrontato, e risolto in termini borghesi, alcune questioni  che il movimento comunista doveva dirimere utilizzando la corretta lettura marxista: la questione della "maturità democratica" e istituzionale dello Stato tedesco uscito dalla guerra e la questione del rapporto con gli imperialismi vincitori.
Dopo la "rivoluzione di novembre", i governi SPD lasciarono intatto l'apparato repressivo e burocratico del vecchio Stato. I generali imperiali presero il pieno controllo di ciò che restava dell'esercito, altrimenti completamente disorganizzato e inutilizzabile ai fini repressivi; sopravvissero i particolarismi statali e il capillare burocratismo che caratterizzavano l'assetto statale del vecchio regime. Si conservò integro anche l'apparato burocratico e giudiziario del vecchio sistema nelle sue articolazioni statali e municipali, che poté quindi mantenere intatti privilegi, poteri e prerogative. Non per questo si può parlare per la Germania 1918 di "rivoluzione borghese incompiuta". Con la Repubblica di Weimar giungono al pieno sviluppo le forme politiche borghesi che svolgeranno la funzione di contrapporsi alla per altro debole spinta consiglista e all'azione diretta proletaria dei primi mesi del 1919: "La Germania conoscerà il vero parlamentarismo solo quando questo sarà diventato totalmente controrivoluzionario" (4). D'altra parte, il passaggio al pieno parlamentarismo può avvenire solo in virtù dell'alleanza tra la massima espressione della democrazia popolare, l'SPD, e la massima espressione della forza statale, la Reichswehr, che mantiene una completa autonomia rispetto al susseguirsi dei governi democratici.
Alla funzione controrivoluzionaria del parlamentarismo si affianca dunque il permanere del vecchio apparato, del tutto funzionale ai compiti di un moderno Stato capitalista (5). Ma se la questione della "maturità democratica" di Weimar non è in discussione, le arretratezze dell'apparato costituivano una buona "riserva" di parole d'ordine borghesi da recuperare al momento opportuno, per indirizzare la mobilitazione operaia verso obiettivi limitati e secondari, come quando nel 1923 tornò d'attualità la questione delle requisizioni dei beni principeschi. La stessa frammentazione statale si rivelò un efficace ostacolo all'unificazione delle lotte operaie nelle fasi decisive (1919, 1920), perché, in assenza di un fattore realmente unificante quale avrebbe dovuto essere il Partito di classe, induceva una frammentazione delle stesse lotte operaie: nel suo insieme, il movimento operaio tedesco penserà e agirà ancora a livello di Land, e la rivoluzione prenderà temporaneamente il potere in certi Laender, mai in tutto il Reich: quando lo sciopero si esauriva a Berlino, si infiammava nella Ruhr, ma nel frattempo la controrivoluzione armata aveva modo di concentrare le proprie forze e di colpire dove il proletariato osava alzare la testa. Lo stesso KPD nacque, non va dimenticato, come organizzazione federale e rimase almeno per tutto il 1919 un arcipelago di organizzazioni locali.
Per parte loro, gli amburghesi, come si è visto, ritenevano che una "rivoluzione politica" fosse già avvenuta con la caduta del regime imperiale; la questione della democrazia si poneva per loro nei termini di una rivoluzione "dal basso" a partire dai luoghi di produzione, mentre attribuivano grande importanza al superamento dell'articolazione dello Stato in Laender come presupposto per un'unificazione nazionale che ritenevano invece non pienamente compiuta. In definitiva, da socialdemocratici conseguenti, si proponevano di portare a compimento quello che la SPD a loro avviso non era stata in grado di realizzare: una rivoluzione nazionale e compiutamente democratica.
 
La “questione nazionale” continuò a condizionare gli avvenimenti tedeschi e gli indirizzi del KPD ben oltre la conclusione della parabola del gruppo di Amburgo. Il trattato di Versailles e le condizioni capestro cui venne sottoposta la "nazione" tedesca erano destinati a rinfocolare le spinte nazionalistiche in Germania. Per molti aspetti, la "rapina" di Versailles si rivelò in buona parte un mito, perché se è vero che l'intento dei vincitori, soprattutto della Francia, fu duramente punitivo, nei fatti né le perdite territoriali né le riparazioni scalfirono la superiorità della potenza tedesca. Inflazione e svalutazione del marco favorirono la produzione industriale rivolta all'export; la perdita di territori etnicamente misti finì per rafforzare la coesione nazionale e indebolire le tendenze separatiste in Baviera e RenaniaIl mito fu coltivato soprattutto da destra, per ovvi motivi, ma anche il movimento comunista, con poche eccezioni, e nonostante gli avvertimenti di Lenin sull'errore di insistere sulla lotta contro Versailles, ne fece una questione centrale. L'ammontare delle riparazioni fissato nel 1921 era addirittura superiore al patrimonio nazionale tedesco, ma fu in seguito fortemente ridotto creando le condizioni per la "politica di adempimento incondizionato" del governo Wirth. Alla fine la Germania "di fatto fece soltanto pagamenti limitati(6).
Tuttavia, questa è una valutazione retrospettiva, mentre è comprensibile che all'epoca fosse idea largamente diffusa che Versailles costituisse un attacco brutale alla Germania, un vero atto di rapina degli imperialismi vincitori ai danni della Germania sconfitta. Lo stesso KPD condivide questa valutazione e fa dell'abrogazione dei trattati un obiettivo specifico, una tra le fondamentali parole d'ordine degli anni Venti.
Ma fu Lenin nel 1919 e nel 1920 (ne L'estremismo) – per una volta d'accordo con i “sinistri” alla Gorter – a disapprovare energicamente l'opposizione del KPD alla firma del trattato di pace, con motivazioni che richiamavano quelle della pace di Brest Litowsk, lontanissime dunque dal pacifismo "al di sopra delle classi" degli Indipendenti. Il senso del ragionamento di Lenin è questo: in Germania stiamo lavorando per la rivoluzione comunista; bisogna mettere in conto che, se raggiungiamo l'obiettivo, il futuro governo sovietico tedesco dovrà accettare di sottomettersi per un certo tempo alle condizioni di pace; è giusto perseguire l'alleanza tra Germania e Russia sovietica, ma solo nel contesto di un rafforzamento del movimento rivoluzionario Internazionale, unico baluardo reale contro ogni imperialismo; al di fuori di questo contesto, l'opposizione alla pace di Versailles è manifestazione di "nazionalismo piccolo borghese", e allo stesso modo sarebbe stato un errore se i bolscevichi non avessero accettato le altrettanto, se non più dure, condizioni di Brest-Litowsk. Bisognava concentrarsi sulla rivoluzione in Germania: tutto il resto era secondario.
La stessa IC non poteva però non denunciare il carattere imperialistico del trattato, come del resto fece tutto il movimento comunista, con poche eccezioni. Al di là delle motivazioni, pur fondate su un punto di vista di classe, la denuncia di Versailles conteneva degli elementi che potenzialmente avrebbero potuto portare acqua al mulino del nazionalismo tedesco, se alla denuncia dell'intento predatorio degli imperialismi dell'Intesa non si accompagnava una inequivocabile presa di distanza da ogni concessione a pulsioni nazionali degli sconfitti e non si teneva fermamente il timone del partito nella rotta segnata dal marxismo rivoluzionario. Era dunque compito del partito di classe porre sempre con estrema chiarezza la questione nei termini dettati dall'internazionalismo proletario: Versailles come attacco non alla Germania, ma alla rivoluzione mondiale, come fattore di divisione nel proletariato mondiale. La posizione di Lenin nel maggio 1920 è chiarissima e non lascia spazio e equivoci, concessioni, o “compromessi”: per lui, l'abolizione del trattato di Versailles non deve essere una rivendicazione specifica del movimento comunista.
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Anche sul fronte borghese l'accettazione del trattato non fu senza resistenze (giugno 1919). Il governo Scheidemann cadde e fu sostituito dal governo Bauer. La maggioranza dell'Assemblea nazionale, la SPD, l'USPD e il Centro si assunsero la responsabilità di accettare le condizioni, ma il governo voleva il consenso dei generali e lo ottenne soprattutto per iniziativa del generale Groener (ministro della Reichswehr continuativamente, in governi diversi), mentre Hindenburg, comandante supremo dell'esercito, si dimise per testimoniare l'ostilità di gran parte dei quadri dell'esercito alle condizioni imposte dall'Intesa. La rivolta di Kapp, espressione del capitalismo agrario dell'Est, si spiega proprio con l'opposizione di una parte dei quadri di comando dell'esercito all'"onta" del trattato e con la crisi di quel  rapporto tra SPD e alti comandi che aveva consentito la repressione sanguinosa della prima fase della rivoluzione tedesca nella primavera del 1919.
La socialdemocrazia tedesca era stata fino ad allora incline al patriottismo e avrebbe potuto opporsi a Versailles e mettersi credibilmente a capo di una mobilitazione "nazionale" e "democratica" chiamando a raccolta tutto il popolo (lo sostiene A. Rosenberg, nella sua “Storia della Repubblica di Weimar”, cfr. nota 24), ma sarebbe stato troppo rischioso per gli equilibri interni e internazionali. Una ripresa del conflitto avrebbe comportato necessariamente una mobilitazione popolare carica di incognite e l'appoggio alla Russia bolscevica nella prospettiva evocata dagli amburghesi. Messa in questi termini, sarebbe stata una continuazione della guerra imperialista di cui si sarebbe però  assunta le responsabilità non il partito rivoluzionario di classe, ma la socialdemocrazia borghese. Il KPD sarebbe stato allora libero di lanciare nuovamente la parola d'ordine di Lenin: "trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria".
Fu il gruppo di Amburgo, in quanto espressione di una tendenza socialdemocratica radicale, a sostenere la soluzione nazionale, rivoluzionaria, democratica e popolare, cercando l'alleanza dell'esercito a scopi di guerra invece che di repressione interna. I "comunisti" di Amburgo furono così gli anticipatori di una impossibile "terza via"i cui connotati divennero chiari in correnti successive della stessa matrice socialdemocratica, come quella di Otto Strasser, interna al NSDAP, o di Niekisch, non a caso identificate anch'esse come "nazionalbolsceviche", poi liquidate nei primi anni del regime nazista, dopo aver compiuto il loro servizio per la controrivoluzione.
Sciopero contro Kapp e insurrezione nella Ruhr: prove di unità "antifascista"
Agli inizi del 1920, ampi settori dell'esercito intendono chiudere i conti con la Repubblica democratica e con il movimento operaio, dalla SPD alla KPD ai sindacati, considerati i responsabili della rovina della nazione. Il tentativo fallisce per la straordinaria risposta di uno sciopero praticamente spontaneo, a Berlino e in tutta la Germania, che priva il governo putschista Kapp-Luttwitz di qualunque possibilità di operare. Il KPD dà risposte incoerenti: inizialmente non aderisce allo sciopero per non correre in soccorso del governo socialdemocratico nemico degli operai rivoluzionari; poi aderisce allo sciopero unitario fino alla dichiarazione di "opposizione legale" a un eventuale governo operaio proposto dal bonzo sindacale Legien. Fu questo uno dei primi segnali di oscillazione tattica del partito tedesco, costantemente in bilico tra tendenze "estremiste" e spinte all'unità con i partiti operai per la costruzione di un "partito di massa". In realtà, la “proposta Legien” fa il paio con i proclami dai toni "rivoluzionari" dell'appello della SPD allo sciopero in risposta al putsch: è uno specchietto per le allodole per USPD e KPD, per coinvolgerli in una lotta unitaria di difesa dell'ordinamento democratico di Weimar. Il KPD cade nella trappola, anche se tra sbandamenti e ripensamenti.
Le oscillazioni e le contraddizioni di questa fase esprimono ancora le resistenze a un indirizzo non completamente maturato, ma che prenderà corpo nei mesi successivi. La vicenda Kapp segna da questo punto di vista l'inizio di un percorso – che si rivelerà alla fine fallimentare, e il cui esito fu chiaramente previsto dalla Sinistra italiana – finalizzato al rafforzamento dell'organizzazione tramite appelli alle masse e alle loro organizzazioni per coinvolgerle in lotte per obiettivi parziali, nell'intenzione di costringerle in tal modo a rivelare i propri limiti e contraddizioni. A monte di questo percorso, c'è una concezione del Partito che gli assegna il compito di avvicinare progressivamente le masse alla rivoluzione fino a conquistarne la maggioranza, premessa necessaria per l'attacco decisivo... che non verrà mai. Da qui derivano non solo la passività e l'inazione, ma anche la tendenza a fare concessioni sul terreno della propaganda verso le masse, anche a rischio di contraddire i capisaldi fondamentali della dottrina. Entro questa tendenza, che a partire dalla Germania coinvolgerà progressivamente l'Internazionale, troverà posto anche l'utilizzo del nazionalismo come fattore di mobilitazione delle masse, col solo risultato di creare confusione e disorientamento tra i proletari e portare acqua al mulino dell'avversario di classe.
Ma se nel 1920 è ancora presto perché simili sbandate passino senza suscitare drastiche condanne (7), il KPD sta imboccando la via dei compromessi e degli accordi con i gruppi dirigenti USPD in vista di una unificazione. Lo squilibrio tra la consistenza della due formazioni è così evidente da comportare il pericolo di una assimilazione della componente comunista in un raggruppamento con prevalente connotazione centrista entro un percorso che privilegia nettamente l'aspetto organizzativo. Sarà questo indirizzo tattico, più della debolezza dell'organizzazione, a determinare il ruolo subalterno e politicamente nefasto del partito di fronte all'evento straordinario dell'insurrezione nella Ruhr.
La Ruhr è la principale concentrazione operaia e l'unica zona dove la reazione del proletariato, che non ha ancora conosciuto sconfitte importanti, ha saputo collegarsi e unificarsi. L'insurrezione si presenta come un potente moto spontaneo in risposta al putsch di Kapp, e probabilmente "la più importante mobilitazione militare della storia del movimento operaio, dopo quella russa" (8). Si costituiscono comitati d'azione e si forma un'"armata rossa" di circa 80-100.000 proletari, che tra il 15 e il 16 marzo costringe la Reichswehr ad abbandonare la regione. Il proletariato della Ruhr resiste anche dopo la cessazione del movimento nel resto del Reich, ma è isolato. In alcune situazioni, il movimento tende ad andare oltre la difesa delle "conquiste" di Weimar, ma nell'insieme, pur se armato, rimane entro questo limite politico. Lo sciopero termina il 20 marzo; il 25 il KPD e gli altri partiti operai firmano l'accordo di Bielefeld: in cambio di vaghi impegni (Reichswehr fuori dalla Ruhr, punizione dei putschisti, avvio della socializzazione), si decide lo scioglimento dell'”armata rossa” e la restituzione delle armi. Quando la gran parte dei proletari armati che si riconoscono nel sindacalismo rivoluzionario e nell'opposizione comunista rifiuta l'accordo, la direzione KPD giudica l'iniziativa avventurista e Levi al IV congresso KPD fa passare una risoluzione che equivale a un'aperta presa di distanza dai "disturbatori" del processo (pacifico) di unificazione del proletariato – che equivale ad una legittimazione di fatto dell'imminente repressione.
La responsabilità della disfatta nella Ruhr ricade completamente sulla SPD e sull'USPD, attivi sabotatori nei comitati di sciopero e sempre pronti a evocare le motivazioni "nazionali" della lotta. Tuttavia, pesa sulla Centrale la responsabilità di non aver denunciato le manovre della SPD e il suo inevitabile tradimento. Levi, accusando il governo Ebert-Bauer di essersi limitato all'appello allo sciopero generale e di non aver chiamato alle armi tutto il proletariato tedesco, rafforzava l'illusione che la SPD fosse un partito proletario e come tale capace di lanciare un segnale insurrezionale, e non integralmente al servizio del capitale, come aveva già abbondantemente dimostrato d'essere in passato e come si apprestava a confermare di lì a pochi giorni, dando il via libera all'intervento della Reichswehr.
L'insurrezione della Ruhr è uno dei passaggi della "rivoluzione tedesca" dove risulta più evidente l'assenza del partito rivoluzionario. Il KPD non era in grado, né organizzativamente né politicamente, di mettersi alla guida del proletariato insorto. Rimane passivamente alla coda del movimento e ne adotta i limiti politici, non riconosce il carattere internazionale e le potenzialità della lotta nella Ruhr, le contraddizioni che essa ha aperto negli equilibri inter-imperialisti; non riconosce che la Ruhr era potenzialmente una nuova Comuneche, come la Comune, viene schiacciata dall'esercito nazionale, con l'avallo degli eserciti vittoriosi. Avrebbe potuto rappresentare un passaggio cruciale anche nella probabile sconfitta militare dell'improvvisata “armata rossa”, per l'enorme significato politico di una sollevazione armata di classe nel cuore dell'imperialismo europeo. I presupposti c'erano tutti, per la combattività straordinaria del proletariato e le forme insurrezionali che assunse (9).
Invece accadeva che proprio i putschisti (i freikorps inquadrati ora nella democratica Reichswehr) si prendevano nella Ruhr una sanguinosa rivincita sulla batosta subita dopo il tentativo di Kapp, intervenendo questa volta in difesa di Weimar. A quel punto, l'arco democratico in difesa della repubblica – si potrebbe dire, "antifascista" ante litteram – si estendeva obiettivamente dall'estrema destra al KPD. La sconfitta degli operai rivoluzionari della Ruhr segna la sconfitta dell'intero proletariato tedesco e uno spostamento dei rapporti di forza a favore della borghesia, che non a caso riprende il controllo diretto dell'Esecutivo con il governo Ferenbach (Centro), interrompendo la serie dei governi di coalizione a guida SPD. La SPD aveva intanto fornito l'ennesimo servizio al Capitale, organizzando la repressione dell'insurrezione con il rinnovato accordo con la Reichswehr. Ne usciva rafforzata la democrazia per ciò che rappresenta storicamente: la forma più compiuta di dittatura della classe borghese. In questo senso, la "rivoluzione" di novembre trovava piena realizzazione. Il KPD compiva un altro passo verso il legalitarismo, presentandosi alle elezioni per il Reichstag, in un percorso che lo allontanava dalla componente proletaria più avanzata che si espresse con un esteso astensionismo.
 
Mentre la centrale KPD persegue il rafforzamento del partito non attraverso una netta demarcazione dagli altri partiti operai, ma attraverso la fusione con la loro "sinistra", eventi decisivi come l'esito finale dell'insurrezione nella Ruhr segnano un costante indebolimento della forza proletaria, priva di una vera direzione. La nascita del KAPD, che formalizza la scissione del movimento comunista tedesco nei giorni immediatamente successivi alla controffersiva della Reichswehr nella Ruhr, è da un lato una conseguenza dell'inconsistenza politica del KPD, dei suoi sbandamenti in occasione del putsch di Kapp, dell'incapacità di guidare l'insurrezione, ma è anche il prodotto della debolezza dell'intero movimento comunista tedesco. Il KAPD è indubbiamente più votato all'azione, più determinato a lottare per la rivoluzione, agisce per obiettivi di classe e assume iniziative fortemente connotate in senso internazionalista. Il II congresso del partito, nell'agosto 1920, considera imminenti la crisi finale del capitalismo e l'incendio rivoluzionario. Mentre l'Armata Rossa è alle porte di Varsavia, il KAPD tenta di applicare il modello dell'azione esemplare che indica alle masse le modalità e gli scopi della lotta: assieme alle formazioni anarcosindacaliste dell'AAU e della FAUD, organizza il sabotaggio dei trasporti che, attraverso la Germania, dovrebbero far pervenire alla Polonia gli aiuti dell'Intesa. Viene tentata anche un'azione insurrezionale che però, fatta eccezione per alcune località, fallisce (10). KPD e USPD non vi aderiscono, a conferma di un atteggiamento "aprioristicamente negativo" nei confronti del KAPD, manifestato apertamente dai rappresentanti del KPD al II congresso dell'IC nei confronti dei delegati KAPD.
Tuttavia, la nuova organizzazione propone una concezione del rapporto masse-partito che, per quanto in forma diversa, comporta gli stessi limiti di quella della KPD: in  entrambe le concezioni c'è un "andare verso le masse", il KAPD proponendosi come esempio per attivare le masse a una lotta che esse devono condurre in modo sempre più consapevole (partito “delle masse), il KPD  proponendosi di organizzarle in un “partito di massa” che al momento opportuno, dopo aver conquistato la fiducia della gran parte del proletariato, sarà in grado di agire in senso rivoluzionario. Nel primo caso, si limita la funzione del partito all'azione di un'avanguardia che segna al proletariato la strada da percorrere; nel caso del KPD, questa volontà di conquistare la "fiducia" della masse si apre all'utilizzo di parole d'ordine completamente estranee all'identità classista, internazionalista e rivoluzionaria, non escluso il richiamo al nazionalismo. Questa linea è forse in grado nell'immediato di irrobustire organizzativamente il partito, ma nel tempo ne demolisce i presupposti teorici e politici. Con l'esaurirsi dell'energia rivoluzionaria delle masse, l'esito sarà per entrambe le formazioni disastroso: il KAPD uscirà dall'IC e sparirà ben presto dalla scena, il KPD, allontanandosi progressivamente dai presupposti programmatici del movimento, e incoraggiando la stessa IC ad un'analoga direzione, fallirà completamente la prova dell'azione rivoluzionaria senza combattere (1923).
Nei primi mesi del 1920, causa l'indirizzo scissionista di Levi, Il KPD si trova ad avere un peso organizzativo quasi insignificantesul piano politico, esso è frutto di un contraddittorio connubio tra un purismo "estremista" che rifiuta di unirsi in una lotta comune con l'odiata SPD e timori di ricaduta nel "putschismo" avventurista che segnò i primi tempi del KPD. Il tratto caratteristico che ne emerge è l'inazione, comunque motivata. Nel dibattito al IV congresso KPD, Radek interviene contro le tendenze opportuniste nel partito; tuttavia, la direzione è ormai segnata ed è quella indicata da Levi: la “costruzione di un partito di massa”, attraverso percorsi che privilegiano gli accordi e gli incontri tra partiti operai.
 Al II congresso dell'IC, in luglio, le “21 condizioni di adesione” metteranno un argine all'ingresso nell'Internazionale di elementi e formazioni centriste e opportuniste, compresa l'USPD tedesca, ma i limiti non saranno abbastanza stringenti – ricordiamo l'insistenza della Sinistra italiana per il massimo rigore in quelle condizioni (11) – e il congresso avvalora l'apertura a formazioni di dubbia solidità rivoluzionaria. L'indirizzo dell'IC avrà l'effetto di legittimare in Germania la politica della Centrale Levi nei confronti dell'USPD. In dicembre, dalla fusione tra sinistra USPD e KPD nasce il VKPD, un “partito di massa” con 400.000 membri, in buona parte di estrazione operaia, ma in cui l'originaria componente spartachista e rivoluzionaria è quasi assente, e in cui non mancano segnali di una potenziale deriva nazionalista (12).  Nondimeno, è un partito incomparabilmente più forte nei numeri del piccolo KPD e proprio per questo, nella prima fase della sua esistenza, fa sorgere al suo interno e in alcuni settori dell'IC l'illusione di poterlo lanciare immediatamente nella battaglia finale, risolvendo in tal modo le difficoltà in cui in quella fase si dibatte la Russia sovietica (la rivolta di Kronstadt, l'adozione della NEP al X congresso del PCR). La capacità di iniziativa del partito sarà messa alla prova pochi mesi dopo il congresso di unificazione, con "l'azione di marzo".
1921-1922:  fronte unico nonostante tutto!
Ma prima che il partito si lanci in un'avventura votata alla sconfitta, l'inizio del 1921 vede ancora un'iniziativa "tattica" unitaria della Centrale KPD (ché solo di tali 'iniziative' era evidentemente capace, per altro lanciata dall'alto, senza alcuna preparazione dei militanti): con la "lettera aperta", il partito rivolgeva alle organizzazioni sindacali e ai tre partiti “operai” (SPD, USPD, KAPD) proposte per un'azione comune in difesa delle condizioni economiche del proletariato. L'idea era che gli obiettivi sarebbero stati condivisi da tutto il proletariato tedesco, ma solo i comunisti del KPD avrebbero saputo condurre con coerenza la battaglia, mentre gli altri partiti operai avrebbero inevitabilmente rivelato i loro limiti e le loro reticenze. L'iniziativa fu respinta e il risultato fu una campagna di radiazione dei comunisti dai sindacati. Nella discussione in seno all' Esecutivo dell'IC, prevarrà infine la valutazione positiva di Lenin sulla tattica sottesa alla “lettera aperta”, contro le valutazioni opposte di Zinoviev e Bucharin. La tattica in sé aveva un senso se condotta da forze rivoluzionarie sane, in grado di attivare il partito nella battaglia quotidiana per preparare nelle masse le condizioni per la presa del potere, senza rischiare di fare concessioni agli opportunisti e di trasformare una tattica rivoluzionaria in un modo di esistenza del partito entro e non contro il sistema capitalistico. Questo rischio c'era e si rivelò in seguito reale, ma era già leggibile nell'estensione dell'appello a partiti controrivoluzionari come l'USPD e la SPD e nella condanna delle "scissioni meccaniche" modello Livorno da parte del segretario Levi.
Che questa tendenza di destra contenesse in sé tutti i prodromi di successive derive della peggior specie, e che le questioni sollevate dalla "lettera aperta" non fossero riducibili a contrasti sulla tattica, ma toccassero in realtà i presupposti teorici e di principio del movimento comunista, risulta chiaro dall'intervento di Levi a una riunione di partito in cui arrivò a sostenere che "non accade più oggi che potenze imperialistiche affrontino potenze imperialistiche, ma sono le nazioni oppresse del mondo intero ad affrontare gli oppressori capeggiati dagli Stati dell'Intesa" [...] Perciò  "era tempo che gli oppressi di tutti i paesi [...] affrontino in lotta i propri oppressori" (13)Evidentemente, il nucleo della "lettera aperta" conteneva tutto il percorso diritorno alle concezioni nazionalbolsceviche, passando in primo luogo per la recuperata unità dei partiti operai, il cui abbraccio non poteva essere su base classista – perché su questa base si provocano le scissioni "meccaniche" come quella "deprecabile" di Livorno! –  ma sulla base assai più larga delle concessioni all'ideologia democratica, popolare, nazionale, le sole in grado di "unificare" la nazione oppressa che si pretendeva fosse la Germania.
 
Non è qui il luogo per ripercorrere le vicende del KPD in quegli anni cruciali, dal 1921 al 1923, di cui interessa rilevare una "continuità nazionalbolscevica" che riemerge nei momenti decisivi, a riprova della assenza nel partito, in tutte le sue componenti e tendenze, di una solidità dottrinaria che lo rendesse immune da simili derive. Fu questa debolezza a portare il partito tedesco a oscillare tra un indirizzo tattico votato all'inazione e al compromesso e la propensione opposta, ugualmente votata alla sconfitta, di "forzare la rivoluzione". Il disastro dell'"azione di marzo" – una mobilitazione proletaria difensiva in una regione occupata da forze di polizia, forzata dal KPD a trasformarsi in azione insurrezionale senza alcuna preparazione – fu il prodotto di entrambe le tendenze, sia dell'impreparazione alla battaglia ereditata dalla prima, sia della propensione ad attaccare sempre e comunque, secondo i dettami della "teoria dell'offensiva" della seconda (14).
L'effetto della dura sconfitta del marzo, anche in seguito alle deliberazioni del III congresso internazionale e agli sforzi dell'IC, fu di riportare il partito tedesco ad un lavoro paziente di preparazione e di andata "verso le masse". Una correzione necessaria, rispetto agli eccessi della “teoria dell'offensiva”, ma che non poteva modificare la natura di un partito diviso tra due anime tanto inconciliabili quanto simmetriche e obiettivamente convergenti: una destra che continuò a essere prevalente anche dopo l'espulsione di Levi e una "sinistra" interna frazionista, che faceva del radicalismo demagogico (il giudizio è di Lenin) l'arma polemica contro i vertici del partito e della stessa Internazionale (accusata di fare gli interessi russi), nella presunzione di rappresentare la sola vera tendenza rivoluzionaria. Forse già questo era segno del nazionalismo ora aperto ora sotterraneo che percorse la storia del partito fin delle origini. I "sinistri" del KPD rimasero sempre cultori della "teoria dell'offensiva" rigidamente interpretata, e altrettanto rigidamente ostili alla tattica del “fronte unico”: ma non erano esenti da un esercizio "disinvolto" della tattica. Nel 1923 non si sarebbero fatti troppi scrupoli nell'utilizzare toni apertamente nazionalistici in occasione dell'occupazione francese della Ruhr. Evidentemente, per questi “rivoluzionari puri”, ogni espediente tornava buono pur di scatenare una qualche "offensiva" proletaria: anche far propri gli argomenti del nemico di classe.
Se è vero che la polemica della “sinistra” tedesca nei confronti dell'IC non si fondava su basi coerentemente rivoluzionarie, né nelle forme né nei contenuti, è però indubbio che nel 1921 maturarono svolte importanti in seno all'IC e che nel corso del 1922 queste condussero a un progressivo allontanamento dai princìpi fondanti del movimento comunista. Le sconfitte del proletariato nel 1920 mutano la prospettiva con cui i bolscevichi guardano – nel breve periodo – alla Germania. Alla fine del 1920, Lenin, davanti all'VIII congresso dei Soviet, si pronuncia sulla questione tedesca mettendo al primo posto il problema della sopravvivenza stessa del regime rivoluzionario in Russia. La Germania non cessa di essere considerata l'epicentro della futura rivoluzione mondiale, ma, in quanto stato capitalista e giocando sui contrasti inter-imperialistici, può rappresentare un aiuto alla Russia dei soviet in gravi difficoltà, impegnata nella NEP. L'obiettivo dei bolscevichi è resistere, aspettando il momento in cui si riproporranno le condizioni per una nuova ondata rivoluzionaria. In questo contesto, maturano una serie di accordi russo-tedeschi, culminanti nel 1922 con il “Trattato di Rapallo”, che assegna alla Germania la clausola di "nazione più favorita" e assume un notevole significato politico per l'abbandono delle riunioni ufficiali della Conferenza di Genova da parte di entrambe le delegazioni. Tanto la NEP quanto Rapallo sono imposti dalle necessità del momento e incontrano molte resistenze anche in seno all'Esecutivo dell'IC; ma da ciò a concludere che rappresentino l'abbandono dell'internazionalismo rivoluzionario in nome degli interessi della Russia sovietica ne corre parecchio. E' invece di questo avviso la "sinistra" tedesca, secondo la quale l'IC già nel '21 agiva come strumento dell'imperialismo russo orientato all'alleanza con l'imperialismo tedesco risorgente, e che la tattica del "fronte unico" – che avrebbe dovuto attrarre anche le masse piccolo-borghesi col richiamo del nazionalismo – era finalizzata a creare le condizioni politiche interne per promuovere l'alleanza stessa. Che la situazione presentasse potenzialmente dei seri pericoli per la continuità del programma comunista e ponesse all'ordine del giorno della riflessione del partito rivoluzionario la fondamentale questione della tattica, specie in una fase di stasi e arretramento, è fatto indiscutibile: ma proprio per questo era vitale che le sezioni nazionali non entrassero in sterili polemiche estremiste, bensì si disponessero a sostenere l'IC in un momento decisivo. Fu questo l'orientamento del PCd'I che, in vista del IV congresso, propose il "Progetto di tesi" sulla tattica dell'Internazionale Comunista (15).
 
Ritornando alla situazione in Germania, Rapallo testimonia che una frazione della borghesia tedesca intende giocare la carta di un rapporto privilegiato con la Russia per indurre l'Intesa a più miti consigli. Come dice Lenin, la borghesia tedesca odia la Russia rivoluzionaria, ma per necessità è indotta a un rapporto con essa. La borghesia tedesca non si apre a est per terrore della rivoluzione, ma non può essere filo-Intesa; la responsabilità dell'arrendevolezza verso le pretese dei vincitori è fatta ricadere tutta sulle spalle della SPD e della democrazia di Weimar. L'uccisione di Rathenau, uno dei principali artefici di Rapallo, è un favore fatto alle potenze occidentali che vedono allontanarsi il pericolo di un'alleanza russo-tedesca. L'attentato testimonia la forza delle organizzazioni nazionalistiche, ma rafforza la stessa democrazia weimeriana con la "legge di difesa della Repubblica” (cfr. più avanti). Si consolidano tanto l'apparato legale, incentrato sulla democratica Reichswehr e sul teatrino parlamentare, quanto l'apparato illegale borghese che utilizza la violenza omicida contro i "nemici della Germania" e si prepara alla prima prova di forza in Baviera l'anno successivo, mentre la pur ancora piccola NSDAP fa uso di alcune parole d'ordine "operaie" dell'avversario di classe. Il risultato delle svolte interne e internazionali è di spostare il baricentro della lotta politica dall'alternativa dittatura borghese/dittatura proletaria a quella dittatura/democrazia (nelle sue numerose accezioni). Il KPD, che già con la vicenda Kapp ha fatto esperienza di "blocco antifascista", non è in grado di mantenere saldo il timone nella prospettiva classista e rivoluzionaria. Già dopo l'attentato a Erzberger (agosto 1921), il suo organo di stampa, la “Rothe Fahne”, arriva a dichiarare che "la classe operaia ha il diritto e il dovere di assumere la difesa della repubblica nei confronti della reazione..." (16). L'anno seguente, "in Germania il corso precipitoso verso posizioni a dir poco equivoche e intermedie aveva fatto passi da gigante: estenuanti trattative con la socialdemocrazia per una manifestazione comune, poi naufragata, ai funerali di Rathenau; finale intervento isolato del partito al grido di 'repubblica! repubblica'" (17).
Il declino della rivoluzione tedesca verso l'antifascismo (il termine diviene popolare in Germania dopo la marcia su Roma) è una tendenza, non ancora un dato definitivo. Tuttavia, l'IC fatica a fronteggiarlo, alle prese con le difficoltà in Russia e per l'evolvere della situazione internazionale, né certo gli indirizzi tattici del KPD – fronte unico politico e governo operaio – forniscono un sostegno rivoluzionario e internazionalista ai compagni russi.
 
Nel corso del 1921, nel contesto di una controffensiva internazionale delle forze capitaliste che costringe il movimento operaio sulla difensiva, matura la svolta decisiva dell'Esecutivo, che il 28 dicembre 1921 vota le “Tesi sul fronte unico proletario”. Esse propongono, da un lato, il sacrosanto richiamo alla lotta comune di tutti i proletari su obiettivi contingenti, nella prospettiva di una ripresa della direzione offensiva della lotta sotto la guida del partito rivoluzionario; dall'altra – riprendendo le iniziative del KPD – estendono l'appello unitario ai partiti sedicenti "operai", in vista di accordi e iniziative comuni, fino a contemplare la possibilità dell'appoggio a governi socialdemocratici. E' da questo momento che inizia il dissenso della Sinistra italiana. I richiami formali a mantenere in ogni iniziativa "l'indipendenza" del partito non sono sufficienti, per la Sinistra italiana, a impedire che il maneggio disinvolto della tattica induca la trasformazione e lo snaturamento del partito stesso, la cui identità si costituisce proprio sui fatti di cui si rende protagonista e sulla coerenza delle azioni in rapporto ai princìpi e agli scopi finali.
Nel corso dello stesso Esecutivo, vengono redatte le “Tesi sulla questione delle riparazioni”da cui si evince che per l'IC la risposta difensiva del proletariato tedesco all'affamamento cui lo condannavano Versailles e la criminale politica inflattiva del governo e dei centri di potere finanziario sarebbe dovuta passare attraverso un coinvolgimento dei socialdemocratici in governi "operai", quando tutta la vicenda tedesca del dopoguerra dimostrava, oltre alla natura controrivoluzionaria della SPD, anche l'incapacità delle coalizioni da essa guidate di difendere la condizione operaia.
In applicazione della tattica del ffronte unico, l'Esecutivo Allargato di febbraio-marzo 1922 accetta di partecipare a una conferenza delle tre Internazionali a Berlino e adotta la nuova parola d'ordine del "governo operaio", proposta dai delegati tedeschi. Prendendo a modello l'appoggio del KPD alle coalizioni governative SPD-USPD in Sassonia e Turingia, il "governo operaio" viene proposto come modello di tattica internazionale, le cui caratteristiche e modalità saranno precisate nel corso del IV congresso dell'IC.
La Sinistra "italiana" giudicò il passaggio "gravissimo", perché "dal campo dei rapporti fra partiti il fronte unico politico rischia di essere trasferito sul piano dei rapporti con lo Stato, il terreno specifico della nostra opposizione permanente e totale. Il delegato tedesco al Congresso di Roma del PCd'I parla senza veli di un 'governo operaio', cioè socialdemocratico, come eventuale 'governo antiborghese' da appoggiare non solo sul terreno parlamentare, ma, occorrendo, su quello della coalizione ministeriale" (18).
 
Purtroppo, l'interpretazione politica della tattica del “fronte unico” e la parola d'ordine del "governo operaio" – da applicare anche in Italia assieme a "rivoluzionari" della stoffa di Serrati! – verranno pienamente assunte dall'IC al IV congresso, pur con tutte le precisazioni, i distinguo soppesati col bilancino per non far emergere la contraddizione tra l'indirizzo tattico e gli obiettivi strategici che costituiscono la ragion d'essere del movimento. Le "Tesi sulla tattica" presentate dal PCd'I al IV congresso mondiale e poi al V saranno rinviate a discussioni future e poi archiviate: era stato un tentativo doveroso, rivelatosi purtroppo vano, di riportare la discussione sul terreno dei principi e su quelli costruire la tattica dell'IC (19).
Con le clausole vessatorie di Versailles, le potenze vincitrici e principalmente la Francia agiscono per trarre il massimo profitto dalla situazione e, sotto la minaccia di un nuovo intervento militare, avanzano richieste sempre più insostenibili e dalle ripercussioni pesantissime sulle condizioni di vita nella Germania sconfitta. La Renania è stabilmente occupata, mentre la Ruhr è oggetto delle mire francesi che operano per la sua separazione dalla Germania. Le elezioni a metà del 1920 segnano la sconfitta della socialdemocrazia, sulla quale gravano le responsabilità della politica delle riparazioni, e l'inizio di un biennio retto dalla democrazia cattolica (governo Fehrenbach). Contemporaneamente, inizia la fase di progressiva svalutazione del marco-carta, con un processo inflattivo che destabilizza completamente la situazione interna e consente al grande capitale di procedere a una colossale espropriazione di beni reali dei ceti medio e piccolo borghesi, di indebitarsi gratuitamente dalle banche private e più ancora dalla Reichsbank, di pagare tasse irrisorie, di ridurre drasticamente il valore dei salari reali e di guadagnare enormemente in competitività internazionale, incassando dall'export valuta pregiata. Lo Stato, per provvedere al finanziamento del fabbisogno corrente, emette buoni del Tesoro scontati a tassi crescenti e provvede a nuove emissioni di banconote. Con queste modalità, il grande capitale si prende una crudele rivincita dopo gli spaventi subiti per l'iniziativa proletaria nel biennio precedente.
Nel marzo 1921, alla Conferenza di Londra, il governo tedesco respinge la richiesta dell'Intesa del pagamento di un debito astronomico: per tutta risposta, le truppe dell'Intesa occupano Düsseldorf e Duisburg, poi impongono un ultimatum che prevede, in caso di rifiuto, l'occupazione della Ruhr. Il governo Fehrenbach rifiuta l'ultimatum e si dimette. Con il cancellierato Wirth, sostenuto da una coalizione formata da Centro, democratici, SPD, ha inizio la cosiddetta "politica d'adempimento", cioè l'impegno di pagare le riparazioni richieste per dimostrare la buona volontà della Germania e nello stesso tempo l'impossibilità per il paese di provvedervi, mettendo l'Intesa di fronte alla necessità di fare delle concessioni. Era una politica evidentemente suicida, destinata a rafforzare anziché indebolire l'accanimento francese. Nell'ottobre 1921, il plebiscito in Alta Slesia si pronuncia a favore della Germania, ma il Consiglio della Società delle Nazioni decide la spartizione del territorio tra Germania e Polonia.
La politica governativa e le penalizzazioni territoriali alimentavano la destra nazionalista, comprendente, oltre al tradizionale partito popolare tedesco (monarchico), una rete di organizzazioni militari illegali costituite da membri dei disciolti freikorps, e organizzazioni studentesche radicalmente ostili alla repubblica di Weimar. Per tutte queste formazioni, la bandiera nero-rosso-oro di Weimar simboleggiava la collaborazione delle tre forze che avevano tradito il paese: il Centro cattolico, la socialdemocrazia e una fantomatica “Internazionale giudaica”. Questa visione unificava l'odio verso la democrazia, il socialcomunismo e il grande capitale ebraico in una prospettiva nazionalrivoluzionaria a sfondo razziale, di cui si fece portatore il NSDAP di Hitler, fondato a Monaco nel 1920, il cui scopo principale in origine fu di allontanare i lavoratori tedeschi dalle organizzazioni socialiste e comuniste.
La Reichswehr intratteneva rapporti amichevoli con le formazioni segrete nazionaliste e ne garantiva la protezione dalle iniziative della magistratura e dai tentativi di ottenere il loro effettivo scioglimento. Esse furono utilizzate anche per scopi militari (repressione degli insorti polacchi in Alta Slesia, presidio dei confini con la Polonia), ma rappresentavano anzitutto una forza armata adatta alla repressione interna e alla messa in atto di azioni terroristiche. Nell'agosto 1921, viene assassinato Erzberger; nel giugno 1922, il ministro Rathenau. Quest'ultimo attentato era stato preceduto da centinaia di atti di violenza politica ad opera delle associazioni paramilitari nazionaliste, con la  complicità di apparati dello Stato e della Reichswehr. L'indignazione suscitata nelle masse da questi eventi spinse il KPD, nella solita prospettiva del fronte unico, a lanciare parole d'ordine che retrospettivamente si possono definire “antifasciste”, reclamanti misure contro le forze nazionaliste occulte e palesi. Questa volta, SPD, USPD e i sindacati AFA e ADGB si lasciano coinvolgere – quello della democrazia è sempre il loro terreno – e viene proclamato uno sciopero unitario per il 27 giugno. Si torna a parlare del "governo operaio" come via d'uscita politica alla crisi in corso, e l'idillio unitario partorisce l'"accordo di Berlino" che accoglie una serie di richieste di provvedimenti anti-monarchici presentate al governo Wirth. Lo sciopero ha un grande successo, ma ancora una volta la possente forza proletaria è messa al servizio di scopi altrui e maturano le premesse per una rapida fine dello spirito unitario. La KPD spinge per la costituzione di organismi del fronte unico nei sindacati e di comitati unitari e propone un nuovo sciopero generale a sostegno della prospettiva del governo operaio. Su questo terreno, la SPD si rifiuta di collaborare e in pochi giorni, assieme a USPD e sindacati, denuncia l'unità d'azione con i comunisti. Intanto, il Reichstag approva la "legge in difesa della repubblica" che affida a polizia e tribunali il compito di difendere le istituzioni repubblicane. Il KPD è l'unico partito a non firmarla, avvertendone la funzione essenzialmente anti-proletaria: ma in definitiva questo fu il risultato dell'ennesima iniziativa di "fronte unico". Com'era facilmente prevedibile, il tribunale speciale istituito dalla legge finì per comminare innumerevoli condanne ai "sovversivi comunisti”, mentre si rivelò assai benevola nei confronti delle associazioni segrete nazionalistiche.
Nella circostanza, il KPD era rimasto inevitabilmente irretito nelle conseguenze dell'appello unitario, il cui significato politico era inequivocabilmente antifascista e di difesa della repubblica democratica. Finché il partito era rimasto su questo terreno, il fronte unico aveva funzionato, ma non appena il KPD richiese ai... compari di superare di un passo questo limite, proponendo iniziative di stampo anche solo vagamente classista, il fronte unico finì come doveva finire: a pezzi. Era la dimostrazione palese dell'impossibilità di separare la tattica dagli scopi ultimi, ritenendo di poterli perseguire semplicemente limitandosi a dichiararli, magari mille e mille volte, senza farli vivere in ogni azione del partito, non per ossequio alla coerenza, ma per coscienza del vincolo di necessità che lega ogni atto allo scopo finale, tanto più in un partito che ha tra i suoi fondamenti teorici il principio materialista che l'azione precede il pensiero. All'ennesima riprova della natura controrivoluzionaria della socialdemocrazia – e quanti esempi ve ne furono in quegli anni! –  il KPD, invece di interrogarsi e rivedere tutte le questioni sul tappeto, insistette sulla tattica del "fronte unico nonostante tutto" sulla base del rispetto degli accordi di Berlino.
Forza organizzativa, debolezza tattica
 
Tuttavia, la situazione del KPD andava migliorando sotto l'aspetto organizzativo. Fra il 1921 e il 1922, gli iscritti al partito, composto per il 90% di operai in maggioranza giovani, aumentarono di circa 100.000 unità. Cresceva l'influenza nei sindacati e nel movimento dei consigli di fabbrica, che nel corso del 1922 riprendeva vigore al di fuori dell'organizzazione ufficiale sancita dalla Costituzione di Weimar. Dopo l'assassinio di Rathenau, il partito sviluppò con successo l'attività di comitati di controllo proletari per la lotta contro il carovita e la vigilanza nei confronti dei preparativi reazionari. La presenza del partito crebbe notevolmente anche nei comitati dei disoccupati, aperti per loro stessa natura alle tendenze più radicali. La crescente influenza del partito nelle lotte economiche fu soprattutto la conseguenza del sostegno dato ai due grandi scioperi che scoppiarono nei primi mesi del 1922: dei ferrovieri e dei metallurgici. Il KPD fu l'unico partito incondizionatamente al fianco degli operai, lavorò per l'estensione della lotta alle altre categorie, organizzò azioni di solidarietà e di sostegno finanziario, sostenne la volontà degli operai di continuare la lotta contro i continui tentativi dei burocrati sindacali di sabotarla. La lotta in effetti si estese temporaneamente ad altri settori, ma non si generalizzò e si concluse con soluzioni di compromesso.
Non si può dunque negare al partito il merito – unico tra le organizzazioni operaie – di aver lottato al fianco dei lavoratori e di averne sostenuto con determinazione gli obiettivi immediati. La rinnovata forza organizzativa del partito, il suo radicamento, se da una parte erano il risultato della parte "buona" della tattica del fronte unico (la partecipazione agli organismi di massa proletari e alle loro battaglie), dall'altra erano la conseguenza del precipitare della crisi economica e sociale (che comportava una istintiva radicalizzazione) e della crisi della socialdemocrazia, ormai completamente screditata agli occhi dei settori più avanzati del proletariato alla disperata ricerca di una guida e un fineMa l'obiettivo tattico proposto dal KPD in questa fase rimane il "governo operaio" insieme ai traditori di sempre. L'accordo di Berlino seguito all'attentato a Rathenau costituì un passaggio decisivo in questa politica fallimentare che condannava il partito alla sconfitta e paradossalmente fornì alla socialdemocrazia, sempre più in difficoltà, gli argomenti per riunificarsi (settembre 1922) e  proclamarsi unica legittima forza unitaria dei lavoratori, contro il "settarismo" dei comunisti. Tutta la forza potenziale accumulata nelle battaglie quotidiane si rivolgeva infatti a un obiettivo che legava le sorti del partito a quelle degli altri partiti "operai", ne svalutava la differenza specifica, confondeva gli obiettivi, allontanava lo scopo ultimo spostandolo a un momento successivo al raggiungimento di una "tappa" intermedia. Al proletariato tedesco non mancò dunque l'organizzazione, mancò la guida politica organizzata in grado di indirizzare la forza proletaria verso scopi sì immediati, ma coerenti con l'obiettivo finale e con i princìpi del movimento comunista.
Il problema di partecipare o sostenere "governi operai" si era già posto concretamente in Sassonia alla fine del 1920 e in Turingia nel settembre 1921. Erano state scelte orientate al "male minore", che però comportavano notevoli conseguenze sul piano politico, coinvolgevano il KPD in una politica moderata e votata alla conservazione dell'esistente e si riflettevano sulla stessa situazione del partito, orientandolo sempre più verso scelte "concrete" e di opportunità che lo allontanavano dalla giusta direttrice (20). Le risoluzioni finali del IV congresso dell'IC avevano confermato la tattica del "fronte unico" e la parola d'ordine del "governo operaio" come "conseguenza inevitabile di tutta la tattica del fronte unico". Esse tuttavia avvertivano dei pericoli insiti in un'errata interpretazione di questa tattica, insistevano sulla forza e indipendenza del partito di classe come condizioni essenziali per la sua applicazione e concludevano che l'unico autentico “governo operaio” è quello costituito dal solo partito comunista.
Ma la possibilità di una interpretazione più elastica e "possibilista" venne colta al volo dalla direzione del KPD, quando la crisi del governo Wirth (novembre 1922) fece uscire la questione dall'ambito della teoria, rendendola improvvisamente attuale, questa volta nel contesto del Reich. Il KPD redige allora un appello ai lavoratori tedeschi in cui propone gli obiettivi di un possibile governo operaio, precisando però che questo dovrebbe fondarsi non su coalizioni parlamentari ma sulla forza organizzata del proletariato. La partecipazione al governo, e non una semplice "opposizione legale" del partito, inizialmente esclusa, viene in seguito considerata possibile, a certe condizioni (21).
La sinistra del partito accusa di opportunismo l'indirizzo tattico elaborato dalla Centrale, ma la critica si fonda essenzialmente sull'orientamento ostinatamente e pregiudizialmente "offensivo" del gruppo, che porta alcuni settori del KPD a lanciarsi nell'azione, con esiti disastrosi (22). Sul finire del 1922, le sconfitte operaie rinvigoriscono l'arroganza dei capitalisti che passano, loro sì, decisamente all'offensiva: ai coraggiosi tentativi di resistenza operaia, come uno "sciopero selvaggio" di sei settimane alla Badische Anilin per reazione al licenziamento di tre delegati del consiglio di fabbrica, i padroni rispondono con migliaia di licenziamentiSono tutti segni dell'approssimarsi della resa dei conti nel conflitto proletariato-borghesia in Germania: la borghesia è forte dei suoi successi economici e politici, ed è organizzata politicamente e militarmente; il proletariato è indebolito dalle sconfitte degli anni precedenti, ma non è ancora domato; le sue organizzazioni immediate sono forti, come è ancora forte la volontà di lottare. Le vicende drammatiche del 1923 confermeranno che il fattore decisivo che mancò in tutte le fasi della rivoluzione tedesca fu la guida cosciente del partito. Assieme all'insistenza sulla tattica fallimentare del governo operaio e del fronte unico politico, nel 1923, in seguito all'occupazione francese della Ruhr, il KPD agiterà la “questione nazionale tedesca come fattore rivoluzionario”: si approprierà di parole d'ordine borghesi, capitolando sul terreno dei principi all'avversario di classe.
1923
Nel novembre 1922, dunque, la caduta del governo del Centro cattolico pone fine alla "politica di adempimento". Il nuovo governo Cuno – espressione della destra – adotta una linea di maggiore resistenza alle richieste dell'Intesa, con l'appoggio di tutti i partiti rappresentati al Reichstag, tranne il KPD. Da parte sua, il governo francese di Poincaré, dopo un ultimatum con il quale esige i pagamenti stabiliti, ordina l'occupazione della Ruhr. L'esercito franco-belga entra nella regione l'11 gennaio.
L'intervento militare mirava a garantire le forniture carbonifere alle industrie siderurgiche in Lorena e ciò minacciava in primo luogo l'industria carbonifera della Gran Bretagna, che si dichiarò contraria all'intervento. Ma la questione riguardava principalmente i rapporti di forze in Europa e nel mondo: dopo il 1919, i francesi avevano incoraggiato la nascita di un movimento separatista in Renania con l'obiettivo di creare uno stato indipendente, base di un dominio francese in Europa e di un'asse economica franco-tedesca che avrebbe marginalizzato la Gran Bretagna. Allo scopo, erano in corso trattative per stabilire le percentuali di partecipazione a un trust franco tedesco, nel corso delle quali l'industriale e uomo politico di punta Hugo Stinnes aveva dichiarato di non essere disposto ad accontentarsi del 40% riservato al capitale tedesco. Il quadro dei rapporti inter-imperialisti fu ben sintetizzato dall'economista Eugen Varga: "di fronte al sistema continentale imperialista francese si erge sempre più compatto il sistema del mercato mondiale anglo-americano" (cit. in Broué, p.641).
Il governo tedesco risponde all'occupazione col blocco dell'apparato amministrativo della regione e delle attività economiche, in particolare delle miniere. Si verificano immediatamente scioperi nelle miniere e nelle ferrovie, ai quali le autorità militari di occupazione rispondono assumendo direttamente la gestione delle ferrovie e espellendo 1400 ferrovieri tedeschi. Il governo Cuno e la Reichswehr coordinano l'intervento di estremisti nazionalisti e di ex corpi franchi per azioni di sabotaggio nelle zone occupate che hanno lo scopo di sollevare la popolazione tedesca contro gli occupanti. Mentre la SPD appoggia incondizionatamente la nuova Union Sacrée, il KPD lancia l'appello alla lotta senza distinzioni contro la borghesia francese e tedesca, che continuano a fare affari sulla pelle dei proletari, e avverte il proletariato di non cadere nella trappola del nazionalismo su cui specula la borghesia tedesca per garantirsi il "50% di Stinnes". Se il governo Cuno incoraggia gli scioperi di solidarietà con i padroni delle industrie oggetto di interventi repressivi, la propaganda francese cerca di speculare sull'avversione dei proletari della Ruhr contro i loro padroni, affermando che l'intervento militare è rivolto contro i borghesi, non contro gli operai. In questa prima fase della complessa e durissima "partita a tre" che si gioca nella Ruhr (capitale tedesco, capitale francese, proletariato rivoluzionario), il KPD mantiene ancora la rotta nell'unica direzione possibile: lotta di classe, internazionalismo proletario. Il proletariato della Ruhr si pone spontaneamente su questo terreno: manifesta contro la disoccupazione e la miseria, desolidarizza con i propri padroni, insorge contro gli occupanti che non garantiscono gli approvvigionamenti. Si mostra sordo alle sirene nazionaliste, ma le azioni di sabotaggio dell'estrema destra provocano durissime ritorsioni degli occupanti che non esitano a ricorrere alle armi, e ciò rinfocola l'odio nazionale che rischia col tempo di offuscare la discriminante dell'appartenenza classista. La solitudine e l'accerchiamento del proletariato possono essere spezzati solo dall'aiuto attivo del proletariato francese: l'IC lavora per organizzare una conferenza a Francoforte per una campagna europea contro l'occupazione; nello stesso tempo, cerca attivare il PCF per iniziative di solidarietà internazionalista, mentre il KPD organizza azioni di propaganda internazionalista tra le truppe di occupazione. Tutti questi sforzi portarono a scarsi risultati. Se di fatto, non si verificarono importanti manifestazioni di solidarietà internazionalista con il proletariato della Ruhr, assieme ad altri fattori non potè non avere un peso l'affiorare, nel dibattito interno al KPD dei mesi precedenti, di accenti nazional - rivoluzionari.
La situazione presentava difficoltà obiettive che riproponevano, in alcuni settori del KPD e dell'IC, la tendenza – già sperimentata e teorizzata – a cercare scorciatoie che si adattassero alle situazioni concrete, dalle quali trarre parole d'ordine estranee alla tradizione classista e internazionalista da utilizzare per scopi rivoluzionari. A metà febbraio, esce sulla rivista "Die Internationale" un articolo di Tahlheimer che assegna alla resistenza della borghesia tedesca "suo malgrado un ruolo obiettivamente rivoluzionario" e considera la sconfitta dell'imperialismo francese nella Ruhr "un obiettivo comunista" (cit. in Broué, p.646)Una posizione del genere comportava un impegno del partito a lottare fianco a fianco con la propria borghesia per obiettivi nazionali, salvo poi, in un secondo momento, abbattere il potere della borghesia e affrontare l'imperialismo straniero. Anche qui, come nella tattica del "governo operaio", compare l'idea di una “tappa intermedia nella prospettiva della conquista del potere”.
L'articolo non può non provocare reazioni molto forti nel partito, a cominciare dalla solita Ruth Fischer che vi vede la longa manus di Mosca e la riprova – dopo Rapallo – che questa si sia convertita alla prospettiva "nazionalbolscevica" di un'alleanza strategica col nazionalismo e il militarismo tedeschi (23). In realtà, la logica in cui si muove l'Esecutivo rimane ancora quella di intervenire sulle contraddizioni tra gli imperialismi per rafforzare il corso della rivoluzione mondiale, ma è anche vero che le iniziative tattiche messe in atto dall'IC e più ancora dal KPD costituiscono i presupposti di una degenerazione che è ancora di là da venire e che la Fischer ritiene invece un fatto compiuto.
Intanto, mentre la tensione tra la popolazione civile e gli eserciti occupanti sale e la repressione infierisce, i padroni sono assai più accomodanti e si oppongono sia allo sciopero generale sia al blocco della produzione. L'estrazione di carbone non fu mai sospesa, perché i padroni quando si tratta di scegliere tra il profitto e la patria non hanno tentennamenti: "la cosiddetta 'resistenza passiva' tedesca dell'anno 1923 è quindi una autentica leggenda" (24). Anche le annunciate intenzioni di Cuno di bloccare l'inflazione trovarono l'opposizione dei settori del capitale industriale e finanziario che lucravano grazie all'export, alle speculazioni di borsa, alla caduta verticale dei salari, alla spoliazione delle classi medie completamente private dei loro risparmi e costrette ad alienare i propri beni (dimostrazione che, dall'accumulazione originaria al compimento della sua evoluzione storica nella forma concentrata e anonima dei grandi gruppi azionari, il Capitale si rivela nemico della proprietà privata individuale e opera per il suo annientamento). Il grande capitale fu artefice di una violenta offensiva di classe contro la grande maggioranza della popolazione tedesca, creando i presupposti per una proletarizzarione di massa che sembrava dovesse preludere inevitabilmente ad una esplosione rivoluzionaria.
In questo quadro catastrofico che unisce occupazione militare e crisi sociale estrema, si salda una obiettiva alleanza tra borghesia tedesca e borghesia francese. Negli anni precedenti – nel 1920 in particolare, ma si può risalire fino al grande sciopero spontaneo dei minatori del 1889 – il proletariato della Ruhr si era rivelato il più combattivo e organizzato della Germania, al punto da mettere in scacco la Reichswehr per un periodo relativamente lungo, facendo apparire lo spettro della rivoluzione proletaria ben oltre i confini tedeschi. L'occupazione della Ruhr sottopose quel proletariato ad una doppia pressione: militare (con il suo portato di repressione e controllo del territorio) e ideologica (con il nazionalismo estremista che agiva per deviare l'attenzione sulla questione della resistenza nazionale). Ciò significava attaccare militarmente e ideologicamente la forza del proletariato tedesco nel suo centro vitale, isolarlo e nel contempo privare il resto del proletariato tedesco dell'apporto fondamentale del suo settore tradizionalmente più combattivo, proprio nel momento in cui era più forte la pressione sulle condizioni di vita operaie – e non solo operaie – in tutta la Germania. Se è poco verosimile che questo sia stato il frutto di un "piano" concordato tra borghesie, nondimeno si può affermare che nella Ruhr si svolse un'operazione dell'imperialismo mondiale contro il cuore del proletariato internazionale. La questione che si trattasse del proletariato "tedesco" della Ruhr era dunque del tutto secondaria rispetto alla sua disposizione a porsi sul terreno rivoluzionario e internazionalista come aveva dimostrato nel 1920 e nel corso dei moti di classe nel 1923, sui quali lo storico Nolte commenta: "Disordini come questi possono aver contribuito a che nessuna delle due parti andasse 'jusqu'au bout' [fino in fondo – NdR], come da parte francese lo richiedeva Charles Maurras e da parte tedesca Adolf Hitler: i Francesi non intrapresero una 'marcia su Berlino' e i tedeschi non trasformarono la regione della Ruhr in un inferno di fiamme" (25).
Lo svolgersi della crisi della Ruhr rimane probabilmente uno dei fattori decisivi nel fallimento dell'ultimo tentativo del proletariato rivoluzionario in Europa a conclusione del ciclo 1917-1923, il cosiddetto "ottobre tedesco". A questo fallimento diede senz'altro un contributo determinante lo sbandamento che a un certo punto coinvolse l'insieme del KPD, in ossequio a parole d'ordine che intendevano sfruttare le tensioni nazionali per obiettivi di classe. La vera sconfitta si consumò nella Ruhr, e a cedere non fu il generoso proletariato che ancora una volta fu esemplare, ma la sua guida politica che, rincorrendo gli aleatori vantaggi di una propaganda interclassista, sacrificò il principio elementare dell'internazionalismo proletario. La vera guerra che si combatté nella Ruhr fu tra nazionalismo e internazionalismo, fu uno scontro tra rivoluzione e controrivoluzione, e proprio sul terreno dei principi il KPD cedette le armi (26) .
 
Intanto, in marzo, mentre la Ruhr è in fiamme, in Sassonia si creano le condizioni per la costituzione di un governo operaio retto dal socialdemocratico di sinistra Zeigner. Il KPD, con l'approvazione della Centrale, sostiene il governo ponendo alcune condizioni, ma rinunciando ad altre più radicali. La Centrale approva l'operato dei comunisti sassoni, ma dalla sinistra del distretto Berlino-Brandeburgo arriva l'accusa di opportunismo alla politica seguita in Sassonia e la proposta della parola d'ordine della "repubblica operaia della Ruhr", da dove sarebbe potuto partire il segnale rivoluzionario per tutta la Germania. La Centrale di Brandler viene accusata, non senza ragione, di sostenere la democrazia e "strizzare l'occhio alla Costituzione di Weimar". Di rimando, la Zetkin, per la Centrale, rispolvera i rischi di avventure "putschiste". La risoluzione della Centrale prevale infine con una maggioranza minima. Su queste due questioni – governo operaio e Ruhr – , il KPD è nettamente spaccato e rischia la scissione. D'altra parte, le accuse lanciate dalla sinistra sono, nei toni e nella sostanza, di una durezza inaudita, mettono in discussione ogni disciplina interna e sono obiettivamente frazioniste. Interviene l'Esecutivo dell'IC, convocando a Mosca i rappresentanti dell'opposizione di sinistra. La risoluzione uscita dall'incontro (non c'era Lenin, colpito dalla malattia) e apparsa sulla “Rote Fahne” del 13 maggio, riconosce l'esistenza nel KPD di deviazioni "di destra" e "di sinistra" e tenta in questo modo di ricucire la lacerazione nel Partito. Nella sostanza, però, dà un giudizio positivo sulla politica seguita in Sassonia e considera un limite che il KPD non si sia impegnato per estenderla a scala nazionale; la parola d'ordine della "repubblica operaia della Ruhr" viene sconfessata, mentre la tesi del ruolo obiettivamente rivoluzionario della borghesia tedesca vittima di Versailles viene fortemente ridimensionata. Tuttavia, la risoluzione non è priva di accenni a una tattica rivolta ai sentimenti nazionalistici delle masse tedesche, alle quali il KPD deve spiegare pazientemente che "solo la classe operaia, dopo la vittoria, sarà in condizione di difendere il suolo tedesco, i tesori della civiltà tedesca, l'avvenire della nazione tedesca" (27). Il"compromesso di Mosca" si concretizza nella cooptazione di alcuni esponenti della sinistra nella Centrale che ridanno una compattezza formale al partito.
In maggio, mentre alcuni preoccupanti segnali sembrano annunciare l'imminenza di un intervento militare dell'Intesa contro la Russia, la Germania è attraversata da grandi dimostrazioni in sua difesa. A metà del mese, Radek ha appena dichiarato a nome della Centrale che non esistono ancora "le condizioni preliminari, la volontà rivoluzionaria della maggioranza dei proletari" per instaurare la dittatura del proletariato, che nella Ruhr esplode una violenta sommossa contro l'aumento dei prezzi seguito all'ennesima ondata speculativa. E' uno sciopero spontaneo e selvaggio, fuori dal controllo dei sindacati e dello stesso KPD. Il movimento rifluisce dopo due settimane con la concessione di un consistente aumento dei salari: una conquista assolutamente priva di valore nel contesto dell'inflazione a mille, ma accettata dalla Centrale e dalla stessa sinistra, evidentemente paga del "compromesso di Mosca", come condizione per la ripresa del lavoro.
Broué (p.658) riporta stralci della lettera che l'alto funzionario tedesco Lutterbeck indirizzò al comando francese, sollecitandolo a intervenire per reprimere la sommossa della Ruhr che rischiava di contagiare l'intera Germania e lo stesso esercito francese che "non è costituito solo da materiale inanimato, fucili, mitragliatrici e carri armati; uomini con occhi e orecchie portano queste armi"; o almeno – chiede il funzionario – "lasciare libere le autorità tedesche di compiere il proprio [dovere, NdR]... Mi permetto di ricordare a questo proposito che, al tempo della sollevazione della Comune di Parigi, il comando tedesco fece del suo meglio per venire incontro alle esigenze delle autorità francesi in vista della repressione".
L'aspetto paradossale è dover riconoscere che in un frangente decisivo come questo la borghesia si mostra a suo modo più "internazionalista" del partito proletario e della stessa IC; quantomeno dimostra di saper riconoscere immediatamente il carattere internazionale e decisivo della partita che si sta giocando nella Ruhr, mentre il KPD e la stessa IC manifestano una completa passività su questioni così vitali e un agitarsi su prospettive che si riveleranno altrettanti vicoli ciechi, come i “governi operai”. Ripercorrendo questi eventi, si conferma la netta impressione che la "temperatura delle masse" fosse qui giunta al punto critico e che fosse venuto il momento, pena la dispersione dell'energia accumulata, di lanciarsi nella battaglia per il potere con "audacia, audacia e ancora audacia".
 
Assieme alla acutissima polarizzazione sociale – da un lato enormi masse proletarizzate e immiserite, dall'altro la creazione di enormi ricchezze speculative – , la crisi azzerava l'influenza della socialdemocrazia e dei sindacati, abilitati a campare in una situazione di rapporti capitalistici "normali", garanti del "giusto prezzo" del lavoro, dei "diritti", e così via. I sindacati si sfasciavano anche organizzativamente, perché migliaia di burocrati e funzionari erano pagati con carta straccia come tutti i salariati. Nessuna "conquista" parziale si poteva porre all'ordine del giorno, ma solo la presa del potere politico, la dittatura proletaria. Se la crisi stessa si era fatta carico di sgombrare il campo dai tradizionali nemici entro le file proletarie, anche la politica del "fronte unico" poteva essere interpretata a maggior ragione solo in un modo: "dal basso", a diretto contatto col proletariato, escludendo i dirigenti traditori. Nel corso del 1923, le file del KPD si ingrossano costantemente, si rafforza la presenza delle "frazioni comuniste" nei sindacati, crescono gli organismi di massa controllati dal partito (consigli di fabbrica rivoluzionari, comitati di controllo). Le “centurie proletarie”, base della struttura militare del partito, appaiono dal marzo 1923, dapprima nella Ruhr, poi in altre località. In maggio, vengono dichiarate illegali, tranne che in Sassonia e Turingia dove conoscono il massimo sviluppo, ma sono disarmate. Pur formate in prevalenza da militanti comunisti, si propongono come organismi del "fronte unico", non come milizia di partito. Si tratta di un limite enorme che le qualifica come organismi di difesa, non finalizzati alla conquista del potere.
Per contro, l'estrema destra nazionalista che in questa fase ottiene un consenso sempre più ampio tra le masse di piccola borghesia proletarizzata, dispone di strutture militari di tutto rispetto, naturalmente finanziate dal grande capitale e sotto lo sguardo quanto meno tollerante della Reichswehr (che per suo conto organizza più o meno segretamente strutture militari formalmente illegali, raggruppate nella cosiddetta "Reichswehr nera"). Il 1° settembre, a Norimberga, le SA hitleriane sfilano in 70mila, armate fino ai denti.
La forza crescente dei nazional-rivoluzionari significava che la borghesia stava approntando tutti gli strumenti, legali e illegali, per fronteggiare l'attacco proletario o passare all'attacco a sua volta, e che l'esercito nemico si stava preparando per la decisiva battaglia di classe. La forza, indubbiamente temibile, dell'avversario, e in particolare della sua componente fascista, fu presa dalla Centrale – fortemente impregnata di “antiputschismo” alla Levi (di cui Brandler ripeterà la traiettoria) - come pretesto per non prendere l'iniziativa e attardarsi su percorsi di "rafforzamento". Anche ammesso che nel 1923 i rapporti di forza fossero in assoluto svantaggiosi, è sempre al più debole che conviene attaccare, specie per un partito che ha come arma fondamentale, prima ancora di quelle materiali (dove le forze rivoluzionarie saranno sempre in inferiorità), la chiarezza del programma e la solidità dei princìpi (28).
La "linea Schlageter"
La risposta del partito alla crescente influenza del nazionalismo radicale sta nel rivolgersi alle masse piccolo-borghesi per convincerle che solo l'alleanza del proletariato potrà dare una soluzione alla “questione nazionale tedesca”. Dalla metà di maggio, negli stessi giorni in cui esplode la rivolta di classe nella Ruhr, il KPD si fa carico apertamente della “questione nazionale”, lancia appelli alle masse orientate in senso nazionalista, tanto che la rivista nazionalista "Gewissen" pubblica commenti compiaciuti sul "senso nazionale" dei comunisti. Poiché  Zinov'ev considererà questi articoli "il più grande complimento" e il riconoscimento della natura "non corporativa" del partito, si ha l'impressione che lo sbandamento sia totale anche a livello di Esecutivo dell'IC (per spiegare questa crisi, vanno tenute in considerazione sia la lotta contro Trotsky condotta in questo periodo dai "triumviri" nel partito russo sia le enormi difficoltà interne).  All''Esecutivo allargato che si tiene in giugno, e che pone all'ordine del giorno il "pericolo fascista", Radek sottolinea l'importanza della "questione nazionale" in Germania e propone l'adozione di una linea dichiaratamente "nazionalbolscevica": "E' significativo che un giornale nazionalsocialista prenda nettamente posizione contro i sospetti di cui i comunisti sono oggetto: esso li addita come un partito combattivo che diventa sempre più nazionalbolscevico. Il nazionalbolscevismo rappresentava nel 1920 un tentativo a favore di certi generali; oggi esprime l'unanime convinzione che la salvezza è nelle mani del partito comunista. Solo noi siamo in grado di trovare una via d'uscita alla situazione attuale della Germania. Porre la nazione in primo piano significa, in Germania come nelle colonie, compiere un atto rivoluzionario" (cit. in Broué, p.674).
Il giudizio di Radek sul gruppo di Amburgo appare eccessivamente – e forse volutamente – riduttivo. Prima di entrare in contatto con i comandi della Reichswehr, i nazionalbolscevichi hanno sviluppato una concezione organica e coerente di "socialismo nazionale" che Radek tre anni dopo riprende in termini di tattica, come fattore decisivo e irrinunciabile di mobilitazione delle masse. Non c'è una netta distanza politica tra le due concezioni, se non nel senso che la prima si presentava già bell'e pronta nel suo anti-marxismo, mentre la seconda matura nel progressivo degenerare del movimento comunista tedesco e internazionale attraverso una serie di svolte tattiche. Radek avrebbe piuttosto dovuto riconoscere, alla luce delle nuove parole d'ordine nazionali, che gli amburghesi avevano saputo prevedere fin dal 1919, anno della ratifica di Versailles, le ripercussioni di quei trattati sulla situazione tedesca: ma ammetterlo significava rimettere in discussione tutta la storia del KPD, a partire da Heidelberg.
All'Esecutivo allargato di giugno questa linea comunque passa con poche voci di dissenso. Radek insiste sulla tesi di una Germania ridotta al livello di una colonia per giustificare il ruolo del KPD di guida dell'"antagonismo nazionale" delle masse piccolo-borghesi proletarizzate. Il rapporto della Zetkin sottolinea la minaccia costituita dal fascismo e critica il PCd'I per averlo ridotto a movimento terroristico senza coglierlo nel suo significato sociale: le era sfuggito che il PCd'I aveva svolto un ampio rapporto al IV congresso dell'IC, nel quale il fascismo veniva presentato come un fenomeno essenzialmente politico, capace di interpretare abilmente gli umori delle mezze classi (29). Nella discussione sul rapporto Zetkin, Radek pronuncia il celebre discorso su Schlageter "Pellegrino del nulla", dove traspare, qui sì, molto chiaramente, la sostanziale incomprensione del fascismo tedesco. Schlageter, martire della Ruhr, viene portato ad esempio del nazionalista idealista, convinto di fare il bene del popolo: "Se i fascisti tedeschi che vogliono servire lealmente il loro popolo non comprendono il senso del destino di Schlageter, egli sarà morto davvero invano..." (30). Bisognava dunque, secondo questa visione, rivolgersi alle masse nazionaliste, costituite nella grande maggioranza da lavoratori, per portarle sulla strada della rivoluzione comunista. Si legge dunque nel discorso di Radek:
"Tuttavia noi crediamo che la grande maggioranza delle masse agitata da sentimenti nazionalistici appartengono non al campo del capitale ma al campo del lavoro. Noi vogliamo cercare e trovare la via per raggiungere queste masse e ci riusciremo. Noi faremo di tutto perché uomini come Schlageter, pronti a donare la loro vita per una causa comune, non diventino pellegrini del nulla, ma pellegrini di un avvenire migliore per l'umanità intera, perché essi non spargano il loro sangue generoso a profitto dei baroni del ferro e del carbone, ma per la causa del grande popolo lavoratore tedesco, il quale fa parte della famiglia dei popoli che lottano per la loro liberazione" (cit. in Broué, p. 676).
In questo passaggio, Radek riprende un carattere fondamentale dell'ideologia degli amburghesi i quali sostenevano che ormai il "popolo tedesco” era costituito nella stragrande maggioranza da proletari, dominati da un'esigua minoranza di rappresentanti del grande capitale. Nel linguaggio che si adegua a esprimere i nuovi contenuti, l'uso di termini classisti come "proletariato" si riduce per lasciare il posto a quello di "popolo lavoratore", ecc.: ma ciò che è importante sottolineare è che in questa concezione, se da un lato vi è una sopravvalutazione del fascismo come minaccia militare e soprattutto ideologica, parallelamente viene sottovalutata la capacità della borghesia nel suo insieme di organizzarsi come classe, con tutti gli strumenti a disposizione, per agire con determinazione in senso controrivoluzionario. Il fascismo era il frutto di una reazione della borghesia alla minaccia proletaria, ed era inevitabile che, nella polarizzazione che caratterizza sempre una crisi rivoluzionaria, componenti importanti di piccola borghesia e anche settori operai subissero l'influenza dell'ideologia nazionalista, propagandata dai mezzi potentissimi a disposizione del capitale.
L'errore fatale dell'IC in quella fase non fu evidentemente nell'iniziativa di rivolgersi alle masse piccolo-borghesi influenzate dal nazionalismo, ma nel porsi sul terreno del nemico di classe dal punto di vista ideologico, contrabbandando i princìpi in vista di un successo immediato nello scontro politico. Un simile atteggiamento ha un solo nome: opportunismo. Quattro anni dopo l'espulsione del gruppo di Amburgo, le tesi nazionalbolsceviche avevano trovato accoglienza nel partito tedesco e nell'IC.
NOTE
1- Fattori di razza e nazione nella teoria marxista, Milano, 1976, pag.75.
2- Idem, pag.108.
3- "Con elementi nazionalisti, radicali, fascisti di sinistra, fonderanno dapprima la 'Kommunistischen Bunden', poi, un istituto per lo studio del Comunismo tedesco. Nel 1923 finiranno con l'avere frequenti contatti coi nazisti nell'illusione, abbastanza diffusa, che il nazismo delle origini operi in senso anti-capitalista  (E.Rutigliano, Linskommunismus e rivoluzione in Occidente, Dedalo libri, nota 22, pag.267). Friz Wolffheim, formatosi nelle combattive schiere degli IWW d'America, poi fondatore con Laufenberg della corrente nazionalbolscevica tedesca, arriva nel 1923 all'aperto anticomunismo (Broué, Rivoluzione in Germania, Einaudi, 1977, p.686).
4- Authier-Barrot, Sinistra comunista in Germania, Salamandra, 1981, p.19.
5- Vedi in proposito “Guerra e rivoluzione”, “battaglia comunista”, n.10, 1950.
6-  E. Nolte, La Repubblica di Weimar, Christian Marinotti ed., 2006, pag.101.
7- Al IV congresso del KPD, poche sono le voci che prendono le difese dell'idea di un "governo operaio", qualificato da Béla Kun come '"utopia reazionaria", mentre Radek denuncia il "cretinismo governativo" alla base della "dichiarazione di opposizione legale".
8- "Revue internationale", n.90, III trimestre 1997 (rivista ciclostilata di un gruppo internazionalista danese).
9- Sull'argomento vedi E. Nolte, Nazionalismo e bolscevismo, Sansoni, pp.75-76.
10- E.Rutigliano, Linskommunismus e rivoluzione in Occidente, cit. p.37.
11- Al riguardo, rimandiamo sempre al II volume della nostra Storia della sinistra comunista, cit.
12- Su questa fase, vedi Storia della sinistra comunista, Vol. III, ed. Il programma comunista, cap. VI, pp.332-340.
13- Cfr. Storia della sinistra comunista, Vol. III, nota 30, p.345.
14- Sull'"azione di marzo" e la "teoria dell'offensiva" vedi Storia della sinistra comunista, Vol.III, p.360 e seguenti.
15 - Le tesi sono riportate in In difesa della continuità del programma comunista, edizioni Il programma comunista. Su Rapallo, vedi Storia della sinistra comunista, Vol. IV, p.312-317, e Vol. V (in preparazione).
16- Cit. in O. Flechtheim, Il partito comunista tedesco (KPD) nel periodo della Repubblica di Weimar, Jaca Book, 1970, p.187.
17- In difesa della continuità del programma comunista, cit., pag. 60-61. Nello stesso testo, cfr. i riferimenti al dissenso del PCd'I sulla tattica (p. 32) e alla questione delle riparazioni (nota 8, p.32).
18- In difesa della continuità del programma comunista, cit. pp.57- 58. "Domandiamo – risponde nell'occasione Bordiga al rappresentante tedesco – se si vuole l'alleanza coi socialdemocratici per fare ciò che essi sanno, possono e vogliono fare, oppure per chiedere loro ciò che non sanno, non possono e non vogliono fare", e dichiara lapidariamente che "tale atteggiamento si oppone a tutti quanti i principi fondamentali del comunismo. Perché, se accettassimo questa formula politica, verremmo a lacerare la nostra bandiera sulla quale è scritto: ''Non esiste governo proletario che non sia costituito sulla base della vittoria rivoluzionaria del proletariato''".
19- “Proprio perché il partito non è una macchina bruta, né un esercito passivo ma un organismo che è sì fattore ma anche prodotto degli eventi storici, la tattica reagisce sulla collettività che la pratica modificandola – se discordante dalle basi programmatiche – nella sua struttura, nella sua capacità di agire, nei suoi modi di operare, e, alla lunga, nei suoi stessi principi, per quanto accanitamente e sinceramente ci si proponga di difenderli”, in In difesa della continuità..., cit. p.55. Vedi anche le “Tesi di Roma (marzo 1922), nello stesso testo, e "Arciboiata: il socialismo nazionale" in “Battaglia comunista”, n.16/1950. Il PCd'I aderì pienamente alla tattica del fronte unico e si attivò per applicarla con tutti i mezzi, intendendolo nell'unica accezione possibile per un partito rivoluzionario: fronte unico sindacale. L'azione del partito è rivolta ai proletari senza distinzioni e dunque passa attraverso una sua presenza nelle organizzazioni economiche, non attraverso rapporti con loro rappresentanze politiche. Il rifiuto categorico di quest'ultima opzione deriva dalla certezza che l'isolamento (organizzativo e dottrinale) del partito di classe non è un fattore di debolezza, ma di forza. L'armamento teorico e dottrinale, la sua identità politica, rappresentano l'elemento decisivo in vista della vittoria finale assai più dell'aspetto organizzativo in sé, anche dal punto di vista dell'eventuale inquadramento militare. La forza militare del partito è in funzione della sua forza dottrinale, non viceversa, e da questo punto di vista gli eventi del 1923 tedesco sono evidentissima conferma. Vano è dunque, nelle fasi di debolezza, difficoltà, sconfitta, cercare di rompere l'isolamento del partito attraverso possibili alleanze con formazioni politiche, perché ciò comporta necessariamente fare concessioni dottrinali, avvalorarne l'affinità agli occhi delle masse, aderire a parole d'ordine altrui, confondersi con altri organismi, porsi come uno dei partiti operai e non come il partito di classetutto ciò equivale a disarmare il partito. La Sinistra “italiana” intervenne nell'IC su queste fondamentali questioni senza mai cedere su nulla che riguardasse i princìpi, fino al 1926 (congresso di Lione), quando ormai l'IC aveva imboccato definitivamente una direzione che la portava fuori dal solco tracciato dal marxismo rivoluzionario. E fece questo senza mai rompere con la disciplina internazionale, non certo per adesione a un concetto formale di disciplina, ma perché cosciente che il processo degenerativo che si andava compiendo nell'IC non dipendeva da errori e deviazioni di gruppi, se non addirittura di persone, ma da forze sociali e storiche che indirizzavano materialisticamente le scelte che andavano maturando. Erano queste l'effetto delle sconfitte subite in Germania tra il 1920 e il 1921, alle quali si sarebbe potuto ancora porre rimedio – passando al momento opportuno alla controffensiva – se l'IC avesse mantenuto la rotta stabilita nei primi due congressi (e in parte nel terzo) e non si fossero cercate scorciatoie e soluzioni di compromesso nell'illusione di farne utile strumento per superare le fasi di difficoltà. Fu la Sinistra "italiana", e solo essa, che in questo processo si assunse il compito di salvaguardare per l'avvenire il nucleo fondante del movimento. In quel frangente decisivo, furono invece le "parole d'ordine" lanciate dalla Germania a far breccia nell'Internazionale e a deviarla dal solco storico del movimento comunista.
20- Il congresso internazionale aveva riproposto la centralità della questione tedesca nella prospettiva della rivoluzione mondiale. Radek presentò un programma di transizione orientato alla creazione di un capitalismo di Stato. La fase attuale – scriveva nel suo rapporto – vedeva il capitalismo all'offensiva e bisognava proporre degli obiettivi  immediati che rilanciassero la lotta difensiva del proletariato e facessero da "trampolino di lancio" dell'assalto finale al potere. La prospettiva di Radek trovò una sponda nel rappresentante della Centrale tedesca che insistette sulla parola d'ordine del fronte unico, attribuendo un valore positivo all'accordo di Berlino e agli accordi di vertice con la socialdemocrazia. Bucharin e Zinov'ev erano invece orientati ad appoggiare le critiche della sinistra tedesca e a interpretare la questione del “governo operaio” come pseudonimo di dittatura proletaria, mentre Radek lo definisce come "un possibile passaggio verso al dittatura proletaria" (cfr. Broué,Rivoluzione in Germania, cit., p.624).
21- Tale passaggio sarebbe avvenuto su indicazione di Radek, che affermò di esprimersi a titolo personale. A suo dire, Lenin aveva approvato, ma con riserva, perché male informato. (cfr. Broué, Rivoluzione in Germania, cit., p.611.) Al congresso di Lipsia (fine gennaio 1923), Brandler  presentò le "Tesi sulla tattica del fronte unico e del governo operaio", come tentativo di applicazione delle risoluzioni del congresso internazionale: in esse, si ritrova tra l'altro l'idea che della rivoluzione ha lo spartachismo – come completamento di un processo, e non come conquista violenta del potere politico – applicata alla tattica del fronte unico: "Il fronte unico rivoluzionario organizzato nei consigli operai politici per il rovesciamento della borghesia non si situa al principio ma alla fine della lotta per conquistare le masse al comunismo" (cit. in Broué, Rivoluzione in Germania, p.630). Le Tesi riprendono la parola d'ordine del “governo operaio” più o meno nei termini delle risoluzioni del IV congresso dell'IC, ma con una rilevanza che le assegna una posizione centrale nella tattica del partito: è una possibilità che il partito deve saper valutare in ragione della situazione generale e che non esclude in via di principio di parteciparvi direttamente, a due condizioni – l'armamento del proletariato e il riconoscimento del ruolo legislativo degli organismi del fronte unico proletario (consigli operai), da intendersi come il vero fondamento di un autentico “governo operaio”.
22- I dirigenti del distretto di Berlino-Brandeburgo promuovono per il 15 ottobre a Berlino un assalto contro una riunione di estrema destra, che finisce male in seguito all'intervento della polizia: un morto, cinquanta feriti e numerosi arresti tra i militanti comunisti, sui quali sarà sperimentata la nuova legge di difesa della repubblica.
23- La Fischer portava a sostegno della sua tesi un passaggio di un discorso di Bucharin al IV congresso (riportato in Broué, cit. p. 647). Vedi anche l'osservazione – condivisibile – di Broué (nota 41, p.650) a proposito della distorsione retrospettiva delle valutazioni della Fischer e altri sinistri. Non altrettanto condivisibile la sua tesi a proposito dell'articolo di Thalheimer, secondo la quale egli avrebbe inteso polemizzare con gli estremisti, "sempre alla ricerca di una scorciatoia per accelerare la crisi rivoluzionaria". Anche quella proposta da Thalheimer era senz'altro una scorciatoia, e delle più nefaste.
24-  A. Rosenberg, Storia della Repubblica di Weimar, ed. Leonardo, 1945, p.153.
25- E. Nolte, La Repubblica di Weimar, cit. p.120
26 - Sappiamo che la "questione nazionale" non è mai stato un tema di facile soluzione entro il movimento comunista, e che le stesse tesi del II congresso dell'IC non vi avevano dato una "sistemazione compiuta", ma in nessun caso il rapporto di oppressione che lega ad esempio l'Irlanda al Regno Unito può essere esteso ai rapporti tra Paesi imperialisti:  "il pericolo era ed è […] di estrapolare questi casi-limite applicandoli, come nel 1923, alla Germania ultracapitalistica, e trarne pretesto per 'appoggiare' come potenzialmente rivoluzionaria la agitazione nazionalista e perfino nazista contro l'occupazione francese della Ruhr e contro le clausole jugulatorie della pace di Versailles". La sinistra italiana lanciò "per prima l'allarme sulla falsa trasposizione della grandiosa prospettiva 1920 al caso di paesi ultracapitalisti, in cui 'la questione nazionale e l'ideologia patriottica sono diretti espedienti controrivoluzionari, tendenti al disarmo di classe del proletariato'" (Storia della sinistra comunista.Vol. III, p.640-42).
27- In Broué, Rivoluzione in Germania, cit.p. 657, ripreso anche a p.673.
28- Sul 1923 tedesco, si rimanda agli scritti di Trotsky, La rivoluzione permanente, Einaudi 1967, e La III Internazionale dopo Lenin, Schwartz editore, 1957.
29-  La Sinistra “italiana” aveva compreso pienamente la natura politica e sociale del fascismo e aveva ampiamente sviluppato il tema in un rapporto al IV congresso dell'IC (novembre 1922): "Ma il terzo fattore non gioca un ruolo meno importante nella genesi del potere fascista. Per creare accanto allo Stato un'organizzazione reazionaria illegale, occorreva arruolare elementi diversi da quelli che l'alta classe dominante poteva fornire dai suoi ranghi. Li si ottenne rivolgendosi a quegli strati delle classi medie che già abbiamo citato, e allettandoli con la difesa dei loro interessi. E' questo che il fascismo cercò di fare e che, bisogna riconoscere, gli è riuscito. Esso ha attinto partigiani negli strati più vicini al proletariato, come fra gli insoddisfatti della guerra, fra tutti i piccolo-borghesi, semi-borghesi, bottegai e mercanti e, soprattutto, tra gli elementi intellettuali della gioventù borghese che, aderendo al fascismo, ritrovano l'energia per riscattarsi moralmente e vestirsi della toga della lotta contro il movimento proletario e finiscono nel patriottismo e nell'imperialismo più esaltato. Questi elementi apportarono al fascismo un numero notevole di aderenti e gli permisero di organizzarsi militarmente."  (“Rapporto del PCd'I sul fascismo al IV congresso dell'IC”, novembre 1922, di prossimo inserimento nel nostro sito). Il PCd'I sostenne la necessità che il Partito operasse in direzione delle classi medie per sottrarle all'influenza della borghesia; nello stesso rapporto, il successo del fascismo tra le classi medie rurali viene attribuito ad una carenza politica del partito socialista: "Come si è già detto, i fascisti approfittarono del fatto che i socialisti non avevano mai avuto una loro politica agraria, e che certi elementi delle campagne, non direttamente appartenenti al proletariato, avevano interessi divergenti da quelli rappresentati dai socialisti. Il fascismo, pur utilizzando e dovendo utilizzare tutti i mezzi della violenza più selvaggia e brutale, seppe anche unire questi mezzi all'impiego della più cinica demagogia, e creare, con i contadini e perfino con salariati agricoli, delle organizzazioni di classe. In un certo senso, prese addirittura posizione contro i proprietari fondiari. Si sono avuti esempi di lotte sindacali dirette da fascisti, che mostravano una grande somiglianza con i metodi precedentemente seguiti dalle organizzazioni rosse. Noi non possiamo affatto considerare questo movimento, che crea con la costrizione e col terrore un'organizzazione sindacale, come una forma della lotta contro i datori di lavoro, ma d'altra parte non dobbiamo concludere che esso rappresenti un movimento degli imprenditori agricoli in senso proprio. La realtà è che il movimento fascista è un grande movimento unitario della classe dominante, capace di mettere al proprio servizio, utilizzare e sfruttare, tutti i mezzi, tutti gli interessi parziali e locali di gruppi di datori di lavoro agricoli e industriali " (Idem). E' chiaro che per il PCd'I riconoscere la necessità di un'azione politica verso le classi medie non poteva portare il partito ad assecondarne i pregiudizi nazionali e la ristretta visione.
30- La vicenda di Leo Schlageter rientra nei tentativi di gruppi nazionalisti tedeschi (corpi franchi, Reichswehr nera e altri) di fomentare una sollevazione nazionale nella Ruhr con attentati e sabotaggi contro gli occupanti. Schlageter, accusato di aver fatto saltare una linea ferroviaria, fu processato da un tribunale militare francese e condannato a morte. La propaganda di destra ne celebrò il martirio, mentre settori del KPD e dell'IC lo presero ad esempio di eroico sacrificio meritevole di miglior causa.
 

Terza parte: Continuità del nazionalbolscevismo da Weimar al Terzo Reich, e oltre
Bolscevismo nazionale, malapianta di ogni clima
Nelle due parti precedenti, abbiamo ricondotto la parabola dei nazionalbolscevichi di Amburgo a una tendenza più generale maturata negli anni cruciali in cui la guerra attiva la dinamica rivoluzionaria prima nell'"arretrata" Russia, poi nel centro dell'Europa capitalistica, la Germania. La dialettica guerra-rivoluzione viene risolta da Lenin nella formula: "trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria"; il che implica l'individuazione di un unico fronte interno che contrappone le classi in una lotta decisiva attraverso i confini d'Europa, senza soluzione di continuità, dagli Urali all'Atlantico. L'alternativa storica tra conservazione del capitalismo e suo superamento rivoluzionario nella società comunista poteva porsi solo in termini internazionalisti e mondiali, mentre ogni altro fronte proposto dalla situazione storica concreta veniva abbandonato qualora entrasse in contraddizione con gli scopi della sola vera guerra in corso, la guerra di classe internazionalista. La sconfitta nella guerra russo-polacca non fu semplicemente militare, ma va ascritta principalmente alla mancata insurrezione del proletariato di Varsavia che negò all'avanzata dell'esercito rosso il suo carattere internazionalista trasformandolo unilateralmente in una manifestazione della secolare contrapposizione nazionale russo-polacca.
Da questa impostazione nacquero la pace di Brest-Litowsk e il giudizio che inizialmente l'Esecutivo dell'IC diede su Versailles: la rapina messa in atto dagli imperialismi vincitori non doveva spostare la prospettiva dallo scontro proletariato internazionale/borghesia a quello tra nazioni oppresse e nazioni dominanti. Quando il gruppo di Amburgo abbracciò apertamente la seconda prospettiva, non fece che completare un percorso che muoveva da premesse operaiste e immediatiste del tutto estranee al marxismo rivoluzionario, e si allineava ad analoghe concezioni che maturavano contemporaneamente nell'ordinovismo italiano, il cui tratto comune stava nell'attribuzione al proletariato di compiti nazionali. Ciò che prospettavano entrambi era una rivoluzione nazionale centrata sulla forza proletaria capace di unificare tutte le forze sane della nazione a partire dall'articolazione della moderna produzione industriale in aziende. In questa visione, l'idea di "comunismo" si deformava, rispetto a quella originaria (abolizione delle classi e dello Stato, progressiva scomparsa delle distinzioni nazionali verso la società di specie), in quella di un "nuovo ordine" basato su comunità nazionali in pacifica convivenza, organizzate sulla base della volontà sovrana dei produttori: il superamento delle contraddizioni di classe era affidato alla “democrazia dei produttori”, garante di una nuova unità nazionale, che escludeva lo sfruttamento del lavoro ad opera di una minoranza privilegiata. L'articolazione istituzionale rifletteva l'articolazione tecnica della produzione. Stato e Nazione non soltanto sopravvivevano alla "rivoluzione" così intesa, ma addirittura ne costituivano l'essenza, la base irrinunciabile.
Sul piano geopolitico, l'impostazione degli amburghesi portava a negare di fatto l'internazionalismo proletario per richiamare l'alleanza internazionale – che solo per equivoco può denominarsi "internazionalista" – tra popoli ribelli all'ordine mondiale imposto dal capitalismo vincitore. Se gli amburghesi svilupparono coerentemente tutti questi motivi e l'ordinovismo si mantenne invece fedele a un formale internazionalismo classista, lo si deve proprio ai contesti "nazionali" dei due movimenti e alle caratteristiche del movimento comunista nei due Paesi. In Italia, l'ordinovismo dovette subordinarsi alla tetragona dottrina marxista della Sinistra, mentre in Germania il movimento ebbe fin dalle origini debolezze teoriche e organizzative che lasciavano spazio a interpretazioni che pretendevano di aderire al marxismo e al "bolscevismo" ma che in realtà ne equivocavano a volte anche grossolanamente i contenuti; a differenza dell'Italia (paese vincitore, dove il nazionalismo poteva nutrirsi al più del mito della "vittoria mutilata"), la situazione della Germania, sconfitta e sottoposta ai diktat di Versailles, riproponeva le condizioni di un "orientamento a est" già appartenente alla tradizione prussiana, ripreso da settori importanti della classe dirigente borghese ed ex-imperiale tedesca. La convinzione ampiamente diffusa che fosse volontà dell'Intesa ridurre la Germania al rango di paese coloniale, smembrato e compromesso nella sua struttura economica, condizionò gli sviluppi politici di Weimar e del movimento comunista tedesco.
A partire dal 1923, risulta evidente che non solo il KPD, ma la stessa IC scivolano su posizioni che sempre più ricalcano quelle degli amburghesi per l'attenzione posta all'aspetto "nazionale" della questione tedesca, tanto che retrospettivamente si potrebbero leggere in una luce diversa ("nazionalbolscevica") sia Rapallo sia i numerosi accordi di collaborazione militare e commerciale tra la Russia bolscevica e la Germania intercorsi fin dal 1920, quando invece si trattava ancora di compromessi necessari alla salvezza della Russia rivoluzionaria e delle prospettive della rivoluzione internazionale. E' solo a partire dal fatidico 1923 che si compie in via definitiva la svolta dell'IC e si conclude l'intero ciclo rivoluzionario iniziato nel '17, con la sconfitta delle forze proletarie. Il punto di svolta si colloca a metà 1923, quando l'IC affianca alla bandiera dell'internazionalismo proletario quella della Nazione tedesca, confondendo le parole d'ordine proprie con quelle del rivoluzionarismo nazionale. Va certamente tenuto in considerazione che, nel marasma del conflitto sociale di quegli anni in Germania, potevano apparire rivoluzionarie concezioni e organismi che retrospettivamente risultano in modo lampante come forze della controrivoluzione, ma che allora venivano viste con simpatia dai nemici dell'ordine borghese e trovavano ampi consensi anche all'interno del proletariato. Proprio per questo sarebbe stato compito del partito di classe chiarire ogni equivoco sulla loro natura, a partire dall'assunto che non è sufficiente essere proletari in base alle statistiche borghesi o dichiararsi tali per esserlo anche politicamenteesattamente all'opposto di quanto sostenuto a suo tempo dal gruppo di Amburgo; così come non è accettabile, in un Paese come la Germania di Weimar, alcuna concessione a prospettive nazionali, anche se – e a maggior ragione se – si accompagnano a dichiarazioni di scelte di campo anti-capitaliste.
Dal momento in cui il KPD dà spazio a una prospettiva nazionale della rivoluzione tedesca – pur con tutti i distinguo e le precisazioni – , il proletario del KPD è legittimato a sentirsi tedesco, francese se militante nel PCF, e così via; il KPD diviene unadelle organizzazioni concorrentivariamente connotate come rivoluzionarie ma in azione sullo stesso terreno, non più il partito della rivoluzione di classe e internazionale senza equivoci e contaminazioni. Da questa svolta, a riprova del venir meno di una contrapposizione sostanziale tra fronti di classe, prendono avvio i numerosi passaggi di campo di militanti KPD verso le formazioni nazionalrivoluzionarie e viceversa, come riflesso delle vicende alterne che caratterizzavano lo scontro politico degli anni di Weimar. La piega "nazionale" presa da KPD e IC, assunta per contrastare l'influenza dei movimenti nazionalrivoluzionari tra le masse, finì per favorirne l'ascesa, ne avvalorò agli occhi del proletariato la natura "rivoluzionaria" e indebolì la connotazione classista e internazionalista del KPD.
La chiave di lettura di Nolte per comprendere Weimar, basata sulla lotta tra i due partiti estremi, comunista e nazionalsocialista, ha il merito di individuare l'origine del fascismo nello scontro tra rivoluzione proletaria e controrivoluzione borghese, e ai fini della corretta impostazione del problema storico poco importa se aderisce alla causa della seconda; ma lo storico non è in grado di leggere nel movimento "comunista" una discontinuità oltre la superficie della continuità simbolica e organizzativa, che anzi viene sottolineata come elemento distintivo del movimento: egli non sa riconoscere che dopo il 1923 la natura dello scontro muta in fascismo contro antifascismo, democrazia contro dittatura, entro uno stesso campo di classe. Il KPD conserva i tratti del partito "proletario" fino alla totale disfatta del 1933, ma la scienza della rivoluzione è trasformata in ideologia, i vecchi simboli fanno ormai parte di un rituale, le battaglie sono espressione di una residua forza inerziale che si indebolisce man mano che si allontana dalla poderosa spinta originaria. Non per questo la lotta di classe, in Germania come in Europa, smette di manifestarsi in forme drammatiche e violente, ma viene meno la prospettiva dello sbocco rivoluzionario verso la società senza classi, non solo e non tanto per le condizioni obiettive di una "relativa stabilizzazione" del capitalismo, ma per lo scardinamento dei principi fondanti del movimento comunista internazionale ad opera dello stalinismo, accompagnato dall'eliminazione fisica dei suoi militanti migliori. Le energie proletarie si spendono non più in vista della rivoluzione internazionale, ma della difesa dalla reazione fascista, e dell'URSS quale "Patria del socialismo". Così facendo il KPD applica uno schema nazionalbolscevico di alleanza russo-tedesca, facendo del proletariato tedesco uno strumento della politica estera sovietica.
Si farebbe tuttavia un grave torto ai militanti comunisti tedeschi se non si riconoscesse loro, per tutto il periodo di Weimar, una straordinaria dedizione alla causa rivoluzionaria nonostante gli sbandamenti tattici dei gruppi dirigenti e il loro assoggettamento alla direzione staliniana. Fino alla sconfitta del 1933 continuò un'attività di agit-prop in molteplici forme (scuole di marxismo, gruppi teatrali di strada, spettacoli musicali, ecc..) che si richiamavano costantemente a genuini contenuti di classe e alla luce che continuava ad irradiarsi dal '17 russo (1). Allo stesso modo, il proletariato continuò a praticare azioni di sciopero e forme di protesta, insubordinazione, boicottaggio, assenteismo, che si protrassero fin negli anni del regime nazista, specie a ridosso della guerra (1937-38), quando il programma di riarmo e il rafforzamento dell'esercito comportò, con la scarsità di manodopera, l'aumento del potere contrattuale operaio e dei salari. Stato e padronato reagirono inasprendo i provvedimenti repressivi nelle fabbriche, creando una sorta di polizia di fabbrica (Werkschutz) e coinvolgendo la Gestapo. Ma soltanto la guerra, l'arruolamento degli operai nelle forze armate e le deportazioni forzate di manodopera straniera ebbero la meglio sulla resistenza del proletariato tedesco alla sua nazionalizzazione (2).
Gli eredi tedeschi del gruppo di Amburgo
Dal momento in cui lo stalinismo trasforma il partito russo in una forza nazionale che subordina a sé ciò che resta delle frazioni dell'IC, e l'IC stessa è ridotta a strumento del nascente capitalismo russo e della sua politica estera (3), si realizza la visione del teorico del nazionalbolscevico tedesco Niekisch che interpretava l'Ottobre rosso come una rivoluzione nazionale (4). Dal 1925, con il trionfo delle tesi staliniane nel PCR e nell'IC, il nazionalbolscevismo si afferma entro i partiti comunisti nel quadro di una loro subordinazione agli interessi nazionali russi; fuori di essi, si manifesta in movimenti di stampo corporativo inizialmente interni ai fascismi, in alcuni casi in rottura con essi. Proprio in quanto espressione di un "comunismo nazionale" variamente definito, il nazionalbolscevismo in senso ampio è difficilmente identificabile in una corrente unitaria, e assume forme specifiche in Germania e negli altri paesi (5).
a) Nel KPD
Una forte continuità nazionalbolscevica si ritrova anche all'interno del KPD, ma la svolta staliniana riduce le sue successive aperte manifestazioni a espedienti tattici finalizzati a "conquistare le masse"Dal '23 all'affermazione nazionalsocialista, il KPD si pone in concorrenza con le diverse varianti dei nazionalrivoluzionari volkisch (populisti) sul terreno della "lotta di popolo", contro i piani Dawes e Young (6), rafforzando in alcune fasi l'accento sulla questione nazionale tedesca. Nel 1930, esce un documento KPD dai toni apertamente nazionalbolscevichi, più nazionalrivoluzionario degli stessi concorrenti nazisti:
"Noi dichiariamo solennemente davanti a tutti i popoli della terra..., che noi nel caso in cui prenderemo il potere dichiareremo nulli e senza valore tutti gli obblighi che risultano dalla pace di Versailles, che noi non pagheremo nemmeno un centesimo di interessi per i prestiti, i crediti, gli investimenti imperialistici del capitale in Germania... Noi comunisti difenderemo e lotteremo per il pieno diritto di autodeterminazione delle nazioni e in accordo con gli operai rivoluzionari della Francia, dell'Inghilterra, della Polonia, dell'Italia, della Cecoslovacchia ecc... assicureremo la possibilità dell'unione con la Germania sovietica a quelle regioni tedesche che dimostrino di desiderarlo" (7).
Il tentativo del KPD di intervenire nella divisione interna al NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei) tra "bavaresi" hitleriani e "socialisti prussiani" comportava l'apertura del partito a elementi che nulla avevano a che vedere con la sua tradizione classista. La frattura fra i due gruppi nazionalrivoluzionari venne a maturazione dal momento in cui si risolse ogni possibile dubbio sulla natura del NSDAP hitleriano.
Nell'ottobre 1931 si svolse la riunione del "fronte di Harzburg" con tedesco nazionali e NSDAP, DVP, Reichslandbundes e Partito dell'economia, dopo la quale "nessuno poteva più pensare che il nazionalsocialismo fosse un partito anticapitalista di sinistra", dato che vi erano presenti esponenti della vecchia Germania imperiale e della grande industria e finanza (8).
Ampi settori degli industriali rimanevano diffidenti nei confronti di Hitler, ma con un discorso del gennaio 1932 questi, di fronte al club degli industriali di Dusseldorf, gettò l'equivoca maschera "socialista", tanto che Nolte si sorprende che il testo del discorso non fosse stato secretato, ma diffuso in centomila esemplari. Vi si leggeva di concorrenza e ambizione individuale contro egualitarismo e democrazia, della necessità di salvaguardare il primato dell'uomo bianco europeo, della coesione dei popoli bianchi contro le minacce provenienti segnatamente dal bolscevismo asiatico.
Si mantenevano ancora incerti sul giudizio soltanto i gruppi della destra tradizionalista e i comandi della Reichswehr, per i quali il nazionalsocialismo poteva essere ancora "l'ultima stazione della masse prima del comunismo", o si collocava in una situazione di equilibrio tra una possibile svolta moderata grazie alla guida hitleriana e uno scivolamento verso l'azione rivoluzionaria che l'avrebbe portato a legarsi al comunismo (9).
Lo storico Daniel Guérin richiama a questo proposito il precedente storico dell'ascesa di Luigi Napoleone in Francia: "Il 2 dicembre 1851 la borghesia francese ha permesso, nello stesso modo, ai partigiani plebei di Luigi Bonaparte di 'sopprimere e annientare' il suo antico personale politico"  (nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Marx aveva scritto: "La Corte, i ministeri, i supremi gradi dell'amministrazione e dell'esercito sono invasi da una banda di avventurieri, del migliore dei quali si può dire che non si sa da dove venga:... una plebe impaziente, affamata, avida di saccheggio...")"La borghesia – continua Guérin – si rassegna a questa invasione perché, grazie all'appoggio dei plebei, riesce ad assicurarsi quel 'governo forte e assoluto' di cui ha bisogno per garantire i propri profitti. Ingannato dalle apparenze, scambiando questa sostituzione di una 'classe politica' con un'altra per una autentica rivoluzione, l'ingenuo Guizot scriveva: 'E' il trionfo completo e definitivo del socialismo'" (10).
Allo stesso modo, la miopia di alcuni settori della borghesia tedesca e dei vertici militari, o più probabilmente il timore della vecchia classe dirigente di essere scalzata dalla fame di potere dei nuovi arrivati, li facevano ancora dubitare di un pericolo "bolscevico" insito nel nazionalismo plebeo, timore supportato dalla contemporanea politica del KPD volta a conquistare settori nazionalrivoluzionari.
 
Ovviamente, borghesia e classe dirigente consideravano i comunisti molto più pericolosi della destra radicale. L'organizzazione comunista era più vecchia e consolidata, incontrava simpatie nelle sinistre SPD e attirava nelle sue file militanti e simpatizzanti. Nel processo contro un gruppo di ufficiali Reichswehr accusato di trescare con i nazisti (1931), Scheringer, il più alto in grado tra loro, motivò così la sua conversione al comunismo: "Essi [i capi del nazionalsocialismo] si sono staccati nel corso degli ultimi mesi dal socialismo... Essi non hanno torto un capello a nessun capitalista, ma hanno organizzato il terrore contro il proletariato... Essi hanno impedito l'uscita della Germania dalla Società delle Nazioni. Essi si sono messi d'accordo con i generali capi... Soltanto alleati con l'Unione sovietica noi possiamo diventare liberi in Germania dopo l'annientamento del sistema capitalistico... Perciò mi distacco definitivamente da Hitler e dal fascismo e mi inquadro come soldato nel fronte del proletariato armato... " (11).
I comandi Reichswehr consideravano questi ufficiali come elementi di sinistra che avevano aderito al programma SPD mirante al legame tra Reichswehr e "popolo", e il processo avvalorava la loro ipotesi che Mosca lavorasse ad una disgregazione della Reichswehr attraverso il nazionalsocialismo, valutato come un fenomeno transitorio, "una semplice 'manifestazione febbrile'" (12).
 
 
La propaganza KPD nel 1930 era indirizzata più alla sinistra NSDAP che alla sinistra SPD, contro la quale si agitava allora la teoria del "socialfascismo". Nel 1932, durante il governo di Von Schleicher, grandi parti della sinistra SPD e NSDAP passarono al KPD, e diversi gruppi nazionalbolscevichi sostennero Thalmann alle elezioni per la presidenza del Reich. Ma per quanto in apparenza la politica KPD registrasse dei successi nell'avvicinare militanti di organizzazioni nazionaliste, si trattava pur sempre di risultati poco significativi in rapporto al contemporaneo rafforzamento della destra estrema in ampi settori del proletariato. In quanto formalmente membro del Comintern, il KPD non era legittimato a parlare a nome del Volk al pari delle forze nazionalrivoluzionarie, e dunque sempre, su quel terreno, conobbe solo successi effimeri. Le destre radicali accusavano il KPD di usare le parole d'ordine nazionali per mera utilità tattica. Risultava facile per gli avversari sostenere che la parola d'ordine nazionale era per il KPD espressione di interessi altrettanto "nazionali", non tedeschi, ma russi, essendo ormai il KPD una emanazione della politica sovietica che utilizzava a sua volta il feticcio dell'internazionalismo proletario per i suoi scopi. La tattica KPD ottenne qualche successo essenzialmente nella cerchia dei militanti nazionalrivoluzionari che si distaccarono da Hitler, ma esercitò scarsa influenza sulle masse, tra le quali invece "Il populismo operaista di Hitler diede i suoi frutti: nelle elezioni del 1932 interi distretti 'rossi' come Chemnitz e Zwickau votarono a maggioranza NSDAP (16 milioni di voti allo NSDAP, e ai Tedesco nazionali, oltre 5 al KPD, tutti gli altri 15 milioni); grandi formazioni SA avevano a capo elementi operai. Il carisma di Hilter contiene con efficacia gli sforzi di Otto Strasser di accentuare il carattere 'socialista' del partito con la creazione della 'Comunità di lotta dei nazionalsocialisti rivoluzionari'” (13).
L'esito fallimentare della linea nazionalbolscevica del KPD era contenuto in origine nella svolta del 1923, e trovò conferma nel comportamento di vasti settori di proletariato e piccola borghesia anche dopo la presa del potere nazista. Il nazismo aveva saputo accogliere e utilizzare abilmente le aspettative sociali di questi settori che, salito al potere Hitler, cominciarono a premere e mobilitarsi per una "seconda rivoluzione" che avrebbe dovuto realizzare gli scopi "anticapitalisti" del movimento. Così si espresse un membro delle SA in una riunione popolare: "La nostra rivoluzione... è appena all'inizio, noi non abbiamo ancora raggiunto nessuno dei nostri obbiettivi. Si parla di governo nazionale, di risveglio nazionale... Ma di che cosa si tratta esattamente? Quello che ci importa è l'aspetto socialista del nostro programma... Noi dobbiamo ora sbaragliare soltanto un nemico: la borghesia" (14).
La reazione del  regime hitleriano a questi tentativi fu durissima e, contando sull'avallo della Reichswehr, fu stroncata con una feroce faida interna ogni residua illusione sui reali contenuti del nuovo potere. Nel 1936 all'esercito viene definitivamente assegnato l'incarico di intervenire con le armi in presenza di tumulti politicida qualunque parte provengano. Da quel momento – come a suo tempo fece la socialdemocrazia contro la rivoluzione del 1919-23 – il nazionalsocialismo affida all'esercito il compito di mantenere l'ordine, si fonde progressivamente con lo Stato che a sua volta “si fascistizza" in nome della ritrovata stabilità. Giungeva così al suo definitivo compimento la sconfitta materiale del proletariato tedesco, anche di quei militanti operai che erano confluiti negli ultimi tempi nelle milizie plebee e nelle cellule di fabbrica naziste, nell'illusione di trovarvi lo strumento per proseguire la lotta di classe. A rendere possibile questo tragico inganno aveva contribuito nel tempo anche il progressivo scivolamento del KPD da posizioni possibiliste in termini di "rivoluzione nazionale" fino al pieno assoggettamento alla controrivoluzione staliniana.
 
 
b) Percorsi emblematici: Otto Strasser e Ernst Niekisch
All'inizio degli anni Trenta, la NSDAP esercita un'influenza crescente proprio su quei settori di classe – senza riserve, disoccupati e operai non qualificati – che a suo tempo erano stati individuati da Karl Liebknecht come quelli sui quali doveva poggiarsi l'attività di Spartaco. Se si considera che nel 1928 il KPD contava tra i suoi militanti ben il 50% di operai specializzati e solo il 28% di non specializzati (cfr. G.Buonfino, cit.), si può dedurre che il partito non riusciva ad avvicinare proprio il settore di proletariato industriale più moderno, quello formatosi con la ristrutturazione e concentrazione industriale bellica e che si era reso protagonista di lotte straordinarie come quelle della Leuna, nel 1921. La NSDAP lavorava invece con successo su questo terreno dando contenuti fortemente sociali alla battaglia politica, anche se al prezzo di rafforzare al suo interno una corrente "anticapitalista" che solo l'indiscussa leadership del "Führer" riuscì a contenere e controllare prima della presa del potere. I capi di questa componente "plebea" erano spesso ex SPD o ex USPD, formatisi politicamente entro le file della socialdemocrazia tedesca, figli di Lassalle e del tradimento del 1914.
 
La componente dello NSDAP più prossima al nazionalbolscevismo è quella dei fratelli Gregor e Otto Strasser. Essa sviluppa un proprio programma anticapitalista (15) che contiene tratti autenticamente reazionari, ma esprime simpatia nei confronti del bolscevismo e ammirazione nei confronti dei suoi capi, è particolarmente forte nel Nord e a Berlino, e attua in alcune circostanze iniziative in comune con lo stesso KPD. E' in effetti questa la componente che giustifica la persistente diffidenza della Reichswehr nei confronti dell'insieme del movimento nazista, nel quale Hitler viene visto come un moderato. La corrente contende a tutti gli effetti la leadership della NSDAP a Hitler e si propone come alternativa dichiaratamente socialista all'impianto ideologico a sfondo razziale che aveva il suo centro in Baviera (16). Gregor Strasser ne è l'organizzatore, il fratello Otto il teorico. La vicenda politica di quest'ultimo è emblematica: partecipa alla guerra come volontario, prima della smobilitazione combatte nelle file dei corpi franchi contro la repubblica sovietica di Baviera nel 1919 e un anno dopo guida la resistenza di tre centurie proletarie in un quartiere di Berlino in occasione del putsch di Kapp. Nello stesso anno (1920) aderisce alla SPD, ma ben presto l'abbandona per protesta contro il mancato rispetto degli accordi di Bielefeld che avevano disarmato gli operai e posto fine alla sollevazione della Ruhr in cambio di vaghe promesse. A fine anno, partecipa al congresso USPD che prepara la fusione col KPD, dove incontra Zinovev. La sua adesione al NSDAP data al 1925 e avviene su sollecitazione del fratello Gregor, al quale Hitler aveva affidato la riorganizzazione del partito al Nord dopo il mancato putsch del 1923. E' sotto la sua direzione che i distretti settentrionali NSDAP assumeranno caratteri propri e in larga misura autonomi rispetto a Monaco, influenzati dalle tesi di Otto e per un certo periodo dello stesso Goebbels. Al Congresso di Bamberga del 1926, gli Strasser cercano senza successo di spingere Hitler ad assumere una posizione politica ostile ai capitalisti.
Il percorso di Otto Strasser è solo apparentemente incoerente: l'iniziale appartenenza alla socialdemocrazia non significava, per lui come per la maggioranza dei quadri SPD, adesione al marxismo. Da socialdemocratico e patriota approva l'union sacrée e va in guerra dove si distingue per eroismo; lo stesso spirito patriottico che lo porta a marciare contro la Repubblica dei Consigli di Monaco lo anima nella resistenza a Kapp: da buon socialdemocratico combatte tanto la reazione quanto la rivoluzione. Abbandona la SPD "da sinistra" perché ne verifica il tradimento ai danni degli operai tedeschi della Ruhr. Si avvicina all'USPD e ipotizziamo che poco ci mancava che aderisse alla VKPD, se solo questo partito fosse stato già allora abbastanza "nazionale".Dopo un'esperienza nel Juni Club di Moeller van der Bruck, un circolo anti-liberale, sostenitore del confronto tra comunisti russi e nazionalisti tedeschi, fautore dei diritti dei "popoli giovani", alla fine aderisce alla NSDAP perché più vicina alla sua visione di una rivoluzione nazionale socialista: quella stessa che la SPD covava al suo interno fin dai tempi di Lassalle ma che aveva abbandonato convertendosi alla democrazia occidentale. Nella figura di Otto Strasser si riconosce che il tipo del nazionalsocialista di sinistra si modella sul tipo del socialdemocratico conseguente. Anche in questi percorsi, la tappa del 1920 è decisiva, perché è in quel frangente che la SPD, per timore della rivoluzione proletaria, rinuncia a guidare la spontanea sollevazione operaia che avrebbe potuto spostare gli equilibri di Weimar verso forme democratiche più compiute, meno condizionate dai poteri forti della Reichswehr e delle vecchie classi dirigenti, e affida ancora una volta alla stessa Reichswehr e ai corpi franchi il compito della repressione.
La “tendenza Strasser” è favorevole all'adesione del NSDAP (in quanto “partito socialista”) all'iniziativa popolare contro il risarcimento ai principi tedeschi deposti nel 1918 sostenuta da KPD e SPD. Nel1926, Hitler impone una linea diversa che propone di espropriare i magnati della finanza di origine straniera, a beneficio di disoccupati e tedeschi bisognosi. La divaricazione tra la tendenza nazional-razziale filoborghese di Hitler e quella socialnazionale porterà alla fuoriuscita di Otto Strasser dalla NSDAP nel 1930, con la dichiarazione "I socialisti lasciano la NSDAP". Nello stesso anno fonda la KGRNS (Comunità di lotta nazional-socialista rivoluzionaria) che ben presto entra in crisi per defezioni importanti sia verso il KPD, al tempo dell'ultranazionalista "Programma per la liberazione nazionale del popolo tedesco ", sia verso lo stesso NSDAP che mieteva nel frattempo clamorosi successi elettorali. Strasser tenta di rafforzare il gruppo legandosi alle SA della Germania settentrionale in rotta con Hitler, a movimenti contadini e ad altri gruppi paramilitari nel cosiddetto Fronte Nero. Nei documenti di fondazione di questi organismi, si delinea una coerente ideologia pantedesca, di opposizione a Versailles e di alleanza con l'URSS e con tutte le nazioni oppresse dall'imperialismo occidentale. Non mancano venature di antisemitismo, ma con una valenza secondaria rispetto all'ideologia hitleriana. In seguito alla repressione che colpì la KGRNS dopo il '33 e all'esilio dei suoi dirigenti, Otto Strasser cercò anche l'appoggio delle potenze occidentali per sviluppare un'opposizione al nazismo, prefigurando in tal modo lo schieramento dell'alleanza antifascista della futura guerra mondiale.
Gregor Strasser rimase invece nella NSDAP dove, assieme a Rohm, continuò a rappresentare l'ala sinistra. Prima dell'ascesa di Hitler al cancellierato, rifiutò di diventare ministro dell'economia nel governo von Schleicher per non tradire Hitler; ma questo non gli evitò di essere tra le vittime più illustri della "notte dei lunghi coltelli" del 1934.
La singolare ideologia elaborata da Otto Strasser (17) si fonda su un preteso superamento della visione classista e internazionalista del marxismo; questa sarebbe stata valida per l'epoca del capitalismo della concorrenza, mentre nell'epoca nuova – quella che noi chiamiamo imperialista – le strutture spirituali, economiche e sociali sarebbero evolute verso il socialismo nazionale. E' come dire, con una terminologia nostra, che il passaggio alla fase imperialista comporta il consolidamento di potenze statali a base nazionale caratterizzate da forte concentrazione industriale e finanziaria; nella visione di Strasser, questa concentrazione costituisce la base economica che consente di accentrare nello Stato le leve dell'economia per dirigerla verso obiettivi sociali; tale passaggio creerebbe le condizioni per la "Costruzione del socialismo tedesco" (è il titolo di un testo di Otto Strasser del 1932), il quale assume caratteri peculiari in virtù del suo essere "nazionale" e dell'”identità spirituale” del popolo tedesco. Se per gli amburghesi si trattava di costruire lo Stato a partire dalla centralità della classe operaia nella nuova struttura produttiva socializzata, cioè di definire una forma istituzionale corrispondente al nuovo assetto, per Strasser si tratta di "ri-creare le forme appropriate alla natura del popolo(18) recuperando la tradizione: reintroduzione dei rapporti feudali, al posto dell'alternativa tra proprietà privata e completa socializzazione, e della rappresentanza per Stati (Stande) in una Camera delle Categorie e delle Corporazioniil programma sociale comprende la deindustrializzazione, il ritorno alla campagna, la centralità della figura del contadino nelle sue varianti di contadino-soldato, contadino-operaio, contadino-intellettuale, la riduzione dei consumi, una semi-autarchia, e via dicendo. Insomma, una moderna Arcadia. Le differenze con gli amburghesi in questo sono evidenti: l'ideologia di Wolffheim e Laufenberg è marcatamente produttivistica, mentre Strasser vuole deindustrializzare (quanti moderni fautori di un ritorno alla natura o della "decrescita" si entusiasmerebbero, trovando in lui un precursore!). Si tratta in entrambi i casi di modelli istituzionali e sociali che, a dispetto di una pretesa maggiore "concretezza" a confronto con la trasformazione epocale prospettata dal marxismo rivoluzionario, costituiscono altrettante utopiepiù inquietanti che affascinantinel primo caso, uno Stato articolato sulla base sull'organizzazione tecnica della produzione e finalizzato alla produzione; nel secondo, un forzato ritorno a forme precapitalistiche, una forzata rinuncia alla tecnica e alle sue potenzialità liberatrici, in nome di un ritorno alla vita rurale.
Altrettanto significativo è il percorso di Ernst Niekisch. Entrambi, Niekisch e Strasser, sono figli genuini della SPD, entrambi sono "Linke Leute von rechts", "sinistri" di destra – e di destra estrema – o viceversa, indifferentemente, tanto che sono i primi a rivendicare l'affinità di fondo tra opposti estremismi, al di là delle divisioni ideologiche. La figura di Niekisch non si identificò in particolari organizzazioni politiche, ma attraverso attività pubblicistiche e culturali su tutto il vasto fronte della cosiddetta "rivoluzione conservatrice" – che spaziava dall'estrema sinistra all'estrema destra – esercitò un'influenza più vasta. Di famiglia operaia, riesce a laurearsi in magistero e lavora come insegnante; entra nella SPD a 28 anni, nei giorni della Rivoluzione d'ottobre. Nel partito è osteggiato, proprio perché ammiratore del bolscevismo russo letto in chiave di "rivoluzione nazionale". Nel '19 partecipa al movimento consigliare come presidente del Consiglio degli Operai, dei Contadini e dei Soldati di Monaco. E' l'unico membro del comitato centrale a votare contro la proclamazione della Repubblica sovietica di Baviera, perché giudica il carattere rurale e arretrato del Land inadatto a sviluppare positivamente l'esperienza (annotiamo che la Repubblica cadrà per l'intervento dei freikorps nei quali militava anche Otto Strasser, in quel frangente nell'opposto schieramento nonostante le molte affinità politiche con Niekisch). Poco prima di essere arrestato, Niekisch entra nell'USPD. Scontati due anni di prigionia, nel 1921 si ritrova nella SPD in virtù della riunificazione con la componente degli "indipendenti" che non era confluita nel neonato VKPD. L'adesione al VKPD non era in discussione, visti gli esiti della disastrosa "azione di marzo" che ne aveva messo in luce i limiti politici e organizzativi. Nella SPD, Niekisch fa invece opera critica contro Versailles, contro l'occupazione della Ruhr nel 1923 e contro il piano Dawes, finché nel 1925 esce dal partito anticipando una probabile espulsione. Da quel momento, la sua attività si esplica soprattutto attraverso pubblicazioni, in particolare con la rivista Widerstand (Resistenza), attorno alla quale si formano circoli politici che raccolgono alcune migliaia di simpatizzanti. Gli assi portanti della sua concezione sono: la lotta contro Versailles e i vari piani di "riparazioni"; la riunificazione del popolo tedesco attraverso la riscoperta delle genuine tradizioni germaniche; l'alleanza con la Russia rivoluzionaria nella comune lotta contro le potenze occidentali; l'idea, maturata sotto l'influenza del pensiero di Carl Schmitt, di uno Stato forte che subordini l'economia agli interessi della Nazione e il rifiuto delle forme democratiche; l'anticapitalismo che, come in Otto Strasser, si coniuga con una prospettiva autarchica, la riduzione dei consumi e il ritorno a modi di esistenza più sobri.
Nella visione di Niekisch, il marxismo, in quanto internazionalista e materialista, centrato sull'analisi della struttura economica, sarebbe in qualche modo speculare all'ideologia liberista borghese, e il proletario in questa prospettiva ambirebbe solo a emanciparsi dal punto di vista economico, a realizzarsi cioè come "borghese", poco importa se attraverso una rivoluzione violenta o attraverso il riformismo socialdemocratico. Mancherebbe al marxismo il lato "spirituale", quello che solo può assegnare un diverso valore all'alternativa sociale al capitalismo, che non può essere che "nazionale". Nell'idea di "nazione" vive lo spirito del popolo, si realizza hegelianamente la sua missione storica, e via dicendo. Siamo lontanissimi dal marxismo, di cui Niekisch accoglie, probabilmente con sincera adesione, solo l'aspetto della denuncia dei mali del capitalismo. Qui risiede la ragione fondamentale della sua presa di distanza – nettissima – da Hitler, il quale, da politico "pratico" che Niekisch non era, persegue la conquista del potere con un'opera di propaganda tra le masse che fa leva su tutti i motivi in grado di generare consenso (non da ultimo tra i "proletari"), rivelando solo a tempo debito la sua organicità al capitalismo finanziario e industriale. Se giudicava Hitler alla stregua di un volgare demagogo, Niekisch riusciva a essere contemporaneamente ammiratore di Mussolini e di Lenin. Incontrò il primo nel 1935, durante una visita a Roma, e quando il duce gli chiese le ragioni della sua opposizione a Hitler, rispose: "Faccio mie le vostre parole sui popoli proletari". Intendeva che, a suo giudizio, Hitler aveva tradito la loro causa, ponendosi dalla parte degli sfruttatori. E il Benito replicò (lo immaginiamo in posa da rivoluzionario con gli stivaloni, ben accetto a sovrani e papi): "E' quanto dico sempre a Hitler". Il povero Niekisch, in mezzo a una tal banda di marpioni, avrebbe pagato a caro prezzo la sua coerenza "rivoluzionaria", votata alla sconfitta per la sua natura idealista e antistorica che condanna tutte le "terze vie" tra rivoluzione proletaria e conservazione borghese come inevitabilmente piegate agli interessi di quest'ultima.
Quanto a Lenin, Niekisch lo considera un rivoluzionario nazionale, e il leninismo come "ciò che rimane del marxismo quando un uomo di Stato geniale lo utilizza per finalità di politica nazionale" (cfr. Quadrado Costa, cit.). Un giudizio che si fonda su frasi decontestualizzate, come se le mille e più pagine che Lenin ha dedicato a sostenere l'internazionalismo proletario nel significato marxista del termine non avessero alcun peso. "Fate della causa del popolo la causa della Nazione e la causa della Nazione diventerà la causa del popolo", è la citazione di Lenin (che per altro non siamo riusciti a rintracciare in alcun testo) spesso ripresa  da Niekisch a fondamento della sua interpretazione della politica del capo bolscevico.
E' appena il caso di annotare che, nello scontro tra stalinismo e opposizione in URSS, Niekisch prese nettamente le parti del nazionalista Stalin contro l'internazionalista Trotsky, visto come rappresentante delle "forze occidentali" e della loro opera corruttrice delle nazioni e dei popoli – curioso, per il massimo esponente dei nazionalbolscevichi tedeschi, considerati i "trotskisti del Movimento Nazionale". Dopo la prigionia nelle galere hitleriane e la guerra, Niekisch viene accolto a braccia aperte nella RDT come antifascista e stalinista, diviene membro della SED e viene eletto al Congresso del Popolo, dove si fa portavoce, coerentemente coi suoi trascorsi ideologici, di una "via tedesca al socialismo". Comincerà a essere boicottato solo quando, resosi conto che l'unica via che la Germania Est percorreva era quella della subordinazione agli interessi sovietici, prende a esprimere critiche al sistema. Nel 1952, gli accademici marxisti scoprono improvvisamente che Niekisch "non è un marxista", e dopo la rivolta operaia di Berlino, che egli giudica legittima, Niekisch trascorre gli ultimi anni a Berlino Ovest, anche qui boicottato in quanto ex membro di una "setta nazionalsocialista" ed ex politico della RDT.
L'esito della vicenda personale di Niekisch, scaricato dai nazionalcomunisti della DDR per conto dei nazionalcomunisti russi, è emblematica dell'irrisolvibile contraddizione del nazionalbolscevismo: le sue varianti nazionali possono entrare tra loro in conflitto quando non vi sia un comune nemico (l'Entente o chi per essa) a indurne l'affratellamento. Non vi è nessuna garanzia di "fratellanza" tra popoli, quando ciascuno di essi si organizza su base nazionale a salvaguardia della propria identità, per quanto ciò avvenga su una ideale base "comunitaria". A ogni identità nazionale corrisponde un capitalismo nazionale, dunque distinte basi economiche e strutture sociali, specifici interessi, differente forza economica e di riflesso militare, motivi che fanno di ogni alleanza il risultato di temporanee convergenze e rapporti di forza reciproci, e di ogni integrazione il prodotto della forza messa in campo. Nell'ottica della difesa del capitalismo dalla minaccia proletaria, Hitler aveva anche su questo problema una visione realistica quando puntava alla conquista militare delle immense risorse russe per l'industria del Reich e all'integrazione dell'Est come risultato di un atto di forza; un'integrazione economica sulla base di un'alleanza paritaria russo-tedesca, come quella sostenuta da Niekisch, avrebbe posto le condizioni per un successivo scontro tra le due potenze per il predominio continentale.
Le "terze vie" della controrivoluzione
La tendenza nazionalcomunista fu sconfitta con azioni militari (omicidi, sparizioni, la "notte dei lunghi coltelli"), ma fu prima ancora sul terreno politico e ideologico non all'altezza dei camerati- avversari. Il suo equivoco rapporto con il bolscevismo e la sua connotazione marcatamente anticapitalista la rendeva sgradita al grande capitale industrial-finanziario che ormai appoggiava apertamente i progetti hitleriani; il nazionalismo non poteva costituire di per sé un tratto distintivo, dato che apparteneva a tutte le formazioni politiche di Weimar, compreso il KPD; in tal modo, la sua forza di attrazione si disperdeva ed in effetti il nazionalcomunismo non fu mai un movimento unitario, ma un "sentimento" politico largamente diffuso; la stessa eliminazione manu militari dei vertici delle SA di Rohm fu evidentemente frutto di inferiorità rispetto alla macchina da guerra hitleriana, che oltretutto nel momento decisivo si appoggiò, più che sulla propria forza, sul tacito appoggio della Reichswehr. Alla fine, risulta vincente il fattore che unisce la chiara identificabilità e radicalità del messaggio politico alla perfetta funzionalità dell'organizzazione alla conquista del potere e, una volta raggiunto lo scopo, alla capacità di stringere un legame organico con gli apparati forti dello Stato.
Il significato del "fascismo" come movimento storico si riassume per noi nel "metodo di stretta organizzazione di classe della borghesia, che al tempo stesso dirompe il movimento operaio e impone date autolimitazioni, con cui, a fini appunto di classe, tenta frenare entro dati limiti l'impulso di ogni singolo capitalista e ogni singola azienda verso il suo isolato vantaggio" ("Profeti dell'economia demente", Battaglia comunista, 21/1950). In questa lettura, i nazionalbolscevichi tedeschi furono "fascisti" a tutti gli effetti, ma equivocavano il significato politico della limitazione posta all'impresa privata come anticapitalismo, non come mezzo per salvaguardare il capitalismo dalla rovina, frenandone gli impulsi distruttivi. Nell'ambito del fascismo, moderno prodotto della fase imperialista del capitalismo, il nazionalbolscevismo nelle sue varianti ideologiche rimase ancorato con forza alla tradizione ed espresse il tentativo di stabilizzare le forme economiche e sociali per esorcizzare l'aspetto distruttivo del capitalismo (la "distruzione creatrice" di Schumpeter). Uno dei massimi esponenti della "Rivoluzione conservatrice", Ernst Junger, delinea per questo fine una metafisica dell'operaio come prefigurazione del tipo dominante dell'avvenire; le turbolenze del presente sarebbero il frutto di una fase di transizione dalle vecchie forme della Tradizione abbattute dalla Rivoluzione francese alle nuove forme prodotte dal dominio della tecnica (19). L'anticapitalismo delle mezze classi nasce della paura della potenza del capitalismo, distruttore di ogni certezza su un raggiunto status sociale, entro un sistema ordinato e stabile, e artefice della tremenda proletarizzazione di massa che imperversò negli anni di Weimar. Di qui il richiamo alla tradizione della società articolata in “ordini”, e se proprio le trasformazioni nel frattempo intercorse con la "rivoluzione mondiale" della tecnica rendono impossibile un ritorno all'ordine antico, si prefigura un “nuovo ordine” che pone al centro la figura dell'”operaio”, una nuova razza capace di dominare la “tecnica” che segna la modernità, orientandone la potenza alla creazione e infrenandone la capacità distruttiva. La metafisica dell'operaio di Junger rivela significative affinità con la prospettiva dello Stato operaio del gruppo di Amburgo e dell'ordinovismo italiano. In Junger, la creazione di nuove forme segue all'affermazione di una nuova "razza" dominatrice che risolve la dicotomia tipica dell'universo borghese tra individuo (irripetibile e unico) e masse, in cui l'individualità si dissolve e scompare.
Come in Wolffheim-Laufenberg e in Gramsci, il “nuovo ordine” nascerà da "misure di carattere totale, di cui può essere capace soltanto lo Stato, il quale si sostituirà alla democrazia liberale e totale. Lo Junger chiama democrazia del lavoro(Arbeitsdemokratie) o Stato del lavoro (Arbeitstaat) il nuovo tipo di unità politica, nel quale si dovrebbe ravvisare la forma che da un lato concluderà la fase sovvertitrice, rivoluzionaria e dinamica, dall'altro preparerà quella statica e positiva della sovranità universale dell'operaio". Se in Junger "La costruzione organica dello Stato [...] verrà determinata dalla metafisica del mondo dell'operaio", così in Gramsci-Wolffheim-Laufenberg il nuovo Stato sarà espressione dell'operaio che in quanto tale, nella loro visione, è di per sé un "tipo" connotato politicamente, e si articolerà sulle forme della rappresentanza operaia nella struttura produttiva; si è visto come lo stesso Junger accenni a una rappresentanza parlamentare modellata in senso tecnico-corporativo. Come gli amburghesi non pensavano a una conquista violenta del potere – dato che il nuovo assetto della produzione e della rappresentanza operaia avrebbe di per sé imposto la sua forza alla forma politica – , così anche per Junger "il nuovo stile sarà di per se stesso rivoluzionario e rappresenterà una potenza", rendendo dunque superfluo un ricorso su vasta scala alla violenza rivoluzionaria (20).
 
 
La tendenza che possiamo genericamente definire "operaista" unifica dunque posizioni apparentemente assai lontane. All'interno della "rivoluzione conservatrice" troviamo perfino un'anticipazione della contrapposizione masse-capi che fu caratteristica delle tesi del KAPD, nella forma di contrapposizione tra   operai riformisti e intellettuali rivoluzionari. August Winning, fabbro artigiano membro della SPD, è il tipico rappresentante di un anticapitalismo maturato nella reazione alla dissoluzione della produzione individuale che procede con l'avanzare della concentrazione capitalistica. Per lui, la socialdemocrazia tedesca era stata conquistata da una "marmaglia di letterati", per lo più ebrei, che avevano imposto al partito pre-1914 una connotazione rivoluzionaria, contro la maggioranza dei lavoratori socialdemocratici di tendenze riformiste. La contrapposizione di “tedeschi contro ebrei, operai contro intellettuali, riformisti contro rivoluzionari, nazionalisti contro internazionalisti” anticipa quella kaapedista e amburghese delle “masse contro i capi”; questa semplicemente opera un ribaltamento, un'interpretazione opposta ma speculare, per cui le masse sarebbero naturalmente rivoluzionarie e i capi naturalmente riformisti (oltre che spesso “ebrei”, come nel caso di Paul Levi). Winnig – esponente della corrente sindacale della SPD come amburghesi e kaapedisti furono "sindacalisti" nel movimento comunista – attribuisce invece ai "capi" come Rosa Luxemburg e Karl Liebcknecht (pure essi ebrei) un'anima rivoluzionaria e internazionalista estranea al buon lavoratore tedesco e la responsabilità della catastrofe in cui stava cadendo la Germania nel 1919. L'antimarxista dichiarato Winning si rivela paradossalmente più "marxista" del KAPD quando riconosce nella classe operaia l'inerzia storica che senza l'intervento esterno del Partito la relega nella condizione di "classe per il Capitale", votata alla propria conservazione e a quella del sistema del quale è fattore costitutivo, per quanto subalterno. Da buon patriota, Winning, nell'intento di ridare alla Germania l'ordine perduto, è tra i congiurati del putsch di Kapp del 1920 e poi, con piena coerenza, collaboratore del "rivoluzionario" Niekisch in nome degli interessi del lavoratore tedesco(21).
 
 
Le idee della “Rivoluzione conservatrice”, come si vede, procedono spesso da matrici interne alla socialdemocrazia, travalicando i confini nazionali e di classe e rappresentando ovunque e comunque la forza di conservazione delle mezze classi e il loro terrore tanto del capitalismo distruttore e livellatore quanto della rivoluzione proletaria. Ci interessa a questo punto rilevare la singolare affinità tra l'operaismo "marxista" e le varianti nazionaliste, perfino reazionarie, nell'atteggiamento di celebrazione della classe operaia, sia che si tratti di vedere in essa l'incarnazione della Rivoluzione quanto della Nazione o addirittura della Tradizione popolare reazionaria. In ogni caso, si tratta di forme di populismo tipicamente intellettuale e romantico, per il quale il popolo incarnerebbe lo spirito di qualche cosa, Nazione o Rivoluzione che sia. Gli intellettuali populisti/operaisti dimostrano in ogni loro variante di non essere in grado di superare i limiti della propria origine di classe, borghese o piccolo borghese, e aderiscono volontaristicamente a una classe altra di cui promuovono il trionfo, il dominio sulla società (l'egemonia di Gramsci), o almeno il riconoscimento dei suoi diritti in un quadro di armonizzazione con le altre classi. Ne emerge la visione idealizzata di un mondo stabile, di un nuovo ordine che risolve le contraddizioni del capitalismo, prima fra tutte la proletarizzazione che inesorabilmente procede con il suo sviluppo. L'insieme sociale che ne esce è sempre identificabile con il popolo/nazione, mai con la scomparsa tendenziale delle classi e delle nazioni. Anzi, nelle forme più coerenti di operaismo nazionale, il nemico viene identificato proprio con l'internazionalismo livellatore, capitalista o rivoluzionario che sia, nemico dei popoli e delle nazioni.
La “Rivoluzione conservatrice” rappresentò la variante perdente del fascismo, la versione reazionaria, che tipicamente intende la rivoluzione come un "ritorno" all'interno di un procedere non lineare, circolare, del tempo. Il fascismo vittorioso fu invece, come abbiamo sempre sostenuto, fenomeno avanzatissimo, tanto dal lato politico quanto da quello economico, e si nutrì delle idee della “Rivoluzione conservatrice” come alimento ideologico o poco più. L'analisi del fascismo come manifestazione della reazione agraria e della piccola borghesia che mira a sopprimere le conquiste della rivoluzione borghese portando indietro le lancette della storia, se è falsa per il fascismo storico, può adattarsi alla “Rivoluzione conservatrice”. Essa prospetta un "salto indietro" e la creazione di un nuovo ordine, si richiama alla "Nazione" ma in realtà ne rappresenta i gruppi sociali votati alla dissoluzione: settori della vecchia nobiltà agraria reazionaria, contadiname, piccola borghesia, mezze classi rovinate dalla crisi; in Germania, riuscì a intercettare anche settori proletari più per la politica fallimentare del KPD che per qualità proprie.
Il nazionalsocialismo hitleriano, diversamente dalle varianti volkisch e nazionalbolsceviche, per quanto si rivolgesse al popolo e in particolare ai lavoratori, fin dalle origini non fu affatto "rivoluzionario" in senso sociale, se non nelle convinzioni dei suoi elementi più ingenui, e gettò la maschera solo quando la forza del movimento era ormai inattaccabile dalla componente social-nazionale interna. In questo, risultava pienamente rispondente agli interessi della borghesia come classe e solo in virtù del suo appoggio conquistò il potere e lo consolidò. In secondo luogo, il nazismo hitleriano individua con precisione il nemico-simbolo nell'Ebreo, e nel bolscevismo come espressione del complotto ebraico internazionale. In questo modo, l'attacco al bolscevismo si motivava di vitali ragioni nazionali e razziali, alla luce delle quali il contenuto sociale dell'internazionalismo comunista risultava corrotto da intenti antinazionali, o puramente strumentale. Un altro elemento di forza del nazismo fu nell'organizzazione finalizzata con determinazione alla presa del potere, a suo modo... "bolscevica". In definitiva, Hitler coglieva il cuore del problemalo scontro in atto in Germania (e in Europa) era tra nazionalismo e internazionalismotutto il resto passava in secondo piano; l'Ebreo è un senza-nazione, rappresenta in questo l'umanità nella sua dimensione di specie, indipendentemente dall'appartenenza a un popolo o una civiltà determinata. Il nemico è lui, in quanto rappresentante dell'umanità cosmopolita, dell'internazionalismo che tende alla scomparsa delle nazioni come entità indipendenti e non assimilabili (22).
 
 
"L'Ebreo, nella sua coscienza giudaica, sradicato, radicalizzato, fiducioso nelle idee universali dell'umanità e malgrado tutto ripieno delle antiche certezze messianiche, è allora eroe nato della rivoluzione, riformatore e internazionalista, e al tempo stesso certo non libero dai pensieri della vendetta nei confronti dei vecchi oppressori" (23).
Ma l'ebraismo così concepito può rappresentare in positivo il futuro dell'umanità solo in quanto rappresenta in negativo il compimento dell'alienazione dell'uomo, del suo realizzarsi nel bisogno egoistico di accumulare ricchezza e denaro. Perciò "L'emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è la emancipazione dell'umanità dal giudaismo" (Marx, La questione ebraica(24). Per Marx, la liberazione della società dal giudaismo, intesa come attitudine all'alienazione mercantile che non appartiene ad una particolare categoria razziale o religiosa ma connota ormai la società intera, realizza il superamento del commercio, dell'industria e della finanza moderne e il passaggio al comunismo. Il capitalismo nella sua evoluzione storica travalica ogni barriera e diviene internazionale, lo spirito giudaico si fa mondiale e crea dialetticamente le condizioni per il superamento di ogni particolarismo. Per Hitler e i cultori di teorie razziali, si tratta di espellere fisicamente dalla società gli ebrei, come atto necessario a purificarla dai suoi mali. Dialettica vuole che sia stato proprio il nazismo, che completò l'opera controrivoluzionaria della socialdemocrazia tedesca, a contribuire alla conservazione del carattere giudaico della società, che si esprime pienamente nel capitalismo, riaffermando l'idea della Nazione, del popolo e della razza, cioè del particolarismo tedesco. E' così che "il socialismo degli imbecilli", nella definizione di Bebel, si mette al servizio del Capitale nazionale.
Il messaggio dell'internazionalismo è potentissimo, prefigura il salto storico senza precedenti verso la comunità di specie, è antigiudaico in senso marxista; come il proletariato è la prima classe della Storia che lotta per la soppressione di se stessa, così ilgiudeo, il senza patria, diviene protagonista della scomparsa dello spirito giudaico nel mondo. Rosa Luxemburg è stata esempio vivente della capacità di superare i particolarismi di appartenenza nella superiore visione internazionalista e di specie: "Questo 'nobile silenzio dell'infinito' nel quale tante grida si perdono senza essere udite, risuona tanto fortemente in me che nel mio cuore non ho alcun angolo particolare per il ghetto: mi sento a casa in ogni parte del mondo in cui ci sono nuvole  e uccelli e lacrime umane" (25).
Hitler è consapevole che solo contrapponendole un messaggio altrettanto suggestivo e potente è possibile contrastare e battere l'idea internazionalista. Il messaggio nazionale-razziale richiama la tradizione e il sangue, agisce sulle corde dell'appartenenza alla Vaterland, alla terra dei padri, si carica di contenuti religiosi che affondano nel primitivo, contiene non a caso un nucleo esoterico da cui scaturiscono simboli e rituali. Questa prospettiva uscirà vincitrice non solo sul nemico dichiarato, il KPD, ma anche sulla componente social-nazionale interna che per un lungo periodo contribuì ad avvalorare i tratti "socialisti" e "rivoluzionari" del movimento e ad attirare proletari nelle sue file.
Riferendosi al discorso che Hitler fece nel gennaio 1932 di fronte agli industriali, Nolte osserva che esso "costringe perlomeno a porre la questione se il motivo motore più profondo nell'ideologia di Hitler non sia il rapporto con il comunismo. Di fronte a questo motore fondamentale, sia 'Versailles' sia il pangermanesimo, sia la brava dottrina liberale della sopravvivenza combattente degli uomini più capaci e più forti retrocedono sullo sfondo." (26). Non è forse la lotta contro il comunismo lo scopo ultimo di ogni politica borghese, fascista, democratica o "terzista" che sia, in epoca imperialista? Non è per questo che le borghesie tedesca e italiana furono disposte a pagare un alto prezzo, dando spazio e potere alla componente plebea del fascismo, pur di salvarsi dalla minaccia proletaria? Il fascismo plebeo poteva illudersi di essere protagonista di una "terza via" tra capitalismo e comunismo; Hitler rappresentò la consapevolezza della grande borghesia che la questione centrale non si spostava dallo scontro tra rivoluzione proletaria e controrivoluzione borghese, e a questo scopo orientò fin dall'inizio il suo movimento nel campo della controrivoluzione. Il sacrificio degli ebrei tedeschi ed europei fu una concessione al rivoluzionarismo plebeo e all'appetito delle bande di avventurieri che si gettarono sui loro beni con avidità degna dell'odiato stereotipo del giudeo.
Nazionalismo versus internazionalismo
 
La profonda crisi che attanaglia oggi l'Europa riporta d'attualità soluzioni nazionali che si rivelano tuttavia estremamente problematiche in un contesto di avanzata internazionalizzazione del Capitale: da un lato, il sottrarsi al ricatto del capitale finanziario internazionale attraverso una unilaterale denuncia del debito pubblico comporterebbe una crisi del sistema finanziario nazionale che si ripercuoterebbe immediatamente a livello mondiale; dall'altro, l'apparato produttivo di paesi come l'Italia e la Germania dipende oggi più che mai dai mercati mondiali, motivo per cui una logica protezionista si ripercuoterebbe proprio sui settori che ancora sono in grado di generare plusvalore dalla produzione. Situazioni come quelle che caratterizzano oggi (2012-13) la Grecia possono esprimersi con le stesse parole del cancelliere tedesco Brunig nel lontano 1931, ma il raffronto potrebbe risultare pienamente calzante per la Spagna e l'Italia:
 
 
"I pagamenti del tributo [delle riparazioni] ci indeboliscono come acquirenti e ci costringono a strozzare le importazioni. Ci costringono ad aumentare le esportazioni suscitando la resistenza degli altri paesi che diventa sempre più forte. La conseguenza è un esasperato inasprimento della lotta per la conquista dei mercati del mondo... L'impiego delle ultime forze e delle riserve di tutti i ceti della popolazione dà al governo tedesco il diritto e di fronte al suo proprio popolo gli impone il dovere, di dichiarare davanti al mondo: il limite delle rinunce e delle privazioni che noi siamo in grado di imporre al nostro popolo è raggiunto" (27).
 
 
Allora, come oggi, furono emanati decreti di emergenza che prevedevano riduzioni dello stipendio per funzionari pubblici e impiegati, dei sussidi di disoccupazione, dell'assistenza pubblica e della previdenza sociale. Le analogie si estendono al problema del debito – che allora era un lascito della sconfitta militare, oggi della guerra finanziaria del Capitale internazionale – e alla necessità di conquistare mercati esteri a spese del mercato interno, per destinare tutte le risorse nazionali al sostegno delle imprese esportatrici. Allora come oggi, la tensione derivante dall'internazionalizzazione del capitale era al massimo grado, con la differenza che la Germania poteva ancora porsi in una prospettiva di riscatto nazionale attraverso una politica di potenza finalizzata alla guerra: soluzione oggi non praticabile, a meno che la Germania non si proponga come baricentro di un'integrazione continentale meno amorfa e labile di quella della "zona Euro". In questa prospettiva, potrebbe tornare d'attualità la formula del nazionalbolscevismo, riproposta dagli ambienti dell'estrema destra europea, ma forse svolta in forme più compiute proprio in Russia (28).
 
 
Il loro programma prevede un "blocco continentale europeo" che riunifichi i popoli dagli Urali all'Atlantico, presupposto per riaffermare la supremazia europea sul mondo, o quantomeno la riconquista di un ruolo centrale. La riunificazione presuppone il superamento di un nazionalismo limitato ai singoli popoli, in nome di una visione di più ampio respiro, "europeo" o "eurasiatico", se poniamo il confine orientale a Vladivostok, che comprenda slavi, germanici e latini; una specie di surrogato dell'internazionalismo proletario che però viene respinto risolutamente in quanto espressione del "mondialismo" negatore delle specificità storiche e culturali, che come tali sono da preservare dalla mescolanza livellatrice e annientatrice che rappresenta il tratto caratteristico della modernità e il vero pericolo gravante sui popoli d'Europa. Asse portante di questa riunificazione non può essere altro che quello russo-tedesco, come storicamente è stato nella prospettiva, fallita, dell'"orientamento a Est" e del nazionalbolscevismo tedesco nelle sue diverse manifestazioni. Si tratta dunque per questi epigoni di lottare per una “nuova Europa” che superi i particolarismi recuperando una tradizione presente nella storia dell'Europa del Novecento, soprattutto in Germania, dove più che altrove l'idea è stata coltivata dal nazionalbolscevismo (il gruppo di Amburgo, Niekisch) e dal nazismo di sinistra, e che si è riproposta anche semplicemente come alleanza russo-tedesca in vari momenti (Rapallo, il patto Ribbentrop-Molotov del 1939). La visione si configura dal punto di vista geopolitico come "anti-atlantismo". L'America è il nemico storico, il centro attorno a cui gravita il capitale finanziario internazionale che assoggetta ai suoi diktat i popoli del mondo e che aggredisce i popoli "liberi" che vogliono affermare la propria identità (Iran, Cuba). Contro il “blocco atlantico”, che comprende l'Inghilterra, non basta riproporre una generica unità continentale tra Stati, ma si deve fondare una nuova comunità di popoli oltre le attuali nazioni, libera dalla oppressione capitalistica ed egualitaria, una società "comunista", o meglio "comunitarista", dai tratti peraltro piuttosto confusi, che nulla ha a che vedere con la prospettiva marxista rivoluzionaria. Le fonti cui attinge una simile ideologia sono ovviamente numerose, e spaziano da un Marx ridotto a critico del capitalismo a Nietzsche fautore della "volontà di potenza" e ostile alla massificazione indotta dalla modernità, fino alle varianti del corporativismo fascista che si ritrovano nel "fascismo di sinistra" in Francia, Spagna, Italia e ovviamente Germania (nazionalboscevismo, SA, ecc.). Ne vien fuori un polpettone ideologico nel quale si può metter tutto e il contrario di tutto, a patto che sia utilizzabile contro il mostro americano e la mondializzazione, distruttrice delle tradizioni e delle libertà dei popoli. E' una visione evidentemente ultrareazionaria, e perfino grossolana quando arriva a prendere a modello nientemeno che la Romania di Ceausescu e la Cambogia di Pol Pot (basterebbe questo per far crollare tutta la faticosa costruzione).
Tuttavia, si ricollega a precedenti storici che, nello scontro politico d'interguerra nel cuore d'Europa, hanno visto la sconfitta dei movimenti che avevano elaborato compiutamente una teoria "nazionalcomunista", ma anche l'affermazione del "socialismo in un solo paese" e del fascismo in quanto realizzatore delle istanze socialdemocratiche entro lo spazio della Nazione. In entrambi i casi, si può parlare di "socialismo" inteso come tentativo di controllo delle forze economiche da parte dello Stato entro i limiti nazionali, e va dunque riconosciuta senz'altro l'affinità (non a caso anche estetica, simbolica e rituale) tra il cosidetto "socialismo reale", uscito dal ripiegamento della prima rivoluzione proletaria vittoriosa in rivoluzione borghese-nazionale, e il "fascismo", controrivoluzione borghese in veste di "rivoluzione nazionale"; affinità confermata dal risultato storico dello sviluppo del capitalismo in Russia nel primo caso e del salvataggio dello stesso dalla minaccia proletaria nel primo.
La continuità storica del nazionalbolscevismo va ben oltre le "destre di sinistra" tedesche e si spinge sino a noi lungo l'italica "via nazionale al comunismo", che partendo dal Cremlino è approdata coerentemente alla democraticissima politica borghese abbandonando infine anche i vetusti simboli. Le affinità tra fascismo e nazionalcomunismo sono oltretutto confermate storicamente dal massiccio travaso nel PCI di elementi provenienti dal fascismo nell'immediato dopoguerra (29), da atti politici quali "L'appello ai fratelli in camicia nera" del 1936 (con tanto di apprezzamento del “programma di Sansepolcro”), dal sostegno del PCI a riviste redatte da intellettuali di matrice fascista in funzione antiatlantica (30), e così via. Proprio negli anni in cui si infamavano gli internazionalisti con l'accusa di trescare col fascismo, il comunismo italico era già evoluto verso un'ideologia popolare e patriottica per molti aspetti affine al fascismo populista. Quello che non veniva perdonato agli internazionalisti era la natura classista del loro antifascismo, che li portava a combattere con la stessa energia fascismo e democrazia, come ogni altra manifestazione della politica borghese, e a considerare l'antifascismo democratico "il peggior prodotto del fascismo". Assai più del fascismo, ormai sconfitto militarmente, il PCI togliattiano temeva il risorgere della prospettiva classista che poteva incarnarsi solo nella tradizione dell'internazionalismo proletario della Sinistra comunista a cui si doveva la stessa fondazione del partito e che le vicende convergenti della controrivoluzione fascista e staliniana avevano distrutto organizzativamente, ma non liquidato.
 
 
Il giudizio che diede la Sinistra comunista sulla fase storica che si apriva nel secondo dopoguerra fu che il fascismo aveva sì perso la guerra, ma aveva "vinto la pace". Le sue soluzioni infatti (dirigismo economico, ingranamento del sindacato nello Stato, rafforzato controllo sociale, ecc.) venivano riprese, applicate e perfezionate dal nascente Stato democratico, con piena adesione di tutte le forze politiche, PCI in testa. Rimaneva una contrapposizione tutta ideologica, quella che ha caratterizzato il Novecento e che è evoluta nel tempo in tracce sempre più sfumate. Con l'adattamento di tutte le discendenze di entrambi gli schieramenti all'imperio dei "mercati", tale contrapposizione tende inevitabilmente ad annullarsi man mano che ci si allontana dalle sue origini storiche (l'alternativa dittatura proletaria/dittatura borghese), fino a perdere completamente senso perché non più corrispondente ad un contenuto reale. Rimane tuttavia nelle attuali formazioni politiche – tutte borghesi, senza eccezione – una contrapposizione fra le ali "estreme" dei due schieramenti che riguarda l'atteggiamento di fronte al processo di globalizzazione (mondializzazione) e ai suoi effetti: da "sinistra", la piena apertura, l'accoglienza, il "multiculturalismo"; da "destra", la chiusura, il rifiuto, la salvaguardia delle identità storico culturali, ecc.. Il che propone l'apparente paradosso di una "sinistra" mondialista e pertanto filocapitalista e una destra che ha in odio tutto ciò che è multiculturale e perciò si propone come ostile al principale effetto sulla società occidentale del dominio del capitale internazionale. Che questo sia un aspetto centrale attorno a cui ruota la politica borghese è un fatto confermato dalle cronache quotidiane e dal successo dei partiti che fanno della lotta all'immigrazione il loro punto di forza. Oggi la contrapposizione ideologica Nazione/Internazionalizzazione tende in effetti a riproporsi in termini vagamente anticapitalistici (contro gli "eccessi del mercato"), e trova terreno fertile nei settori colpiti più duramente dalla crisi e nella stessa classe operaia, almeno finché la ripresa della lotta di classe non riproporrà la contrapposizione di fondo borghesia/proletariato, liberata da tutte le gabbie ideologiche. D'altra parte, la grandiosità delle forze in campo rende improponibile una "difesa" delle nazioni medie e piccole e pone la necessità di integrazioni politiche ed economiche di area centrate su potenze continentali.
Non si può in via di principio escludere che una lettura social-nazionale della crisi che proponga una vera integrazione politica europea possa trovare seguito tra le masse proletarizzate d'Europa; tutto ruota ancor oggi attorno alla Germania e ai processi che ridisegnano la geopolitica delle relazioni internazionali, fortemente destabilizzata dalla crisi. Qualora si riaffacciasse la prospettiva (al momento lontana, ma non puramente fantastica) di un asse russo-tedesco, troverebbe spazio una corrispondente ideologia politica continentale, "rivoluzionaria" rispetto all'assetto geopolitico atlantico, e certamente non più connotata nei termini degli attuali schieramenti unanimemente filo-americani e "europeisti". Il consenso attorno a un tale progetto passerebbe per un nuovo tentativo dello Stato di controllo delle forze economiche, dei flussi di capitali internazionali, di rilancio della "politica sociale" come riflesso di una ripresa produttiva finalizzata al riarmo e alla guerra.
La forza di questa prospettiva risiede nella sua immediata "visibilità" storica: le categorie di Stato e Nazione appaiono nella coscienza delle masse come riconoscibili barriere all'ondata disgregatrice che deriva dalla mondializzazione capitalistica; la confusione tra gli schieramenti e le ideologie è tale che oggi è la cosiddetta "sinistra" a porsi sul terreno della difesa delle prerogative dello Stato nelle sue articolazioni non solo sociali e assistenziali (istruzione, salute, previdenza), ma anche repressive (magistratura, polizia, fisco), capisaldi della "democrazia nata dalla Resistenza" contro il nemico liberista; ma la visione della destra anti-liberista e protezionista si connota per una maggiore coerenza rispetto a chi grida contro il liberismo e la finanza selvaggia e nello stesso tempo è totalmente liberista rispetto ai flussi migratori, cioè alla circolazione di quella merce particolare che è la forza-lavoro, fattore oggettivo di abbassamento dei salari operai sul mercato nazionale.
Le tendenze del presente ripropongono in definitiva un incontro tra vecchi "nemici" che, sullo stesso terreno di classe anche se con diverse caratterizzazioni, si ponevano le medesime prospettive socialnazionali. Il periodo di interguerra in Germania illustra in modo esemplare questo incontro tra sinistre "estreme" che assumono obiettivi nazionali e gruppi di destra che assumono obiettivi sociali, singoli e raggruppamenti di sinistra che volgono nel loro contrario, elementi di destra che si convertono al "comunismo" nella sua degenerazione nazionale, e così via. La denominazione della rivista di Niekisch – Widerstand, Resistenza – assume sotto questo punto di vista una valenza emblematica. La Resistenza non è né di destra né di sinistra: è nazionale e popolare, e il suo obiettivo è la difesa del popolo-nazione da un nemico che è prevalentemente esterno, e che dispone all'interno di quinte colonne variamente identificabili.
Il modello si adatta a tutte le varianti nazional-popolari il cui elemento comune è l'attributo nazionale, valido anche per la versione inter-nazionale a scala continentale, che pone necessariamente la prospettiva della guerra, come strumento di affermazione del patrio destino, vuoi in termini di difesa, vuoi di riunificazione o conquista di "spazi vitali". La centralità posta nel fattore nazione attribuisce a questi movimenti un segno reazionario sia rispetto alla prospettiva internazionalista proletaria sia rispetto al superamento dei limiti nazionali alla espansione del Capitale, portato oggettivo della sua evoluzione storica che entra in  contraddizione con la dimensione irriducibilmente nazionale del Capitale stesso. Il Capitale non può internazionalizzarsi senza generare potenti squilibri e reazioni che in definitiva derivano dall'impossibilità di esercitare un controllo politico mondiale sul processo. L'affermazione del liberismo e della concorrenza globali non sono conseguenze di un'ideologia, ma il riflesso ideologico del processo di internazionalizzazione che non ammette limiti e frontiere alla libera espansione del capitale; le ideologie opposte, nazionalpopolari, che predicano il ritorno di limiti e barriere nazionali o di area, sono a loro volta una reazione allo stesso fenomeno, al quale intendono opporre una resistenza variamente connotata, ma del medesimo segno reazionario. Queste ideologie assumono come centrale l'opposizione tra Occidente e Oriente, Talassocrazia e Tellurocrazia, individuando nei primi elementi dei binomi gli artefici dell'internazionalizzazione e nei secondi i fautori di un ritorno alla nazione – anzi, alle nazioni – come portatrici di civiltà secolari di contro all'appiattimento livellatore di cui sono responsabili i centri atlantici della finanza mondiale. In ciò esprimono la contraddizione insita nell'internazionalizzarsi e autonomizzarsi del capitale ma, non essendo in grado di cogliere le potenzialità obiettivamente rivoluzionarie del processo, invocano un ripristino violento della tradizione, dei caratteri originali delle singole civiltà come alternativa/opposizione. La visione è metafisica e antidialettica, oppone la continuità della tradizione alla rottura rivoluzionaria basata sullo sviluppo obiettivo del sistema esistente che porta in sé il germe del suo superamento.
L'alternativa nazione/internazionalizzazione esprime quella irriducibile che all'interno dello sviluppo del Capitalismo oppone la nazione alla proiezione mondiale: ma il ritorno alla nazione si colloca integralmente all'interno del Capitalismo. Nessun "Nuovo Ordine" (sia esso gramsciano o fascisteggiante), anche se dovesse affermarsi, potrebbe resistere a lungo alle dinamiche dirompenti dello sviluppo capitalistico che riproporrebbero le medesime contraddizioni alla base delle crisi. Tanto il fascismo quanto il "socialismo reale" hanno dimostrato storicamente l'impossibilità del controllo dispotico delle forze economiche ad opera dello Stato, per quanto agguerrito e totalitario. Va certamente dato atto agli epigoni del nazionalbolscevismo di aver riconosciuto l'affinità tra i due sistemi ideologici, fascista e staliniano, ma la credenza nella loro natura rivoluzionaria li relega tra la multiforme schiera dei nemici della società futura e la storia può riservare loro nulla più che un ruolo, ancora una volta, tra i gendarmi della controrivoluzione capitalista.
NOTE
 
 
1- G. Buonfino, “Agit-prop e controcultura operaia nella repubblica di Weimar”, in Primo Maggio n.3-4, 1974.
2- E. Behrens, K.H. Roth, “Nazismo e resistenza operaia”, in Primo Maggio, cit.
3- Questa conversione dall'internazionalismo alla priorità degli interessi russi nei rapporti tra Stati diviene un fatto conclamato con lo sciopero dei minatori inglesi del 1926, quando il Comitato anglo-russo avallò il boicottaggio dello sciopero dei minatori inglesi da parte dei capi tradunionisti in nome degli interessi diplomatici dello stato sovietico ("La tattica del Comintern dal 1926 al 1940, in Prometeo, n.2, 1946; cfr. anche “Lo sciopero generale inglese del 1926”, in Il programma comunista, n.3/2006).
4- "Questo fu il senso della Rivoluzione bolscevica: la Russia, in pericolo di morte, ricorse all'idea di Potsdam, la portò sino alle estreme conseguenze, quasi oltre misura, e creò questo stato assolutista di guerrieri che sottomette la stessa vita quotidiana alla disciplina militare, i cui cittadini sanno sopportare la fame quando c'è da battersi, la cui vita è tutta carica, fino all'esplosione, di volontà di resistenza" (cit. in Josè Cuadrado Costa, “Ernst Niekisch, un rivoluzionario tedesco”numeri 56 e 57 della rivista Orion).
5- "[...] le caratteristiche - e le contraddizioni - evocate dal termine nazional-bolscevico [...] rispondono molto più ad uno stato d'animo, ad una disposizione attivista, che ad una ideologia dai contorni precisi o ad una unità organizzativa, poiché questo movimento era composto da una infinità di piccoli circoli, gruppi, riviste ecc. senza che ci fosse mai stato un partito che si fosse qualificato nazional-bolscevico. E’ curioso constatare come nessuno di questi gruppi o persone usò questo appellativo (se escludiamo la rivista di Karl Otto Paetel, "Die Sozialistische Nation") bensì che l’aggettivo fu impiegato in modo dispregiativo, non scevro di sensazionalismo, dalla stampa e dai partiti sostenitori della Repubblica di Weimar, dei quali tutti i nazional-bolscevichi furono feroci nemici non essendoci sotto questo punto di vista differenze fra gruppi d’origine comunista che assimilarono l’idea nazionale ed i gruppi nazionalisti disposti a perseguire scambi economici radicali e l’alleanza con l'URSS per distruggere l'odiato sistema nato dal Diktat di Versailles." (Josè Quadrado Costa, cit.)
6- Uomini politici e d'affari statunitensi che diedero il loro nome ai piani di intervento internazionali per risolvere il problema  delle riparazioni tedesche favorendo la ripresa dell'economia in Germania dopo l'iperinflazione (1923, piano Dawes) e concedendo condizioni di pagamento più favorevoli all'affiorare dellla crisi dei primi anni Trenta (piano Young). Entrambi i piani furono osteggiati come vessatori dalle destre nazionaliste e dallo stesso  KPD.
7- E. Nolte, La Repubblica di Weimar, Christian Marinotti ed., 2006, p. 211-212). Gli epigoni ultradestri di oggi danno la seguente lettura del rapporto tra KPD e rivoluzionarismo nazionale negli ultimi anni di Weimar: "Se nel 1919 il KPD si era rifiutato ad ogni apertura verso gli ambienti nazionalisti e nel 1923 il partito si era fatto portavoce di una politica nazionalista autonoma, nel 1930 si decise di percorrere l’unica via realmente possibile: quella di un progetto confederativo tra comunisti e nazionalisti tedeschi con il supporto della propaganda sovietica e in particolar modo della rivista moscovita 'Moskauer Rundschau'. Nel frattempo la nascita in Germania del Nazionalsocialismo, che inizialmente aveva radunato alcune personalità importanti delle sinistre nazionali quanto dei nazionalcomunismi e nazionalbolscevismo – si pensi ai nomi di Reventlow, Stohr, Strasser e tanti altri -, aveva acceso un forte sentimento antibolscevico. La necessità di concentrare le proprie forze sulla situazione politica interna alla Germania, piuttosto che alle più ampie dinamiche della politica estera fece naufragare velocemente il terzo ed ultimo tentativo nazionalcomunista [i primi due riguardavano rispettivamente gli amburghesi nel 1919 e Radek nel 1923, NdR]. L’allora capo del KPD Neumann, tornato dalle rivolte in Cina e dalle agitazioni popolari nella Ruhr cercò in ogni modo di coniugare le proposte comuniste con le istanze nazionaliste all’interno del paradigma della politica interna. Le soluzioni a cui si giunse furono l’annuncio del 'Programma per la liberazione nazionale e sociale del popolo tedesco' seguito un anno più tardi, nel 1931, dal 'Programma di aiuto ai contadini'. Il risultato politico non fu dei migliori: la nazionalizzazione delle masse proletarie non avvenne e si creò piuttosto una setta nazionalista all’interno del KPD. Tuttavia il 'Programma di aiuto ai contadini' ottenne qualche felice risultato per i membri del partito. Primo fra tutti fu la forte lotta contro il nazionalsocialismo portata avanti proprio da un ex del Fuehrer, niente meno che il Generale delle Forze Armate del Reich Scheringer che pagò caro questo affronto qualche anno più tardi davanti al tribunale di Lipsia. Il Programma risvegliò anche una parte del 'Movimento di Comitato', ed in particolare due importanti filosofi politici del calibro di Bruno von Salomon e Bodo Uhle che aiutarono non poco alla sollevazione delle masse contadine affinché abbracciassero una politica comunista e comunitaria dai tratti marcatamente nazionalistici. La vittoria fondamentale del KPD, per quanto effimera, fu la conquista del generale Beppo Romer, Capo di Stato Maggiore e già ampiamente conosciuto nelle cerchie nazional-rivoluzionarie a seguito della strenua resistenza del bacino della Ruhr e per la sua attività in qualità di Rappresentante di Commercio in Russia. Romer divenne capo della 'cerchia insurrezionale' un gruppo paramilitare di nazionalisti comunisti che svilupparono il loro pensiero attorno alla rivista “Der Aufbruch“. Questi importanti successi vennero frenati però dallo strapotere del Nazionalsocialismo in piena ascesa e da una politica strategica che finì per creare divisioni fortissime all’interno dello stesso KPD; in particolare tra Neumann e Thalmann. Il decisivo crollo del progetto confederativo sancì anche la fine del tentativo nazionalcomunista da parte delle sinistre radicali tedesche. Nonostante rimasero attive piccole sette, come il 'Movimento di Comitato' di Von Salomon, la cerchia intorno a Otto Paetel, la Cerchia Insurrezionale, il gruppo di Uhle e i movimenti giovanili che si rifacevano a Wolffheim, l’esperienza si poteva considerare decisamente conclusa. Il colpo finale avvenne con la caduta di Neumann, quasi contemporaneamente alla stesura del 'Patto di non aggressione francese e polacco con la Russia'. Lo Stato sovietico aveva sacrificato i suoi seguaci tedeschi per garantirsi un breve periodo di pace, ma era stata dimostrata anche la contraddizione interna al nazionalcomunismo: mancando al comunismo ogni sostanza politica propria esso diventava, e a maggior ragione il nazionalcomunismo, un strumento politico della Russia comunista." (da F. Della Sala, “Nazionalcomunismo, mito o dottrina politica?”, Parte 2, Centro Studi sull'arco e la clava).
8-  E. Nolte, La repubblica di Weimar, cit. p.209.
9- Nella sua eterogeneità non mancavano nemmeno "gli influssi nazionalbolscevichi che erano immediatamente vicini alla KPD [...] Anche i comunisti avevano imboccato strade sorprendenti e poteva quindi sembrare possibile che essi avrebbero potuto trascinare dalla loro parte molti dei voti nazionalsocialisti". Idem, pag.210.
10- D. Guérin, Fascismo e gran capitale, ed. Controcorrente, 1994, pp.218-219. Sul "prezzo" pagato dalla borghesia rispettabile per usufruire dei servigi dei "plebei", vedi la nota a p. 227.
11- E. Nolte, La repubblica di Weimar, cit. nota 20, p.201.
12- Idem, p.214.
13- Idem, p.222
14- Cit. in Guérin, p. 236.
15- " Gli Strasser – come Rohm – criticavano la rapacità del sistema bancario e l'iniquità della vigente distribuzione della ricchezza nazionale, proponendo un piano di nazionalizzazioni. Erano rappresentanti della versione del nazionalsocialismo che voleva costruire la Terza Via fra capitalismo e comunismo e che attribuiva alla classe operaia l'egemonia nella futura società, punto di vista comune a molti gruppi fascisti europei" (A. Rossiello, “I fratelli Gregor e Otto Strasser, la seconda rivoluzione”, ripreso in "Rinascita" del 7.7.2009, pubblicato nel sito z3ro).
16- A questo proposito, scrive Nolte: "Nel febbraio del 1925 Hitler rifonda il suo partito... nel centro del lavoro di partito dovrebbero stare incrollabilmente il marxismo come cosa e l'ebreo come persona. Da Rohm Hitler si divide nella controversia sulla questione dell'autonomia e del carattere militare della SA. Dapprima deve dare a Gregor Strasser via libera per il suo lavoro nella Germania del Nord. Là domina una forte avversione contro 'Papi e dittatori' e non poca predilezione per un 'orientamento a est', per cui inclina anche Paul Joseph Goebbels... Sotto la sua direzione le 'NS- Briefe' cercano di unire socialismo e orientamento verso Est, mentre Alfred Rosenberg, quale caporedattore del 'Volkischer Beobachter' a Monaco tiene ferma energicamente l'equazione Russia sovietica= Giudea sovietica. Non deve meravigliare quindi che si formi praticamente un gruppo particolare del partito nella Germania del Nord, nel quale Otto Strasser, il fratello di Gregor Strasser, gioca un ruolo di spicco quale ex socialdemocratico nient'affatto moderato." (Nolte, La repubblica di Weimar, cit. p.177).
17- "Gli Strasser erano alternativi, dissidenti, anti-imperialisti, per l'unione tedesca e germanica e fautori di un'alleanza con l'est europeo, contrari alla democrazia disgregatrice e sovvertitrice dei valori, contrari alla monarchia ereditaria ed autoritario-repressiva, favorevoli all'annullamento del potere politico delle grosse aziende e dei capitali finanziari. Socialisti Nazionali, volevano 'sborghesizzare' e 'sproletarizzare' il popolo. Favorevoli all'organicità dello Stato, alla partecipazione della totalità dei produttori alla proprietà, alla gestione ed al profitto di una economia al servizio della nazione, per fondare il socialismo di volontà, autoresponsabile nella milizia del lavoro. Un idealismo che legava il popolo al suo ceto guida, un'unificazione federativa europea, contro gli stranieri, ma contrari alla supremazia etnica germanica perché favorevoli ad un solidarismo nazionalsocialista dei popoli d'Europa" (A. Rossiello, “I fratelli Gregor e Otto Strasser, la seconda rivoluzione”, ripreso in "Rinascita" del 7.7.2009, pubblicato nel sito z3ro).
18- Thierry Mudry, “Il percorso ideologico di Otto Strasser”, da Origini n.2, pubblicato dal sito z3ro.
19- "Si ha a che fare con una di quelle rivoluzioni materiali che coincidono con l'apparire di razze, a disposizione delle quali stette la magìa di nuovi mezzi, quali il bronzo, il ferro, il cavallo e la vela. Come il cavallo prende il significato attraverso il cavaliere, il ferro attraverso il fabbro, la nave attraverso il tipo del navigatore, del pari la metafisica dello strumentario tecnico si paleserà solo nel punto in cui apparirà la razza dell'operaio come una grandezza ad esso sovraordinata" (E.Junger, citato in J. Evola, L'operaio nel pensiero di Ernst Junger, Ed. Armando, 1960, p.48).
20- J. Evola, L'operaio nel pensiero di Ernst Junger, cit. pp. 89-91.
21- E. Nolte, La rivoluzione conservatrice, ed. Rubbettino, 2009.
22- "Se l'ebreo, con l'aiuto della sua confessione di fede marxista, trionfa sui popoli di questo mondo, allora la sua corona sarà la corona funebre dell'umanità e, allora, questo pianeta vagherà per l'etere, vuoto di uomini, come milioni di anni fa... Nel momento in cui resisto all'ebreo, io combatto per l'opera del Signore." (Cit da Mein Kampf, in Nolte, La repubblica di Weimar, cit. p.395). "Evidentemente - commenta Nolte - qui non si pensa che a niente altro che a quello che noi oggi chiamiamo 'globalizzazione' e 'l'opera del Signore' di cui Hitler parla è la totalità delle comunità armate e sovrane, il cui confronto e scontro costituì fino ad oggi il contenuto della storia universale. E, nonostante questo tentativo di restringere in maniera inammissibile l'angolo visuale sugli ebrei, Hitler aveva intuito qualcosa di giusto, poichè da quasi 3000 anni gli Israeliti e i Giudei si sono visti come 'il popolo di Dio' e quindi come 'il popolo dell'umanità', che nelle sue speranze messianiche era rivolto all'unità futura dell'umanità. Se si crede che questa unità dell'umanità pacifica sia in effetti la meta auspicabile della storia, non si può allora temere di affermare che raramente al popolo di Israele è capitato di ricevere un tale attestato di grande stima come accade in questa frase del suo nemico mortale." (Idem)
23- Lo storico delle religioni Troelsch, citato in Nolte, La repubblica di Weimar, cit. p.339.
24- In Marx-Engels, Opere scelte, Editori Riuniti,1969, pag. 104.
25- Riportata in P.J.Nettl, Rosa Luxemburg, il Saggiatore,1978,  p.621.
26- E. Nolte, La repubblica di Weimar, cit. pp.222.
27- Idem, p.208.
28- In un testo dal titolo emblematico (Nazionalcomunismo, Eurasia, prospettive per un blocco continentale) si cita un'intervista di Giorgio Galli rilasciata al "Giorno" del 17/5/94, dal titolo "Ma abbiamo tradito noi il ruolo dell'Occidente", in cui, alla domanda se la critica dell'occidentalizzazione è patrimonio della sinistra, risponde: "A questo proposito ti voglio segnalare la rivista 'Orion'[...]. Il gruppo che la pubblica si autodefinisce nazional-comunista e si dichiara contro l'Occidente come ordine basato sulla diseguaglianza. Ti cito letteralmente come si definiscono: una rivista antiborghese, antimoderna, antioccidentale, anticapitalistica cioè rivoluzionaria e popolare. Continuano con un linguaggio caratteristico: Gli sciovinisti e i razzisti di tutti i tipi, gli ipernazionalisti, i panslavisti e panturanici, pangermanisti e francofoni sciovinisti, sono tutti funzionali all'internazionalismo apolide dei mercanti e banchieri senza patria che nelle guerre etniche e tribali hanno costruito i loro imperi. [..] Comunque l'Occidente non può essere un modello mondiale ma una grande civiltà tra le altre. [...] per tornare a 'Orion' e alle difficoltà attuali di interpretare la cultura, dicono testualmente, rivendicando radici marxiste: Il nostro comunismo ha radici ben più antiche del marxismo, prodotto interno della logica libero-scambista, ma questo non ci vieta di utilizzare analisi ancora valide nel pensiero filosofico marxiano." (AAVV, Nazionalcomunismo, Eurasia, prospettive per un blocco continentale, Società Editrice Barbarossa, 1996, p.16). "In Russia questo progetto [l'Impero tellurocratico] è condiviso dai nazionalcomunisti, dagli eurasiatisti che, attorno alla rivista 'Den', si oppongono al panslavismo sciovinista, vera arma di riserva capitalista, di fronte al fallimento del liberalismo selvaggio di Eltsin. Sarà un caso se oggi, ad agitare la bandiera panslavista-imperialista in Russia, la destra ha trovato un ebreo ex-sionista?" (la frase è di Alexander Dughin, il maggior teorico di questa corrente, citato nello stesso testo, a p.107. Alle pagine 79-80 si riporta un articolo di Vittorio Strada che dà conto della 'nuova destra rivoluzionaria russa').
29- La tesi della affinità/continuità tra fascismo e comunismo nazionale italico post-bellico è confermata dalla conversione di molti intellettuali importanti. Ugo Spirito, teorico del "corporativismo radicale", approda al comunismo; Elio Vittorini aderisce al fascismo intendendolo come 'rivoluzione incompiuta', condanna i Patti lateranensi e la guerra di Spagna a fianco dei clericali, approda al comunismo sul finire del '42, e nel '49 fonda "il Politecnico", la cui redazione è composta da ex fascisti che scrivevano sul "Primato" di Bottai; Giorgio Bocca, già entusiasta delle leggi razziali, e P. E. Taviani, già insegnante di dottrine corporative diventano ferventi “antifascisti”Tra i "padri nobili" della degenerazione nazionale del comunismo, Bombacci meriterebbe un capitolo a parte. Nel 1923 interviene in parlamento, rivolto a Mussolini, per perorare la causa della Russia in questi termini: "La Russia è su un piano rivoluzionario: se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza tra i due paesi" (cit in “Nazionalcomunismo...”, p.76). Mussolini sarà il primo statista occidentale a rompere l'embargo a cui i governi borghesi avevano sottoposto l'URSS. Il discorso di Bombacci ha toni fortemente "nazionali", ma non tanto diversi da quelli usati da Radek nello stesso anno. Bombacci si rifiuta poi di dimettersi da deputato e viene espulso dal partito; sotto il fascismo, con l'aiuto d Mussolini, dirige la rivista "La Verità" dal '36, dove critica dall'interno sia il regime sia l'evoluzione dell'URSS; durante la RSI, influenza la "carta della socializzazione”. Nel '45 è catturato a Dongo e muore con il duce.
 
30- Nel secondo dopoguerra vi fu un "tentativo di riconciliazione tra ex fascisti e comunisti in funzione antiamericana, attraverso l'intervento di esponenti dei due schieramenti tutt'altro che insignificanti" (“Nazionalcomunismo...”, p.59), raccontato dal giornalista Enrico Landolfi in "Ragionamenti di storia", nn.21 e 22 del 1992. La rivista "Pensiero nazionale" (PN) di Stanis Ruinas (Alias Antonio De Rosas, detto scherzosamente il “cameragno”) sostiene nel dopoguerra, a partire dal 1946, la continuazione "della lotta antiplutocratica contro il capitalismo interno, 'rappresentato dalla DC' e 'protetto dalle potenze occidentali'... Alleato 'naturale': il blocco delle sinistre pilotato dal PCI e collegato con l'URSS". (Cit in “Nazionalcomunismo...”, p.61). Vi si parla di incontri tra giovani FGCI e giovani 'repubblichini', di Pajetta che sostiene la rivista, osteggiata invece dal MSI filoatlantista, dell'adesione al PCI di quadri medio alti della RSI, di gruppi di ex marò della X Mas di Junio Valerio Borghese, della partecipazione alla rivista di fascisti "corridoniani" tra cui Ruggero Ravenna, poi segretario generale UIL. Il gruppo che ruota attorno a PN è filocomunista, anticlericale, antimissino, antiamericano. Dopo la batosta del frontismo nel '48, la rivista prosegue l'attività, ma in un maggiore isolamento, specie a destra. Dopo la rottura tra Tito e Stalin, Ruinas paragona il primo a Dino Grandi, il ribelle a Mussolini del 25 luglio. L'ex fascista dissidente Ruggero Zangrandi nel 1949 indirizza una lettera ai fascisti di sinistra di PN di cui riconosce l'opera di chiarificazione tra fascisti e antifascisti, e li incoraggia a creare un movimento rivolto a trasmettere alla massa di ex fascisti di tutti i ceti “i contenuti della loro ricerca". Poi è Ingrao, direttore dell'Unità, a rivolgersi a PN, al quale risponde indirettamente un lettore che si firma "Generale Beltrami", e che rivendica con orgoglio l'antiamericanismo dei repubblichini, la lotta contro il Vaticano, la Monarchia, il capitalismo... "Un fatto incontestabile è pure che ammettevamo i consigli di gestione, le riforme più ardite e tutto il potere al popolo. La lotta contro il latifondo è un nostro vecchio slogan" (Cit. in Nazionalcomunismo..., p.68). Nella visione di questi "cameragni", "il MSI è ormai solo strumento della destra economica, candidato ad esserne il braccio violento; tale opzione reazionaria non può che portarlo alla lotta contro le masse popolari e i partiti democratici di avanguardia, accanto alla DC, al Vaticano e sotto l'egemonia USA..." (Idem). Non restava allora che schierarsi con i partiti operai, col PCI, e solidarizzare con l'URSS minacciata dall'imperialismo USA che già aveva sconfitto l'Italia.
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