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Sabato, 17 Novembre 2018

Proseguendo sulla questione agraria (Il programma comunista, n° 2, 1954)

Sopralavoro e classi

Bisogna tuttavia insistere sui motivi della grande importanza che Marx attribuisce al sistema dei fisiocratici, anche in confronto alla più moderna scuola della economia classica, sorta nella prima nazione industriale, l'Inghilterra e che necessariamente per prima mise avanti la produzione industriale a quella agraria.

Osserveremo ancora che, non facendo noi in questi "fili" una esposizione con ordine "sistematico" della dottrina marxista, ed essendo impegnati a dedicarne una serie (anche su quesiti sollevati da molti compagni) alla questione agraria, dobbiamo riferirci ad altri scritti e supporre nota oramai, salvo i richiami del caso e la utilizzazione di qualche più luminosa formulazione in cui ci si imbatte nel maneggio dell'arsenale dei testi, la generale teoria del valore e del plusvalore e la sua origine, in tanto interessandoci qui seguirla nei primi economisti del capitale, come Smith, Ricardo etc., in quanto essi hanno dedicato centrali ricerche alla rendita agraria.

Per la stessa ragione usciamo dai limiti propri alla produzione rurale quando, come a proposito della portata della scuola fisiocratica, la critica di Marx offre utilissime occasioni di lumeggiare i fondamenti stessi della dottrina del comunismo.

E' solo un primo aspetto della grande innovazione recata nella scienza economica dai fisiocratici, quello di avere indicata la plusvalenza sia pure nel solo campo terriero, precisando la prima volta la differenza tra quanto il lavoratore salariato riceve e quanto la sua opera apporta come aumento di prodotto e quindi di valore. Questa seconda quantità essendo di norma ben maggiore, la differenza che va a beneficio di altri elementi sociali costituisce il sovraprodotto, il sopralavoro, il sopravalore (plusvalenza).

I fisiocratici scoprirono questo limitatamente al confronto dei prodotti fisici, materiali, nei riguardi del loro uso per soddisfare umani bisogni e quindi la loro è una teoria solo del valore d'uso, non del valore di scambio, come fu poi per i classici economisti inglesi, corifei del capitalismo: era infatti facile scoprire il fenomeno nel campo agrario, ove il lavoratore consuma gli stessi generi che produce, ed è constatazione immediata quella che consuma grano, ortaggi, frutta, ecc., in quantità assai minore di quella che il suo contributo all'azienda viene a creare.

Ma l'importantissimo secondo aspetto del sistema e del celebre Quadro in cui Quesnay lo ricapitolò, è che per la prima volta il confronto non è fatto per il solo tributo di un salariato singolo al suo affittaiuolo e al proprietario fondiario, ma è studiato alla scala nazionale come rapporto tra le classi sociali, in cui secondo quella teoria la nazione (la società economica) si suddivide. Ed è quindi qui data in embrione la teoria delle classi sociali. Vi è di più: salario, profitto, rendita non sono qui studiati come quote personali di valore che formano l'entrata dell'operaio (agricolo), del capitalista agrario e del proprietario fondiario, ma come masse sociali e quindi la plusvalenza è calcolata socialmente e se riferita ad un dato atto economico interessa come media sociale e non come quota occasionale e singola.

Quesnay è dunque indietro rispetto a Marx ma molto avanti rispetto al più famoso dei professori universitari di economia 1954, dei quali tutti cavallo di battaglia è il teorema: leggi, schemi, teorie e quadri di società economiche tipiche sono impossibili come risultato scientifico.

Potere e ricchezza

Da quell'epoca la scienza economica diviene teoria del sopralavoro sociale cessando di essere vaga e letteraria spiegazione della ricchezza e dei suoi movimenti, delle cause ed effetti del fatto che vi sono ricchi e poveri... E quindi Marx compone (nel IV volume del Capitale) non, come avrebbe detto Croce, la Storia della Economografia, ma la storia delle teorie sul sopralavoro.

Senza risalire troppo indietro, al quesito sulla ricchezza, Hobbes, filosofo ed economista morto nel 1679, ossia un secolo prima di Quesnay, risponde con la risoluta definizione: ricchezza è sinonimo di potere. Blanqui, autoritario della rivoluzione quanto il vecchio Hobbes lo era della conservazione, dirà: Chi ha del ferro ha del pane! E il geniale seppure ancora confuso Adamo Smith, al fine di difendere la sua grande intuizione che il valore di ogni merce (ricchezza nella società capitalista significa ammasso di merci) si misura dal tempo di lavoro in essa contenuto, ossia necessario a produrla, commenta: ciò (la definizione di Hobbes) non significa già (doveva dire non significa più) che

"chi acquista un grande patrimonio o lo riceve in eredità acquista necessariamente (...) potere politico, civile o militare (...); è un certo diritto di comandare su tutto il lavoro altrui o su tutto il prodotto del lavoro allora esistente sul mercato".

Ricchezza è dunque disposizione di lavoro altrui. Che essa si possa essere formata con lavoro proprio, è ingenua ipotesi avanzata dai propagandisti della economia mercantile borghese, non atta nemmeno ai digiunatori di professione.

Quando Marx confuterà il molto più avanzato Ricardo gli spiegherà che si tratta di disporre di lavoro sociale: è già un'espressione ingenua quella di lavoro altrui, come contrapposto al proprio, che a ciascuno attribuirebbe il favoloso "diritto naturale". Marx quando Ricardo parla del "mio" lavoro gli fa osservare: "ma anche il mio lavoro è lavoro sociale". Questa così semplice e così profonda formula ci riconduce a quanto tante volte si è detto: la formula della rivendicazione comunista non è: a ciascuno il frutto del suo lavoro, ma: alla società tutto il lavoro sociale. Quindi l'individuo sarà privato non solo del "potere" sul lavoro di altri uomini, ma anche del potere personale sul proprio, ossia sulla quota di "sopralavoro" che anche allora sarà tenuto a dare alla società. Più questa progredisce, più si regge su sopralavoro sociale, meno su "lavoro necessario" ossia su lavoro comprato e pagato, con obbligo di tempo e di luogo di lavoro tassativi, truccati come libera elezione contrattuale, come "prestazione di opera".

Ma nell'epoca precedente alla formazione del mercato generale, che è soprattutto mercato della forza di lavoro, era più palpabile la identità tra ricchezza e potere. La dipendenza non era ancora sociale, da classe a classe, ma personale. Nella schiavitù l'intero corpo del lavoratore faceva parte della ricchezza del proprietario ed esso implicava il possesso del suo sopralavoro: datogli quanto lo manteneva vivo come vitto, tutto il prodotto delle sue braccia in generi di consumo o servizi apparteneva di diritto al proprietario, al ricco.

Nella servitù feudale non tutta la persona dello schiavo, ma una forte aliquota del suo tempo di lavoro o del prodotto di esso lavoro sono dovute al signore, ed inoltre il servo è strettamente legato al luogo di lavoro. Trattasi quindi ancora di dipendenza personale e ancora la ricchezza del feudatario dipende da un rapporto di potenza: corpi e forze legali ed armate che in caso di ribellione riconducono il servo al feudo, come riconducevano lo schiavo alla casa del padrone.

Chiara era in tal caso la divisione della società in classi e la ineguale attribuzione della ricchezza, palese essendo l'atto di potere sulla classe serva. Il tratto di genio dei fisiocratici fu di avere stabilito, anche supponendo che tutti i lavoratori fossero stati liberati, lo spostamento di un volume di sopralavoro, che avveniva non più da servo a padrone visti come individui, ma avveniva da classe a classe: giustificando come partita in pareggio il guadagno di imprenditori di terra o di campagna, ma ponendo in evidenza come sorta parassitariamente da sopralavoro la rendita dei proprietari terrieri.

Compensa largamente l'errore di non aver visto nella manifattura eguale rapporto tra sopralavoro e profitto, il risultato grandioso di avere riferita la dinamica economica non più all'elemento individuo, ma al complesso sociale di classe.

Uso dei modellini

Finora alle cifre del Quadro abbiamo solo di passaggio accennato. Sarà bene ora esporre nelle linee generali il "bilancio" di ciascuna classe: in quanto ciò consente di capire bene dove poi difettano nella teoria della plusvalenza Smith e Ricardo, sulla traccia della critica di Carlo Marx.

il Quadro descrive una società tipo, immaginata in astratto e quindi assimilata a uno schema. Il compito di Marx, non condotto a termine da lui per la sopravvenuta morte, e mal condotto a termine dal movimento e dalla scuola, per i motivi storici di deviazione e di fallace revisioniamo ben noti, fu di dare uno schema-tipo della società capitalistica industriale moderna.

Le differenze sono sostanziali: Quesnay ritiene che il suo tipo schematico sia quello che caratterizzerà la società post-feudale, la società del lavoro a salario e quindi gli sfugge del tutto l'antagonismo di classe tra proletari ed imprenditori. Quindi egli sostituisce nella parte di classe dominante alla aristocrazia del vecchio regime una classe di proprietari borghesi della terra, trascurando quella dei capitalisti imprenditori e anche quella dei capitalisti del commercio e della finanza. Inoltre Quesnay costruisce il suo schema come "progetto della migliore società possibile" e come disegno della stabile società futura fondata sulla "libertà" personale. Marx costruisce il suo schema come quello della società capitalistica storicamente datasi dopo l'epoca feudale nel tipo di pieno sviluppo e non come schema di un meccanismo che giri uniformemente a velocità di "regime", ma proprio al fine di mostrare che un tale assetto è instabile e storicamente transitorio e la sua meccanica conduce non a quello che la fisica definisce "equilibrio" dinamico, ma ad un sicuro squilibrio, a crisi in serie e alla finale esplosione. A fine polemico, come sempre sosteniamo, egli non considera la effettiva società capitalista impura dei vari paesi e dei vari stadi di sviluppo - di cui fornisce quando occorre magnifiche e sicure speciali descrizioni - ma quella società ipotetica in cui tutto sia produzione salariale e distribuzione mercantile, decantata dai borghesi e dalla loro scienza come in perfetto ed eterno equilibrio, non appena scomparsi tutti i residui di forme precapitalistiche.

Ben vero questo dissero gli economisti capitalisti della scuola classica; poi la scienza ufficiale spaventata dalle potenze che aveva evocate ripiegò nella statistica registrativa e descrittiva e rifiutò gli schemi dichiarandoli pure e vane esercitazioni dottrinali, cui la multiforme e capricciosa realtà non fa che ribellarsi. Rifiutò quindi ogni schematizzazione, non solo quelle alla Quesnay che hanno valore apologetico e corrispondono in economia ai piani dei sociologi utopisti, ma tanto più quelle di Marx che non sono statiche ma dinamiche, che non sono apologetiche ma rivoluzionarie.

Quesnay ha intanto il merito di dichiarare possibile la costruzione scientifica di uno schema in mezzo alla grande ricchezza e mutevolezza dei dati dell'economia vivente; con questo egli era né più né meno che un anticipatore del materialismo storico di Marx, un affermatore del fatto che la critica moderna delle vecchie scuole spiritualiste, condotta in Francia per la scienza della natura fisica, in Germania per le scienze del pensiero, osata in Inghilterra per quelle della società nell'epoca d'oro della rivoluzione industriale, era ben proponibile e sviluppabile in questo campo fino alla fondatezza scientifica, ma tale compito trascendeva quelli della filosofia borghese, ed era riservato al materialismo dialettico di una classe nuova e rivoluzionaria: il proletariato.

Bilancio del quadro di Quesnay

Il Tableau di Quesnay non considera movimenti di prodotti e di danaro nell'interno di una classe, ma solo tra classe e classe, alla scala dell'intera società, che era per l'autore quella francese del tempo (1759).

Le classi per lui sono tre. Classe P o proprietaria, che comprende il sovrano e i decimatori, ossia i beneficiari delle decime, divenute oramai rendita in danaro. Classe F o produttiva, che comprende non solo i fittavoli capitalisti (fermiers), ma anche tutti i salariati agricoli che essi impiegano. Classe S o classe sterile, che comprende i fabbricanti e gli operai di manifattura.

Come è noto, Smith e Ricardo, come Marx, considereranno lo schema di tre classi che sono queste: proprietari fondiari, capitalisti e operai salariati.

Nell'uno e nell'altro caso sono considerate fuori dello schema, in quanto isole chiuse non coinvolte nella generale circolazione di prodotti e valore, le classi dei piccoli contadini proprietari e degli artigiani. Ma Smith e Ricardo saranno meno profondi di Quesnay nel portare in conto, nel calcolo dell'azienda borghese, distintamente il capitale costante, che si anticipa e riottiene intatto, ma non aumentato, in ogni ciclo, e il capitale effettivamente circolante e che ha la proprietà di ritornare aumentato alla fine di un ciclo ed al principio di un altro.

Ben vero Smith e Ricardo capirono che in ogni ciclo produttivo il capitalista anticipa materie prime e salari operai e diviene proprietario del prodotto e che tra il valore di questo e il valore anticipato si stabilisce un premio che è la plusvalenza e dissero che tutta la plusvalenza era sopralavoro, ossia derivava dal fatto che il salario pagato agli operai copriva una parte solo del valore aggiunto da essi col lavoro, ma la riferirono al valore di tutto il prodotto ottenuto. Va invece riferita al solo valore del capitale variabile, capitale salario, in quanto il capitale costante è anticipazione che ritorna alla pari. Quindi, confusero i concetti di plusvalore e di profitto (veggasi il Dialogato con Stalin) e tennero troppo basso il saggio del plusvalore.

Quesnay procede diversamente. Si prenda la classe F, quella produttiva. Al momento del raccolto egli suppone che i fittavoli, che tutto lo detengono nei loro depositi, ne dispongano per 5 miliardi. Ma questi, in quanto capitalisti, dispongono in più del loro capitale di esercizio, sotto forma di 2 miliardi in danaro. Con questo fondo versano alla classe P dei proprietari la sua rendita globale, supposta appunto di 2 miliardi. Pongono poi sul mercato il prodotto, ma anzitutto versano (per semplicità parliamo come se i movimenti si facessero una volta all'anno e ognuno conservasse la sua dotazione: appunto lo studio e la esposizione sono meno astrusi per l'agricoltura, colla sua stretta periodicità di ciclo annuale - per indecifrabile che sia restato Quesnay fino a Marx, più indecifrabile ancora verrebbe il quadro della produzione e circolazione industriale, colle infinite sovrapposizioni e sfasamenti di cicli di variabilissima durata) 2 dei 5 miliardi di prodotti agricoli ai loro operai, il che avviene entro la classe F con operazione mercantile o monetaria non messa in evidenza.

Restano 3 miliardi di derrate. Uno ne vengono a comprare i proprietari della classe P e la F ricupera uno dei suoi 2 miliardi di fondo cassa.

Un altro dei 2 miliardi lo ricupereranno in quanto vendono generi di sussistenza alla classe S, industriale; e resta loro ancora un miliardo di prodotti, che Quesnay suppone costituito non di generi alimentari e affini, ma di materie prime da lavorare (cotoni greggi, lana, cuoi, etc. etc.). Anche questo viene venduto alla classe S che lo metterà in lavorazione nel nuovo anno. Fino a questo punto F ha incassato un miliardo di più di quelli pagati come rendita: sarebbe in un senso lato il suo profitto: lo impiega a comprare ancora dalla classe S un miliardo di prodotti manifatturati sia per il consumo personale che per la ricostituzione del logorio di attrezzi e impianti (devesi ritenere che il consumo di sussistenze personali dei fittavoli sia già coperto coi 2 miliardi di generi trattenuti nell'interno della classe produttiva senza lanciarli in circolazione).

Il bilancio della classe F è dunque completo per un anno.

In danaro: cassa 2 miliardi. Entrata: dai proprietari 1 miliardo, dalla classe S 1 miliardo per alimentari e 1 per materie prime; in tutto entrate 3 miliardi. Uscite: ai proprietari per loro rendite 2 miliardi, alla classe S per prodotti manifatturati 1 miliardo: totale 3 miliardi. Alla fine 2 più 3 meno 3 riconduce ai 2 miliardi di capitale di esercizio.

In prodotti: in magazzino 5 miliardi. Uscite: ai membri della classe agraria produttiva (salari e stipendi in natura) 2 miliardi, ai proprietari per vendita 1 miliardo, agli sterili per vendita di alimentari 1 miliardo, per vendita materie prime I miliardo: totale 5 miliardi. Pareggio.

Fermiamoci un momento a notare che il miliardo impiegato a comprare dagli sterili effetti vari di uso è considerato il compenso del capitale fisso (non di cassa, di esercizio) dei fittavoli, costituito da macchine, utensili, bestiame e altro, che Quesnay considera di 10 miliardi e quindi si remunera con l'interesse del 10 per cento.

Bilancio ora della classe proprietaria: il più semplice per voi, il più comodo... per essi. Due miliardi in danaro che entrano dalla classe F. Un miliardo speso per acquistare da questa sussistenze, un altro per acquistare dalla classe industriale oggetti manifatturati di uso. Pareggio.

Il patrimonio dei proprietari, ammesso anche qui l'interesse del 10 per cento, sarebbe dunque, con la rendita di 2 miliardi, 20 miliardi. Invero questa sola classe paga imposte, nel sistema considerato. Dei 2 miliardi di rendita due settimi vanno allo Stato, un settimo alle decime della Chiesa, solo quattro settimi sono rendita netta; e quindi il valore fondiario patrimoniale è solo 11 e mezzo, non 20 miliardi.

Resta a fare il bilancio della classe sterile. Evidentemente questa e per essa i fabbricanti, hanno un capitale di esercizio di 2 miliardi, che alla fine o inizio che sia del ciclo è trasformato in manufatti. Vendono 1 miliardo di manufatti ai proprietari e 1 miliardo di manufatti alla classe F, incassando 2 miliardi in denaro. Con uno comprano dai fittavoli generi alimentari per operai e imprenditori, con un altro materie prime da lavorare nel nuovo anno. Sono in pareggio senza perdite o profitti. Ecco perché hanno un capitale di esercizio, ma non hanno reddito netto e quindi per Quesnay la terra vale 11 miliardi e mezzo, il capitale di impresa agricola come valore patrimoniale 10 miliardi e l'industria manifatturiera in funzione (ossia a meno che non liquidi cessando di produrre) vale zero.

Quesnay espone questo giro in modo alquanto oscuro. Marx ne fece uno schizzo e lo espose al cap. XIV della sez. A della Storia in una sintesi un po' tosta. Engels lo riespone più chiaramente al capitolo X della seconda sezione dell'Antidühring. Noi ci illudiamo di essere stati ancora più manuali e pedestri di Engels. Se non avete capito attendete un interprete ancora più fesso di chi scrive.

Quesnay non era fesso

Adesso ci daremo a questo esercizio: rileggere i bilanci nella lingua di Marx. E poi rileggerli nella lingua dei (con licenza parlando) professori universitari.

Per Smith e Ricardo il valore del prodotto si può scomporre in tre fattori: salario, rendita, profitto, sia esso prodotto agrario che manifatturiero. In ciò hanno ragione rispetto a Quesnay. Ma sono indietro rispetto a Marx che stabilisce che il valore del prodotto si scompone in quattro parti: capitale costante, capitale variabile, rendita e profitto. Il capitale costante che va a ricostituire se stesso alla fine del ciclo non è dunque revenu, ossia entrata economica, di nessuna classe. Il capitale variabile è quella parte del ricavo dal prodotto che paga i salari dei lavoratori, la rendita va ai proprietari fondiari, il profitto ai capitalisti. Quest'ultimo variamente si divide tra profitto di imprenditore e interesse di capitale finanziario.

Vediamo ora il bilancio del fermier di Quesnay (e non cadete nell'equivoco di iscrivere a furor di popolo nella "classe effe" noi che siamo così ingenui da credere che queste pagine verranno lette fino alla fine). Capitale costante: si riduce ad una parte non grande del miliardo di oggetti manifatturati che compra dalla classe sterile e che valgono a rinnovare attrezzi e macchine, tra l'altro. Capitale variabile: sono quasi del tutto i 2 miliardi di generi prodotti che vanno al consumo della classe produttiva. Plusvalore: 2 miliardi, più la maggior parte del miliardo di oggetti manifatturati e una minor parte dei generi di sussistenza consumati nel seno della classe rurale, poniamo in tutto 3 miliardi. Riparto di questo plusvalore: rendita 2 miliardi, che vanno ai proprietari, profitto degli imprenditori ed interesse del capitale d'impresa, che entrambi vanno agli stessi fittavoli, 1 miliardo. Totale del valore del prodotto annuo: 5 miliardi.

Bilancio del proprietario: consuma 2 miliardi di rendite, in spese annue di alimentari e manufatti.

Bilancio dell'industriale: capitale costante 1 miliardo (le materie greggie comprate da F), capitale variabile 1 miliardo (gli alimentari comprati da F), plusvalore: zero; valore totale del prodotto annuo 2 miliardi. In effetti sul miliardo di alimentari che vanno agli operai ne va parte ai fabbricanti, che sarebbe anche plusvalore: ma allora l’industriale passava per un lavoratore intellettuale e organizzatore (ricordate anche la stessa definizione data dal trattatista recente al profitto di impresa) e Quesnay definisce questo come uno stipendio dato ad elementi scelti della classe sterile; costoro come i loro operai ricevono esattamente quanto consumano; nell'industria massa del profitto e massa del plusvalore sono zero e zero per conseguenza il tasso o saggio dell'uno e dell'altro.

Nell'agricoltura invece insorge rendita che, sia pure al lordo di tasse e decime, vale i due quinti del prodotto lordo (potremmo indicare con due quinti ovvero 40 per cento il "saggio della rendita") - profitto e interesse che vale un quinto del prodotto lordo (tasso di profitto uguale ad un quinto o 20 per cento) loro somma o plusvalore per tre quinti del prodotto lordo. Dato che il capitale costante è trascurabile (in agricoltura non si lavorano materie prime) il saggio del plusvalore risulta di 3 diviso 2 (valore del capitale salari) ossia circa il 150 per cento.

Per questo nel quadro è in embrione la teoria del sopralavoro. Se producendo 5 i lavoratori della terra non consumano che 2, e se la loro giornata fosse di 10 ore, il lavoro pagato sarebbe 4 ore, il sopralavoro 6 ore.

E i moderni?

Vediamo ora come un professore di economia moderna legge il Tableau.

La proprietà fondiaria nazionale vale 11 miliardi e mezzo. Il prodotto annuo vale 5 miliardi. La rendita lorda dominicale è 2 miliardi, la netta 1 miliardo e 150 milioni, col saggio del 10 per cento.

Il capitale investito nell'agricoltura (valore patrimoniale delle aziende rurali capitalistiche) è 10 miliardi. Il suo profitto netto è circa 1 miliardo col saggio del 10 per cento. I prodotti agrari si vendono col 10 per cento di margine del costo di produzione, includente il canone di affitto.

Il capitale investito nell'industria è 2 miliardi, riproduce se stesso ma non dà profitto. I prezzi di mercato dei prodotti manufatti non fanno premio sul costo di produzione.

Il circolante necessario è 2 miliardi. Il reddito nazionale è 7 miliardi (2 di rendite fondiarie, 1 di profitti di impresa, 2 di salari agricoli, 2 di salari industriali). Il patrimonio nazionale è 23 miliardi e mezzo. Se da tutto questo risultano evidenti le insufficienze del quadro e il suo riferimento ad un capitalismo non sviluppato e a troppo alti saggi di reddito contro vilissimo salario, risulta anche evidente per la prima volta la differenza abissale tra il meccanismo della ragioneria capitalistica e quello del calcolo marxista. Per il professore modernissimo, più arretrato, più feudaliforme di Quesnay, il capitale è patrimonio titolare. Per noi il capitale è massa di merci prodotte per il consumo o il reimpiego strumentale, è massa di vivente lavoro sociale condannato alla galera aziendale. Socialista universitario è chi si appaga di invocare esproprio di diritti titolari; socialista rivoluzionario è chi vuole sopprimere il capitale, strappando il carattere di merci sia agli strumenti di lavoro che ai generi di consumo, liberando il lavoro sociale vivo dalla tirannia dell'azienda.

Perciò Ricardo diceva fesseria, per il solito equivoco di dimenticare che il plusvalore va rapportato al solo capitale salari come parte del valore del prodotto e non a tutto il capitale compreso quello costante (tanto meno al valore patrimoniale dell'azienda di produzione) nei passi che Marx virgoletta:

"Nella stessa misura in cui tocca di meno al salario, toccherà di più al profitto e viceversa".

"Se i salari aumentano, accadrà sempre a spese del profitto, e se diminuiscono, il profitto aumenterà sempre".

L'errore di ridurre, a maggior gloria della Produzione e della Azienda, l'antagonismo tra due epoche e due mondi ferocemente nemici al votta-votta tra guadagno padronale e salario, definisce la banale caricatura della rivoluzione di classe, che si chiama sindacalismo, da Proudhon a Lassalle, dal povero vecchio Rigola ora morto agli Ordinovisti.

Né è qui il momento di sviluppare il gruppo di casi esaminati da Marx a dispersione della formulette ricardiana.

Metodi della scienza economica

Il professore ordinario non concepisce che la circolazione nazionale e il reddito nazionale si calcolino come circolazione tra "classi", ma pretende che si consideri la circolazione tra azienda ed azienda, tra "homo oeconomicus" e "homo oeconomicus" e il reddito nazionale come somma di tutti i redditi personali dei cittadini, sperdendo l'incauto lettore di giornali e riviste nel labirinto delle entrate che diventano uscite, poi ridiventano entrate, spese, redditi, riporti creditorii, debitorii e fregatorii, in modo che alla fine una sola legge trionfi, quella della equivalenza dei valori in miliardi di molecolari transazioni e la filosofia suprema della ricerca economica sia quella che diritto morale e religione ufficiali sono salvi quando si intona la canzonetta: chi ha dato ha dato ha dato! chi ha avuto ha avuto ha avuto!

L'economia politica è per eccellenza la scienza in cui si prova che la moderna cultura tanto vantata traversa un'epoca di ininterrotto rinculo. Altra scienza caratteristica per questa prova è l'Urbanistica, che fa passi giganti all'indietro dai tempi di Romolo. Le città fondate dagli urbanisti moderni fanno sempre più schifo per assenza completa di ogni sensata nozione di tecnica, economia e storia sociale. Non si creda che vada fatta eccezione per le pretese scienze "esatte". La più venale e corrompibile è ad esempio la scienza delle costruzioni, nonostante sia tutta basata su matematica e meccanica, e non è un'analisi azzardata alludere anche alla fisica nucleare, altro campo in cui i formidabili interessi di ricchezza e di potenza fanno che sia tutto gioco con le carte false; fra qualche anno bisognerà trovare chi ci lavori.

Il docente di economia per difendere il suo metodo molecolaristico, sminuzzatore, indeterministico, antiimpegnatistico, si porrà a deridere gli sforzi che la sua scienza ebbe a compiere nel periodo in cui la situazione sociale le dava un lancio possente, affermando che sono esercitazioni di agitatori e di uomini di parte i tentativi di tracciare schemi esplicativi della macchina sociale concepita come un sistema grandioso e semplice e non come una minutaglia da orologeria. Ma Quesnay, che semplificò anche troppo al punto di mettere operaio agricolo e fittavolo capitalista insieme, opponendoli alla simbiosi economica di industriale e operaio di fabbrica, fu grande nel dedurre dalla terribile impasse della circolazione monetaria, in cui il solo fenomeno comprensibile a vista è lo sfilo del portafoglio dalla tasca interna della giacca, la sua rete: circolazione annullata all'interno di ognuna delle tre classi, circolazione incompleta quando giocano due classi (poniamo i Proprietari comprano manufatti dagli Sterili), completa quando giocano tutte e tre: ad esempio denaro dai Fermiers ai Proprietari, da questi agli Sterili, da questi ai Fermiers nuovamente. Oggi, dice il docente o il grande burocrate, abbiamo innanzi a noi un numero molto più grande di tipi e, in ogni tipo qualitativo, di casi quantitativi e non si ammettono queste presentazioni semplicistiche. I dati vanno elaborati colle moderne teorie statistiche e le risorse della cibernetica e le calcolatrici elettroniche. Mentre questi trust di cervelli naturali e artificiali filtrano i dati a maniche rimboccate, in gamba, e non soltanto più in quella tale linea tranviaria, ma ad ogni passo e trapasso: guardateve 'e sacche!

Eppure lo schematizzatore Quesnay non era spinto che da una condizione di ambiente suggestivamente limpida e leggibile, non da animo di parte: dicemmo che la sua ideologia era ancora aristocratica ed autocratica e che egli non si era reso conto di essere la espressione di tempi nuovi, non solo della proprietà fondiaria capitalistica contro quella feudale, ma delle stesse ulteriori forme del capitalismo industriale di cui egli, senza vederle, trovava e scriveva le leggi. E non ha ogni scienza proceduto così, per questi schemi che sembrano stare sulle stampelle e che non nascono in cervelli balzani, ma sono dettati a penne quasi subcoscienti da situazioni altamente sismiche della storia? Colombo non scoperse l'ignoto Occidente sostenendo di "guadagnare l'Oriente"? Galileo scrisse nel più grande segreto "altissimum planetam tergeminum observavi", ossia vidi (col primitivo cannocchiale) il pianeta Saturno come composto di tre stelle attaccate: una grossa in mezzo e due piccole ai lati. In effetti con maggiore ingrandimento Herschel vide che si trattava del famoso anello che avvolge il pianeta di forma circa sferica come tutti gli altri e Galileo aveva preso una chicchera. Ma non vale essa chicchera più di tutte le tazze di caffè espresso che potreste prendere col vostro stipendio del ventisette?

Ora questi esempi si potrebbero addurre a centinaia, per dimostrare che le conquiste della teoria vanno ad ondate e sono fondamentali quelle di determinati periodi critici. Tutte le moderne notizie sulla fisica dei corpuscoli sono sorte dall'avere elaborato schemi e modelli dell'atomo che non solo lo dipingono in modo grossolano per rendere la cosa accessibile ai nostri sensi e al grado di sviluppo del nostro cervello, ma che non garantiscono affatto che i tanti tipi di particelle scoperte e in un certo senso verificate siano veramente presenti come affarini puntiformi e non si tratti invece di tutt'altra faccenda, di onde di energia o altro, descritte nelle formule matematiche, confermate da controlli pratici sperimentali, ma non accessibili nonché ai nostri sensi nemmeno alla nostra concezione.

Il modello schematico sembrerà un giorno grossolano e banale come il disegnetto che il Galilei fece di Saturno, ma intanto la energia atomica sarà stata sprigionata, a gloria di un'altra scienza che vergognosamente degenera da migliaia di anni: l'arte militare.

Quindi ci è ben lecito lavorare al modello "irreale" della società moderna capitalistica e allo schema della strada e procedimento per cui dovrà crepare.

Se lo schema sarà da buttar via, non lo faremo che "dopo".

Politica di classe (pour la bonne bouche)

La particolare critica dei fisiocratici offriva dunque al marxismo, dottrina moderna del proletariato (già presente nello schema di Quesnay in quanto i salariati agricoli sul lavoro dei quali si regge tutta la creazione della ricchezza sociale sono puri, purissima proletari) sia pure in una struttura embrionale, alcuni essenziali lineamenti. Abbiamo trattato il primo, ossia l'istituzione di una teoria del sovralavoro, ed il secondo, ossia la divisione della società in classi e lo studio del movimento economico da classe a classe, non più da individuo a individuo, da ditta a ditta. E vi è ancora qualcosa di più, che ribadisce come l'interessamento di Marx non fosse esercitazione erudita, ma esigenza rivoluzionaria.

Nella critica fisiocratica vi è un elemento che resta del tutto assente da quella dell'economia classica capitalistica, per quanto questa abbia il merito di aver definita l'esistenza di plusvalore nella produzione di qualunque merce, sia essa prodotto agrario che manufatto. Ponendo il rapporto in evidenza come prestazione di classe a classe, non è tentata nessuna spiegazione della rendita fondiaria che ne attenui il carattere di estorsione di lavoro da altra classe, mentre gli economisti classici scoprono il plusvalore nella industria sì, ma - secondo lo schema individualista della loro economia - asserendo che il salario del lavoratore paga esattamente il suo tempo di lavoro a termine della legge della equivalenza degli scambi, avanzano incessanti "giustificazioni" del profitto di impresa e lo dipingono come compenso di un contributo alla ricchezza sociale.

In altri termini, mentre l'economia classica legittima come equo e libero il rapporto tra capitalista e proletario secondo il salariato, e come oppressivi solo quelli precedenti di dipendenza servile, e per essi l'ambiente giuridico della libertà personale è la definitiva premessa di un un'economia equilibrata e fiorente, i fisiocratici francesi, facendo apparire la nascita della plusvalenza proprio per la trasformazione storica del servo della gleba in lavoratore libero e per la liberazione della terra dall'infeudamento ereditario rendendone la proprietà sempre convertibile in denaro e viceversa, impiantano le prime linee di una critica sociale degli istituti liberali e democratici, che il marxismo svilupperà fino a farne la base della politica della classe salariata.

Il marxismo non poteva fare a meno di costruire la sua teoria dell'antitesi di classe nella società liberale sui dati forniti dalla economia industriale dei classici borghesi, avendo chiaramente enunciate le leggi del processo di meccanizzazione della produzione che conducevano al formarsi dell'immenso esercito dei lavoratori industriali. Questo, trovandosi rispetto alla classe dei fabbricanti nello stesso rapporto dei salariati agricoli agli affittaiuoli capitalisti, avrebbe apportato altre ed immense forze alla nuova lotta tra le classi, occupando del Quadro la zona più fiammeggiante.

Ma il punto di arrivo del marxismo è che la rivoluzione liberale non ha il suo significato nella ideologia politica e non sbocca in una conquista irrevocabile di nuovi diritti per tutti i cittadini al di sopra della posizione economica, bensì lo ha nell'ascesa al potere di una nuova classe dominante, di cui il ciarpame illuminista non è che la maschera. Esso non è certamente contenuto nella dottrina fisiocratica, né avrebbe potuto storicamente esserlo, ma essa non vi si contrappone tanto decisamente quanto il liberismo economico inglese che dice: messa ogni molecola sociale nella piena facoltà delle sue scelte economiche, tutto il sistema deve funzionare senza intralci e scosse. Nello schema del quadro infatti è posto in luce che la classe privilegiata, quella dei proprietari fondiari, se da sola con le imposte mantiene la macchina statale, lo fa in quanto la stessa interviene a tutelare la intangibilità del suo monopolio della terra. La scuola ricardiana invece tende a nascondere il monopolio del capitale e l'essenza di macchina di classe al suo servizio dello Stato democratico.

Siamo giunti, partendo dalla schematizzazione della società "capitalista agraria", nel pieno problema della strategia politica proletaria.

Nel periodo che va da Quesnay a Marx il proletariato non può non combattere nelle rivoluzioni borghesi che, oltre a debellare la macchina feudale di potere, aprono la strada non solo alla liberazione di forze produttive che sorge dall'abolizione del servaggio e dei vincoli sulla terra, ma all'altra che deriva dal concentrarsi in unità sempre più potenti del lavoro manifatturiero ed urbano.

In questa partecipazione del nascente proletariato alle insurrezioni liberali e nazionali, che esprimono il formarsi della nuova economia di mercato e fondono le isole morte tradizionali nella unità territoriale, condizione inderogabile è la incessante demolizione dottrinale e agitatoria delle illusioni democratiche in politica ed economia. Non meno profonda delle posizioni di principio è questa posizione marxista di manovra strategica. Il movimento marxista, dedito a seguire con impazienza le vittorie armate delle rivoluzioni liberali, non cessa di colpire a fondo le ideologie illuministe democratiche e irridere alle vantate conquiste della libertà dell'individuo e del popolo.

Conferma suggestiva di questa potente doppia posizione di cui i due dialettici aspetti non si disturbano, ma si completano irresistibilmente, è il richiamo di Marx ad una dottrina dell'economia politica, che nel pieno fervore ideologico dedito a dichiarare i diritti dell'uomo e del cittadino si dà a dichiarare come struttura essenziale del moto sociale storico il movimento dei materiali valori, dei prodotti e degli sforzi di lavoro, tra l'una e l'altra delle grandi classi della società del tempo.

Ed è richiamo importantissimo proprio oggi e proprio per la comprensione degli ultimissimi anni e dei prossimi, in cui mentiti dialettici, mentiti marxisti, mentiti rivoluzionari, blaterando che è tornato il tempo in cui allo sviluppo del ciclo borghese si deve dare ad armi sguainate una nuova spinta in avanti, come nell'Ottocento, affogano nella melma della più smaccata apologia agli ideologismi borghesi e piatiscono rivendicazioni e diritti della persona e postulati popolari nel più basso gergo democratoide, quando già due secoli addietro era possibile andare sicuramente oltre a tutto questo disgustoso ciarpame e riconoscere le linee robuste delle sole protagoniste della vivente storia, le classi.

 

 

International Press

 

                     

            

 

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