Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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MILANO, via dei Cinquecento, 25, citofono: Ist. Prog. Com. (zona Corvetto; MM3; Bus 95) — lunedì ore 21,00 
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ROMA, presso "Libreria Anomalia", via dei Campani, 73 — primo martedì del mese dalle 17,30 
TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
BOLOGNA, c/o Circolo Iqbal Masih, via dei Lapidari 13/L (Bus 11C) - secondo e ultimo martedì del mese, dalle 21,30 (Gli incontri di Bologna, sono momentaneamente sospesi. Non appena sarà possibile riprenderli, lo comunicheremo)
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Mercoledì, 17 Gennaio 2018

Contro la “santa alleanza” della borghesia imperialista e il suo seguito di pacifisti e partigiani: disfattismo di classe

Da comunisti e internazionalisti, noi sappiamo per memoria e scienza storica che, nell'epoca dell'imperialismo, qualunque missione, comunque si mascheri, è una missione di guerra. L’attacco al più recente burattino della catena imperialista, il colonnello Gheddafi, non fa eccezione.

Imperialismo significa, infatti, accresciuta competizione internazionale, acuite guerre commerciali, esportazione di capitali che entrano inevitabilmente in conflitto gli uni con gli altri, controllo delle sorgenti di materie prime e delle loro vie di trasporto e dunque tentativo di escluderne i concorrenti, fino all'esplodere incontrollato di conflitti prima locali e poi, in prospettiva e in presenza di condizioni materiali favorevoli e necessarie, mondiali.

E' quello che sta succedendo da decenni (da quando si è presentata sulla scena del capitalismo mondiale una nuova crisi economica di sovrapproduzione) e che riguarda ancor oggi innanzitutto la fascia che dai Balcani abbraccia il Medio Oriente fino all'Afganistan e al Pakistan, crocevia di commerci più o meno leciti e legali (armi e droga), di vitali corridoi commerciali, di oleodotti e gasdotti, di campi petroliferi e sorgenti d'acqua, su cui da sempre l'imperialismo ha allungato occhi e zampe – non ultimo, l’imperialismo italiano, che nell'area, e soprattutto nel Maghreb, di interessi ne ha parecchi, e non da oggi, e che comunque vuole (deve) cercare di ritagliare e conservare una sua propria fetta di autonomia e presenza.

A questi scenari sanguinanti di repressione armata si è aggiunta adesso l’area del Maghreb, investita da una vigorosa rivolta delle masse proletarie e diseredate. Dopo che in Egitto l’esercito con la sua massiccia presenza di carri armati, la migliore espressione della dittatura della borghesia, si è imposto al Cairo come garante del trapasso alla cosiddetta democrazia, dopo che in Tunisia l’organizzazione sindacale Ugtt, copia conforme delle corporazioni nazionali dominanti in Europa, si è dedicata al controllo sociale del proletariato tunisino, gli scontri armati tra settori diversi della borghesia libica hanno avuto l’effetto di soffocare ogni possibilità di collegamento fra i proletari dell’area, al di sopra di ogni confine. L’attacco militare ad ampio spettro delle potenze imperialiste (Usa, Francia, Gran Bretagna, Italia, Lega Araba, ecc.) conferma che l’intervento chirurgico ha come obiettivo non solo e non tanto il colonnello, ma il controllo sociale dell’intera area nord-africana.

Non c’era di meglio del pretesto di una cosiddetta guerra libica tra frazioni della borghesia per sfruttare il casus belli con un  intervento “umanitario” (in aiuto dei cosiddetti rivoltosi), la cui potenza di fuoco è inimmaginabile. All’intervento si sono uniti come da copione i pacifisti che deplorano l’uso eccessivo della forza, i partigiani nazionalisti e i democratici di tutte le risme, libici e non, il cui unico scopo è di imbrigliare il terremoto sociale che ha minacciato di stravolgere gli interessi capitalisti. Tutti i partiti della borghesia, tutto il nauseante nazionalismo bellicista e democratico, si uniscono dunque in questa Santa Alleanza, in funzione apertamente antiproletaria.

Da comunisti e internazionalisti, sappiamo che a farne le spese saranno i proletari e le masse povere e diseredate di tutti i paesi. E da comunisti rivoluzionari e internazionalisti, le nostre parole d’ordine sono chiare, contro ogni forma di pacifismo e partigianesimo nazionalista:

  • Rifiuto di qualunque avventura militare (comunque mascherata: umanitaria, democratica, civilizzatrice) della propria borghesia
  • Rifiuto di accettare sacrifici in nome dell’“economia nazionale” (le spese militari sono componenti essenziali di ogni bilancio nazionale, sia in guerra che in pace)
  • Organizzazione della lotta di difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, come passaggio obbligato per colpire duramente l’impegno bellico della propria borghesia
  • Ritorno deciso ai metodi e agli obiettivi della lotta di classe, rompendo con ogni logica di concertazione e di pace sociale – metodi e obiettivi che rappresentano per ora l’unica reale solidarietà internazionalista dei proletari delle metropoli imperialiste nei confronti delle masse proletarie oppresse  

Solo sulla base di queste basilari premesse, che implicano l’indipendenza d’azione del proletariato, sarà possibile organizzare, mettendolo al centro della strategia di classe, l’aperto disfattismo rivoluzionario che permetta di spezzare e sgretolare il fronte di guerra.

In questo impegno di lotta, chi sono i nostri alleati? I nostri alleati sono i proletari di tutto il mondo e in particolare quelli dei paesi massacrati dalla guerra imperialista. Non lo sono, e non lo saranno mai, questa o quella frazione borghese, comunque armata o “resistente”, qualunque sia la sua veste, religiosa o riformista, democratica o cosiddetta “antimperialista”.

Gli interventi che si sono susseguiti in quest’ultimo decennio dimostrano che il modo di produzione capitalistico è giunto ormai al capolinea; che questa sua lunga agonia è solo distruttiva; e che è dunque necessario dargli il colpo di grazia, per giungere finalmente, attraverso la presa violenta del potere e l’instaurazione della dittatura proletaria diretta dal partito comunista, alla società senza classi, al comunismo.  Perciò la vera e propria conquista dell’epoca presente è la rinascita, l’estensione, il radicamento del partito comunista mondiale, il cui programma e la cui strategia siano di lievito alle organizzazioni classiste che andranno sorgendo per difendere le condizioni di vita e di lavoro dei proletari. 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista n°02 - 2011)

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