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Martedì, 14 Agosto 2018

Gli insegnamenti della nuova storia (Avanti, 16-2-1918)

Avanti! » del 16-2-1918 e « Stato Operaio » del 27-3 e 3-4-1924)

 

Questo lungo articolo avrebbe trovato il suo posto nel Primo Volume, come continuazione di tutti gli articoli nei quali si compendiava la posizione della Sinistra sulle questioni della guerra e degli eventi russi tratti dall'Avanti! e dall'Avanguardia, a partire dall'agosto 1914 fino alla fine del 1917 (numeri dell'appendice del Primo Volume da 16 a 43). In questa serie, il n. 41 è il noto articolo di Gramsci intitolato: «La rivoluzione contro Il Capitale». Ora l'attuale articolo, tra l'altro, è la replica all'articolo di A. G. (Gramsci), oltre ad essere una specie di primo bilancio dei giudizi sulla rivoluzione di Ottobre e sugli eventi successivi fino alla pace di Brest-Litowsk.

Successivamente alla serie indicata nell'appendice del Primo Volume, si va fino al 24-5-1918, e il n. 44 riporta altro importante articolo totalmente dedicato alle violente polemiche sulle direttive dei bolscevichi nella fase di Brest-Litowsk.

L'articolo poi rintracciato, e che adesso possiamo pubblicare in questo Volume 1-bis, ha una semplice storia. Il compagno che lo scrisse era militare e, dato che come sempre si trattava di lavoro di gruppo, fu dettato ad un fervido e diligente compagno della estrema sinistra socialista, che lo spedì all'Avanti!, ma ebbe l'intelligenza di tenere per sé l'originale. L'articolo non aveva firma (sarebbe bene che fosse sempre così!), ma la censura massacrò letteralmente il testo dell'Avanti! che lo pubblicò il 16 febbraio. Molti anni dopo il compagno di cui abbiamo detto passò l'originale integro alla stampa di partito: e così esso è stato ritrovato consultando la collezione di Stato Operaio.

 

 

L'articolo è scritto nel vivo della battaglia polemica provocata dalla politica rivoluzionaria dei bolscevichi, e risente della lotta a fondo contro le critiche riformiste, anarchiche e sindacaliste, che per ragioni diverse ma analoghe trasformavano la grande simpatia per la rivoluzione russa in una serie di dubbi e anche di maledizioni.

Nel corso dell'articolo è notevole che si risenta l'influenza della battaglia contro l'aggressività dei riformisti italiani della Critica Sociale, disfattisti della rivoluzione ma forti conoscitori della letteratura marxista. Si sembra concedere ad essi che in alcune posizioni storiche, sia pure tattiche, gli stessi Marx ed Engels avessero lasciato argomenti utilizzabili per la tesi socialdemocratica e filo-democratica, pur rifacendosi totalmente al Manifesto per dimostrare che la politica bolscevica era la realizzazione delle sue previsioni storiche a 70 anni di distanza. In Italia mancava la letteratura marxista, e quella che si poteva consultare era passata per la trafila dei socialisti di destra, non senza alcune falsificazioni dei testi. Solo dopo il contatto con Lenin e con lo stato maggiore dottrinale del bolscevismo, si potettero confutare quei falsi tedeschi (ed italiani), e rivendicare la collimazione totale tra la dottrina originaria marxista dai primi anni fino alla morte di Engels, e la pratica rivoluzionaria di Russia. Chiarito questo, l'articolo a cui nessuno poteva sognarsi di apportare correzioni, non richiede oggi che una fedele lettura.

È svolta la critica della spiegazione borghese e opportunista della guerra, applicandola ai fatti della guerra europea e alle sorti del militarismo tedesco, del tutto in piedi in quel momento, difendendo la linea geniale dei russi. È sviluppata la polemica con tutta la posizione dei riformisti e confutata la loro pretesa che i rivoluzionari peccassero di antideterminismo e di volontarismo. È discussa a fondo la questione dello scioglimento dell'Assemblea Costituente, e confutata la pretesa di scrittori destri come anarcoidi che «il socialismo sia un problema di libertà». È anche opposto ad Enrico Leone, vivo difensore della rivoluzione russa, che in nulla questa aveva seguito gli schemi sindacalisti del Sorel. Sono quindi svolti i concetti marxisti rivoluzionari a proposito della questione della pace e delle nazionalità.

L'articolo è notevole perché preparato pochi mesi dopo i grandiosi eventi, e prima che si possedesse un sistema di dichiarazioni autentiche del partito bolscevico, protagonista di essi. Le spiegazioni dottrinali date coincidono totalmente con quelle di Lenin, e del suo partito; tengono lo stesso linguaggio contro gli avversari e i traditori; e come lui rivendicano principi che i posteriori ed odierni «leninisti ufficiali» hanno scandalosamente calpestato.

 

I

 

Nel fervore dei dibattiti che da quattro anni ardono sui margini della guerra, gli avvenimenti grandiosi di Russia intervengono con efficacia di decisione, quasi sentenza della realtà che giudichi e mandi i contendenti.

Da che la guerra è scoppiata i vecchi nemici ed i recenti disertori del socialismo si dettero a gridarne la decisiva smentita e la morte inonorata al cimento della realtà sanguinosa, che contro la teoria della lotta di classe e la pratica dell'azione rivoluzionaria dei proletari levava lo spettacolo terribile del conflitto armato tra i popoli.

Tuttavia, durante la guerra, non si è fatto altro che parlare di socialismo e di socialisti, e seguire con passione le divergenze fra le varie scuole dì quel socialismo, da tutti dato per morto. Le vicende di questi quattro anni lo hanno quindi veduto tornare progressivamente in luce e porsi in evidenza sul teatro degli avvenimenti; oggi esso campeggia col glorioso dramma russo; nel prossimo domani dominerà certo gli scioglimenti inattesi della più alta crisi mondiale. E dovranno mordersi le mani coloro che hanno irriso al socialismo come critica e come azione, che hanno deriso come inutili logomachie i suoi dibattiti interni, di cui non potevano comprendere la portata.

Già oggi, dinanzi a quello che avviene in Russia e si ripercuote altrove i filistei del mondo borghese devono trarsi in disparte, rinunziare a interpretare, rinunziare a comprendere, rinunziare persino a travisare tanto li disarma il cammino trionfale di quelle verità che invano sperarono celate per sempre dietro la spessa cortina di fumo e di fiamme levatasi dall'incendio guerresco.

È un grandioso esperimento che si svolge in Russia, non certo un esperimento di quelli che provocano con mezzi artificiali il fisico o il chimico, per dedurre dai risultati la riprova di una o di un'altra teoria, ma uno svolgimento di fenomeni come potrebbe aversi nel campo della geologia e della astronomia, la cui attenta osservazione permetta di decidere quale sia la giusta tra le varie ipotesi scientifiche riguardanti la formazione e la costituzione del globo, e il moto reciproco degli astri nello spazio.

Cosi, nello svolgersi della vita della società umana, la rivoluzione russa offre un insieme di fatti, che per il momento singolarmente critico in cui si presentano, assumono il valore di una «esperienza» capitale per la discussione tra le opposte dottrine interpretative della storia, e in specie della guerra attuale. I diversi aspetti ed i successivi episodi di questa rivoluzione rispondono con chiarezza suggestiva ad una serie di punti interrogativi, di problemi che nel campo teorico potevano seguitare ad essere indefinitamente discussi, ma che la realtà di oggi e di domani va sistemando e chiudendo per sempre, come sono ormai chiuse innumeri questioni che appassionarono e divisero gli uomini trascorsi; ad esempio quella tra il sistema tolemaico e copernicano, o circa l'origine dei nervi dal cervello o dal cuore.

 

* * *

 

Si possono già dunque cominciare a raccogliere alcuni preziosi corollari, senza pretesa di compiere una indagine sistematica, i quali si imporranno domani al movimento internazionale socialista. Questo ha urgente bisogno di coordinare e stringere i suoi metodi di critica, di propaganda, e di azione, dando a essi contorni esatti e definitivi.

E questa necessità di precisare ed in un certo senso di «limitare» bene il campo della dottrina e della tattica socialista, al fine di scartare ed eliminare le concezioni ed i metodi troppo discordanti, ha avuto una prima riprova reale dal fatto che i bolscevichi russi, adottando la più rigida intransigenza di fronte ai partiti borghesi, non solo, ma alle stesse frazioni socialiste, facendo proprio il motto: «chi non è con noi è contro di noi», sono giunti a raccogliere il pieno consenso della grande maggioranza delle masse russe, con rapidità e sicurezza meravigliose. E questo appunto nel paese dove, per le speciali condizioni sociali, maggior credito poteva ottenere il sofisma tattico del «fascio delle forze contro il comune nemico», il metodo noto con lo sfatato epiteto di «bloccardismo».

* * *

 

La concezione nazionalista della guerra riceve un colpo formidabile dagli avvenimenti russi in tutto il loro complesso, ma ciò che soprattutto la condanna è la sua congenita impotenza a spiegare la dinamica delle trattative di Brest-Litowsk.

Il modo volgare di intendere la guerra é quello che vede in ogni paese belligerante una unità omogenea, e fa muovere nel gioco di una politica di farmacia la Francia, la Germania, la Russia come fantocci tutti d'un pezzo, perché ignora o finge di ignorare i contrasti interni delle classi in lotta agitate da opposte tendenze e finalità. Tutt'al più, pretende in una formulazione meno banale che i dissidi interni spariscano al venir della guerra, nel campo della quale non vi sono più che tedeschi, italiani o russi, senza distinzioni di partiti e di classi. Ora la Russia é stato il primo paese che si è spezzato mostrando anche ai ciechi la separazione mal cementata degli avversi ceti sociali. Invano i giuocatori di farmacia, privati del fantoccino moscovita che abbandonava la lotta, lo hanno chiamato traditore e versipelle, chè l'eco della protesta risuona ormai solo nella spaventosa vacuità dei loro crani.

Il luogo comune più restio a cedere è però quello della solidarietà nazionale del popolo tedesco. Ma qui Brest-Litowsk proiettava nuova luce.

I delegati massimalisti hanno parlato altamente ai rappresentanti del vincitore e dell'invasore, sostenendo fermamente le loro proposte e discutendole in faccia al mondo senza impressionarsi delle minacce dell'avversario.

Eppure la Russia era stata decisivamente battuta dal punto di vista militare; andava smobilitando i resti del suo esercito, e i massimalisti dichiaravano che, se non avessero fatto la pace, non avrebbero però neppure ripreso la guerra. Ciò è stato confermato poi dalla recente notizia della smobilitazione ufficiale dell'esercito russo.

Qual'è la chiave mediante la quale si può spiegare l'arcano per cui i negoziatori tedeschi non risero in faccia ai rappresentanti russi, e non ordinarono la ripresa della trionfale avanzata militare su Pietrogrado ed altrove?

La spiegazione è questa: che la forza effettiva e formidabile in nome della quale parlano Trotski e i suoi compagni é la forza di classe del proletariato tedesco, che - secondo disse Liebknecht e secondo risposero allo inizio della guerra i socialisti russi a Vandervelde - é il vero nemico del militarismo statale tedesco, come il proletariato russo era il nemico, ed è oggi il trionfatore, del militarismo russo.

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Haase ha potuto dire al Reichstag che dopo l'atteggiamento tenuto dai negoziatori tedeschi il proletariato in Germania non crede più alla guerra di difesa. È qualche cosa, ma è troppo poco. Il gioco delle discussioni di Brest-Litowsk ha dimostrato qualche cosa di più, cioè la fallacia del concetto di «guerra di difesa» in genere, e la sua incompatibilità con il vero internazionalismo. Quel concetto aveva all'inizio della guerra europea cittadinanza spuria nel seno dell'Internazionale, che ha condotto al dissolvimento e alla rovina; eppure esso è a priori inconciliabile con l'interpretazione socialista della storia, e può essere tollerato solo in quella tale interpretazione da farmacia. Se un fantoccino assale, l'altro si difende. Il primo ha torto, è colpevole; il secondo ha ragione, è innocente. In realtà nella guerra stanno di fronte due forze opposte, ma la loro posizione - direbbe Engels - dev'essere intesa dialetticamente, non metafisicamente. Quelle due forze sono necessarie l'una all'altra appunto perché sono in contrasto. Ognuna di esse é costituita dalla potenza di uno Stato, che spinge all'azione violenta il popolo con la suggestione della propria autorità, ma soprattutto servendosi dello spauracchio di una minaccia che viene dall'altro Stato e dall'altro popolo, denunziati come aggressori e come complici dell'aggressione. I due popoli muovono l'un contro l'altro per effetto di questo terribile miraggio. Ma se uno dei popoli riesce a spezzarlo, questo miraggio, e malgrado tutto insorge e rovescia il potere dello Stato, come in Russia è avvenuto, anche l'altro popolo è spinto irresistibilmente verso la stessa soluzione. Ciò si è verificato soprattutto dal momento in cui la rivoluzione russa ha assunto un deciso carattere proletario, socialista e antimilitarista, uscendo dall'equivoco borghese e patriottico.

Sabotare dunque uno solo dei due militarismi non vuol dire aiutare l'altro, ma sabotarli entrambi, sabotare il loro comune principio storico, il loro comune mezzo di conservazione e di dominio.

Il militarismo tedesco aveva stretto bisogno del militarismo russo e dello spettro czarista per conservare la sua difficile posizione nella politica interna. Le armate dello Czar hanno potuto essere debellate dai colpi di maglio di Hindenburg, le offensive e le difensive attive del periodo kerenskiano hanno potuto dare occasione a disimpegnare la Galizia e ad occupare Riga e le isole Baltiche; ma la tattica terribilmente semplicista dei massimalisti russi tiene gli adepti del Kaiser come sul cratere di un vulcano nell'imminenza dell'eruzione.

I proletari russi hanno giustamente cominciato col distruggere il militarismo che li opprimeva all'interno; e appunto per questo possono ora dire tranquillamente ai tedeschi: Abbandonate le regioni invase se volete che noi firmiamo la pace. In caso opposto, ordinate pure al vostro esercito di restare e di avanzare; vedremo se esso vi obbedirà quando noi gli avremo provato, smobilitando il nostro, che non ha di contro alcun nemico, mentre uno ne ha alle spalle, e siete voi, classi capitaliste e militariste!

In conclusione la nuova Russia proletaria se non farà la pace non farà nemmeno la guerra, ma se anche concludesse la pace non desisterebbe dal suo fondamentale obiettivo di fomentare la guerra interna di classe negli Imperi Centrali… e in tutto il mondo.

Naturalmente questo i farmacisti non possono capirlo, e quindi l'altro ieri hanno vituperato i leninisti come agenti del Kaiser, ieri li hanno applauditi con Wilson illudendosi di rivedere le divisioni russe in azione sul fronte orientale, oggi li vituperano di nuovo e blaterano di resa a discrezione!

Ma è strano che non l'avessero capita nemmeno certi anarchici, i quali ingenuamente, secondo un'antica debolezza, si esaltavano all'idea delle... «legioni rivoluzionarie» e parlavano perfino di arruolarvisi. Nemmeno costoro hanno saputo leggere fra le righe dei telegrammi della stampa borghese che le «guardie rosse» servono per la guerra di classe in Russia, in attesa che vi sia anche in Germania una «guardia rossa» per la lotta contro il militarismo tedesco.

Tutte le opinioni dei socialisti patrioti e semi-patrioti, da noi sempre avversate in polemica, cadono più presto di quanto si potesse sperare, al cimento della storia: la «difesa nazionale», la «simultaneità dell'azione rivoluzionaria in tutti i paesi»! E la obiezione che potrebbe opporsi invocando le speciali condizioni della Russia non ha valore dinanzi all'esame dei risultati della vera rivoluzione, quella massimalista.

 

* * *

 

Ma - dicono alcuni che non digeriranno mai la tesi della pace separata e della «non difesa» - in attesa della ipotetica rivoluzione tedesca, intanto i massimalisti russi stanno facendo il gioco della Germania e dei suoi alleati, che possono concentrare tutte le loro forze sul fronte occidentale, Già... quattro fantoccetti invece di cinque o sei, devono trovarsi peggio.

Anche volendo scendere a considerazioni piuttosto contingenti, va osservato che quelli che ragionano in tal modo non pensano quanto peggio si troverebbe l'Intesa se, con una Russia militarmente altrettanto inattiva per ragioni pratiche e tecniche, avessero il peso di guadagnarsi collo sforzo militare sul fronte occidentale gli obiettivi politici a cui li legava l'alleanza col governo czarista, il quale pretendeva ingrandimenti imperialistici; o con una Russia borghese alla quale bisognerebbe pure far restituire i territori occupati, e quelli che seguiterebbe a farsi occupare dai tedeschi, facile impresa delle loro truppe di scarto, ma pegni preziosi da gettare sul tappeto della pace.

Non siamo più al tempo - checché ne pensino gli anarchici che hanno sempre avuto qualcosa di... carducciano -, in cui la guerra la vincevano «dei sanculotti l'epiche colonne»!

La Russia socialista invece non ha velleità imperialiste, se la sbriga da sé circa i territori invasi, e per fare la pace pretende che i tedeschi smobilitino le truppe del fronte orientale, alle quali tale proposito è stato direttamente reso noto durante la «fraternizzazione». È notevole a tal riguardo un comunicato ufficiale dello stato maggiore americano in Francia che denunzia come i tedeschi reclutino nuovamente i soldati congedati dal fronte russo, ma siano costretti a spargerli nei diversi corpi del fronte occidentale: rimedio peggiore del male!

Insomma la politica rivoluzionaria della nuova Russia nuoce agli Imperi Centrali più di qualsiasi azione militare; ma nello stesso tempo prepara eventi che mai solleveranno l'entusiasmo dei borghesi più arrabbiatamente antitedeschi. Questi si appaghino del bel risultato delle blandizie controrivoluzionarie usate alla borghesia ucraina... senza sapere che lavoravano allo stesso scopo anche i tedeschi.

È sembrato ad alcuni che l'affermarsi della rivoluzione socialista proprio in quel paese di Europa in cui più arretrata era l'evoluzione delle condizioni sociali, suoni come una grave smentita alle previsioni e ai sistemi del marxismo. Ciò ha dato occasione ad A. G. di scrivere sull'Avanti! del 22 dicembre un articolo che sostiene essere la rivoluzione russa una sconfitta del metodo del materialismo storico, e l'affermazione, per converso, di valori «idealistici». Dall'altro lato la Critica Sociale se l'è presa con quei rivoluzionari che applaudono a Lenin ed ai suoi seguaci, imputando gli unì e gli altri di «volontarismo», e… intimando alla rivoluzione russa di fermarsi, perché così vorrebbe quella caricatura del determinismo economico che è il riformismo, evoluzionista e borghese fino alle midolla. Ricordiamo anche le opportune rispettive confutazioni del compagno Belloni sull'Avanti! del 2 e 16 gennaio, e di Enrico Leone su Guerra di classe, salvo per quest'ultimo alcune riserve che sciogliamo in appresso.

Per nostro conto aggiungiamo pochi rilievi polemici.

Se anche si volesse limitare tutto il «comunismo critico», dottrina della emancipazione del proletariato che il proletariato stesso elabora di continuo e «rappresenta» nella storia, alle risultanze cui giungevano Marx ed Engels all'epoca del Manifesto, potremmo sempre ricordare che essi ritenevano possibile la rivoluzione comunista nella Germania del 1847, socialmente e politicamente quasi feudale ed ancora in attesa della rivoluzione borghese. Le condizioni tecniche dell'economia socialista, in quanto rappresenta stadio di sviluppo dei mezzi di produzione, esistevano dunque secondo il marxismo classico nell'Europa del 1848; mancavano gli svolgimenti politici delle energie di classe del proletariato che lo evolversi del capitalismo secondo i noti schemi doveva sempre più incitare. Perché dunque negare alla Russia del 1917 le condizioni tecnico-economiche della Germania del 1848, perché cavillare sulle condizioni politiche della conquista proletaria del potere, quando il successo ne prova all'evidenza la maturità?

Il Manifesto dice a note chiarissime - e la citazione è decisiva quanto elementare: «Sulla Germania rivolgono i comunisti specialmente la loro attenzione, poiché la Germania è alla vigilia di una rivoluzione borghese la quale si compie in condizioni di civiltà generale europea più avanzate e con un proletariato molto più sviluppato che non avessero l'Inghilterra del secolo XVII e la Francia del XVIII; per cui la rivoluzione borghese tedesca non può essere che l'immediato prologo di una rivoluzione proletaria.

«In una parola i comunisti appoggiano in generale ogni moto rivoluzionario contro le condizioni sociali e politiche esistenti.

«In tutti questi moti essi mettono avanti sempre la quistione della proprietà, abbia essa raggiunta una forma più o meno sviluppata come la quistione fondamentale del movimento».

Quello che per complesse ragioni non avvenne nella Germania del 1848, è invece avvenuto nella Russia del 1917. Non è dunque lecito dire che sia antimarxistico l'inizio della rivoluzione socialista proprio nel paese ove non si é ancora compiuta quella borghese.

 

II.

 

Ma il sistema del comunismo critico va naturalmente inteso colla integrazione della esperienza storica posteriore al Manifesto e a Marx, e magari in senso opposto a taluni atteggiamenti tattici di Marx ed Engels, risultati erronei.

Lo schema della colossale opera di Marx, rimasta purtroppo incompiuta, era originalmente questo: Capitale; proprietà fondiaria; salario; stato; commercio estero; mercato mondiale.

Gli ultimi stadi dell'indagine e dello svolgimento critico-storico conducono sulla soglia della grande conflagrazione del 1914. La catastrofe borghese che Marx vedeva imminente nel ripetersi delle crisi commerciali, è dilazionata dalla sapiente politica degli Stati borghesi e dalla estensione dei mercati. È la genesi dell'imperialismo militare, via fatale su cui la borghesia si è cacciata per sfuggire alla catastrofe della produzione capitalistica. L'analisi di questo grandioso svolgimento storico è compito collettivo del socialismo internazionale odierno, spettatore della immane tragedia bellica.

La soluzione che la guerra ha preparata è però non meno catastrofica di quella intravista da Marx e non meno contraria alle aberrazioni ottimiste, progressiste, evoluzioniste, del riformismo socialistico, dottrina preagonica della classe borghese, falsificazione sfacciata del comunismo critico, culminata nell'aborto del social-nazionalismo.

Vi fu chi all'inizio della guerra intuì questa riconferma data dai fatti alla tesi che la natura «fa salti» anche nel campo della storia, ma costui perdette poi la bussola della dialettica marxista e sragionò: La guerra mi dà ragione; io mi associo alla borghesia che fa la guerra. Mentre invece la soluzione cui conduce il marxismo è un'altra, è quella chiamata «disfattismo». La guerra è la «crisi», poiché compendia tragicamente il processo di immiserimento e sfruttamento delle classi lavoratrici, ed è l'occasione perché queste insorgano contro chi la guerra conduce; e tanto più probabile è il successo quanto più intransigente è stata la opposizione del movimento socialista alla politica guerresca della borghesia.

I riformisti hanno il diritto di condannare il «volontarismo» di chi ha compiuta quella tale capriola, ma la Critica Sociale farebbe meglio a non confondere il movimento di idee e di tendenze a cui si deve l'attuale atteggiamento del nostro partito con i casi di un mentecatto e di un venduto.

La tesi del graduale sviluppo della società borghese, senza scosse né urti, verso il collettivismo, è ormai talmente sepolta dai fatti, che è inutile tentare di vendicarsene diffamando l'avanzata rivoluzionaria del socialismo russo sulla fede di documenti che anche un bambino riconoscerebbe per apocrifi.

* * *

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Un altro punto singolarmente interessante, e su cui ci sono giunte poche e monche notizie, è lo scioglimento dell'Assemblea Costituente da parte del governo dei Commissari del Popolo. I riformisti protestano in nome della violata democrazia, sostenendo che la rivoluzione sociale deve essere un processo elettivo e maggioritario; ed il più curioso è che anche gli anarchici (vedi un articolo di Quand-même sull'Avvenire del 25 gennaio) si inquietano contro la dittatura «leninista» assumendo che il socialismo è un principio di libertà... È enorme che gli unì e gli altri inclinino a credere che la rivoluzione massimalista non sia una cosciente affermazione di classe del proletariato russo, ma la rivolta incomposta di soldatesche stanche della guerra, il predominio di una specie di dittatura militare.

Dal punto di vista del marxismo intransigente le cose appaiono invece molto chiare e limpide. I commissari del popolo detengono il potere per elezione e delegazione del Congresso dei Soviet, rappresentanza delle classi proletarie russe, che ne segue e controlla tutta l'azione. In nove mesi di assidua propaganda politica i Soviet sono stati guadagnati alle direttive massimaliste, e nella rivoluzione del novembre sono riusciti a conquistare il potere politico. Questo è passato nelle mani della classe proletaria socialista, che se ne serve per procedere all'attuazione del programma comunistico, alla soppressione cioè della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio. Questo processo non ha potuto non essere autoritario - donde le critiche libertarie.

La conquista del potere politico può essere il rapido risultato di una guerra di classe - che oggi in Russia non è ancora chiusa -, ma la effettiva trasformazione degli istituti sociali esige un lungo periodo di esercizio di una vera e propria dittatura di classe, che sopprima con la violenza gli ostacoli controrivoluzionari come con la violenza ha abbattuto le difese dell'antico potere. La trasformazione dell'economia borghese in quella comunista conduce - ed è qui il coronamento del grandioso edificio marxistico alla soppressione degli antagonismi di classe, alla vera eguaglianza, alla completa libertà sociale dell'individuo. Dal punto di vista del risultato finale la rivoluzione socialista è dunque fatta da una classe che è la maggioranza dell'umanità, nell'interesse dell'umanità tutta. Ma il processo della conquista rivoluzionaria del potere, e della conseguente espropriazione della borghesia, si svolge attraverso il continuo contrasto delle classi possidenti, ed anche di quella parte del proletariato non ancora convinta alla politica di classe.

È avvenuto in Russia che la classe lavoratrice era già riuscita a conquistare e a gestire il potere, mentre nell'Assemblea Costituente, convocata prima della rivoluzione massimalista, minacciavano di prevalere correnti scientemente o meno controrivoluzionarie. I riformisti avrebbero preteso che in nome della democrazia i Soviet abdicassero il potere, conquistato dal proletariato con sacrificio di sangue, alle manovre di corridoio di una caricatura del parlamentarismo occidentale.

E'innegabile che Marx ed Engels, pur essendo stati demolitori di tutta la ideologia democratica borghese, attribuivano ancora una importanza eccessiva alla democrazia, e credevano il suffragio universale fecondo di benefici che non erano ancora stati sfatati.

Ma il Manifesto parla chiaramente del «proletariato organizzato come classe dominante», di «dispotico intervento nel diritto di proprietà e nei rapporti di produzione borghesi», e descrive poi in modo lapidario come «nel corso dell'evoluzione» il dominio del proletariato condurrà all'abolizione di ogni potere politico, fino alla nuova associazione sociale in cui «il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti».

Lo svolgimento della rivoluzione in Russia sfata dunque l'illusione della pacifica rivoluzione democratica, e al tempo stesso smentisce nel modo più clamoroso gli schemi utopistici della rivoluzione a cui credono i sindacalisti e gli anarchici, supponendo che basti abbattere lo Stato, perché ad esso subentri d'incanto la nuova economia, basata sulla libera automatica «associazione dei produttori» e cessi la necessità di ogni «potere» e di ogni violenza.

Dire come Quand-même che il socialismo è un problema di libertà, per concludere nella indignata condanna delle fucilate e degli arresti di Pietrogrado, è fare della metafisica e dell'utopismo, mentre il socialismo, ignorando gli imperativi etici, è un problema storico di forze reali, è la dinamica dell'azione proletaria di classe, che non ha pregiudizi né feticci, ma tende con ogni mezzo alla vittoria di classe, alla conquista politica del potere, confortata dalla coscienza storica di preparare l'avvento, fosse anche dopo alcune generazioni, della società dei liberi e degli uguali.

* * *

 

Enrico Leone vuol vedere un principio sindacalista nella rivoluzione russa e negli organi proletari da essa creati; noi non condividiamo questa opinione. I Soviet hanno ben poco a vedere col sindacalismo - essi sono organismi politici e non sindacali; gli operai vi sono rappresentati con un criterio numerico ed indipendente dalla loro professione. Vi sono rappresentati anche i soldati, operai sottratti alla vita di salariati. Ed è d'altra parte indubitato che i sindacati di mestiere seguitano ad esistere indipendentemente e ad agire nel proprio campo, occupandosi dei rapporti di lavoro con i capitalisti non ancora espropriati, ma già sottoposti al controllo del potere politico operaio.

Gli schemi sindacalisti dell'emancipazione del proletariato e dell'assetto della società nuova sono quindi molto lontani dal rispecchiarsi nella realtà della situazione russa.

Ad altri rilievi suggestivi si prestano gli eventi di Russia per quanto riguarda l'applicazione dei criteri «democratici» di pace di cui tanto si parla: diritto ai popoli di disporre di se stessi: principio di nazionalità. A prima vista pare notevole che gli estremisti russi, partigiani «della sinistra di Zimmerwald», abbiano data incondizionata adesione a quei concetti alla Mazzini o alla Wilson, avanzati finché si vuole, ma sempre prettamente borghesi. Se ne è compiaciuto anche il Grido di Napoli, periodico repubblicano anticollaborazionista. Ma la concezione dei massimalisti russi risulta, a chi passi ad esame più attento, ben diversa, mentre la loro tattica è guidata dal proposito di porre in rilievo il criterio specificamente socialista che l'unica via per la genesi di un migliore assetto dell'Europa e del mondo è la impostazione della quistione sociale e la sua risoluzione mediante la lotta di classe. In alcune regioni della Russia le classi dominanti locali, allo scopo di difendere i loro privilegi sociali dalla avanzata rivoluzionaria delle masse, ricorsero ad un diversivo classico per le borghesie di recente formazione, cercando di raggiungere una solidarietà di classe col suscitare sentimenti autonomistici e separatistici. Dopo ottenuta l’indipendenza politica quelle regioni avrebbero potuto più facilmente organizzarsi sul piano del regime capitalistico, dilazionando l'emancipazione operaia. Dinanzi a questa situazione i massimalisti hanno adottata una linea di condotta non meno semplice, socialista e geniale di quella che è servita a rompere l'incantesimo della concordia nazionale tedesca; hanno cioè immediatamente concessa l'autonomia statale a quelle province, ma nello stesso tempo hanno continuata la loro propaganda per la lotta di classe e la solidarietà internazionale dei lavoratori al di sopra di tutte le barriere di razza e di lingua.

Così anche in Finlandia, in Ucraina, ecc., il proletariato, dopo aver constatato che l'autonomia nazionale non risolveva nessuna questione e non rappresentava alcun progresso, si è spinto alla conquista rivoluzionaria del potere collo stesso programma e metodo massimalista, ed è certo che dopo il rovesciamento delle borghesie locali una unione strettamente federativa nel comune dominio proletario dovrà realizzarsi in tutta l'antica Russia, nucleo augurale della Internazionale ventura.

 Sempre secondo il Manifesto - che citiamo spesso appunto perché la Critica Sociale ci accusa di abiurarlo! - «a misura che verrà tolto lo sfruttamento di un individuo sopra un altro, scomparirà lo sfruttamento di una nazione sopra le altre. Con lo sparire dei contrasti di classe all'interno spariranno del pari le ostilità internazionali».

Libertà dei popoli a disporre di se stessi non significa nulla, se non presuppone la conquista da parte del proletariato del diritto a disporre delle proprie energie produttive, sottraendole allo sfruttamento borghese. A Brest-Litowsk la tattica seguita dai negoziatori russi ha servito a dimostrare al mondo i tranelli che si nascondono sotto l'invocazione di quella formula da parte dei governi capitalistici il cui potere si fonda sulla oppressione di classe; come il contegno dei rivoluzionari russi di fronte all'Intesa ha servito a porre in rilievo che i problemi nazionali sono sempre tirati in ballo per annebbiare l'orizzonte politico e nascondere la cupidigia di dominio delle classi borghesi. Il superamento di tutto questo sistema di menzogne e di inganni sta nell'internazionalismo di classe, e nel trionfo della classe lavoratrice in tutto il mondo.

Le notizie che - malgrado tutto - giungono dalla Russia, sono come fasci di chiarissima luce nelle tenebre più profonde. Ma le retine dei borghesi non sono sensibili a quei raggi. I socialisti d'ogni angolo del mondo, che non hanno disperato e abiurato, ma hanno tenuto testa alla bufera senza dubitare della grandiosa potenza di verità contenuta nella critica e nella previsione socialista, che hanno saputo lottare e attendere, vedono invece oggi con gioia indicibile salire i bagliori orientali di questa radiosa aurora.

I filistei, i pretesi seppellitori del socialismo, i sapienti difensori d’ufficio dell'ordine costituito, sentono la terra tremare sotto i loro piedi poiché dalla libera Russia le vittoriose avanguardie del proletariato proclamano: La Rivoluzione Sociale Internazionale è all'ordine del giorno della Storia.

 

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