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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Sabato, 23 Giugno 2018

Preparate il canguro (Battaglia Comunista, n°10, 1951)

 

 
IERI
 
Principe e maestro dei filotempisti, Lenin in ripetuti e pazienti scritti di propaganda ripresenta e ripete «schemi cronologici» in cui si compendia il marxismo, e si batte contro le degenerazioni e deformazioni innumerevoli, incurante dello sprezzo dei «superatori», che ad ogni passo s'incontrano.
 
Il filotempista di tutte le generazioni (da quando viene inserito nella milizia, che si batte per quei semplici e per semplicismo diffamati schemi storici, acquisiti in poche diecine di righe dei testi classici ), non si scuote dinanzi ai bombardamenti di cultura ed erudizione, di informazione e di aggiornamento, sotto cui si vuole seppellirlo. Da più di cento anni egli «sa tutto» sulla moderna «civiltà», benché questa non faccia passare un giorno senza allineare novità, senza esibire qualche fregnaccia e qualche schifezza di più.
 
Ci siamo dati da fare per ruminare e far ruminare i più importanti di questi schemi filotempisti, cui nessuna suggestione di mode e di voghe ci fa rinunziare. Lenin nei suoi innumeri scritti di propagandista ce li ricorda ad ogni passo, come dicevamo. Egli lascia che i «revisionisti si mettano a rimorchio della scienza professionale», che «i professori ripetano le banalità pretesche contro il materialismo, mille volte rimasticate, e i revisionisti sorridano con compiacenza, borbottando parola per parola, secondo l'ultimo Handbuch (oggi diremmo l'ultimo Digest ); che esso è stato da un pezzo confutato ».
 
Dotati di solido stomaco, i marxisti hanno da tempo digerito quel che occorreva, e se ne fregano dei fascicoli di Selezione dalle ultime mestruazioni borghesi. Uno schema ce lo pappammo nel 1859, invece di andare a Curtatone, nella prefazione alla «Critica dell'Economia politica»; ed eravamo in prima liceale. Dopo aver bene stabilito che non si può giudicare un uomo dall'idea che ha di sé stesso, né un'epoca dalla coscienza che ha di sé stessa, ma si deve spiegare l'una e l'altra faccenda con le influenze della vita materiale; viene lo schema: «A grandi tratti, possono considerarsi come epoche progressive della formazione economica sociale le forme di produzione: asiatica (fino al VI secolo avanti Cristo) - antica classica (dal VI avanti Cristo al V dopo) - feudale (dal VI al XVI) - moderna borghese (dal XVII al XX, pare che basti)». Beninteso i secoli Marx, in questo passo qui, non ce li mette, e siamo noi che ci siamo presi il permesso di filotemparli; s'intende con riferimento all'organizzazione più progredita sulla Terra, che se ne passeggia da Menfi a Babilonia, ad Atene, a Roma, ad Aquisgrana, a Londra, e via via.
 
Engels ci fornisce uno schema ancora più generale: stato selvaggio - barbarie - civiltà. Lo espone nel 1884, eseguendo un «lascito» di Marx stesso, nella «Origine della Famiglia della Proprietà privata e dello Stato», che Lenin tanto amava e chiamò l'opera più popolare di Engels. Nello stato selvaggio l'uomo vive raccogliendo quanto la natura gli offre, e piano piano diviene pescatore e cacciatore con primitive armi. Nella barbarie comincia ad usare il fuoco; appare la ceramica, poi la pastorizia, e si afferma una prima divisione generale del lavoro tra artigianato e armentizia. Siamo sulle soglie della «civiltà»: l'agricoltura stabile, il commercio, la moneta divengono fatti predominanti; la società si divide in classi; appare lo Stato. Questo stadio storico viene sezionato a sua volta in tre tempi di servaggio: schiavismo; servitù della gleba; salariato. Per il marxismo si ha una eguaglianza: civiltà = servitù! Ed oggi, in uno dei tanti ricorsi mensili prodotti dalla infecondità di una società decrepita, cui la violenza rivoluzionaria non riesce ancora a strappare dall'utero la società nuova, una rilettura del marxismo ci viene porta, con guanti di Parigi, nell'antitesi: Socialismo o barbarie! Ma il socialismo è una rivincita dialettica e rivoluzionaria della barbarie! Una rivincita del comunismo e della fraternità delle prime gentes; e sgombrerà il campo da quei civili portati che furono l'appropriazione economica e la dominazione politica!
 
Questo giudizio sulla civiltà non solo non è un nostro paradosso 1951, ma lo stesso Engels tiene a farlo collimare con quello dello scienziato americano Morgan, che lasciò scritto: monogamia e proprietà fondiaria sono le caratteristiche principali della civiltà; la civiltà è «una guerra tra ricchi e poveri». Ed il giudizio proprio di Engels e Marx (che andrebbe riportato per intere pagine) sta in queste parole finali dell'opera: «La civiltà ha compiuto cose che l'antica società delle gentes (gli stalinisti editori traducono male società gentilizia; il vocabolo conduce a confondere con i regimi aristocratici dell'epoca feudale, tanto più recente, e classificata tra quelle civili) non era in grado di compiere; ma le ha compiute mettendo in moto e sviluppando, a spese di tutte le altre loro disposizioni, le passioni e gli istinti più sordidi degli uomini. La cupidigia mera e cruda fu lo spirito motore della civiltà dal suo primo giorno ad oggi; ricchezza, e sempre ricchezza, ma ricchezza non della società, bensì di questo singolo, miserabile individuo, fu l'unico fine che decidesse»... «La base della civiltà è lo sfruttamento di una classe da parte di un'altra »... «Tra i barbari la differenza tra i diritti e doveri quasi non esisteva... la civiltà è ciò che assegna ad una classe tutti i diritti e all'altra tutti i doveri».
 
La nostra alternativa non è «Socialisme ou Barbarie ». Per chi ha nelle vene una goccia di dialettica rivoluzionaria essa è invece: Civiltà o Socialismo! Seguendo la successione magnifica degli schemi (quelli che in un secolo non hanno saputo smaltirli, vorrebbero sorpassarli tutte le settimane!) non avremo bisogno di ricordare quello leninista su cui tanto abbiamo battuto: guerre di sistemazione nazionale 1789-1871; guerre di rapina imperialista dal 1871 in poi.
 
In altro schema Lenin condensa lo svolgimento storico del movimento marxista in una sintesi stringata. Formulata la prima volta in modo organico nel 1848, la dottrina marxista fino al 1871 non è seguita che da una piccola parte del movimento operaio, permeato ancora dalle forme premarxistiche. Il periodo è burrascoso per il completarsi delle rivoluzioni borghesi: in esso i socialismi premarxisti decadono e muoiono, e si delinea in tutta evidenza l'antagonismo di classe tra capitalisti e proletari. Nel periodo «pacifico» 1872-1904 vi è assenza di movimenti rivoluzionari, il socialismo marxista guadagna in estensione e sorgono i grandi partiti europei. Secondo Lenin, (che scrive questa traccia nel 1913), colla Rivoluzione Russa del 1905, e col divenire imperialista del capitalismo, si apre un terzo periodo di guerre e rivoluzioni, in cui il marxismo rivoluzionario deve guidare la lotta diretta del proletariato. Per Lenin in questo periodo è piena di significato la scesa in lotta delle masse asiatiche, e lo scoppio di rivoluzioni antifeudali come quelle di Cina, Turchia e Persia, che egli prevede non potranno essere chiuse in forme borghesi.
 
Durante tutti questi periodi il marxismo lotta nello stesso tempo contro dottrine e movimenti avversari e deviatori. È pienamente leninistico l'altro «chiodo» di noi sinistri che, per bene definire il metodo rivoluzionario, occorre mettere di volta in volta bene a fuoco le differenze con le correnti che sembrano a prima vista «affini», anziché andare alla ricerca incessante di alleati e di blocchi. Eccoci l'altra seriazione di Lenin: 1840-'45: i marxisti lottano contro i residui di idealismo hegeliano, specie in Germania. 1845-'50: lottano in Francia contro il proudhonismo, che tende ad una concezione borghese e conservatrice delle rivendicazioni operaie. 1850-'60: liquidano il quarantottismo, ossia la congerie di ideologie democratiche ed umanitarie che vogliono aggiogare il movimento operaio a fini piccolo-borghesi. 1860-'70: lottano contro le concezioni anarchiche e libertarie che deviano i lavoratori dal problema del potere politico e della dittatura. 1870-'80: lavorando alla formazione dei grandi partiti, lottano contro errori teorici come in Dühring, tattici come in Lassalle. 1890-1900: lottano contro le correnti revisioniste (Bernstein) che credono definitivo il periodo idilliaco e pacifico, e vogliono rendere graduale la conquista del socialismo gettando via la visione della «catastrofe». Questa rassegna Lenin la fa nel 1908. Ma la si può continuare. 1900-1910: la lotta continua contro i revisionisti che in Russia, malgrado la persistenza dello zarismo, vorrebbero fare gettito del metodo rivoluzionario; nei paesi latini svolgono nel sindacalismo soreliano un altro «economismo» egualmente vuoto. 1910-'20: Lenin stesso è a capo della gran lotta contro il socialsciovinismo e il rinnegamento della lotta di classe in tempo di guerra. 1920-'25: si conduce a fondo la lotta teorica politica ed organizzativa contro il socialdemocratismo legalitario. Lenin muore nel pieno del lavoro a quella che, nel 1915, aveva preveduta come «rinascita del socialismo rivoluzionario, intransigente, insurrezionale» avendo considerata «la lotta contro il revisionismo come il preludio delle grandi battaglie rivoluzionarie, contro tutte le debolezze ed i tentennamenti degli elementi piccolo borghesi».
 
A questo punto, quando si è visto dal 1925 al 1950 il movimento della Terza Internazionale, costituita da Lenin con questo bagaglio, adottare una per una, pure ostentando una falsa ortodossia dottrinale, tutte le posizioni deviatrici quarantottesche, proudhoniane, socialnazionali, socialpacifistiche, collaborazionistiche, e usare come metodo tattico e come bandiera di agitazione una politica democratica, transigente, costituzionalistica, patriottica, si impone la scelta tra due conclusioni. O tutti i nostri schemi vanno gettati via e proclamato l'insuccesso del titanico sforzo marxista per scoprire le leggi essenziali dello svolgersi storico, ricadendo in un avveduto e prudenziale empirismo politico come quello dei tanti vaghi filoperaismi socialoidi contro cui si era disperatamente lottato, e che alla morte di Lenin credevamo avere messo a terra per sempre; ovvero il periodo di questi 25 anni va segnato come quello della più grave degenerazione marxista, contro la reazione di pochi e deboli gruppi. Ed un periodo ulteriore deve essere atteso come quello che ricostruirà il movimento classista, contro la prassi di collaborazioni politiche tra capitalisti e movimenti proletari, sul piano nazionale e su quello mondiale.
 
Tutta la costruzione condotta sulle linee di Marx e di Lenin va considerata crollata, ovvero tutto quanto il movimento già comunista ha svolto dal 1925 in poi va ripudiato come il più rovinoso dei revisionismi. Aut-aut. Non si saprebbe considerare ed accettare come una «sopraelevazione» uno schema storico, che dai tanti scrittori stalinisti non vediamo nemmeno tentato, di questo genere: 1925-1940; epoca di «controrivoluzioni» con cui, mentre i dati tecnici ed economici capitalistici non regrediscono ma avanzano nello stesso senso superindustriale e superimperiale, si stabiliscono poteri che minacciano negli istituti liberali un comune patrimonio di proletari, classi popolari e borghesi... onesti. 1940-'45: Seconda Guerra Mondiale, che non ha i caratteri delle serie imperialiste di Lenin, ma ripiglia quelli quarantotteschi e di liberazione nazionale. 1945-'50: da parte proletaria si aspirava dopo la liberazione a liquidare la lotta civile interna e la lotta militare mondiale tra forze capitaliste e proletarie in un lungo periodo di emulazione pacifica: ma alcuni gruppi capitalistici riprendono l'offensiva e l'aggressione...
 
Ma tutto questo è la catena della storia ridotta a tanti anelli spezzati e contorti! Tutto questo non regge! Occorrerebbe ricadere in una disperazione simile a quella degli anarchici e nichilisti descritta dopo il 1905 russo. Avevano ragione i nostri contraddittori e noi ripieghiamo scornati dalle posizioni difese fin dal 1848? Dicevano: la storia non ne ha, di spina dorsale; vana opera teorica e pratica è seguire attraverso una via di partito... Di quando in quando uno schiavo sanguinosamente sferzato getterà un grido da belva e colpirà l'aguzzino, sarà eliminato in un modo o nell'altro, ma le cose andranno sempre così . No, non avevano ragione.
 
 
OGGI
 
Il dialogo Mac Arthur-Truman mette il mondo capitalista a rumore. Ma i suoi insegnamenti non dovrebbero stupire i marxisti; sono di una tremenda chiarezza. Le considerazioni tecnico-militari del generale richiamato indietro sono ovvie: senza avere nemmeno un foglio delle sue nove casse di documenti vi accennavamo, nei Fili, prima del dicembre. La prevalenza americana in estremo oriente è palese; assurdo il progetto attribuito ai russi di attaccare lì, agli estremi dell'unico binario della transiberiana. Questo non basta che ad alimentare il rifornimento di guarnigioni di pace: i nord-coreani hanno avuto più rifornimenti inglesi da Hong Kong, che russi dalla Siberia: perché no, aggiungiamo, americani? Occorrerebbe ai russi una grande marina mercantile e da guerra; non l'hanno, gli inglesi hanno vegliato da un secolo perché non l'avessero e non la possono improvvisare. Aviazione e sottomarini sì, ha riflettuto il generale interrogato, ma in funzione (ha fatto capire) difensiva, insufficienti ad una aggressione mondiale.
 
In sostanza Mac Arthur svela senza troppe storie che ha una comune politica con Truman e tutto l'imperialismo statunitense: conquistare la Cina. Occorre tenere il Giappone e Formosa saldamente. La Cina non sarà sorretta dalla Russia, il problema è il metodo per domarla e controllarla: militare o economico? Mac Arthur in sostanza ritiene più conveniente un certo grado di aggressione a cannonate, gli altri pensano che bastino i dollari. Per una via o per l'altra, si tratta di avere Mao. Vecchia storia, a noi italiani l'applicò Churchill: il bastone e la carota. Ogni italiano ha avuto un colpo di bastone in quanto fascista, una fetta di carota in quanto antifascista.
 
Lenin nel discutere con i socialpatrioti parte dal detto di Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica. Mac Arthur ha alzato le spalle quando gli hanno posto il problema della aggressione russa in Europa. Faranno, come me, i loro calcoli tecnici, ha detto. Non si possono fare sulle intenzioni che ipotesi senza senso. Il militare sa che nella storia gioca il determinismo. Come i generali russi, Mac Arthur ha detto quali misure occorrono per le ipotesi, di cui nessuna è dato escludere; ma ha dichiarato, come dichiarano i russi, di essere per la abolizione e lo scongiuramento della guerra perché essa «è la fine della civiltà».
 
Il «proconsole», il «criminale di guerra», gratta un poco, si rivela un «partigiano della pace». Lo sapevamo bene noi, che ci commoviamo per la «pace» tanto poco quanto per la «civiltà», tesori sul cui bene vegliano i Mac Arthur e Rokossowsky. Non è la Russia come popolo ed esercito il nostro nemico, ha detto Mac Arthur ai senatori, ed ha ripetuto una frase di Truman: il nostro nemico è il comunismo in generale. E lo dobbiamo combattere in tutti i luoghi. Come dunque in Russia, le divisioni e le atomiche americane sono pronte a combattere contro il comunismo dovunque ; in Europa, in America. Grazie alla durezza e chiarezza del generale, eccoci ben ritornati alla posizione classista.
 
Dall'altra parte non si risponde a Mac Arthur e a Truman: il nostro nemico non è il popolo o l'esercito americano; il nostro nemico è il capitalismo in ogni luogo. Si dice, dall'altra parte, che si è disposti a rispettare il capitalismo in tutti i luoghi, e si vuole la pace duratura, riservando il comunismo alla Russia. Una tale enunciazione, che sarebbe, se rispondesse alla situazione reale, la morte del «classismo», si spiega solo in quanto viene da forze e da organismi che non rispecchiano né il proletariato né il comunismo.
 
Ma il classismo non si lascia cacciare dalla storia, anche se parla dialetticamente dalla bocca del generale imperialista, non più da quella dei marescialli sovietici. Lenin aveva scritto testualmente. «Lo stato d'animo delle masse a favore della pace esprime un principio di protesta, di indignazione, e di coscienza del carattere reazionario della guerra. Sfruttare questo stato d'animo è dovere di tutti i socialisti. Essi prenderanno vivissima parte a tutti i movimenti e a tutte le dimostrazioni su questo terreno. Ma non inganneranno il popolo ammettendo che, senza movimento rivoluzionario, sia possibile la pace senza annessioni, senza oppressione di nazioni, senza rapina, senza germi di nuove guerre tra i governi attuali, fra le classi attualmente dominanti. Un simile inganno favorirebbe la diplomazia segreta dei governi belligeranti e i loro piani controrivoluzionari. Chi vuole la pace duratura deve essere per la guerra civile contro i governi e contro la borghesia».
 
Lo scioglimento quindi del tremendo periodo storico aperto dalla Rivoluzione Russa del 1905, e dalla Prima Guerra Mondiale imperialista del 1914, non si farà senza che lo scontro delle classi, visto da Marx e da Lenin, non venga a grandeggiare più delle imprese degli Stati Maggiori militari; e non darà luogo a periodi pacifici, popolari e progressivi, prima che tale conflitto sociale abbia ripreso il primo piano sulla scena della storia.
 
Lo stesso proconsole dell'imperialismo in Oriente lo ha sentito, e ha posto la sua candidatura e quella dei suoi consimili non ad essere capo di un'impresa nazionale, che ha voluto deprecare, sì bene ad essere capo di una guerra di classe: il comunismo, ecco il nemico . Nel 1913 Lenin chiudeva lo scritto cui abbiamo ricorso dicendo: «non disperazione ma coraggio bisogna attingere dal fatto che 800 milioni di asiatici sono stati trascinati nella lotta per gli stessi scopi europei. Dopo l'esperienza dell'Europa e dell'Asia (e questa esperienza il tecnico di guerra ha portata nella sala del congresso borghese di Washington!) chi parla di una politica non classista, e di un socialismo non classista, merita semplicemente di essere esposto in una gabbia insieme ad un canguro australiano».
 
Il titolo che abbiamo posto a questo filo non era dunque, nemmeno quello, una nostra elucubrazione. Da quando «il periodo pacifico del 1872-1904 appartiene ad un passato scomparso per sempre» le proposte di alleanza e di collaborazione interclassista, perfino di governi pacifisti interclassisti, sono prodotti di decomposizione del marxismo-leninismo assai più assurdi ed indegni di quelle di allora. In questo secondo mezzo secolo che si apre, la gabbia col canguro si pone all'ordine del giorno della storia.
 
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