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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Sabato, 17 Novembre 2018

Far investire gli ignudi( Battaglia Comunista, n°6, 1950)

Crisi, miseria, disoccupazione. Colpa del governo, che ha a sua disposizione una ricetta tanto semplice e non la vuole applicare: l'investimento. Qui, tutta la politica e l'economia politica dei formidabili partiti che in Italia «rappresentano le classi operaie».

 

Investi, governo ladro! Ma quale governo? Quello che essi stessi hanno portato al potere nell'orgia antifascista e nel tripudio di benvenuto alle armate occidentali. E perché tal governo non vorrebbe investire? Semplice: per far piacere alle classi proletarie e monopolistiche! E come si può dare a tali classi il dispiacere di un investimento su larga scala, di una aumentata produttività e ricchezza nazionale? Ancora più semplice: votando contro i democristiani e mandando al governo socialisti dell'Avanti! e comunisti dell'Unità.

 

Le classi dominanti italiane e i loro signori di oltre frontiera possono sul serio gioire, se la preparazione politica della classe proletaria si è disciolta nel basso bigottismo e nella vieta superstizione che da quei partiti e giornali viene diffusa. Addosso a chi si permetta di dubitare che azione operaia e socialismo non consistano nelle consegne di costoro: Democrazia! Popolo! Unità! Pace! Produzione! Investimento di capitale! 

IERI

 

Investimento... chi era costui? Ne avevamo sentito parlare ai tempi in cui i partiti non erano tanto grandi e potenti, ovvero si tratta di una novità in esclusiva, come resistenzialismo o la samba? Si investe quando si trasforma danaro in capitale. Nel roseo mondo borghese chi ha ricchezza di troppo, chi ha accumulato tanto denaro che non riesce a consumarlo, per formidabile che sia il suo appetito e la sua capacità di assoldare mammiferi di lusso pagandosi l'uso di quelle «forze di lavoro le quali non possono essere impiegate affatto, oppure soltanto in prestazioni personali mercenarie, spesso anche infami», che fa? Investe!

 

Compra macchine, compra uno stabilimento, compra materie prime, compra forze di lavoro operaie adoperabili e produttive, vende i nuovi prodotti, realizza altri profitti, forma altro capitale, che investirà ulteriormente. Passa con ciò dalla bolgia dei peccatori al rango dei benemeriti della società e della produzione nazionale. Non sapevamo tuttavia che ricevesse un diploma dalla confederazione del lavoro. Nella nostra semplicità di un tempo arrivavamo a capire questo: sei troppo ricco? investi. Oggi insegnano nelle università economiche, di cui Magnifico Rettore è Di Vittorio: sei troppo povero? Non guadagni nulla? Investi, pezzo di fesso.

 

Abbiamo già cominciato a virgolare parole di don Carlo; seguitiamo a spigolare quel capitolino sulla trasformazione del plusvalore in capitale. Più su delle classi elementari non ci fu dato di andare, signor Rettore. «In precedenza, si è dovuto considerare come il plusvalore nasce dal capitale; ora bisogna considerare come il capitale nasce dal plusvalore». Quando invece di consumare il plusvalore nell'appagamento dei propri bisogni, lo si investe come capitale, si forma un nuovo capitale che si aggiunge all'antico. «Dire impiego del plusvalore come capitale, ossia riconversione del plusvalore in capitale, è dire accumulazione del capitale».

 

Investimento vale accumulazione, dunque. Accumulazione, accumulazione, ci siamo, sempre con queste scoperte di Marx, oggi che disponiamo dell'alta scuola confederale! Timidamente proviamo a scusarci con i grossi calibri dell'economia divittoriesca: scusate professò ma stammatina me sento un pochettino bass'e voce... Non era nemmeno una scoperta di don Carlo, che cita il suo cordiale nemico Malthus - Definitions in Political Economy. London 1827 (puah...)-: Accumulazione del capitale: impiego di una parte del reddito come capitale... Conversione di reddito in capitale.

 

Investire significa dunque aggiungere alla facoltà che hanno i borghesi di un paese di sfruttare la classe operaia, una ulteriore facoltà di farlo. Marx nelle pagine cui ci riferiamo imposta il trapasso, seguito dalle storiche polemiche sull'accumulazione e circolazione generale dei capitali, tra il guadagno in un certo ciclo di produzione capitalistica, e la organizzazione di un ciclo ulteriore e allargato. Dalla vendita dei suoi prodotti sul mercato il capitalista ha ricavato un margine, oltre quanto aveva anticipato in macchine e materie da un lato, e in salari dall'altro. Tale margine, il plusvalore, sta nel suo pugno prima come parte di prodotti, poi come danaro ricavato in più. Per farne nuovo capitale produttivo bisogna che sul mercato si possa trasformarlo in mezzi di produzione: operai salariabili, sussistenze per gli stessi, macchine e materie prime; bisogna che il mercato assorba i nuovi prodotti.

 

Mussolini pretendeva di avere il tutto tra il Carnaro e il Lilibeo; Di Vittorio non dispone che di un solo elemento: due milioni di disoccupati. Del grande problema del «quadro economico» capitalistico che abbraccia tutto il mondo moderno, ci bastano qui i dati fondamentali. Tutti gli scambi del complesso ciclo rispettano le leggi della equa circolazione mercantile, e tuttavia tutto il capitale nella sua massa vi si genera come lavoro rubato.

 

La campagna per l'accumulazione e l'investimento è campagna per lo sfruttamento del lavoratore. Di qui non si scappa (neanche con una laurea di quella tal facoltà). «Se il capitale addizionale occupa il suo stesso produttore, bisogna che questi, primo, continui a valorizzare il capitale originario e, secondo, riacquisti il frutto del suo lavoro precedente con più lavoro di quanto sia costato. Considerata come transazione fra la classe dei capitalisti e la classe degli operai, la cosa non cambia per nulla se, col lavoro non retribuito degli operai finora occupati, si impiegano operai addizionali. Il capitalista può anche convertire il capitale addizionale in una macchina che getterà sul lastrico il produttore del capitale addizionale e lo sostituirà con un paio di fanciulli».

 

Marx applica qui la teoria del plusvalore a svelare l'inganno della scuola economica borghese, secondo cui il capitalista «investendo» compie una funzione sociale utile poiché, secondo la espressione volgare, dà da mangiare ad altri lavoratori senza impiego.

 

«La proprietà di lavoro passato non retribuito appare ora come l'unica condizione dell'appropriazione presente di lavoro vivo non retribuito in misura sempre crescente. Più il capitalista accumula, più è in grado di accumulare».

 

La confutazione delle teorie degli economisti del capitale sulla «astinenza» e sul «fondo salari» si possono bene leggere oggi come confutazione dei piani produttivisti degli organizzatori (!!) operai di oggi, anno giubilare 1950.

 

Smith e Ricardo vollero far credere che tutta la parte del reddito che il capitalista si «astiene» dal consumare di persona, e che «aggiunge al capitale», ossia che investe, viene consumata da lavoratori produttivi, ossia viene tutta trasformata in salari. Il capitalista, quelli argomentano, che accumula investendo tutto quel che guadagna - facendo una vita austera, oggi si direbbe alla Cripps - compra materie prime e sussistenze che hanno dovuto essere prodotte da altri operai e quindi tutto il suo profitto alla fine del giro è divenuto reddito di operai. Marx distrugge questo sofisma dalle radici. Col guadagno investito non si compra che in parte forza di lavoro, il resto è maggiore capitale costante, stabilimenti officine macchine e materie da lavorare, che non entrano nel consumo degli operai né del capitalista, benvero aumentano la dotazione, il privilegio e la forza di dominio della classe capitalistica, che ne ha il monopolio.

 

«Del resto, si capisce da sé che l'economia politica non si sia peritata di sfruttare nell'interesse della classe capitalistica la tesi di A. Smith che l'intera parte del prodotto netto convertita in capitale viene consumata dalla classe lavoratrice».

 

E si capisce facilmente perché la Confederazione trova i professori. Marx dice di più. Nel corso dell'accumulazione il capitale costante si rinnova in nuove forme tecniche più progredite, con maggior impiego di forza motrice e rendimento di processi industriali. Cresce la massa del capitale, cresce quella del plusvalore, ma a dati svolti l'impiego di personale può non crescere, e diminuire, poiché la quota del capitale variabile diminuisce rispetto a quella del moderno capitale costante, formato da impianti e stocks formidabili di materiali.

 

Investire vuol dire in tutti i casi crescere la potenza di classe del capitale. Ma non in tutti i casi vuol dire sicuramente crescere l'impiego di manodopera e lottare contro la disoccupazione. Questo è uno degli aspetti delle crisi economiche e dei loro ritorni; si lotta contro di essa preparando la gestione sociale del capitale accumulato dai borghesi non al fine di «dare più lavoro» ma a quello di imporre sempre meno lavoro per ottenere maggiori consumi, per il qual fine deve cadere il sistema del salariato, con la caduta del potere capitalistico. 

OGGI

 

Il «piano confederale» non vuole soltanto cotringere gli industriali italiani a consumare di meno e a vivere francescanamente, per ottenere che con una parte del loro reddito padronale aprano nuove aziende di loro proprietà. Oh, vi è ben altro. Non si arriverebbe che in un tempo molto lungo ad investire i tremila miliardi progettati. Si vuole trarre finanziamento da altre fonti. Tra queste sono i risparmi che i piccoli depositanti hanno nelle casse statali o nei conti delle banche; non si esclude di spendere rendendola così liquida la riserva della Banca d'Italia in oro e monete pregiate; ed infine si accettano senza esitazione i ben noti dollari ERP e Marshall. È il vero caso del tutto fa brodo, e qui siamo nel campo dell'economia trascendentale: stiamo a Marx e allo stesso Ricardo come il jazzband sta a Beethoven.

 

Non è a temersi l’inflazione della lira poiché, meglio dell'oro, garantiranno la valuta i valori nazionali dati da nuovi impianti generali e produttivi e il gettito della potenziata industria! Pura teoria Hitler-Schacht, autentico Nationalsozialismus, riforma monetaria della renten-lira. E che diversa teoria si segue in Russia colla rivalutazione del rublo? Laggiù però, conveniamone, non si tratta di marionette: l'oro se del caso, e in ogni altro caso il ferro e il carbone, stanno in riserva sotto terra, nonché l'uranio. Anche per la Germania era una cosa seria. Stringete in un solido organismo sociale e politico la forza dei borghesi, e per gli scambi fra loro non occorrerà più la liberista garanzia della moneta permutabile in metallo, ma basteranno gli ordini del centro.

 

Comunque, la finanza così mobilitata non può per la massima parte che trovare all'estero i mercati su cui acquistare tutto quanto occorre, meno il lavoro. E all'estero, se accetteranno quelle riserve auree, non calcoleranno per nulla tutta l'altra ricchezza apparente e fittizia data da risparmi e depositi, la quale, appunto per le stesse ragioni, nulla significa quando la macchina generale è scassata, ma soltanto dice che gli affamati hanno impegni reciproci tra loro da mantenere con una «astinenza» sul loro depresso tenore di vita; e quindi in questo paese di cuccagna sono austeri i disgraziati e i lavoratori, mentre consumano a occhi chiusi i padroni e il loro vasto, complesso servidorame.

 

Gli industriali nostrani tempestano da anni per acquistare all'estero nuovi macchinari, perché i loro, tecnicamente superati, non rendono abbastanza. Questa è una buona balla per rosicchiare sui fondi collettivi nazionali ed esteri. Come va che in Germania non si sono costruite nuove macchine, ma distrutte parte delle esistenti, e la produzione aumenta? Comunque, avranno i soldi del piano confederale: se la storia del rinnovo degli impianti è falsa, saranno soldi buttati; se è vera verranno macchine più efficienti. Macchine e impianti di più alta resa importano meno operai adoperati a pari prodotto, e il miraggio bagolone del «pieno impiego» sarà lo stesso svanito. E i tremila miliardi urgono, a sentir le cattedre ambulanti di scienze economiche, per dare immediata occupazione a novecentomila lavoratori, ossia per assicurare un gettito annuo in salari di oltre duecento miliardi a dir poco, pur non avendo assorbito metà dei disoccupati attuali...

 

Ma lasciamo la discussione sul piano generale della economia italiana, che al più si potrebbe impiantare in contrasto a Sturzo o Tremelloni. Fermiamoci sul fatto storicamente rilevante che il soggetto di tutte queste proposte pianificatrici, rivolte allo Stato italiano borghese, costituzionale, alleato del Vaticano e delle grandi potenze capitalistiche, è il sindacato operaio. Anche i tradimenti formano storia.

 

 Nella corsa del capitale alla accumulazione la classe borghese ha sempre premuto su due leve: la propria astinenza dal consumo improduttivo, di cui con Marx sappiamo che pensare («Se il mondo sta ancora in piedi, è solo grazie all'automortificazione di quel moderno penitente di Visnù, che il capitalista sarebbe!») e l'astinenza della classe operaia, ossia la bassa remunerazione del lavoro. Questa seconda strada è stata tagliata dal diffondersi in tutto il mondo delle organizzazioni economiche dei lavoratori salariati. I marxisti rivoluzionari sanno che l'accumulazione è la condizione base per la rivoluzione socialista, sanno che il capitalista «Fanatico della valorizzazione del valore, egli non ha scrupoli nel pungolare l'umanità a produrre per amore del produrre, e quindi allo sviluppo delle forze produttive sociali e alla creazione delle condizioni materiali della produzione che sole possono costituire la base reale di una forma di società superiore, il cui principio fondamentale sia il pieno e libero sviluppo di ogni individuo».

 

Nello stesso tempo e allo stesso fine rivoluzionario mai sottaciuto, Marx ed i marxisti hanno seguito con tutte le loro forze le lotte sindacali per le più alte remunerazioni e l'elevamento del salario. Ma più alti salari vuol dire minor plusvalore, minor profitto, minor possibile investimento di nuovo capitale.

 

Il marxismo non può essere in settori separati sola economia e sola politica e mentre vede i capitalisti costruire, accumulando, le condizioni della loro rovina, vede i lavoratori costruire, associandosi, quelle della loro forza di classe e della loro vittoria. Tutta la gloriosa lotta dei sindacati in tutto il mondo, spiegabile solo in quanto è e diviene una base della lotta squisitamente politica, non ha avuto, non può avere e non ha, anche quando si tratti perdio di un Rigola di ieri e perfino di un Lewis di oggi, che il significato di una spinta in senso frontalmente contrario alla frenetica corsa dei borghesi per fomentare sulla fame dei lavoratori la massa dei loro investimenti.

 

Se il sindacato è battuto e lo sciopero spezzato, i salari sono bassi e il capitale profitta e investe. Ma quando il sindacato vince, allo sciopero arride il successo, e i salari salgono, allora l'alterigia del capitale vede depresso il margine e l'investimento rincula. Nella battaglia vinta o perduta lavoratori impiegati e disoccupati sono stati fianco a fianco, hanno capito che vero campo di essa non è la fabbrica ma la piazza, il paese, il mondo, vero obiettivo di essa è il potere politico, per il socialismo. Hanno imparato che la riserva sociale nella produzione moderna deve ingigantire, ma il privilegio su di essa della borghese banda di predatori deve al tempo stesso venire combattuto e stritolato.

 

La lotta è per una economia in cui non vi saranno più investimenti e redditi, ma solo organizzazione sociale del lavoro e del consumo; è contro l’economia di oggi, in cui solo i professori dalla faccia tagliata parlano di reddito di lavoro e di investimento produttivo, mentre ogni investimento ha per scopo non la produzione ma lo sfruttamento, ed ogni reddito è incameramento di lavoro altrui rubato. I lavoratori non hanno reddito, impiegati o meno. Il sindacato operaio è il nemico e il sabotatore dell'investimento borghese.

 

Eppure non sono i sindacati retti da preti o massoni, ma quelli che si pretendono rossi e classisti a leggere alla rovescia i testi del sindacalismo, fosse anche quello non marxista di Sorel, magari di Cabrini. Dove leggono questi signori? Citiamo anche per essi. «Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale: i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei singoli e nella potenza nazionale». «Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà tra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

 

Siamo al sindacato organo legalmente riconosciuto dallo Stato borghese; siamo, se non si è capito, al testo della fascista Carta del lavoro. Nel nostro linguaggio marxista siamo a questo punto: sulle orme di Mussolini, e sulla eterna via del tradimento, hanno fatto del sindacato operaio uno dei fattori dell'accumulazione del capitale.

 

Quanto poi alla abilissima - e verrà il momento anche per la teoria dell'abilismo - accettazione dei capitali e degli investimenti americani, basterebbero le parole recentissime del «commissario politico», più che delegato economico, Zellerbach a definire la cosa.

 

Riferendo ai suoi mandatari, questi ha sostenuto appunto che le somministrazioni, gli investimenti ERP e Marshall in Italia debbono continuare, poiché quelli fin qui fatti sono risultati «produttivi». Ed infatti il governo democristiano tiene saldamente il potere, il partito comunista ha visto diminuiti i suoi effettivi del 20 %, un fiero colpo ha avuto la Confederazione staliniana col distacco di democristiani e socialdemocratici. Ed è con questo indirizzo che Zellerbach passerà i miliardi che chiede Di Vittorio, li investirà a tasso di favore, che dire? li regalerà per le aree depresse. è solo con questo metro politico che si capisce come il dono diventi investimento, e l'elemosina sia produttiva, anche fuori della Valle di Giosafat.

 

Non che osino, i mediatori di mutui di comodo al capitale italiano, negare la definizione di donatore a chi ha saccheggiata l'economia locale con miliardi (quanti?) di moneta di occupazione. Non possono ribattere questo ai vari Zellerbach, perché le stesse amlire false che hanno causato il dissesto della macchina industriale locale, comprando senza pagare «prestazioni di natura personale anche infami», sono state parimenti elargite per la ricostituzione dei partiti e della confederazione, degni portabandiera della politica nazionale e produttiva, giunta alla fase suprema di politica di investimenti.

 

Che poi tutto questo si risolva in una riuscita manovra di quinta colonna per sabotare l'imperialismo d'America a vantaggio di Stalin, sia pure in barba ai disoccupati italiani, lo si potrebbe credere ammettendo che i capitalisti americani, vivi e vitali, fossero più fessi dei capi confederali nostri. Ma più fessi di così, si muore.

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