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Sabato, 23 Giugno 2018

Il proletariato cliente. Politica Usa- pacchiana (Battaglia Comunista, n° 1, 1952)

Da alcune settimane è salito il tono delle lezioni che i pervenuti di America, messa da parte l'ultima soggezione, impartiscono a questa vecchia Europa, maestra del mondo in pensione. Gli Acheson, gli Hoffman, gli Eisenhower, i Trigve Lie non perdono occasione per pontificare, trinciare giudizi e dettare canoni, muovendosi tra i temi della storia dell'economia e dell'ideologia di questo vecchio continente colla classica grazia del toro che irrompe a testa bassa nel negozio di cristalleria.

 

Uno se ne viene fuori col dire che l'Europa ha fatto più passi avanti in quattro anni di ERP, di ECA, di UNESCO e simili, che non negli ultimi quattro secoli della sua storia, quell'altro insegna come si tracciano gli statuti di federazioni tra gli Stati, che prima di lui avevano fatto dozzine di guerre di secessione di successione di sistemazione nazionale e di contesa imperiale, sol per non aver avuto di tali lumi. Ike passa in rassegna truppe e formazioni e scuote paziente la testa quando scopre le ultime vestigia dei metodi di Federico il grande e di Napoleone, inducendosi a complimenti sulla rinata vigoria dell'esercito italiano. Hoffman infine, degnandosi di apportare le dottrine dei recenti economisti di America, spiega che vi sono due capitalismi: uno deteriore e pitocco in Europa, l'altro vitale e benefico, quello di America, di cui si tratta qui d'imparare la ricetta. Qualcuno gli ha detto che, come prima faceva il piazzista delle auto «Studebaker», ora fa il piazzista di teorie economiche: ma in genere l'orgoglio dei capi dell'Europa borghese e dei suoi portavoce non trova più fremito alcuno, ed incassa a schiena inflessa le frustate, e i dollari di commissione.

 

Al sommo di queste consegne per il lato politico campeggiano i princìpi di libertà e di federalismo, per il lato economico quello del massimo di produzione e di smercio, di cui l'economia europea ha paura, per lo che di là dall'Atlantico regna la rosea prosperity, di qua la livida austerity.

 

Il segreto della ricetta americana è tanto semplice quanto quelli per danzare col principe e sfoggiare denti abbaglianti. Bassi costi di produzione, alti salari ai lavoratori, che con tutti quei soldi sono in grado di comprare tutti i prodotti della fiorente industria, fino all'ultima scatoletta di crema per le gote o per le scarpe.

 

I difficili problemi del quadro e del ciclo economico, su cui si rompevano la testa quegli scolaretti dei Quesnay, dei Sismondi o dei Marx, diventano un gioco da bambini. La chiave è il cliente, signore della ricchezza, quanto il cittadino è signore del potere. Poco importa essere un semplice lavoratore a salario, impiegatuccio a stipendio; o piccolo borghese: come Carlo V gridò ai contadini di Alghero: estote todos caballeros! l'alto capitale statunitense grida agli abitanti tutti della terra: estote todos clientes! titolo supremo di nobiltà dell'economia mercantile.

 

Perché la produzione delle merci giganteggi, occorre trovare sul mercato i portatori di denaro che le comprino: e i lungimiranti padroni d’industria di America giù a pagare salari enormi, giù a convincere i lavoratori a spenderli tutti, soddisfacendo sempre nuove esigenze e raffinatezze della vita, dalla Coca Cola al sapone Palmolive, che a te perfino, paisà, povero sfessato italiano, è dato acquistare a prezzi bassissimi: cinquanta lire una bottiglietta di liquido che unisce all'acqua preparati chimici per l'importo di itallire 0,35!

 

A te? Abbiamo bestemmiato. L'investitura di cliente, data a qualunque povero disgraziato con in tasca cinquanta lire fregabili, comporta di diritto, nella pubblicità che lo investe dalla pagina di giornale, dal manifesto murale o dallo schermo del cine, l'uso papale del voi. Noi incartapecoriti latini abbiamo il tu nell'orecchio, ma nella lingua dell'anglosassone supercapitalismo si dice you all'illustrissimo signor cliente, chiunque sia, e abbia molto o poco denaro in tasca o in banca; e tu soltanto al padreterno.

 

Il povero fesso si arrotola in questa apostrofe che gli cade dall'altoparlante o gli salta in viso coll'iniziale maiuscola dei passi di pubblicità. L'agenzia nostrana traduce alla lettera, colla reverenza con cui una volta si grattavano i codici e palinsesti per ricostruire capolavori classici. Voi, signor cliente, Voi, onorevole libero cittadino di una piena democrazia, avete tutte le scelte: come quella del vostro «servitore» nei posti di governo il dì delle elezioni, così quella di farvi servire (ma come solletica questo verbo!) il prodotto che meglio vi aggrada, a suon di quattrini usciti dalla vostra tasca (fin che ce n'è).

 

L'antica economia preborghese diceva chiaro al lavoratore che egli era servo del ricco, ed il ricco si proclamava suo cliente, quando commetteva al piccolo produttore autonomo un paio di scarpe o di guanti. Oggi è il povero ad essere cliente del ricco, oggi è il padrone d’industria a servire i suoi dipendenti-compratori. “O regno di Bengodi!”.  

 

IERI

 

Le prime cantiche dì questa apologia all'orgia mercantile che non può che formare una armonia sola con l'orgia liberale, e al loro trionfo indefettibile nella civile America risalgono a tempo antico. Non conoscevamo la «pagina» che vediamo riportata da non so quale opera di un ben noto messere: il sig. Pietro Giuseppe Proudhon. Mercantile e federale per la pelle, era giusto che l'America lo mandasse in brodo di giuggiole. E a chi manifestava il suo tripudio? Proprio a Carlo Marx, in una lettera che sarebbe del 1846. Formidabile precursore!

 

Parole testuali di Proudhon sono queste: «Il secolo XX inizierà l'era delle federazioni, o l'umanità ricomincerà un purgatorio di mille anni». De Gasperi rientra trionfante dalla costituente federalista di Parigi; e ci siamo assicurato il Paradiso. Per il resto contentiamoci della parafrasi di G. Santonastaso.

 

«La federazione economica è la condizione di quella politica. Contro ogni forma di intolleranza e di dogmatismo. Proudhon scriveva a Marx sui diritti della libertà e sulla necessità di un antidogmatismo economico per una lenta trasformazione ed evoluzione della società [27 maggio 1846] . Volle associare classi medie e proletariato in un comune destino [o profeta! la Coca Cola, il Dentifricio del dentista, le calze di nylon e la cipria di Tokalon!] nella concezione di una società pluralistica ricca di dinamismo interno, attuante la giustizia come equilibrio di libertà, realizzando un ordine nella libertà e il benessere nel lavoro».

 

è noto che Marx venuto a Parigi, profugo dai moti della Renania, strinse legami coi socialisti francesi tra cui Proudhon, ma ben presto ruppe con il loro vacuo bagaglio di letteratura umanitaria e brodosa. Dovette essere questa lettera a scavare l'abisso, e infatti un anno dopo usciva la terribile filippica sulla Miseria della filosofia, in cui evoluzione, pluralismo, dinamismo, equilibrio e ordine venivano dispersi a pedate.

 

I princìpi dell'ottimismo prosperista sono dunque sbandierati fin dal 1846, e nel 1848 il Manifesto descriverà questo sistema come socialismo borghese e piccolo borghese. Ma la citazione dell'inno all'America ci riporta ad uno scritto proudhoniano posteriore: del 1860. L'America assicurerà la preponderanza delle idee di libertà e di uguaglianza presso gli uomini: per la sua forza di produzione e di espansione ridurrà di qualche secolo il cammino doloroso della emancipazione. Quando anche la tirannia pesasse su tutto il vecchio mondo

 

«io direi che l'umanità è salvata e che in presenza di questo meraviglioso sviluppo ogni regresso è impossibile. Gli americani non sentono, perché in fase ancora non molto avanzata di cultura, la grandezza di simile ufficio; io lo vedo come se fossi posto a tre secoli di distanza nella posterità, ed è per questo che propongo alla emulazione della nostra vecchia Europa la giovane America».

 

Poffare! E poi abbiamo torto col nostro stucchevole «nihil sub sole novi»? Abbiamo trovato l'inventore dell'emulazione, oggi rilanciata dallo stalinismo pacifista: peccato che non era russo. Non seguiremo il resto della citazione, secondo cui un simile esempio se venuto prima avrebbe salvato Grecia e Roma, India e Cina, dal perimento e dalla barbarie (!). Tanto meno seguiremo il commento dell'articolista che diguazza nel plaudire a questa «negazione di ogni totalitarismo, della dittatura del proletariato, della centralizzazione ad oltranza» e riecheggia il plauso al federalismo europeo, al liberalismo, al progresso, alla collaborazione di classe; e chiude pigliandosela con «ogni forma di autoritarismo di classe del giacobinismo vecchio e nuovo».

 

Sì, dal '48 al '60 la storia impose a Marx, maestro rivoluzionario del proletariato moderno, una serie di contatti con gli esponenti di questa ideologia nauseosa, in quanto non era indifferente finire di far compiere la rivoluzione antifeudale in Europa. Soffiava però egli terribilmente entro l'ispida nerissima barba, quando tali castroni delle leghe «per la pace e la libertà» spandevano il loro muco non solo sulla rivoluzione di classe del proletariato, ma perfino su quella da cui il capitalismo aveva tratto il suo splendore: «e che vi ha mai, o signori, di più autoritario di una rivoluzione?».

 

E se oggi volessimo confutare non solo la filosofia del lattemiele sociale, ma la scienza economica del capitalismo armonico e prosperizzante, ci basterebbe a demolire questa posizione «americanista» quanto Marx scrisse allora contro Proudhon, il suo «egualitarismo», il suo «giustizialismo» economico. Engels, nel far prefazione all'Antiproudhon, vi aggiunge a mo' di appendice il discorso sul libero scambio del 9 gennaio 1848. Vi è tutto.

 

«Che cosa è dunque il libero scambio? è la libertà del capitale Signori, non vi lasciate suggestionare dalla parola astratta di libertà. [Secondo don Gregorio Zinovieff ce ne dovevamo lasciare ingannare noi scolari e 78 anni dopo che avevamo sentita la limpida lezione! ] Libertà di chi? Non è la libertà di un singolo individuo di fronte a un altro individuo. è la libertà che ha il capitale di schiacciare il lavoratore».

 

Questa è la libertà americana, ammirata dal Proudhon del 1860 con gli stessi argomenti di propaganda dei Mussolini del 1914; degli Stalin del 1942; dei De Gasperi di oggi. Non ci occorre altro per l'ultimissimo Keynes (quello stesso di cui non ci importava un Kaiser).

 

«... come tutto è divenuto monopolio [ 1848! 1848! ] vi sono ai nostri giorni anche alcuni rami industriali che dominano tutti gli altri [allora era il cotone, oggi l'acciaio e il petrolio; ma quale prova è in questo della possanza della teoria!] e che assicurano ai popoli che li sfruttano di più l'impero del mercato mondiale».

 

«Se i liberoscambisti non possono comprendere come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, non dobbiamo stupircene [e ce ne meraviglieremo noi un secolo dopo?]; poiché questi stessi signori non vogliono neppure comprendere come all'interno di un paese una classe possa arricchirsi a spese di un'altra classe».

 

Nel 1884 Engels svolge la critica di Rodbertus, e la collega ad un altro breve testo di Marx del 1859 di critica a Gray, con alcune pagine veramente perspicue sulla nostra teoria economica, che battono in breccia il primo ingenuo socialismo equo-ripartitore, coi buoni di lavoro al posto del denaro, colla redistribuzione ai proletari del profitto dei capitalisti nazionali.

 

«La citata applicazione della teoria di Ricardo [partizione del reddito nazionale tra rendita ai proprietari, profitto ai capitalisti, salario ai lavoratori], secondo la quale, essendo i lavoratori i soli produttori reali, l'intera produzione sociale, cioè il loro prodotto, appartiene a loro, conduce direttamente al comunismo. Ma essa è - come Marx accenna nel passo sopraccitato - formalmente falsa dal punto di vista economico, poiché è una semplice applicazione della morale all'economia... Per questo Marx non ha fondato su questa base le sue rivendicazioni comuniste, bensì sul necessario crollo, che si verifica ogni giorno di più sotto i nostri occhi, del modo di produzione capitalistico».

 

La pagina andrebbe tutta letta e meditata a fondo, per seppellire ancora una volta la imbecillità della «armonica e giusta distribuzione» del reddito, che si trascina da oltre un secolo come un inciampo insidioso sul cammino del programma rivoluzionario. E con la stessa critica Engels ribatte ancora una volta la teoria del «minimo vitale» lasciato all'operaio, sulla traccia della polemica antilassaliana di Marx contro le buaggini della «bronzea legge del salario» e dello «indiminuito frutto del lavoro», più volte da noi rievocata.

 

Fin dal discorso del 1848, prima che nella scientifica esposizione del Capitale, Marx infatti stabilisce la previsione dell'aumento del saggio del salario, e sia pure di ciò che il banale linguaggio dell'economia ufficiale chiama potere d’acquisto del salario, o salario reale. E ciò senza nulla togliere alla previsione dello scontro di classe rivoluzionario, alla insostenibilità del capitalismo. Il «minimo vitale» come la «scala mobile» sono parole di agitazione riformista, di non espressioni ammissibili in economia marxista.

 

Un passo al riguardo, dal Discorso, sempre nella impossibilità di citare tutto il testo: «Tutte le leggi esposte dagli economisti, da Quesnay a Ricardo, sono fondate sul presupposto che gli ostacoli che impacciano ancora la libertà di commercio non esistano più».

 

 

(Questo è da capire; Marx dimostra che gli ostacoli non fanno che crescere, ma pur dando di questo sviluppo esposizioni che assurgono a vere profezie, segue i predecessori in una monumentale «probatio ad hominem», in una «reductio ad absurdum», e stabilisce la tesi; anche se la libertà di scambio è illimitata, le leggi della immancabile rovina del capitalismo valgono in pieno. Dominando la libertà del fatto economico il capitalismo, come Marx previde, rinvia sì la sua fine, ma conferma la inevitabilità e la grandiosità della esplosione rivoluzionaria, verso cui procede).

 

«La prima di queste leggi è che la concorrenza riduce il prezzo di ogni merce al minimo del suo costo di produzione. Così il minimo di salario è il prezzo naturale del lavoro. E che cosa è il minimo di salario? è esattamente ciò che è necessario per far produrre gli oggetti indispensabili al sostentamento dell'operaio, per metterlo in condizioni di nutrirsi bene o male e di propagare alla meglio la propria classe.

 

«Se non crediamo per questo che l'operaio avrà solo un tale minimo di salario, tanto meno crediamo che egli avrà sempre questo minimo di salario. «No, secondo questa legge la classe operaia sarà qualche volta più fortunata. Avrà qualche volta più del minimo; ma questo sovrappiù non sarà che la compensazione di ciò che essa avrà in meno del minimo nei periodi di stasi industriale... la classe operaia... si sarà... conservata come classe dopo aver lasciato dietro di sé tanto di sventure, tanto di miserie, tanto di cadaveri sul campo di battaglia dell'industria. Ma che importa? La classe sussiste sempre e, ciò che è meglio, si sarà accresciuta».

 

 

E Marx riduce gli economisti apologeti del capitale ad un dilemma insuperabile: o rinnegate tutta la vostra economia basata sulla supposizione del libero scambio; o ammettete che in una tale economia gli operai sono colpiti da tutto il rigore delle leggi economiche. Noi evidentemente, dalla prima impostazione, siamo sulla negativa al primo corno. La libera concorrenza conduce al monopolio, il capitalismo nato come monopolio di classe, di fronte al monopolio vero e proprio determinato dallo schierarsi sindacale dei lavoratori, confessa la menzogna delle sue leggi, eleva in dati spazi e in dati tempi, con la sua accumulazione travolgente, il trattamento dei lavoratori, corrompe anche molti di essi, ma con ciò non fa che serrare le vicende turbinose di una tempesta di crisi di guerra di disastri, correndo a quella che, da Marx, noi attendiamo: La Rivoluzione.

 

L'analisi del capitalismo è dunque sempre quella, da Marx a Lenin ed oltre; e i vari stadi del periodo capitalista con essa collimano. Come sempre quella è la impotente utopia piccolo-borghese della liberalizzazione dello scambio; e altrettanto impotente è l'utopia grande-borghese di una completa dominazione centrale delle leggi economiche, prima che la classe capitalista e la struttura sociale capitalista siano state stritolate ed evertite dalle radici.  

 

OGGI

 

Uno dei più grandi lottatori del marxismo, quasi un secolo dopo il testo ora citato, fa una esposizione elementare della economia marxista diretta ai lavoratori americani, in cui segue fedelmente il testo del Capitale, copiando alla lettera i passi decisivi. è Leone Trotsky, che veniva poco dopo assassinato. In una prefazione che costituisce una sintesi brillante egli fa il bilancio, alla data 1939, delle pretese smentite al marxismo integrale che si trarrebbero (alla Proudhon e illustri allievi) dalla storia economica degli Stati Uniti e del mondo contemporaneo.

 

In questo prospetto sono già dunque utilizzati in pieno i dati e gli apporti della rivoluzione russa e quelli del sorgere dei regimi totalitari borghesi; nel mentre è chiarissima la valutazione della Seconda Guerra Mondiale. «Ogni tentativo di rappresentare la guerra attuale come un urto tra le idee di democrazia e di fascismo appartiene al regno della ciarlataneria e della stupidità». Si, è stabilito per la grandezza di Trotsky che mentre egli scriveva Stalin non era ancora entrato nella «crociata antifascista».

 

Trotsky parte dalle teorie di Alexis de Tocqueville (morto già nel 1865 e che non vide la guerra civile americana) altro idolo degli attuali articolisti filostatunitensi e proudhonisti. Tale autore nel libro «La democrazia in America» apparso nel 1840, ossia otto anni prima del Manifesto di Marx, tenta di provare il frazionamento dei capitali e dei patrimoni, la tesi della «democrazia economica» che integra quella politica, vecchio e sempre nuovo dada, che alletta persino gli odierni anarchici. Con rapida scorsa storica e statistica Trotsky ricorda le tappe notissime della spettacolosa concentrazione di ricchezza in America del Nord.

 

Un nostro classico contraddittore (ovviamente un rinnegato del marxismo) il Sombart, nel suo «Capitalismo», pretende che, sessant'anni dopo Marx, siano caduti questi nostri teoremi di base:

 

a)     miseria crescente dei salariati;b)     accentramento del capitale;c)      scomparsa delle classi medie;d)     crollo catastrofico del capitalismo.

 

Il pronostico «strettamente scientifico» di Sombart è semplicemente questo: «il capitalismo invecchiando diverrà sempre più calmo, più sedato, più ragionevole». Ammazzalo! dicono a Roma, a questi chiari di luna.

 

I dati statistici americani servono utilmente a battere queste pretese quattro smentite; e peggio ancora i dati del rapporto economico America-mondo; e ultrapeggio i dati della situazione di oggi, dieci anni dopo che ammazzarono a tradimento Leone.

 

Egli mostra come l'aumentato tenore di vita di certi strati operai in certi paesi non conferma la legge Sombart (1928), che «il potere di acquisto del lavoro salariato aumenta in ragione diretta della espansione della produzione capitalistica» - legge che tuttavia, osserviamo noi, non è l'antinomia della corrispondente legge marxista. Va infatti tradotto il termine miseria del linguaggio di Marx non nel termine borghese: basso salario, basso tenore di vita, ma in quello: mancanza assoluta di riserva economica in caso di disoccupazione, probabilità di disoccupazione, probabilità di crisi generale.

 

Non solo; anche in America diminuisce la partecipazione della classe operaia alla distribuzione dell'enorme reddito nazionale, sebbene la classe proletaria aumenti di numero a scapito dei piccoli borghesi.

 

«Col 6 per cento della popolazione mondiale gli Stati Uniti detengono il 40 per cento della ricchezza mondiale. Pure un terzo della nazione, come lo stesso Roosevelt ammette, è denutrito, inadeguatamente vestito, e vive in condizioni subumane. Che cosa bisognerà dire allora dei paesi meno privilegiati?».

 

Al preteso mancato accentramento si contrappongono i dati sulle «sessanta famiglie» che controllano le migliaia di società anonime, ed erano già a quella data cifre impressionanti, nella stessa versione ufficiale e nelle ammissioni di studiosi di economia conservatori. Alle espressioni di sessanta famiglie e di feudalesimo capitalista, da alcuni impiegate, e che fanno torto, come andiamo mostrando, ai regimi «ereditari» in politica ed in economia, rispetto all'anarchico e rovinoso sistema capitalista, noi preferiremmo sostituire altri termini, come forse «sessanta organizzazioni» nel senso del linguaggio delle bande affariste, o «sessanta imprese di affari».

 

Quanto alla concentrazione, una inchiesta del Senato americano già nel 1937 stabilì che negli ultimi 20 anni le decisioni di dodici presidenze di società anonime equivalevano a ordini impartiti alla parte maggiore dell'industria americana. Proponiamo dire dodici bande, dodici organizzazioni, al posto di dodici famiglie. Quella commissione indicò che anche dodici sono i membri esecutivi del gabinetto del Presidente. Ora come non è ereditario il posto di Presidente e di gabinettista, non lo è quello di presidente della superanonima o del trust: ed è questo il quadro della «soggezione della società e dello Stato al capitale».

 

Sulle classi medie, Trotsky illustra le disgraziate vicende della popolazione agraria degli Stati Uniti. Essa è notevole ancora, ma le stesse cifre del reddito dei vari stati della Confederazione permettono di assimilarla ad una «nazione oppressa».

 

Viene infine alla «teoria della crisi» e alla «teoria del disastro» o teoria della catastrofe. Circa le crisi è facile ridicolizzare Sombart che nel 1928 scrisse avere il capitalismo «abolite col suo stesso meccanismo le crisi periodiche fin da prima della guerra 1914-18». Un anno dopo viene la crisi del 1929, quella famosa del venerdì nero. Salto dei disoccupati da 2 a 5 milioni. Reddito nazionale: un massimo nel 1920, subito dopo l'euforia ebbra della prima guerra e della prima aggressione all'Europa: 69 miliardollari; l'anno dopo, caduta a 50. Corsa alla prosperità; 1929: 81 miliardi. Crisi di quattro anni: nel 1932 appena 40: la metà! Trotsky giustamente definisce poi straordinariamente modesto, rispetto alle risorse produttive reali, il programma di Roosevelt nel messaggio 1937: cento miliardollari di reddito nazionale.

 

I dollari di allora valevano alquanto di più di quelli odierni: in un Filo ricordammo la prospettiva di Truman or sono due anni: miliardollari 1000, all'anno... duemila: un trilione di dollari. La cifra attuale gira intorno a 250 miliardi di dollari: circa il doppio, in valore reale, del tempo di Roosevelt: buon affare la seconda guerra, la seconda aggressione.

 

Resta la teoria del disastro. Non lasciarono vedere a Leone la bomba atomica, ma egli ne sapeva abbastanza. Egli ricorda che il più acuto dei socialdemocratici dell'epoca classica - altro assassinato - Jean Jaurès «sperava di riempire gradualmente di sostanza sociale la democrazia politica, nel che sta l'essenza del riformismo». Nel che sta, aggiungiamo noi, l'essenza del programma politico e stalinista di oggi. Ma se ciò era decente in Jaurès, è lurido negli attuali doppiofondisti.

 

«Questa era l'alternativa delle previsioni. Che cosa ne resta?» Trotsky ricorda la serie di crisi, guerre, rivoluzioni. Il capitalismo di Sombart non solo non è diventato ragionevole, ma «si potrebbe dire che ha perduto l'ultima traccia di ragione».

 

Ad ogni modo «non vi è dubbio che la teoria del disastro ha trionfato su quella del progresso pacifico». Il proudhoniano purgatorio che l'America doveva evitarci, non conduce in Paradiso, ma all'Inferno.

 

Liquidato Sombart viene tra i piedi Keynes con il piano di armonia, equilibrio e benessere americano, proposto al mondo come esempio proudhonistico, come baffonistica emulazione, e basato sul produrre a tutta forza e consumare a tutta ganascia. Ammesso che nella cinta del paese di cuccagna - la vera cuccagna la dovremmo domandare al rapporto della nuova commissione che indaga sui fenomeni di massiccia corruzione da parte delle bande, e di vendita ad essi degli ultimi reparti amministrativi del democratico Stato - si attivi così un elevato minimo reddito; e ammesso che il cittadino lavoratore arrivi a mangiarselo, malgrado che si destinino cinquanta miliardollari annui alla fabbrica di armi (una cifra pari a quella che Wallace, allora filorusso, voleva donare all'Europa); ammesso che il piccolo farmer dell'ovest pasteggi con champagne, come un simile conto può tornare, fino a che la scienza economica pagata si degna servirsi dell'aritmetica?

 

Comprendiamo che non le vada giù la nostra terminologia per cui «il reddito del lavoratore, qualunque sia il suo salario e il suo consumo, è uguale sempre a zero (ed è inutile inseguire il minimo di zero)», ma non comprendiamo come possa violare la regola della sottrazione nell'opporre il passivo all'attivo.

 

Il conto torna proprio, non solo perché - come avrebbe detto Rosa Luxemburg - l'Asia e l'Africa non hanno ancora imparato ad applicare la ricetta del capitalismo benefico e sedato, ma perché l'Europa lo ha disimparato e a tale scopo le hanno fracassati i suoi impianti e la sua trama industriale.

 

Il conto torna, solo che si comprenda ciò che il piccolo borghese non comprende dal 1848, come l'imperialismo di un paese, come le sessanta bande di un paese superarmato, depredano saccheggiano e aggrediscono il mondo, anelando ad investire il favoloso capitale accumulato nell'arma superproduttiva: la bomba atomica.

 

Il cliente migliore di questi piazzisti di immani stock di merci a basso costo, non è solo l'operaio indigeno ed esterno, il povero in canna: è il cadavere. La vita a buon mercato; la morte free. Free in America significa: libera, e significa pure gratis, senza pagare nulla. Keynes è Keynes, ed Hoffman è il suo profeta!

 

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