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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Martedì, 14 Agosto 2018

In tema di neutralità- Al nostro posto! (Avanti! 16/8/1914)

 

Nella prima parte del volume, abbiamo già illustrato questo articolo e il commento che l’«Avanti!» (allora diretto da Mussolini) vi premise.

Non occorre segnalare ancora il significato dell’articolo e del commento. L’articolo, che segue di pochissimo lo scoppio della prima guerra mondiale, sta a dimostrare come la sinistra prese subito in Italia una posizione identica a quella di Lenin sulla spiegazione delle cause della guerra e sulla condanna di ogni «difesismo». Il commento, tortuoso ed equivoco, simula di appoggiare 1’articolo, ma fa largo credito proprio alle tesi contro le quali esso è diretto, con una distinzione (classica per gli opportunisti di tutti i tempi) fra posizioni logiche e posizioni storiche, che ci troveremo ad ogni passo fra i piedi e sono sintomo infallibile di non lontano passaggio del Rubicone.

Si potrà dire che la giovane sinistra doveva subito sconfessare Mussolini. E’ innegabile che di questa situazione vi sono anche più lontani precedenti storici. La reazione venne certo tardiva; uno dei tanti nefasti dell’ammirazione per i grandi personaggi! Rimandiamo al testo esplicativo nella I parte: qui pubblichiamo prima 1’articolo, poi la nota redazionale.

 

(Avanti! 16/8/1914)

 

Poiché noi socialisti italiani ci siamo trovati, allo scoppiare della guerra europea, nella condizione più o meno transitoria di spettatori, la valutazione degli avvenimenti che possiamo oggi fare, anche attraverso le notizie monche e tendenziose che ne abbiamo, vale indubbiamente a guidarci nella azione di oggi e di domani contro la guerra, anche se la discussione su quanto si è svolto negli altri stati ha nel momento attuale un sapore di accademia.

Nella comune aspirazione al postulato della neutralità italiana, attraverso il nostro movimento si sono fatte strada alcune correnti pericolose che potrebbero comprometterlo. Molti compagni esprimono e diffondono nei comizi e nella stampa un sentimento di viva simpatia per la Triplice Intesa, giustificando non solo, ma esaltando l’atteggiamento dei socialisti francesi fino a sostenere che i socialisti italiani dovrebbero accorrere a battersi in difesa della Francia. Da questa concezione a quella che la neutralità italiana non deve essere rotta per favorire l’Austria e la Germania, ma potrebbe esserlo per sostenere la Francia, non c’è che un passo. Un tale atteggiamento non risponde nel campo ideale al principio socialista, e serve nel campo pratico solo a fare il gioco del governo e della borghesia italiana che freme di intervenire nel conflitto. Vediamone le ragioni.

Si dice che di fronte al dilagare di avvenimenti così grandiosi come quelli a cui assistiamo e che invertono tutti i valori politici e sociali in maniera imprevista, bisogna uscire dagli schemi mentali e sciogliersi dalle «formule», per ispirarsi ad un criterio di realtà nello scegliere la propria posizione. Così, relegando nel retro-bottega delle affermazioni platoniche i concetti dell’antimilitarismo e dell’internazionalismo socialista - che gli avvenimenti avrebbero mandato se non in pensione, almeno in aspettativa - bisogna rendersi conto che in questa ora storica sono in gioco quelle conquiste sociali di libertà e di democrazia che si credevano per sempre assicurate, e che il pericolo che esse corrono consiste nel prevalere del militarismo austro-tedesco, che intenderebbe ripetere 1’epoca storica delle invasioni barbariche, e che ha brutalmente aggredito le nazioni più liberali, civili e pacifiche.

Al socialismo si ritornerebbe a pensare «dopo il cataclisma»; per il momento, occorre difendere la causa della civiltà, opponendosi alla devastazione teutonica della Francia e delle sue alleate.

Pensare così, ci dicono, significa uscire coraggiosamente dalle «formule». Ma quelle formule erano pur buone in «tempo di pace», come canovaccio delle declamazioni da comizio e condimento delle esibizioni elettorali; e nessuno diceva ai gonzi che dalle «formule» si sarebbe usciti nel momento critico. Allora gli «schemi mentali» erano convinzioni incrollabili, idealità alle quali si sarebbe sacrificata anche la vita, ricostruzioni fedeli della realtà sociale indicate da una fede che non si sarebbe mai smentita. Per la verità, per la sincerità, per l’onestà del socialismo, chi lo riteneva un vuoto schema, un inutile formulario, non doveva attendere per buttarlo al fuoco la dura prova di questa ora sinistra.

Senza chiudere gli occhi a quanto avviene per coltivare ostinate illusioni nella solitudine astratta della coscienza, noi socialisti possiamo e dobbiamo sostenere che il socialismo non è stato ucciso, e che, ispirandoci alle direttive fin qui seguite, dobbiamo ancora direttamente e sicuramente agire nell’attuale situazione.

Quelli che credono di uscire dalle vecchie nostre formule non sono consci del fatto che essi non fanno che ripiegare su formule non nostre, ed accettare quelle direttive che hanno sempre denunciate come false. E’ un fenomeno che avviene nei grandi frangenti storici: i partiti retrocedono e si poggiano su postulati meno avanzati. Nella rivoluzione italiana i rivoluzionari repubblicani fecero la monarchia. Nel 1871 gli internazionalisti francesi salvarono la nazione. E’ l’indice della immaturità dei partiti di avvenire. Ora, forse, il socialismo è ancora immaturo e le sue forze ripiegheranno a difendere i principi, per noi idealmente superati, della democrazia e delle nazionalità? Può darsi. In Italia però oggi si può ancora agire da socialisti. Domani, forse, ognuno andrà a scegliere un altro posto secondo il suo istinto. Ma ora abbiamo ancora una battaglia da combattere; e non bisogna comprometterla, non bisogna macchiarla. Il Partito socialista può - forse

- evitare che la strage si estenda ai lavoratori italiani, che molte centinaia di migliaia di esseri umani ingrossino il numero dei massacratori e dei massacrati per interessi non loro. Siamo adunque, per iddio, sul solido terreno del socialismo, che non cede ancora sotto i nostri piedi.

E’ dunque un errore adagiarsi subito sul sentimentalismo francofilo, che non è la nuovissima esigenza del momento, ma che è il vecchio bagaglio scolastico della democrazia italiana. Conserviamo la nostra piattaforma. Se il nazionalismo si rinnega fino a fare l’occhiolino all’Austria, se i democratici si evirano fino a comandare al popolo di tacere e seguire ciecamente il governo, non è una ragione per cui noi, scordato il socialismo, dobbiamo correre a riempire i vuoti lasciati dai patrioti e dai democratici di professione.

Dobbiamo dunque e possiamo restare al nostro posto, contro tutte le guerre, in difesa del proletariato che in quelle ha tutto da perdere, nulla da guadagnare, nulla da conservare.

Da quando l’uomo ha la dote di pensare prima di agire, per sfuggire al mantenimento degli impegni, alle conseguenze concrete delle astratte affermazioni, l’avvocatismo che si annida in ogni essere pensante è ricorso sempre alle distinzioni. Così oggi ci rigetta tra capo e collo la distinzione tra guerra di offesa e guerra di difesa, tra l’invasione della patria altrui e la protezione del territorio nazionale. E gli antipatrioti di ieri scrivono una lettera che distrugge dieci volumi, mille discorsi, mille articoli, e marciano alla frontiera. Anche la politica socialista è dunque il culto dei bei gesti anziché dei veri sacrifici? La Francia è stata aggredita, e si difende contro il pericolo tedesco. Ma avete lette le dichiarazioni del deputato Haase al Reichstag germanico? La Germania si difende dal pericolo russo. Tutte le patrie sono in pericolo, dal momento che si scagliano le une sulle altre. In realtà avviene questo: in ogni paese la classe dominante riesce a far credere al proletariato di essere animata da sentimenti pacifici e di essere stata trascinata nella guerra per difendere la patria e i suoi supremi interessi, mentre in realtà la borghesia di tutti i paesi è ugualmente responsabile dello scoppio del conflitto, o meglio ancora ne è responsabile il sistema capitalistico, che per le sue esigenze di espansione economica ha ingenerato il sistema dei grandi armamenti e della pace armata, che oggi crolla risolvendosi nella crisi spaventosa.

Poiché non è che formale e scolastica la tesi che la guerra sia stata preparata e voluta dal militarismo austro-tedesco. Come è anche superficiale ricollegare il carattere militaristico dei due imperi a tradizioni della epoca feudale, sorpassate dalla storia moderna. I grandi armamenti della Germania corrispondono allo sviluppo della sua industria e alle esigenze modernissime del suo commercio. Messasi in prima linea nel mondo capitalistico per la sua ottima ed intensissima produzione, e non avendo, come l’Inghilterra e la Francia, vastissimi imperi coloniali, la Germania moderna, formatasi a nazione molto dopo le sue rivali, si è lanciata per necessità in una preparazione militare che le assicurasse un buon posto nel mondo. Schiacciata cento anni fa sotto la prepotenza napoleonica, proprio perché il militarismo moderno, uscito dalla Francia democratica era di gran lunga più forte dei vecchi eserciti messi insieme dai baroni tedeschi, la Germania borghese si è risollevata liberandosi dalle sopravvivenze medioevali dell’imperialismo austriaco e lanciandosi nelle vie moderne dell’imperialismo capitalista e - sarei per dire - democratico. Nel 1866 il militarismo germanico non era dipinto a così fosche tinte dal patriottismo italico, e non erano chiamati seguaci di Attila quelli che risparmiarono all’Italia le conseguenze delle legnate prese a Lissa e Custoza.

D’altra parte gli stati moderni tendono al militarismo, oltre che per contendersi l’egemonia commerciale, anche per altre ragioni che riflettono la politica interna e sono in diretta antitesi con gli interessi della classe operaia e le sue aspirazioni al socialismo. Anche la supremazia dell’una o dell’altra delle borghesie nazionali interessa poco il proletariato, che a seconda delle esigenze del mercato della mano d’opera passa e ripassa, con ritmo che va sempre più intensificandosi, le frontiere nazionali.

Non ci si accusi dunque di dogmatismo se, dinnanzi al grande dramma che ci si tratteggia sulle scene della convenzionale politica estera, noi risaliamo ai conflitti interni e di classe e non crediamo che della guerra sia causa il capriccio di Francesco Giuseppe o il gusto di Guglielmo II.

L’Austria borghese andava a gran passi verso lo sfacelo, dovuto non solo all’azione del proletariato, ma anche e forse più agli odii delle razze. Per necessità della sua conservazione statale, ha assalita la Serbia. E’ sciocco pensare che uno Stato si lasci dissolvere senza impegnare le grandi forze militari che direttamente maneggia. Con una guerra l’Austria poteva sperare di cementare la sua compagine, superando nella esaltazione nazionale le lotte intestine. Ciò ha scatenato l’incendio in Europa. Dato il sistema delle alleanze vigenti, la Germania doveva venire in lotta con i tre colossi che la circondano; la conflagrazione diveniva inevitabile. Che importa discutere e assodare chi ha lanciato la prima pietra? E’ vero che del sistema delle alleanze si fa risalire la colpa al principe Bismarck; ma noi non crediamo molto alla influenza che esercitano negli avvenimenti gli uomini vivi; crediamo ancora meno a quella dei morti.

Ma a prova dell’aggressività tedesca si dice che è stata violata la neutralità del Lussemburgo e del Belgio, stracciando così canoni del diritto internazionale. Ingenuità od ironia? Che vale un diritto che nessuna autorità può garantire, nello scatenarsi selvaggio della ferocia umana in una guerra senza precedenti?

E lo Stato Maggiore francese avrebbe avuto scrupolo di violare la neutralità svizzera, se ciò rispondeva ai suoi piani?

Quale commedia recitano i governi! Dopo aver preparata in ogni forma la guerra, coi grandi armamenti, col rinfocolare le rivalità nazionali, insidiandosi reciprocamente coi tranelli diplomatici, con lo spionaggio, con la corruzione, essi oggi si rivestono di candore e dicono al proletariato di accorrere sotto le armi perché altri hanno violato il «diritto delle genti», attaccandoli a tradimento!

Si ricorre pure all’altro famoso argomento della democrazia in pericolo. Si dichiara che la vittoria tedesca sarebbe un «ritorno alla barbarie» poiché la civiltà moderna è stata irradiata in Francia. Occorrono molte parole per dimostrare che questa tesi è vuota e specificamente antisocialista? La civiltà nel senso di una progressiva «irradiazione» di idee, di concetti, di tendenze, noi non l’ammettiamo. Lasciamola agli anticlericali di primo pelo. Nello sviluppo storico noi vediamo l’avvicendarsi delle classi, dovuto al succedersi delle forme sociali che procede non evolutivamente, ma per crisi successive. Nel saturnale militaresco a cui l’Europa si è data, non è forse una di queste grandi crisi? Che da essa esca la «civiltà» o la «barbarie» non dipende dalla vittoria degli uni o degli altri, ma dalle conseguenze che la crisi avrà sui rapporti delle classi sociali e sull’economia del mondo. E poi, che cosa ha da invidiare la civiltà germanica a quella francese? Usciamo, veramente, dalle formule tolte a prestito dalla più volgare interpretazione dei fatti! L’industria, il commercio, la cultura tedesca non consentono sciocchi paragoni con le orde barbariche. Il militarismo tedesco non è una sopravvivenza di altri tempi, ma un fenomeno modernissimo, come ci siamo provati a di mostrare. Se andiamo verso la barbarie militare, è perché tutta la civiltà borghese - e democratica -ha preparato questa soluzione delle sue intime contraddizioni, che ci appare oggi come un ritorno storico... E ancora, non è forse la Francia alleata con la Russia czaresca?

Ma occorre troncare e concludere. Le conclusioni possono mostrare che non ci portano fuori dalla realtà i principî teorici del socialismo, come ben dice, nel suo magnifico articolo, Giovanni Zibordi. Corre vento di guerra all’Austria. La borghesia italiana la desidera, la incoraggia, vorrebbe prendere le armi, ossia farle prendere ai proletari, per schierarsi con la Triplice Intesa. Questa tendenza cova nell’ombra. Scoppierà nelle piazze se il governo vorrà fare la guerra contro i tedeschi, e forse assisteremo alle scene del settembre 1911, specie se ci lasceremo disorientare da sentimentalismi francofili.

Non facciamo noi troppo il gioco di Salandra, gridando «viva la Francia» per scongiurare la guerra contro di essa?

Il Governo potrebbe sentirsi le mani libere, inventare una provocazione tedesca, sventolare lo straccetto del pericolo della patria, e trascinarci alla guerra sulla frontiera orientale.

Domani, sotto il peso dello stato d’assedio, noi vedremo spargere pel mondo l’altra menzogna ufficiale che anche in Italia non ci sono più partiti nella unanimità guerrafondaia.

Al nostro posto dunque, per il socialismo!

NOTA REDAZIONALE DELL’«AVANTI!»

Nell’articolo forte e stringato che qui pubblichiamo, [si] difende validamente quella che potrebbe essere definita la «posizione mentale» del socialismo dinnanzi alla guerra. Abbiamo appena bisogno di dire che salvo talune affermazioni noi concordiamo sostanzialmente col compagno [scrivente] e ci rimettiamo a quanto abbiamo scritto in polemica coll’«Unità» di Firenze. Noi vogliamo rimanere - fino all’ultimo - fedeli alle nostre idee di socialisti e di internazionalisti: il turbine potrà travolgere le nostre persone, ma non travolgerà la nostra fede.

Purtroppo, la «posizione mentale» del socialismo è una cosa e la posizione «storica » del socialismo è un’altra. La prima è determinata dalla logica pura per cui date certe premesse dottrinali ne conseguono determinate conseguenze in un rapporto dialettico di causa a effetto; la posizione «storica» del socialismo è il risultato dell’azione complessa di diversi fattori e circostanze. L’uomo non è o non è soltanto un essere senziente: talvolta la ragione è sopraffatta dal sentimento e la logica non resiste all’empito della passione.

Non si può pensare, se non sul terreno della «logica pura», un socialismo totalmente estraneo e refrattario al gioco delle influenze ambientali. Bisognerebbe supporlo come una creazione miracolosa «de toute piàce» senza radici nel passato, senza contatti colla realtà del presente… e con quali probabilità di vita nell’avvenire? Nessuna. Una costruzione meravigliosa, ma assurda. Anche l’assurdo può essere meraviglioso. Noi pensiamo all’«Unico» di Stirner. Ora, secondo l’inesorabile «logica» pura dei principi, 1’atteggiamento dei socialisti francesi o tedeschi sarebbe incomprensibile e ingiustificabile (non ha gridato Marx: Proletari di tutto il mondo unitevi?), ma se noi non ci rinchiudiamo «nella solitudine astratta della nostra coscienza» come dice appunto [l’articolista], il nostro giudizio dovrà essere necessariamente diverso. Bisognerà «comprendere» prima di condannare.

Ciò detto noi riaffermiamo il nostro proposito di restare sino all’ultimo sul terreno «logico» del socialismo. Ecco perché i motivi guerreschi modulati in questi giorni sulla trama dell’irredentismo, della democrazia da salvare, dei confini da corregge, degli «equilibri» più o meno famosi e più o meno instabili da mantenere, ecc., ecc., ci lasciano indifferenti. Avremmo qualche altra considerazione da fare su talune affermazioni dell’articolo [riportato]. Che sia «sciocco» parlare di «barbarie tedesca» verissimo. Noi abbiamo sempre distinto la razza tedesca, dall’organizzazione militare dell’impero tedesco. La razza tedesca ha recato il suo contributo di opere immortali al patrimonio dello spirito umano.

Ma non si può negare d’altra parte che l’ossatura dell’impero tedesco, ossatura modellata sulla Prussia, sia feudale e tardigrada e in molte manifestazioni del suo militarismo barbarica. Le sevizie ai soldati lo provano. Ricordiamo che in Prussia (e la Prussia coi suoi 42 milioni d’abitanti è la colonna dell’impero) il diritto di voto per la classe operaia non esiste ancora.

[L’articolista] vorrà ammettere che tra il regime degli Junker e quello della democrazia francese, la differenza non è proprio del tutto trascurabile. Che poi quella scatenata dalla Germania sia una guerra « aggressiva» è fuori di dubbio.

Il «Blue Book» inglese lo documenta nella maniera più esauriente. Certo la guerra era fatale dato il sistema della «pace armata» inaugurato dal capitalismo europeo; bisogna però riconoscere che si deve alla Germania l’anticipazione dell’uragano.

Qualche altra osservazione d’indole affatto secondaria ci resta sulla penna. Non vogliamo schiacciare l’articolo, sulle cui affermazioni fondamentali, come abbiam detto, pienamente concordiamo.

E’ necessario più che mai restar socialisti, anzitutto e soprattutto socialisti.

 

Da Storia della Sinistra Comunista (ed. il programma comunista), vol. I, cap. II Raccolta di testi della sinistra per gli anni 1912-1919, originariamente pubblicato su “Avanti!” del 16-8-1914.

 

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